martedì 17 marzo 2026

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - MARZO 2026



Cari lettori,

dopo qualche mese torna sul blog la rubrica a più mani “L’angolo vintage”!


Per chi non lo ricordasse o fosse nuovo da queste parti, questa utilissima rubrica ci aiuta a “smaltire” quei libri comprati mesi prima e poi lasciati a prendere polvere, oppure i romanzi letti un po’ di tempo fa sui quali però, per vari motivi, non è stata ancora fatta nessuna recensione.


Abbiamo iniziato il mese con due consigli di genere romance per l'8 marzo, abbiamo proseguito con qualche giallo in terra ligure ed ora torniamo al rosa, ma in versione ebook.


Le due storie che oggi vi racconterò sono state delle mie scoperte dello “Stuff your Kindle Day” (una giornata di promozione gratuita di ebook rosa e fantasy) di qualche mese fa. Tra eventi di questo tipo e il “Calendario dell’Avvento” che hanno fatto alcune CE in Dicembre, ho una ricca scorta nel Kindle, e me la tengo buona per ogni volta in cui desidero un po’ di leggerezza, tra una lettura impegnativa e un’altra.


I due romance che vi racconto oggi sono entrambi dei contemporary, e potremmo definirli del sottogenere “office”: parliamo infatti prima di due archeologi, poi di due giornalisti. La prima delle due storie è poco spicy, la seconda è closed door, quindi sono assolutamente adatti a tutti e scritti in modo scorrevole e spesso anche divertente.


Vediamoli meglio insieme!



Anche se è amore non si vede, di Belle Landa


Maxine Miller, figlia del celebre archeologo dell’avventura Arthur, sfortunatamente passato alla storia anche per il suo passato da ladro di tombe, ha un’eredità molto difficile sulle spalle.


Il padre, amatissimo ma ingombrante e scomodo, è sparito nel nulla durante una pericolosa spedizione. Maxine, dentro di sé, sa che è molto probabile che l’uomo sia ormai morto, ma non ha mai smesso di cercare la verità. Nel frattempo, ella ha raccolto la sua eredità, sia nel bene che nel male.


La partenza era stata buona, con gli studi in campo storico e archeologico e la tesi data con profitto: Maxine, proprio come suo padre, ama la materia. 

Ora, però, un po’ perché il nome dei Miller pesa e non è sempre gradito, un po’ perché la vicinanza di certi personaggi non proprio affidabili potrebbe aiutarla a far luce sulla scomparsa di Arthur, Maxine si è messa a fare la “cacciatrice di tesori” su commissione. 

È un lavoro molto pericoloso, fisicamente pesante e non proprio etico per chi, dentro di sé, continua ad amare l’archeologia e le civiltà passate. Tuttavia il capo di Maxine, lo spietato magnate Jackson Hill, non accetta rifiuti. E proprio quando la ragazza sta per tirarsi indietro ed accenna alla possibilità di licenziarsi, egli, con quello che potrebbe essere definito un ricatto, la convince a prendere parte ad un’ultima missione per lui.


Si parla della possibilità di una civiltà mai scoperta, un popolo nativo americano che i primi esploratori conobbero e, per qualche motivo, decisero di non conquistare. Di questo mitico popolo si sarebbero perse le tracce: ci sarebbe solo l’indicazione di una località montuosa e molto impervia. Era di questo che si stava occupando Arthur Miller quando è scomparso.


Dall’altra parte dell’oceano, Preston O’ Neill, stimato professore di Cambridge, conduce un’esistenza troppo monotona anche per i suoi gusti. In passato, come tutti, e come il suo mentore Arthur Miller, ha accarezzato l’idea di fare l’archeologo dell’avventura; poi la vita adulta e il mondo reale lo hanno inchiodato alla cattedra.


Il direttore del dipartimento, che è molto affezionato a lui, ultimamente però è parecchio scontento della sua ignavia, delle sue lezioni che non si rinnovano con l’anno accademico, della sua attività di ricerca che è stata bellamente abbandonata.


Per questo motivo Preston riceve, dopo tanto tempo, un incarico archeologico sul campo: proprio quello che riguarda la stessa civiltà sepolta di cui si sta occupando Maxine.


