giovedì 2 aprile 2026

I MACCHIAIOLI

 Un tour guidato della mostra a Palazzo Reale




Cari lettori,

iniziamo aprile con i nostri “Consigli artistici”!


Nel corso del mese di marzo ho visto due mostre, entrambe a Palazzo Reale, diversissime tra di loro. Oggi vediamo insieme la più classica, quella dedicata ai Macchiaioli, mentre alla fine di questo mese o all’inizio del prossimo vi parlerò di “Metafisica e metafisiche”.


I Macchiaioli, movimento nato e cresciuto a Firenze nella seconda metà dell’Ottocento, hanno purtroppo avuto una vita artistica breve, ma sono rimasti nel cuore di un vastissimo pubblico e hanno avuto grande influenza sull’arte degli ultimi decenni del 1800.


La mostra ospita tele meravigliose e sono felicissima di parlarvene!



Prima dei Macchiaioli


Una parte dell’arte del XIX secolo racconta gli avvenimenti politici di quel periodo: i moti, la lotta per “fare l’Italia”, il desiderio di cacciare l’oppressore austriaco. Prima dell’avvento dei Macchiaioli, però, molte tele hanno ancora un gusto neoclassico: la Vittoria personificata e le Virtù al suo servizio.



Ci sono anche molti artisti che, non sentendosi compresi dallo spirito del tempo, tornano ancora più indietro del Neoclassicismo, ripartendo addirittura dal Medioevo: ecco che torna in voga la figura del menestrello.



Questa tela sembra ispirarsi al Decameron di Boccaccio: un gruppo di giovani che si è rifugiato in campagna (forse anche loro per sfuggire alla peste?) e che si racconta delle storie, accompagnate dalla musica, per trascorrere insieme una piacevole giornata… ed attendere tempi migliori. Nel 1300 si fuggiva a una pandemia (oggi come ieri…), nel 1800 si cerca la pace dal clima di guerriglia che hanno provocato le insurrezioni. In entrambi i casi, si ricerca una vita quieta, se non nella realtà, almeno nell’arte.



Il Risorgimento


Questo scatto ritrae il gruppo dei Macchiaioli al gran completo e in quello che era il loro rifugio: un locale in via Larga, a Firenze. È un ritratto collettivo che assomiglia molto a quelli dei gruppi carbonari o mazziniani, ed è proprio a questi ultimi che essi si ispirano, almeno per i primi tempi.



Una serie di primissime opere di Giovanni Fattori riprende proprio gruppi di soldati o accampamenti. La guerra viene presentata come un’esperienza collettiva, qualcosa che si vive insieme, per raggiungere uno scopo eroico. C’è un grande idealismo nelle prime opere dei Macchiaioli. Purtroppo, dopo il fallimento di tanti moti, l’amarezza e la delusione si faranno strada nel gruppo, che opterà per altri soggetti.



Questo celebre ritratto di Garibaldi in camicia rossa non ha davvero bisogno di presentazioni: è il momento dell’impresa dei Mille, quello in cui realmente si “fa l’Italia”.



Persino le prime bandiere italiane sono protagoniste di alcune tele, come questa che mi piace molto.



Vita di campagna


Come dicevamo, dopo i primi anni di entusiasmo, i moti risorgimentali cedono il passo ad altri soggetti. Anche i Macchiaioli cercano qualche angolo di pace, come questa bellissima tela che ritrae un chiostro… e che sembra una foto!



La campagna è sicuramente uno dei soggetti protagonisti del movimento dei Macchiaioli. La tela Pascoli a Castiglioncello di Telemaco Signorini è stata molto criticata alla sua prima esposizione: c’è stato un critico che lo ha definito “una frittata ripiena di vacche in gelatina”. Eppure il giallo vibrante di questa composizione riempie il cuore. Senza colori vivaci sulle tele, non si parlerebbe di “Macchiaioli”…



La zona di Piagentina diventa il rifugio privilegiato di tanti esponenti del movimento artistico, che ritraggono tele dalle tonalità delicate e piene di pace.



