lunedì 17 gennaio 2022

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - GENNAIO 2022

 


Cari lettori,

eccoci arrivati al primo 17 del mese ed al primo appuntamento del 2022 con la rubrica “L’angolo vintage”!


Oggi torno a parlarvi di un autore che è stato più volte protagonista di questi schermi: Leonardo Gori. Durante le vacanze di Natale, infatti, ho letto altri due volumi della serie gialla/thriller che ha per protagonista il colonnello Arcieri, carabiniere e agente segreto del SIM. Ho quasi finito: mi dovrebbe mancare solo un romanzo dal titolo Il ragazzo inglese.


Ho parlato già più volte di questo intrigante personaggio, ma forse non tutti ricordano che le sue storie sono ambientate in due tempi differenti: ci sono quelle di quando egli è un giovane capitano, appena entrato nei servizi, ambientate appena prima della Seconda Guerra Mondiale oppure nei momenti più drammatici del conflitto, delle quali vi ho parlato in questo post; c’è poi un “secondo tempo”, quello prevalente, principalmente la fine degli anni ‘60, in cui Bruno Arcieri è ormai un maturo colonnello che cerca in tutti i modi di sfuggire alla sua seconda vita da agente segreto, ma viene quasi sempre richiamato all’ordine da qualche storia poco chiara (trovate qualche esempio a questo link).


Dei due romanzi di cui vi parlerò oggi, La finale appartiene alle avventure di gioventù, mentre L’ultima scelta è forse la storia più recente del colonnello.


Senza ulteriori preamboli, vi lascio alle recensioni!



La finale


Parigi, giugno del 1938. Il Capitano Arcieri, appena entrato nelle file del SIM, ha ricevuto un incarico piuttosto delicato dal suo comandante: riportare in Italia un importante “contatto”, che potrebbe avere utili informazioni. La situazione italiana è molto tesa, soprattutto da maggio in avanti, considerato l’avvicinamento tra Mussolini e Hitler, e Arcieri trova in Francia un clima estremamente ostile. I francesi sono alleati con l’Inghilterra, fieramente democratici, e considerano fascisti tutti gli italiani, soprattutto quelli appartenenti alle Forze dell’Ordine.


Il suo compito, però, potrebbe essere favorito dal fatto che non è certo l’unico italiano presente sul territorio francese in quei giorni: l’estate del ‘38 è quella dei Mondiali di Francia e l’Italia sta collezionando una vittoria dietro l’altra. Arcieri non è molto appassionato di calcio, ma si lascia travolgere volentieri dal clima festante. Appena arrivato a Parigi, egli incontra un giornalista sportivo, elegante ma ambiguo, che gli consiglia una pensioncina da poco. Insospettito, il capitano raggiunge il luogo, ma si rende conto di essere arrivato proprio nell’albergo dove il “contatto” che cercava, Paolo Marinelli, ha trovato la morte, sembra per suicidio tramite soffocamento. La fine dell’uomo gli sembra non solo una brutta sorpresa, ma anche decisamente sospetta, almeno a giudicare da quello che gli riferisce la vedova, Ginevra Casati, una donna affascinante e misteriosa.


Tra una partita ed una serata in un locale jazz, egli non si rende conto di essere seguito dai professionisti (che insistono nel definirsi “volontari”) dell’OVRA, l’Opera Vigilanza Repressione Antifascismo, che lo colgono di sorpresa in un vicolo buio e lo malmenano. Arcieri viene salvato da un cinquantenne italiano, un uomo che sostiene di chiamarsi Ireneo Barbano e di essere un ragioniere, ma del quale non riesce a fidarsi del tutto.


Anche la polizia francese è sulle tracce di Arcieri, ma egli riesce a stringere una sorta di patto di non belligeranza con il commissario, promettendo di rivelargli importanti informazioni mentre indaga sul mistero della morte di Paolo Marinelli.


La situazione è davvero confusa: tra fuoriusciti, fascisti, ribelli, comunisti provenienti dalla Spagna e funzionari corrotti, chi è il vero nemico?



