domenica 17 ottobre 2021

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - OTTOBRE 2021



 

Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento del 17 del mese con “L’angolo vintage”!

Per questo mese ho preparato un post in giallo, ed in particolare ho deciso di parlarvi di due romanzi di Maurizio De Giovanni (che, come sapete, è uno dei miei scrittori preferiti) che ho letto in primavera inoltrata e che, tra una cosa e l’altra, non ero ancora riuscita a recensire. Si tratta di due uscite piuttosto recenti, che quindi hanno ben poco di “vintage”, ma una delle tante utilità di questa rubrica è il fatto che essa possa costituire uno spazio per le recensioni arretrate, quindi oggi ne approfitto!

Vediamo meglio insieme Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone (l’ultima uscita prima di Angeli, che sarà disponibile da dopodomani) e Troppo freddo per Settembre, il secondo romanzo che ha per protagonista l’assistente sociale Mina!



Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone


Il romanzo ha inizio in una mattina di primavera napoletana, con il sole che finalmente fa capolino un po’ prima ed inizia a scaldare davvero. Poche persone sono in giro a quell’ora del mattino tra la notte e l’alba, ma non un anziano cittadino che ha una routine molto mattiniera e l’urgenza di procurarsi dei fiori per il cimitero. Egli è diretto al chiosco di Savio Niola, lo storico fioraio del quartiere di Pizzofalcone, che già alle prime luci dell’alba, solitamente, allestisce il suo negozio, più simile ad una casetta che ad una boutique. Quando l’uomo arriva a destinazione, però, nota subito qualcosa di strano: i vasi di fiori sono all’esterno del chiosco, ma Savio non è né al lavoro né sulla sua solita sedia. Purtroppo l’uomo si trova steso sulla pancia, in mezzo ai fiori ed agli attrezzi, con la testa piena di sangue e senza più vita.


Sul posto arrivano subito i Bastardi, ma lo sconcerto è notevole, soprattutto dopo aver sentito il parere di Pisanelli, che è ancora convalescente dopo l’operazione ma che continua ad essere la memoria storica del quartiere: Savio Niola era un punto di riferimento della zona ed un uomo di cui tutti parlavano bene.


Avendo avuto un figlio, ma non dei nipoti, egli si era occupato più volte di ragazzi difficili del quartiere, tra chi non voleva studiare, chi lo desiderava ma non aveva la possibilità economica e chi non riusciva a trovare lavoro e rischiava di prendere strade pericolose. L’unica pista possibile, almeno ad una prima impressione, sembra quella di un brutto litigio con un ragazzo più violento ed irritabile di altri, ma è un’idea piuttosto debole, considerato sia il carattere della vittima che la gratitudine che i suoi “nipoti” provavano per lui.


Nel frattempo, le vite dei Bastardi sono cambiate completamente rispetto al momento in cui essi si sono conosciuti: nel loro caso, l’unione ha fatto la forza più che mai, perché, anche se nessuno di loro è ancora dove vorrebbe essere, tutti si sono riscossi dalle situazioni di dolore e di inerzia che li avevano portati ad essere considerati “bastardi” dai loro colleghi e ad essere confinati a Pizzofalcone.


L’ispettore Lojacono, la figlia Marinella ed il magistrato Laura Piras sono riusciti ad iniziare una sorta di convivenza a tre, nonostante la paura di restare feriti; il dirigente Luigi Palma e Ottavia non riescono a rinunciare al loro amore clandestino; Romano è tornato con la moglie Giorgia nel tentativo di avere in affido la bimba che era stata protagonista dell’episodio Cuccioli, ma si è ormai innamorato della dottoressa Susy; Pisanelli e Aragona continuano a vivere insieme come padre e figlio, sorvegliati dalla materna infermiera Nadia.


Le prove più difficili però sono riservate ad Alex, che dovrà capire nel modo più duro quanto Rosaria sia importante per lei, e ad Elsa, che cerca di tenersi alla larga dal padre della figlia Viki per non far tornare il passato… ma non sa che la figlia ha già capito tutto.



