lunedì 11 maggio 2026

GIALLI O COMMEDIE?

 Due romanzi di Rosa Teruzzi e di Alice Guerra




Cari lettori,

lo scorso lunedì ci siamo dedicati alle nostre “Letture...per autori”! Oggi, invece, torniamo alle “Letture… a tema” e lo facciamo con due storie a metà strada tra il giallo e la commedia.


Una delle due credo sia già ben nota a chi legge abitualmente questo blog: Rosa Teruzzi ci riporta nella Milano dei Navigli, quella meno festaiola e più intima, per una nuova indagine delle “Miss Marple del Giambellino”.


La seconda, invece, è una lettura che ho scoperto quasi per caso, grazie ad un prestito, ed è il primo romanzo “giallo ironico” dell’influencer veneta Alice Guerra, che penso alcuni di voi già conoscano.


Oggi ve le racconto meglio!



La giostra delle spie, di Rosa Teruzzi


Ci eravamo lasciati con Libera Cairati, la protagonista della serie, in guai seri. L’ex libraia, diventata fiorista esperta di bouquet per spose, non ha mai abbandonato la sua passione per i gialli, al punto da condurre indagini non autorizzate insieme all’eccentrica madre Iole, insegnante di yoga per professione e hippie per passione, e con grande sconcerto della figlia Vittoria, l’unica della famiglia a fare per davvero la poliziotta.


Negli ultimi romanzi la vita privata di Libera ha subito dei grossi scossoni.


Innanzitutto, dopo una lunga vedovanza – il marito, poliziotto come Vittoria, è morto in servizio giovanissimo -, ella si è decisa ad iniziare una storia d’amore con il commissario Gabriele Ricci, migliore amico di suo marito, un uomo che amava segretamente da anni. Di conseguenza ella si è vista costretta a rifiutare il corteggiamento di Furio, un cuoco che ha sempre considerato un amico e che con lei non si è mai arreso.


Infine – e questa è stata la disavventura più grande – c’è stato un periodo in cui Libera si è convinta di essere la figlia di Diego Capistrano, un ladro gentiluomo incontrato nel corso di una delle tante “indagini non autorizzate” che hanno compiuto lei e Iole. Sua madre, infatti, non ha mai davvero saputo l’identità del padre di sua figlia: Libera è nata in un contesto hippie.


La brutta notizia è che il test del DNA ha smentito la paternità. La buona è che Iole ha ritrovato un vecchio amico, Libera una sorta di zio ed entrambe un aiutante per le loro indagini.


L’ultima inchiesta in cui si sono buttate, però, non era una vicenda privata o uno dei loro soliti “cold case”. Coadiuvate da Cagnaccio, il direttore di un quotidiano di nera locale, e da Irene “la Smilza”, una giornalista alle dipendenze della medesima testata, esse hanno cercato di scoperchiare un brutto affare di criminalità. Nonostante Gabriele l’avesse più volte dissuasa dall’avere a che fare con questioni simili, Libera non si è fermata finché non è uscita ferita dallo scontro finale con i criminali.


E questo è il problema: proprio in ospedale, qualcuno ha fatto recapitare alla nostra protagonista dei fiori avvelenati con la scritta “Crepa!”, che stavano per essere la causa di un nuovo malessere per lei.


Una volta tanto, invece di indagare, Libera è la vittima: qualcuno ce l’ha con lei al punto da volere la sua morte. La fioraia non può fare a meno di pensare che la mittente dei fiori avvelenati sia Nadia, una giovane poliziotta che Gabriele ha lasciato per lei e che è incinta di suo figlio. La sfiora persino il pensiero che possa essere Furio, deluso per essere stato respinto. Ma nessuna delle due ipotesi sembra stare in piedi: Gabriele ha lasciato Nadia da onesto galantuomo e le ha promesso che si farà carico del figlio; quanto a Furio, è una persona troppo buona e innamorata della vita per serbare tanto rancore.


