giovedì 12 marzo 2026

GIALLI LIGURI

 Due romanzi di Roberto Centazzo e Maria Masella




Cari lettori,

dopo un po’ di post a tema libri dedicati al genere romance e affini, oggi, per le nostre “Letture… a tema”, torniamo a parlare di gialli.


Il filo conduttore del post odierno è l’ambientazione: la Liguria, la mia “seconda casa”, e in particolare Genova. Il primo dei due romanzi è una delle ultime uscite di un autore di cui vi ho parlato già più volte. Per la presentazione di questo volume sono stata proprio in una libreria di Varazze, dove c’è la casetta di famiglia.


Il secondo invece è un romanzo di un’autrice che non conoscevo: una lettura davvero coinvolgente, che ho divorato in pochi giorni.


Vi lascio alle recensioni!



L’inconveniente della morte, di Roberto Centazzo


La lunga estate dei tre poliziotti in pensione protagonisti della serie “Squadra speciale Minestrina” è quasi finita, e, anche se i soldi sono sempre pochi e le possibilità non sono infinite, è stata piuttosto serena.


Ferruccio Pammattone, con qualche sacrificio, è riuscito a risparmiare abbastanza per portare la sua giovane compagna Yasmina in un bell’albergo con tanto di trattamenti termali, in modo che, almeno per una settimana, ella possa staccare dal suo lavoro (pulizie e cucina) ed avere già tutto pronto, senza pensare a niente.


Eugenio Mignogna e Luc Santoro, gli storici (ormai ex) colleghi di Pammattone, sono tornati chi al paese d’origine chi a passare il tempo con le figlie, e non hanno una gran voglia di ritornare a Genova in settembre.


In fondo il lavoro non c’è più, chi glielo fa fare di tornare in città, a portare avanti la loro attività da detective non riconosciuti?


Eppure le indagini della “Squadra Speciale Minestrina” ormai sono decisamente popolari, al punto che i tre ex poliziotti sono ospiti fissi di una trasmissione su una TV locale. Il ruolo di opinionisti è qualcosa di nuovo per loro, e ci tengono a fare bella figura, soprattutto Ferruccio, l’unico dei tre che non ha particolari impegni familiari – a parte la vita a due con Yasmina – e prova ancora nostalgia per la sua vecchia vita.


Un giorno, in una bella casa del centro storico di Genova, avviene una morte inspiegabile. Una donna conosciuta, una dottoressa molto apprezzata, viene trovata strangolata di fronte alla porta di casa sua.


Il primo sospettato è l’ex marito, un vigile del fuoco che i tre protagonisti conoscono bene. Eugenio gli ha addirittura prestato il suo camper nel periodo in cui la separazione era appena avvenuta e l’uomo non aveva ancora racimolato abbastanza soldi per l’affitto. Effettivamente sembrerebbe il colpevole perfetto: l’accordo di divorzio era svantaggioso per lui ed egli aveva persino iniziato a bere.


Ma Ferruccio, Eugenio e Luc non abbandonano la speranza che il loro conoscente ed amico non si sia trasformato in un assassino, per di più di una donna che forse amava ancora. Ferruccio lo difende persino in televisione, con una giornalista ed opinionista un po' troppo ansiosa di gridare al femminicidio.


È in questo momento che entra in gioco Marco Raffa, altra vecchia conoscenza della Squadra Speciale Minestrina. Anche lui è un “pensionato suo malgrado”: raggiunti i requisiti, nonostante il suo tentativo di temporeggiare, il giornale dove lavorava lo ha messo a riposo. Eppure qualcuno crede ancora nelle sue capacità da cronista d’assalto: da qualche giorno, egli riceve strane telefonate anonime che segnalano casi di mala sanità all’ospedale di Genova.


Sapendo che Ferruccio ed i suoi non hanno rinunciato alle loro indagini non autorizzate, Marco li contatta e propone loro di seguire la pista dell’ospedale, che sembra fin da subito molto intricata…



Sono contenta di potervi parlare, finalmente, de L’inconveniente della morte, perché ho assistito alla presentazione di questo volume addirittura l’estate scorsa. Poi, nei mesi freddi, ho letto il romanzo, ma aspettavo proprio di poterlo abbinare ad un’altra storia “genovese” per parlarvene.


La presentazione con firmacopie è stata del genere che piace a me: tranquilla, raccolta, in una libreria del centro storico di Varazze. Una sorta di book club: abbiamo potuto discutere di molti temi con l’autore, compresi i suoi romanzi precedenti, il settore giallo/crime in generale, la possibilità di qualche trasposizione televisiva, e lui gentilmente si è fermato ben oltre l’orario previsto.