Se la terza serie della fiction I Bastardi di Pizzofalcone presenta qualche pecca per me (un po’ troppo dramma forzato rispetto alle stagioni precedenti ed anche rispetto ai libri), i romanzi continuano a tenermi incollata per ore, dalla prima all’ultima pagina. Da quando la serie del commissario Ricciardi, di cui vi ho parlato in questo ed in questo post, è terminata (per ora? Per sempre? Chi può dirlo?), direi che i libri dei Bastardi restano quelli con lo stile più lirico, quello che ha fatto innamorare tanti lettori (me compresa), perché, a mio parere, i romanzi di Sara (dei quali ho scritto qui) hanno uno stile più asciutto e incisivo, vicino al noir, mentre quelli di Mina presentano una scrittura talvolta simile alla commedia e/o al romance. Credo che sia più che giusto il rinnovamento di un autore dal punto di vista stilistico, anzi, è un chiaro indizio del desiderio di sperimentarsi su nuovi generi, ma da lettrice resto sempre affezionata alle riflessioni poetiche con cui Maurizio De Giovanni ci ha conquistati più volte.


Tra tutti loro, i miei preferiti restano forse Pisanelli ed Aragona: vedovo con un figlio lontano ed indifferente il primo, figlio unico di un padre anaffettivo e truffatore il secondo, sono riusciti a creare una sorta di anomala famigliola, che strappa più di una risata. Mi sta piacendo molto anche la storyline di Elsa e Viki, ma a proposito della paternità della bambina non voglio fare spoiler (sia per i libri che per la serie)… vi dico solo che il carattere della piccola è un indizio determinante!


Come in La condanna del sangue, il romanzo di Ricciardi dedicato alla primavera, anche qui la bella stagione è sinonimo di sole e fioriture, ma anche di sangue caldo che degenera nella violenza e nella follia.



Troppo freddo per Settembre


Gelsomina Settembre, detta Mina, assistente sociale dei Quartieri Spagnoli, si è sempre occupata di famiglie povere, ragazzi difficili e situazioni economiche disperate, ma qualche mese fa, per la prima volta, si è trovata coinvolta in un giallo vero e proprio, nel corso del quale il suo intervento è andato di pari passo con le indagini coordinate dal Magistrato Claudio De Carolis, il suo ex marito.


Per Mina, anche in questo freddo gennaio, non c’è proprio pace: dopo il divorzio, ella è dovuta tornare a vivere dalla madre, una donna dal carattere impossibile, ipercritica e di una cattiveria che esaspera la protagonista e diverte da morire il lettore; il consultorio è visitato ogni giorno da persone in situazioni gravissime, tra violenza, malavita e paura; il ginecologo che lavora nell’ufficio accanto al suo, Domenico “chiamami Mimmo” Gambardella, continua a farle una discreta corte, alla quale ella risponde in modo gelido.


Una mattina fredda come le altre accade un terribile incidente domestico: un anziano professore in pensione muore nella soffitta del suo palazzo, avvelenato dal monossido di carbonio. Il dottor De Carolis e la sua squadra non possono evitare di aprire un’indagine, e, per quanto siano decisi ad archiviare l’accaduto come incidente domestico, non possono evitare di notare delle stranezze, come la grondaia otturata in modo ben poco naturale.


Nel frattempo, Mina, seguita da un fin troppo gentile e disponibile Mimmo, cerca di comprendere meglio quale fosse la situazione sociale della vittima, e quello che scopre la lascia davvero malinconica. Il professore era stato di fatto estromesso da casa sua e costretto a vivere nella soffitta in cima al palazzo, dove ormai si era preparato una sorta di rifugio. Era disprezzato dalla nuora crudele ed egoista ed evitato sia dal figlio debole ed indifferente che dai suoi due nipoti maschi, due ragazzi ignoranti e materialisti. Le uniche persone che gli davano conforto erano un vecchio amico, costretto dalle sfortune della vita a vivere in situazioni di indigenza, e la sua nipotina, una bambina molto sveglia ed affezionata al nonno.