Quel che è certo è che tutti gli equilibri della sua vita all’improvviso traballano. Innanzitutto ella è costretta a mettere da parte la propria proverbiale indipendenza ed a rassegnarsi a non essere mai sola. 

L’irrequieta madre Iole per la prima volta dopo tanto tempo mostra autentica preoccupazione, la scontrosa e schiva figlia Vittoria trova qualsiasi scusa per passare più tempo all’ex casello ferroviario di via Pesto che le tre donne hanno da tempo trasformato nella loro casa. 

Con la “scusa” dell’attentato alla vita di Libera, Gabriele e Furio si affrontano da veri rivali. 

E non c’è modo di curiosare in giro o di godersi l’amata Milano come Libera è abituata a fare: il pericolo è serio. Inoltre Mimma Arrigoni, una PM tutta d’un pezzo, fatica a credere che la nostra protagonista corra un grande rischio, e sta un po’ troppo vicina a Gabriele…



La serie delle tre donne del casello di Via Pesto mi fa compagnia da ormai qualche anno, e ogni nuovo libro è come una coccola. Sono storie comfort, in cui l’intreccio giallo si mescola ad elementi romance, a una vita quieta al femminile (che oggi potremmo definire “cottagecore”) e ad una Milano insolita, lontana sia dal mondo degli affari che da quello della movida e molto vicina alla vita che si faceva decenni fa alla periferia della città.


Ne La giostra delle spie la piovosa estate del 2014, che ha fatto da sfondo alle prime avventure delle nostre Miss Marple milanesi, ha ceduto il passo ad un pieno autunno, anzi, siamo nel ponte di Ognissanti, e forse per questo non ci stupisce che la persona che agisce contro Libera si chiami l’Ombra.


Gli spettri tormentano la nostra protagonista: sia quelli reali di chi la minaccia, sia quelli che agitano la sua mente, tra il desiderio di ritrovare un padre mai conosciuto, una storia d’amore iniziata in mezzo agli ostacoli, la paura sempre presente che la figlia faccia la stessa fine del marito e la sensazione di non potersi fidare nemmeno degli amici.


Come avrete intuito, questo è un capitolo più serio di altri della storia di Libera. Per fortuna che ci sono personaggi, come la mitica Iole e l’irriverente Cagnaccio, che tengono sempre le redini della “quota comedy”.


È un romanzo di svolta, che fa comprendere alla protagonista che occuparsi degli altri (ed aiutarli a far luce sulla verità) è bello e importante, ma prima di tutto è fondamentale la nostra sicurezza.


Mentre vi scrivo, è già fuori il nuovo romanzo della serie, Trappola nella nebbia: io provo a ordinarlo tra le novità in biblioteca… vi farò sapere quando arriverà nelle mie mani!



Dieci cose che ho imparato da Jessica Fletcher, di Alice Guerra


Alice è una trentenne che vive a Mestre e, dopo una laurea e tanti lavori precari, ha trovato la sua strada nel settore della comunicazione diventando una content creator, e, con video ironici, sponsorizzazioni e lavori per le aziende, il lavoro non manca.


Anche la vita privata ha subito un percorso accidentato: dopo qualche relazione un po’ troppo disfunzionale per i suoi gusti, Alice ha scelto di rimanere sola, e, tra gli amici, l’affetto di sua madre e di sua zia Rosanna, la routine che si è creata a casa sua (che è anche il suo ufficio), ella ha trovato un suo equilibrio.


Ci sono solo due problemi. Il primo è che Alice mal sopporta l’estate, le ferie sono troppo lontane ed il caldo è opprimente. Il secondo è che, di tanto in tanto, qualcuno turba la sua quiete.


In questo caso è la cara zia Rosanna a confidare ad Alice una preoccupazione sua e delle altre anziane signore di Mestre: Luigino, un novantenne molto conosciuto in zona, che vive da solo in una casa-cascina isolata con tanto di galline, è scomparso senza dare notizie di sé.