I due non vorrebbero reincontrarsi. Il loro passato è molto burrascoso: quando Maxine era una studentessa e Preston un assistente alle prime armi, c’è stata una storia tra di loro, breve ma molto dolorosa. Senza rendersene conto, entrambi hanno fatto male all’altro. 

E poi Preston ha preso la scomparsa di Arthur come un tradimento nei confronti delle persone che gli volevano bene, lui compreso, e così facendo ha respinto anche Maxine, che continuava a stare dalla parte del padre.


Ma la missione pericolosa alla quale stanno andando incontro li spingerà a collaborare sempre più, fino a formare una vera e propria squadra. Maxine non vuole più fare la parte disonesta della cacciatrice di tesori, Preston non si è mai davvero rassegnato alla scomparsa del suo mentore: piuttosto che ammettere questi segreti all’altro e chiarirsi, però, i due preferiscono continuare ad avere un rapporto burrascoso.


E intanto l’attrazione rinasce come le braci sotto le ceneri…



Anche se è amore non si vede mi ha ispirato fin da subito per le sue atmosfere alla Indiana Jones, proprio da archeologo dell’avventura. Maxine, anche se dalla descrizione assomiglia un po’ più a Lara Croft, incarna bene questo lato spericolato. Preston, nei primi capitoli, sembra più un topo da biblioteca, un uomo che ha rinunciato all’avventura in nome di una tranquilla vita accademica, ma, capitolo dopo capitolo, tornerà a ricordare tutti gli insegnamenti di Arthur.


È proprio quest’ultimo, il padre scomparso, il mentore amatissimo e mai dimenticato, ad essere, in qualche modo, il terzo protagonista, che si sostituisce ai più gettonati destino e Universo nel far mettere insieme i due personaggi principali.


Questa storia, oltre che office romance (e si parla di un ufficio molto particolare), potrebbe essere considerata anche un second chance, per quanto, ai tempi della loro prima storia, i due personaggi fossero ancora piuttosto immaturi.


Inoltre, come ogni storia alla Indiana Jones che si rispetti, c’è anche una componente mistery, e ci sono anche degli antagonisti, che non sono solo quelli che ci si potrebbe aspettare.


Non il classico romance, non soltanto una storia d’avventura: un romanzo da leggere!



Odiarsi è bene, amarsi è meglio, di Angela Iezzi


La protagonista di questa storia è Megan Woodhouse, una ragazza che ha lasciato la vita di provincia e la famiglia per avvicinarsi a New York ed inseguire il sogno di diventare una grande giornalista.


I suoi sogni, però, le costano molta fatica, sia dal punto di vista economico che da quello mentale, perché non solo il giornalismo paga poco, ma la sua famiglia, e in modo particolare sua madre, non approva la sua scelta di vita. Ogni volta che Megan torna a casa, la donna cerca di convincerla ad accettare qualche incarico come baby sitter “in attesa” di sposare un buon partito della cittadina (come per esempio un medico piuttosto avanti con gli anni e appena rientrato in provincia) e di metter su famiglia.


Per Megan il pensiero è un vero incubo, e forse è per troppo zelo che commette un errore: scrive un articolo sul sito online del giornale per cui lavora, convinta di aver fatto uno scoop e di aver trovato un negozio di alimentari in cui si verificano irregolarità. Purtroppo ella non sa che l’esercizio in questione è di proprietà della zia del suo capo e che le “ridistribuzioni non a norma” del cibo erano accettate da tutto il quartiere e servivano anche ad aiutare qualche bisognoso. In breve, un fiasco completo.


In poco tempo Megan si ritrova licenziata e senza neanche più la possibilità di poter restare nella stanza in affitto dov’era prima.


La ragazza, però, è tenace, e, pensando ad una possibile soluzione, improvvisamente si ricorda che suo padre apprezza la lettura del NYN, uno dei quotidiani più importanti di New York, e in particolare i pezzi di un certo T.K.


