lunedì 14 febbraio 2022

"IT'S VALENTINE'S TIME" BOOKTAG

 Un TAG dedicato al giorno più romantico dell'anno




Cari lettori,

buon San Valentino! È arrivato il giorno più romantico dell’anno :-)

Ho pensato di festeggiarlo insieme a voi con un booktag a tema romance che ho trovato sul blog "Letture a pois". Nel leggere le domande di questo TAG, mi sono chiesta se fosse il caso di consigliarvi qualche novità, oppure dei romanzi meno conosciuti; poi, però, ho concluso che le domande del TAG richiedono proprio il meglio del romanticismo, e quindi ho puntato esattamente sui miei preferiti. 

Ecco a voi, dunque, il mio personalissimo Bignami romance!



Il libro più romantico


Innamorarsi a New York di Melissa Hill è da sempre uno dei miei romance preferiti in assoluto. La protagonista di questa storia è Abby, una ragazza irlandese di trent’anni che pensa troppo al dovere e ben poco al piacere. Ella si è buttata con tutta se stessa nel suo non troppo entusiasmante lavoro di commercialista dopo la fine di una lunga relazione con un uomo noioso e pedante e, nonostante i molti inviti della sua famiglia e delle sue affettuose amiche, si è del tutto chiusa in se stessa.


Un brutto incidente, però, le provoca una quasi provvidenziale “botta in testa” e le crea problemi di memoria. Abby, sulle prime, è molto sconfortata da quello che le è accaduto: poi, però, ella inizia a mettere in pratica i consigli della sua terapeuta e, in aspettativa dal lavoro, si dedica a tutto ciò che aveva trascurato negli ultimi anni, creando ricordi davvero indimenticabili.


Il risultato è un autentico ritorno alla vita, tra viaggi, buona cucina, relax, hobbies, tempo di qualità con la famiglia e gli amici ed ovviamente un nuovo amore.



Quello che mi piace tanto di Innamorarsi a New York è il fatto che, al di là della storia d’amore molto romantica che viene raccontata, il cuore del romanzo resti l’amore per se stessi. Mi rivedo tanto in Abby, soprattutto se ripenso agli anni dell’Università in cui correvo metaforicamente da un esame ad un altro ed oggettivamente, col senno del poi, mi premiavo troppo poco… per non parlare delle scelte in materia di amicizie e relazioni, qualche volta felici (e arrivate fino ad oggi), ma tante altre volte con persone troppo simili all’ex di Abby.


Come alla protagonista, anche a me i rovesci della sorte hanno insegnato che c’è tanta vita al di là dell’universo “doveri”. Che dire, speriamo di aver fatto tesoro della lezione…



Link recensione



La dichiarazione d’amore più bella


La ragazza nell’ombra di Lucinda Riley è il mio romanzo preferito tra quelli della saga de Le sette sorelle. Protagonista è Asterope detta Star, la terza delle sei sorelle D’Aplièse, una ragazza che tutti hanno sempre visto come dipendente dalla “gemella” CeCe, un’esuberante pittrice. Star, invece, è una ragazza colta, sensibile, intelligente… e, a dispetto di ciò che pensano in tanti, la più forte del duo. Come ogni sorella della saga, ella cercherà e troverà le sue vere origini dopo la morte del padre adottivo Pa’ Salt. Nel corso della sua ricerca, ella incontrerà delle persone che si riveleranno molto importanti per lei, ed in particolare un uomo di cui si innamorerà.


Ciò che mi ha colpito maggiormente della storia d’amore di Star è il fatto che si tratti di un percorso ben poco idealizzato e molto concreto: all’inizio i due si studiano moltissimo, al limite dell’antipatia reciproca (io non avevo affatto capito che lui sarebbe stato il principe della situazione); il rapporto nasce quietamente, in un contesto quasi di “famiglia allargata”; si parla anche di alcune tematiche delicate. Davvero emozionante!



Link recensione



L’autore o il personaggio letterario più romantici


Un’autrice self di cui vi parlo sempre con entusiasmo è Amalia Frontali. Sicuramente La chioma di Berenice, storia romanzata del matrimonio combinato tra l’egittologo Giovanni Belzoni e la fanciulla inglese Sarah, è uno dei miei historical romance preferiti e uno dei miei romanzi “comfort”.


Siamo in epoca regency ed i sogni della giovanissima Sarah sono molto simili a quelli di qualunque protagonista dei romanzi di Jane Austen: il corteggiamento durante la stagione dei balli, un matrimonio fatto più di apparenza che di sentimenti, una routine che è come una gabbia dorata ma è tanto rassicurante.


Invece, a seguito di alcuni rovesci della sorte, ella si trova su una barca lungo il Nilo, dopo un affrettato matrimonio con un italiano rozzo e stravagante che è stato preso in giro da tutti i nobili inglesi. Sarah non ha alcuna intenzione di legare con il neo marito, che giudica “privo di contegno”, ma ben presto scoprirà che Giovanni è una persona vera, onesta, decisa… e che la ama sinceramente, con un romanticismo tutto suo.



Link recensione



La cover più romantica tra i libri che ho


Le incredibili luci delle stelle di Karen Swan è il romanzo che ho scelto per i preferiti di gennaio. La storia di Bo Loxley, influencer che si sta stancando della sua vita artefatta e che riscopre se stessa e l’amore durante un viaggio in Norvegia, è ideale per un romance di stampo natalizio, e la copertina è molto suggestiva.


La storia, però, ha molto di più da offrire di un po’ di intrattenimento festivo: un tuffo nel passato della Norvegia, una riflessione sulle differenze tra apparenza e realtà, un intreccio amoroso per niente scontato, un’inaspettata svolta mistery...



