lunedì 4 maggio 2026

ANNI '30 E ANNI '60... A BELLANO

 Due romanzi di Andrea Vitali




Cari lettori,

iniziamo maggio con un nuovo post per le nostre “Letture… per autori”, e lo scrittore odierno non è scelto a caso: Andrea Vitali.


Vi ho parlato tante volte dei suoi romanzi e, siccome ultimamente ho letto due sue uscite recenti, ho aspettato proprio questo periodo perché ho sentito che a breve inizierà su Rai 1 la fiction Una finestra vistalago, ispirata proprio al ciclo dei casi del Maresciallo Maccadò, il suo personaggio più longevo.


Tra i due romanzi di cui vi parlo oggi, uno fa parte proprio del ciclo del Maresciallo e, come tutti gli altri della serie, è ambientato negli anni ‘30. Un altro invece è, come si direbbe oggi, uno stand alone che racconta sempre la cittadina lacustre di Bellano, luogo natale dell’autore e sfondo di tutti i suoi romanzi, ma in un periodo successivo.


Vediamoli meglio insieme!



Un bello scherzo


Bellano, 5 marzo 1935. Accanto al molo di Bellano, dove approdano imbarcazioni di vario genere, c’è il notissimo Caffé dell’Imbarcadero: uno degli esercizi commerciali più conosciuti e frequentati del paese.


Eppure, quando le condizioni climatiche non sono ottimali, oppure quando il freddo e la sera calano presto sul paesino, capita persino a Gnazio Termoli, gestore del Caffè, di avere una giornata – ma soprattutto una serata – molto fiacca.


Quella sera ne è un esempio perfetto, al punto che il Termoli, dopo aver consumato a sua volta qualche bicchierino (perché va bene la noia, ma ci si dovrà pur scaldare in qualche modo) sta meditando persino una chiusura anticipata.


Quando però la luce cede il passo al buio, si verifica un attracco imprevisto: una motonave della Milizia, contenente ben tre uomini nerovestiti, dai modi spicci e dall’aspetto di qualcuno che è meglio non far arrabbiare.


Si sa che è meglio non mettersi a chiacchierare con certi soggetti, specie quando sono in azione, e così il Termoli attende impietrito che i tre uomini ritornino con il poveretto ricercato di turno. Quando però i tre diventano quattro, nessuno dei pochi bellanesi ancora in giro può credere ai suoi occhi.


Si tratta del maestro in pensione e giornalista Fiorentino Crispini, fervente iscritto al partito fascista, sempre pronto a scrivere e comporre di tutto, dai discorsi ai componimenti, per qualsivoglia occasione organizzata dal Comune o dal partito stesso. Un uomo sicuramente troppo solo, forse un po’ noioso da digerire per chi non ama le camicie nere, ma indubbiamente inoffensivo… e soprattutto sempre dalla parte di chi comanda. 

Cosa può essere successo?


Nel dubbio, Gnazio Termoli corre subito alla caserma dei Carabinieri poco distante, dove il Maresciallo Maccadò e i suoi (il brigadiere Mannu, l’appuntato Misfatti, il carabiniere Beola) si stanno preparando a fare il cambio tra turno di giorno e turno di notte. 

Il Maccadò la pensa come il gestore del bar: il Maestro Fiorentino Crispini è l’esatto opposto di un ribelle antifascista. Bisognerebbe fare luce sulla questione con un’indagine apposita.



L’autore ci riporta indietro a qualche mese prima, ad un inverno particolarmente noioso per il nostro maestro Crispini. Sul lago fa troppo freddo, la stagione degli eventi è rimandata alla prossima primavera e, a parte gli articoli giornalistici di routine, c’è ben poco che possa allietare le lunghe e buie serate dell’uomo, senza famiglia e visitato soltanto da una pragmatica donna delle pulizie.


Una pubblicità trovata quasi per caso, però, gli dà l’idea: un concorso di poesie dal tema nazionalistico. Peccato che tra i giurati che valuteranno gli elaborati ci sia anche il direttore del suo giornale. Come evitare l’imbarazzante possibilità che si parli di un conflitto di interessi?


