giovedì 26 gennaio 2023

UNA BAMBOLA ROTTA

 Spazio Scrittura Creativa: gennaio 2023




Cari lettori,

benvenuti al primo appuntamento dell’anno con lo “Spazio Scrittura Creativa”!

Per chi si fosse perso qualche puntata, ricordo che questa nuova rubrica di scrittura è nata circa quattro mesi fa, e che finora ho scritto tre racconti: una commedia romantica ambientata tra le vigne in Provenza a ottobre, un nuovo episodio della “famiglia allargata” di Luna e Lorenzo (già protagonisti di un’altra mia storia) a novembre ed una fanfiction su Harry Potter a dicembre. Tutti gli altri miei racconti, scritti tra marzo 2020 e luglio 2022, si possono trovare sotto l’etichetta Storytelling Chronicles (il gruppo di scrittura di cui ho fatto parte per due anni e mezzo), a questo link.


Il mese di gennaio ci impone un po’ più di serietà, o almeno, questo è quello che penso. Domani sarà la Giornata della Memoria ed io, dopo avervi proposto negli anni citazioni dai classici, poesie, canzoni e letture, ho pensato di scrivervi un racconto tutto mio. Non è facile mettersi alla scrivania e toccare questi temi ma spero che il risultato vi piacerà!


La storia si intitola “Una bambola rotta”; buona lettura!



UNA BAMBOLA ROTTA


3 gennaio 2023


Non saprei proprio quale delle due scegliere. Certo la fattura di entrambi è mirabile.”

È questione di gusti, signor Bianchi. I diamanti montati sul pavé oro sono un classico, qualcosa con cui non si sbaglia mai; questo pavone con smeraldi è qualcosa di più originale, un pezzo da collezione.”

Il signor Bianchi si allontanò un attimo dal banco della gioielleria, come a voler osservare da lontano le due spille che erano state disposte sul panno nero; fece qualche passo indietro, strizzò gli occhi, scosse la testa pensieroso.

Mia moglie adora i diamanti. Va beh, che glielo dico a fare, lei lo sa meglio di me.”

Ricordo, ricordo” confermò Primo con un cenno del capo. Ogni anno, a gennaio, il signor Bianchi veniva a comprare un costoso gioiello per la moglie, il cui compleanno cadeva proprio i primi giorni dell’anno. I diamanti taglio classico su pavè di oro bianco o giallo erano una delle sue passioni. Eppure ogni volta il signor Bianchi mostrava un pizzico di indecisione. Primo non si spazientiva affatto per quei tentennamenti del cliente, anzi, li considerava un buon segno: il signor Bianchi, dopo tanti anni, era ancora innamorato di sua moglie, e non avrebbe mai voluto deluderla con un regalo che non incontrasse i suoi gusti. Per questo motivo riteneva che fosse il caso di aiutarlo.

Se mi permette, signor Bianchi” iniziò a dire cautamente Primo “secondo me la parure di diamanti di sua moglie è quasi completa. Ha già acquistato tanti pezzi in questi anni. Certo la spilla può essere una buona idea per andare sul sicuro, ma è qualcosa che sua moglie si aspetterà sicuramente. Provi per una volta a spezzare la routine. La spilla con il pavone ha un prezzo leggermente inferiore, ma gli smeraldi con questa lavorazione sono una rarità. Ed il pavone è un simbolo che sta tornando di moda.”

Il signor Bianchi si illuminò improvvisamente. “Ora che ci penso, prima di Natale siamo stati insieme a Palazzo Reale, alla mostra di Bosch. Mia moglie è rimasta molto colpita dalle incisioni sui sette peccati capitali ispirate a Pieter Bruegel Il Vecchio. Il quadro della superbia era dominato da un magnifico pavone.”

Beh, allora questo regalo comunicherebbe a sua moglie la sua attenzione per il dettagli, il fatto che lei sia attento a quel che le piace.”

Il signor Bianchi allontanò leggermente la spilla di diamanti all’angolo del panno nero, ponendo al centro lo sfavillante pavone con la coda fatta di oro traforato e smeraldi.

Sì, mi ha convinto” annuì lentamente, guardando la spilla. “Sono sicura che stavolta Carla sarà sorpresa.”

Anche quest’anno due dei suoi più affezionati clienti sarebbero stati soddisfatti.



Mentre abbassava le saracinesche e dava il via al lungo balletto, come lo chiamava lui, per chiudere la gioielleria ed installare i vari sistemi di sicurezza, Primo non poté fare a meno di dare un’occhiata alle sfavillanti luci della Milano natalizia fuori dalla sua vetrina. Ancora una settimana, anche meno, e la frenesia delle feste avrebbe lasciato il posto alla buia e gelida quiete di gennaio. Il pensiero non lo entusiasmava. La stagione natalizia, dopo un paio di anni difficili a causa della pandemia, era tornata ad essere la più fruttuosa, persino per attività come la sua, che avevano sempre puntato su una clientela selezionata. Non che Primo avesse avuto particolari difficoltà economiche in questi anni, ma amava il suo lavoro: gli dava gioia il pensiero che i clienti entrassero pensando a qualcosa di speciale per una persona amata ed uscissero soddisfatti, con un pezzo unico tra le mani.