Link recensione



La coppia che vorresti veder finire insieme


Qualche tempo fa vi avevo parlato dei primi quattro volumi della serie della Fioraia del Giambellino, nata dalla penna di Rosa Teruzzi. Protagoniste di questi gialli con tocchi di rosa sono tre donne: Libera, ex libraia quasi cinquantenne che si è reinventata fioraia e confeziona bouquet da sposa; Iole, sua madre, una settantenne nostalgica del periodo hippy, allegra e senza regole; Vittoria, la figlia di Libera, una poliziotta piuttosto rigida ma molto onesta. Le tre vivono in un ex casello ferroviario di via Pesto, a Milano, e, un po’ per via del lavoro di Vittoria, un po’ per alcune conoscenze di Libera nel mondo della cronaca nera, si trovano spesso coinvolte in qualche indagine.


Ultimamente ho recuperato anche l’ultimo volume della serie (e ve ne parlerò presto), e mi è molto piaciuto, ma ho notato con un po’ di disappunto che la vita sentimentale di Libera non si “sblocca”. Ella è rimasta vedova giovanissima e da tempo nutre dei sentimenti per il commissario Gabriele Ricci, capo di sua figlia e vecchio amico di suo marito. I rapporti tra i due, però, sono fin troppo cauti, e c’è di mezzo anche un’altra donna.


Nel frattempo Libera ha conosciuto un altro uomo, il cuoco Furio, che la corteggia discretamente. Ecco, io faccio il tifo per lui: è simpatico, estroverso, le porta sempre ottimi manicaretti, ha un bel cagnolone, la accompagna alle sagre con mamma, la ascolta con attenzione. Cosa volere di più? Gabriele si è dimostrato troppo indeciso…


...comunque speriamo che Rosa Teruzzi torni presto a raccontarci le sue storie, così magari ne sapremo di più!



Link recensione



Una coppia che tutti amano ma che tu odi


Non so se siano proprio amati da tutti, ma quest’estate, quando ho letto e recensito la dilogia Roma di Estelle Hunt, ho trovato solo pareri positivi sulla coppia composta da Elena e Matteo, i due protagonisti de La notte del cuore.


Il romanzo è un contemporary romance molto ben scritto, con una storia “da gastrite” al punto giusto ed il superamento di tanti ostacoli da parte della coppia protagonista. Purtroppo però Matteo non mi è piaciuto, dalla prima all’ultima pagina, e resto dell’idea che non meriti Elena.


Quest’ultima è trattata come “una bambina viziata” per capitoli interi, ed invece ha la sola colpa di essere nata ricca, e per il resto è una donna sfortunata che ha dovuto farsi forza da sola in situazioni difficili ed è molto maturata nel corso degli anni. Matteo invece mi è sembrato solo uno che se la tira perché è andato a vivere a Parigi, si è sposato (con una donna che dovrebbe fare la parte della rivale ma finisce per risultare ben più simpatica di lui) ed è diventato un chirurgo di successo, ma in realtà è lui l’adolescente che non è riuscito a superare i suoi traumi e butta sugli altri le sue frustrazioni. Avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più per migliorare se stesso…



Link recensione



La coppia che più ti emoziona


Se dovessi indicare chi mi ha fatto sognare in questo 2021, non avrei dubbi: la ghostwriter Silvana Sarca, detta Vani, e il commissario Berganza, protagonisti della serie di Alice Basso, portano a casa il premio a mani basse!


Le avventure di Vani sono composte da cinque volumi e devo dire che leggendo il primo, che dedica molto spazio al rivale Riccardo Randi, scrittore di successo, non pensavo che il commissario Berganza nutrisse interesse per la nostra protagonista. Il finale del secondo volume, però, mi ha fatto saltare dalla sedia… e da lì non ho potuto fare a meno di immaginarli insieme.


Mi piace tutto di loro: la differenza d’età, che – forse non a caso – è la stessa che intercorre tra Emma di Jane Austen e Mr Knightley; i loro arguti dialoghi ed il loro comprendersi solo con gli sguardi; lo sprezzo per il pericolo nei momenti clou delle indagini, alternato alla preoccupazione che essi dimostrano l’uno per l’altra; l’amore che essi nutrono per il mondo dei libri; il loro modo di amarsi al di là di tante convenzioni. Sono due personaggi che restano nel cuore!


Link recensione volume 1


Link recensione volumi 2 e 3


Link recensione volumi 4 e 5



La coppia con la miglior tensione sessuale


Non fa più rumore di Elisa Gioia è uno dei contemporary romance self che preferisco. È uno di quei romanzi che, come direbbero gli inglesi, “grows on you”: ad una prima lettura pensi molto carino, rileggendolo cogli molti più dettagli e ne resti conquistata.


Protagonisti sono Beatrice, una ragazza che recita la parte della dura ed afferma di non avere bisogno di nessuno, ma è stata ferita tante volte dalla vita ed ora fa fatica a fidarsi degli uomini, e Filippo, un ragazzo sveglio e sensibile al tempo stesso, psicoterapeuta di giorno e bartender di sera per arrotondare, divorziato da poco ma desideroso di voltare pagina.


Beatrice cerca in tutti i modi di fuggire da Filippo, ma ben presto si rende conto che l’attrazione che prova per lui non è solo fisica.


Il fluff non è parte di questo libro: preparatevi ad emozioni forti!



Link recensione



Il fidanzato letterario


Se dovessi indicare un secondo romanzo rosa preferito oltre a Innamorarsi a New York, di sicuro sceglierei La compagna di scuola di Madeleine Wickham (che poi è Sophie Kinsella, che firma con il suo vero nome dei romanzi scritti prima del successo di I love shopping).