Come gli Impressionisti, anche i Macchiaioli spesso dipingono dal vivo, e chi ritrarre, se non i contadini intenti nelle loro quotidiane occupazioni? La tela che ha per protagonista questa ragazza è sicuramente uno dei più belli della mostra…



così come questo Dopopranzo, che io in realtà avevo già visto a Genova visitando un’altra mostra (ve ne parlo meglio a questo link), ma che ho rivisto volentieri. Sembra quasi di sentire la calura di un pomeriggio estivo…



La ritrattistica


Non solo la politica e la natura, ma anche le persone, dunque, sono protagoniste. Questa tela è forse la mia preferita della mostra: c’è qualcosa che mi colpisce. Sarà che mi rivedo in questa giovane donna che legge?



Come spesso accade, i primi ad essere ritratti sono i figli. Per tanti sono le prime muse ispiratrici…



Tanti sono anche i ritratti di famiglia. In questo quadro, per esempio, una madre abitua la piccolissima figlia a maneggiare fili e gomitoli. Le arti della maglia e del cucito, a quel tempo considerate ancora prettamente femminili, si tramandavano di generazione in generazione.



...e per una famiglia, nessuna chiamata al fronte è una buona notizia, nemmeno se la causa è quella dell’Unità d’Italia. Anche i Macchiaioli, passati i furori eroici, sembrano averlo capito.



Il mare


Voi ormai mi conoscete e sapete che, se una mostra (come per esempio la Wildlife Photographer of the year, di cui vi parlo a questo link) contiene molte tele o scatti che ritraggono il mare, io devo scrivere un paragrafo apposito sul blog. E sono stata felice di scoprire che Castiglioncello (dove sono stata la bellezza di vent’anni fa, help) è un luogo molto amato dai Macchiaioli!



Proprio come le contadine, anche le lavandaie vengono ritratte. Il mare sullo sfondo e il sole al tramonto creano un’atmosfera fortemente nostalgica.



Di fronte al mare si pesca, ci si riposa, si passeggia, ci si incontra. E anche se il cielo è pieno di nuvole, l’ombrellino da sole ed i cappelli fanno immaginare che l’estate sia comunque al suo culmine.



E sempre in riva al mare, ovviamente, si dipinge. Potrebbe anche capitare di darsi appuntamento con un amico e collega pittore per ritrarre le onde, ma di ritrovarsi poi a comporre un quadro… che abbia per protagonista proprio l’amico in questione.

Come nel caso di questa tela!



La fine del sogno


Il movimento dei Macchiaioli, ormai disillusi perché anche dopo l’Unità d’Italia tanti problemi della nazione non si sono risolti (siamo sorpresi? Loro forse sì, noi molto meno), pian piano si esaurisce naturalmente. Da Firenze, gli ultimi guizzi del movimento artistico si spostano a Milano. Questo dipinto, per esempio, è stato d’ispirazione a Luchino Visconti per il celeberrimo film Il Gattopardo.



La morte di Mazzini, dipinta in modo così crudo e realistico, simboleggia la morte degli ideali del gruppo. Il tempo dei pensatori del Risorgimento sembra essere finito: come spesso capita nella storia, i prepotenti hanno guastato il sogno politico.



Così come i soldati di Giovanni Fattori, da gruppo entusiasta e organizzato, sono rimasti soli. Credo che in molti conosciate questa vedetta solitaria. Probabilmente un simbolo di ogni componente dello storico gruppo di via Larga, costretto dalle circostanze ad intraprendere la propria strada. Dopo aver lasciato, però, un segno indelebile.




Avete tempo fino al 14 giugno per visitare la mostra!

Spero di avervi incuriosito… perché, credetemi, è un’esposizione bellissima e ne vale davvero la pena.

Fatemi sapere che cosa ne pensate, se qualcuno di voi c’è stato e se qualcun altro ci andrà in primavera!