Megan non ci pensa due volte: varca le porte della redazione del NYN e chiede disperatamente al caporedattore di assumerla per qualunque incarico. L’uomo, letto velocemente qualche suo pezzo, prima cerca di convincerla a tornare tra qualche mese perché non ci sono posizioni aperte, poi accetta di tenerla con sé per uno stage decisamente sottopagato (Nota del lettore: questo è l’unico capitolo che, dal punto di vista narrativo, non mi convince fino in fondo. Credo che, nella vita reale, l’atteggiamento di Megan l’avrebbe condotta ad un bell’accompagnamento alla porta forzato da parte della sicurezza. Capisco il bisogno di lavorare, ma anche meno.)


La ragazza, per i primi tempi, dorme in un ostello non proprio accogliente, poi trova una nuova sistemazione in compagnia di una ragazza solitaria e scontrosa, che però non le dà nessun disturbo. Il lavoro, per quanto di bassa manovalanza e di molte ore al giorno, è pur sempre nella redazione dei suoi sogni. E allora che cosa non va?


L’unica spina nel fianco di Megan è proprio il famoso T.K., che non è come lei lo immaginava. Pensava di trovarsi davanti un uomo di mezza età dal fare paterno che fa squadra con i colleghi più giovani, e si è ritrovato di fronte un ragazzo poco più grande di lei che non dà confidenza a nessuno e le chiede con una certa malagrazia di fare fotocopie e portare caffè. Inoltre, a qualche settimana dall’ingresso nel suo nuovo appartamento, ella scopre con sconcerto che la sua nuova coinquilina è proprio la sorella di T.K.


Tuttavia la ragazza non ha scelta. Se vuole realizzare il suo sogno di diventare giornalista al NYN deve dare al suo capo un valido motivo per restare, e non c’è scelta migliore che partecipare ad una delle inchieste di T.K.


Il ragazzo, inizialmente, non è interessato a collaborare. Poi però qualcosa in Megan, che ci mette entusiasmo persino per digitalizzare l’archivio polveroso del giornale, gli ricorda la spontaneità dei suoi primi tempi. E così aiutarla viene naturale, così come far nascere un’insolita amicizia…



Odiarsi è bene, amarsi è meglio promette scintille e battibecchi fin dalla prima pagina. E così è, almeno per i primi capitoli.


Poi, quando entrambi i protagonisti accettano di collaborare insieme ad un’inchiesta piuttosto seria, noi lettori riusciamo a conoscerli meglio. Al di là della troppo entusiasta combinaguai e del serioso reporter che non si fida di nessuno, ci sono due persone che hanno fatto della loro scelta professionale la loro ragione di vita più importante, una risposta a tutte le batoste che hanno preso in campi più privati.


Per questo motivo nella prima parte del romanzo si ride molto, poi, dopo qualche pagina in più, Megan che dorme in un ostello da film horror e T.K. che si rifugia da sua sorella ci divertono molto meno e ci fanno riflettere un po’ di più.


Anche se la madre di Megan sembra più una classica comare dei paesini italici che una mamma americana, i suoi deliri sono francamente insopportabili per chiunque abbia coscienza che gli anni ‘60 sono finiti. E anche T.K. è stato deluso da una persona intrigante che… purtroppo non si svela subito, come tutti gli ipocriti.


Il lettore, dunque, non può fare a meno di tifare per la loro alleanza, dentro e fuori dal giornale. E sperare in un lieto fine!




Questo è quanto per “L’angolo vintage” di marzo”!

Mi raccomando, non perdete i post degli altri blogger che hanno partecipato.

Fatemi sapere se avete letto questi romanzi, se conoscete le autrici, che cosa ne pensate.

Grazie per la lettura, al prossimo post!



giovedì 12 marzo 2026

GIALLI LIGURI

 Due romanzi di Roberto Centazzo e Maria Masella




Cari lettori,

dopo un po’ di post a tema libri dedicati al genere romance e affini, oggi, per le nostre “Letture… a tema”, torniamo a parlare di gialli.


Il filo conduttore del post odierno è l’ambientazione: la Liguria, la mia “seconda casa”, e in particolare Genova. Il primo dei due romanzi è una delle ultime uscite di un autore di cui vi ho parlato già più volte. Per la presentazione di questo volume sono stata proprio in una libreria di Varazze, dove c’è la casetta di famiglia.