La “Squadra Speciale Minestrina” (non più “in brodo”, perché a quanto pare è un’aggiunta che invecchia ulteriormente i nostri protagonisti) vive una fase di stanca, e l’autore stesso ha dichiarato che non sa se protrarla ancora o lasciare più spazio a nuove serie e nuovi personaggi: già in questa storia l’unico ancora motivato è Ferruccio. Eugenio e Luc si trascinano lentamente, perché tra il pensiero di un trasferimento e i problemi familiari la testa è da un’altra parte, e ritornano “sul pezzo” soltanto quando un loro vecchio amico rischia grosso.


La particolarità delle storie di Roberto Centazzo è proprio il realismo, l’attenzione per il quotidiano. Io, lo sapete, leggo volentieri tutti i sottogeneri di giallo. Se però, dopo aver conosciuto commissari che sono eroi senza macchia e senza paura e serial killer al limite del fantasy, volete leggere qualcosa di più vicino alla vita di tutti i giorni, questo autore è la scelta giusta.


Egli ha fatto parte della polizia ferroviaria per decenni prima di andare in pensione e dedicarsi completamente alla scrittura, quindi possiamo dire che i protagonisti di questa storia sono quasi dei suoi alter ego. Tre ex poliziotti che conoscono solo questa vita e non sanno bene come reinventarsi, che dopo una vita di lavoro fanno fatica a godersi la vita con la pensione (grande ingiustizia del nostro paese), che non hanno mai visto né un serial killer né un intreccio da paura ma hanno passato anni ed anni a combattere truffe, furbetti di ogni genere, tentativi di speculare su tutto (anche sulla salute delle persone).


All’incontro si è parlato anche della scena – che effettivamente poteva essere controversa – di Ferruccio che se la prende con l’ospite femminista. In questo caso, però, sul banco d’accusa ci sono quelle persone che sono saltate sul carro del femminismo solo per raggiungere un loro scopo di carriera o di popolarità, senza fare una vera differenza per le donne che soffrono. Da fervente femminista, devo ammettere a malincuore che negli ultimi anni si sono viste un po’ troppe persone così. E quindi sono d’accordo con l’autore.


Personalmente spero che la Squadra Speciale Minestrina torni a farci compagnia… ma vediamo che cosa succederà!



Irene l’assassina, di Maria Masella


Questa triste e difficile storia ha inizio con l’ultimo giorno di carcere di Irene, una donna di mezza età che non ha più niente da perdere.


Irene un tempo è stata la moglie di Stefano, un’impiegata molto apprezzata dal commercialista suo datore di lavoro, e soprattutto la madre di Giulio.


Giulio aveva solo cinque anni il pomeriggio in cui Irene l’ha portato a giocare sulla solita piccola spiaggia del litorale genovese. Ma, tra lavoro e carico familiare (che il marito lasciava interamente a lei), la stanchezza era davvero troppa. È bastato un colpo di sonno imprevisto, e Giulio è annegato. All’inizio tutti avevano pensato ad una tragedia: poi, però, l’autopsia aveva tolto ogni dubbio. Giulio era stato ucciso da qualcuno, che gli aveva tenuto la testa sotto l’acqua.


I sospetti erano ricaduti subito su un senzatetto che girava spesso per i giardini di quella zona di Genova e, a detta di molte madri e nonne, si avvicinava troppo ai bambini. Pochi giorni dopo, però, l’uomo era stato investito. Da Irene: almeno così sembrava.


La donna, che dopo la morte del figlio viveva in un costante stato di nebbia dovuta a sonniferi e psicofarmaci, non ricordava nulla. Ma non si era difesa. Aveva concluso che sì, non poteva che essere lei l’assassina. Il giudice l’aveva condannata a quindici anni di detenzione.


Ora Irene può uscire dal carcere, ma non ha nulla. Rifiuta l’aiuto del suo ormai ex marito, che, a sua insaputa, ha iniziato una relazione con una donna che anni prima faceva parte del loro gruppo di amici. L’uomo ha fatto il gesto di venirla a prendere di fronte al carcere, ma Irene non vuole nemmeno un soldo da lui.


Ella si affida all’associazione per il reinserimento dei carcerati, accetta l’alloggio che le viene proposto (pochi locali bui in un palazzone circondato da colonne che sembrano sbarre) e inizia a lavorare come operaia. Le uniche persone con cui parla un po’ sono l’unica delle sue colleghe senza pregiudizi e una vicina di casa arrivata da poco in Italia, ma a nessuno dà confidenza per davvero.


Ella non sa, però, che qualcuno la osserva da lontano e si sta occupando di lei e di una sua possibile riabilitazione. Si tratta di Jensen, un giornalista e ghostwriter che per tanti motivi – la gestione del lavoro, l’autonomia, lo scarso desiderio di impegnarsi – ha sempre preferito rimanere nell’ombra e lasciare che fossero altri a metterci la faccia, ma solo una volta si è appassionato ad un caso: quindici anni prima, quando Irene è stata condannata.


