lunedì 9 marzo 2026

I GIOCHI OLIMPICI

 Una mostra tra storia e sport alla Fondazione Rovati




Cari lettori,

oggi, per i nostri “Consigli artistici” ed “Eventi culturali”, sono molto contenta di raccontarvi che, come vi dicevo nei Preferiti di febbraio, sono riuscita a tornare alla Fondazione Rovati , un museo milanese di fronte ai giardini in zona Palestro. Si tratta di un luogo dedicato principalmente allo studio degli Etruschi, civiltà che mi ha sempre molto affascinato ma di cui spesso ho avuto l’impressione di sapere poco. Devo ammettere che questo angolino di Milano, così curato ed accogliente, mi sta aiutando molto a conoscerli meglio.


Circa due anni fa ho visitato la mostra dedicata all’antica città di Vulci (ve ne ho parlato meglio in questo post), in dicembre ho assistito alla presentazione di un libro con tanto di letture animate (ve l’ho raccontato qui), e ora sono riuscita a tornare – in un pomeriggio proprio piovoso – per una nuova esposizione.


Il tema è davvero originale: in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano – Cortina, gli organizzatori della mostra hanno pensato di dedicare un percorso tutto incentrato sui “Giochi olimpici”… di ieri e di oggi.


Tutti sappiamo che le Olimpiadi odierne non sono altro che una “nuova versione” di quelle che erano ambientate al tempo dei Greci. Questa mostra testimonia che anche gli Etruschi apprezzarono molto lo sport e lo rappresentarono tramite la loro arte.


Ma vediamo meglio insieme il percorso espositivo!



Atleti di ieri e di oggi


La mostra ha inizio al primo piano della Fondazione e prosegue nell’Ipogeo.


Le sale colorate del primo piano dell’esposizione sono ricchissime di teche che mostrano quanto, in realtà, chi organizza le Olimpiadi odierne abbia inventato ben poco. A partire dalla fiamma olimpica, rito irrinunciabile che sancisce ancora oggi l’inizio della manifestazione: anche una piccola anfora greca ritrae un atleta che la porta con sé in corsa.



Ci sono anche i manifesti di Cortina 1956, a testimonianza che non è la prima volta che le Olimpiadi invernali raggiungono l’Italia…



Altre volte le Olimpiadi si sono tenute dall’altra parte del mondo rispetto a Italia e Grecia, ma le origini non sono mai state dimenticate. L’accostamento in un’unica teca di un manifesto prodotto a Los Angeles con caratteri greci e di due vasi che ritraggono degli atleti è molto significativo.



Sport di ieri e di oggi! La staffetta, molto popolare nell’antichità, è arrivata fino a noi…



così come il lancio del disco, che oggi per fortuna non è più di pietra, ma è molto più aerodinamico…



e le varie forme di lotta/pugilato, sport che ha fatto guadagnare all’Italia parecchie medaglie.



Un corridore famosissimo di oggi è sicuramente Usain Bolt. I suoi effetti personali sono stati gentilmente prestati per questa mostra! Strano vederli in mezzo alle anfore greche…



Dei ed eroi dello sport


Lo sport era molto più che attività fisica svolta dal singolo. Noi viviamo un tempo in cui si parla di movimento anche per sciogliere le tensioni, riconnettersi con i propri pensieri, mantenersi in forma. Tutte ottime motivazioni, che però le società greche ed etrusche non avevano ancora gli strumenti per capire. 

Lo sport era soprattutto un rito collettivo, accompagnato da musica e feste, legittimato da dèi e muse, importante al punto che persino le guerre si fermavano. Per questo motivo il vasellame etrusco e greco non rappresenta soltanto gli atleti in azione, ma anche, per esempio, i suonatori che prendevano parte alle Olimpiadi per allietare il pubblico con la loro musica.



Alcune anfore scomodano addirittura Pallade Atena, dea della guerra (di strategia, a differenza della furia violenta di Ares/Marte) e della sapienza, che, in occasione delle Olimpiadi, deponeva le armi per benedire le attività sportive.



