La mostra di Anselm Kiefer a Palazzo Reale
Cari lettori,
ricominciamo alla grande con i nostri “Consigli artistici”!
È un po’ che non vi propongo un post su una mostra, lo so. In primavera ero riuscita a vedere un paio di esposizioni a Palazzo Reale, tra i Macchiaioli (che trovate a questo link) e le “Metafisiche” (di cui vi avevo parlato qui), e una mostra fotografica in zona (quella su Osvaldo Cavandoli).
Purtroppo in tarda primavera gli impegni erano davvero troppi per passare anche solo qualche mezza giornata in città, e poi è arrivato il caldo. A Varazze sono sbattuta contro ad un paio di piccole esposizioni fotografiche, di cui vi ho accennato tra i preferiti di luglio e quelli di agosto, ma niente di più. Devo dire che Milano un po’ mi era mancata: anche se sono anni che ormai lavoro in provincia, e sta diventando davvero invivibile nei tre mesi estivi, tornare anche solo un giorno freschino di settembre è una gran bella cosa.
Confessioni personali a parte, la mostra di cui vi parlo oggi mi “aspettava” proprio dalla primavera: ero molto incuriosita, ma sono riuscita a vederla solo ora che è ormai in chiusura.
Si tratta di un’esposizione nella Sala delle Cariatidi, un posto bellissimo, uno dei miei preferiti a Milano: per quanto danneggiato dai bombardamenti del ‘43, conserva tutto il suo fascino.
È lì che Anselm Kiefer, artista tedesco vivente, ha voluto collocare la serie delle sue “Alchimiste”, dipinta nel 2025.
Vediamo meglio insieme di che cosa si tratta!
Un universo femminile
Le Alchimiste è una serie di oltre 40 pannelli giganti, di circa 5 metri per 3, posti in file leggermente a zig-zag all’interno della Sala delle Cariatidi. Già solo così, credetemi, il colpo d’occhio è eccezionale.
I pannelli sono in parte dipinti, in parte coperti da lamine dorate (l’oro è importantissimo per le Alchimiste, e vedremo perché), in parte ancora composti con materiale in rilievo di vario genere.
Il nome delle Alchimiste è scritto in un elegante carattere, solitamente dorato (o nero, nei casi dei pannelli color oro), nella parte superiore di ciascun pannello. Sembra quasi di vedere la firma di una scrittrice, e non è una scelta casuale: molte di queste donne sono state anche autrici di libri. Alcuni di essi hanno attirato addirittura le sgradite attenzioni dell’Inquisizione ed hanno procurato loro guai; altre volte, invece, si è trattato di testi che all’epoca sono passati sottotraccia, ma che sono stati studiati in modo approfondito nei secoli successivi.
Ad esempio c’è stata Lady Margareth Clifford, grande esperta del mondo vegetale, che dal suo pannello sembra osservarci con uno sguardo allo stesso tempo determinato ed ironico.
La maggior parte di loro non si è limitata a studiare: quasi tutte hanno cercato un modo di trasmettere il sapere acquisito. Di una di loro, Sabine Stuart De Chevalier, si dice addirittura che abbia “insegnato il non insegnabile”, cercando di coniugare l'astrazione alchemica alla razionalità del secolo dei Lumi, in cui viveva. D’ispirazione, direi, visti i tempi che corrono.
La mostra vuole porre anche l’accento sul fatto che queste donne intelligenti e spesso coraggiose (non era facile essere studiose secoli fa… anzi, qualche volta non lo è nemmeno oggi) non siano state tenute in sufficiente considerazione dalla storia.
Le Alchimiste sembrano avere un doloroso tratto in comune con le Cariatidi della sala milanese che le ospita: sono donne “mutilate”, proprio come le statue danneggiate dalle bombe, perché spesso sminuite e non ascoltate. Anselm Kiefer non solo le omaggia, ma dà loro il giusto merito.