Anziani, senzatetto e bambini stretti in un patto di solidarietà per continuare a leggere, a studiare, a coltivare rapporti umani, a sognare un mondo migliore, lontano da chi pensa solo ai propri gretti interessi e non fa altro che litigare ed approfittarsi del prossimo: ecco la nuova storia su cui deve fare luce Mina, aiutata dai due uomini che, un po’ suo malgrado, restano i più importanti della sua vita.



Troppo freddo per Settembre , così come gli altri racconti e romanzi che hanno per protagonista Mina, non è proprio un giallo canonico: la parte mystery c’è, ma c’è anche una consistente critica sociale, partendo da alcune peculiarità di Napoli per poi arrivare ad altre questioni più generali; ci sono molte scene da commedia, tra poliziotti che hanno paura delle altezze e pazienti ansiose di farsi visitare da Mimmo, il ginecologo che sembra Kevin Costner; non mancano momenti romance, tra serietà ed ironia; immancabile, infine, la tematica della solidarietà al femminile, con Mina che non può fare a meno di coinvolgere nei suoi casi le sue amiche di sempre.


Anche nel caso di Mina Settembre, trovo che la fiction sia stata ben pensata e sia stata piacevole da guardare, soprattutto nei primi episodi, ma che poi ci sia stata un po’ troppa fantasia e che la parte “drammi sentimentali” abbia preso il sopravvento rispetto agli intrecci gialli ed alle tematiche sociali. Comunque Serena Rossi è davvero perfetta per questa parte ed aspetto con curiosità la seconda serie!




Ecco il mio angolo vintage per recensioni arretrate di ottobre!

Mi piacerebbe sapere, in questi tre-quattro anni, quanti di voi ho convinto ad iniziare un romanzo di De Giovanni… so di essere un po’ innamorata dei suoi libri, ahah :-)

Vi invito a non perdere gli altri appuntamenti del mese con “L’angolo vintage”! Come sempre, trovate i nomi dei blog partecipanti nel banner in alto.

Grazie per la lettura e buona domenica, al prossimo post :-)


giovedì 14 ottobre 2021

LE FURIE, MEDUSA E LE ARPIE

 Le donne raccontate da Dante #2




Cari lettori,

bentornati all’appuntamento di ottobre con la rubrica “Donne straordinarie” e, in particolare, con il nostro percorso dedicato alle figure femminili raccontate da Dante!


In settembre abbiamo iniziato a fare qualche riflessione insieme sull’Inferno e sul V canto, prima ripercorrendo la drammatica storia di Paolo e Francesca (raccontata in prima persona dalla gentildonna riminese), poi conoscendo meglio le altre donne che Dante ha scelto di destinare al cerchio dei lussuriosi.


Oggi proseguiamo con l’Inferno, dal momento che il mio progetto sarebbe dedicare tre post ad ogni cantica… almeno proviamoci, ahah! :-)

Ci addentriamo un po’ più tra i cerchi infernali, arrivando a toccare anche un canto che mi è molto caro, e parliamo di figure femminili molto particolari: non spiriti che un tempo furono carne ed ossa, bensì personaggi di fantasia, mutuati dalla mitologia e dalla letteratura classica, che in qualche modo fanno parte del complesso mondo dell’Inferno dantesco.


Ho pensato di dedicare un post a questi personaggi perché credo che, prima di arrivare a parlare di beate e di sante, e quindi di tornare ai contemporanei di Dante ed alla visione del mondo medioevale e cattolica, sia importante notare come il sommo poeta si sia innanzitutto ispirato alle figure femminili della mitologia classica, e quanto il loro esempio, soprattutto in negativo, sia stato una sorta di “specchio” per ritrarre, in canti successivi, donne virtuose e benedette.


Una volta di più, io ritengo che non sia un caso che Virgilio sia stato eletto dal Poeta come sua guida: egli non incarna solo la razionalità, ma un intero mondo letterario dal quale Dante è stato fortemente ispirato.