Manco a dirlo, le signore del paese sospettano che Luigino sia stato ucciso. La sua bicicletta è stata trovata in un campo, abbandonata, sotto il solleone, con uno strano pacchetto nel cestino (anche se Alice, affrontando il caldo insopportabile, lo recupera e comprende che si tratta di mangime).


Nel giro di pochi giorni, moltissime voci iniziano ad animare l’altrimenti sonnolenta estate veneta. 

La più fantasiosa è che Luigino, lungi dall’essere il vecchietto placido che sembra, fosse in qualche modo un corriere della droga (come Clint Eastwood in un film di qualche anno fa, per intenderci, ma con la bicicletta al posto del camioncino). 

La più maliziosa sostiene invece che Luigino negli ultimi tempi fosse diventato un fanatico di diete, vita sana e spiritualità per piacere a qualche donna più giovane, e che abbia lasciato il paese in dolce compagnia.


Alice comprende che la situazione sta sfuggendo di mano a zia Rosanna ed alle sue amiche, che di giorno in giorno si fanno sempre più creative, e decide di chiedere un aiuto alle autorità.


Il commissario di Mestre, però, è arrivato da non molto dalla Sicilia ed ha altre due preoccupazioni al momento. 

La prima è un grosso traffico di droga (accertato, non sospetto) che sta togliendo il sonno a lui ed ai suoi collaboratori. 

La seconda è fare pace con la madre: la donna, rimasta in Sicilia, in un primo momento ha accettato il trasferimento del figlio per fare carriera; in un secondo momento, però, vedendo che il tanto sospirato ritorno al Sud non era immediato come sperava, si è stufata persino di mandargli i famosissimi “pacchi da giù”.


L’uomo, che ha l’occhio sinistro sui rapporti del traffico di droga e l’occhio destro sul sito del corriere per scoprire se sua madre ha cambiato idea, liquida in fretta Alice, aggiungendo ai luoghi comuni sulla gente di paese “sfaccendata” quelli sulle influencer “inaffidabili”. Per fortuna della ragazza, però, il vice del commissario è un suo follower… e forse c’è una strada per scoprire la verità da sola.



Dieci cose che ho imparato da Jessica Fletcher è, come recita il sottotitolo, un giallo “più o meno”.


L’autrice, che è davvero influencer e penso sia nota a molti di voi per i GRWM in dialetto veneto e per i suoi video ironici, immagina se stessa (insieme alla madre e a zia Rosanna, due sue familiari anche nella vita privata) protagonista di un intreccio giallo, in cui il vero colpevole sembra essere la tendenza alla chiacchiera della gente, che, sulla vita reale come su internet, prende un piccolo fatto che sembra non avere spiegazione e lo trasforma in un mistero di proporzioni gigantesche.


Siamo quasi a metà maggio e secondo me questa è una perfetta storia “da ombrellone” (anche se mi sembra di aver capito che Alice vi consiglierebbe il fresco della montagna): una lettura leggera e molto divertente, ricca di pagine che vi faranno ridere di cuore.


Alice, proprio come sul suo profilo, si racconta con sincerità e molta autoironia, parlando anche delle batoste che ha subito in passato, delle delusioni d’amore e del suo problema con l’ansia.


È una storia, poi, che può piacere anche a chi non è propriamente appassionato di gialli o di romance, proprio perché c’è un po’ di tutto. Una piacevole commedia sulla vita di provincia, la cui parte finale sicuramente vi stupirà.


So che è uscito anche un seguito, ma non l’ho ancora letto. In caso vi farò sapere!




Ci stiamo avvicinando al nostro “Summer countdown” e credo che queste due storie vi potranno fare buona compagnia in estate, la prima per il formato tascabile e le atmosfere comfort, la seconda per le tante pagine divertenti.

Conoscete le autrici? Avete letto qualcosa? Che ne pensate?

Fatemi sapere le vostre opinioni!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 7 maggio 2026

METAFISICA E METAFISICHE

 Un tour ufficiale della mostra a Palazzo Reale




Cari lettori,

come promesso, per i nostri “Consigli artistici”, dopo avervi parlato della mostra a Palazzo Reale dedicata ai Macchiaioli (che trovate a questo link), vi parlo di un’altra grande esposizione che è proprio accanto: Metafisica e metafisiche.


