lunedì 23 febbraio 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #2

 Poeti liguri e memorie di chi non c'è più



Cari lettori,

oggi, per “L’angolo della poesia”, vi propongo il secondo appuntamento del nostro progetto letterario alla ri-scoperta di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Nel caso vi siate persi la “prima puntata”, potete recuperarla a questo link

A gennaio abbiamo letto insieme l’incipit dell’opera e le prime poesie, che costituiscono quasi un manifesto programmatico di quella che sarà la raccolta.


Oggi invece affrontiamo insieme una sezione dedicata a Camillo Sbarbaro, collega e conterraneo di Eugenio Montale, ed una dal titolo “Sarcofaghi”, incentrata sul tema del lutto. 

Vediamo meglio insieme i componimenti!



Sezione “Poesie per Camillo Sbarbaro”


Caffè a Rapallo


Questa lirica è ambientata in un bar a Rapallo, città costiera e turistica. È Natale e il poeta si ritrova in mezzo alle persone vestite a festa, tra i fumi delle tazze calde e le signore ben vestite, truccate e ingioiellate, che egli paragona alle “Sirene” che Ulisse non ascoltò. L’atmosfera è quella di un Natale adulto, quieto ed elegante; ma manca la presenza dell’amico Sbarbaro e, con essa, manca l’autenticità. Sembra che gli adulti non riescano più a godersi nemmeno le feste, presi come sono dall’ostentare un’apparenza che sicuramente nasconde piccoli e grandi malesseri. L’autore rimpiange i Natali della sua infanzia, caratterizzati da una “musica innocente”, fino ad immaginare una parata che, più che le feste di fine anno, richiama il Carnevale.


I


Natale nel tepidario

lustrante, truccato dai fumi

che svolgono tazze, velato

tremore di lumi oltre i chiusi

cristalli, profili di femmine

nel grigio, tra lampi di gemme

e screzi di sete…

Son giunte

a queste native tue spiagge,

le nuove Sirene!; e qui manchi

Camillo, amico, tu storico

di cupidige e di brividi.


S’ode grande frastuono nella via.


È passata di fuori

l’indicibile musica

delle trombe di lama

e dei piattini arguti dei fanciulli:

è passata la musica innocente.


Un mondo gnomo se ne andava

con strepere di muletti e carriole,

tra un lagno di montoni

di cartapesta e un bagliare

di sciabole fasciate di stagnole.

Passarono i Generali

con le feluche di cartone

e impugnavano aste di torroni;

poi furono i gregari

con moccoli e lampioni,

e le tinnanti scatole

ch’ànno il suono più trito,

tenue rivo che incanta

l’animo dubitoso:

(meraviglioso udivo).

L’orda passò col rumore

d’una zampante greggia

che il tuono recente impaura.

L’accolse la pastura

che per noi più non verdeggia.



Epigramma


Questa poesia esalta l’opera dell’amico Sbarbaro e chiede al lettore (in questo caso immaginato come un passante gentiluomo) di prendersene cura. Non so perché, ma questa breve poesia mi ha ricordato immediatamente la conclusione de “Il battello ebbro” di Rimbaud: la barca protagonista del componimento, dopo aver attraversato scenari che l’uomo non potrà mai immaginare, sente di avere “visto troppo” e rimpiange la semplicità dell’infanzia, giungendo persino a desiderare di essere una barchetta di carta in una pozzanghera, molto più libera di quanto esso non sia mai stato. Ed è così, per Montale, la poesia di Sbarbaro.


Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori

carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia

mobile d’un rigagno; vedile andarsene fuori.

Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:

col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,

che non si perda; guidala a un porticello di sassi.



Sezione "Sarcofaghi"


Dove se ne vanno le ricciute donzelle


Dopo due componimenti di rimpianto per l’infanzia, ecco una poesia che invece ricorda, con nostalgia dolente, la gioventù.