Protagoniste di questa storia sono tre grandi amiche che lavorano insieme allo stesso giornale: Maggie, la direttrice, in procinto di partorire e di andare a vivere in campagna, ed in totale crisi anche se finge di star bene; Roxanne, una freelance che ostenta libertà ma da anni è l’amante di un uomo sposato; Candice, la più giovane, una stimata cronista che purtroppo tende ad essere troppo buona con chi non se lo merita e a sottovalutare l’affetto di alcune persone, soprattutto quello del suo vicino Ed. Proprio quest’ultimo è, secondo me, un ottimo fidanzato letterario: un ragazzo che si fa scudo con la sua ironia ma tiene moltissimo a Candice; che fa la parte dell’uomo di carriera un po’ cinico ma ha interessanti lati di sé che conserva per pochi; che non esita un attimo a credere a Candice ed a stare dalla sua parte quando tutto va storto.



Link recensione





Ecco i miei consigli di lettura per questa romantica giornata!

Che cosa ne pensate? Avete letto questi romanzi?

Vi piacciono? Qualcuno vi ha incuriosito?

Aspetto i vostri pareri e nel frattempo… Buon San Valentino!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 10 febbraio 2022

MATELDA, IL PARADISO TERRESTRE E LE VIRTÙ

 Le donne raccontate da Dante #6




Cari lettori,

bentornati al nostro appuntamento mensile con la rubrica “Donne straordinarie” e con il nostro percorso dantesco!


Febbraio è l’ultimo mese invernale ed oggi, prima di passare alla primavera ed al Paradiso, concludiamo la nostra trilogia di post dedicata al Purgatorio.


In dicembre avevamo conosciuto Costanza d’Altavilla e Pia dei Tolomei (in questo post), mentre avevamo dedicato gennaio ad alcune donne superbe e/o invidiose, qui. Ora risaliamo insieme il Monte del Purgatorio ed arriviamo in cima, al Paradiso Terrestre, luogo protagonista dei canti XXVIII e XXIX.


Questa parte della cantica del Purgatorio mi piace moltissimo, e spero di riuscire a trasmettervi il perché. Se ben ricordate, nel post di dicembre vi avevo spiegato quello che per me era il senso più profondo del Purgatorio, e per farlo vi avevo raccontato l’incipit del terzo canto, uno dei miei passi preferiti: il momento in cui Dante e Virgilio iniziano la salita, pieni di dubbi e di paure, ma anche animati dalla speranza che, da quel momento in avanti, ci si avvicinerà al Paradiso e le cose non potranno che migliorare. Ecco, io credo che il Paradiso Terrestre esprima appieno lo spirito dal quale è animata la cantica: è il luogo della fragilità umana e degli sbagli fatti in passato… ma anche della promessa di un futuro migliore. Un po’ come, in certe belle giornate di febbraio, si annida un sentore di primavera e di bella stagione, non trovate?


Inoltre, come avrete intuito dal momento che questa rubrica è del tutto al femminile, il Paradiso Terrestre non è deserto, ma abitato in pianta stabile da una fanciulla straordinaria, una custode che darà gioia e speranza ai due poeti, prima della loro inevitabile separazione.


Senza ulteriori chiacchiere, passiamo ad analizzare insieme i passi più significativi!



L’incontro con Matelda: il paragone con Proserpina


“E là m’apparve, sì com’egli appare

Subitamente cosa che disvia

Per maraviglia tutt’altro pensare,

Una Donna soletta, che si gia

Cantando, ed iscegliendo fior da fiore,

Ond’era pinta tutta la sua via.

Deh, bella Donna, ch’a’ raggi d’amore

Ti scaldi, s’i’vo’ credere a’ sembianti,

Che soglion esser testimon del cuore,

Vegnati voglia di trarreti avanti,

Diss’io a lei, verso questa riviera,

Tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar, dove e qual era

Proserpina nel tempo, che perdette

La madre lei, ed ella primavera.”

(Canto XXVIII, vv. 37 – 51)


Dante e Virgilio hanno lasciato l’ultima cornice del Purgatorio e, giunti in cima al Monte del Purgatorio, sono entrati in una selva misteriosa. È quasi come se si chiudesse un cerchio: si sono conosciuti in un bosco buio e pieno di fiere; ora che stanno per separarsi – anche se Dante ancora non lo sa - sono di nuovo in un ambiente silvestre, ma l’atmosfera è completamente diversa. Un ruscello dalle acque chiare domina il paesaggio: è il Lete, fiume in cui le anime penitenti, purgate dai loro peccati, si immergono per dimenticare il loro passato e poter così salire al Paradiso. Tutt’intorno c’è un’eterna primavera, rallegrata da fiori ad ogni angolo e dal soave canto degli uccellini.


Già nella descrizione del luogo, secondo me, si può cogliere un omaggio alla prima delle tre opere cardinali di Virgilio, le Bucoliche (le altre due sono le Georgiche ed ovviamente all’Eneide). Si tratta di una serie di poemetti silvestri, i cui protagonisti sono principalmente pastori e pastorelle insieme ad altri semidei, come ninfe e fauni. Se Virgilio, però, utilizzava il linguaggio della fantasia per dire la sua a proposito di situazioni politiche e socio-economiche delicate – celeberrima è la prima Bucolica, che cela un’amara critica alla ridistribuzione dei territori che aveva fatto l’imperatore Augusto – nel Purgatorio dantesco, come già accaduto in tanti passaggi dell’Inferno, c’è una curiosa commistione di mitologia classica e teologia.