Per motivi logistici, anche se come al solito i post del blog sono un po’ distanziati, ho assistito a entrambe le mostre nella stessa giornata, e devo confessarvi che… mi sono piaciute entrambe, però hanno suscitato emozioni diverse tra di loro.


I Macchiaioli sono una mostra classica, che suscita emozioni più immediate. Il mare ispira libertà, la campagna fa pensare ad una dimensione di “vita lenta” ormai perduta, gli ideali del Risorgimento nascono e muoiono davanti ai nostri occhi, i ritratti hanno grande espressività.


Questa mostra invece tocca corde più intime dentro ciascuno di noi, lascia la sensazione di un’umanità in qualche modo connessa dall’amore per l’arte.


Non c’è un vero e proprio gruppo che ha creato un movimento di persone che lavoravano fianco a fianco, bensì qualche padre fondatore che però ha ispirato tanti artisti di differenti provenienze e generazioni.


Forse, per farvi capire meglio che cosa intendo, è meglio che vi racconti direttamente la mostra!



I capolavori di Giorgio De Chirico


L’ispiratore di questa mostra è Giorgio De Chirico, già protagonista anni fa di una mostra monografica a Palazzo Reale (che vi ho raccontato a questo link).

La prima grande sala dell’esposizione è dedicata interamente a lui, e ad alcune sue opere davvero rivoluzionarie, come quella che ha per protagonisti dei biscotti da colazione.



Mi hanno colpito molto anche queste “figure umane/manichini” molto classiche nella produzione dell’artista, rivestite interamente di templi, colonne ed altre strutture architettoniche dell’antichità. Non a caso stiamo parlando de I due archeologi.



Le muse inquietanti riprendono il concetto della figura umana/manichino, che si ritrova al centro di uno di quei paesaggi urbani desolati per i quali Giorgio De Chirico è diventato celebre. A proposito di quello che vi accennavo prima, dell’ispirazione artistica che si tramanda tra generazioni e addirittura attraversa i secoli, in quest’opera e in quella precedente c’è un perfetto connubio di classico e contemporaneo.



Anche la serie dei Bagni misteriosi, che ci porta in un paesaggio onirico a metà strada tra la città e il mare, sarà, come vedremo, d’ispirazione per molti artisti.



I grandi nomi del Novecento


Le sale immediatamente successive a quella introduttiva presentano le opere di altri maestri della Metafisica. Ci sono, per esempio, le Nature morte con mare di Filippo De Pisis, che rimandano alla dimensione marittima tramite alcuni oggetti essenziali: la finestra aperta su una spiaggia bigia, alcune conchiglie e una cartolina che fa pensare a giornate migliori, forse perdute.



Non potevano mancare i vasi e le bottiglie di Giorgio Morandi, anche lui già protagonista di una mostra monografica a Palazzo Reale circa due anni e mezzo fa (trovate la mia recensione a questo link).



Omaggi ai Bagni misteriosi e ai paesaggi di De Chirico, dicevamo. Ma anche a Botticelli, con questa Nascita di Venere davvero fuori dall’ordinario. Una figura mostruosa che emerge dall’acqua, senza che nessun vento benevolo soffi per lei e nessuna conchiglia la porti in riva al sicuro. Ad attendere le divinità, nel XX secolo, sembra esserci solo l’indifferenza.



L’epoca moderna viene omaggiata anche in quest’opera ispirata alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. La città, contesa tra ben tre religioni fin dalla notte dei tempi, si staglia bianca e azzurra in mezzo ad un inquietante turbine di neri e grigi. Un luogo bellissimo e pieno di storia rovinato dalle guerre e dalla sete di potere degli uomini. Un’opera che, è inutile dirlo, di questi tempi è attualissima.