Ora che la donna è uscita, Jensen fantastica di scrivere su di lei il suo primo vero libro, ma per farlo egli deve comprendere chi è stato l’assassino del senzatetto – perché egli non pensa che si tratti di Irene – e, soprattutto, chi ha voluto uccidere il piccolo Giulio.


Le sue indagini lo portano ad una scoperta scioccante: da quando è uscita dal carcere, Irene riceve delle lettere anonime, con scritte come “Assassina” o “Hai ucciso la persona sbagliata”. Chi altri, oltre a lui, ha interesse a rimestare in quella vecchia storia?



Irene l’assassina è un thriller suddiviso in tre parti. La prima ha come protagonista Irene, la seconda Jensen, la terza ed ultima un’ispettrice di polizia che avrà il coraggio di riprendere in mano questo vecchio caso.


È una di quelle storie che si divorano. Pagina dopo pagina, i dettagli inquietanti si sommano, e si verificano nuovi delitti che in qualche modo si collegano a quelli compiuti più di quindici anni prima.


Abituata a gialli liguri che virano verso la commedia (come quelli del già citato Centazzo, quelli di Valeria Corciolani che sono molto ironici, quelli di Cristina Rava che alternano parti noir ad altre sulla quotidianità dei protagonisti), non mi aspettavo una storia così cruda e intensa.


Qui, amici, mi spiace dirlo perché sapete quanto sono legata a questa terra, ma ci scordiamo la Liguria dell’idillio: se leggete questo romanzo, per qualche centinaio di pagine sarete in compagnia dei peggiori angoli di Genova, quelli vicino alle carcasse arrugginite dei porti e delle fabbriche, quelli che superi velocemente in treno chiedendoti quanto manca all’arrivo in Riviera.


Ma vi assicuro che nulla di tutto questo vi impedirà di restare incollati alla lettura.

Per me è stata una bella scoperta: penso che leggerò altro di questa autrice!




Questi sono i miei consigli di lettura odierni!

Che ne pensate? Conoscete questi autori?

Avete letto qualcosa di loro? Vi è piaciuto?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 9 marzo 2026

I GIOCHI OLIMPICI

 Una mostra tra storia e sport alla Fondazione Rovati




Cari lettori,

oggi, per i nostri “Consigli artistici” ed “Eventi culturali”, sono molto contenta di raccontarvi che, come vi dicevo nei Preferiti di febbraio, sono riuscita a tornare alla Fondazione Rovati , un museo milanese di fronte ai giardini in zona Palestro. Si tratta di un luogo dedicato principalmente allo studio degli Etruschi, civiltà che mi ha sempre molto affascinato ma di cui spesso ho avuto l’impressione di sapere poco. Devo ammettere che questo angolino di Milano, così curato ed accogliente, mi sta aiutando molto a conoscerli meglio.


Circa due anni fa ho visitato la mostra dedicata all’antica città di Vulci (ve ne ho parlato meglio in questo post), in dicembre ho assistito alla presentazione di un libro con tanto di letture animate (ve l’ho raccontato qui), e ora sono riuscita a tornare – in un pomeriggio proprio piovoso – per una nuova esposizione.


Il tema è davvero originale: in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano – Cortina, gli organizzatori della mostra hanno pensato di dedicare un percorso tutto incentrato sui “Giochi olimpici”… di ieri e di oggi.


Tutti sappiamo che le Olimpiadi odierne non sono altro che una “nuova versione” di quelle che erano ambientate al tempo dei Greci. Questa mostra testimonia che anche gli Etruschi apprezzarono molto lo sport e lo rappresentarono tramite la loro arte.


Ma vediamo meglio insieme il percorso espositivo!



Atleti di ieri e di oggi


La mostra ha inizio al primo piano della Fondazione e prosegue nell’Ipogeo.


Le sale colorate del primo piano dell’esposizione sono ricchissime di teche che mostrano quanto, in realtà, chi organizza le Olimpiadi odierne abbia inventato ben poco. A partire dalla fiamma olimpica, rito irrinunciabile che sancisce ancora oggi l’inizio della manifestazione: anche una piccola anfora greca ritrae un atleta che la porta con sé in corsa.



Ci sono anche i manifesti di Cortina 1956, a testimonianza che non è la prima volta che le Olimpiadi invernali raggiungono l’Italia…



Altre volte le Olimpiadi si sono tenute dall’altra parte del mondo rispetto a Italia e Grecia, ma le origini non sono mai state dimenticate. L’accostamento in un’unica teca di un manifesto prodotto a Los Angeles con caratteri greci e di due vasi che ritraggono degli atleti è molto significativo.



