giovedì 23 settembre 2021

CHIACCHIERE D'AUTUNNO

 Tutto ciò che mi piace di questa stagione




Cari lettori,

in questi giorni è ufficialmente arrivato l’autunno… o almeno, così dice il calendario! A casa vostra fa ancora caldo? O avete già salutato l’estate da qualche giorno? Da me è ancora abbastanza caldo, ma meno di prima.


Come mio solito, anche quest’anno ho pensato di accogliere l’arrivo di ogni nuova stagione, a partire dell’autunno, con un post a tema. In passato abbiamo parlato dell’autunno in poesia, in musica, con un tag personale e con consigli di lettura. Quest’anno, ispirandomi un po’ a quello che ho trovato su internet tra Blogspot, Instagram e YouTube, ho pensato di creare una sorta di “guida stagionale” con tutto quello che, per me, è tipico e bello da vivere in ogni periodo dell’anno.


Oggi, infatti, vi parlo dei miei “autumn essentials”. Ogni anno, quando arrivo settembre, vedo la community dei bloggers di libri e cultura che si fa prendere da un grande entusiasmo: tra gli amanti della lettura sono in tanti quelli che si sentono più attivi e di buonumore con il calo delle temperature ed il cambio della stagione.


Purtroppo, come credo ormai tanti di voi sapranno, io non sono proprio tra questi, o meglio, provo dei sentimenti contrastanti nei confronti dell’autunno. Ogni anno, infatti, ho la grande fortuna di vivere l’estate sulle rive del “mio mare”, e se è vero che questo mi ricarica moltissimo in quanto ad energie fisiche e mentali, è anche innegabile che settembre è un mese velato di malinconia, perché ogni anno la mia villeggiatura d’agosto sembra volare. In più, sono una persona che preferisce il binomio primavera/estate a quello autunno/inverno, e, in particolare, la stagione che ci apprestiamo a vivere porta con sé un progressivo ritorno del buio e del freddo, due cose che non amo affatto.


Come premessa non è il massimo, eh? Lo so, lo so… non faccio parte degli entusiasti dell’autunno. Credo che l’unica motivazione che condivido davvero con i miei colleghi blogger che invece ne fanno parte sia la gioia per il fatto che, dopo la pausa di agosto, si ritorna ad occuparsi del blog con ancora più energia e passione di prima. Però sarei stata felicissima di continuare a scrivervi dal balconcino di Varazze con l’aria calda delle sere estive, dopo una giornata di sole e mare e un piatto di pasta con sardine e pomodorini. Almeno fino a novembre, diciamo :-)


Scherzi a parte, negli ultimi anni ho imparato ad apprezzare tante piccole cose dei mesi autunnali (stupendo persino me stessa, direi) così ho pensato di raccontarvele qui!



1. IL FOLIAGE


Partiamo dal classico dei classici: le foglie che cambiano colore. Prima vi raccontavo di Varazze con un certo struggimento, ma se proprio devo trovarle un piccolo difetto è il fatto che lì, con la macchia mediterranea, gli alberi hanno sempre le stesse tonalità, perché sono in gran parte sempreverdi. Poco male: faccio qualche scappata lì quando ho nostalgia dei colori dell’estate, e per il resto, qui a Cernusco, mi godo quelli dell’autunno. Un albero che predomina qui in provincia di Milano è sicuramente l’acero. Le sue foglie a tante punte hanno iniziato la trasformazione da verdi a gialle già i primi giorni di settembre: poi arriva l’arancione, poi il rosso… passeggiando e dando un’occhiata a viali e giardini, ci sono colori davvero spettacolari!



2. LA LUCE


Io adoro il sole e l’estate, ma perfino un’entusiasta come me riconosce che, specie nei periodi estivi che capita di trascorrere lontano da luoghi di refrigerio come mare e montagna, quando ci sono le cosiddette “ondate di caldo” il sole può risultare eccessivo ed insopportabile.


Invece la luce dell’autunno, nelle belle giornate, ha qualcosa di incredibilmente caldo. Essendo più bassa che in estate, poi, nel pomeriggio si creano bellissimi giochi di luce tra gli alberi!



3. TEMPO CON OTTO



È già il secondo anno che i miei genitori ed i miei zii, in settembre, vanno in Sicilia per una settimana ed io mi occupo da sola di Otto, il bassotto di famiglia.

Poiché vivo in appartamento, lo porto più volte al giorno a fare delle passeggiatine, ed in quei giorni ci godiamo il momento di passaggio tra l’estate e l’autunno, gli ultimi caldi, i tanti cagnolini del quartiere che sono suoi amici. In qualche altro momento della giornata invece stiamo sul divano a guardare la tv oppure lui mi fa compagnia su un cuscino nello studio mentre scrivo per voi. Il primo giorno fa un po’ di fatica senza la “mamma” (che sarebbe mia zia), ma poi stiamo bene insieme! Lui non è un vivacione, preferisce stare tranquillo ma sempre in compagnia di qualcuno, ed io mi adeguo bene ai suoi ritmi :-)



4. GITE FUORI PORTA DAGLI AMICI DEL MARE


Negli ultimi anni (a parte il 2020 causa Covid) il primo sabato di ottobre o giù di lì è quasi sempre stato dedicato ad una nostra tradizione di famiglia. A Varazze abbiamo degli amici di vecchia data, una famiglia piemontese, e spesso, in questo periodo dell’anno, siamo andati a trovarli dalle loro parti. Abbiamo fatto dei gran bei giri!

Siamo stati nel Monferrato, prima a mangiare in un posticino tipico e poi a degustare il Malvasia; abbiamo attraversato i colli di Tortona, andando per vigne ed agriturismi; siamo stati a Grazzano Visconti, un villaggio medioevale ricostruito, e poi a mangiare a Bettola, un paesino emiliano. Altre volte siamo semplicemente andati da loro in campagna e ci siamo goduti i colori dell’autunno ed il buon cibo, che comunque restano i protagonisti di queste gitarelle!