Senza ulteriori chiacchiere, passiamo a vedere quali saranno i personaggi che oggi ci faranno compagnia!



Eritone e gli altri viaggi infernali di Virgilio


In questo fondo della trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca?

Questa question fec’io; e quei: Di rado

Incontra, mi rispose, che di nui

Faccia il cammino alcun per quale io vado.

Ver’è che altra fiata quaggiù fui,

Congiurato da quella Eriton cruda,

Che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,

Ch’ella mi fece entrar dentro a quel muro,

per trarne uno spirto del cerchio di Giuda.


(canto IX, vv.16-27)


Dante e Virgilio sono alle porte della città di Dite, un luogo che, non a caso, è stato descritto dal poeta latino anche nell’Eneide. Dante è rimasto sbigottito dagli eventi che lo hanno sconvolto nel canto precedente, e Virgilio, al contrario, è diventato rosso di rabbia, un po’ per l’indignazione di quello che ha visto, un po’ per sostenere il suo allievo nel difficile cammino.


Dal momento che la città di Dite è un luogo raccontato da tanti poeti della classicità, Dante chiede a Virgilio se mai qualcuno degli abitanti del Limbo si è mai avventurato lì sotto. Il poeta latino, capendo che il suo allievo si riferisce soprattutto a se stesso ma non ha il coraggio di formulare una domanda esplicita, racconta un episodio che non ha quasi nulla di storico ma molto di leggendario.


Egli rievoca la figura di Eritone, una maga della Tessaglia che millantava la capacità di far tornare in vita i morti, ricongiungendo le anime ai corpi con un maleficio. Dice che, poco dopo essere morto, egli ha dovuto trascorrere un periodo in “ostaggio” nella città di Dite, ad occupare il posto di un’anima che era stata richiamata sulla Terra proprio da Eritone, prima di poter essere collocato al Limbo.


Purtroppo questo passo è molto controverso, perché Eritone sembra essere vissuta in un periodo in cui viveva anche Virgilio (anche se potrebbe benissimo essergli sopravvissuta qualche anno) e la teoria infernale dell’ “ostaggio” è sostenuta soltanto dallo studioso Biagioli, vissuto tra 1700 e 1800.


Credo però che la menzione di Eritone sia comunque interessante per due motivi.


Il primo è che, come già altre volte capiterà nel corso della Commedia, Dante condanna tutte le forme di magia e di esoterismo, ritenendole un retaggio delle religioni pagane. Purtroppo il Medioevo (e non solo) era periodo di caccia alle streghe, e Dante era uomo del suo tempo, ma gli si può almeno riconoscere il merito di non aver magnificato queste barbare pratiche e di aver dato spazio all’archetipica figura della “maga” di origine classica, seppure nell’Inferno e con connotazione negativa.


Il secondo è il fatto che Eritone è nominata nei Pharsalia di Lucano, un altro poeta epico latino che Dante aveva studiato accuratamente e che qui ha voluto omaggiare. Non possiamo considerarla una figura mitologica, ma sicuramente è una figura a metà strada tra verità e leggenda, inserita in quello che è un importante poema storico.



Le Furie


Perocché l’occhio m’avea tutto tratto

Ver l’alta torre alla cima rovente,

Ove in un punto furon dritte ratto

Tre furie infernal di sangue tinte,

Che membra femminili aveano ed atto;

E con idre verdissime eran cinte;

Serpentelli e ceraste avean per crine,

Onde le fiere tempie eran avvinte.

E quei che ben conobbe le meschine

Della regina dell’eterno pianto:

Guarda, mi disse, le feroci Erine.

Questa è Megera dal sinistro canto:

Quella, che piange dal destro, è Aletto:

Tesifone è nel mezzo: e tacque a tanto

Coll’unghie si fendea ciascuna il petto;

Batteansi a palme, e gridavan sì alto,

Ch’io mi strinsi al poeta per sospetto.