Tutt’altro tono ha quest’opera di Léonor Fini, pittrice protagonista di un’esposizione dell’anno scorso che, ahimé, mi sono persa. Queste Decorazioni di Natale rimandano ad un momento di festa ed all’intimità della casa, eppure trasmettono anche un senso di abbandono, proprio come tante opere di De Chirico e Morandi.



Tra i tanti nomi illustri c’è anche Salvador Dalì, che pone un rudere al centro di una scena di solitudine, resa ancora più inquietante da una sorta di mezzo busto femminile e ingentilita soltanto da qualche fiore rosa e da una stella azzurra.



Metafisiche” all’interno di altri movimenti artistici


Una grande sala della mostra, divisa in quattro angoli, mostra l’influenza del concetto di Metafisica su altri movimenti artistici più contemporanei. Questo dipinto di Andy Warhol, protagonista indiscusso della Pop art, riprende una delle famose piazze dipinte da De Chirico.



Anche gli artisti postmoderni, concettuali e simbolisti hanno in qualche modo omaggiato i grandi nomi del periodo metafisico. Da classicista mi piace particolarmente quest’opera composta da tante targhette. Alcune di esse ritraggono le silhouette di vasi greci. Altre, invece, riportano delle iscrizioni in latino. Mi colpisce particolarmente quell’Aëre perennius? Con tanto di punto interrogativo. È una chiara citazione ad un’ode del poeta latino Orazio, il quale afferma, con la sua poesia, di aver creato un monumento “più longevo del bronzo”. L’arte può davvero travalicare i secoli e durare di più delle opere materiali? L’artista lascia un punto di domanda come provocazione…




Di chi è questo paesaggio solitario, dominato da un cane quasi più grande delle case? Sono rimasta molto stupita nello scoprire che è un’opera di Dino Buzzati, lo scrittore. Già, è stato anche un artista figurativo… davvero non si finisce mai di imparare.



In quest’opera, le scatole e le bottiglie di Morandi sono diventate una scultura tridimensionale.



E che dire di questo studio di prospettiva, dove fa la sua comparsa non solo un paesaggio dechirichiano, ma anche mezzo busto di Italo Calvino? Per una studentessa di Lettere e affini, alcune parti di questa mostra sono sinceramente commoventi.



Metafisiche” e arti


La seconda parte dell’esposizione illustra, per 5/6 sale, i contatti tra il concetto artistico di Metafisica e arti diverse da quelle finora esplorate (la pittura e la scultura). Anche per questo motivo vi ripeto che questa mostra non è solo emozionante, ma anche istruttiva, in tanti modi differenti. Io personalmente non sapevo che la “Metafisica” avesse riscosso, e riscuota ancora, così tanto successo in campi differenti. Queste fotografie, per esempio, testimoniano un contatto con l’architettura.



La fotografia stessa è un’altra arte che viene coinvolta. Questa foto artistica, per esempio, inserisce all’interno di una composizione contemporanea alcuni elementi chiaramente ispirati alle opere di Giorgio Morandi.



Anche le scenografie di alcune opere teatrali piuttosto recenti si sono chiaramente ispirate ai celebri paesaggi di De Chirico.



E che dire del design? Purtroppo devo ammettere di essere mediamente poco interessata a quest’arte. Penso che un po’ di voi sappiano che ho una cara amica architetto, ma da quando la sua vita è in Inghilterra, io da sola ho perso la buona abitudine di accompagnarla a Milano per la Design Week. Però questa cabina ispirata ai Bagni misteriosi mi piace moltissimo!



Poi la moda, con questi servizi che non hanno davvero bisogno di spiegazioni…



...e il fumetto: anche Dylan Dog si perde tra gli orologi surrealisti di Dalì e i portici metafisici di De Chirico!




Potete visitare la mostra fino al 14 giugno!

Per me, proprio come vi avevo detto a proposito dei Macchiaioli, ne vale davvero la pena. Avete visitato questa mostra, o altre di questi pittori novecenteschi?

Fatemi sapere se vi ho incuriosito!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 4 maggio 2026

ANNI '30 E ANNI '60... A BELLANO

 Due romanzi di Andrea Vitali




Cari lettori,

iniziamo maggio con un nuovo post per le nostre “Letture… per autori”, e lo scrittore odierno non è scelto a caso: Andrea Vitali.