5. DI NUOVO AL PARCO COMUNALE


Da metà giugno a fine agosto, di solito abbandono il parco di Cernusco: troppo caldo, troppe zanzare, troppo mal di testa e bassa pressione (sono una vecchietta, lo so). In genere, in estate piena faccio le mie camminate sulla passeggiata Europa, il percorso che collega Varazze a Cogoleto.


Da settembre in avanti, però, posso tornare a camminare tra parco e lungo Naviglio anche per un semplice giretto pomeridiano. Spesso, fino ai primi di ottobre, il pomeriggio è ancora caldo, ma è molto più piacevole e soprattutto fattibile (certi giorni di luglio e di agosto da noi è davvero impossibile fare una camminata dopo le 10 del mattino). E poi ovviamente… si torna a parlare di foliage!



6. LA ZUCCA


Che autunno sarebbe senza zucche? Ogni anno i fan della stagione si dividono tra chi ama intagliarle per Halloween e chi ama cucinarle. Io faccio parte del secondo team!


Il mio preferito di sempre è il risotto alla zucca, ma negli ultimi anni ho sperimentato un po’ di gustose varianti. Per esempio ci sono i tortelli, un classico della Lombardia (anche se la zona d’origine è un pochino più a Sud di Milano). Mi è capitato più volte di cucinarla in versione torta salata, con formaggi (o con un mix di ricotta e Philadelphia o con il gorgonzola) e con aggiunta di un po’ di pancetta/guanciale a cubetti che ci sta benissimo. 

L’anno scorso l’ho sperimentata al forno, a cubetti, insieme alle patate, per un ottimo contorno se magari si sceglie di mangiare solo il secondo, e mi è piaciuta proprio per la dolcezza che crea un contrasto con il sale ed il rosmarino. Lo scorso ottobre l’ho frullata per preparare una torta dolce con tanto di gocce di cioccolato…era piaciuta molto anche ai miei e credo proprio che ripeterò la ricetta (che trovate in questo post ).


Mi piacerebbe provare a fare una vellutata di zucca, anche se non sono molto brava con le minestre fatte in casa. Vi farò sapere se mi riesce!



7. LA CUCINA AUTUNNALE IN GENERALE


Tra i miei preferiti di stagione ci sono tanti classici: il risotto con i funghi (una delle mie trattorie preferite di Varazze lo fa con i porcini freschi), la torta di mele, le caldarroste, il ritorno di piatti di carne un po’ più corposi dopo che per tanti mesi ho preferito pesce e ogni tanto affettati.


In settembre, se posso, cerco di cucinare le ultime ricette con le melanzane dell’orto di papà: sono le verdure estive che riescono a sopravvivere meglio fino all’inizio dell’autunno e mi piace preparare ancora qualche pietanza da mesi caldi, prima che la stagione cambi definitivamente.


In zona Halloween sono molto tradizionalista ed i miei dolci preferiti sono quelli del Ponte di Ognissanti: il Pan dei morti (dei grossi biscotti con cacao, frutta secca e canditi) e la torta paesana fatta di pane, latte, cacao, noci ed altri ingredienti ancora. Comunque, se pensate che io non compri anche i biscotti di frolla con Nutella a forma di zucca o cappello di strega, amati dagli under 12 di tutto il mondo… mi sa che non mi conoscete ancora bene.


Infine, bevo poco, ma dopo mesi di vinello bianco fresco (buono, eh, non dico mica di no) un goccio di vino rosso lo bevo nuovamente più che volentieri per accompagnare i piatti autunnali.



8. ANCORA UN PO’ DI TEMPO NELL’ORTO ED IN GIARDINO


A settembre, fichi e uva sono i protagonisti dell’orto di papà. Quest’anno i fichi stanno maturando a poco a poco: un buon segno, dal momento che altri anni sono cresciuti tutti insieme e ci hanno obbligato a mangiare crudo e fichi per giorni per non farli marcire (un sacrificio, eh). L’uva invece, purtroppo, quest’anno si è ammalata: se penso che l’anno scorso, la domenica in cui ero sola con Otto, ho fatto praticamente la vendemmia, un po’ mi dispiace, ma pazienza.

Quando l’autunno sarà un po’ più inoltrato, matureranno i cachi!


In generale, fino a metà ottobre si può sfruttare ancora il giardino della casa di famiglia per leggere sulla sdraio o per chiacchierare all’aperto dopo il pranzo domenicale. A settembre ci sono persino gli ultimi girasoli!



9. LE FUGHE AL MARE SE SI HA NOSTALGIA DELL’ESTATE


Allego fotografia risalente al 1 novembre del 2016, durante un “ponte di Halloween”. Spiaggia tranquilla, un assaggio di mare, un caldo spettacolare, occhiali da sole e pranzetto ligure. Voglio dire, belle le atmosfere autunnali, ma ogni tanto si deve pur tornare a godere le vibes della propria stagione preferita, no?



10. I WEEKEND DI PIOGGIA E RELAX


Incredibile ma vero, a piccole dosi (piccole, ribadisco) mi piacciono pure quelli. Quando inizia la bella stagione, inizio a non sopportare più di stare al chiuso, ed i weekend del tutto casalinghi mi annoiano un po’: come vi dicevo, mi basta anche il giardino, ma non mi va più di girare tra studio e salotto.


In autunno, invece, con i primi freddi veri e le prime lunghe precipitazioni, torno ad apprezzare anche i ritmi più lenti del sabato e della domenica. So che tanti di voi, in questo tipo di weekend, amano le maratone di serie tv, ma io non sono proprio una persona da binge watching. Preferisco un bel film dopo cena e leggere o scrivere durante il giorno. Comunque ogni tanto, persino per una fan del sole come me, un singolo weekend di maltempo può essere ok. Basta non esagerare!



11. LA RIAPERTURA DI CINEMA, TEATRI, MOSTRE...


La ripresa delle attività culturali dopo la pausa estiva è da sempre uno dei motivi che mi fa gioire per l’arrivo dell’autunno, ma quest’anno è più che altro un auspicio. Lo scorso settembre eravamo partiti con entusiasmo ed ottimismo per poi trovarci subito in difficoltà in ottobre.