Le fanciulle che trasportano anfore sulle spalle richiamano la mitologia greca, ma anche, considerato che stiamo parlando di “sarcofaghi”, le pie donne che si occupano della sepoltura di Cristo. Per loro la natura è “madre, non matrigna”, in una chiarissima citazione leopardiana: non sono (ancora) state colte dal male di vivere che sopravviene con l’età adulta e la maturità, e per loro il mondo è qualcosa di splendido da scoprire. Ma il poeta – che qui si identifica con un “uomo che passa” - è già “troppo morto”, troppo privo di vita per poter avere interazioni con loro al di là di un semplice ramoscello da porgere per le loro anfore.

Il poeta si sente in un’altra dimensione rispetto alle donzelle… purtroppo non così felice come la loro.


Dove se ne vanno le ricciute donzelle

che recano le colme anfore sulle spalle

ed hanno il fermo passo sì leggero;

e in fondo uno sbocco di valle

invano attende le belle

cui adombra una pergola di vigna

e i grappoli ne pendono oscillando.

Il sole che va in alto,

le intraviste pendici

non han tinte: nel blando

minuto la natura fulminata

atteggia le felici

sue creature, madre non matrigna,

in levità di forme.

Mondo che dorme o mondo che si gloria

d’immutata esistenza, chi può dire?,

uomo che passi, e tu dagli

il meglio ramicello del tuo orto.

Poi segui: in questa valle

non è vicenda di buio e di luce.

Lungi di qui la tua via ti conduce,

non c’è asilo per te, sei troppo morto:

seguita il giro delle tue stelle.

E dunque addio, infanti ricciutelle,

portate le colme anfore sulle spalle.



Ora sia il tuo passo


In questo breve componimento, Montale invita il lettore ad immaginare una scena arida e piuttosto desolante: un piccolo tempio la cui porta rovinata è chiusa per sempre (i tempi di Montale sono quelli in cui la religione, un tempo di Stato, subisce i primi abbandoni), il sole che brucia l’ingresso erboso, un magro cane che attende qualcosa di sconosciuto. È impossibile non pensare a tutti i cani dei romanzi e dei film, da Argo ad Hachiko, che aspettano un padrone che non arriva, perché disperso in mare o morto, dando prova di una fedeltà eccezionale.


Ora sia il tuo passo

più cauto: a un tiro di sasso

di qui ti si prepara

una più rara scena.

La porta corrosa d’un tempietto

è rinchiusa per sempre.

Una grande luce è diffusa

sull’erbosa soglia.

E qui dove peste umane

non suoneranno, o fittizia doglia,

vigila steso al suolo un magro cane.

Mai più si muoverà

in quest’ora che s’indovina afosa.

Sopra il tetto s’affaccia

una nuvola grandiosa.



Il fuoco che scoppietta


Un triste idillio: una persona anziana, stanca, che dorme di fronte al caminetto, trovando conforto nel fuoco che lo scalda.

In questa poesia Montale ipotizza che la tanto desiderata pace arrivi con la senilità, dopo un’esistenza tormentata. Una pace malinconica, che giunge quando tanti dei propri cari sono scomparsi e l’esistenza è quasi interamente alle spalle.

Quando si rinuncia alla lotta arriva la rassegnazione, ma anche il riposo.


Il fuoco che scoppietta

nel caminetto verdeggia

e un’aria oscura grava

sopra un mondo indeciso. Un vecchio stanco

dorme accanto a un alare

il sonno dell’abbandonato.

In questa luce abissale

che finge il bronzo, non ti svegliare

addormentato! E tu camminante

procedi piano; ma prima

un ramo aggiungi alla fiamma

del focolare e una pigna

matura alla cesta gettata

nel canto: ne cadono a terra

le provvigioni serbate

pel viaggio finale.



Ma dove cercare la tomba


Cosa cerchiamo quando andiamo al cimitero a visitare le tombe dei nostri cari defunti? Come mai le abbiamo fatte costruire in questo modo, con le loro fotografie, con i fiori, con i simboli religiosi o laici che abbiamo scelto? Che cosa speriamo di trovare: un sollievo tanto cercato, un bel ricordo che avevamo rimosso, un barlume della gioia che provavamo quando essi erano ancora vivi? Montale si interroga su questi quesiti, senza però fornire una risposta univoca.