Nel bel mezzo di questa fiorente primavera, infatti, compare all’improvviso una meravigliosa fanciulla, chiamata volutamente Donna con la D maiuscola (“signora” in latino). È Matelda, l’unica abitante e custode del Paradiso Terrestre. Ella simboleggia l’affetto che lega Dante (e qualsiasi fedele come lui) alla Chiesa Cattolica: viene rappresentata mentre sta compiendo azioni molto gioiose, come il canto e la raccolta dei fiori, perché l’attaccamento alla Chiesa porta felicità (anche se sappiamo che Dante ha avuto molte rimostranze da fare in merito a certe personalità consacrate che si fanno beffe della Fede). Il fatto stesso che sia immersa in un contesto stagionale primaverile indica un concetto di rinascita, di un affetto che va coltivato e rinnovato ogni giorno.


Dante, però, nonostante sia intenzionato a mettere in secondo piano la mitologia classica ed a porre al centro dell’attenzione la teologia man mano ci si avvicina al Paradiso, non può fare a meno di paragonare Matelda a Proserpina (versione latina di Persefone), la dea della primavera figlia della gelosissima Demetra/Cerere. La fanciulla, rapita da Ade/Plutone che l’aveva resa sua sposa, era stata costretta da Zeus/Giove a trascorrere sei mesi nell’Aldilà con il marito (l’autunno e l’inverno) e sei mesi sulla Terra, nei dintorni di Enna, con la madre (la primavera e l’estate).


Inoltre, Matelda viene definita “colpita dai raggi dell’amore”, che sono ovviamente quelli del Paradiso e quindi del legame con Dio. Poco dopo, tuttavia, l’aprire gli occhi di Matelda davanti al sole ed alle figure dei poeti viene paragonato al momento in cui Venere, colpita dal figlio Eros, si innamora di Adone.


Dante è ancora sospeso tra due mondi: quello classico che ha conosciuto grazie a Virgilio e quello che presto gli si dischiuderà con Beatrice…



La cacciata degli uomini dal Paradiso Terrestre


“Ond’ella: I’ dicerò come procede

Per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,

E purgherò la nebbia che ti fiede.

Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,

Fece l’uom buono a bene, e questo loco

Diede per arra a lui d’eterna pace.

Per sua diffalta qui dimorò poco;

Per sua diffalta in pianto ed in affanno

Cambiò onesto riso e dolce giuoco.”

(Canto XXVIII, vv. 88 -96)


Il Paradiso Terrestre è un luogo meraviglioso, ma è stato, prima di tutto, sede della prima grande tragedia umana: la scoperta del peccato e la caduta in disgrazia.


Matelda – che ricorda così a Dante ed a Virgilio la sua natura simbolica e sovrumana - rievoca il momento in cui il Paradiso Terrestre era stato lasciato in custodia ai primi umani, Adamo ed Eva, e la loro cacciata a causa del tentatore (solitamente identificato con il serpente) dopo che questi li aveva convinti ad assaggiare i frutti dell’Albero della Conoscenza.


L’inserimento di questo episodio può avere differenti funzioni. Innanzitutto Matelda, rievocandolo, ribadisce che gli esseri umani, anche in forma di anime penitenti, possono solo transitare per il Paradiso terrestre, ma non risiedervi, perché rischierebbero di rovinare questo luogo incontaminato con il loro desiderio di controllo. Non per dire che Matelda – e quindi Dante – sia un’ecologista ante litteram, ma ci manca poco…


Inoltre, ancora una volta si pone l’attenzione sulla duplice natura dei luoghi del Purgatorio: la destinazione è il Paradiso e dunque la speranza nei confronti del futuro pervade lo spirito di ogni cosa, ma non si deve dimenticare che sia il Monte che il Paradiso Terrestre sono luoghi dove passano anime che, per quanto sostanzialmente meritevoli, hanno comunque commesso degli errori, talvolta anche gravi.


Così, nel luogo dove i primi uomini hanno fatto i primi sbagli, le anime si preparano ad abbandonare ogni male e, a differenza di Adamo ed Eva che avevano dovuto scendere sulla Terra, si preparano ad un’eternità di beatitudine.



I fiumi e l’epigramma sui Poeti antichi


“Da queste parti con virtù discende,

Che toglie altrui memoria del peccato;

Dall’altra, d’ogni ben fatto la rende.

Quinci Letè, così dall’altro lato

Eunoè si chiama, e non adopra,

Se quinci e quindi pria non è gustato.

A tutt’altri sapori esto è di sopra;

Ed avvenga ch’assai possa esser sazia

La sete tua, perch’io più non ti scopra,

Darotti un corollario ancor per grazia,

Nè credo che il mio dir ti sia men caro,

Se oltre promission teco si spazia.

Quelli che anticamente poetaro

L’età dell’oro e il suo stato felice,

Forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice;

Qui primavera sempre, ed ogni frutto;

Nettare è questo di che ciascun dice.

Io mi rivolsi addietro allora tutto

A’ miei Poeti, e vidi che con riso

Udito avean l’ultimo costrutto;

poi alla bella Donna tornai il viso.”

(Canto XXVIII, vv.127-148)


Matelda spiega a Dante l’importanza del fiume che scorre al centro del Paradiso Terrestre, che è chiamato in due modi diversi a seconda della riva presso cui ci si bagna o si bevono le acque. Da una parte c’è il Lete, che fa dimenticare il male compiuto; dall’altra l’Eunoè, dal greco “buona mente”, che rinsalda il ricordo delle buone azioni compiute. Il passaggio al Paradiso può avvenire soltanto se si sono compiuti i due passaggi: fuor di metafora, pentirsi soltanto del male fatto senza puntare sui propri punti di forza per migliorarsi è sterile, così come pensare solo al bene compiuto senza ammettere le proprie fragilità e debolezze è vanaglorioso.