Inoltre, le decorazioni natalizie, che il padre aveva sempre messo un po’ malvolentieri e per ragioni lavorative, su di lui avevano sempre esercitato un grande fascino.

Finché egli viveva con i suoi genitori, l’unica festa ammessa in quel periodo era l’Hanukkah, che veniva festeggiata con molta più sobrietà di quanto qualunque italiano cattolico (ma anche ateo) festeggiasse il Natale. Da quando, però, prima Rita e poi il figlio Matteo erano entrati nella sua vita, anche il suo Dicembre era stato riempito dalle peripezie di Babbo Natale, dalla slitta con le renne e dall’immancabile albero addobbato in salotto. La religione di Rita non era stata un’imposizione per lui. Ritrovarsi a tavola con la sua famiglia acquisita, vedere la gioia negli occhi di suo figlio e degli altri bambini, godersi un po’ di meritato relax e lo spettacolo delle luci natalizie lo avevano aiutato a spingere in un angolo lontanissimo della sua mente quell’alone di malinconia che sembrava circondare le festività ebraiche della famiglia.


* * *


Qualcosa che la scuola di Medicina non ha potuto insegnare

la figlia di qualcuno, la madre di qualcuno

tiene le tue mani attraverso la plastica ora

Dottore, penso che stia per avere un collasso”

...e ci sono cose di cui proprio non riesci a parlare


Primo aveva cercato di svolgere tutte le altre incombenze, ma anche stasera ce n’era una che lo aspettava, che egli lo volesse o no. Alcuni pezzi particolarmente pregiati, che lui amava esporre in vetrina, necessitavano di essere messi in una delle casseforti più sicure che aveva, nello scantinato.


Il problema non era né scendere nel freddo della cantina in una gelida serata di gennaio, né digitare con attenzione i tre codici, che si premurava di cambiare ogni due mesi. Il vero problema era quello che la cassaforte conteneva, che gli provocava ogni volta un dolore sordo nel petto.


Sulla mensola più in alto della cassaforte, in un angolo in fondo a sinistra, c’era una bambola di pezza. Il viso, un tempo rosa chiaro, era solcato da graffi marroni; il delizioso vestito a fiori tra il lilla ed il viola era ormai lacero; i capelli erano fatti di lana rossiccia, e la metà si era ormai disfatta.


Quella bambola era il simbolo dei tanti silenzi di sua madre Ester, di quel lato di lei che solo Primo ed il padre avevano potuto conoscere. Per tutti Ester era la moglie del gioielliere Melodia, una donna elegante e colta, una delle commesse più gentili di Milano, sempre preziosa nell’aiutare le ricche signore milanesi nello scegliere gli orecchini più adeguati ad una serata mondana. Una donna ben vestita, con il sorriso sulle labbra e la conversazione misurata.


Eppure Primo, fin da bambino, era cresciuto con quella bambola misteriosa nella cassaforte. Da piccolo aveva provato a prenderla per giocarci, ma i suoi genitori lo avevano subito fermato, dicendo che non si trattava di un giocattolo e che non andava toccata. Anche se era un bambino, egli aveva capito che quella bambola era la responsabile dell’ombra negli occhi della mamma. Crescendo, aveva sperato a lungo che qualcuno finalmente gli avrebbe raccontato la storia dietro a quell’oggetto. Perché lo sapeva, c’era dietro una storia, e sicuramente senza lieto fine. Dopo tante insistenze, a diciott’anni, il padre si era finalmente confidato con lui, un giorno in cui Ester non era in negozio.

Vedi Primo, quella bambola è l’ultimo ricordo dei tuoi nonni materni, i genitori di tua madre.”

Ma io non li ho mai conosciuti.”

Lo so. Sono morti quando tua madre aveva sei anni. Lei è stata cresciuta dagli zii.”

“Come è successo? C’è stato un incidente?”

Lo sguardo triste di suo padre era qualcosa che non avrebbe dimenticato più.

No, nessun incidente. Era il 1944. È stato in guerra.”

Ma perché…?”

Mi dispiace, Primo. Deve parlartene lei.”


Invece Ester non aveva trovato il coraggio di aprire il suo cuore, di dire al figlio perché era stata una bambina infelice e perché i nonni da un giorno all’altro erano scomparsi. Quasi sempre, nei romanzi e nei film, c’è il momento della rivelazione, quello in cui una persona che ha subito un trauma prende il coraggio a due mani e racconta finalmente quello che l’ha tanto turbata per anni, persino per decenni.