Personalmente cerco di restare positiva… forse quest’autunno, nonostante regole un po’ complicate, potremo tornare a goderci uno spettacolo teatrale, un film al cinema, una mostra, un firmacopie del nostro scrittore preferito. E poi io, finalmente, potrò scriverne!


Ovviamente lo stesso discorso vale per la riapertura della scuola di danza, una realtà che l’anno scorso abbiamo portato avanti quasi solo con videolezioni. Speriamo in bene!



12. ABBIGLIAMENTO AUTUNNALE E TRUCCO MAGENTA


Se potessi scegliere, credo che andrei in giro in prendisole tutto l’anno, oppure in bermuda e infradito come Peppe Piccionello (non sapete chi è? Date un’occhiata qui). Eppure mai come quest’anno vorrei tirare fuori la parte più elegante del mio abbigliamento autunnale, specie gli abiti, i collant, gli accessori più vistosi.

L’autunno scorso, per via delle restrizioni che ben conosciamo, ho praticamente consumato maglioni, felpe e pantaloni sportivi perché erano comodi per lavorare con i bambini, ma poi ho lasciato ben appesi sulle grucce tutti quegli indumenti che usavo per cene fuori, teatro e cinema, anche solo per un’occasione di famiglia o con gli amici.


Stesso discorso per il trucco: non sono bravissima, ma quel poco di passione che avevo mi è passato all’idea di avere visibili solo gli occhi. L’altro giorno stavo dando un’occhiata alla mia piccola collezione makeup e ho riscoperto l’esistenza di un paio di rossetti tra il rosso cupo ed il mattone perfetti per questa stagione, nonché un ombretto magenta che è da sempre il mio preferito del periodo.



13. I PROFILI INSTAGRAM PER “INSPO”


Quando arriva settembre, ho bisogno di un po’ di energia positiva dai fan dell’autunno!


Uno dei miei profili autunnali (e poi natalizi) preferiti è quello della scrittrice self di romance Elisa Gioia (a questo link trovate la mia recensione al suo romanzo Non fa più rumore), che è anche una bravissima fotografa specializzata in scatti casalinghi che creano subito un’atmosfera intima ed accogliente (lo trovate qui).


questo link trovate invece “Scent of woods”, il profilo gestito da Lara, una ragazza che parla soprattutto di vita nella natura, scelte ecologiche e cura di piante ed animali domestici.


Tra i profili stranieri, da settembre a Natale seguo sempre con piacere Zoe Sugg, detta Zoella, che è davvero la regina della casa con mille idee per creare un’atmosfera stagionale di volta in volta diversa (date un’occhiata qui).


Infine, mi piacciono molto quei profili, come "The cozy days", che sono una sorta di antologia di scatti autunnali altrui (con i crediti, ovviamente).



14. LE FRAGRANZE PER LA CASA


Da quando sono andata a vivere da sola, i miei zii paterni mi hanno regalato un diffusore di oli essenziali e ogni tanto mi portano altri oggetti come legnetti o candele per profumare la casa. Non era un’abitudine che avevo quando vivevo in famiglia, ma da quando sono sola ho notato che in autunno ed inverno mi piace molto.


Per l’autunno, di solito, aspetto ad utilizzare le fragranze più calde e speziate (tipo arancia e cannella, per dire) che sono perfette in inverno.


L’autunno scorso ho utilizzato due profumazioni, una alla vaniglia e l’altra al melograno, e le ho trovate perfette. Ne ho ancora un po’ per questo autunno!



15. … IL MIO COMPLEANNO!


Last but not least, ormai mancano pochissimi giorni: il 28 compirò 32 anni. I 31 anni sono stati caratterizzati da tanti momenti di crescita e cambiamento, ma anche di grande impegno. È stato un anno tosto ed emozionante dal quale mi sento uscita migliore, però, sia a causa del Covid che di motivi più personali, la bilancia si è sproporzionata un pochino troppo: molti doveri, pochi piaceri. Ora, dopo una bella estate, vorrei un po' più di equilibrio e qualche momento di leggerezza anche in autunno… per me, certamente, ma anche per tutti noi. Vedremo che cosa mi porteranno i 32 anni!




Avevo immaginato questo post come una lista di essentials in linea con quello che avevo visto tra Instagram, Blogspot e YouTube, ma come mio solito mi sono messa a “chiacchierare sulla carta”! Mi sono resa conto che ogni tanto mi piace scrivere con voi qualche post più leggero che vada nella rubrica “Per conoscermi meglio”. Voi che ne pensate, ogni tanto vi fa piacere andare un po’ più sul personale?

Fatemi sapere se a voi piace questa stagione e quali sono le vostre tradizioni del periodo. Buon autunno a tutti! Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 20 settembre 2021

TORNARE A SCUOLA

 Storytelling Chronicles: settembre 2021




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di settembre con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!


Proprio come l’anno scorso, mi sono presa una pausa dalla rubrica in agosto, perché ho chiuso il blog per quasi tutto il mese, e sono pronta a ricominciare con settembre. Questo mese la nostra amministratrice Lara ci ha proposto il più classico dei temi: il ritorno a scuola!


Ho già scritto qualche racconto ambientato nel mondo scolastico. Con “Una primula per Livia” (che trovate qui) vi ho portato tutti di nuovo alle elementari, tra banchi e primi batticuori. Grazie a “La restauratrice” (a questo link) ho immaginato con voi l’Università del futuro. Anche la protagonista di “Ricominciare” (in questo post), Elisabetta, è una maestra. Così mi sono chiesta: avendovi già parlato della scuola del presente e di quella che potrebbe esistere un giorno, che cosa potrei raccontarvi?


Alla fine ho pensato di fare un bel salto all’indietro e di tornare al mio amato genere storico, con un racconto a metà strada tra l’omaggio/fanfiction ad un romanzo di Valerio Massimo Manfredi (a poco a poco scoprirete quale) ed un mio approfondimento storico che mi sarebbe piaciuto fare da un bel po’. 