La seconda parte della mostra, nell’Ipogeo, mostra al visitatore come e quanto il fascino di dèi ed eroi del mondo classico non abbia mai finito di influenzare le Olimpiadi. Anche in tempi più recenti di quelli degli antichi Greci ed Etruschi, infatti, sono state create delle statue che raffigurano Nike, la dea alata della Vittoria.



E se non si è ispirati dai miti della classicità, perché la Grecia è un po’ lontana, sono gli eroi locali a prestarsi come soggetto. Questo premio olimpico di circa cento anni fa, creato dalla prestigiosissima gioielleria russa Fabergé, c’è un gruppo di eroi di foggia norrena che riporta a casa un vascello in mezzo alla tempesta. Forse un premio per una gara di vela o affini?



Tra dèi, eroi e uomini comuni, non può mancare il cavallo, amico animale di tanti personaggi di spicco della mitologia classica.



Una vita (sportiva) dopo la morte


Uno dei pezzi forti di questa esposizione, che non vedevo l’ora di ammirare, è la ricostruzione di una vera e propria tomba etrusca, la cosiddetta “Tomba delle Olimpiadi” di Tarquinia, un reperto del 530-520 a.C.


I muri della tomba, già suddivisi e collocati su pannelli di rinforzo, sono stati prelevati dalla loro sede originaria e, per quella che potrebbe essere la prima volta nella loro storia, sono stati ridisposti in una delle sale della Fondazione.


L’effetto è spettacolare, lascia veramente ammirati. Qui lo dico e qui NON lo nego: dovrei davvero fare un viaggetto culturale “sulle tracce degli Etruschi”, prima o poi.



Purtroppo parte della superficie è rovinata, ma quel che resta è sorprendente: si vedono uomini, cavalli, carri, riprodotti con una sorprendente cura per i dettagli. Si intravede quel che sembra una corsa con bighe, che diventerà popolarissima tra i Romani.



Altre pareti raffigurano invece sport pedestri, come la corsa o il lancio del disco.



Un’altra stanza della Fondazione riproduce, sempre su pannelli, una copia di un altro fregio etrusco, che presenta una doppia teoria di dipinti. Se quella inferiore riproduce delle figure danzanti…



quella superiore riproduce delle attività sportive, anche in questo caso con o senza cavallo.



La collezione permanente


Come vi dicevo, la mostra si suddivide tra primo piano e Ipogeo.


Ora, sarà che la prima volta che sono stata alla Fondazione Rovati mi stavo sciogliendo dal caldo e nell’Ipogeo ho trovato un riparo al fresco, ma a me questa stanza piace moltissimo. L’architetto che l’ha progettata ha pensato proprio di riprodurre una tomba etrusca, con le sue forme sinuose e la somiglianza con delle grotte comunicanti.



L’Ipogeo non ospita solo la seconda parte della mostra, ma anche alcuni reperti che avevo già visto in occasione dell’esposizione su Vulci, e che credo facciano parte di una collezione permanente. La parte dedicata alla gioielleria etrusca, per esempio, era presente anche l’altra volta, ma non smette mai di affascinare… almeno me.



Una parte della collezione è dedicata alla comunicazione con gli dèi, tra loro rappresentazioni ed ex voto. Nel contesto olimpico non poteva certo mancare una riproduzione di Eracle/Ercole: questa figura di eroe che compie grandi imprese e punta a entrare nel Pantheon divino sembra essere trasversale: è entrato a far parte della mitologia greca, etrusca e romana!



Non ci sono solo uomini e modelli virili: anche le donne comunicavano con gli dèi. L’oggetto principale delle preoccupazioni femminili sembra essere la maternità: tra infertilità e parti difficili, gravidanze che non sempre arrivavano al termine e neonati non sempre sani, in tempi in cui la scienza era ancora agli albori, le donne si affidavano tanto agli dèi… e se tutto andava bene, consacravano delle statue votive con tanto di utero.



Penso che tutti sappiate quanto era importante la vita ultraterrena per gli Etruschi (come i loro antenati, i Villanoviani, e come i più lontani Egizi). La collezione nell’Ipogeo ospita un buon numero di elementi del corredo dei defunti.