La finale è un romanzo appassionante e, al tempo stesso, davvero complicato. Ogni volta che inizio un libro di Leonardo Gori mi preparo ad entrare nella macchina del tempo ed a fare un viaggio nel Novecento. Non vi nego che persino io che più di una volta ho insegnato storia ho imparato parecchio da questi romanzi. In questo, in particolare, mi sono resa conto che, nei turbinosi anni ‘30, non c’erano solo le nette distinzioni di cui di solito si parla sui romanzi di scuola: fascisti ed oppositori del regime, italiani e tedeschi da una parte e francesi ed inglesi dall’altra, conservatori e comunisti… Gli schieramenti erano davvero molteplici, alcune volte addirittura confusi e, quel che è peggio, aleggiava un clima di vera diffidenza. L’Europa era un’autentica polveriera e noi tutti, purtroppo, abbiamo studiato le conseguenze di quel terribile clima.


Arcieri non è ancora oppositore del regime fascista come si dichiarerà più avanti: è solo il ‘38 ed egli è un giovane fedele alla sua divisa, ma inizia anche a considerare le camicie nere come più pericolose del previsto, ed è estremamente preoccupato per la sua fidanzata Elena, ebrea. Ci vorrà l’arrivo della guerra (in romanzi come Il passaggio) per fargli aprire gli occhi definitivamente.


Più che gialli classici, le storie di Arcieri sono dei thriller di spionaggio nei quali avvengono delle situazioni “tutti contro tutti”. Ormai ne ho lette un po’ e mi aspettavo qualche cambio di bandiera e qualche colpo di scena, ma devo dire che alla fine del romanzo qualcosa mi ha comunque stupito.


Infine, questo è un capitolo delle avventure di Arcieri dedicato a chi ama il calcio: ci sono addirittura degli articoli di giornalismo sportivo risalenti al 1938.



L’ultima scelta


Nel gennaio del 1970 il Colonnello Arcieri è a Firenze con la sua “fidanzatina cinquantenne” Marie e sembra aver cambiato definitivamente vita: è in pensione sia dai carabinieri che dal SIM e insieme a dei giovani amici (con i quali ha condiviso un’avventura qualche anno prima) ha avviato una trattoria.


Un giorno, però, egli viene richiamato dal vecchio comando del SIM per una missione delicata per la quale è stata richiesto il suo intervento. Nonostante il colonnello provi a protestare ed a ribadire che è in pensione, il nuovo comando non vuole sentire ragioni (tanto per cambiare… mai una volta che gli facciano godere la sua amata trattoria, eh!). Il suo nuovo compito sembra, tutto sommato, abbastanza veloce ed indolore: incontrare un uomo americano, che si fa chiamare “Agente zero”, ed ascoltare le informazioni che ha da riferirgli a proposito di alcuni servizi deviati.


L’uomo, per qualche inspiegabile motivo, ha richiesto l’esclusivo intervento di Arcieri. Egli capisce che lo ritengono persona fidata per via della sua esperienza ed accetta l’incontro in una villa toscana, ma si verificano fin da subito vari problemi.


Innanzitutto una ragazza hippy dall’aria un po’ ribelle e molto sveglia, che dice di chiamarsi Jennifer, ferma il colonnello già nel centro di Firenze, chiedendogli un passaggio per liberarsi di un ragazzo insistente. Suo malgrado, Arcieri non può fare a meno di portarsela con sé.


Inoltre, appena arrivato nella villa (che è incredibilmente diroccata e scomoda, considerata soprattutto la stagione) egli scopre che non è abitata soltanto dall’Agente Zero, ma anche da alcune sue vecchie conoscenze: la sua collega Nanette, da lui considerata alla pari di Mata Hari, e Daniele, un ex fascista che aveva conosciuto nel ‘39 (nel romanzo La nave dei vinti, di cui ho parlato qui) e che da anni vive di espedienti e doppi giochi. I due, inaspettatamente, sembrano aver abbandonato la vecchia vita e, insieme ad un eccentrico maggiordomo ed autista che si fa chiamare Max, hanno creato una sorta di casa vacanze che alcune ragazze perbene dell’Europa del Nord usano come alloggio, luogo di studio e base per visitare le meraviglie della Toscana.