Nella vita, però, non sempre è così. Alcuni fatti restano sepolti nelle pieghe della memoria, pieghe che sarebbe più opportuno definire piaghe per quanto sono dolorose. Riaprirle farebbe ancora più male, anche se il destinatario di queste confessioni è un figlio, una persona che ami più di te stessa e che avrebbe tutto il diritto di sapere perché non ha mai conosciuto i nonni.



Ester aveva iniziato a perdere lucidità quando il marito era morto per un brutto male, cinque anni prima. La vedovanza l’aveva gettata in uno stato di confusione, e l’aveva resa fisicamente più fragile ogni giorno. In queste condizioni, rifletté Primo, non era stata poi una sorpresa che il Covid avesse trovato in lei una vittima. Persino allora, in una stanza isolata, tenendo le mani del figlio attraverso una cortina di plastica, prima di entrare in terapia intensiva, Ester non era riuscita a dire che poche parole stentate, anche se lo sguardo che aveva lanciato a Primo gli aveva fatto capire che lei era consapevole di stare per morire.


Così Primo era arrivato a cinquantacinque anni senza sapere la verità su sua madre ed i suoi nonni. Con il tempo si era rassegnato ad immaginare il peggio: un campo di concentramento. Non era la prima volta che ascoltava storie di suoi conoscenti milanesi fuggiti da bambini da campi di sterminio, campi dai quali i loro genitori non erano mai tornati. Forse i corpi dei suoi nonni non erano mai stati trovati in mezzo a quell’inferno, e sua madre non aveva mai abbandonato la speranza di ritrovarli, feriti ma vivi. Forse era stato il lento spegnimento delle speranze a distruggere Ester.



* * *



Sono a casa!”

Giusto in tempo, è quasi pronto.”

Primo si affacciò in cucina e vide Rita seduta in direzione della tv, alle spalle di una pentola in cui il risotto finiva di cuocere a fuoco bassissimo.

Matteo?”

Ha fatto tardi in Università, cena con i suoi compagni.”

E perché guardi il tg regionale della Toscana?”

Ma non lo so. Ho acceso su Rai 3 e c’era questo invece di quello della Lombardia.”

Mi sa che devi digitare 503 invece che 3. Ogni tanto fa questo scherzetto.”

Sì, ma non mi dispiace il tg della Toscana. Almeno vedo qualcosa di diverso. Anche la pagina culturale, guarda.”

Primo diede a sua volta un’occhiata al televisore. Sapeva di che cosa parlavano in gennaio tutte le pagine culturali di giornali e telegiornali, ed ogni volta lui non si sentiva pronto, ma non poteva farci niente.


Sta riaprendo in questi giorni, dopo la pausa festiva, il museo di Sant’Anna di Stazzema, che si prepara ad accogliere molti visitatori per la Giornata della Memoria. Sono stati allestiti ulteriori spazi con dell’oggettistica appartenuta ai sopravvissuti, che hanno gentilmente messo a disposizione i loro ricordi…


Su una mensola in una stanza asettica sui toni del grigio, erano state disposte due bambole tragicamente simili a quelle di Ester.



Con te cado

e ti guardo inspirare,

e ti guardo respirare



9 gennaio 2023


La macchina aveva fatto una certa fatica ad inerpicarsi sulla stradina stretta e contorta, ed i momenti in cui un altro veicolo era sceso nella direzione opposta erano stati un po’ complicati da gestire, ma, dopo un altro po’ di tornanti, Primo era arrivato. E sapeva che la parte difficile sarebbe stata scendere dall’auto.


Sapeva com’era fatta Sant’Anna di Stazzema, lo aveva visto tante volte al telegiornale. Il parcheggio, la piccola salita tra sassi sconnessi tra loro, erba ed alberi che ombreggiavano, lo spiazzo sterrato. La piccola chiesa sui toni del beige e del giallo chiaro, con il prato antistante ed i monumenti posti a ricordo dell’eccidio del ‘44; l’edificio che ospitava il museo sulla destra, preceduto da una breve scaletta metallica.


Ester c’entrava davvero qualcosa con quel luogo? Aveva calpestato quei sassolini grigi, magari a sei anni e con in mano la sua bambola? Aveva giocato con altri bambini della sua età su quel prato? Si era rifugiata in quella chiesa quando aveva avuto paura?


Primo aveva passato cinque giorni ad interrogarsi, a ragionare con Rita su che cosa fosse meglio fare. Alla fine aveva deciso di lasciare a sua moglie la gestione della gioielleria e di partire per un paio di giorni, cercando di scoprire la verità che celava la strana somiglianza che aveva notato.



Ecco, signor Melodia, queste sono le bambole. Le hanno prestate gentilmente alcune delle sopravvissute, per l’ampliamento dell’esposizione di questo mese. A quanto pare tutte loro hanno fatto fatica a separarsene.”

Già” fu la laconica risposta di Primo.

Permette?” disse il direttore del museo allungando le braccia in direzione della bambola. Primo gliela mise tra le braccia.