Come protettori per chi non c’era più potevano esserci anche degli animali di fantasia, incisi sul vasellame…



o altri in parte realistici e in altra parte fantastici, come questo gallo gigante. 

Il gallo annuncia l’arrivo di un nuovo giorno, e forse riprodurlo era di buon auspicio.



Vi ho parlato già altre volte del rapporto difficile che gli Etruschi avevano con la scrittura. A questo proposito vi consiglio uno dei miei romanzi preferiti in assoluto, Un infinito numero di Sebastiano Vassalli (trovate la recensione a questo link), che è sostanzialmente la causa della mia passione per gli Etruschi. 

Però, in conclusione della mostra, ci sono alcuni reperti che attestano che, alla fine della loro storia, essi hanno adottato i caratteri romani. Erano un popolo che si affidava alla tradizione orale; per loro “scrittura” era sinonimo di “morte”. Così, quando hanno capito di essere ormai “sulla via della morte” perché integrati (e di fatto subordinati) ai Romani, si sono arresi e hanno scritto. 

A costo di sembrare piagnucolona, ho già detto e ripeto che questo genere di cose mi fa commuovere.




Avete ancora un paio di settimane per visitare la mostra: chiuderà il 22 marzo!

Spero tanto che vi possa piacere, non solo perché io non smetterò mai di consigliare questo posticino di Milano, ma anche perché so che il tema olimpico piace a molti.

Fatemi sapere se avete visitato l’esposizione o se ci andrete!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 5 marzo 2026

DUE LETTURE PER L'8 MARZO

 Sophie Kinsella ed Elle Kennedy... per la Giornata Internazionale della Donna




Cari lettori,

siamo in zona 8 marzo e, per le nostre “Letture… a tema”, non possono mancare i consigli per la Giornata Internazionale della Donna!


Oggi ho pensato di proporvi due romanzi. 

Il primo mi è molto caro: si tratta di uno dei miei preferiti di Sophie Kinsella, autrice recentemente scomparsa. Ammetto che la notizia della sua morte mi ha davvero scosso – speravo che la sua battaglia con il cancro fosse ormai vinta – e, pochi giorni dopo, mi sono ritrovata tra le mani questo suo libro alle bancarelle dell’usato. Mi è venuto in mente che, avendolo letto moltissimo tempo fa, non ne avevo mai parlato sul blog, così me lo sono portato a casa e l’ho riletto. 

Il secondo è invece un titolo molto chiacchierato dell’autrice Elle Kennedy: le tematiche proposte mi sono sembrate in linea con la giornata dell’8 marzo.


Vi lascio alle recensioni!



Ti ricordi di me?, di Sophie Kinsella


A venticinque anni, non c’è quasi niente che funzioni nella vita di Lexi Smart. 

La sua storia familiare è piuttosto complicata, segnata dalla costante assenza del padre, che entrava e usciva a convenienza sia dalla sua vita che da quella di sua madre e di sua sorella. Da pochi giorni, però, l’uomo è venuto a mancare, e così Lexi si trova in mezzo ad una strada, dopo una serataccia in un bar qualunque in zona Londra, a sentirsi improvvisamente responsabile, sia per una madre svampita e troppo dedita ai suoi cani, sia per una sorella ancora piccola per affrontare un lutto.


Se solo non fosse l’ultima ruota del carro alla Deller Carpets, l’azienda in cui lavora. 

Se solo le sue amiche e colleghe, Fiona, Debs e Carolyn, si rendessero conto che lei non ha niente da festeggiare, perché a differenza loro non ha ricevuto alcun bonus dalla dirigenza e il giorno dopo la attende un funerale.

Se solo non fosse stata piantata in asso dal suo pseudo-fidanzato, un tipo talmente scialbo da essere definito da tutti “Dave lo Sfigato”.

Se solo lo specchio le restituisse un’immagine migliore, invece di quei capelli crespi, di quei denti fuori posto, di quei vestiti a poco prezzo…


Prima di rendersene conto, Lexi, alla disperata ricerca di un taxi, scivola su uno scalino bagnato. Poi il buio.


Lexi si risveglia in una confortevole stanza d’ospedale, nel reparto solventi, con un’infermiera premurosa che le serve il the. Eppure non potrebbe permettersi di pagarsi privatamente le sue spese sanitarie. E questa non è l'unica nota stonata.