Matelda si permette anche di aggiungere un epigramma, ovvero un’osservazione pungente, nei confronti dei tre poeti che si trova di fronte: Dante, Virgilio e Stazio, che sta accompagnando i due per l’ultimo tratto di Purgatorio. Stazio è un poeta latino del I secolo d.C. e, proprio come Virgilio, è principalmente un poeta epico, uno dei più famosi dell’età dei Flavi. È autore di un poema sulla guerra fratricida di Tebe, di uno sulla storia di Achille e di un altro ancora, Silvae, che è ambientato nei boschi (proprio come le Bucoliche di Virgilio! Decisamente la scelta degli accompagnatori non è casuale…). Ella sembra criticare l’eccessiva fantasia dei poeti, specie di quelli classici, che hanno cantato l’età dell’Oro ed immaginato il mitico Monte Parnaso, “fingendo” (ovvero creando con la loro fantasia di artisti) qualcosa che in realtà esiste solo lì, nel Paradiso Terrestre.


Dante si volta verso Virgilio e Stazio, forse aspettandosi un atteggiamento offeso da parte dei poeti che hanno ricevuto una sorta di frecciatina, ma si stupisce nel vedere che essi gli rispondono con un riso orgoglioso. Questi versi contengono una metafora che, a mio parere, è molto importante per un poeta cristiano come Dante: l’affetto per la Chiesa (simboleggiato da Matelda) spinge a provare un senso di vergogna per l’attaccamento a fantasie pagane, ma l’orgoglio creativo e la propria dignità di artista rivendicano invece l’importanza di un immaginario che è stato importante per la propria formazione.



Le virtù teologali e cardinali


“Tre donne in giro, dalla destra rota,

Venian danzando; l’una tanto rossa,

Ch’a pena fora dentro al fuoco nota;

L’altr’era, come se le carni e l’ossa

Fossero state di smeraldo fatte;

La terza parea neve testè mossa:

Ed or parevan dalla bianca tratte,

Or dalla rossa, e dal canto di questa

L’altre togliean l’andare e tarde e ratte.

Dalla sinistra quattro facean festa,

In porpora vestite, dietro al modo

D’una di lor, ch’avea tre occhi in testa.”

(Canto XXIX, vv. 121 – 132)


Dopo aver concluso la sua conversazione con Matelda, Dante assiste all’apparizione di una serie di figure teologali che richiama molto i personaggi de l’Apocalisse di San Giovanni. Prima c’è una sfilata di beati dall’aspetto anziano, poi quattro grossi animali che simboleggiano gli Evangelisti, infine due gruppi di giovani fanciulle.


Il primo gruppo è quello delle Virtù Teologali personificate: la Carità, in rosso, la Speranza, in verde, e la Fede, in bianco. I vestiti della Carità e della Fede sono un chiaro richiamo ad un’altra importantissima opera di Dante, la Vita Nova: nel corso dei due primi incontri con il Poeta, Beatrice indossa proprio due abiti di questi colori. La Speranza non può condurre, perché è tratta (nasce) dalle altre due. L’intensità del canto della Carità, dell’Amore divino, modula anche il percorso della Fede.



Il secondo gruppo è invece costituito da quattro donne vestite di porpora: le Virtù Cardinali, ovvero la Giustizia, la Prudenza (con tre occhi), la Fortezza e la Temperanza.


Le fanciulle stanno per introdurre Beatrice, che presto scenderà dal Cielo e finalmente si ricongiungerà a Dante.





Eccoci giunti alla fine di questo viaggio nel Paradiso Terrestre!

Mi rendo conto di aver scritto un post “di cuore”… che novità, eh? Ormai conoscete il mio temperamento quando mi infervoro per qualcosa che mi piace!

Per il mese prossimo vi preparerò un post di transizione tra Purgatorio e Paradiso e conosceremo meglio Beatrice. Qui ho citato la Vita Nova, opera in cui la donna è protagonista assoluta: vi anticipo già che è un’altra mia passione…

Vi lascio qui il link al mio racconto dello scorso aprile, Un viaggio per un sogno, in cui vi parlo di alcuni argomenti danteschi in maniera un po’ più romanzata.

Spero che per tutti voi questo viaggio continui ad essere un piacere. Fatemi sapere che cosa ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 7 febbraio 2022

IL VECCHIO CHE LEGGEVA ROMANZI D'AMORE

 Challenge "La donna verde": prima tappa




Cari lettori,

oggi sono particolarmente contenta di pubblicare, perché questo post è il primo di una nuova serie, dedicata alla challenge di lettura “La donna verde”!


Come quasi sempre mi succede durante le vacanze di Natale, anche quest’anno ho visto tante challenge di lettura che mi attraevano, ma la maggior parte di esse era davvero troppo stringente e complicata. Poi ho scoperto “La donna verde”, creata da Seli Rowan, Stefania Siano, I libri di Cristina e Alemagikfantasy (cliccando potete accedere ai loro profili Instagram).

Si tratta di un progetto molto semplice e libero: sei volumi da leggere nel corso del 2022, uno ogni due mesi.


Come recita la didascalia ai post di Instagram delle organizzatrici, “La Donna verde è una challenge che ruota intorno alla figura della donna, della magia e della natura. Ogni tappa proporrà un tema legato a questi argomenti, ma saranno sempre versatili, così che possiate interpretarli a modo vostro e scegliere il titolo più adatto ai vostri gusti ed interessi”.