(canto IX, vv. 35-51)


Le tre figure che Dante e Virgilio incontrano alle porte della Città di Dite sono molto ben conosciute da chi ha studiato il teatro greco: si tratta delle tre Furie, note anche come Erinni e ri-battezzate Eumenidi (“benevole”) dalla civiltà greca.


Esse erano considerate le dee della vendetta, soprattutto quando si trattava di omicidi contro i familiari e gli amici più cari. Nella letteratura greca, esse tormentano Oreste ed Elettra, figli di Agamennone, dopo che essi hanno vendicato il padre uccidendo la madre Clitennestra ed il suo amante; guidano la mano assassina di Medea, che, pur di ferire il marito Giasone, uccide i loro figli (in questo post ne ho parlato meglio); sono testimoni del rapimento di Persefone/Proserpina (qui definita la regina dell’eterno pianto) da parte del dio dei morti Ade/Plutone, e scatenano l’ira della madre di lei, Demetra/Cerere.


Odiate e temute in epoca micenea e classica, esse furono successivamente ribattezzate con il nome di Eumenidi e venerate come le altre divinità, con tanto di sacrifici.



Dante, studioso della cultura classica, porta le tre Furie “fuor di metafora”: gli uomini greci ritenevano di essere stati maledetti dalle Erinni dopo aver compiuto un atroce delitto, ma erano semplicemente tormentati dal dolore e del rimorso per aver ucciso una delle persone più vicine a loro.


Esse sono un simbolo della rabbia eterna, del dolore insanabile, del tormento interiore di chi non può rimediare al terribile male che ha compiuto, e per questo motivo sono ben collocate a guardia della città di Dite, luogo mitologico ed infernale al tempo stesso.



Medusa



Venga Medusa: sì ‘l farem di smalto,

Dicevan tutte riguardando in giuso:

Mal non vengiammo in Teseo l’assalto.

Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso:ù

Chè se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi,

Nulla sarebbe del tornar mai suso.

Così disse il Maestro; ed egli stessi

Mi volse, e non si tenne alle mie mani

Che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi, ch’avete gl’intelletti sani,

Mirate la dottrina che s’asconde

Sotto il velame degli versi strani.


(canto IX, vv. 52-63)


Le tre Furie temono che Dante sia venuto a sottrarre beni preziosi o anime, così come, prima di lui, aveva fatto l’eroe mitologico Teseo. Per fermarlo, esse convocano quella che potrebbe essere considerata la loro regina, perché non solo ha i capelli fatti di serpenti come loro, ma anche lo sguardo che rende di pietra gli uomini: Medusa.


Dante, su indicazione di Virgilio, chiude gli occhi per non vedere l’apparizione della Gorgone (Medusa è chiamata anche così perché era una delle sorelle che portavano questo cognome). La presenza di questo personaggio mitologico all’interno della Commedia, subito dopo l’apparizione delle Furie, è fortemente simbolica.


Se le Furie sono simbolo del rimorso che sembra continuare a tormentare le anime infernali della Città di Dite, che non sono più soltanto incontinenti come nei cerchi precedenti ma hanno compiuto atti dolosi volontariamente, Medusa è invece l’incarnazione dei piaceri terreni, che spengono le capacità razionali dell’uomo e lo allontanano da Dio (e non è un caso che i due poeti stiano per incontrare proprio gli eretici).


Non guardare Medusa significa chiudere gli occhi di fronte alle tentazioni dei piaceri che sviano dalla celeberrima diritta via che Dante ha smarrito, anche grazie all’aiuto di Virgilio, che è la razionalità personificata e che lo aiuta a non guardare.