Tutti, intorno a lei, sostengono che ella abbia 28 anni, non 25. E che abbia fatto un incidente guidando una Mercedes... di sua proprietà. 


Quel che è semplice da capire è che al vecchio trauma del taxi e dello scalino bagnato si è sommato quello nuovo dell’incidente in auto, e così Lexi, almeno per il momento, ha perduto tre anni di ricordi.


Molto più complicato è, quindi, comprendere tutto quello che è successo nel frattempo, e soprattutto perché. 

Lexi si guarda allo specchio e non si riconosce: l’acconciatura è perfetta, il fisico è quello di una donna abituata a diete e palestra, i denti sono sistemati, gli abiti firmati. E nella sua borsa ci sono un badge da “Direttore del reparto pavimentazioni” alla Deller Carpets e… una fede. Già, perché Lexi è sposata. Con Eric, un imprenditore edile di successo, un uomo molto bello e ricco che tre anni prima non l’avrebbe nemmeno degnata di uno sguardo.


Sul momento, Lexi, nonostante la botta in testa e lo sconvolgimento, è euforica. Le sembra di aver fatto una semplice dormita e di essersi svegliata all’interno di una vita perfetta, proprio come l’ha sempre desiderata. Così, quando i medici le propongono di tornare sia a vivere con Eric che in azienda, per poter agevolare il ritorno della sua memoria episodica, ella accetta.


I primi tempi sono una continua scoperta. Ben presto, però, arriva anche qualche brutta sorpresa. 

Sua madre è sempre più alienata e parla con i cani invece che rispondere alle sue spinose domande. La sorellina, da bambina con il cerchietto innamorata del suo pony, è diventata un’adolescente che risponde male, rubacchia nei negozi e si fa sospendere a scuola. 

Eric è molto preso con il suo lavoro e, per quanto benintenzionato, sembra considerare il matrimonio come un’altra azienda da mandare avanti, senza troppo spazio per i sentimenti.

Al lavoro, la nuova posizione da direttrice le ha regalato solo antipatie e tanto stress. Le sue tre amiche di sempre la evitano e, messe alle strette, confessano che in questi anni l’amicizia con lei è finita perché ella è diventata “una stronza arrogante”.


Come se tutto questo non la lasciasse frastornata, ad un certo punto compare anche Jon, un architetto che lavora con Eric. È un tipo piuttosto diverso da suo marito: simpatico, ironico, ma senza un particolare fascino. Eppure egli sostiene di essere stato il suo amante…



Ti ricordi di me? È da sempre uno dei miei romanzi preferiti di Sophie Kinsella. La trope della “perdita della memoria” mi piaceva molto anni fa (se qualcuno di voi c’era quando ho aperto il blog, forse ricorderete che uno dei miei preferiti del periodo era Innamorarsi a New York di Melissa Hill, un’altra storia di amnesia) e devo dire che, anche se è meno in voga, mi attira ancora.


Questo libro si pone molte domande su quella che, per una giovane donna, può essere considerata “una vita perfetta”. All’inizio del romanzo troviamo una Lexi sicuramente imperfetta, forse un po’ pigra nel non voler cambiare il suo status quo, ma capace di provare sinceri sprazzi di felicità: con le sue amiche, con sua sorella, nel tempo libero…


E poi Lexi si risveglia e scopre di avere un’esistenza che tutte le donne sulla soglia dei trenta sognerebbero. Ma non è tutto oro quel che luccica. 

Perché il badge con la scritta “Direttore” non è più soddisfacente se ti ritrovi ad aver paura di andare in ufficio, i soldi ed il lusso non riempiono la tua vita quanto le vere amicizie, e l’amore vero va ben oltre il classico “trovare un buon partito”.


Lexi, pagina dopo pagina, dovrà fare un viaggio a ritroso nel tempo, sia per comprendere che cosa l’abbia trasformata in una persona che non riconosce, sia per capire che cosa tenere e che cosa buttare della sua nuova vita.