Nel frattempo auguro una serena Pasqua e Pasquetta a voi ed ai vostri cari! Godetevi queste giornate, riposatevi e divertitevi, ce lo meritiamo…

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 30 marzo 2026

I PREFERITI DI MARZO 2026

 Tutto quello che mi è piaciuto in questo mese




Cari lettori,

ultimissimi giorni di marzo e… vacanze di Pasqua alle porte!


Com’è stato questo mese di marzo? Positivo ma pieno. A scuola abbiamo affrontato quello che ormai è l’ultimo mese davvero “regolare”, prima di un aprile “ridotto” da Pasqua, ponti e progetti e del rush finale di maggio e inizio giugno; a danza le coreografie si sono moltiplicate e abbiamo iniziato a creare/ritirare fuori dagli armadi i costumi; anche nei due giorni su cinque in cui finisco abbastanza presto con il lavoro non sono mancati gli impegni, c’era sempre qualcosa da fare. 

Però una piccola contrattura alla spalla destra ed alcune giornate di grande stanchezza mi hanno ricordato che è meglio non strafare, così, se posso, praticamente mi impongo di fermarmi.


Oggi parliamo un po’ insieme di queste settimane, dai libri ai film, dalla musica alla poesia alle foto del periodo!



Il libro del mese


Siamo in un istituto penitenziario del Nord Italia, nel braccio 6, quello di massima sicurezza. Un avvocato d’ufficio, convocato perché altri hanno rinunciato, incontra il suo cliente, Giacomo Musso. Un ex “cervello in fuga” che lavorava in un polo museale di Parigi, poi ex maestro, ora detenuto considerato tra i più pericolosi.


Egli è entrato in carcere tenendo in mano la fotografia della moglie, Shirin, tragicamente morta e così sfigurata da risultare irriconoscibile.


L’avvocato, ben consapevole che nel braccio di massima sicurezza il personale ed altri detenuti hanno paura di Giacomo Musso, pensa che una buona strategia di difesa sia fargli scrivere un memoriale, una sorta di diario che ricostruisca tutta la storia, dal suo primo incontro con Shirin alla tragica morte di lei.


Per questo, egli concede ed ottiene che in carcere siano portate le fotografie della ragazza da giovane e quelle della coppia, nei momenti in cui pensavano che sarebbero stati felici.


Giacomo, scatto dopo scatto, guardando quei ricordi che ora sono soltanto pezzi di una tragedia forse annunciata, ricostruisce la sua storia.


Tutto ha inizio quando entrambi i ragazzi sono giovani, laureati da non molto, felici.


Giacomo, che ha studiato molto ma ha accantonato il sogno di insegnare perché la scuola che vorrebbe esiste forse soltanto nei suoi desideri, ha scelto di lavorare per un polo fieristico-museale che crea esposizioni di carattere scientifico, con tanto di attività interattive per bambini e ragazzi. 

Egli si occupa soprattutto di queste ultime e riscuote molto successo, ma ha bisogno di un aiuto ulteriore perché è rimasto tragicamente orfano dopo un incidente ed in Italia non c’è nessuno che lo possa aiutare. Così, per un po’ di sere, lavora in un pub con cucina.


È proprio lì che una sera egli conosce Shirin, che è lì con il suo fidanzato e la compagnia di amici di lui. Ci mette poco a comprendere che la ragazza non è del tutto a suo agio, e, tra un drink e una chiacchiera, egli la incontra anche fuori dal bar e diventa una sorta di suo confidente. 

Shirin è figlia di iraniani atei che hanno sempre detestato il regime della loro nazione e si sono trasferiti in Europa per fare carriera, adottando uno stile di vita del tutto occidentale. 

È una donna intelligente, indipendente, che lavora in un’azienda svolgendo un difficile compito tutto numeri e statistiche. Tutto il contrario del fidanzato, un figlio di papà che tenta senza troppa convinzione di fare l’attore e per il resto vivacchia. La convivenza tra Shirin ed il suo ragazzo si fa giorno dopo giorno insopportabile, soprattutto perché lui non è in grado di gestire una casa e, con i suoi capricci, le rende difficili persino le giornate di smart working.