Il pannello che ritrae Madame D’Orbelin ne è il simbolo: una pianta, creata con materiale in rilievo, esce dal suo ventre, come a dire che lei e le altre Alchimiste hanno “dato la vita”, anche se non in modo tradizionale.
Il rapporto stretto con la natura e la materia prima è omaggiato in un pannello dal titolo Lapis Niger: persino i sassi, notoriamente uno degli oggetti in natura “meno interessanti”, sono stati studiati dalle Alchimiste.
Ritorno alla natura, cura della persona e… elisir di lunga vita
Ma di che cosa si occupavano queste donne? Gli argomenti erano davvero molteplici. La maggior parte di loro studiava le piante e ne traeva beneficio. Sia che si trattasse di cosmesi, sia di una medicina naturale che talvolta faceva concorrenza a quella tradizionale.
È il caso della dama cinquecentesca Isabella Cortese, autrice di un noto trattato naturalistico e ritratta in mezzo ai suoi fiori.
Le medichesse erano molto ricercate dalle altre donne, anche e soprattutto di nascosto. Purtroppo molte peculiarità della salute femminile sono state prese in considerazione troppo tardi dalla medicina tradizionale.
Salute riproduttiva, ciclo mestruale, fragilità ossea, patologie specifiche: per i dottori dell’epoca moderna, per non parlare del Medioevo, non esisteva nemmeno l’idea. Non stupisce, dunque, che ci fosse un sistema di cura di e per le donne… che però, purtroppo, il più delle volte non potevano esercitare alla luce del sole.
Alcune Alchimiste erano delle vere e proprie scienziate e lavoravano insieme a mariti o fratelli, che purtroppo qualche volta non si comportarono onestamente e misero solo la loro firma su un lavoro a quattro mani. O forse lo fecero per salvare sorelle e mogli da accuse di stregoneria.
Chissà come andò a Sophie, la sorella di Tycho Brahe, qui ritratta con la famosissima pietra filosofale…
E sempre su questo tema, una cascata di petali di fiori essiccati ricopre il pannello di Perenelle Flamel, moglie del celeberrimo Nicolas (i fan di Harry Potter lo ricorderanno). Le ricerche scientifiche effettuate da questa coppia hanno smesso ben presto di far parte della storia e sono entrate nella leggenda: si racconta che i due abbiano creato la famosa pietra filosofale, che trasformava in oro tutto quel che toccava e garantiva la creazione di un sicuro elisir di lunga vita.
Purtroppo, ad oggi resta una storia di fantasia, dal momento che i poveri Flamel hanno terminato la loro corsa come tutti gli altri.
Forse però, considerato che cosa potrebbero fare i (pre)potenti del mondo con un oggetto così – il primo romanzo di Harry Potter ce ne dà un assaggio – va bene anche così…
Nella saletta adiacente a quella delle Cariatidi, la Sala del Lucernario, alcune delle protagoniste di questa mostra sono presenti in ulteriori ritratti, tutti però su toni scuri e immerse in uno sfavillante fondo oro.
Il biondo metallo non era solo il cuore delle ricerche delle Alchimiste: è quello che si sarebbero meritate, sia in termini di denaro che di gloria.
E invece la storia è stata crudele con loro…
Personalità importanti
Fin qui abbiamo parlato di donne in ombra, o che hanno sfidato le autorità. Ma, a sorpresa, ci sono personaggi storici importanti che si possono inserire nel novero delle Alchimiste.
Come ad esempio Isabella D’Aragona, che è passata alla storia alchemica soltanto per le sue ricette di cosmesi naturale, ma qui è ritratta come in “caduta libera” da una pietra d’oro, come se la sua passione le avesse fatto rischiare una perdita, o almeno un calo, del potere che deteneva.
Anche la Regina Cristina di Svezia era una naturalista appassionata di piante. E, a quanto pare, di filosofia. Il mio professore del liceo sosteneva che era così che fosse morto Cartesio.
La regina si svegliava alle quattro del mattino e voleva parlare di filosofia, così mandava regolarmente a chiamare il filosofo di corte al tempo, che era proprio il celebre Cartesio.