Nonostante la presenza di tematiche serie, il romanzo è un continuo susseguirsi di scene divertenti ed equivoci spassosi. Vi dico la verità: ho letto molto romance e tanto altro ne leggerò, ma la formula che adotta Sophie Kinsella per me resta una delle migliori in assoluto. Il suo modo di farci ridere di gusto e poi di tagliare in profondità come una lama, il tutto nella stessa pagina, resta qualcosa di raro.


Dalla ricerca della “vita perfetta” all’ostentazione social, dal carrierismo che svuota la vita privata al burnout, dalla fatica nel trovare la propria strada a quella nel lasciare la casa di famiglia, dall’accettazione di sé per un miglior futuro al coraggio di fare luce sui misteri del passato… i temi personali e sociali trattati nei suoi romanzi sono davvero moltissimi.


E mi dispiace ritrovarmi a pensare che forse questa è una delle ultime volte in cui recensirò un suo libro. I suoi libri mi hanno cambiato la vita, e non è un modo di dire: hanno avuto una grande parte anche nella mia scelta di aprire questo blog.


La verità è che senza di lei mi sento un pochino più sola… come se avessi perso uno dei miei mentori. Ma quale giorno è migliore dell’8 marzo, per omaggiare questa donna speciale?



Il contratto, di Elle Kennedy


Questa conosciutissima storia new adult è ambientata all’interno del campus (da cui l’appartenenza del romanzo alla The Campus Series) della Briar University, in Massachussets.


Un’Università che chiede molto agli studenti, non solo dal punto di vista strettamente didattico: gli interessi extra sono incoraggiati, in particolar modo lo sport (hockey e football) e la musica. E proprio ai mondi dello sport e della musica appartengono i nostri due protagonisti.


Hannah Wells, che è ormai al terzo anno e convive all’interno del campus con l’amica Allie, frequenta con profitto la Facoltà di Storia ed è l’alunna che ogni professore vorrebbe. 

Il suo sogno nel cassetto, tuttavia, resta cantare, e non solo per passione: gli anni scorsi, il buon piazzamento alle esibizioni semestrali, che poi sono delle vere e proprie gare canore, le ha consentito di vincere una borsa di studio e di restare in Università senza dover lavorare a tempo pieno. La famiglia di Hannah ha molte difficoltà economiche, ella ha già un impiego che la aiuta a mantenersi agli studi e talvolta, nonostante tutto, le mancano i soldi anche solo per ritrovarsi tutti dalla zia di Philadelphia a festeggiare Natale e Pasqua.


Come se la sua situazione non fosse già piuttosto delicata, ultimamente ci sono due cose che la preoccupano. La prima è la prossima esibizione canora, che le sta dando parecchio filo da torcere: ella dovrebbe fare un duetto con un certo Cassidy Donovan, che però è una vera primadonna e le sta rendendo la vita impossibile. La seconda è un corso di Filosofia piuttosto complesso, con un’insegnante estremamente esigente.


Quest’ultimo problema non è soltanto un suo cruccio. Anche Garrett Graham, star della squadra di hockey dell’Università, non ama il corso di Filosofia. A differenza di Hannah, che riesce comunque a cavarsela, Garrett prende un votaccio dietro l’altro, e le regole dell’Università sono chiare: andare male nei test significa panchina, almeno per un po’.


Così Garrett, avendo notato che Hannah ha preso il voto più alto della classe, decide di fermarla e di chiederle delle ripetizioni. Hannah, infastidita dall’atteggiamento un po’ troppo brillante di Garrett e ben decisa a non avere niente a che fare con i ragazzi che fanno parte di squadre o confraternite, all’inizio risponde di no.


Poi, però, Garrett trova il punto debole di Hannah: se lei lo aiuterà con Filosofia, lui sarà un suo alleato nel tentare di far ingelosire Justin Kohl, il ragazzo della squadra di football per cui Hannah ha una cotta.


Inutile dire che le ripetizioni si tramuteranno in una serie di serate insieme – complice il fatto che Garrett non vive in Università ma ha affittato una villetta insieme a tre coinquilini ed amici – e che Justin Kohl finirà pian piano nel dimenticatoio.