Ma dove cercare la tomba

dell’amico fedele e dell’amante;

quella del mendicante e del fanciullo;

dove trovare un asilo

per codesti che accolgono la brace

dell’originale fiammata;

oh da un segnale di pace lieve come un trastullo

l’urna ne sia effigiata!

Lascia la taciturna folla di pietra

per le derelitte lastre

ch’ànno talora inciso

il simbolo che più turba

poiché il pianto e il riso

parimenti ne sgorgano, gemelli.

Lo guarda il triste artiere che al lavoro si reca

e già gli batte ai polsi una volontà cieca.

Tra quelle cerca un fregio primordiale

che sappia pel ricordo che ne avanza

trarre l’anima rude

per vie di dolci esigli:

un nulla, un girasole che si schiude

ed intorno una danza di conigli…




Per oggi ci fermiamo qui!

Fatemi sapere che cosa ne pensate di queste poesie: se le avete studiate per la scuola o lette per un vostro interesse personale, quale vi è piaciuta di più o vi ha incuriosito.

Ditemi la vostra, e grazie se siete arrivati fin qui!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 19 febbraio 2026

I CAPOLAVORI DI PELLIZZA DA VOLPEDO

 Un tour della mostra alla G.A.M.




Cari lettori,

come promesso, un nuovo post di “Consigli artistici” per voi!


Nel post relativo ai Preferiti di gennaio vi avevo raccontato di aver visto, proprio verso fine mese, due mostre che stavano chiudendo: quella di cui parleremo oggi e l’esposizione fotografica Wildlife Photographer of the Year.


Non so voi, ma io mi sento super soddisfatta quando riesco ad “incastrare” all’ultimo minuto qualche esperienza culturale alla quale, per i troppi impegni o il timing errato, avevo già di fatto rinunciato. Pazienza se è stata un’idea last minute, se c’è un po’ di gente o di coda, se l’indomani avrò del lavoro da recuperare: l’occasione va presa al volo!


In questo caso, dunque, sono doppiamente soddisfatta. Mi dispiace soltanto raccontarvi due esposizioni che hanno già chiuso, ma c’è sempre la possibilità che da Milano esse si spostino in altre città più vicine a voi, e poi io penso che un “tour virtuale” possa essere interessante a prescindere.


Per quanto riguarda la Wildlife Photographer, vi chiedo ancora un pochino di pazienza (la prossima settimana è già “occupata” da altre rubriche), ma per inizio marzo avrete il tour virtuale. Oggi, invece, vi porto a spasso per la G.A.M., la Galleria D’Arte Moderna, un museo che è un vero gioiellino, a pochi passi dai Giardini di Via Palestro: una chicca che mi mancava, pur essendo centralissima.


Da qualche anno la Collezione Permanente della G.A.M. ospita Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, ed è così che i curatori della mostra hanno pensato ad un percorso monografico sull’artista: dagli esordi ai passi che l’hanno portato a dipingere la sua opera più celebre, che ormai è un’icona, non solo per il mondo dell’arte.


Visitiamo insieme le bellissime sale della G.A.M.!



Gli esordi


Come tanti altri artisti, anche Giuseppe Pellizza da Volpedo inizia dal suo autoritratto, che purtroppo non è esente da critiche. Il suo esordio appare vicino al Romanticismo, ed è proprio l’appartenenza a questo movimento che i suoi detrattori gli contestano, perché ritenuta “manieristica”. 

Io non sono d’accordo: fin dalle sue tele giovanili il visitatore può intuire i genuini sentimenti che animano ogni quadro.



Per esempio Ritratto di Santina Negri, o Ricordo di un dolore, sembra più che altro un omaggio alla sorella, colta in un momento difficile. I lutti costellano la vita di Pellizza Da Volpedo, dalla famiglia d’origine alla moglie. Si pensa che sia stato il desiderio di raggiungere chi amava a far nascere in Pellizza Da Volpedo il desiderio di togliersi la vita… proposito che purtroppo egli metterà in atto dopo la perdita della consorte.