Sport di ieri e di oggi! La staffetta, molto popolare nell’antichità, è arrivata fino a noi…



così come il lancio del disco, che oggi per fortuna non è più di pietra, ma è molto più aerodinamico…



e le varie forme di lotta/pugilato, sport che ha fatto guadagnare all’Italia parecchie medaglie.



Un corridore famosissimo di oggi è sicuramente Usain Bolt. I suoi effetti personali sono stati gentilmente prestati per questa mostra! Strano vederli in mezzo alle anfore greche…



Dei ed eroi dello sport


Lo sport era molto più che attività fisica svolta dal singolo. Noi viviamo un tempo in cui si parla di movimento anche per sciogliere le tensioni, riconnettersi con i propri pensieri, mantenersi in forma. Tutte ottime motivazioni, che però le società greche ed etrusche non avevano ancora gli strumenti per capire. 

Lo sport era soprattutto un rito collettivo, accompagnato da musica e feste, legittimato da dèi e muse, importante al punto che persino le guerre si fermavano. Per questo motivo il vasellame etrusco e greco non rappresenta soltanto gli atleti in azione, ma anche, per esempio, i suonatori che prendevano parte alle Olimpiadi per allietare il pubblico con la loro musica.



Alcune anfore scomodano addirittura Pallade Atena, dea della guerra (di strategia, a differenza della furia violenta di Ares/Marte) e della sapienza, che, in occasione delle Olimpiadi, deponeva le armi per benedire le attività sportive.



La seconda parte della mostra, nell’Ipogeo, mostra al visitatore come e quanto il fascino di dèi ed eroi del mondo classico non abbia mai finito di influenzare le Olimpiadi. Anche in tempi più recenti di quelli degli antichi Greci ed Etruschi, infatti, sono state create delle statue che raffigurano Nike, la dea alata della Vittoria.



E se non si è ispirati dai miti della classicità, perché la Grecia è un po’ lontana, sono gli eroi locali a prestarsi come soggetto. Questo premio olimpico di circa cento anni fa, creato dalla prestigiosissima gioielleria russa Fabergé, c’è un gruppo di eroi di foggia norrena che riporta a casa un vascello in mezzo alla tempesta. Forse un premio per una gara di vela o affini?



Tra dèi, eroi e uomini comuni, non può mancare il cavallo, amico animale di tanti personaggi di spicco della mitologia classica.



Una vita (sportiva) dopo la morte


Uno dei pezzi forti di questa esposizione, che non vedevo l’ora di ammirare, è la ricostruzione di una vera e propria tomba etrusca, la cosiddetta “Tomba delle Olimpiadi” di Tarquinia, un reperto del 530-520 a.C.


I muri della tomba, già suddivisi e collocati su pannelli di rinforzo, sono stati prelevati dalla loro sede originaria e, per quella che potrebbe essere la prima volta nella loro storia, sono stati ridisposti in una delle sale della Fondazione.


L’effetto è spettacolare, lascia veramente ammirati. Qui lo dico e qui NON lo nego: dovrei davvero fare un viaggetto culturale “sulle tracce degli Etruschi”, prima o poi.



Purtroppo parte della superficie è rovinata, ma quel che resta è sorprendente: si vedono uomini, cavalli, carri, riprodotti con una sorprendente cura per i dettagli. Si intravede quel che sembra una corsa con bighe, che diventerà popolarissima tra i Romani.



Altre pareti raffigurano invece sport pedestri, come la corsa o il lancio del disco.



Un’altra stanza della Fondazione riproduce, sempre su pannelli, una copia di un altro fregio etrusco, che presenta una doppia teoria di dipinti. Se quella inferiore riproduce delle figure danzanti…



quella superiore riproduce delle attività sportive, anche in questo caso con o senza cavallo.



La collezione permanente


Come vi dicevo, la mostra si suddivide tra primo piano e Ipogeo.


Ora, sarà che la prima volta che sono stata alla Fondazione Rovati mi stavo sciogliendo dal caldo e nell’Ipogeo ho trovato un riparo al fresco, ma a me questa stanza piace moltissimo. L’architetto che l’ha progettata ha pensato proprio di riprodurre una tomba etrusca, con le sue forme sinuose e la somiglianza con delle grotte comunicanti.



L’Ipogeo non ospita solo la seconda parte della mostra, ma anche alcuni reperti che avevo già visto in occasione dell’esposizione su Vulci, e che credo facciano parte di una collezione permanente. La parte dedicata alla gioielleria etrusca, per esempio, era presente anche l’altra volta, ma non smette mai di affascinare… almeno me.