Vi ho parlato tante volte dei suoi romanzi e, siccome ultimamente ho letto due sue uscite recenti, ho aspettato proprio questo periodo perché ho sentito che a breve inizierà su Rai 1 la fiction Una finestra vistalago, ispirata proprio al ciclo dei casi del Maresciallo Maccadò, il suo personaggio più longevo.


Tra i due romanzi di cui vi parlo oggi, uno fa parte proprio del ciclo del Maresciallo e, come tutti gli altri della serie, è ambientato negli anni ‘30. Un altro invece è, come si direbbe oggi, uno stand alone che racconta sempre la cittadina lacustre di Bellano, luogo natale dell’autore e sfondo di tutti i suoi romanzi, ma in un periodo successivo.


Vediamoli meglio insieme!



Un bello scherzo


Bellano, 5 marzo 1935. Accanto al molo di Bellano, dove approdano imbarcazioni di vario genere, c’è il notissimo Caffé dell’Imbarcadero: uno degli esercizi commerciali più conosciuti e frequentati del paese.


Eppure, quando le condizioni climatiche non sono ottimali, oppure quando il freddo e la sera calano presto sul paesino, capita persino a Gnazio Termoli, gestore del Caffè, di avere una giornata – ma soprattutto una serata – molto fiacca.


Quella sera ne è un esempio perfetto, al punto che il Termoli, dopo aver consumato a sua volta qualche bicchierino (perché va bene la noia, ma ci si dovrà pur scaldare in qualche modo) sta meditando persino una chiusura anticipata.


Quando però la luce cede il passo al buio, si verifica un attracco imprevisto: una motonave della Milizia, contenente ben tre uomini nerovestiti, dai modi spicci e dall’aspetto di qualcuno che è meglio non far arrabbiare.


Si sa che è meglio non mettersi a chiacchierare con certi soggetti, specie quando sono in azione, e così il Termoli attende impietrito che i tre uomini ritornino con il poveretto ricercato di turno. Quando però i tre diventano quattro, nessuno dei pochi bellanesi ancora in giro può credere ai suoi occhi.


Si tratta del maestro in pensione e giornalista Fiorentino Crispini, fervente iscritto al partito fascista, sempre pronto a scrivere e comporre di tutto, dai discorsi ai componimenti, per qualsivoglia occasione organizzata dal Comune o dal partito stesso. Un uomo sicuramente troppo solo, forse un po’ noioso da digerire per chi non ama le camicie nere, ma indubbiamente inoffensivo… e soprattutto sempre dalla parte di chi comanda. 

Cosa può essere successo?


Nel dubbio, Gnazio Termoli corre subito alla caserma dei Carabinieri poco distante, dove il Maresciallo Maccadò e i suoi (il brigadiere Mannu, l’appuntato Misfatti, il carabiniere Beola) si stanno preparando a fare il cambio tra turno di giorno e turno di notte. 

Il Maccadò la pensa come il gestore del bar: il Maestro Fiorentino Crispini è l’esatto opposto di un ribelle antifascista. Bisognerebbe fare luce sulla questione con un’indagine apposita.



L’autore ci riporta indietro a qualche mese prima, ad un inverno particolarmente noioso per il nostro maestro Crispini. Sul lago fa troppo freddo, la stagione degli eventi è rimandata alla prossima primavera e, a parte gli articoli giornalistici di routine, c’è ben poco che possa allietare le lunghe e buie serate dell’uomo, senza famiglia e visitato soltanto da una pragmatica donna delle pulizie.


Una pubblicità trovata quasi per caso, però, gli dà l’idea: un concorso di poesie dal tema nazionalistico. Peccato che tra i giurati che valuteranno gli elaborati ci sia anche il direttore del suo giornale. Come evitare l’imbarazzante possibilità che si parli di un conflitto di interessi?