Al maestro vengono due idee. La prima è quella di usare uno pseudonimo e di farsi aiutare nelle operazioni postali dal procaccia Fracacci. La seconda è quella di non utilizzare la sua scrittura, troppo riconoscibile, ma di chiedere un piacere ad un’impiegata del Comune dotata di una bellissima calligrafia.


Il maestro Crispini, però, non sospetta che, approfittando dell’ignavia del buon Procacci (che pensa più a mangiare e bere che al suo lavoro) e facendo leva sulle conoscenze che ruotano intorno all’impiegata, qualcuno che è stufo dei suoi continui discorsi in cui loda il Partito ne approfitterà per fargli… Un bello scherzo.



Ogni volta che prendo in prestito un romanzo del Maresciallo Maccadò – la biblioteca ne è fornitissima – so già che ci sarà un bel po’ da ridere, anche se talvolta amaramente.


Anche in questo caso le gag, gli equivoci ripetuti e i momenti buffi non mancano, ma il messaggio di sottofondo è tutt’altro che leggero. 

Il Maestro Crispini è, in un certo senso, una vittima trasversale del totalitarismo: ha aderito con entusiasmo ai suoi “ideali” soltanto perché è solo e, finiti anche i suoi anni di insegnamento, non sa più come rendersi utile. Il partito, per quanto composto da prepotenti seguiti per paura da una massa, gli dà l’idea di poter essere parte di un gruppo, ed è per questo motivo che, pur essendo un uomo intelligente e colto, egli chiude gli occhi sulle malefatte delle camicie nere e considera solo il lato che gli interessa: quello che gli permette di ritrovarsi al centro di eventi culturali e di vita comunitaria. 

Purtroppo questo è un perfetto esempio di come le dittature di ogni tipo abbiano raccolto i consensi anche di persone inaspettate, perché parlavano alla loro “pancia”. E il Maresciallo Maccadò, pur disprezzando le camicie nere e soprattutto i loro capi, è uno dei pochissimi a comprendere questa questione, ed è per questo che cerca di salvare il Maestro Crispini.


Certo è però che nemmeno stavolta la sezione del partito bellanese viene risparmiata da una sonora presa in giro: dopo aver liberato un toro senza corna di nome Benito, aver fatto una figuraccia alla manifestazione dell’Epifania, aver continuamente cambiato il segretario dopo una serie di scandali, aver perso la dentiera di un federale, aver assunto un latitante come avvocato per difendere uno dei loro, più varie ed eventuali, stavolta arrestano… il loro più fervente sostenitore.


E sono sicura che presto leggeremo di altre disavventure!



La gita in barchetta


La storia ha inizio a Bellano nel ‘63. Per Annibale Carretta, ciabattino, sono ormai gli ultimi anni di una vita abbastanza lunga ma non proprio di chiara fama.


Nonostante in gioventù egli abbia provato a costruirsi una credibilità sia ereditando l’esercizio paterno che creandosi una famiglia con moglie e figlio, per tutti è rimasto noto come “lo strusciatore di donne”, più interessato all’altro sesso che al lavoro.


La moglie è morta troppo presto di malattia dopo aver tentato per anni di lavorare per due, il figlio è lontano da tempo e rifiuta qualsivoglia eredità, Annibale è rimasto solo e malato, senza che nessuno si occupi di lui.


Egli ha un solo bene: i due locali di proprietà nei quali prima suo padre e poi lui hanno fatto casa e bottega. E proprio sui quei locali ha messo gli occhi la presidentessa dell’Associazione San Vincenzo: serve una nuova sede.


La donna recluta tra le file delle sue dame di carità, tutte troppo anziane o già molto impegnate con altre attività, una giovane donna, Rita Cereda, detta “La Scionca” perché oltre a non essere molto attraente è anche azzoppata.


Il patto tra le due donne è chiaro: Rita farà da badante ad Annibale, lo assisterà fino agli ultimi giorni della sua vita, percepirà un consistente (almeno per i suoi standard) assegno, e convincerà il moribondo a farsi intestare la casa. Casa che poi cederà all’Associazione San Vincenzo.


