Venti autunnali e nostalgia
Cari lettori,
appuntamento di ottobre con “L’angolo della poesia” e con la nostra rilettura di Ossi di seppia!
Il post di oggi sembra proprio perfetto per il periodo autunnale che stiamo vivendo. Continuiamo a leggere insieme la sezione “Meriggi e ombre”, che avevamo iniziato a questo link.
I primi due componimenti parlano di venti, sia di quello che si porta via l’afa e l’aria viziata, sia di quello che porta la pace dopo la tempesta. E poi si narra della quiete delle acque in estate che viene improvvisamente rotta, della nostalgia dell’infanzia, della dea dell’Estate mutilata che cede il passo ad un’altra stagione della vita.
Spero che apprezzerete la lettura di queste poesie!
Sezione “Meriggi e ombre”
Tramontana
Questo componimento riscrive, in maniera molto più suggestiva,
la metafora del colpo d’aria (il cambiamento) che caccia via l’aria viziata (uno status quo che non sempre fa star bene, ma rassicura).
Così come la tramontana, vento gelido e impetuoso, scaccia l’afa immobile, così ansie e paure, dettate dall’immobilità, sono spazzate via da un vero mutamento, che può sembrare crudele, ma porta con sé anche un rinnovo che sotto sotto si desiderava.
Ed ora sono spariti i circoli d’ansia
che discorrevano il lago del cuore
e quel friggere vasto della materia
che discolora e muore.
Oggi una volontà di ferro spazza l’aria,
divelle gli arbusti, strapazza i palmizi
e nel mare compresso scava
grandi solchi crestati di bava.
Ogni forma si squassa nel subbuglio
degli elementi; è un urlo solo, un muglio
di scerpate esistenze: tutto schianta
l’ora che passa: viaggiano la cupola del cielo
non sai se foglie o uccelli – e non son più.
E tu che tutta ti scrolli fra i tonfi
dei venti disfrenati
e stringi a te i bracci gonfi
di fiori non ancora nati;
come senti nemici
gli spiriti che la convulsa terra
sorvolano a sciami,
mia vita sottile, e come ami
oggi le tue radici.
Maestrale
Se la tramontana annuncia l’inizio della tempesta, il maestrale porta la pace.
Dopo un grande momento di crisi, tutta la negatività si è sfogata e, almeno per poco, si allontana. È così che inizia a spirare una tranquillità ritrovata, simile ad un vento leggero, proprio come il Maestrale. E gli uccelli in lontananza simboleggiano la speranza, il desiderio di andare “più in là”, di iniziare un nuovo giorno, di buttarsi alle spalle il momento difficile.
S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:
sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
«più in là»!
Vasca
L’apparente immobilità di un placido specchio d’acqua viene rotta dal lancio di un sasso. Nel momento in cui il ciottolo scende giù, qualcosa di non identificabile compare e scompare: forse una pianta che è stata spostata dall’acqua, o un pesce che affiora e ridiscende.
Così a volte anche nel nostro animo basta un piccolo spostamento perché uno stato d’animo che sembra placido lasci trasparire il turbamento interiore, oppure, al contrario, una spinta al cambiamento.
Passò sul tremulo vetro
un riso di belladonna fiorita,
di tra le rame urgevano le nuvole,
dal fondo ne riassommava
la vista fioccosa e sbiadita.
Alcuno di noi tirò un ciottolo
che ruppe la tesa lucente:
le molli parvenze s’infransero.
Ma ecco, c’è altro che striscia
a fior della spera rifatta liscia:
di erompere non ha virtù,
vuol vivere e non sa come;
se lo guardi si stacca, torna in giù:
è nato e morto, e non ha avuto un nome.
Egloga
Ancora una volta Montale racconta un passato idilliaco all’interno di un paesaggio ligure: in particolare, questo componimento parla degli ulivi, chiarissimo simbolo di pace.
Ora invece il vagabondare dell’adulto, che pure non è solo, è “infruttuoso”: una serie di rumori, ognuno dei quali porta con sé il bene e il male del progresso, squarcia l’idillio.
Solo il fischiare di lepri che viene citato alla fine rimanda all’infanzia bucolica, ma anche alla velocità del tempo (chi va più in fretta delle lepri?).
Perdersi nel bigio ondoso
dei miei ulivi era buono
nel tempo andato – loquaci
di riottanti uccelli
e di cantanti rivi.
Come affondava il tallone
nel suolo screpolato,
tra le lamelle d’argento
dell’esili foglie. Sconnessi
nascevano in mente i pensieri
nell’aria di troppa quiete.
Ora è finito il cerulo marezzo.
Si getta il pino domestico
a romper la grigiura;
brucia una toppa di cielo
in alto, un ragnatelo
si squarcia al passo: si svincola
d’attorno un’ora fallita.
È uscito un rombo di treno,
non lunge, ingrossa. Uno sparo
si schiaccia nell’etra vetrino.
Strepita un volo come un acquazzone,
venta e vanisce bruciata
una bracciata di amara
tua scorza, istante: discosta
esplode furibonda una canea.
Tosto potrà rinascere l’idillio.
S’è ricomposta la fase che pende
dal cielo, riescono bende
leggere fuori…;
il fitto dei fagiuoli
n’è scancellato e involto.
Non serve più rapid’ale,
né giova proposito baldo;
non durano che le solenni cicale
in questi saturnali del caldo.
