In riva al mare
Cari lettori,
benvenuti all’appuntamento di luglio con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!
Il post di oggi è proprio ideale per questo mese estivo: continuiamo ad esplorare la sezione “Mediterraneo” e parliamo di mare… in tutte le sue sfumature!
Sezione “Mediterraneo”
Scendendo qualche volta
Questo componimento racconta un momento che anche per me è emozionante.
Chi non vive al mare, spesso associa ad esso l’estate. Se però si ha l’opportunità di viverlo anche in altri momenti dell’anno, si vive quell’istante bellissimo in cui non si pensa più alla stagione non proprio clemente ed al paesaggio che ci lasciamo alle spalle: si pensa solo al momento in cui si rivede il mare. E anche solo l’anticipazione è una festa.
Scendendo qualche volta
gli aridi greppi ormai
divisi dall’umoroso
Autunno che li gonfiava,
non m’era più in cuore la ruota
delle stagioni e il gocciare
del tempo inesorabile;
ma bene il presentimento
di te m’empiva l’anima,
sorpreso nell’ansimare
dell’aria, prima immota,
sulle rocce che orlavano il cammino.
Or, m’avvisavo, la pietra
voleva strapparsi, protesa
a un invisibile abbraccio;
la dura materia sentiva
il prossimo gorgo, e pulsava;
e i ciuffi delle avide canne
dicevano all’acque nascoste,
scrollando, un assentimento.
Tu vastità riscattavi
anche il patire dei sassi:
pel tuo tripudio era giusta
l’immobilità dei finiti.
Chinavo tra le petraie,
giungevano buffi salmastri
al cuore; era la tesa
del mare un giuoco di anella.
Con questa gioia precipita
dal chiuso vallotto alla spiaggia
la spersa pavoncella.
Ho sostato talvolta nelle grotte
Questa poesia è, in un certo senso, vicina a “Forse un giorno, andando per un’aria di vetro”. Il poeta e voce narrante si ferma in una delle grotte marittime tipiche del paesaggio ligure (nei percorsi di trekking tra un paese ed un altro si possono ancora ammirare). Lì egli ha come una visione, quella di una “città di vetro”, forse fatta d’aria. Purtroppo, però, il luogo ideale del poeta svanisce presto: i sassi, i rottami, le pietre, i rami divelti… tutto lo riporta ad una realtà tutt’altro che perfetta.
Ho sostato talvolta nelle grotte
che t’assecondano, vaste
o anguste, ombrose e amare.
Guardati dal fondo gli sbocchi
segnavano architetture
possenti campite di cielo.
Sorgevano dal tuo petto
rombante aerei templi,
guglie scoccanti luci:
una città di vetro dentro l’azzurro netto
via via si discopriva da ogni caduco velo
e il suo rombo non era che un susurro.
Nasceva dal fiotto la patria sognata.
Dal subbuglio emergeva l’evidenza.
L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.
Così, padre, dal tuo disfrenamento
si afferma, chi ti guardi, una legge severa.
Ed è vano sfuggirla: mi condanna
s’io lo tento anche un ciottolo
róso sul mio cammino,
impietrato soffrire senza nome,
o l’informe rottame
che gittò fuor del corso la fiumara
del vivere in un fitto di ramure e di strame.
Nel destino che si prepara
c’è forse per me sosta,
niun’altra mai minaccia.
Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,
e questo ridice il filo della bonaccia.
Giunge a volte, repente
Nelle liriche di questa sezione, il mare è visto da Montale come un padre.
E così, alcune volte, egli si sente come un figlio ribelle, in disaccordo con il genitore.
Un figlio finito, imperfetto, legato ad una vita terrena che spesso gli sta stretta, mentre il mare è immutabile, affascinante, perfetto.
Anche in questo caso non si può non notare un riferimento alla “natura matrigna” leopardiana: persino l’accogliente mare descritto da Montale, qualche volta, è indifferente alle pene dell’uomo.
Giunge a volte, repente,
un’ora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide.
Dalla mia la tua musica sconcorda,
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.
M’affisso nel pietrisco
che verso te digrada
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
franosa, gialla, solcata
da strosce d’acqua piovana.
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
È dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
Questo pezzo di suolo non erbato
s’è spaccato perché nascesse una margherita.
In lei tìtubo al mare che mi offende,
manca ancora il silenzio nella mia vita.
Guardo la terra che scintilla,
l’aria è tanto serena che s’oscura.
E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.
Noi non sappiamo quale sortiremo
Osservando l’infinita distesa marittima, capita anche di chiedersi quale sarà il nostro futuro: da quello più prossimo a quello che speriamo sia molto, molto lontano.
Il poeta ipotizza un bivio tra radure idilliche e una caduta nel buio.
Andando avanti nella lettura del componimento, la sensazione che Montale si sia ispirato a Odisseo ed al suo amore disperato per il mare si fa tangibile.
Egli parla di terre straniere, di aver perso i ricordi, la memoria del sole (forse perché rinchiuso in una grotta?), della poesia (almeno finché qualcuno non canterà ed essa tornerà alla mente commossa). Anche il riferimento finale al “sale greco” lo fa pensare…
Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori l’eterna acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno: smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
Il poeta vorrebbe avere una vita semplice, essenziale, come quella dei ciottoli in riva al mare. Invece sente di condurre un’esistenza piena di tormenti, pensieri, quesiti, per risolvere i quali non è bastato nemmeno fare studi complessi.
Incredibilmente, è proprio la semplicità del mare che, se non risolve, almeno allontana alcune delle difficoltà.
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno univerale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i gruppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
Ammetto che la lettura di questa sezione, Mediterraneo, è nuova per me (per questo amo ancora i miei studi: non si finisce mai di imparare) e mi sta commuovendo…
Credo che gli amanti del mare capiranno. Ma non solo.
Ditemi la vostra, se vi va!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)