Il secondo invece è un romanzo di un’autrice che non conoscevo: una lettura davvero coinvolgente, che ho divorato in pochi giorni.


Vi lascio alle recensioni!



L’inconveniente della morte, di Roberto Centazzo


La lunga estate dei tre poliziotti in pensione protagonisti della serie “Squadra speciale Minestrina” è quasi finita, e, anche se i soldi sono sempre pochi e le possibilità non sono infinite, è stata piuttosto serena.


Ferruccio Pammattone, con qualche sacrificio, è riuscito a risparmiare abbastanza per portare la sua giovane compagna Yasmina in un bell’albergo con tanto di trattamenti termali, in modo che, almeno per una settimana, ella possa staccare dal suo lavoro (pulizie e cucina) ed avere già tutto pronto, senza pensare a niente.


Eugenio Mignogna e Luc Santoro, gli storici (ormai ex) colleghi di Pammattone, sono tornati chi al paese d’origine chi a passare il tempo con le figlie, e non hanno una gran voglia di ritornare a Genova in settembre.


In fondo il lavoro non c’è più, chi glielo fa fare di tornare in città, a portare avanti la loro attività da detective non riconosciuti?


Eppure le indagini della “Squadra Speciale Minestrina” ormai sono decisamente popolari, al punto che i tre ex poliziotti sono ospiti fissi di una trasmissione su una TV locale. Il ruolo di opinionisti è qualcosa di nuovo per loro, e ci tengono a fare bella figura, soprattutto Ferruccio, l’unico dei tre che non ha particolari impegni familiari – a parte la vita a due con Yasmina – e prova ancora nostalgia per la sua vecchia vita.


Un giorno, in una bella casa del centro storico di Genova, avviene una morte inspiegabile. Una donna conosciuta, una dottoressa molto apprezzata, viene trovata strangolata di fronte alla porta di casa sua.


Il primo sospettato è l’ex marito, un vigile del fuoco che i tre protagonisti conoscono bene. Eugenio gli ha addirittura prestato il suo camper nel periodo in cui la separazione era appena avvenuta e l’uomo non aveva ancora racimolato abbastanza soldi per l’affitto. Effettivamente sembrerebbe il colpevole perfetto: l’accordo di divorzio era svantaggioso per lui ed egli aveva persino iniziato a bere.


Ma Ferruccio, Eugenio e Luc non abbandonano la speranza che il loro conoscente ed amico non si sia trasformato in un assassino, per di più di una donna che forse amava ancora. Ferruccio lo difende persino in televisione, con una giornalista ed opinionista un po' troppo ansiosa di gridare al femminicidio.


È in questo momento che entra in gioco Marco Raffa, altra vecchia conoscenza della Squadra Speciale Minestrina. Anche lui è un “pensionato suo malgrado”: raggiunti i requisiti, nonostante il suo tentativo di temporeggiare, il giornale dove lavorava lo ha messo a riposo. Eppure qualcuno crede ancora nelle sue capacità da cronista d’assalto: da qualche giorno, egli riceve strane telefonate anonime che segnalano casi di mala sanità all’ospedale di Genova.


Sapendo che Ferruccio ed i suoi non hanno rinunciato alle loro indagini non autorizzate, Marco li contatta e propone loro di seguire la pista dell’ospedale, che sembra fin da subito molto intricata…



Sono contenta di potervi parlare, finalmente, de L’inconveniente della morte, perché ho assistito alla presentazione di questo volume addirittura l’estate scorsa. Poi, nei mesi freddi, ho letto il romanzo, ma aspettavo proprio di poterlo abbinare ad un’altra storia “genovese” per parlarvene.


La presentazione con firmacopie è stata del genere che piace a me: tranquilla, raccolta, in una libreria del centro storico di Varazze. Una sorta di book club: abbiamo potuto discutere di molti temi con l’autore, compresi i suoi romanzi precedenti, il settore giallo/crime in generale, la possibilità di qualche trasposizione televisiva, e lui gentilmente si è fermato ben oltre l’orario previsto.