Un giorno, quello in cui Giacomo ha sempre segretamente sperato accade: Shirin butta fuori di casa il suo fidanzato con tutti i suoi averi, e gli confessa di essersi innamorata di lui.


Per un po’ di anni i due sono felici in Francia: le carriere sono soddisfacenti, il matrimonio si celebra con gioia e spontaneità.


Finché Giacomo non riceve una proposta davvero inaspettata. Il suo paesino d’origine, tra i monti e le valli del Nord Italia, dove ormai torna solo una volta all’anno per controllare che non ci siano problemi nella casa dei genitori, forse ha bisogno di lui. 

Si sta pensando al progetto di una piccola scuola paritaria, che eviti ai bambini di paese di scendere con auto e corriere per frequentare le scuole statali e dover fare una vita da piccoli pendolari. Una multiclasse con un solo maestro: lui. La scuola dei suoi desideri che improvvisamente prende forma.


Giacomo pensa che non potrà sfruttare questa occasione, perché il lavoro della moglie è in Francia, ed invece, a sorpresa, c’è una sede dell’azienda proprio a Milano, che avrebbe bisogno di lei solo pochi giorni al mese e per il resto la lascerebbe in smart working.


La coppia fa i bagagli e si appresta a vivere una nuova fase della sua vita: dopo la grande città cosmopolita, il sogno di un idillio montano.


Ma è proprio lì, nel paesino un tempo tanto amato, che ha inizio l’Inferno.



Quando ho iniziato Semina il vento, avevo già letto due romanzi di Alessandro Perissinotto, un legal thriller che appartiene ad una serie con protagonista l’avvocato Meroni e una storia familiare sullo sfondo degli anni ‘20. Vi ho parlato di entrambi in questo post dell’anno scorso.


Questo autore scrive benissimo, in un modo che ti trascina. Ti senti trasportare dalla storia al punto che senti con intensità le emozioni provate dai personaggi, quasi fossero le tue. 

La Guerra dei Traversa non è finita “per un pelo” in un post dei Preferiti del mese proprio perché ho preferito raccogliere due romanzi di Perissinotto in un unico post, però Semina il vento non può non finirci.


Suppongo che qualcuno di voi abbia già immaginato che storia potrebbe raccontare questo romanzo e si sia fatto una certa idea. Ecco, lasciatevi stupire. E anche sconvolgere. Perché quello di cui si parla è qualcosa che vi farà venire una gran rabbia, soprattutto di questi tempi.


È un mondo che porta a morire le sue Shirin. Non posso dire né come né perché, ma vi assicuro che alla fine della storia avrete il mal di stomaco come è successo a me.

Se semini vento, raccogli tempesta. Questo è il motto che ha ispirato il titolo del libro e che secondo me è molto calzante.


Non mi sembra il caso di aggiungere di più, perché, appunto, bisogna leggere per comprendere. È un libro di un po’ di anni fa e probabilmente lo troverete in biblioteca, ma non perdete questa perla.



Il film del mese


Protagonista del docu-film Ungaretti – Vita di un uomo è il noto attore Massimo Popolizio, che impersona sostanzialmente un suo alter ego: un regista teatrale che vive un momento di crisi creativa.


Egli deve dare il via al suo nuovo spettacolo e, non sapendo da che parte cominciare, inizia a fare dei provini, sperando che le pièces scelte dagli aspiranti gli daranno qualche idea. Purtroppo, per giorni questa sua tattica si rivela un fiasco: egli si sente più annoiato che mai e si chiede se le nuove generazioni abbiano perso la passione per la recitazione.


Finché un giorno una misteriosa ragazza dai capelli rossi, arrivata quando ormai tutti se ne stanno andando, gli propone una poesia di Giuseppe Ungaretti. Il regista/Popolizio, stupefatto, dice alla ragazza: “Non sapevo che Ungaretti facesse anche teatro”. Lei replica, sibillina: “Infatti.”


Da quel giorno un dubbio si insinua nella mente del nostro protagonista: è possibile portare in scena la vita, o le opere, oppure - per l’appunto - le lettere di un personaggio letterario che non si è mai occupato di teatro, eppure è stato così importante per il Novecento italiano? Quali sue opere sarebbe più bello trasformare in un copione?