Fin dagli esordi, sia nella ritrattistica che in tele di altro genere, egli pone al centro dell’attenzione il dolore umano. Una tela, per esempio, ritrae il momento in cui si riporta al paese il corpo di un annegato, pietosamente coperto da veli.



La fase divisionista


Questa è una curiosità che forse non vi ho mai raccontato, ma io adoro la pittura divisionista, ed è stata la mia professoressa di arte delle scuole medie a farmi appassionare, dandomi delle tavole da fare in più a casa perché aveva visto che ci mettevo pazienza (e forse un po’ troppo entusiasmo, al contrario di quello che mostravo per le tavole di educazione tecnica). 

Fatto sta che la sala della mostra dedicata alla fase divisionista di Pellizza Da Volpedo e alla sua amicizia con Giovanni Segantini mi ha colpito molto. Si tratta di tele molto grandi: forse la fotografia non rende. I momenti più intimi della vita umana restano il soggetto prediletto: Sul fienile, per esempio, è il momento di un’estrema unzione (e/o dell’ultima Comunione del soggetto morente).



Questa tela, invece, pone sullo sfondo un matrimonio, ma… i protagonisti non sono gli sposi. Il quadro rappresenta la quieta, rassegnata delusione di una pastorella innamorata dello sposo, forse già consapevole che non avrebbe potuto diventare la moglie di un uomo di classe sociale superiore. 

Per la fanciulla è un giorno come tutti gli altri, in mezzo ai campi e agli animali: solo lei – e il visitatore – conoscono il tormento che la anima.



Il mio quadro preferito di questa sezione (e, ad essere sinceri, di tutta l’esposizione)? 

Panni al sole. Uno splendido trionfo divisionista di giallo, blu e verde (che poi è la sintesi degli altri due colori). Qui la presenza dell’uomo è testimoniata soltanto dal cesto con i panni che stanno asciugando: un paesaggio metafisico che mi ha ricordato quasi De Chirico (di cui vi avevo parlato tanto tempo fa in questo post). 

Credo che la me tredicenne sarebbe stata felicissima di riprodurre questo quadro!



Simbolismi


Dall’osservazione carica di pietas dell’intimità e del dolore umano, Pellizza Da Volpedo passa gradualmente a tele dal significato più complesso e dalla forte impronta simbolista. Per esempio, voi direste che in questo quadro si parla di pecore? Lo specchio della vita (e ciò che l’una fa, e l’altre fanno), recita il titolo.

Direi che, in questi tempi in cui dalle mode (o trend, o hype che dir si voglia) facciamo dipendere praticamente tutto, questo messaggio è più che mai attuale…



D’ispirazione classica (e ripreso anche da artisti successivi, come Mucha) è invece un trittico sulle diverse età dell’amore, che poi sono le età della vita: la giovinezza, in un trionfo di primavera…



poi la maturità, tra frutti e foglie autunnali, ed infine la vecchiaia, che ritrae un’anziana sola e in atteggiamento di lutto di fronte ad un fuoco invernale.



Anche quest’alba è fortemente simbolista. Quasi un M’illumino d’immenso ante litteram…



Paesaggi, tra Roma e il resto d’Italia


Negli ultimi anni, Pellizza Da Volpedo dipinge meno ritrattistica, a favore della paesaggistica. Per gli amanti dell’autunno, la mostra ospita uno scorcio della campagna di Volpedo nel momento in cui i colori iniziano a cambiare…



Per chi invece, nonostante questo febbraio inoltrato, non si è ancora stufato dell’inverno, questo quadro rappresenta La neve.



Roma diventa sempre più la protagonista delle tele dell’autore: come non farsi affascinare, per esempio, da Villa Borghese?



Anche i ponti sono un soggetto che Pellizza Da Volpedo ama molto ritrarre, perché dotato di una forte carica simbolica.



I quadri che ritraggono persone sono sempre più rari, ma di forte carica emotiva, come per esempio nel caso di questa famiglia di bisognosi.