Ma c’è qualcosa che Garrett non sa. Il vero motivo per cui Hannah passa le vacanze a Philadelphia e non nella sua cittadina natale in Indiana, e soprattutto quello per cui la sua famiglia si è indebitata, è orribile. 

Hannah ha subito una violenza da Aaron, il figlio del sindaco della sua cittadina, un bullo prepotente spalleggiato da tutte le autorità locali. I soldi sono spariti in seguito alle spese processuali e, nonostante la certezza del reato, il paese ha isolato completamente i genitori di Hannah. 

La ragazza soffre moltissimo ed ha la sensazione di essere “rotta”: si chiede se mai qualcuno potrà costruire qualcosa con lei, nonostante il suo trauma e le sue paure. 

Anche Garrett, però, all’insaputa di (quasi) tutti, ha una storia molto complicata alle spalle, tra una madre scomparsa troppo presto ed un padre campione di hockey di cui nessuno sospetta la vera natura – e forse, nonostante l’aria da spaccone, può comprenderla più di molti altri.



Proprio come la Rose Hill Series di Elsie Silver, di cui vi ho recensito il primo volume in questo post, anche la The Campus Series non ha bisogno di grandi presentazioni: è un chiacchieratissimo tormentone del booktok e so che presto – a maggio, se non erro? - arriverà la serie tv.


Si è detto di tutto e il contrario di tutto a proposito di questo romanzo e dei successivi (che, a quanto ho capito, dovrebbero raccontare delle storie d’amore con protagonisti rispettivamente Logan, Tucker e Dean, i tre coinquilini di Garrett), quindi posso rispondere direttamente alle FAQ.


È una storia per ragazzine? Nì. Sicuramente a 36 anni, leggendo di vita universitaria, cotte in classe e feste ogni due per tre, ti senti un po’ vecchia e ti vien voglia di riaccendere quella bella playlist del 2010. Però tra problemi familiari ed economici, e la difficile storia di Hannah, vengono trattate tante questioni che fanno riflettere eccome anche gli adulti.



È un “grumpy for sunshine”? Sì, ma quasi al contrario di quel che ci si aspetterebbe. Siamo abituati a storie new adult in cui lui è brontolone e tenebroso e lei “è il suo sole”. 

Qui la persona più seria e malinconica del duo, per ovvie ragioni, è Hannah; Garrett smette di sembrare un “bad boy” dopo le prime dieci pagine. Mi rendo conto che con l’età sono diventata indulgente nei confronti dei personaggi maschili molto giovani – di sicuro a vent’anni li avrei giudicati più severamente – ma a me Garrett, a parte una legittima propensione al divertimento, è sembrato un tenerone, pure responsabile da vari punti di vista (dallo sport ai soldi).



Il tema serio è trattato con superficialità? Questa è stata la questione più discussa, ma, in definitiva… io non direi. Certo, Hannah si fida di Garrett piuttosto in fretta e altrettanto in fretta si riavvicina all’intimità: potrebbe essere considerata una trattazione del tema un po’ troppo ottimista, anche se, quando si parla di temi delicati, ogni storia è a sé. Però la loro storia è equilibrata, nasce lentamente, attraversa una fase di amicizia, e il comportamento prudente di Garrett mi è molto piaciuto. 


E poi mi è capitato (troppe) altre volte, in libri, film e telefilm, di assistere alla rappresentazione, ahimé spesso non realistica, di vittime di violenza sessuale che vengono subito credute e colpevoli che vengono puniti all’istante, o, peggio mi sento, di donne che “inventano” la violenza per chissà quale scopo. 

Una volta tanto, invece, mi sono imbattuta in una storia che purtroppo è molto più in linea con quello per cui ancora ogni 8 marzo si lotta: un colpevole “figlio di”, la famiglia della vittima che viene ostracizzata, la vittima stessa costretta a studiare in un’altra città, una vera e propria lotta per la giustizia con tanto di spese processuali carissime.


In breve, promuovo la lettura, e sarei curiosa di proseguire la serie (anche se, lo ammetto, tra i due tormentoni social per ora mi ispira un pochino di più la Rose Hill, se non altro perché preferisco l’età adulta dei protagonisti). 