La “Squadra Speciale Minestrina” (non più “in brodo”, perché a quanto pare è un’aggiunta che invecchia ulteriormente i nostri protagonisti) vive una fase di stanca, e l’autore stesso ha dichiarato che non sa se protrarla ancora o lasciare più spazio a nuove serie e nuovi personaggi: già in questa storia l’unico ancora motivato è Ferruccio. Eugenio e Luc si trascinano lentamente, perché tra il pensiero di un trasferimento e i problemi familiari la testa è da un’altra parte, e ritornano “sul pezzo” soltanto quando un loro vecchio amico rischia grosso.


La particolarità delle storie di Roberto Centazzo è proprio il realismo, l’attenzione per il quotidiano. Io, lo sapete, leggo volentieri tutti i sottogeneri di giallo. Se però, dopo aver conosciuto commissari che sono eroi senza macchia e senza paura e serial killer al limite del fantasy, volete leggere qualcosa di più vicino alla vita di tutti i giorni, questo autore è la scelta giusta.


Egli ha fatto parte della polizia ferroviaria per decenni prima di andare in pensione e dedicarsi completamente alla scrittura, quindi possiamo dire che i protagonisti di questa storia sono quasi dei suoi alter ego. Tre ex poliziotti che conoscono solo questa vita e non sanno bene come reinventarsi, che dopo una vita di lavoro fanno fatica a godersi la vita con la pensione (grande ingiustizia del nostro paese), che non hanno mai visto né un serial killer né un intreccio da paura ma hanno passato anni ed anni a combattere truffe, furbetti di ogni genere, tentativi di speculare su tutto (anche sulla salute delle persone).


All’incontro si è parlato anche della scena – che effettivamente poteva essere controversa – di Ferruccio che se la prende con l’ospite femminista. In questo caso, però, sul banco d’accusa ci sono quelle persone che sono saltate sul carro del femminismo solo per raggiungere un loro scopo di carriera o di popolarità, senza fare una vera differenza per le donne che soffrono. Da fervente femminista, devo ammettere a malincuore che negli ultimi anni si sono viste un po’ troppe persone così. E quindi sono d’accordo con l’autore.


Personalmente spero che la Squadra Speciale Minestrina torni a farci compagnia… ma vediamo che cosa succederà!



Irene l’assassina, di Maria Masella


Questa triste e difficile storia ha inizio con l’ultimo giorno di carcere di Irene, una donna di mezza età che non ha più niente da perdere.


Irene un tempo è stata la moglie di Stefano, un’impiegata molto apprezzata dal commercialista suo datore di lavoro, e soprattutto la madre di Giulio.


Giulio aveva solo cinque anni il pomeriggio in cui Irene l’ha portato a giocare sulla solita piccola spiaggia del litorale genovese. Ma, tra lavoro e carico familiare (che il marito lasciava interamente a lei), la stanchezza era davvero troppa. È bastato un colpo di sonno imprevisto, e Giulio è annegato. All’inizio tutti avevano pensato ad una tragedia: poi, però, l’autopsia aveva tolto ogni dubbio. Giulio era stato ucciso da qualcuno, che gli aveva tenuto la testa sotto l’acqua.


I sospetti erano ricaduti subito su un senzatetto che girava spesso per i giardini di quella zona di Genova e, a detta di molte madri e nonne, si avvicinava troppo ai bambini. Pochi giorni dopo, però, l’uomo era stato investito. Da Irene: almeno così sembrava.


La donna, che dopo la morte del figlio viveva in un costante stato di nebbia dovuta a sonniferi e psicofarmaci, non ricordava nulla. Ma non si era difesa. Aveva concluso che sì, non poteva che essere lei l’assassina. Il giudice l’aveva condannata a quindici anni di detenzione.


Ora Irene può uscire dal carcere, ma non ha nulla. Rifiuta l’aiuto del suo ormai ex marito, che, a sua insaputa, ha iniziato una relazione con una donna che anni prima faceva parte del loro gruppo di amici. L’uomo ha fatto il gesto di venirla a prendere di fronte al carcere, ma Irene non vuole nemmeno un soldo da lui.