Il Quarto Stato e la Collezione Permanente


Dopo le tele romane, il percorso espositivo è di fatto concluso: manca il pezzo forte, Il Quarto Stato per l’appunto, che è conservato al piano di sopra. 

Si accede per le scale, entrando nelle sale che ospitano la Collezione Permanente. Quando sono entrata, essa non era completamente aperta ai visitatori: si potevano visitare solo alcune sale, quelle che portavano all’opera. 

Quando l’ho vista mi sono improvvisamente ricordata di averla già vista con la scuola, forse non in questa sede (l’opera ha “viaggiato per Milano” più volte). Si potrebbe dire tanto di questa tela, che è diventata un simbolo di dignità e di ribellione contro le ingiustizie sociali. Penso però che, se mai vi capiterà di trovarvi al suo cospetto, la sua grandiosità vi colpirà senza troppe spiegazioni.



Oltre al Quarto Stato, ho trovato anche un ritratto di Alessandro Manzoni che penso voi tutti conosciate grazie ai libri di scuola…



e L’amore alla fonte della vita, uno dei quadri più belli e conosciuti di Giovanni Segantini.




Il nostro tour virtuale attraverso le sale della G.A.M. finisce qua!

Che dite, ne valeva la pena? Secondo me, assolutamente sì!

Siete riusciti a vedere l’esposizione? Vi è piaciuta?

Oppure avete visto altre mostre dell’artista sparse per l’Italia?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 16 febbraio 2026

IL COMICO

 Spazio Scrittura Creativa: febbraio 2026




Cari lettori,

benvenuti al primo appuntamento dell’anno con la rubrica Spazio Scrittura Creativa!


In gennaio purtroppo non ho trovato “spazio”, tra i post festivi della prima settimana e la ripresa delle rubriche regolari.


Per questo mese di febbraio ero indecisa tra un angolo poetico (quest’anno siamo partiti con un progetto letterario su Montale ed è un periodo in cui la poesia mi ispira) ed il sesto – e penultimo – appuntamento con le sette mini fanfiction sui peccati capitali ed Harry Potter.


Poi, rileggendo quest’ultimo, ho pensato che siamo nel mese di Carnevale e che il personaggio che oggi ci racconterà la sua “Avarizia”, Ron Weasley, in un certo senso incarna lo spirito di questa festa: la voglia di ridere unita ad una malinconia di fondo. Rispetto alla versione originale, ho inserito anche alcune citazioni di una canzone che secondo me descrive proprio bene Ron, ed è quella che dà il titolo al racconto: Il Comico (Sai che risate) di Cesare Cremonini, che potete trovare a questo link.


Ron è un personaggio che ho rivalutato con il tempo. Nei miei vent’anni non lo sopportavo, lo trovavo infantile ed immaturo, pensavo che Hermione “meritasse di meglio”. 

Tanto per farvi capire, diciamo che se Alchemised fosse uscito 15 anni fa e voi aveste casualmente aperto le finestre il giorno dell’annuncio, credo che mi avreste sentito urlare di gioia. Ci è voluto l’invecchiamento il tempo per comprendere che nella saga di Harry Potter accadono troppe cose tragiche e sconvolgenti tra le due fazioni opposte (il riferimento storico è pur sempre la Seconda Guerra Mondiale) perché si possa ipotizzare un risvolto romantico alla “Romeo e Giulietta” tra l’eroina buona e uno dei villains. 

È Ron quello giusto… e con il tempo si capisce.


Il racconto di oggi, tuttavia, parla di altri lati di lui. 

Spero che apprezzerete questa mia visione del personaggio!



Il comico

(Capitolo dell’Avarizia

Voce narrante: Ron Weasley)


“…Tutto ciò che gli rimaneva era il suo lavoro. Così lavorava tutto il giorno, ogni giorno, senza scopo, come un ragno che tesse la sua tela. I suoi clienti lo pagavano in monete d’oro ed argento ed egli le teneva in una pentola di ferro. Man mano che il tempo passava, Silas cominciò ad amare quelle monete. Ogni giorno lavorava per 16 ore, ma la notte tirava fuori le monete dalla pentola e le contava. Le loro forme e colori divennero familiari per lui. Amava guardarle e toccarle.” (George Eliot, Silas Marner)


Ron! Ancora a giocare con le monete?!?la voce che mi raggiunge è familiare: è mio padre.