Ma Rita, che non ha avuto problemi ad accettare un incarico che nessuno voleva, ha un estremo bisogno non solo di lavorare, ma anche di una casa. È la figlia di mezzo delle tre sorelle Cereda, figlie di un’abile sarta rimasta presto vedova.


L’unica gioia della madre è la terzogenita, Vincenza, una ragazza che sta per prendere il diploma alle Scuole Magistrali ed è l’unica ad aver ereditato da lei una singolare bellezza. Rita, bruttina, zoppa e troppo provata dalla vita per sognare ancora, è relegata da tempo al ruolo di aiutante di casa, mentre con la primogenita, Lirina, mal maritata ad un operaio sempre ubriaco, i rapporti sono molto tesi.


Più che queste dinamiche non certo felici ma ormai consolidate, però, il vero problema è che la famiglia ha appena ricevuto un inatteso sfratto, ed ha bisogno al più presto di una sistemazione, non solo per alloggiare, ma anche per il nuovo laboratorio di sartoria.


Così, quando Annibale intesta a Rita la casa e poi esala l’ultimo respiro, la ragazza, molto più fedele alla sua acciaccata famiglia che alle dame di carità che l’hanno accolta per convenienza, si tiene i due locali di proprietà.


E da lì per la famiglia Cereda inizia una nuova vita, con una sartoria più bella e dei clienti inaspettati. Tra di essi c’è una donna che tutti conoscono per essere poverissima e per fare dei risparmi fino all’osso: non certo la persona che ci si aspetterebbe sulla porta di un negozio che confeziona vestiti.


Eppure, quel che in pochissimi sanno è che la donna ha messo via ogni centesimo, insieme al marito, per il loro unico orgoglio: il figlio, che, portatissimo per gli studi, è stato convinto dai professori a iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Ma pagare l’Università quando si è di così umili origini non è certo scontato.


Il gran giorno della Laurea si avvicina, e il completo da uomo preso con gli ultimi risparmi ha bisogno di un’aggiustatina. Ma tra il laureando e Vincenza nasce una timida amicizia, che entrambe le madri vedono di buon occhio…



Con La gita in barchetta non lasciamo Bellano, ma ci spostiamo più in là di un trentennio. Nuovi personaggi prendono il posto di quelli che abitano gli anni ‘30, e la storia raccontata non è più uno degli “pseudo-gialli” sui quali indaga il Maresciallo Maccadò, bensì una sorta di commedia di costume.


La famiglia Cereda è trattata da tutti come un gruppo di donne sconfitte che possono essere rigirate a proprio piacimento, ma proprio per questo motivo esse hanno imparato a difendersi quando serve ed a provvedere a se stesse. Anche i genitori del ragazzo “quasi avvocato” vengono giudicati soltanto per le apparenze, mentre hanno lavorato duramente per avere qualcosa che pochissimi altri bellanesi hanno: un professionista laureato in casa.


E poi i litigi tra assessora e presidente delle associazioni, il vecchio dongiovanni che come da copione muore solo, la figlia di belle speranze che viene tenuta un po’ troppo sotto la campana di vetro… una serie di storie e situazioni che ci fanno pensare che, anche se sono passati sessant’anni, il mondo non è poi tanto cambiato, o almeno l’Italia.


La lettura è nuovamente scorrevole e il tono brillante, però, rispetto ai casi del Maresciallo Maccadò, si insinua una malinconia maggiore. Ben venga, però, questo cambio di atmosfera: credo che l’autore voglia essere conosciuto per le sue opere in generale e non solo per quelle del Maresciallo, e forse è per quello che i suoi ultimi stand alone sono così diversi tra loro sia come epoca storica che come genere.

Solo Bellano resta una costante!




Che ne dite? Vi ho convinto a leggere qualcosa di Andrea Vitali?

Fatemi sapere che ne pensate!

Magari qualcuno di voi ha già letto qualcosa di questo prolifico autore… aspetto i vostri commenti!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)