Ella si affida all’associazione per il reinserimento dei carcerati, accetta l’alloggio che le viene proposto (pochi locali bui in un palazzone circondato da colonne che sembrano sbarre) e inizia a lavorare come operaia. Le uniche persone con cui parla un po’ sono l’unica delle sue colleghe senza pregiudizi e una vicina di casa arrivata da poco in Italia, ma a nessuno dà confidenza per davvero.


Ella non sa, però, che qualcuno la osserva da lontano e si sta occupando di lei e di una sua possibile riabilitazione. Si tratta di Jensen, un giornalista e ghostwriter che per tanti motivi – la gestione del lavoro, l’autonomia, lo scarso desiderio di impegnarsi – ha sempre preferito rimanere nell’ombra e lasciare che fossero altri a metterci la faccia, ma solo una volta si è appassionato ad un caso: quindici anni prima, quando Irene è stata condannata.


Ora che la donna è uscita, Jensen fantastica di scrivere su di lei il suo primo vero libro, ma per farlo egli deve comprendere chi è stato l’assassino del senzatetto – perché egli non pensa che si tratti di Irene – e, soprattutto, chi ha voluto uccidere il piccolo Giulio.


Le sue indagini lo portano ad una scoperta scioccante: da quando è uscita dal carcere, Irene riceve delle lettere anonime, con scritte come “Assassina” o “Hai ucciso la persona sbagliata”. Chi altri, oltre a lui, ha interesse a rimestare in quella vecchia storia?



Irene l’assassina è un thriller suddiviso in tre parti. La prima ha come protagonista Irene, la seconda Jensen, la terza ed ultima un’ispettrice di polizia che avrà il coraggio di riprendere in mano questo vecchio caso.


È una di quelle storie che si divorano. Pagina dopo pagina, i dettagli inquietanti si sommano, e si verificano nuovi delitti che in qualche modo si collegano a quelli compiuti più di quindici anni prima.


Abituata a gialli liguri che virano verso la commedia (come quelli del già citato Centazzo, quelli di Valeria Corciolani che sono molto ironici, quelli di Cristina Rava che alternano parti noir ad altre sulla quotidianità dei protagonisti), non mi aspettavo una storia così cruda e intensa.


Qui, amici, mi spiace dirlo perché sapete quanto sono legata a questa terra, ma ci scordiamo la Liguria dell’idillio: se leggete questo romanzo, per qualche centinaio di pagine sarete in compagnia dei peggiori angoli di Genova, quelli vicino alle carcasse arrugginite dei porti e delle fabbriche, quelli che superi velocemente in treno chiedendoti quanto manca all’arrivo in Riviera.


Ma vi assicuro che nulla di tutto questo vi impedirà di restare incollati alla lettura.

Per me è stata una bella scoperta: penso che leggerò altro di questa autrice!




Questi sono i miei consigli di lettura odierni!

Che ne pensate? Conoscete questi autori?

Avete letto qualcosa di loro? Vi è piaciuto?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 9 marzo 2026

I GIOCHI OLIMPICI

 Una mostra tra storia e sport alla Fondazione Rovati




Cari lettori,

oggi, per i nostri “Consigli artistici” ed “Eventi culturali”, sono molto contenta di raccontarvi che, come vi dicevo nei Preferiti di febbraio, sono riuscita a tornare alla Fondazione Rovati , un museo milanese di fronte ai giardini in zona Palestro. Si tratta di un luogo dedicato principalmente allo studio degli Etruschi, civiltà che mi ha sempre molto affascinato ma di cui spesso ho avuto l’impressione di sapere poco. Devo ammettere che questo angolino di Milano, così curato ed accogliente, mi sta aiutando molto a conoscerli meglio.


Circa due anni fa ho visitato la mostra dedicata all’antica città di Vulci (ve ne ho parlato meglio in questo post), in dicembre ho assistito alla presentazione di un libro con tanto di letture animate (ve l’ho raccontato qui), e ora sono riuscita a tornare – in un pomeriggio proprio piovoso – per una nuova esposizione.


Il tema è davvero originale: in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano – Cortina, gli organizzatori della mostra hanno pensato di dedicare un percorso tutto incentrato sui “Giochi olimpici”… di ieri e di oggi.