Ad una prima occhiata, mi è piaciuto tutto di questa challenge. Apprezzo il fatto che non sia un’impresa titanica, ma qualcosa di assolutamente fattibile (un libro ogni due mesi è tranquillamente inseribile nella TBR ordinaria). Mi piace la libertà di scelta, senza imposizione di alcun titolo. Soprattutto, ciò che mi stuzzica sono i temi trattati: se ben ricordate, tra i “Buoni propositi per il blog” (dei quali ho parlato in questo post) c’era quello di diventare una lettrice più onnivora e di fare qualche incursione nel mondo della fantasia e dell’avventura. Inutile dire che i temi di questa challenge cadono davvero a fagiolo!


Un’ultima precisazione per chi magari fosse incuriosito e volesse aggregarsi last minute: si tratta di una challenge per cui basta avere Instagram e pubblicare una foto a tema, cosa che probabilmente farò domani. Avendo anche il blog, ho ritenuto valesse la pena di fare una recensione più approfondita del romanzo che ho scelto, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore!



Il tema di gennaio e febbraio: il realismo magico


La tematica di gennaio e febbraio ha suscitato in me qualche iniziale perplessità, e, a quanto ho capito, non sono stata l’unica ad avere dei dubbi. Purtroppo si tende a confondere il genere del realismo magico con altri, in particolare con l’urban fantasy.


Il realismo magico, invece, a differenza di altri sottogeneri di fantasia più recenti, ha una florida tradizione, soprattutto tra gli scrittori sudamericani o comunque nell’immaginario della letteratura extraeuropea. Si tratta di storie talvolta romantiche, altre volte storiche, altre ancora d’avventura, ma tutte caratterizzate da un denominatore comune: alcuni elementi di fantasia sono del tutto connaturati alla realtà. Leggendo una storia di realismo magico vi ritroverete a chiedervi: “Ma com’è possibile che per tutti le cose stiano così? Questo avvenimento, in realtà, non può esistere!”


Le organizzatrici della challenge ci hanno dato tanti preziosi consigli, anche contemporanei, ma io alla fine ho scelto una lettura che potesse rientrare sia nella sfida che nella rubrica “Il momento dei classici”.



La mia scelta: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Luis Sepúlveda


Avevo già conosciuto l’autore con la celeberrima favola Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, ma non avevo mai sperimentato una sua lettura per adulti (anche se avevo da tempo in casa un’edizione utile anche per le scuole).


Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è Antonio José Bolívar Proaño, un ex nativo di una zona montuosa dell’America Latina, vicino al vulcano Imbabura, che ha vissuto per tanto tempo nel cuore della foresta amazzonica ed ora si è stabilito a El Idilio, un paesino appena fuori dal verde, le cui autorità cercano di omologarsi al mondo civilizzato.


All’inizio del romanzo troviamo Antonio José intento a chiacchierare con il suo amico dentista, un uomo singolare che ogni tot mesi sbarca a El Idilio portando con sé attrezzi da macellaio, lamentele contro il governo e… libri rosa per il suo amico.


Antonio José è un uomo che, come scopriremo leggendo, vive da solo di caccia e pesca, difficilmente si spaventa, ha affrontato molte incredibili avventure. Eppure non sono i romanzi con protagonisti spericolati ad attrarlo, né tantomeno i giornali, pieni di incomprensibile politica: egli vuole i romanzi d’amore, e non di qualunque tipo, bensì desidera espressamente quelli che lo faranno “piangere a fiumi”.


A questa scelta narrativa si potrebbero dare molte interpretazioni. Forse la più immediata è quella di una catarsi: Antonio José è costretto dalla vita a tenere alta la guardia e presentarsi al suo prossimo con aspetto da duro, ma solo quando legge (con istruzione da autodidatta e tante difficoltà) può dare sfogo alla sua parte più sensibile e sentimentale, quella di un uomo solo che ha perso la moglie troppo presto e talvolta cova il desiderio di risposarsi. 

Io ci vedo anche una sorta di critica alla società, che non dà a tutti le stesse possibilità di istruzione e formazione, ma fa dipendere molto dal luogo nel quale una persona è nata. Uno come Antonio José, se fosse nato in Europa ed in un contesto borghese, sarebbe stato un fine studioso, un intellettuale di rara sensibilità, ma la vita ha voluto che leggesse romanzi d’intrattenimento – procacciati da un dentista e da una prostituta amica di quest’ultimo – su un tavolaccio senza neanche una sedia, chiuso in una palafitta, tra una battuta di caccia ed una pesca ai gamberi di fiume. 

Mi piace molto come l’autore ha presentato il protagonista, perché è quasi come se lanciasse un guanto di sfida al lettore: siamo davvero sicuri che Antonio José sia un intellettuale “di serie B” perché si è fatto da solo? E siamo convinti che il genere rosa, da sempre piuttosto denigrato, sia qualcosa di riservato solo alle fanciulle romantiche o a chi non ha potuto studiare, e che quindi non abbia proprio niente da insegnarci?



Un nemico da sconfiggere


La situazione di pace apparente all’inizio del romanzo viene presto interrotta da quello che sembra un terribile delitto: sul fiume viene rinvenuto il cadavere di un uomo, che pare avere la gola squarciata dal machete. Il Sindaco di El Idilio, un uomo gretto, violento ed ignorante che tutti chiamano La Lumaca, punta subito il dito verso alcuni indigeni Shuar dell’Amazzonia che vivono in povertà, da lui ritenuti dei selvaggi, ma Antonio José, vista la ferita, chiarisce subito il mistero.


Il morto è un cacciatore di frodo che ha avuto la spavalderia di uccidere dei cuccioli di tigrillo (come si deduce dalle minuscole pelli che porta con sé) e che forse ha anche ferito il maschio della coppia. Questo significa che la madre, folle dalla rabbia, non solo ha ucciso il cacciatore, ma ora, con ogni probabilità, è appena fuori dai confini del paese, in cerca di vendetta.