Una parte della collezione è dedicata alla comunicazione con gli dèi, tra loro rappresentazioni ed ex voto. Nel contesto olimpico non poteva certo mancare una riproduzione di Eracle/Ercole: questa figura di eroe che compie grandi imprese e punta a entrare nel Pantheon divino sembra essere trasversale: è entrato a far parte della mitologia greca, etrusca e romana!



Non ci sono solo uomini e modelli virili: anche le donne comunicavano con gli dèi. L’oggetto principale delle preoccupazioni femminili sembra essere la maternità: tra infertilità e parti difficili, gravidanze che non sempre arrivavano al termine e neonati non sempre sani, in tempi in cui la scienza era ancora agli albori, le donne si affidavano tanto agli dèi… e se tutto andava bene, consacravano delle statue votive con tanto di utero.



Penso che tutti sappiate quanto era importante la vita ultraterrena per gli Etruschi (come i loro antenati, i Villanoviani, e come i più lontani Egizi). La collezione nell’Ipogeo ospita un buon numero di elementi del corredo dei defunti.



Come protettori per chi non c’era più potevano esserci anche degli animali di fantasia, incisi sul vasellame…



o altri in parte realistici e in altra parte fantastici, come questo gallo gigante. 

Il gallo annuncia l’arrivo di un nuovo giorno, e forse riprodurlo era di buon auspicio.



Vi ho parlato già altre volte del rapporto difficile che gli Etruschi avevano con la scrittura. A questo proposito vi consiglio uno dei miei romanzi preferiti in assoluto, Un infinito numero di Sebastiano Vassalli (trovate la recensione a questo link), che è sostanzialmente la causa della mia passione per gli Etruschi. 

Però, in conclusione della mostra, ci sono alcuni reperti che attestano che, alla fine della loro storia, essi hanno adottato i caratteri romani. Erano un popolo che si affidava alla tradizione orale; per loro “scrittura” era sinonimo di “morte”. Così, quando hanno capito di essere ormai “sulla via della morte” perché integrati (e di fatto subordinati) ai Romani, si sono arresi e hanno scritto. 

A costo di sembrare piagnucolona, ho già detto e ripeto che questo genere di cose mi fa commuovere.




Avete ancora un paio di settimane per visitare la mostra: chiuderà il 22 marzo!

Spero tanto che vi possa piacere, non solo perché io non smetterò mai di consigliare questo posticino di Milano, ma anche perché so che il tema olimpico piace a molti.

Fatemi sapere se avete visitato l’esposizione o se ci andrete!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 5 marzo 2026

DUE LETTURE PER L'8 MARZO

 Sophie Kinsella ed Elle Kennedy... per la Giornata Internazionale della Donna




Cari lettori,

siamo in zona 8 marzo e, per le nostre “Letture… a tema”, non possono mancare i consigli per la Giornata Internazionale della Donna!


Oggi ho pensato di proporvi due romanzi. 

Il primo mi è molto caro: si tratta di uno dei miei preferiti di Sophie Kinsella, autrice recentemente scomparsa. Ammetto che la notizia della sua morte mi ha davvero scosso – speravo che la sua battaglia con il cancro fosse ormai vinta – e, pochi giorni dopo, mi sono ritrovata tra le mani questo suo libro alle bancarelle dell’usato. Mi è venuto in mente che, avendolo letto moltissimo tempo fa, non ne avevo mai parlato sul blog, così me lo sono portato a casa e l’ho riletto. 

Il secondo è invece un titolo molto chiacchierato dell’autrice Elle Kennedy: le tematiche proposte mi sono sembrate in linea con la giornata dell’8 marzo.


Vi lascio alle recensioni!



Ti ricordi di me?, di Sophie Kinsella


A venticinque anni, non c’è quasi niente che funzioni nella vita di Lexi Smart. 

La sua storia familiare è piuttosto complicata, segnata dalla costante assenza del padre, che entrava e usciva a convenienza sia dalla sua vita che da quella di sua madre e di sua sorella. Da pochi giorni, però, l’uomo è venuto a mancare, e così Lexi si trova in mezzo ad una strada, dopo una serataccia in un bar qualunque in zona Londra, a sentirsi improvvisamente responsabile, sia per una madre svampita e troppo dedita ai suoi cani, sia per una sorella ancora piccola per affrontare un lutto.


Se solo non fosse l’ultima ruota del carro alla Deller Carpets, l’azienda in cui lavora. 

Se solo le sue amiche e colleghe, Fiona, Debs e Carolyn, si rendessero conto che lei non ha niente da festeggiare, perché a differenza loro non ha ricevuto alcun bonus dalla dirigenza e il giorno dopo la attende un funerale.

Se solo non fosse stata piantata in asso dal suo pseudo-fidanzato, un tipo talmente scialbo da essere definito da tutti “Dave lo Sfigato”.