La mia storia si intitola “Tornare a scuola” e la voce narrante è quella di un maestro dell’Antica Grecia che ci terrà una sua speciale lezione. Vi lascio alla lettura!



Tornare a scuola


(Scuola di Atene di Raffaello)


Stamattina, dopo tanto tempo, torno a scuola.

Sette stadi non sono poi molti, quando si sta andando a fare il lavoro che si ama. Mi sono vestito per l’occasione: ho indossato la mia tunica migliore, intessuta in porpora e con i bordi color oro. So che dove sto andando tengono molto in considerazione anche l’aspetto esteriore: ai propri studenti ci si deve mostrare prima di tutto in modo decoroso, e poi pensare al resto.

Il bastone mi sorregge a stento e cammino lentamente. Forse non avrei dovuto portarmi dietro una borsa così pesante e piena di rotoli scritti, anche perché sono sicuro che là ne hanno moltissimi, ma è stato più forte di me: non ho potuto fare a meno di portarmi dietro le mie fonti di sapere preferite. Un buon insegnante lo sa: può sempre capitare un momento di impreparazione o semplicemente di dubbio, ed è proprio in quegli spinosi istanti che avere con sé il proprio breviario preferito può essere un salvavita.


Ho imparato a riconoscere e ad ignorare gli sguardi che mi circondano. So a che cosa molti stanno pensando. Mi sembra perfino di sentire le voci nelle loro teste: “Quell’uomo è vecchio! Fa fatica a reggersi in piedi! Che cos’ha ancora da insegnare? Non avrebbe fatto meglio, almeno stavolta, a cedere l’incarico ad una persona più giovane, più energica?” Leggere queste parole nei loro sguardi mi provoca una fitta all’altezza del petto, perché so che hanno ragione. So che io non dovrei essere qua, che il mio stesso arrivo è stata un’improvvisata rischiosa per la mia età, che quello che mi accingo a fare è uno sforzo eccessivo, anche se l’ho fatto per tutta la vita. Allo stesso tempo, però, non posso permettermi di indugiare in questi ragionamenti e farmi cogliere dal dubbio. Io oggi devo tornare a scuola: la lezione che ho in mente è di vitale importanza.


Se osservo troppo a lungo le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, finisco per farmi prendere io stesso dal dubbio e dall’ansia, e non me lo posso permettere. Non alla mia età, con la mente che si aggrappa al sapere acquisito in decenni con tutta la lucidità che le resta, con le emozioni che ogni volta rischiano di sopraffare il mio debole corpo, con i piedi che ormai tremano molto più della voce. Preferisco fare come è mia abitudine tutte le volte che mi sono avviato a scuola ed il viaggio era piuttosto lungo: concentrarmi sulla strada, contare gli stadi che mi dividono dal mio luogo di arrivo ed allenare la mente con qualche ricordo o ragionamento che mi prepari mentalmente alla lezione.


* * *


(Busto di Alessandro Magno scolpito da Lisippo)


Uno stadio.

Forse non è un caso che la lezione di oggi, una delle più importanti della mia vita, si tenga in una città affacciata sul mare. Sono nato e cresciuto nell’Epiro, una regione della Grecia Nord-Occidentale: non avevo nemmeno finito di emettere il primo vagito, e già i miei occhi guardavano la distesa azzurra ed inseguivano le verdi colline della terra d’Esperia, in fondo all’orizzonte. Avevo uno sguardo curioso sul mondo, desideroso di vedere che cosa c’è più in là: non lo sguardo di un poeta, che spesso è cieco per udire meglio le Muse; non quello di un generale, che osserva il mare e valuta quante barche possano frapporsi tra lui e la terra del nemico per uno scontro navale; nemmeno quello di un esploratore, che limiterebbe il tempo dell’osservazione e poi si metterebbe in viaggio; il mio era lo sguardo di un maestro.


Anche il mio nome, in un certo senso, ha decretato il mio destino: Leonida, come il capo dei Trecento spartani. Il nome di un uomo imbattibile, impossibile da emulare, ma a proposito del quale non si finirà mai di studiare. Un uomo che ha augurato ai suoi nemici di “vivere per sempre” perché per lui non c’era niente di più onorevole della morte in battaglia, eppure proprio con il suo sacrificio è diventato immortale.



Due stadi.

La storia è sempre stata la mia passione. L’ho studiata dai poeti e dai prosatori, mi sono abbeverato alle fonti della mitologia e delle leggende per carpirne la verità, che forse non è quella dei fatti, ma è comunque quella degli insegnamenti che trasmette.


Nel palazzo d’Epiro, però, la studiavo quasi sempre da solo. Potevo accedere all’enorme biblioteca del palazzo perché appartenevo ad un ramo illegittimo di una nobile famiglia, ma non mi è mai interessata la ricchezza: mi bastava poter accedere alla cultura.


La mia cugina di nobili natali, Olympias, era stata avvicinata allo studio in gioventù, ma tanti maestri non sono molto insistenti con le ricche fanciulle da marito, ed era chiaro che i talenti della ragazza andassero in un’altra direzione.


Sono un razionale uomo di studi ed ho sempre avuto dubbi sulla magia e sui riti di origine orientale, ma quando guardavo Olympias non potevo fare a meno di pensare che lei fosse l’eccezione che confermava la regola. Sembrava riuscire ad ottenere sempre esattamente quel che voleva, come se in lei ci fosse un’indomabile energia. Quante volte mi sono sentito inseguito dai suoi grandi occhi neri!


Forse lei, a differenza mia, sapeva già che cosa, o meglio chi ci avrebbe unito. Forse, in quei pomeriggi assolati tra i pini marittimi del giardino, Olympias aveva già intuito il mio destino. Ma i nostri rapporti non sono più quelli di una volta e non credo che me lo dirà mai.



Tre stadi.

L’altra notte, attraversando una montagna coperta di neve ed affondando ad ogni passo, mentre mi facevo coraggio pensando ai Trecento che non mi abbandonano mai, mi sono ritrovato a chiedermi qual è stato il momento che mi ha reso davvero un maestro.