Tutti sappiamo che le Olimpiadi odierne non sono altro che una “nuova versione” di quelle che erano ambientate al tempo dei Greci. Questa mostra testimonia che anche gli Etruschi apprezzarono molto lo sport e lo rappresentarono tramite la loro arte.


Ma vediamo meglio insieme il percorso espositivo!



Atleti di ieri e di oggi


La mostra ha inizio al primo piano della Fondazione e prosegue nell’Ipogeo.


Le sale colorate del primo piano dell’esposizione sono ricchissime di teche che mostrano quanto, in realtà, chi organizza le Olimpiadi odierne abbia inventato ben poco. A partire dalla fiamma olimpica, rito irrinunciabile che sancisce ancora oggi l’inizio della manifestazione: anche una piccola anfora greca ritrae un atleta che la porta con sé in corsa.



Ci sono anche i manifesti di Cortina 1956, a testimonianza che non è la prima volta che le Olimpiadi invernali raggiungono l’Italia…



Altre volte le Olimpiadi si sono tenute dall’altra parte del mondo rispetto a Italia e Grecia, ma le origini non sono mai state dimenticate. L’accostamento in un’unica teca di un manifesto prodotto a Los Angeles con caratteri greci e di due vasi che ritraggono degli atleti è molto significativo.



Sport di ieri e di oggi! La staffetta, molto popolare nell’antichità, è arrivata fino a noi…



così come il lancio del disco, che oggi per fortuna non è più di pietra, ma è molto più aerodinamico…



e le varie forme di lotta/pugilato, sport che ha fatto guadagnare all’Italia parecchie medaglie.



Un corridore famosissimo di oggi è sicuramente Usain Bolt. I suoi effetti personali sono stati gentilmente prestati per questa mostra! Strano vederli in mezzo alle anfore greche…



Dei ed eroi dello sport


Lo sport era molto più che attività fisica svolta dal singolo. Noi viviamo un tempo in cui si parla di movimento anche per sciogliere le tensioni, riconnettersi con i propri pensieri, mantenersi in forma. Tutte ottime motivazioni, che però le società greche ed etrusche non avevano ancora gli strumenti per capire. 

Lo sport era soprattutto un rito collettivo, accompagnato da musica e feste, legittimato da dèi e muse, importante al punto che persino le guerre si fermavano. Per questo motivo il vasellame etrusco e greco non rappresenta soltanto gli atleti in azione, ma anche, per esempio, i suonatori che prendevano parte alle Olimpiadi per allietare il pubblico con la loro musica.



Alcune anfore scomodano addirittura Pallade Atena, dea della guerra (di strategia, a differenza della furia violenta di Ares/Marte) e della sapienza, che, in occasione delle Olimpiadi, deponeva le armi per benedire le attività sportive.



La seconda parte della mostra, nell’Ipogeo, mostra al visitatore come e quanto il fascino di dèi ed eroi del mondo classico non abbia mai finito di influenzare le Olimpiadi. Anche in tempi più recenti di quelli degli antichi Greci ed Etruschi, infatti, sono state create delle statue che raffigurano Nike, la dea alata della Vittoria.



E se non si è ispirati dai miti della classicità, perché la Grecia è un po’ lontana, sono gli eroi locali a prestarsi come soggetto. Questo premio olimpico di circa cento anni fa, creato dalla prestigiosissima gioielleria russa Fabergé, c’è un gruppo di eroi di foggia norrena che riporta a casa un vascello in mezzo alla tempesta. Forse un premio per una gara di vela o affini?



Tra dèi, eroi e uomini comuni, non può mancare il cavallo, amico animale di tanti personaggi di spicco della mitologia classica.



Una vita (sportiva) dopo la morte


Uno dei pezzi forti di questa esposizione, che non vedevo l’ora di ammirare, è la ricostruzione di una vera e propria tomba etrusca, la cosiddetta “Tomba delle Olimpiadi” di Tarquinia, un reperto del 530-520 a.C.


I muri della tomba, già suddivisi e collocati su pannelli di rinforzo, sono stati prelevati dalla loro sede originaria e, per quella che potrebbe essere la prima volta nella loro storia, sono stati ridisposti in una delle sale della Fondazione.