Se solo lo specchio le restituisse un’immagine migliore, invece di quei capelli crespi, di quei denti fuori posto, di quei vestiti a poco prezzo…


Prima di rendersene conto, Lexi, alla disperata ricerca di un taxi, scivola su uno scalino bagnato. Poi il buio.


Lexi si risveglia in una confortevole stanza d’ospedale, nel reparto solventi, con un’infermiera premurosa che le serve il the. Eppure non potrebbe permettersi di pagarsi privatamente le sue spese sanitarie. E questa non è l'unica nota stonata.


Tutti, intorno a lei, sostengono che ella abbia 28 anni, non 25. E che abbia fatto un incidente guidando una Mercedes... di sua proprietà. 


Quel che è semplice da capire è che al vecchio trauma del taxi e dello scalino bagnato si è sommato quello nuovo dell’incidente in auto, e così Lexi, almeno per il momento, ha perduto tre anni di ricordi.


Molto più complicato è, quindi, comprendere tutto quello che è successo nel frattempo, e soprattutto perché. 

Lexi si guarda allo specchio e non si riconosce: l’acconciatura è perfetta, il fisico è quello di una donna abituata a diete e palestra, i denti sono sistemati, gli abiti firmati. E nella sua borsa ci sono un badge da “Direttore del reparto pavimentazioni” alla Deller Carpets e… una fede. Già, perché Lexi è sposata. Con Eric, un imprenditore edile di successo, un uomo molto bello e ricco che tre anni prima non l’avrebbe nemmeno degnata di uno sguardo.


Sul momento, Lexi, nonostante la botta in testa e lo sconvolgimento, è euforica. Le sembra di aver fatto una semplice dormita e di essersi svegliata all’interno di una vita perfetta, proprio come l’ha sempre desiderata. Così, quando i medici le propongono di tornare sia a vivere con Eric che in azienda, per poter agevolare il ritorno della sua memoria episodica, ella accetta.


I primi tempi sono una continua scoperta. Ben presto, però, arriva anche qualche brutta sorpresa. 

Sua madre è sempre più alienata e parla con i cani invece che rispondere alle sue spinose domande. La sorellina, da bambina con il cerchietto innamorata del suo pony, è diventata un’adolescente che risponde male, rubacchia nei negozi e si fa sospendere a scuola. 

Eric è molto preso con il suo lavoro e, per quanto benintenzionato, sembra considerare il matrimonio come un’altra azienda da mandare avanti, senza troppo spazio per i sentimenti.

Al lavoro, la nuova posizione da direttrice le ha regalato solo antipatie e tanto stress. Le sue tre amiche di sempre la evitano e, messe alle strette, confessano che in questi anni l’amicizia con lei è finita perché ella è diventata “una stronza arrogante”.


Come se tutto questo non la lasciasse frastornata, ad un certo punto compare anche Jon, un architetto che lavora con Eric. È un tipo piuttosto diverso da suo marito: simpatico, ironico, ma senza un particolare fascino. Eppure egli sostiene di essere stato il suo amante…



Ti ricordi di me? È da sempre uno dei miei romanzi preferiti di Sophie Kinsella. La trope della “perdita della memoria” mi piaceva molto anni fa (se qualcuno di voi c’era quando ho aperto il blog, forse ricorderete che uno dei miei preferiti del periodo era Innamorarsi a New York di Melissa Hill, un’altra storia di amnesia) e devo dire che, anche se è meno in voga, mi attira ancora.


Questo libro si pone molte domande su quella che, per una giovane donna, può essere considerata “una vita perfetta”. All’inizio del romanzo troviamo una Lexi sicuramente imperfetta, forse un po’ pigra nel non voler cambiare il suo status quo, ma capace di provare sinceri sprazzi di felicità: con le sue amiche, con sua sorella, nel tempo libero…


E poi Lexi si risveglia e scopre di avere un’esistenza che tutte le donne sulla soglia dei trenta sognerebbero. Ma non è tutto oro quel che luccica. 

Perché il badge con la scritta “Direttore” non è più soddisfacente se ti ritrovi ad aver paura di andare in ufficio, i soldi ed il lusso non riempiono la tua vita quanto le vere amicizie, e l’amore vero va ben oltre il classico “trovare un buon partito”.


Lexi, pagina dopo pagina, dovrà fare un viaggio a ritroso nel tempo, sia per comprendere che cosa l’abbia trasformata in una persona che non riconosce, sia per capire che cosa tenere e che cosa buttare della sua nuova vita.