Più ci penso e più mi rendo conto che forse non sono state le prime lezioni private appena terminati gli studi, e nemmeno la prima scuola in Epiro, che pure è stata un’ottima palestra.


Il momento in cui sono diventato davvero un maestro è quello in cui si è compiuto il mio destino. Tutti gli insegnanti hanno un luogo del cuore che si portano sempre dietro di sé ad ogni lezione, perché proprio lì, magari tra mura sbreccate, freddo mattutino, buio autunnale ed occhi cisposi che vorrebbero essere ancora chiusi, c’è stata l’epifania. Il momento in cui realizzi che i tuoi giorni da studente sono finiti, che sei dall’altra parte dell’aula e che le persone che hai davanti sono affidate a te. Per molti maestri è stata la prima lezione in assoluto: un ricordo fatto di gola secca, di sensazione di inadeguatezza che scende lungo il petto, di sguardi nervosi che abbracciano ogni studente, e poi di un qualcosa di magico ed imprevisto che da un secondo all’altro determina il successo della mattinata, come se la dea Atena ti avesse dato un buffetto sulle spalle e ti avesse indicato la giusta strada.


Ai tempi della mia prima scuola in Epiro, guardavo con un po’ di superiorità quei colleghi che vivevano le loro prime esperienze di insegnamento con tutte quelle emozioni. Mi sentivo portato per fare il precettore ed ero sereno.


Poi mi era arrivata una lettera da Olympias, ormai sposa e regina da anni in Macedonia. La missiva era breve ma esaustiva: mi si chiedeva di diventare il maestro del principino e dei suoi compagni nobili. Ed io non lo sapevo ancora, ma era proprio quello il momento in cui ero diventato davvero un maestro.


* * *



(Battaglia tra un greco e un persiano)



Quattro stadi.

Il principe Alessandro era un bambino come ne avevo visti già tanti, ed allo stesso tempo non lo era.


Io e lui sedevamo tutte le mattine l’uno di fronte all’altro, circondati da una decina di altri bambini della corte, figli di nobili destinati a diventare suoi generali in futuro.


Guardavo quei piccoli uomini, già caricati dal peso di tante responsabilità, e mi illudevo di dare loro sollievo con le mie storie di miti e di eroi, di leggende e di esempi storici. Volevo prepararli alla vita adulta, che per un nobile macedone non significava altro che un’esistenza tra le guerre, ma allo stesso tempo speravo che restassero il più possibile nel giardino dorato dell’infanzia, prima che la vita adulta li chiamasse a sé con le sue trombe squillanti, come all’inizio di una sanguinosa battaglia.


Un giorno come tanti altri avevo raccolto intorno a me la mia classe ed avevo deciso di raccontare loro proprio l’episodio dei Trecento spartani compiuto dal mio omonimo. Come spesso accadeva, ero stato interrotto con educazione da Alessandro, che non si agitava mai per reclamare l’attenzione, eppure con un solo cenno della mano catturava la vista ed il cuore di tutti.

Didàskale, perché hai parlato di sconfitte?”

Perché le Termopili lo sono state, Alessandro. Più volte i Greci hanno vinto contro i Persiani, ma gli Spartani hanno dovuto soccombere al nemico.”

Didàskale, io ho già sentito questa storia una volta, da mio padre. Ed anche allora l’ho pensato: Leonida ha vinto. Grazie alla sua morte i Greci hanno ritrovato l’orgoglio ed hanno sconfitto il nemico.”


Io ero rimasto lì, dalla mia parte dell’aula, improvvisamente conscio della mia scomoda posizione sul duro sgabello di pietra. Avevo sentito la salivazione azzerata e la sensazione di un sasso che ti scende in gola. Avevo lanciato rapidi sguardi in direzione degli altri componenti della classe, rendendomi conto che tutti osservavano rapiti Alessandro, che era già il re di quel gruppo senza nemmeno saperlo.

In quel minuto di silenzio, prima di riprendere la lezione come se nulla fosse successo, avevo finalmente compreso quei precettori che in passato avevo giudicato come troppo emotivi. Il momento in cui davvero comprendi di essere diventato un maestro è quello in cui ti rendi conto che, se fai bene il tuo lavoro, alla fine della giornata sono i tuoi allievi ad aver insegnato qualcosa a te.


* * *


(Dettaglio de "La battaglia di Isso", mosaico conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli)



Cinque stadi.

Alessandro cresceva proprio come l’avevo immaginato: in bellezza, saggezza, intraprendenza. I suoi amici e compagni di sempre lo seguivano come un sol uomo. Ricordo ancora le filastrocche che mi cantavano, il poco simpatico soprannome di “cornacchia” che mi avevano affibbiato a causa del mio aspetto già maturo, i dispetti che ogni tanto dovevo subire. Faceva parte tutto dell’essere precettore, ed io ero felice e orgoglioso di esserlo, eppure qualcosa mi turbava.


Alessandro aveva due grandi miti: uno era il padre Filippo, il re, instancabile in guerra ed inquieto anche nei momenti di pace; l’altro era Achille. La sua lettura preferita era L’Iliade, che apriva, riapriva e quasi consumava con devozione. Il suo aspetto, biondo e indomito, era pari in tutto e per tutto a quello dell’eroe di Ftia, e non pochi avevano notato il trasporto che lo legava ad uno dei suoi compagni, Efestione, che di sicuro nella sua mente era già il suo Patroclo.


Questo paragone riempiva d’orgoglio tutti, soprattutto re Filippo, ma io sapevo che c’era dell’altro. Non era solo ad Achille che Alessandro pensava quando si coricava e si chiedeva come emulare o addirittura superare il padre.


Nella sua mente c’era anche Leonida, il mio omonimo che si era sacrificato con i suoi pur di convincere il resto del mondo greco a riprendere la guerra contro la Persia.


Ero a conoscenza del fatto che re Filippo stesse cercando di unire di nuovo le città greche, stavolta sotto la sua corona, e queste sue azioni militari lasciavano pochi dubbi su quale fosse il sogno segreto di Alessandro.