Ecco, sì. Vede questa P ricamata sotto quest’angolo del vestito? Si trova anche sugli abiti delle altre bambole. Questi giochi sono stati creati quasi in serie. Le sopravvissute hanno parlato di una signora Piera, una sarta. Forse una delle tante civili che davano una mano ad ospitare i risultati qui a Sant’Anna. Non risulta tra i caduti. Forse è fuggita pochi giorni prima.”


Tra i caduti, però, sulla grande lastra in posizione sopraelevata, c’erano i nomi dei suoi nonni materni.


* * *


Solo 20 minuti per dormire

ma tu sogni una sorta di epifania

solo un piccolo barlume di sollievo

che dia senso a quello che hai visto



12 agosto 1944


Devi stare tranquilla, Esterina. Smettila di piangere. Non sta succedendo niente. Calmati.”

Ester parla alla sua bambola, o meglio, le si rivolge con il pensiero perché non può parlare. Ma non c’è verso, Esterina continua a tremare, dice che si sente sola e che ha paura.

Ester ne ha abbastanza dei suoi capricci. È pesante essere la mamma di una bimba così fantasiosa. Certe cose non vanno nemmeno pensate. Nel mondo reale la gente non brucia le case, le persone non cadono giù come birilli, gli adulti grandi e grossi non inseguono i bambini sotto i tavoli.

Esterina ha fatto solo un incubo. Ma ora sono nel posto giusto per farsi un bel sonnellino. Nessuno le disturberà in questo ripostiglio, in questo minuscolo armadio. Il Don ci teneva le vesti di riserva, ma poi un piede si è rotto. A nessuno importa dei vestiti dei preti. A tutti, stasera, importa delle persone, e nessuno potrebbe mai immaginare che ci sia qualcuno lì dentro, ma lei ed Esterina sono tanto piccole e tanto silenziose. E soprattutto si sono spaventate per niente.

Dormi, Esterina, dormi. Usciremo di qui. Staremo bene.”



9 gennaio 2023


E invece Ester non era stata bene per niente. Disturbo post traumatico da stress, direbbero oggi gli specialisti. Il segreto che aveva sempre diviso la loro famiglia, per Primo.


Il direttore del museo, vedendolo sconvolto, aveva cercato di confortarlo dicendo che avrebbe cercato di raccogliere ulteriori informazioni sui suoi nonni, su come fossero arrivati a Sant’Anna, sul perché avessero deciso di fermarsi proprio lì, tra partigiani e civili, in un luogo che sembrava un nascondiglio sicuro e si era rivelato una trappola mortale.


Primo lo aveva ringraziato, ma sapeva di aver capito l’essenziale.


Per anni, decenni, aveva pensato che quel bambolotto che sua madre aveva voluto tenere in cassaforte fosse l’unica cosa bella che era riuscita a salvare da un’esperienza orribile. Invece era un simbolo della piccola se stessa, un suo minuscolo alter ego di pezza e stoffa, il ricordo di come si era sentita a sei anni, perdendo tutta la sua famiglia e sfuggendo per un pelo ad un destino terribile. Una bambola rotta che non si sarebbe mai più riaggiustata, perché l’odio e la violenza l’avevano spezzata per sempre.


Sapeva che cosa doveva fare. L’indomani sera stesso, una volta tornato a Milano, avrebbe parlato di Ester a sua moglie ed a suo figlio. Avrebbe raccontato loro la sua vera storia, quella che lei non aveva mai voluto e potuto ripercorrere a parole. Era giunto il momento di ricordarla, non per ciò che si era sentita, ma per quello che era veramente stata: una donna coraggiosa, nata in un periodo disgraziato, in grado di vivere una vita piena nonostante gli orrori del suo passato. Questo sarebbe stato, per lui, onorare la sua memoria.



FINE



Ed eccoci giunti alla fine del nostro racconto di gennaio!

Devo dire che la seconda parte è stata un po’ impegnativa da buttare giù… diciamo che ho fatto del mio meglio. Ci tenevo, dopo vari post a tema nel corso degli anni, a fare un vero e proprio racconto per la Giornata della Memoria, e questa volta ci sono riuscita.


La canzone che ci accompagna è Epiphany della mia cara Taylor Swift, una delle mie preferite del suo disco Folklore, e la trovate a questo link.


Fatemi sapere che ne pensate di questa storia… tengo molto al vostro parere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 23 gennaio 2023

WINTER THEMED BOOKTAG

 Un libro per ogni caratteristica dell'inverno



Cari lettori,

come sapete, passano gli anni di blogging ma non passa la mia passione per i “Tag… a tema libri”! Ogni tanto mi piace mettere uno di questi questionari su questi schermi: che si parli di stagioni della natura, di momenti particolari dell’anno che richiedono un riepilogo o di qualche passione da coniugare a quella dei libri, trovo sempre un booktag che possa essere carino da riproporre sul blog.


Questo “winter themed” proviene dal blog The Bookworm Central e mi è sembrato ideale per gennaio. Ecco i miei consigli di lettura per questo periodo gelido!