Vi farò sapere se leggerò qualche altro volume!


Vorrei farvi notare un ultimo dettaglio: nonostante il battage pubblicitario degli ultimi anni, Il contratto è del 2015. E anche questo libro, per quel che mi riguarda, proviene dalle bancarelle dell’usato. 

Volevo farvi notare lo stile della copertina di 10 anni fa: un tripudio di rosso e nero, dettagli metallizzati, due volti in primo piano. Perfettamente in linea con quella serie di romance un po’ spicy che si erano diffusi dodici-dieci anni fa sulla falsariga delle Cinquanta sfumature. 

Credo anche che, al tempo, nonostante la giovanissima età dei protagonisti, la CE puntasse su un pubblico più adulto.



Ed ora guardate la nuova copertina, che punta su tutto ciò che va di moda ora: la giovane età, l’ambientazione universitaria e soprattutto l’hockey, che ultimamente gode di grandissima popolarità. Un notevole rebranding, non trovate?




Questi sono i miei due consigli di lettura per l’8 marzo!

Credo di aver scelto due titoli piuttosto conosciuti… quindi sono curiosa di sapere che cosa ne pensate voi! Li avete letti? Conoscete le autrici?

Quale dei due vi incuriosisce di più?

Fatemi sapere!

Nel frattempo… amiche, auguri a noi per l’8 marzo!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 2 marzo 2026

WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR 2025-2026

 Una visita alla mostra naturalistica




Cari lettori,

diamo il benvenuto a marzo con i nostri “Consigli artistici” ed i nostri “Eventi culturali”!


La mostra che vi porto a visitare oggi è ormai un classico del nostro inverno: riesco quasi sempre a vederla! 

Si tratta della rassegna “Wildlife photographer of the year”, una raccolta di scatti naturalistici che hanno partecipato ad una competizione per il miglior fotografo della natura selvaggia. Per ogni categoria (mammiferi, comportamento, vita subacquea, piante etc) ci sono sia il vincitore che le menzioni d’onore.


Purtroppo sono riuscita a vedere la mostra proprio alla fine (esattamente come l’anno scorso). L’esposizione ha chiuso l’8 febbraio, quasi un mese fa, e, tra San Valentino e Carnevale, non sono riuscita nemmeno a parlarvene prima. 

Ho pensato però di raccontarvela comunque, sia perché ne vale sempre la pena – sono scatti bellissimi -, sia perché l’esposizione ha lasciato Milano ma potrebbe arrivare in altre città d’Italia. 

Visitiamola insieme!



I vincitori assoluti


Anche se, come dicevamo, ci sono vincitori e menzioni d’onore per ogni singola categoria, ci sono due scatti che hanno conquistato il plauso assoluto della giuria.

La sezione adulti ha visto trionfare questa foto di una città abbandonata, quasi fantasma, che di notte viene visitata dalle iene. Un paesaggio onirico: il paese è stato abbandonato dai minatori che un tempo lo abitavano, così la fauna selvatica ha preso il sopravvento. E le iene, un po’ come quelle del Re Leone, hanno trovato il loro regno.



Per la categoria Junior, invece, lo scatto più premiato è quello che ha per protagonista questo coleottero, che sembra assistere impotente alle operazioni di disboscamento e di urbanizzazione. La ruspa, sullo sfondo, è l’altro protagonista. Quando l’uomo interviene sulla natura con prepotenza, persino le creature più piccole sono minacciate.



Il mare


Ormai mi conoscete bene, quindi immagino sappiate qual è una delle categorie che preferisco! Il mare è protagonista di una sezione tutta sua. 

In questo scatto, un grande gruppo di pinguini avanza sul ghiaccio, a ridosso di uno strapiombo. L’acqua sembra di un blu molto scuro rispetto al bianco purissimo della banchisa!



Potevano mancare le mie amiche meduse? Queste arrivano dal Pacifico!



I delfini d’acqua dolce del Rio delle Amazzoni sono stati i protagonisti di un portfolio di fotogiornalismo che è stato premiato l’anno scorso. Io non ne sapevo niente, ma sono addirittura venerati dalla popolazione locale, che in alcune occasioni importanti si traveste proprio da delfino d’acqua dolce. Anche quest’anno hanno conquistato il loro posto!