Alessandro sarebbe tornato in Persia. Avrebbe sfidato di nuovo il grande Impero d’Oriente. E – questo era il pensiero che tormentava le mie notti – non gli sarebbe importato di pagare la conquista con la vita.



Sei stadi.

È per questo motivo che adesso sono qui.

Gli anni sono passati più velocemente di quanto credessi: altri allievi, altre scuole, una vita per l’insegnamento.

Quanto ad Alessandro, quando ha avuto l’età, in pieno accordo con re Filippo l’ho affidato ad Aristotele: era tempo che completasse la sua formazione con qualcuno più istruito di un semplice precettore come me.


Le voci delle sue imprese mi sono arrivate da lontano: le sue prime battaglie a fianco del padre per unire la Grecia, la sua partenza repentina per l’Asia una volta diventato re, le prime schiaccianti vittorie contro i Persiani.


Avevo bisogno di vederlo prima di morire. Di guardare i suoi occhi azzurri, sereni e determinati allo stesso tempo, e di non vedere guizzare l’ombra nera nell’iride che ha ereditato dalla madre Olympias.


Quando l’ho raggiunto in Fenicia ed ho visto che l’assedio contro Tiro stava fiaccando le resistenze dei suoi uomini, ho deciso di intervenire. Non sono mai stato un uomo di spada e ormai sono un vecchio inoffensivo, ma ho ancora delle frecce al mio arco: quelle dell’eloquenza, del sapere, della mediazione. Mettermi a capo di un’ambasciata è stata la scelta giusta, lo sento.


A nessuno, però, ho confidato che il mio vero obiettivo non è tanto stipulare un accordo vantaggioso per noi con i Fenici. Nemmeno ad Alessandro ho detto la verità: ho semplicemente ribadito che, se lui si crede Achille, e, considerate le sue gesta, senza dubbio lo è, allora io devo fare la parte del vecchio precettore dell’eroe di Ftia, Fenice, ed andare a Tiro prima di lui, per preparare il nemico con le mie suadenti parole prima che arrivi la violenza della sua spada.


Quello che avrei voluto davvero dirgli era: Tienilo bene a mente. Tu sei Achille, e nessun altro. Non sei Leonida. Non devi sacrificarti: senza di te sarebbe tutto perduto. Io sono Leonida, e se questo sarà il mio ultimo giorno sulla Terra è perché è il mio destino.


* * *


(Resti dell'antica città di Tiro)


Sette stadi.

Ecco la distanza che separa l’accampamento di Alessandro dalle porte della città di Tiro. Se mi concentro più di qualche secondo sui resti delle torri d’assalto distrutte, sul legno bruciato, sulle sentinelle che già tendono l’arco minacciose verso di noi, rischio di farmi travolgere dalla paura.


Preferisco pensare che sto facendo quel che ho sempre fatto: tornare a scuola. È un bel settembre, l’aria dolce porta via lentamente l’estate, una stagione che in un tempo perduto era quella dello svago e del riposo ed ora è solo il culmine della guerra.


Mentre camminavo, riflettevo e mi preparavo alla mia lezione, le nubi si sono squarciate ed un nuovo giorno è iniziato. Oggi tornerò a scuola: la mia aula sarà uno di quei palazzi fenici che tanto ho studiato nei miei anni di appassionato di storia; i miei allievi saranno i cittadini di Tiro, ai quali cercherò di spiegare perché è importante ascoltare Alessandro, in classe come in guerra; i miei libri saranno gli accordi da firmare che ho infilato nella mia sacca in mezzo a tutto il mio sapere.

Ed anche oggi, come ogni giorno in cui sono stato il suo insegnante, non voglio deludere Alessandro.

Farò di tutto pur di non ritrovarmi sconsolato a dirgli “Ragazzo mio, non sono riuscito.”

Di tutto, pur di essere ora e sempre il suo maestro.



FINE



Alcune precisazioni storiche:


1) La trilogia di romanzi di Valerio Massimo Manfredi che ho voluto omaggiare è quella di Aléxandros, una meravigliosa biografia romanzata della vita di Alessandro Magno, composta da Il figlio del sogno, Le sabbie di Amon e Il confine del mondo. Ho letto questi romanzi tra il 2008 e il 2009, quando non esisteva nemmeno l’idea del blog. Quest’estate ho riletto i primi due volumi e spero di rileggere al più presto il terzo così da potervi scrivere una recensione più dettagliata. Per altre informazioni sui miei romanzi preferiti dell’autore potete andare a questo link.


2) Leonida d’Epiro è stato il primo precettore di Alessandro, nonché maestro di Efestione e degli altri figli di nobili che poi sono diventati generali del re. Io ho immaginato che fosse cugino della madre, Olympias: in realtà, alcune versioni storiche ipotizzano una parentela, altri lo qualificano semplicemente come un dipendente della famiglia materna. In entrambi i casi, però, la nascita in Epiro sembra certa.


3) Il famoso omonimo di Leonida era il re di Sparta e generale di un esercito di 300 suoi concittadini che trovarono la morte nel 480 a.C. per mano dei Persiani di Serse I, dopo essere stati abbandonati dagli altri Greci e traditi da uno di loro, Efialte. Alessandro Magno nasce nel 356 a.C. in Macedonia e l’educazione filo-greca che riceve lo fa crescere nel culto sia dei poemi omerici (Iliade e Odissea) che nella guerra tra Greci e Persiani.


4) Quando Leonida raggiunge Alessandro in Fenicia, egli è circa a metà della sua impresa di conquista dell’Impero Persiano: ha già combattuto due delle tre battaglie che vengono ricordate come decisive. Tiro, però, è una città che resta fedele all’imperatore. Sembra che il suo assedio si sia svolto tra inverno e primavera: il mio riferimento a “settembre” è una licenza narrativa.


5) La frase “Ragazzo mio, non sono riuscito” è una citazione da Le sabbie di Amon.




Se ci sono altre domande di ogni genere chiedetemi pure!

Credo di essermi sufficientemente persa nel mondo classico, per oggi :-) E decisamente ho scritto abbastanza!