1) Neve che cade: i colori dell’inverno sono messi “in muto”.


Scegli un libro che ha del bianco, dell’azzurro e del grigio in copertina.


Un caso maledetto di Marco Vichi non ha solo una copertina tra i toni dell’azzurro e quelli del grigio, ma è anche una lettura che consiglio per questo periodo dell’anno, dal momento che ci stiamo avvicinando alla Giornata della Memoria.


È una delle ultime tra le avventure di Franco Bordelli, il commissario partigiano. Questa storia è ambientata nel 1970, eppure l’omicidio del quale il protagonista si deve occupare sembra affondare le radici nel passato, ed in particolare nella Seconda Guerra Mondiale.


Un anziano nobiluomo fiorentino è stato ucciso brutalmente nel suo appartamento, e Bordelli intuisce subito che l’uomo è stato oggetto di un’aggressione omofoba e che i suoi assassini sono, con ogni probabilità, dei nostalgici dei regimi totalitari.


Bordelli, inoltre, non è preoccupato solo per le indagini. Mancano poco più di tre mesi alla sua pensione: quale futuro lo attende?


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2) Fuoco scoppiettante: il clima più freddo crea il momento perfetto per sedersi vicino ad un fuoco che scoppietta nel camino.


Quale libro è il migliore per accoccolarsi di fronte al falò?


Reo confesso di Valerio Varesi è tecnicamente un giallo ottobrino/novembrino, ma secondo me è molto indicato anche per i mesi più freddi, combattendo buio e gelo con le confortanti e calde lucine di casa nostra (e, perché no, con un bel fuoco).


Il commissario Soneri, protagonista delle storie dell’autore, dopo i primi difficili mesi di pandemia si trova nell’autunno del 2020 già insofferente alle mascherine e molto spaesato di fronte ad una Parma mezza deserta.


In una sera nebbiosa, egli incontra un uomo, Roberto Ferrari, che gli confessa di essere l’assassino di Giacomo Malvisi, un faccendiere coinvolto in affari poco chiari. In effetti il corpo dell’uomo viene ritrovato nel suo ufficio poco dopo; Soneri, però, è convinto che Ferrari non gli abbia detto tutto, e chiede alla compagna Angela di fare da avvocato al “reo confesso” mentre lui indaga per vie ufficiose.


Un romanzo perso tra le nebbie della Bassa, come tanti di Valerio Varesi, ed ambientato nel corso di un autunno/inverno particolare che ha costretto tutti noi a stare in casa molto più del previsto.


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3) Tempesta di ghiaccio: il maltempo in inverno può essere brutale.


Quale libro ami tra quelli che trascinano il protagonista attraverso una stagione difficile?


Gli occhi di Sara di Maurizio De Giovanni racconta un momento veramente difficile della vita della protagonista.


L’ex agente dei Servizi in pensione Sara Morozzi si sente sull’orlo della disperazione: il nipotino Massimiliano, chiamato come il suo compianto compagno di vita, ha un tumore che sembra essere non operabile. L’unica speranza pare essere un chirurgo russo, tanto abile quanto misterioso, quasi impossibile da contattare.


Dopo qualche indagine, Sara si rende conto che il medico che sta cercando è una sua vecchia conoscenza: all’improvviso la sua mente torna ad una oscura vicenda avvenuta negli anni ‘90, ad un gruppo di studenti polacchi sovversivi, ad un piano folle e criminale.


Per me il migliore tra i romanzi della serie di Sara.


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4) Desideri d’inverno: passare meno tempo all’interno permette più tempo per sognare ed esprimere desideri.


Quale personaggio sta vivendo una vita che ti fa sognare?


La locanda degli amori sospesi di Viviana Picchiarelli è un contemporary romance ambientato in una bellissima villa sul Lago Trasimeno, trasformata in un originale albergo per gli amanti della lettura e della scrittura, tra librerie suddivise per genere, seminari di scrittura ed incontri con gli autori.


A gestirlo sono due signore di mezza età, Matilde ed Emma, che hanno dato una svolta alle loro vite dopo pensionamenti, divorzi e lutti.


La tranquillità della locanda viene sconvolta quando arriva Matteo, avvocato di successo, autore di una serie di gialli e primo amore di Matilde.


Un romanzo sulle seconde occasioni ideale per chi, in questo periodo, sogna proprio una bella vacanza! Non vi nascondo che anche per me sarebbe una location da sogno dove rilassarsi per un po’…


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5) Cioccolata calda: non c’è niente come una tazza bollente di cioccolata durante l’inverno, e da adulti spesso lo sottovalutiamo.


Che libro pensi dovrebbe essere il prossimo grande tormentone?


I delitti di via Medina-Sidonia di Santo Piazzese secondo me è un personaggio sottovalutato, così come il personaggio di Lorenzo La Marca. Piazzese è comparso qualche volta all’interno delle varie raccolte gialle della Sellerio, ma secondo me c’è molto di più.