Antonio José è preoccupato, non solo perché sa che il tigrillo, grosso felino tipico dell’Amazzonia, è un animale pericoloso, e che una madre ferita è mille volte più temibile di un esemplare semplicemente a caccia. Lui sa che, di lì a poco, il Sindaco, un po’ perché nonostante tutto riconosce la sua bravura ed esperienza, un po’ perché lo odia e vorrebbe vederlo cadere in un incidente mortale, gli chiederà di condurre una battuta di caccia contro il misterioso animale.


La spedizione punitiva contro il tigrillo occupa la seconda parte del romanzo e per il lettore è un vero e proprio tuffo nell’avventura, tra scenari mozzafiato, tensione, imprevisti, colpi di scena.


Sarebbe logico supporre che il nemico naturale di Antonio José sia il temutissimo tigrillo, un importantissimo personaggio della storia anche se la sua natura non è umana, simbolo della vendetta cieca che si avventa contro la sua immensa saggezza. In realtà, più la lettura procede, più il lettore ha l’impressione che i due siano le facce della stessa medaglia: la vita nel rispetto delle regole della natura.


Il vero nemico da sconfiggere è il Sindaco, e con lui tutti coloro che, come i bracconieri ed i cercatori d’oro, si nutrono di odio, praticano la violenza in pubblico ed in privato, pensano solo al loro interesse e sfruttano le risorse del pianeta per il puro guadagno o per il potere.



Le magie ed i misteri della Foresta Amazzonica


Antonio José, nel prepararsi alla battuta di caccia, che egli sente potrebbe essere l’ultima della sua lunga vita, ripercorre tutte le tappe dell’esistenza che lo hanno portato a El Idilio, ed in particolare gli anni che ha trascorso nel cuore della Foresta Amazzonica, tra gli indigeni Shuar.


È in questa parte del romanzo che si trovano tanti elementi di realismo magico, perché il popolo della foresta vive in un mondo tutto suo, fatto di leggende a cui credono ciecamente, previsioni che puntualmente si avverano, creature del mondo animale che hanno quasi una sensibilità umana.


La foresta stessa diventa un misterioso personaggio della storia, simbolo della “natura matrigna” di leopardiana memoria: un’autorevole madre che accoglie i suoi figli, ma li abbandona malamente se questi ultimi non sanno stare alle regole, sia nel caso di una sprezzante indifferenza, come quella del Sindaco e dei bracconieri, sia a seguito di un tragico destino.


Antonio José e il tigrillo hanno proprio questo in comune: sono due fuoriusciti della foresta, due che hanno dovuto abbandonarla perché la barbarie umana ha drammaticamente cambiato le loro vite… ed è proprio per questo che il loro scontro sembra così alla pari.


Vi avverto: non mancheranno momenti da singulto improvviso e lacrime agli occhi…




Come avrete capito, la prima tappa della challenge mi ha soddisfatto… al 101%!

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è, secondo me, un romanzo davvero straordinario, un classico tra quelli che vanno letti una volta nella vita.

Già “tremo” al pensiero della tappa di marzo/aprile, perché credo che, essendo il tema designato le creature fantastiche, dovrò proprio fare un tuffo nel fantasy, genere che, Harry Potter a parte, è un mondo alieno… anche se mi attira molto. Comunque seguirò i consigli delle nostre bravissime organizzatrici e qualcosa di bello verrà fuori di sicuro!

Nel frattempo, fatemi sapere che ne pensate di questo romanzo: l’avete letto? Vi è piaciuto? E qualcuno di voi parteciperà alla challenge “La donna verde”?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 3 febbraio 2022

DON CHISCIOTTE

 Il balletto di Nureyev direttamente a casa su Rai 5




Cari lettori,

per iniziare febbraio al meglio, ho deciso di rispolverare la rubrica “Consigli… per gli amanti della danza”!

Speravo di poterlo fare con il racconto di uno spettacolo visto in presenza, ma, se tra ottobre e dicembre sono riuscita a tornare a teatro per un po’, in gennaio ho preferito non prendere mezzi sovraffollati – a causa della positività del personale – e raggiungere Milano città, per di più in un luogo chiuso.


Sono un po’ demoralizzata per questa situazione che continua a presentare alti e bassi, e so di non essere l’unica, ma fa male aver riafferrato per poco tempo qualcosa che ti era mancato così tanto e poi vederselo di nuovo strappare dalle mani. Per fortuna almeno la scuola di danza va avanti in presenza, seppur tra mascherine, distanziamenti e mille restrizioni.


Per consolarmi, una sera di queste ho girato su Rai 5 e mi sono dedicata ad un vero e proprio classico: il Don Chisciotte di Nureyev, reso immortale dall’interpretazione insieme a Carla Fracci alla Scala di Milano nel 1980. Ho visto che un’ultima replica è stata portata in scena proprio qualche mese fa, alla fine di ottobre, ma la proposta di Rai 5 risulta registrata prima dei DPCM del 2020, quindi non è l’ultimissima versione, anche se è di poco tempo fa.


Come sempre quando sono un po’ tesa o rattristata, non c’è nulla di meglio che perdermi nella danza: per un paio d’ore non penso ad altro che ai passi, alle musiche, ai possibili spunti per i balletti che prima o poi torneremo a portare in scena anche noi.


Senza ulteriori chiacchiere, passo alla recensione vera e propria dello spettacolo!