Aspetto, come sempre, i vostri pareri e le vostre impressioni sul racconto.

Grazie per tutti i commenti che avete lasciato durante l’estate alle mie storie di giugno e di luglio!

Vi ricordo che anche le mie compagne d’avventura, questo mese, hanno scritto racconti sul ritorno a scuola, tutti contrassegnati dal banner “Storytelling Chronicles”. Non perdeteveli!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


venerdì 17 settembre 2021

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - SETTEMBRE 2021

 



Cari lettori,

dopo la pausa di agosto, bentornati all’appuntamento del 17 del mese con “L’angolo vintage”!


Per la riapertura settembrina ho deciso di puntare sul rosa: oggi, infatti, vi propongo due contemporary romance ambientati negli Stati Uniti, uno in forma di ebook pubblicato dalla Emma Books e l’altro in cartaceo edito dalla Newton Compton.


Il mio bilancio è più positivo che negativo, ma, come leggerete, ho sottolineato anche alcuni aspetti che non mi hanno convinto, primo tra tutti una brutta scelta narrativa inserita nel primo di questi due romanzi.


Non aggiungo altri dettagli e vi lascio alle recensioni!



Mille prime notti, di Alice Winchester e Anja Massetani


Siamo a San Antonio, in Texas, e per gli studenti dell’ultimo anno della scuola superiore sta per giungere il momento del diploma, in particolare per Nina De Luca e Weston Trevett, due ragazzi che, almeno in apparenza, non potrebbero essere più diversi di così.


Nina è una ragazza di origini italiane, volonterosa e dedita allo studio, che nasconde una grave ferita dietro ai sorrisi ed all’atteggiamento gentile. I suoi genitori hanno perso tragicamente la vita in un incidente pochi anni prima, e da allora ella vive con i suoi quattro fratelli maggiori: il responsabile Samuele, il donnaiolo Aris, il riservato Emiliano ed il più vicino a lei per età, Davide. I ragazzi portano avanti con grande successo l’attività dei loro genitori, una panetteria che propone diverse specialità italiane, ed anche Nina, una volta diplomatasi, vorrebbe dare una mano ai suoi fratelli.


Weston è un ragazzo dal passato travagliato: ha già ventidue anni, ma non gli è stato possibile diplomarsi prima a causa dei tanti problemi in famiglia. Suo padre è il ricordo di un incubo di cui nessuno parla mai volentieri, sua madre è alcoolizzata, depressa e con pessime compagnie. Dopo tante disavventure, egli è riuscito a trovare un lavoro part time onesto come meccanico, e conta di proseguire full time dopo il diploma.


Nina e Weston si conoscono di vista e, l’uno all’insaputa dell’altro, si piacciono molto, ma sembra che non ci siano occasioni di contatto al di là di qualche timido incontro tra una lezione ed un’altra. Poi, una sera, Nina, vincendo le remore dei protettivi fratelli, si lascia trascinare ad una festa e beve troppo. Lei e Weston, rimasti da soli sotto le stelle, finiscono per passare la notte insieme in una sorta di rimessa. Weston vorrebbe riportare a casa Nina, ma un nuovo problema della madre lo fa fuggire nella notte. Nina si sveglia con un terribile mal di testa e dolori intimi che la gettano nel terrore: sa di aver fatto l’amore per la prima volta, ma non ricorda nulla né della serata né della persona con cui l’ha trascorsa.


A scuola, Weston cerca di parlare con Nina e di dire la verità, ma si rende conto che la ragazza non ricorda niente di ciò che è successo ed è profondamente arrabbiata con l’uomo che si è approfittato del suo stato di ebbrezza, chiunque egli sia. Purtroppo la paura ha la meglio e Weston non dice niente a Nina, iniziando, però, a frequentarla sempre più, anche quando la scuola finisce ed entrambi cominciano a lavorare.


Con il passare delle settimane, tra Weston e Nina nasce un forte sentimento, che cresce ancora di più quando la ragazza scopre di essere rimasta incinta in seguito a quella notte. Più passa il tempo, però, e più diventa difficile confessare la verità…



Mille prime notti è un romanzo che risale al 2015, pubblicato in quattro episodi differenti dalla Casa Editrice Emma Books e poi assemblato in edizione integrale, edizione che ho trovato in promozione gratuita quando c’è stata l’iniziativa #Ioleggodacasa durante la primavera del 2020. Lo stile è proprio quello di un “romanzo a puntate”: scorrevole, ricco di colpi di scena, arricchito da capitoli su personaggi secondari, senza però risultare ridondante o dispersivo. Sicuramente uno dei punti di forza del romanzo è il modo in cui è scritto, ideale per una lettura estiva interrotta da un bagno o da una passeggiata, ma godibile anche in altre stagioni.


In compenso ho fatto davvero fatica ad andare oltre l’episodio iniziale della cosiddetta “notte di passione” tra Weston e Nina (virgolette necessarie). Quello che mi ha fatto storcere il naso non è la scena in sé, ma il principio: il consenso ad un atto sessuale non è mai definibile tale, se alterato da alcool o sostanze stupefacenti, tant’è vero che Nina sembra accettare con entusiasmo, ma poi si sveglia persa e terrorizzata. Weston, in quella scena, viene presentato come sobrio, quindi il dolo c’è, non ci sono scuse. Diciamo che, con una premessa del genere, non consiglierei mai questo romanzo ad una ragazza molto giovane o adolescente, perché comunque far nascere una storia d’amore da una forma di violenza è il messaggio peggiore possibile.