Nonostante la presenza di tematiche serie, il romanzo è un continuo susseguirsi di scene divertenti ed equivoci spassosi. Vi dico la verità: ho letto molto romance e tanto altro ne leggerò, ma la formula che adotta Sophie Kinsella per me resta una delle migliori in assoluto. Il suo modo di farci ridere di gusto e poi di tagliare in profondità come una lama, il tutto nella stessa pagina, resta qualcosa di raro.


Dalla ricerca della “vita perfetta” all’ostentazione social, dal carrierismo che svuota la vita privata al burnout, dalla fatica nel trovare la propria strada a quella nel lasciare la casa di famiglia, dall’accettazione di sé per un miglior futuro al coraggio di fare luce sui misteri del passato… i temi personali e sociali trattati nei suoi romanzi sono davvero moltissimi.


E mi dispiace ritrovarmi a pensare che forse questa è una delle ultime volte in cui recensirò un suo libro. I suoi libri mi hanno cambiato la vita, e non è un modo di dire: hanno avuto una grande parte anche nella mia scelta di aprire questo blog.


La verità è che senza di lei mi sento un pochino più sola… come se avessi perso uno dei miei mentori. Ma quale giorno è migliore dell’8 marzo, per omaggiare questa donna speciale?



Il contratto, di Elle Kennedy


Questa conosciutissima storia new adult è ambientata all’interno del campus (da cui l’appartenenza del romanzo alla The Campus Series) della Briar University, in Massachussets.


Un’Università che chiede molto agli studenti, non solo dal punto di vista strettamente didattico: gli interessi extra sono incoraggiati, in particolar modo lo sport (hockey e football) e la musica. E proprio ai mondi dello sport e della musica appartengono i nostri due protagonisti.


Hannah Wells, che è ormai al terzo anno e convive all’interno del campus con l’amica Allie, frequenta con profitto la Facoltà di Storia ed è l’alunna che ogni professore vorrebbe. 

Il suo sogno nel cassetto, tuttavia, resta cantare, e non solo per passione: gli anni scorsi, il buon piazzamento alle esibizioni semestrali, che poi sono delle vere e proprie gare canore, le ha consentito di vincere una borsa di studio e di restare in Università senza dover lavorare a tempo pieno. La famiglia di Hannah ha molte difficoltà economiche, ella ha già un impiego che la aiuta a mantenersi agli studi e talvolta, nonostante tutto, le mancano i soldi anche solo per ritrovarsi tutti dalla zia di Philadelphia a festeggiare Natale e Pasqua.


Come se la sua situazione non fosse già piuttosto delicata, ultimamente ci sono due cose che la preoccupano. La prima è la prossima esibizione canora, che le sta dando parecchio filo da torcere: ella dovrebbe fare un duetto con un certo Cassidy Donovan, che però è una vera primadonna e le sta rendendo la vita impossibile. La seconda è un corso di Filosofia piuttosto complesso, con un’insegnante estremamente esigente.


Quest’ultimo problema non è soltanto un suo cruccio. Anche Garrett Graham, star della squadra di hockey dell’Università, non ama il corso di Filosofia. A differenza di Hannah, che riesce comunque a cavarsela, Garrett prende un votaccio dietro l’altro, e le regole dell’Università sono chiare: andare male nei test significa panchina, almeno per un po’.


Così Garrett, avendo notato che Hannah ha preso il voto più alto della classe, decide di fermarla e di chiederle delle ripetizioni. Hannah, infastidita dall’atteggiamento un po’ troppo brillante di Garrett e ben decisa a non avere niente a che fare con i ragazzi che fanno parte di squadre o confraternite, all’inizio risponde di no.


Poi, però, Garrett trova il punto debole di Hannah: se lei lo aiuterà con Filosofia, lui sarà un suo alleato nel tentare di far ingelosire Justin Kohl, il ragazzo della squadra di football per cui Hannah ha una cotta.


Inutile dire che le ripetizioni si tramuteranno in una serie di serate insieme – complice il fatto che Garrett non vive in Università ma ha affittato una villetta insieme a tre coinquilini ed amici – e che Justin Kohl finirà pian piano nel dimenticatoio.


Ma c’è qualcosa che Garrett non sa. Il vero motivo per cui Hannah passa le vacanze a Philadelphia e non nella sua cittadina natale in Indiana, e soprattutto quello per cui la sua famiglia si è indebitata, è orribile. 

Hannah ha subito una violenza da Aaron, il figlio del sindaco della sua cittadina, un bullo prepotente spalleggiato da tutte le autorità locali. I soldi sono spariti in seguito alle spese processuali e, nonostante la certezza del reato, il paese ha isolato completamente i genitori di Hannah. 

La ragazza soffre moltissimo ed ha la sensazione di essere “rotta”: si chiede se mai qualcuno potrà costruire qualcosa con lei, nonostante il suo trauma e le sue paure. 