Va e viene un istante in un folto
una parvenza di donna.
È disparsa, non era una Baccante.
Sul tardi corneggia la luna.
Ritornavamo dai nostri
vagabondari infruttuosi.
Non si leggeva più in faccia
al mondo la traccia
della frenesia durata
il pomeriggio. Turbati
discendevamo tra i vepri.
Nei miei paesi a quell’ora
cominciano a fischiare le lepri.
Flussi
Seguiamo, insieme all’autore, un “gruppo di fanciulli” che si gode l’estate tra innocenti scherzi e dispetti che invece fanno già intravedere gli adulti che forse saranno: crudeli con le creature che ritengono più deboli di loro.
L’estate sembra infinita, ma è una “dea mutilata”, come la statua che la ritrae: presto finirà, così come giungerà al termine l’infanzia dei fanciulli.
Il loro ritorno a casa è reale; il poeta, invece, “torna” con la memoria a quando era un ragazzino come loro. Ora non gli resta che una vita che talvolta è inutile, più spesso è addirittura crudele.
I fanciulli con gli archetti
spaventano gli scriccioli nei buchi.
Cola il pigro sereno nel riale
che l’accidia sorrade,
pausa che gli astri donano ai malvivi
camminatori delle bianche strade.
Alte tremano guglie di sambuchi
e sovrastano al poggio
cui domina una statua dell’Estate
fatta camusa da lapidazioni;
e su lei cresce un roggio
di rampicanti ed un ronzio di fuchi.
Ma la dea mutilata non s’affaccia
e ogni cosa si tende alla flottiglia
di carta che discende lenta il vallo.
Brilla in aria una freccia,
si configge s’un palo, oscilla tremula.
La vita è questo scialo
di triti fatti, vano
più che crudele.
Tornano
le tribù dei fanciulli con le fionde
se è scorsa una stagione od un minuto,
e i morti aspetti scoprono immutati
se pur tutto è diruto
e più dalla sua rama non dipende
il frutto conosciuto.
- Ritornano i fanciulli… ; così un giorno
il giro che governa
la nostra vita ci addurrà il passato
lontano, franto e vivido, stampato
sopra immobili tende
da un’ignota lanterna. -
E ancora si distende
un dòmo celestino ed appannato
sul fitto bulicame del fossato:
e soltanto la statua
sa che il tempo precipita e s’infrasca
vie più nell’accesa edera.
E tutto scorre nella gran discesa
e fiotta il flusso impetuoso tal che
s’increspano i suoi specchi:
fanno naufragio i piccoli sciabecchi
nei gorghi dell’acquiccia insaponata.
Addio! - fischiano pietre tra le fronde,
la rapace fortuna è già lontana,
cala un’ora, i suoi volti riconfonde, -
e la vita è crudele più che vana.
Clivo
La parola “clivo” è un latinismo che indica un pendio.
In questo caso, Montale ci guida attraverso uno stretto sentiero che discende verso il mare. Per lui la vita umana è proprio così, una lunga discesa… e quando si arriva al mare, di fronte all’infinito, c’è “una lima che sega la nostra catena”, come in epoca classica le Parche recidevano il filo della vita.
Qualcuno andrà verso l’infinito, verso il mare: ma chi?
Non è dato sapere, forse non tutti.
E così ognuno di noi, alla fine della propria vita, vorrebbe proseguire con le sue fatiche e i suoi dolori, anche quelli che si porta dietro da decenni, piuttosto che abbracciare una soglia sconosciuta.
Purtroppo, però, è inevitabile…
Viene un suono di buccine
dal greppo che scoscende,
discende verso il mare
che tremola e si fende per accoglierlo.
Cala nella ventosa gola
con l’ombre la parola
che la terra dissolve sui frangenti;
si dismemora il mondo e può rinascere.
Con le barche dell’alba
spiega la luce le sue grandi vele
e trova stanza in cuore la speranza.
Ma ora lungi è il mattino,
sfugge il chiarore e s’aduna
sovra eminenze e frondi,
e tutto è più raccolto e più vicino
come visto a traverso di una cruna;
ora è certa la fine,
e s’anche il vento tace
senti la lima che sega
assidua la catena che ci lega.
Come una musicale frana
divalla il suono, s’allontana.
Con questo si disperdono le accolte
voci dalle volute
aride dei crepacci;
il gemito delle pendìe,
là tra le viti che i lacci
delle radici stringono.
Il clivo non ha più vie,
le mani s’afferrano ai rami
dei pini nani; poi trema
e scema il bagliore del giorno;
e un ordine discende che districa
dai confini
le cose che non chiedono
ormai che di durare, di persistere
contente dell’infinita fatica;
un crollo di pietrame che dal cielo
s’inabissa alle prode…
Nella sera distesa appena, s’ode
un ululo di corni, uno sfacelo.
Finiamo con un po’ di ottimismo, eh? Che ci vogliamo fare, purtroppo nemmeno un poeta come Montale, che lascia sempre un angolino per la speranza, può negare il fatto che a un certo punto tutti noi dovremo scendere dalla giostra…
Ok, allegria a parte, mi piacerebbe leggere qualche vostro commento. Fatemi pure sapere tutto quello che vi va! Anche solo delle impressioni o dei pensieri… sentitevi liberi.
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)