Don Chisciotte, Sancho Panza e mille altri personaggi


Potremmo dire che, in questo balletto, sono presenti due trame che si intrecciano tra di loro. La prima è la storia di Don Chisciotte, un anziano nobile affetto da un disturbo psicologico che lo porta a tramutare in realtà la sua immaginazione. Nel prologo del balletto, i servitori non sanno più come tenere a freno i suoi sogni di gloria, ma uno di loro più scaltro degli altri, Sancho Panza, ha un’idea: assecondarlo. Egli costruisce un’armatura con diversi pezzi di lamiera, la dona al suo padrone, ed ecco che quest’ultimo si immagina come il più brillante dei cavalieri medioevali, con lo stesso Sancho Panza a fargli da scudiero. I due affronteranno incredibili disavventure, come l’ormai emblematica lotta contro i mulini a vento, lo scontro con i gitani (la cui danza viene vista da Don Chisciotte come una sorta di provocazione), l’incanto della foresta delle Driadi (ninfe del bosco).


La storia che Cervantes racconta nel suo libro, e che viene riportata qui non proprio nel dettaglio ma comunque nella sua sua sostanza, è definita “picaresca”, ovvero una sorta di biografia romanzata in cui un fittizio protagonista racconta se stesso, dall’infanzia alla maturità. In questo caso, siamo a metà strada tra la commedia e l’avventura. Molti sono i riferimenti all’Orlando Furioso, il poema di Ariosto i cui cavalieri Don Chisciotte tenta invano di imitare; non mancano, però, degli omaggi al mondo classico, come, appunto, la presenza di ninfe e semidei.



Molto meno magica e più quotidiana è invece l’altra trama del balletto: la travagliata storia d’amore tra la bella e giovane Kitri ed il barbiere del paese, Basilio, che vorrebbe sposarla ma, secondo il padre di lei, non ha abbastanza soldi per farlo. La presenza di un ricco pretendente – ovviamente gradito all’avido genitore – complicherà il tutto.



Costumi e scenografie


Don Chisciotte è un balletto composto da un prologo e da tre atti, durante i quali si susseguono diverse splendide ambientazioni: la casa del nobiluomo, la piazza della città, il campo dei gitani, la spianata su cui sorgono i mulini a vento, la foresta incantata. Le scenografie sono incredibili, ma non avevo alcun dubbio su questo: un paio d’anni fa avevo visto su Rai 5 un altro balletto classico della Scala, La bella Addormentata (di cui vi avevo parlato qui) ed anche lì la riproduzione del castello e della foresta erano state eccezionali. La Scala è un orgoglio per noi milanesi!


Anche i costumi fanno la loro parte, perché Don Chisciotte e Sancho Panza sembrano davvero usciti dal libro. Le coreografie ambientate sulla piazza principale del paese sono un omaggio alla Spagna, tra musiche che ricordano il flamenco, toreri e pezzi spettacolari in cui le ballerine fanno lo slalom tra coltelli piantati a terra.


Personalmente ho apprezzato molto anche l’energia della danza gitana, tra mille colori e luci taglienti che ne esaltano le fantasie, e, per contrasto, la delicatezza delle coreografie e delle variazioni nella foresta incantata, un trionfo di verde chiaro ed altri colori pastello.



La danza secondo Nureyev


Come vi avevo già raccontato tempo fa recensendo La bella Addormentata, Rudolf Nureyev ha portato una vera e propria rivoluzione nel mondo della danza classica, soprattutto per quel che riguarda le parti maschili.


Prima di Nureyev, i ballerini – seppur con qualche eccezione – erano poco più che porteur: essi dovevano, in altre parole, sorreggere le evoluzioni delle ballerine, ed i generale fungere quasi da aiutanti per mettere in risalto i loro movimenti. Era un po’ come se non si volesse uscire dai tradizionali ruoli di uomo e donna: un forte sostegno l’uno, una leggiadra libellula l’altra. Con Nureyev, anche il ballerino si scopre leggero, aggraziato, capace di numeri pieni di leggerezza (e di infiniti fouettés…). Uomo e donna, così, sono alla pari e si sfidano sul palco in infiniti passi a due, proprio come fanno Kitri e Basil ripetute volte nel corso del balletto.


Diverso è ovviamente il ruolo di Don Chisciotte, interpretato in modo straordinario, tra passi di danza volutamente impacciati dentro all’armatura ed una recitazione muta d’altri tempi: egli ammira le ninfe, che si dimostrano in grado di compiere le loro coreografie senza l’ausilio di alcun porteur.



Don Chisciotte… danzato in tanti modi diversi


Vorrei raccontarvi un’ultima curiosità: mentre preparavo la recensione a questo post, mi sono resa conto che Don Chisciotte è uno dei soggetti più amati e versatili del mondo della danza.


La versione di cui vi ho parlato oggi è la più tradizionale ed al momento, purtroppo, non è su Rai Play, anche se da alcuni avvisi su Internet ho dedotto che è stato caricato per alcuni brevi periodi. Non è da escludere, però, che lo replichino su Rai 5!


Su Rai Play si trovano, invece, una versione del balletto di Roma ed una rielaborazione contemporanea dal titolo Don Q. Non ho visto nessuna delle due ma mi incuriosiscono!


In presenza, invece, ricordo di aver visto al Carcano, esattamente due anni fa, un interessante balletto dal titolo Io, Don Chisciotte: un vero e proprio mix di stili di danza diversi. Ve ne parlo meglio in questo post.


Insomma, la storia è sempre la stessa, ma quanto a versioni sul palco… ce n’è per tutti i gusti!




A me questo balletto è piaciuto molto… e voi che ne pensate?

Avete visto qualche versione di Don Chisciotte sul palco? Vi è piaciuta?

Spero di avervi incuriosito. In fondo anche avere teatro e danza a domicilio direttamente in tv è una grande fortuna, e forse, presa dal desiderio di tornare “in presenza”, l’ho un po’ sottovalutata. Se troverò qualcos’altro di bello in streaming, ve ne parlerò!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)