Anche l’uomo fa parte della vita degli oceani. Qui un peschereccio sta ributtando in mare i suoi scarti… per la gioia dei gabbiani!



Il comportamento dei mammiferi


Anche l’uomo è un mammifero… e forse per questo motivo gli scatti che ritraggono il loro comportamento ci sembrano animati da sentimenti così umani. Queste giraffe, per esempio, escono di nuovo allo scoperto dopo un temporale: esattamente come noi, dopo essere stati in casa a lungo per via della pioggia, usciamo quando smette!



Questo bradipo, invece, è aggrappato saldamente a un palo: è un elemento inserito dall’uomo, ma per lui è parte del luogo che considera casa. E vi si attacca tenacemente!



Questo leopardo, forse per nascondersi dai pericoli, si è nascosto in un edificio fatiscente.



Un altro soggetto che mi aveva colpito l’anno scorso sono i gatti di Pallas della Mongolia. Sono felini dalle fattezze davvero originali, ma in questo scatto essi hanno creato una “colonia”, proprio come i comuni gatti randagi.



Per non parlare di queste due scimmiette che sembrano essersi accorte della telecamera ed essersi messe in posa!



Anche gli animali, come noi, soffrono per l’inquinamento: ecco un elefante che cammina desolato in mezzo a una delle “montagne di vestiti” tristemente famose in Africa. 

Ecco dove vanno a finire i nostri rifiuti…



Uccelli, anfibi, piccole creature


Sappiamo che i galli si svegliano all’alba (e svegliano tutti facendo chicchirichì). Ma non avevo ancora visto una fotografia di un gallo insieme all’alba!



Questo dispettoso parrocchetto, invece, infastidisce un varano mordendogli la coda. Davvero non so come abbia fatto il fotografo a catturare questo momento di pochi secondi!



L’airone ha un posto speciale nel cuore di noi cernuschesi (ne abbiamo uno che visita regolarmente il Naviglio). Questo mi è sembrato in atteggiamento pensoso!



Doppia pesca: il pesce più grande mangia il pesce più piccolo, ma non si rende conto che c’è un uccello sopra di lui e che da predatore… egli sta per diventare preda.



Un trionfo di verdi per questo gruppo di rane saltellanti (in fase riproduttiva)!



Anche le più piccole creature meritano il loro scatto: questa vespa vasaia, per esempio, sta portando un bruco ai suoi piccoli.



Natura o arte?


Alcuni scatti sembrano davvero dei quadri. In questa fotografia il protagonista è persino difficile da trovare: è un piccolo ragno, che però ha costruito la sua tela su una passerella pedonale bucherellata. 

Le luci colorate sono quelle delle auto sottostanti! Complimenti al fotografo, questo è davvero un lampo di genio…



I bucaneve sono un simbolo di questo periodo “ponte” tra inverno e primavera. In questa fotografia ce n’è una macchia intera, nel cuore di una foresta germanica!



Una delle fotografie che mi ha stupito di più: non si tratta di alberi! È l’interno di un corallo cavolfiore, in Indonesia…



Queste piante carnivore sono quasi fluorescenti: una trappola crudele per insetti e piccoli animali.



Ci sono anche degli scatti in bianco e nero oppure seppiati, come questo, che ritrae “L’essenza della Kamchatka”, penisola remota e selvatica nell’estremo Oriente russo.




Ultima nota della visitatrice (cioè io): quest’anno – Dio sa perché – sono stati premiati anche molti serpenti e ragni (no, non come l’unico ragnetto che vi ho fatto intravedere, ragni grossi e nel dettaglio), ma ve li ho risparmiati.

Per il resto, secondo me ogni anno ne vale davvero la pena! 

Si resta sempre affascinati e, specie se si tende a frequentare mostre più artistiche che scientifiche (come me), si impara sempre qualcosa di nuovo sulla natura.

Fatemi sapere se conoscete questa esposizione, se ci siete stati gli anni scorsi, se l’avete visitata quest’anno… o se non ne sapevate niente e vi siete incuriositi!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)