Sì, papàrispondo io, con l’aria distratta di un bambino che è stato interrotto mentre fa qualcosa che gli piace.

Mi piacciono molto, sai?

Cosa intendi, Ronnie?

Sono belle, papà! Sono colorate! Ormai conosco a memoria le loro forme! E guarda quante costruzioni posso fare!continuo, mostrandogliele felice.


Papà mi sorride e mi passa una mano sulla testa. In un attimo, però, è come se unombra si dipingesse sul suo viso. Sembra stanco.

Ricorda, Ronniemi diceanche se ti piacciono, è meglio non esagerare con le monete.

E perché?

Perché desiderare troppo il denaro porta a scelte sbagliate, sai?


No, non lo so. Non so davvero di cosa stia parlando.

Ma una cosa l’ho capita, anche se sono (quasi) il figlio più piccolo, anche se in casa siamo in tanti e non tutti prestano sempre attenzione a me: la nostra famiglia ha sempre bisogno di monete. Quelle dello stipendio di papà vengono subito messe via, ai miei fratelli maggiori vengono dati pochi spiccioli, ed a me e mia sorella Ginny solo una moneta ogni tanto. Nei momenti in cui cè da fare qualche grossa spesa di famiglia, come quelle per la scuola, tutte le monete spariscono subito, non le vediamo per mesi. 

Un galeone rotola giù dal tavolo ed io rapido lo raccolgo.


Papà, è vero che siamo poveri? Ce siamo dei pezzenti e noi sette siamo troppi per essere mantenuti da voi?

Chi ti ha detto queste cose?risponde papà preoccupato.

Il figlio dei Rosier, quelli che abitano in quella grande villa di campagnahai presente, papà? Quello vicino al campetto dove io e Ginny andiamo sempre a giocare a Quidditch. Beh, laltro giorno ci è venuto vicino quel bambino e ci ha detto queste cose.


Papà sospira. È infuriato, lo sento. Conosce bene i Rosier, sono degli arroganti nobilotti , probabilmente il capofamiglia fa parte dei Mangiamorte. Ma io sono un bambino, e come si può spiegare tutto questo a un bambino, anche se ha capito già più di quello che dovrebbe?


Figliolo, devi credermi: non è vero niente. Devi cercare di farti coraggio ed affrontare la cattiveria di queste persone. Sono dei bulli e non sanno quello che dicono. Stai tranquillo, Ronnie!


Ma io non lo sono affatto. E se un giorno finissero i soldi? E se mamma e papà fossero costretti a mandarci via?


Non voglio. Non ho nessuna intenzione di andarmene da casa nostra.

Così scoppio a piangere, come il bambino che sono, come il piccolo bisognoso daffetto che si rifugia sulle ginocchia del suo papà.


* * *



Sono stato anche normale

in una vita precedente

m’hanno chiesto, “Che sai fare?”

So far ridere la gente” E menomale…


Ora non ho più questo genere di paure… molte altre hanno preso il loro posto.


Tutti mi conoscono come l’amico fedele del grande Harry Potter, la fidata spalla comica che rallegra il trio. Harry è un eroe, Hermione è la ragazza che ogni adulto porta ad esempio. Insieme sono una coppia d’oro, ma forse sono un po’ troppo seri. E menomale che ci sono io, con i miei voti zoppicanti ed i miei quaderni pasticciati, la mia divisa stropicciata e la mia goffaggine, a farli ridere. Meno male, dicono.


Che ci crediate o no, lo dico anche io. So che Harry e Hermione mi vogliono bene e che mi accettano anche nei momenti in cui divento umorale e pensieroso, ma neanche loro, forse, hanno davvero capito quanto ho dovuto costruire, pezzo per pezzo, il mio ruolo di comico.


Non ho mai più dimenticato gli insulti che sono stati rivolti a mio padre nel corso degli anni a causa delle sue scelte e del suo status sociale.