In verità, se un letterato odierno volesse riscrivere il mito di Medusa, quasi sicuramente scriverebbe una storia di oppressione al femminile, di violenza dei potenti contro gli ultimi e di victim blaming. Medusa era infatti una sacerdotessa di Atena, della cui bellezza la dea era sempre stata molto gelosa. Ella venne violentata da Poseidone proprio sotto l’altare della dea, e quest’ultima, furiosa per l’affronto che il dio da sempre rivale le aveva fatto, finì con il punire la sacerdotessa, che, a suo parere, non era più “pura”, e la trasformò nell’orribile creatura mitologica la cui iconografia è rimasta immortale, destinata a terrorizzare chiunque ed a morire per mano di Perseo.


Ancora una volta, la visione mitologica di Dante è quella di un uomo del suo tempo, ma io personalmente vedo una sua modernità anche solo nella scelta di inserire tali figure, che erano simboli di sangue e di violenza e che sicuramente in un lettore medioevale destavano orrore e stupore allo stesso tempo.



Le arpie


Non era ancor di là Nesso arrivato,

Quando noi ci mettemmo per un bosco,

Che da nessun sentiero era segnato.

Non frondi verdi, ma di color fosco,

Non rami schietti, ma nodosi e involti,

Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.

Non han sì aspri sterpi, né sì folti

Quelle fiere selvagge, che in odio hanno

Tra Cecina e Corneto i luoghi colti.

Quivi le brutte Arpie lor nido fanno,

Che cacciâr delle Strofade i Troiani

Con tristo annunzio di futuro danno.

Ale hanno late, e colli e visi umani,

Pié con artigli, e pennuto il gran ventre:

Fanno lamenti in su gli alberi strani.


(Canto XIII, vv.1-15)


Oggi abbiamo analizzato soprattutto il IX canto dell’Inferno, ma mi sembra giusto concludere facendo una piccola incursione nel XIII, uno dei miei preferiti, e presentandovi l’ultima figura “in forma di donna” di oggi: le Arpie.


Il XIII canto è quello della cosiddetta “selva dei suicidi”: gli alberi secchi e nodosi, che, se feriti, buttano fuori sangue, sono i miseri resti di chi è stato violento contro se stesso, togliendosi la vita. Il principale protagonista di questo canto è Pier delle Vigne, il segretario e braccio destro del re Federico II, una delle figure più importanti del Medioevo; la conclusione, però, è insieme ad un anonimo fiorentino, un concittadino di Dante che si è tolto la vita in casa sua.


È un canto di incredibile attualità: si parla di invidia tra i potenti, precarietà esistenziale di chi raggiunge una posizione tanto ammirevole quanto fragile e soggetta a gelosie altrui, vergogna e senso di colpa. Si parla soprattutto del perenne tormento che affligge chi si toglie la vita, tormento che viene amplificato proprio dalle Arpie.


Se infatti Dante torce per errore un piccolo ramo all’albero che è in realtà l’anima di Pier delle Vigne, le Arpie, mostruose creature metà donne e metà uccelli, dal corpo piumato e dagli artigli affilati, fanno il nido tra gli alberi dei suicidi, piantando le zampe appuntite tra il tenero legno, e, rincorrendosi tra di loro, sembrano divertirsi a straziarne i rami.


Come nel caso delle tre Furie/Eumenidi e di Medusa, anche il valore delle Arpie è fortemente simbolico: ogni volta che esse dilaniano le nuove carni dei suicidi, essi sono costretti a ripensare con dolore al momento in cui hanno rifiutato il corpo che è stato loro donato al momento della nascita. Il XIII è un canto di tormento e di doloroso stupore, quasi i suicidi stessi si chiedessero perché sono fuggiti dalla vita terrena, se poi la conseguenza è stata una vita di pene ultraterrene. Personalmente leggerei anche un riferimento alle persone care dei suicidi, che sono rimaste sulla Terra a chiedersi, ancora una volta, con tormento che cosa abbia condotto la persona amata ad un simile gesto.




Anche il secondo appuntamento con Dante è giunto al termine!

Oggi, come avrete notato, vi ho parlato molto più di mitologia classica che di iconografia medioevale. Questo perché, come tanti di voi già sapranno, Dante immagina l’Inferno come molto simile al regno degli Inferi di Ade/Plutone, mentre, nel Purgatorio ed ancor di più nel Paradiso, ci sono molti più riferimenti al mondo della cristianità, dalle vite quotidiane di santi e beati alla pura teologia.