Peccato che il pover’uomo dovesse attraversare di notte un bel pezzo di parco per andare dalla sua dépendance agli appartamenti della Regina. E il nevoso inverno svedese gli è stato fatale…
Anche Caterina Sforza, figlia illegittima di Gian Galeazzo, figura tra le Alchimiste. L’artista la ritrae mentre brandisce una pianta come se fosse un’arma, e direi che la rappresentazione è particolarmente azzeccata.
La donna, infatti, oltre ad occuparsi di piante e medicina naturale, era soprattutto una grande politica e stratega. Non so se avete visto la fiction dei Medici: è proprio lei a consegnare il suo stesso marito a Lorenzo il Magnifico…
Non poteva mancare una grande figura femminile dell’epoca antica: la regina Cleopatra, qui in un tripudio di oro che attesta non solo la regalità, ma anche l’amore per il lusso.
Un simbolo per lei importante era l’uroboro, il serpente che ingoia la sua stessa coda: un ciclo infinito di vita e morte.
Forse la donna, vistasi perduta durante la battaglia di Azio, si è uccisa con un aspide proprio perché sperava che, con questa morte, sarebbe passata ad una vita migliore…
Caccia alle streghe
Non tutte le Alchimiste erano donne ricche e potenti, e soprattutto non tutte riuscirono a far passare sottotraccia le loro attività, come se fosse un amabile hobby.
L’Inquisizione cercò, e purtroppo trovò, alcune di loro, che finirono nel girone infernale della caccia alle streghe.
Martine de Bertereau, vissuta nel XVII secolo, ne è un esempio. La donna studiava metalli e viaggiava per l’Europa insieme al marito. Per motivi che purtroppo è inutile specificare, il consorte non ebbe problemi, mentre lei fu arrestata e andò incontro ad un’infelice fine.
Con il marito fu invece condannata Marie De Bachimont. La coppia studiava insieme filtri ed essenze, estraendoli dalle piante.
Ma la corte francese fu travolta da uno scandalo, una serie di avvelenamenti. Nessuno pensò davvero che i colpevoli fossero loro due (sicuramente si trattava di qualcuno con mire politiche che si era “servito” di nascosto nel loro laboratorio), ma erano due capri espiatori perfetti. Evitarono la pena di morte, ma furono condannati all’ergastolo.
A una morte orribile fu invece costretta Anne Marie Ziegler: fu legata ad una sedia di ferro e bruciata viva. La donna si era spinta troppo in là, pensando di mescolare “sangue di leone e oro” e di creare la vita umana in sei settimane.
Quello che era partito come un esperimento poco scientifico e molto azzardato si era trasformato in un delirio mistico: la donna, in qualche occasione pubblica, si era addirittura paragonata alla Vergine Maria. L’Inquisizione non la prese bene…
Infine, c’è chi ebbe salve vita e libertà perché si era sempre comportata in modo modesto, ma vide le sue opere interamente distrutte. È il caso di Camilla Erculiani, che Anselm Kiefer ritrae finalmente libera di danzare in un cielo dorato.
Con questo scatto di me in mezzo alle Alchimiste (e con il primo golfino dopo una lunga estate) vi saluto e vi ricordo che la mostra resta a Palazzo Reale soltanto fino al 27, e poi chiude! So che un paio di weekend a disposizione non sono molti, però vi assicuro che vale la pena di farci stare questa esperienza...
Vi anticipo anche che ho approfittato dei primi freschini di settembre per visitare anche un paio di piccole esposizioni gratuite di artisti contemporanei (in chiusura, ahimé, ma vorrei comunque parlarvene) e per tornare al Museo del 900, che ho visto solo una volta, esattamente dieci anni fa. Aspettatevi un paio di post artistici anche in ottobre…
Nel frattempo fatemi sapere se avete visto Le Alchimiste e che cosa ne pensate… o semplicemente se vi ho incuriosito! Aspetto i vostri commenti…
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)