E così, senza preavviso, la scintilla dell’ispirazione è arrivata. Ma la musa, la ragazza dai capelli rossi, è sparita.


Questa è la cornice di un film che, di fatto, è prevalentemente un documentario sulla vita di Ungaretti. Alle scene interpretate da Massimo Popolizio e dagli altri attori si alternano filmini d’epoca, interviste a studiosi di letteratura ed a personaggi famosi che hanno conosciuto Ungaretti in vita, raccolte di fotografie, riprese dei luoghi del cuore di Ungaretti.


Un vero e proprio omaggio ad uno dei padri della letteratura del Novecento, un uomo che non fu purtroppo insignito del premio Nobel come tanti suoi amici e colleghi del tempo ma riuscì comunque ad essere amato.


Ricordo che quando ero ancora al liceo la mia professoressa ci disse che Ungaretti, a differenza di altri che lei pure amava (e noi con lei), lasciava comunque una scintilla di speranza, o almeno di quiete, nel mezzo di un secolo che era iniziato con Belle Époque e voglia di rinnovamento e poi era continuato con delusioni cocenti e momenti di grande disperazione. Ed è così: Ungaretti è stato il poeta “attaccato alla vita” anche nei momenti peggiori della guerra, il cantore del ritorno a casa insieme a Odisseo, l’uomo che si è fatto “illuminare” dall’ombra del fratello e del figlio perduti troppo presto.


Il docu-film dovrebbe essere ancora su Rai Play. Vi consiglio di cuore di recuperarlo!



La musica del mese


In queste settimane ho rispolverato una canzone di qualche anno fa che continuo a cantare e ricantare: Dove sei di Neffa e Ghemon. Non c'è un perché in particolare: il testo, semplicemente, tocca tante corde... e dice anche delle gran verità, a mio parere. Soprattutto che la vita è questa, ma non è che ti ci abitui alle cicatrici e ai lividi. Potete ascoltarla a questo link.


Non riesco a non pensare a te, 

anche quando non vorrei, 

una via d'uscita anche se c'è 

sembra sia improbabile, 

ai miei amici che continuano a dirmi che non fai per me

 rispondo che non voglio più star male perché non sei tu.

 Ma la notte tardi vieni qui e mi prendi le mani, 

il tuo sguardo si fa serio e poi mi parli 

e dici: "Questa volta volta io ritorno 

per restare per sempre", 

ma finisce che era un sogno

 e al mio risveglio io ti cerco

 e non so... dove sei?



La poesia del mese


Sapete che, a proposito di poesia, quest’anno è dedicato a Eugenio Montale e in particolare a Ossi di seppia. Nei “Preferiti del mese” vi porterò – come già fatto – anche alla scoperta di altri poeti, ma questo mese ho trovato un suo componimento, Nel fumo, tratto dalla raccolta Satura, composta dopo la morte della moglie di Montale.

Prima di tuffarci nella primavera, diamo un ultimo sguardo di commiato all’inverno.


Quante volte t’ho atteso alla stazione

nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo

tossicchiando, comprando giornali innominabili,

fumando Giuba poi soppresse dal ministro

dei tabacchi, il balordo!


Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una

sottrazione. Scrutavo le carriole

dei facchini se mai ci fosse dentro

il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.

Poi apparivi, ultima. È un ricordo

tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.



Le foto del mese


Cosa sono i preferiti di marzo senza le prime fioriture? La mimosa è protagonista della “copertina” di questo post, qui vi propongo i classici crocus che, insieme ai giacinti e alle violette, decorano il giardino del Comune e della biblioteca!



Il tempo è stato marzolino, ovviamente: primi sprazzi di primavera, per non dire di estate, e ritorni prepotenti dell’inverno. Per questo motivo ho approfittato dei pomeriggi piovosi per vedere due mostre a Palazzo Reale: i Macchiaioli…



e “Metafisica e metafisiche”! Penso proprio che riuscirò a parlarvi di entrambe nel corso di aprile!