L’effetto è spettacolare, lascia veramente ammirati. Qui lo dico e qui NON lo nego: dovrei davvero fare un viaggetto culturale “sulle tracce degli Etruschi”, prima o poi.



Purtroppo parte della superficie è rovinata, ma quel che resta è sorprendente: si vedono uomini, cavalli, carri, riprodotti con una sorprendente cura per i dettagli. Si intravede quel che sembra una corsa con bighe, che diventerà popolarissima tra i Romani.



Altre pareti raffigurano invece sport pedestri, come la corsa o il lancio del disco.



Un’altra stanza della Fondazione riproduce, sempre su pannelli, una copia di un altro fregio etrusco, che presenta una doppia teoria di dipinti. Se quella inferiore riproduce delle figure danzanti…



quella superiore riproduce delle attività sportive, anche in questo caso con o senza cavallo.



La collezione permanente


Come vi dicevo, la mostra si suddivide tra primo piano e Ipogeo.


Ora, sarà che la prima volta che sono stata alla Fondazione Rovati mi stavo sciogliendo dal caldo e nell’Ipogeo ho trovato un riparo al fresco, ma a me questa stanza piace moltissimo. L’architetto che l’ha progettata ha pensato proprio di riprodurre una tomba etrusca, con le sue forme sinuose e la somiglianza con delle grotte comunicanti.



L’Ipogeo non ospita solo la seconda parte della mostra, ma anche alcuni reperti che avevo già visto in occasione dell’esposizione su Vulci, e che credo facciano parte di una collezione permanente. La parte dedicata alla gioielleria etrusca, per esempio, era presente anche l’altra volta, ma non smette mai di affascinare… almeno me.



Una parte della collezione è dedicata alla comunicazione con gli dèi, tra loro rappresentazioni ed ex voto. Nel contesto olimpico non poteva certo mancare una riproduzione di Eracle/Ercole: questa figura di eroe che compie grandi imprese e punta a entrare nel Pantheon divino sembra essere trasversale: è entrato a far parte della mitologia greca, etrusca e romana!



Non ci sono solo uomini e modelli virili: anche le donne comunicavano con gli dèi. L’oggetto principale delle preoccupazioni femminili sembra essere la maternità: tra infertilità e parti difficili, gravidanze che non sempre arrivavano al termine e neonati non sempre sani, in tempi in cui la scienza era ancora agli albori, le donne si affidavano tanto agli dèi… e se tutto andava bene, consacravano delle statue votive con tanto di utero.



Penso che tutti sappiate quanto era importante la vita ultraterrena per gli Etruschi (come i loro antenati, i Villanoviani, e come i più lontani Egizi). La collezione nell’Ipogeo ospita un buon numero di elementi del corredo dei defunti.



Come protettori per chi non c’era più potevano esserci anche degli animali di fantasia, incisi sul vasellame…



o altri in parte realistici e in altra parte fantastici, come questo gallo gigante. 

Il gallo annuncia l’arrivo di un nuovo giorno, e forse riprodurlo era di buon auspicio.



Vi ho parlato già altre volte del rapporto difficile che gli Etruschi avevano con la scrittura. A questo proposito vi consiglio uno dei miei romanzi preferiti in assoluto, Un infinito numero di Sebastiano Vassalli (trovate la recensione a questo link), che è sostanzialmente la causa della mia passione per gli Etruschi. 

Però, in conclusione della mostra, ci sono alcuni reperti che attestano che, alla fine della loro storia, essi hanno adottato i caratteri romani. Erano un popolo che si affidava alla tradizione orale; per loro “scrittura” era sinonimo di “morte”. Così, quando hanno capito di essere ormai “sulla via della morte” perché integrati (e di fatto subordinati) ai Romani, si sono arresi e hanno scritto. 

A costo di sembrare piagnucolona, ho già detto e ripeto che questo genere di cose mi fa commuovere.




Avete ancora un paio di settimane per visitare la mostra: chiuderà il 22 marzo!

Spero tanto che vi possa piacere, non solo perché io non smetterò mai di consigliare questo posticino di Milano, ma anche perché so che il tema olimpico piace a molti.

Fatemi sapere se avete visitato l’esposizione o se ci andrete!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)