Al centro dell’intreccio di questo romanzo ci sono due delitti commessi nel giardino del Dipartimento di Biologia dell’Università di Palermo. Le indagini sono affidate al vicequestore Vittorio Spotorno, ma il vero motore del romanzo è il professor Lorenzo La Marca, un uomo colto e riflessivo, ma anche amante della sua terra, e, a modo suo, romantico.


Questo romanzo è un omaggio alla Sicilia, al mondo della cultura umanistica ed ai piaceri della tavola. Purtroppo il mondo accademico ne esce un po’ meno bene, ma almeno è raccontato con grande ironia.


Quando dico che questa piccola serie di Piazzese è sottovalutata, sento, come si suol dire, un cuore di leone e uno d’asino: da un lato penso sinceramente che meriterebbe più successo, dall’altro ho paura che il tesoretto che si cela tra queste pagine possa venire banalizzato. Mi dispiacerebbe, per esempio, che venisse trasformato in una fiction il cui commento medio finisce per essere “Uff, un’altra serie siciliana con un uomo ironico a cui piace mangiare”. È successo in parte anche con Savatteri e me ne dispiace. Forse è meglio che Lorenzo La Marca resti sulla carta.


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6) Balsamo labbra e crema: nutrire la pelle secca è parte dell’inverno per molti.


Quale libro è pieno di parole sagge e confortanti?


La parrucchiera di Pizzuta di Nino Motta è un romanzo giallo che ha risvegliato in me tanti ricordi del periodo universitario.


La protagonista di questa storia, Rosa Lentini, è una donna matura separata e con una figlia grande, che per tutta la vita ha fatto la ricercatrice precaria di Filologia.


Frustrata dall’ennesima delusione lavorativa, ella decide di prendere aspettativa e di andare a trascorrere l’estate in Sicilia, nel paese di mare dov’è cresciuta e vive ancora sua madre.


Proprio lì, sfogliando vecchie riviste, viene attratta da un “cold case” avvenuto nel 1956: la misteriosa e violenta morte di una giovane parrucchiera, Nunziatina Bellofiore. Dal momento che tutti sembrano restii a parlarne, Rosa farà appello alle sue metodologie di filologa per scoprire la verità e fare luce su questo vecchio giallo.


Questo non è proprio un romanzo riflessivo, però, per me, in un certo senso, lo è stato. Insieme a Rosa ho ripercorso la mia carriera universitaria, il momento in cui io ed i miei amici abbiamo considerato dottorati o percorsi simili solo per scoprire che è un mondo estremamente difficile, le soddisfazioni relative alla scrittura della Tesi che purtroppo iniziano a somigliare sempre più ad un bel ricordo. Certo che, se penso all’allegra confusione nella quale sono immersa da ormai qualche anno insieme ai bambini, e provo a pensare con intensità a quella vecchia me stessa che studiava tragedie greche nella mini biblioteca in piccionaia dell’Università e non avrebbe chiesto altro, mi dico che la vita è proprio una sorpresa.


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7) Aroma di menta.

Qual è il tuo snack o bevanda d’accompagnamento per queste maratone di lettura invernali?


Ammetto che non sono una persona che mangia/beve mentre legge. Per esempio, io ammiro moltissimo quelle colleghe blogger che portano avanti l’idea del “libro a colazione”: io a colazione ascolto solo un po’ di musica con la Smart TV (a volume basso se sono stanca), perché già mi dà fastidio guardare qualcosa, figuriamoci leggere. Per non parlare del fatto che mi macchio sempre, ed ovunque, e costantemente, ed è già tanto che non macchio anche gli altri.


Però, nonostante tutto questo, anche io rientro nel cliché delle tisane, dei biscottini, dei dolcetti come accompagnamento alla lettura. Magari è meglio per me, per il mio salotto ed i miei libri che il “momento romanzi” sia separato dal “momento merende invernali”: però tutti e due sono un simbolo della stagione!




Ecco i miei consigli di lettura per questo freddo gennaio!

Fatemi sapere se conoscete questi autori, se avete letto questi romanzi, se vi sono piaciuti. Come sempre, consideratevi taggati, sia che preferiate replicare questo TAG sui vostri blog, sia che mi vogliate dire la vostra versione in modo più breve nei commenti. Spero che le mie scelte vi siano piaciute!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


venerdì 20 gennaio 2023

EDIPO RE

 Gli eroi di Sofocle #5




Cari lettori,

primo appuntamento dell’anno nuovo con “L’angolo della poesia” ed il nostro progetto letterario dedicato agli eroi di Sofocle!


Dopo aver letto insieme Aiace, Le TrachinieFilottete ed Antigone, non ci resta che affrontare la dilogia che ha per protagonista Edipo, una delle figure tragiche più importanti della classicità.


Edipo Re è una delle opere più studiate al liceo classico, ed anche io mi ricordo di essere andata a vederlo a teatro con la mia classe. In ogni caso, spero che la mia recensione interesserà anche chi non è del settore!