A metà mese ho passato un bel venerdì sera “zia&nipote”, tra cena e cinema. Abbiamo mangiato in un’enoteca con cucina, specializzata in tapas. Ne abbiamo condivise quattro, ma prima abbiamo spazzolato questo vassoio con cinque tipi di bruschette! Dai, non potevo non condividerlo…



Se però mi conoscete bene, sapete che io a marzo aspetto soprattutto le zeppole! Questa è in versione “chantilly al pistacchio e lampone...”



Marzo nel mio paese significa "Festa di San Giuseppe": come da tradizione, il tempo era incerto. Però, tra una passeggiata per bancarelle e uno sguardo nostalgico alle giostre che tanto mi divertivano quando ero bambina, ho dato un'occhiata anche alla mostra di bonsai in Filanda... ed ho ammirato dei piccoli capolavori della botanica!




Questo è stato il mio (ricchissimo) marzo!

Per aprile vorrei rallentare un pochino, almeno per questa prima settimana di vacanza, anche se ormai penso sappiate bene che solitamente ho delle primavere molto piene e poi rallento in estate. Vedremo come andrà…

Grazie per la lettura, ci rileggiamo in aprile :-)


giovedì 26 marzo 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" 3

 Osservazione e meditazione




Cari lettori,

appuntamento di marzo con il progetto letterario su Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Per chi se le fosse perso, lascio i link ai post di gennaio e di febbraio. Dopo aver analizzato insieme le tematiche dell’incipit, il coinvolgimento del collega ed amico Camillo Sbarbaro ed i componimenti dedicati a chi non c’è più, oggi parliamo soprattutto di tempo e di meditazioni che nascono dall’osservazione, in particolare dei paesaggi vicini. 

In alcune di queste poesie, secondo me, c'è anche un importante influsso leopardiano. Due di queste cinque poesie sono sicuramente molto conosciute.


Spero che vi piaceranno!



Sezione “Altri versi”


Vento e bandiere


In questo componimento il vento è un simbolo del tempo. Passa rapido e in continuazione: in un giorno felice, immalinconito solo dall’aroma “amaro” del mare, scompiglia la chioma di una donna, forse amata; e tempo dopo, quando quella persona è ormai lontana, torna tra pietre e montagne, in un paesaggio ben diverso dal mare. Ogni volta che il vento passa, non ritrova mai la medesima situazione. Perché la natura, le piante, le montagne, il mare, ci saranno anche quando non ci saremo più. Ed è incredibile pensare a quanto l’uomo si creda onnipotente e invece, come affermava anche Leopardi, sia immerso in una natura indifferente.

E l’uomo pensieroso guarda sconcertato il paese che fa festa.


La folata che alzò l’amaro aroma

del mare alle spirali delle valli,

e t’investì, ti scompigliò la chioma,

groviglio breve contro il cielo pallido;


la raffica che t’incollò la veste

e ti modulò rapida a sua immagine,

com’è tornata, te lontana, a queste

pietre che sporge il monte alla voragine;


e come spenta la furia bianca

ritrova ora il giardino il sommesso alito

che ti cullò, riversa sull’amaca,

tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.


Ahimé, non mai due volte configura

il tempo in egual modo i grani! E scampo

n’è: ché, se accada, insieme alla natura

la nostra fiaba brucerà in un lampo.


Sgorgo che non s’addoppia - ed or fa vivo

un gruppo di abitati che distesi

allo sguardo sul fianco d’un declivo

si parano di gale e di palvesi.


Il mondo esiste… Uno stupore arresta

il cuore che ai vaganti incubi cede,

messaggeri del vespero: e non crede

che gli uomini affamati hanno una festa.