Se chiudo gli occhi, li sento ancora.

Povero fallito...”

Traditore del tuo sangue…”

Lei disonora il nome stesso di mago…” e via di questo passo.


Persino mio fratello Percy ha fatto una tremenda litigata con papà, qualche mese fa. Gli ha detto che non ha ambizioni, è privo di interessi a parte quelle sue stravaganti abitudini, e che per questo siamo senza un soldo. Se nè andato di casa, dicendo che, a differenza nostra, lui non aveva nessuna intenzione di mettersi contro il Ministero.


È sempre stata una persona difficile, dal carattere presuntuoso e spigoloso. Ma io non riesco a sentirmi migliore di luinon lo sono. Sono lultimo di sei figli maschi (la settima è Ginny che è ovviamente super coccolata) e sono sempre stato considerato lo scricciolo di casa, quello da seguire, da incoraggiarequello che non conta niente, dico io.


E da quando Percy se n’è andato non riuscivo a sopportare i continui pianti di mia madre. Così, visto che come comico a scuola e con gli amici non me la cavo niente male, ho iniziato a farlo anche in casa. Più ne combino, più mamma si arrabbia… e si dimentica quel figlio che non vuole saperne più niente di lei.


* * *


C’è chi non conosce Dante

Chi ha tutto da imparare

Chi è felice quando piange

Chi si veste da soldato a Carnevale

Io mi nascondo tra la gente

Sì, a Carnevale non so che fare


Avere come mio migliore amico il grande Harry Potter non mi ha certo aiutato, anzi. Certe volte vorrei essere come lui, sempre al centro dellattenzione, sempre in mezzo ai guai, anche se gli piovono sulla testa, perché tanto poi sa sempre come uscirne, lui.


È stato lui a salvare mia sorella, al secondo anno.

È stato lui ad aiutare Fred e George con i soldi del torneo Tremaghi.

Insomma, ha aiutato più lui la mia famiglia di quanto io abbia mai potuto fare.


Ed io? Come faccio anche solo minimamente a sentirmi allaltezza delle persone che amo? Mi sento sempre sciocco, inutile, un passo indietro.

Io sono divertente. Sono simpatico, sono di compagnia, piaccio. E poi?


Quando la tristezza nel mio cuore è particolarmente forte, quando ho una paura disperata che Harry e Hermione mi escluderanno, quando mi sento come un clown dopo che è passato il Carnevale, ritorno al mio vecchio passatempo. Aspetto di essere solo, tiro fuori i galeoni dalla mia sacchetta in pelle di drago e comincio a giocarci. Li conto, li rigiro, faccio delle forme e delle costruzioni.


Mi spiace, papà. Tu hai delle pretese quasi eroiche nei confronti di ognuno di noi, come ogni Grifondoro che si rispetti, del resto. Ma io non sono un eroe, non ancora, forse. Sono solo un ragazzo come tanti: i tesori materiali saranno sempre il mio punto debole, anche se so di averne già tanti, come la famiglia, l’amicizia e forse anche l’amore.

Sorrido e continuo ad agitare tra le mani le mie monete.


Tu vestita da bambina,

prigioniera vuoi scappare

da una perfida regina

così seria da star male

non so dirti una parola,

non ho niente di speciale

ma se ridi poi

vuol dire che una cosa la so fare…


FINE




Siamo quasi alla fine! Manca davvero poco alla conclusione di questa serie di fanfiction. Vi lascio i link alle “puntate precedenti”:


1) Ninfadora Tonks, “Invidia”: Link


2) Horace Lumacorno, “Accidia”: Link


3) Albus Silente, “Gola”: Link


4) Pansy Parkinson, “Superbia”: Link


5) Molly Weasley, “Ira”: Link


Ne approfitto per augurarvi un Buon Carnevale! C’è chi lo festeggerà domani – la maggioranza, credo – e chi, come me e gli altri milanesi e dintorni, nel weekend… approfittate del ponte, se lo avete, per rilassarvi e divertirvi!

Scrivetemi un vostro parere sul racconto, se vi va!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)