Una situazione delicata


La storia, che oggi potremmo considerare un “prequel” di quella raccontata in Antigone, è ambientata a Tebe, una città che ha avuto vicende politiche molto travagliate. Dopo tanti anni trascorsi in pace sotto la guida del vecchio e saggio re Laio, il suo misterioso assassinio ha fatto precipitare Tebe nel caos.


La città è finita preda della Sfinge, una mitica e ferocissima creatura di origine orientale che sottopone ad indovinelli complessi chiunque gli si trovi davanti, aggredendolo nel caso di risposta sbagliata. Il terrore ha regnato, finché non è arrivato Edipo, che con la sua astuzia ha risolto l’enigma della Sfinge e l’ha allontanata da Tebe.


Edipo è stato largamente premiato per le sue gesta: è diventato il nuovo re di Tebe ed ha sposato la regina vedova, Giocasta, dalla quale ha avuto quattro figli (Antigone, per l’appunto, la sorella Ismene, ed i gemelli Eteocle e Polinice).


La situazione iniziale della tragedia ricorda, in qualche senso, quella dell’Iliade: Apollo ha maledetto la città con una pestilenza e niente, né i sacrifici di rito né le preghiere congiunte di tutti i giovinetti di Tebe, serve a fare cambiare animo al dio infuriato.


Il responso dei sacerdoti di fronte a questa terribile persecuzione di Apollo è univoco: purtroppo l’assassinio di Laio è ancora a Tebe, e solo la consegna dell’uccisore alla giustizia ristabilirà l’equilibrio perduto. Edipo, erroneamente convinto di aver trovato una soluzione razionale all’imprevedibile comportamento del dio, dà inizio ad una vera e propria indagine. Disgraziatamente egli non conosce ancora la terribile verità.



Un giallo da risolvere


Continuano i parallelismi con Omero, stavolta con l’Odissea. Se consideriamo la parte centrale di Edipo Re come una sorta di giallo, possiamo dire che il primo testimone ad essere sentito è Tiresia, l’indovino cieco che Odisseo incontra nell’Aldilà e che gli predice tutta la sua vita futura.


Tiresia qui è ancora in vita, risiede a Tebe e sembra rispondere malvolentieri alla chiamata di Edipo. Il suo atteggiamento è molto misterioso, ai limiti del minaccioso: a quanto pare, se il re non vuole scoprire qualcosa di terribile, è meglio che si rassegni a restare nell’ignoranza. Edipo, sentendosi in dovere di conoscere quello che è accaduto nel tentativo di salvare la città, non ascolta Tiresia e continua ad incalzarlo. La risposta dell’indovino è terribile: è Edipo stesso l’assassino di Laio.


È solo l’inizio di una sorta di spirale discendente che porterà il nostro protagonista alla scoperta di una verità orribile. Edipo, infatti, cresciuto a Corinto come figlio del re Polibo e della regina, è fuggito anni prima da quello che per lui è il suo paese di origine dopo aver ascoltato un terribile vaticinio: secondo una profezia, egli sarebbe stato condannato ad uccidere il padre ed a giacere con la madre.


Quello che Edipo non sa è che non è figlio naturale di Polibo, ma che, ancora neonato, è arrivato alla sua famiglia adottiva tramite una serie di eventi fortuiti. Egli è in realtà il figlio esposto (ancora una volta, abbandonato a causa di una terribile profezia) di Laio e di Giocasta.


È così che il vaticinio tanto temuto, che ben due famiglie hanno cercato di evitare in tutti i modi, si è inevitabilmente compiuto.



Una terribile catarsi


La conclusione della tragedia è tra le più drammatiche che si possano immaginare.


Giocasta, non sopportando la terribile realtà, si uccide da sola nelle sue stanze. Edipo, consapevole sia di aver ucciso Laio ad un incrocio tra più strade per una banale lite che di aver messo al mondo dei figli maledetti, decide di accecarsi, per non vedere più nulla di quello che ha creato e per non essere più nelle condizioni di commettere terribili sbagli.


Il governo della città viene affidato a Creonte, fratello di Giocasta e braccio destro di Edipo fino a pochi giorni prima. Proseguendo il nostro parallelismo con il giallo, potremmo dire che Creonte è stato il primo sospettato dell’assassinio di Laio; egli si è ripetutamente difeso dicendo non solo che è innocente, ma anche che la posizione subalterna è per lui ideale e che non aspira al potere assoluto. Come abbiamo visto leggendo insieme Antigone, la prima affermazione è vera, la seconda non troppo.


La dinastia a cui appartiene Edipo, quella dei Labdacidi, è maledetta: le disgrazie non si esauriranno con il nostro protagonista. Eteocle e Polinice si uccideranno in una guerra fratricida, Antigone andrà incontro ad un terribile destino per aver voluto dare una giusta sepoltura al fratello, Creonte perderà moglie e figlio in maniera violenta e sarà costretto a sua volta a cedere il bastone del comando.