Fuscello teso dal muro


Ancora una volta uno dei simboli di divisione per eccellenza della poesia di Montale: un muro. Da una parte c’è il mondo del poeta, che attribuisce al fuscello il senso di noia che prova in prima persona. Il ramo sul muro richiama una meridiana e simboleggia, ancora una volta, il tempo. Al di là del muro c’è un paesaggio quasi favolistico, con il mare, una nave che sembra quasi piratesca, un viaggio che non lascia traccia. Al poeta non resta che sognare, come il passero solitario sulla torre leopardiana, bloccato dal suo muro (la consapevolezza di non appartenere a quel mondo “dell’infinito”) e dal fuscello (il tempo che scorre).


Fuscello teso dal muro

sì come l’indice d’una

meridiana che scande la carriera

del sole e la mia, breve;

in una additi i crepuscoli

e alleghi sul tonaco

che imbeve la luce d’accesi

riflessi – e t’attedia la ruota

che in ombra sul piano dispieghi,

t’è noja infinita la volta

che stacca da te una smarrita

sembianza come di fumo

e grava con l’infittita

sua cupola mai dissolta.


Ma tu non adombri stamane

più il tuo sostegno ed un velo

che nella notte hai strappato

a un’orda invisibile pende

dalla tua cima e risplende

ai primi raggi. Laggiù,

dove la piana si scopre

del mare, un trealberi carico

di ciurma e di preda reclina

il bordo a uno spiro, e via scivola.

Chi è in alto e s’affaccia s’avvede

che brilla la tolda e il timone

nell’acqua non scava una traccia.



Ossi di seppia


Non chiederci la parola


Questa poesia, in origine non tra le più conosciute, è stata molto condivisa negli ultimi anni e secondo me rappresenta bene l’incertezza dei nostri tempi.

A volte ci si sente talmente persi che non si sa esattamente che cosa si voglia.

Ben consapevoli, però, che la vita è una e che l’ombra (la fine del nostro tempo) si avvicina, a volte si sa semplicemente quel che non si vuole. O non si vuole più.


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.


Ah l’uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l’ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!


Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.



Meriggiare pallido e assorto


Questo componimento mi parla dell’altra Liguria, quella lontana dalla Riviera che tanti conoscono. Interni colorati, panni stesi ad asciugare, muretti scalcinati, il silenzio della canicola. Quella parte meno turistica dei paesini, dove si torna solo se si ha una casa in affitto, per riposarsi la sera, o magari sistemarsi un attimo ed uscire di nuovo. Il poeta prova una “triste meraviglia” nel constatare che questo scenario non proprio esaltante sia un simbolo della mediocrità, spesso della durezza della vita. Io però, personalmente, sono affezionata anche a questo lato della Liguria.


Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.


Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.


Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.


E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.



Non rifugiarti nell’ombra


Questa poesia, nonostante sia pervasa dalla stessa atmosfera malinconica di altri componimenti della raccolta, contiene un briciolo di ottimismo.

Per quanto, come già detto, le difficoltà della vita siano infinite, la soluzione non è né isolarsi “nell’ombra”, né vivere di fantasia nel folto della “verzura” (foresta).

La luce, che poi è quella della realtà, è pur sempre qualcosa che illumina, che consente di vedere chiaramente. Per questo motivo bisogna abbandonare il pulviscolo delle nostre illusioni, il barbaglio delle nostre ansie e preoccupazioni che ci sfibra. Il falò delle nostre illusioni può essere doloroso, ma è necessario.


Non rifugiarti nell’ombra

di quel fólto di verzura

come il falchetto che strapiomba

fulmineo nella caldura.


È ora di lasciare il canneto

stento che pare s’addorma

e di guardare le forme

della vita che si sgretola.


Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra,

in un barbaglio che invischia

gli occhi e un poco ci sfibra.


Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde

che impigra in quest’ora di disagio

non buttiamo già in un gorgo senza fondo

le nostre vite randage.


Come quella chiostra di rupi

che sembra sfilaccicarsi

in ragnatele di nubi;

tali i nostri animi arsi


in cui l’illusione brucia

un fuoco pieno di cenere

si perdono nel sereno

di una certezza: la luce.



Proseguiamo il mese prossimo!

Credo che stavolta ci siano poesie che tanti di voi hanno conosciuto o studiato a scuola. Fatemi sapere se vi hanno colpito e quale avete preferito.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)