Vi sarete anche accorti che, ad eccezione di Eritone (che, comunque, sembra che fosse dotata di abilità non certo umane), ho parlato più di creature in forma femminile che di donne vere e proprie. Nell’Inferno è piuttosto comune trovare personaggi di questo tipo: nel prossimo post credo che ci sarà di nuovo un mix di personaggi femminili, poi cambieremo registro con le altre due cantiche, conoscendo anche dei personaggi storicamente esistiti (come Francesca).

Nel frattempo fatemi sapere se questo post vi è interessato, che cosa conoscevate già, cosa è nuovo per voi, che cosa vi è piaciuto. Non fatevi problemi né a chiedere chiarimenti né a consigliarmi qualche miglioria (o qualche argomento che vi piace) per i prossimi appuntamenti danteschi!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

lunedì 11 ottobre 2021

THE AUTUMN BOOK TAG

 Consigli di lettura per ottobre e novembre




Cari lettori,

nuovo appuntamento con i nostri "Tag...a tema libri"! 

Non sarebbe ottobre se non dedicassi almeno un post ad un booktag pervaso da atmosfera autunnale. Ho trovato questo questionario sul blog "Il lettore curioso" ed ho pensato che sarebbe stato divertente, come già fatto anche l'anno scorso in questo post, abbinare un romanzo ad ogni simbolo clou della stagione! 

Spero che le mie scelte vi piacciano :-)



PUMPKIN PIE


Un libro che sia dolce come una torta di zucca


L’amore è una ricetta segreta di Teresa Hope è la storia di Marta, una trentenne napoletana che, tra licenziamento improvviso e fidanzato lunatico ed approfittatore, non è per niente soddisfatta di sé e della piega che ha preso la sua vita negli ultimi mesi. Persa e sconfortata, ella decide di tornare alla sua prima passione: la pasticceria. Un trasferimento a Torino ed un corso di specializzazione in cioccolato cambieranno la sua vita.


Una lettura romantica e golosa!


Link recensione



HOT CHOCOLATE


Il libro più “bollente” che abbiate mai letto


Per una notte e La notte del cuore, i due romanzi che compongono la dilogia “Roma” di Estelle Hunt, sono ricchi di scene di passione, alcune più giocose e leggere, altre più sofferte. Per una notte narra la storia di un’avventura che si trasforma in qualcosa di serio, mentre La notte del cuore pone al centro della scena due ex amanti feriti per i quali sembra non esserci un futuro.


Link recensione



HALLOWEEN


Un libro che hai letto e ti mette paura solo a pensarci


Qualche settimana fa ho rivisto l’episodio della serie tv Montalbano tratta dal romanzo La caccia al tesoro di Andrea Camilleri, e mi sono ricordata con precisione quanto la lettura del libro mi avesse atterrito.


Spesso i delitti vengono raccontati da Camilleri con un misto di rabbia ed amarezza, talvolta ci sono persino risvolti inquietanti, ma questa storia, secondo me, va oltre quello a cui il Maestro ci ha abituati. Non ricordo di aver mai più ritrovato tra le pagine un dottor Pasquano così sconvolto davanti ad un cadavere, un Montalbano così paralizzato dalle sue stesse scoperte, un simile crescendo di orrori che parte da quella che sembrava una sfida infantile lanciata al commissario (una “caccia al tesoro”, per l’appunto).


Ho letto il romanzo ben prima di aprire il blog, ma vi lascio comunque il link ad un post sui miei volumi preferiti tra quelli del commissario Montalbano.


Link recensione



FOG


Un libro che ti mette ansia come una giornata di nebbia


Il passaggio di Leonardo Gori è uno dei romanzi che hanno per protagonista il Colonnello Arcieri… sicuramente il più adrenalinico tra quelli tra i suoi che ho letto!