Perché una simile catena di lutti? Di certo Sofocle non ha fatto questa scelta narrativa a caso. Come forse chi ha studiato i classici si ricorderà (e, per chi ha fatto filosofia, la Poetica di Aristotele è molto ricca da questo punto di vista), lo scopo finale della tragedia ai tempi era la “catarsi”, ovvero la purificazione da tutte le emozioni più violente e dai turbamenti più profondi. Lo spettatore del tempo osservava con attenzione il protagonista della tragedia compiere qualcosa che allora era considerato empio o tabù, ne osservava le nefaste conseguenze, spesso cedeva ad un pianto liberatore ed infine traeva una lezione, liberandosi di un’intenzione spesso molto simile a quella del protagonista.


Ci sono tragedie che invitano a rispettare la legge degli uomini, altre che consigliano di non oltrepassare i confini posti dagli dei, altre ancora insegnano l’importanza di un comportamento pio con la famiglia e con gli amici. La storia di Edipo, invece, spinge ad evitare con orrore il più grande dei tabù: l’incesto.



Una morale… imitata


La conclusione della tragedia è celeberrima: il coro, da sempre portatore dei valori della tradizione, invita gli spettatori a non considerare nessuno “felice e fortunato” prima del suo ultimissimo giorno di vita, perché il rovescio della sorte è sempre in agguato, ed Edipo, da re fortunato, è piombato in un abisso.


Se vi sembra di aver già sentito questa frase, ma non conoscete molto Sofocle, forse è perché l’avete sentita alla fine di American Pastoral, il film tratto dal famosissimo romanzo Pastorale americana di Philip Roth, di cui vi avevo già parlato in questo post. Mentre rileggevo la tragedia per il progetto non ho potuto fare a meno di ripensare a come l’autore statunitense abbia cercato di ricalcarla e come, per tanti versi, l’operazione non mi abbia convinto.


Come Edipo, anche il protagonista Seymour Levov è il più fortunato degli uomini, un quarantenne americano che ha avuto tutto dalla vita: popolarità al liceo, matrimonio con una bella donna, azienda di famiglia, una quotidianità benestante. Come lui, un giorno l’Inferno busserà alla sua porta sotto forma di una figlia psicologicamente instabile che compie un attentato terroristico e poi sparisce nel nulla.


Perché, però, il paragone regge poco? Perché il povero Levov, secondo me, non ha fatto proprio nulla per meritarsi questo. Edipo, per quanto un amante della tragedia greca possa sforzarsi di riabilitarlo, è un antieroe, figlio di un tempo violento: ha effettivamente ucciso un uomo per una sciocca precedenza in strada, ed è da escludere che sia stata l’unica volta che ha impugnato la spada per una sciocchezza. Affinché il paragone reggesse, ci sarebbe voluto un altro grande delitto, una macchia sulla coscienza, almeno un paio di truffe, che ne so. E invece, di quale terribile onta si è macchiato Levov? Di essere stato il capitano della squadra di football al liceo e di aver sposato la sua fidanzatina Miss New Jersey… e quindi di essere nel “mondo degli dei che non capiscono niente della vita”. Dai, siamo seri… solo gli americani possono prendere sul serio una cosa simile!


Eppure è così. Levov è proprio un brav’uomo, è l’unico che intuisce il malessere della figlia prima della tragedia e cerca di farla curare, l’unico che continua a cercarla mentre il resto della famiglia la rinnega e va avanti come se niente fosse… e tutti continuano a trattarlo male. Tra l’altro, questa cosa è proprio irrealistica. Voglio dire, stessimo parlando di una famiglia indigente, allora l’autore avrebbe potuto fare un’operazione come quella fatta in Joker e parlare della sanità privata degli USA e dell'impossibilità, per i poveri, di curare la propria salute fisica e mentale. Ma una famiglia americana benestante, per non dire ricca, appena apre il portafoglio ha accesso a cliniche private che competono con i nostri hotel extralusso. È improbabile che vengano presi per i fondelli in un unico colloquio con una psicologa che ha evidentemente trovato la laurea nelle patatine.


Comunque tanto di cappello a Philip Roth ed a chi ha diretto ed interpretato il film. L’ho visto anni fa ed ancora mi va di rifletterci, anche se in negativo. Quindi devo riconoscere che questa storia... una sua forza narrativa ce l’ha.





Eccoci arrivati alla fine!

Spero che non vi sia dispiaciuta questa mia “fuga” finale nella lettura/cinematografia americana, ma sapete com’è, io ci tengo a raccontarvi le mie più sincere impressioni ed i collegamenti che ho fatto in sede di lettura, e stavolta sono stati questi.

Il nostro percorso alla scoperta di Sofocle si concluderà a febbraio con Edipo a Colono e poi chissà… partiremo per nuovi percorsi!

Nel frattempo non abbiate timore a lasciarmi un commentino, anche piccolo piccolo… giusto per farmi sapere che cosa vi sta interessando di questo progetto!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)