Al maestro vengono due idee. La prima è quella di usare uno pseudonimo e di farsi aiutare nelle operazioni postali dal procaccia Fracacci. La seconda è quella di non utilizzare la sua scrittura, troppo riconoscibile, ma di chiedere un piacere ad un’impiegata del Comune dotata di una bellissima calligrafia.


Il maestro Crispini, però, non sospetta che, approfittando dell’ignavia del buon Procacci (che pensa più a mangiare e bere che al suo lavoro) e facendo leva sulle conoscenze che ruotano intorno all’impiegata, qualcuno che è stufo dei suoi continui discorsi in cui loda il Partito ne approfitterà per fargli… Un bello scherzo.



Ogni volta che prendo in prestito un romanzo del Maresciallo Maccadò – la biblioteca ne è fornitissima – so già che ci sarà un bel po’ da ridere, anche se talvolta amaramente.


Anche in questo caso le gag, gli equivoci ripetuti e i momenti buffi non mancano, ma il messaggio di sottofondo è tutt’altro che leggero. 

Il Maestro Crispini è, in un certo senso, una vittima trasversale del totalitarismo: ha aderito con entusiasmo ai suoi “ideali” soltanto perché è solo e, finiti anche i suoi anni di insegnamento, non sa più come rendersi utile. Il partito, per quanto composto da prepotenti seguiti per paura da una massa, gli dà l’idea di poter essere parte di un gruppo, ed è per questo motivo che, pur essendo un uomo intelligente e colto, egli chiude gli occhi sulle malefatte delle camicie nere e considera solo il lato che gli interessa: quello che gli permette di ritrovarsi al centro di eventi culturali e di vita comunitaria. 

Purtroppo questo è un perfetto esempio di come le dittature di ogni tipo abbiano raccolto i consensi anche di persone inaspettate, perché parlavano alla loro “pancia”. E il Maresciallo Maccadò, pur disprezzando le camicie nere e soprattutto i loro capi, è uno dei pochissimi a comprendere questa questione, ed è per questo che cerca di salvare il Maestro Crispini.


Certo è però che nemmeno stavolta la sezione del partito bellanese viene risparmiata da una sonora presa in giro: dopo aver liberato un toro senza corna di nome Benito, aver fatto una figuraccia alla manifestazione dell’Epifania, aver continuamente cambiato il segretario dopo una serie di scandali, aver perso la dentiera di un federale, aver assunto un latitante come avvocato per difendere uno dei loro, più varie ed eventuali, stavolta arrestano… il loro più fervente sostenitore.


E sono sicura che presto leggeremo di altre disavventure!



La gita in barchetta


La storia ha inizio a Bellano nel ‘63. Per Annibale Carretta, ciabattino, sono ormai gli ultimi anni di una vita abbastanza lunga ma non proprio di chiara fama.


Nonostante in gioventù egli abbia provato a costruirsi una credibilità sia ereditando l’esercizio paterno che creandosi una famiglia con moglie e figlio, per tutti è rimasto noto come “lo strusciatore di donne”, più interessato all’altro sesso che al lavoro.


La moglie è morta troppo presto di malattia dopo aver tentato per anni di lavorare per due, il figlio è lontano da tempo e rifiuta qualsivoglia eredità, Annibale è rimasto solo e malato, senza che nessuno si occupi di lui.


Egli ha un solo bene: i due locali di proprietà nei quali prima suo padre e poi lui hanno fatto casa e bottega. E proprio sui quei locali ha messo gli occhi la presidentessa dell’Associazione San Vincenzo: serve una nuova sede.


La donna recluta tra le file delle sue dame di carità, tutte troppo anziane o già molto impegnate con altre attività, una giovane donna, Rita Cereda, detta “La Scionca” perché oltre a non essere molto attraente è anche azzoppata.


Il patto tra le due donne è chiaro: Rita farà da badante ad Annibale, lo assisterà fino agli ultimi giorni della sua vita, percepirà un consistente (almeno per i suoi standard) assegno, e convincerà il moribondo a farsi intestare la casa. Casa che poi cederà all’Associazione San Vincenzo.