È ambientato nella Firenze occupata dai Tedeschi dopo l’armistizio. Il Colonnello, a quel tempo giovane Capitano già reso deluso e cinico dalla guerra, insieme a pochi disperati, deve attraversare la città per salvare la fidanzata Elena e svelare un mistero che ha a che fare con un’opera d’arte perduta. Tensione ad ogni pagina: garantita!


Link recensione



HOT TEA


Un libro che sia confortante come una tazza di té caldo


Con in bocca il sapore del mondo di Fabio Stassi è una delle mie letture più belle degli ultimi anni. Si tratta di una raccolta di dieci monologhi: in ognuno di essi, un poeta di primissimo piano del XX secolo si racconta con una sorta di viaggio tra ricordi, eventi importanti della propria vita, scelte letterarie e pensieri tramandati ai posteri. Leggendo questo libro, gli appassionati di poesia e letteratura hanno l’impressione di essere a tu per tu con i più importanti autori del Novecento. Brividi ad ogni riga, frasi che non si dimenticano, lo stesso conforto di una coperta calda dopo una giornata di intemperie.


Link recensione



CHESTNUT


Un libro gustoso come le castagne


Julie&Julia di Julie Powell è il diario di una trentenne americana, un’impiegata come tante, che è piombata nello sconforto dopo l’11 settembre e rischia di entrare in depressione. La cucina è la sua passione, soprattutto quella francese, ricca e corposa, raccontata dalla storica cuoca Julia Child nel suo ricettario che è da decenni un cult.


Julie, sostenuta dal marito, decide di aprire un blog: nel giro di un anno tenterà l’impresa di cucinare tutte le tradizionali, un po’ antiquate, molto grasse ma super gustose ricette contenute nel volume di Julia. Con un pizzico di ironia, momenti no e tanta passione per la gastronomia… ci riuscirà?


Link recensione



RAIN


Un libro che ti fa piangere ogni volta come se fosse la prima


Non fa più rumore di Elisa Gioia è stata una mia rilettura di quest’estate. Si tratta di un contemporary romance: la storia d’amore tra Bea, una ragazza solo apparentemente sicura di sé che nasconde una grande ferita, e Filippo, uno psicologo ironico e sensibile.


Questo romanzo mi era piaciuto già alla prima lettura ma rileggerlo mi ha consentito di cogliere meglio alcune sfumature, soprattutto quelle relative ai personaggi.


Bea è una delle mie protagoniste romance preferite di sempre: la vita la pone davanti a tante prove difficili, tra l’abbandono del padre, la malattia della madre, il trasferimento negli Stati Uniti della migliore amica… eppure ella cerca sempre di portare il buonumore all’interno del suo gruppo e si fa forza da sola come può. Per lei è molto difficile affidarsi a qualcun altro, ma Filippo, sorprendentemente, si rivela essere la persona giusta: un ragazzo che ha avuto anche lui la sua dose di guai, in primis il divorzio, ma che ha trovato un suo equilibrio grazie agli studi di psicologia ed ora cerca di far stare meglio gli altri, sia al lavoro che altrove.


Insomma, lacrime ed emozioni non sono mancate neanche alla rilettura!


Link recensione



FIRE


Il libro che non vedi l’ora di leggere davanti al camino



Come per molti di voi, a giudicare da quello che vedo tra Blogspot e Instagram, anche per me autunno e Natale sono sinonimo di un ritorno tra le pagine (e i film) di Harry Potter. Ma qualunque nuova uscita, specie se dei miei autori preferiti o con ambientazione autunnale, è ben accetta!


Link al post su Harry Potter




Tag finito! Che ne dite? Conoscete questi romanzi? Che ne pensate?

Avreste fatto altre scelte? 

Come al solito, sentitevi liberi di riproporre questo TAG sui vostri blog (la proprietaria de "Il lettore curioso" ha dato il permesso di utilizzare anche banner e immagini), oppure di dirmi la vostra brevemente nei commenti. 

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)