Alle mie coetanee o più...diciamo che consiglio di prendere questo romanzo “con le pinze”. Non lo butterei a mare del tutto perché, senza quel presupposto, è una bella storia rosa, che si basa sulla comunanza di interessi, sull’amicizia fraterna, sui sogni da realizzare, sull’affetto per la propria famiglia. E poi, al di là di quello che ho segnalato, c’è anche un altro particolare che non regge: possibile che a nessuno, a nessuno dei quattro fratelli di Nina venga mai il dubbio che sia Weston il colpevole della notte in cui ella è rimasta incinta? Per essere quattro uomini un po’ latin lover, non sono molto svegli…


In definitiva, ci sono luci ed ombre, come avrete sicuramente intuito. Sarebbe un romance più che buono, se non ci fosse questo episodio iniziale. Se siete adulte, una chance si può dare; io alla fine della lettura ero abbastanza soddisfatta. Però non è la prima volta che sottolineo un messaggio nocivo per le donne in un romance e che invito a maggiore attenzione su temi di parità di genere… e ne sono un po’ stufa. Basterebbe che alcuni autori educassero se stessi maggiormente per una narrazione più costruttiva e consapevole. È un discorso lungo e complesso, e sarei anche felice di riprenderlo… ma – spero proprio – non per criticare l’ennesimo scivolone in un romanzo.



L’amore non si spiega, di Katy Evans


Sara Davies è una ragazza di ventotto anni che vive e lavora a New York, ma non ha ancora raggiunto il suo “sogno americano”. Dopo essersi diplomata alla Tisch School of the Arts, ella ha lavorato a Broadway come ballerina, ma un infortunio alla caviglia le ha precluso un palco importante e da allora non è più riuscita a farsi ingaggiare. Il mondo della danza è duro e competitivo ed è bastato un piccolo stop per arrestare la sua corsa al successo. Da qualche mese Sara lavora alla reception del Four Seasons di New York. È proprio lì che ella è diretta una domenica sera, dopo essere tornata dall’aeroporto e da un terribile weekend a casa sua, dove i suoi genitori le hanno comunicato l’inaspettata decisione di divorziare. Avendo fretta, si trova a litigare per il taxi con uno sconosciuto dall’aria affascinante, che ha tutta l’aria di essere arrivato in città per motivi di lavoro.


I due, un po’ loro malgrado, si ritrovano a condividere lo stesso taxi, ma, dopo i primi minuti di malumore ed isolamento dovuti al lavoro dell’uno ed ai problemi familiari dell’altra, nasce un’imprevista attrazione. Una volta arrivati entrambi al Four Seasons, Sara deve fare il suo lavoro notturno alla reception, ma, quando il suo turno finisce, dopo aver un po’ tergiversato, decide di raggiungere in camera l’uomo, che si è registrato come cliente.


I due non si scambiano alcun contatto e Sara non sa neppure come si chiami lo sconosciuto, che ribattezza ironicamente sexy maniaco del lavoro. Anche se non può fare a meno di ripensare al suo frizzante incontro, ella sente il desiderio di rimettere la sua vita in carreggiata dopo le ultime batoste, così si iscrive nuovamente a dei provini per gli spettacoli a Broadway e decide di condividere il suo appartamento con una nuova coinquilina, Bryn, una ragazza vivace e piena di iniziativa. Bryn sta lavorando alla sua start up di moda e, mentre disegna le sue creazioni ed attende il lancio sul mercato, fa la dog-sitter. Quasi per caso, Sara scopre che una delle anziane signore del cui cane si occupa Bryn non è altri che la nonna del suo misterioso sconosciuto, che si chiama Ian Ford.


Ian è un produttore cinematografico che fa la spola tra New York e Los Angeles per lavoro, ma ha sempre preferito la Grande Mela alla costa californiana. Ultimamente, però, egli ha vissuto molto di più a Los Angeles perché a New York è rimasta la sua (quasi) ex moglie, Cordelia, il suo primo e grande amore, che però l’ha tradito e maltrattato. Le carte per il divorzio devono ancora essere firmate ed egli pensava a tutto tranne che a conoscere un’altra donna, ma l’incontro con Sara lo ha lasciato stupito e confuso.


A poco a poco Ian e Sara si conosceranno meglio ed impareranno l’uno a lasciar andare il passato, l’altra ad afferrare con mano i propri sogni.



Ho letto L’amore non si spiega perché l’ho trovato tra le novità in biblioteca, ignorando che si trattasse del secondo volume di una serie che però è costituita da storie rosa autoconclusive. Il primo romanzo, Amore impossibile, racconta nel dettaglio la storia di Bryn, la vivace coinquilina di Sara, e del miliardario Aaric Christos, suo amico d’infanzia ritrovato per caso. Per questo motivo, in L’amore non si spiega, le parti che riguardano i due co-protagonisti sembrano un po’ sintetiche e frettolose: essi hanno un libro tutto loro. Il terzo volume avrà invece come protagonista Becka, amica di Bryn e Sara ed aspirante scrittrice.


Quanto al romanzo in sé, l’inizio è moolto scoppiettante, tanto che ho pensato che la copertina della Newton Compton fosse un po’ ingannevole e che in realtà si trattasse di un erotico. Dopo i primi capitoli, però, la passione lascia il posto ad una storia d’amore piacevole e coinvolgente, fatta anche di momenti divertenti e di tenerezza. Non ci sono grandi scossoni, ma dopo essermi imbattuta in romance con presupposti altamente drammatici (come Mille prime notti, appunto) ho letto più che volentieri una storia fatta di ostacoli ordinari, come un divorzio difficile da superare o la ricerca del lavoro dei propri sogni.


La forma è piuttosto semplice e qualche volta la traduzione mi è parsa un po’ piatta, ma il romanzo scorre bene. Era un po’ di tempo che non mi dedicavo ai romanzi della collana rosa Newton Compton “Anagramma”: appena prima di aprire il blog ne avevo letto un buon numero, poi ne sono stati pubblicati talmente tanti che è diventato difficile distinguere ciò che valeva veramente la pena di leggere da ciò che invece è pura evasione. L’amore non si spiega è senza pretese, ma per una lettura romance piacevole è una buona scelta.




Ecco il mio “angolo vintage” di settembre!

Che ne dite? Conoscete questi romanzi? Vi sono piaciuti?

Avete già letto qualcosa delle autrici?

Mi consigliereste altri contemporary romance che vi sono piaciuti nell’ultimo periodo? Aspetto il vostro parere!

Come sempre, vi invito a leggere anche i post delle altre partecipanti di questo mese alla rubrica, i cui nomi sono nel solito banner in alto.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)