Anche Garrett, però, all’insaputa di (quasi) tutti, ha una storia molto complicata alle spalle, tra una madre scomparsa troppo presto ed un padre campione di hockey di cui nessuno sospetta la vera natura – e forse, nonostante l’aria da spaccone, può comprenderla più di molti altri.



Proprio come la Rose Hill Series di Elsie Silver, di cui vi ho recensito il primo volume in questo post, anche la The Campus Series non ha bisogno di grandi presentazioni: è un chiacchieratissimo tormentone del booktok e so che presto – a maggio, se non erro? - arriverà la serie tv.


Si è detto di tutto e il contrario di tutto a proposito di questo romanzo e dei successivi (che, a quanto ho capito, dovrebbero raccontare delle storie d’amore con protagonisti rispettivamente Logan, Tucker e Dean, i tre coinquilini di Garrett), quindi posso rispondere direttamente alle FAQ.


È una storia per ragazzine? Nì. Sicuramente a 36 anni, leggendo di vita universitaria, cotte in classe e feste ogni due per tre, ti senti un po’ vecchia e ti vien voglia di riaccendere quella bella playlist del 2010. Però tra problemi familiari ed economici, e la difficile storia di Hannah, vengono trattate tante questioni che fanno riflettere eccome anche gli adulti.



È un “grumpy for sunshine”? Sì, ma quasi al contrario di quel che ci si aspetterebbe. Siamo abituati a storie new adult in cui lui è brontolone e tenebroso e lei “è il suo sole”. 

Qui la persona più seria e malinconica del duo, per ovvie ragioni, è Hannah; Garrett smette di sembrare un “bad boy” dopo le prime dieci pagine. Mi rendo conto che con l’età sono diventata indulgente nei confronti dei personaggi maschili molto giovani – di sicuro a vent’anni li avrei giudicati più severamente – ma a me Garrett, a parte una legittima propensione al divertimento, è sembrato un tenerone, pure responsabile da vari punti di vista (dallo sport ai soldi).



Il tema serio è trattato con superficialità? Questa è stata la questione più discussa, ma, in definitiva… io non direi. Certo, Hannah si fida di Garrett piuttosto in fretta e altrettanto in fretta si riavvicina all’intimità: potrebbe essere considerata una trattazione del tema un po’ troppo ottimista, anche se, quando si parla di temi delicati, ogni storia è a sé. Però la loro storia è equilibrata, nasce lentamente, attraversa una fase di amicizia, e il comportamento prudente di Garrett mi è molto piaciuto. 


E poi mi è capitato (troppe) altre volte, in libri, film e telefilm, di assistere alla rappresentazione, ahimé spesso non realistica, di vittime di violenza sessuale che vengono subito credute e colpevoli che vengono puniti all’istante, o, peggio mi sento, di donne che “inventano” la violenza per chissà quale scopo. 

Una volta tanto, invece, mi sono imbattuta in una storia che purtroppo è molto più in linea con quello per cui ancora ogni 8 marzo si lotta: un colpevole “figlio di”, la famiglia della vittima che viene ostracizzata, la vittima stessa costretta a studiare in un’altra città, una vera e propria lotta per la giustizia con tanto di spese processuali carissime.


In breve, promuovo la lettura, e sarei curiosa di proseguire la serie (anche se, lo ammetto, tra i due tormentoni social per ora mi ispira un pochino di più la Rose Hill, se non altro perché preferisco l’età adulta dei protagonisti). 

Vi farò sapere se leggerò qualche altro volume!


Vorrei farvi notare un ultimo dettaglio: nonostante il battage pubblicitario degli ultimi anni, Il contratto è del 2015. E anche questo libro, per quel che mi riguarda, proviene dalle bancarelle dell’usato. 

Volevo farvi notare lo stile della copertina di 10 anni fa: un tripudio di rosso e nero, dettagli metallizzati, due volti in primo piano. Perfettamente in linea con quella serie di romance un po’ spicy che si erano diffusi dodici-dieci anni fa sulla falsariga delle Cinquanta sfumature. 

Credo anche che, al tempo, nonostante la giovanissima età dei protagonisti, la CE puntasse su un pubblico più adulto.



Ed ora guardate la nuova copertina, che punta su tutto ciò che va di moda ora: la giovane età, l’ambientazione universitaria e soprattutto l’hockey, che ultimamente gode di grandissima popolarità. Un notevole rebranding, non trovate?




Questi sono i miei due consigli di lettura per l’8 marzo!

Credo di aver scelto due titoli piuttosto conosciuti… quindi sono curiosa di sapere che cosa ne pensate voi! Li avete letti? Conoscete le autrici?

Quale dei due vi incuriosisce di più?

Fatemi sapere!

Nel frattempo… amiche, auguri a noi per l’8 marzo!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)