Ma Rita, che non ha avuto problemi ad accettare un incarico che nessuno voleva, ha un estremo bisogno non solo di lavorare, ma anche di una casa. È la figlia di mezzo delle tre sorelle Cereda, figlie di un’abile sarta rimasta presto vedova.


L’unica gioia della madre è la terzogenita, Vincenza, una ragazza che sta per prendere il diploma alle Scuole Magistrali ed è l’unica ad aver ereditato da lei una singolare bellezza. Rita, bruttina, zoppa e troppo provata dalla vita per sognare ancora, è relegata da tempo al ruolo di aiutante di casa, mentre con la primogenita, Lirina, mal maritata ad un operaio sempre ubriaco, i rapporti sono molto tesi.


Più che queste dinamiche non certo felici ma ormai consolidate, però, il vero problema è che la famiglia ha appena ricevuto un inatteso sfratto, ed ha bisogno al più presto di una sistemazione, non solo per alloggiare, ma anche per il nuovo laboratorio di sartoria.


Così, quando Annibale intesta a Rita la casa e poi esala l’ultimo respiro, la ragazza, molto più fedele alla sua acciaccata famiglia che alle dame di carità che l’hanno accolta per convenienza, si tiene i due locali di proprietà.


E da lì per la famiglia Cereda inizia una nuova vita, con una sartoria più bella e dei clienti inaspettati. Tra di essi c’è una donna che tutti conoscono per essere poverissima e per fare dei risparmi fino all’osso: non certo la persona che ci si aspetterebbe sulla porta di un negozio che confeziona vestiti.


Eppure, quel che in pochissimi sanno è che la donna ha messo via ogni centesimo, insieme al marito, per il loro unico orgoglio: il figlio, che, portatissimo per gli studi, è stato convinto dai professori a iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Ma pagare l’Università quando si è di così umili origini non è certo scontato.


Il gran giorno della Laurea si avvicina, e il completo da uomo preso con gli ultimi risparmi ha bisogno di un’aggiustatina. Ma tra il laureando e Vincenza nasce una timida amicizia, che entrambe le madri vedono di buon occhio…



Con La gita in barchetta non lasciamo Bellano, ma ci spostiamo più in là di un trentennio. Nuovi personaggi prendono il posto di quelli che abitano gli anni ‘30, e la storia raccontata non è più uno degli “pseudo-gialli” sui quali indaga il Maresciallo Maccadò, bensì una sorta di commedia di costume.


La famiglia Cereda è trattata da tutti come un gruppo di donne sconfitte che possono essere rigirate a proprio piacimento, ma proprio per questo motivo esse hanno imparato a difendersi quando serve ed a provvedere a se stesse. Anche i genitori del ragazzo “quasi avvocato” vengono giudicati soltanto per le apparenze, mentre hanno lavorato duramente per avere qualcosa che pochissimi altri bellanesi hanno: un professionista laureato in casa.


E poi i litigi tra assessora e presidente delle associazioni, il vecchio dongiovanni che come da copione muore solo, la figlia di belle speranze che viene tenuta un po’ troppo sotto la campana di vetro… una serie di storie e situazioni che ci fanno pensare che, anche se sono passati sessant’anni, il mondo non è poi tanto cambiato, o almeno l’Italia.


La lettura è nuovamente scorrevole e il tono brillante, però, rispetto ai casi del Maresciallo Maccadò, si insinua una malinconia maggiore. Ben venga, però, questo cambio di atmosfera: credo che l’autore voglia essere conosciuto per le sue opere in generale e non solo per quelle del Maresciallo, e forse è per quello che i suoi ultimi stand alone sono così diversi tra loro sia come epoca storica che come genere.

Solo Bellano resta una costante!




Che ne dite? Vi ho convinto a leggere qualcosa di Andrea Vitali?

Fatemi sapere che ne pensate!

Magari qualcuno di voi ha già letto qualcosa di questo prolifico autore… aspetto i vostri commenti!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)