A complicare ulteriormente le cose, l’Agente Zero svela ad Arcieri di avere un mandante, anzi una mandante, che egli conosce molto bene: Elena Contini, suo primo amore mai dimenticato, ora parte integrante dei Servizi Segreti israeliani. La donna, prima velatamente e poi in modo più esplicito, gli vuole comunicare, tramite intermediario, il desiderio di tornare con lui. Per il colonnello c’è un vero e proprio bivio da affrontare: vecchia o nuova vita?


Rispetto ad altri romanzi del colonnello Arcieri, L’ultima scelta è piuttosto statico: è un libro cupo, invernale, fatto di dialoghi serrati, situazioni di stallo, strategie da mettere a punto, lunghe riflessioni. Tra vecchi amici che sembrano aver cambiato vita solo in parte, misteriosi ed inaffidabili agenti segreti, personaggi folkloristici che hanno più di una storia da raccontare e giovani donne che non sono quello che sembrano, ai lettori sembrerà di essere un po’ “imprigionati” insieme al colonnello in una villa nella quale succede davvero di tutto.


Solo la parte finale del romanzo c’è una certa azione, e devo dire che ogni volta rimango esterrefatta dalla capacità del colonnello Arcieri di essere praticamente fatto di ferro: a settant’anni tondi tondi lui mangia solo quando può, non dorme, si sveglia all’alba, si deve sempre guardare le spalle, salta giù dai tetti, percorre miglia ferito nella neve, scampa ad agguati mortali ed altre amenità. Io non durerei un giorno, probabilmente…


Ne approfitto anche per togliermi un sassolino dalla scarpa: io detesto il personaggio di Elena. Non riesco a capire con quale ostinazione il colonnello Arcieri – e non solo lui, anche il protagonista dello spin-off storico Il fiore d’oro, di cui vi ho parlato qui – continui a considerarla una specie di donna angelicata. Dopo un primo romanzo in cui in effetti si mostra coraggiosa, ella finisce per rappresentare tutto quello che Arcieri stesso detesta nel mondo dei Servizi Segreti: la meschinità dei giochi di potere, l’indifferenza nei confronti delle vite umane sacrificate, e soprattutto l’opportunismo nel prendere e mollare le persone come e quando più le conviene (primo tra tutti il colonnello). Però, eeh, sapete com’è, lei è tanto bella con i capelli biondi e gli occhioni azzurri, fa girare la testa coi suoi bei sorrisi… anche l’inossidabile Arcieri ha le sue debolezze, insomma. Se negli altri romanzi della serie ho “retto” un pochino di più, questa volta mi veniva veramente l’orticaria ogni volta che veniva nominata. Inutile dire che faccio un tifo spudorato per Marie, una bella e simpatica signora dai sogni molto concreti e dalla vita semplice… ma vedremo che cosa deciderà l’autore, e che finale sentimentale vorrà dare al colonnello :-)




Ecco il mio primo “Angolo Vintage” del 2022!

Fatemi sapere se conoscete quest’autore, se avete letto qualcuno dei suoi romanzi, se vi sono piaciuti. Mi raccomando, non perdetevi gli altri post dei partecipanti alla rubrica di questo mese!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 13 gennaio 2022

BUONI PROPOSITI PER IL 2022

 Storytelling Chronicles: gennaio 2022




Cari lettori,

nuovo anno, nuovo appuntamento con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!


Come ormai tanti di voi sapranno, sono quasi due anni che partecipo, con cadenza mensile, a questa rubrica ideata da Lara, autrice del blog "La nicchia letteraria", con la grafica a cura di Tania, del blog "My crea bookish kingdom". Il mio primo racconto risale al marzo del 2020 e ormai ci sono ben 20 miei racconti online.


Questa premessa per dirvi che, di comune accordo, questo mese abbiamo deciso di prenderci una sorta di pausa. C’è chi è stato “chiamato a gran voce” dalla vita fuori dal blog ed è rimasto un po’ indietro con le pubblicazioni; chi con le vacanze natalizie ha giustamente rallentato; chi si è reso conto di aver bisogno di più tempo.


Per questo motivo, Lara ci ha proposto di condividere tra noi e con voi lettori, per conoscerci meglio, i nostri buoni propositi per il 2022.


Il tema di queste nostre buone intenzioni è del tutto libero, ma io ho pensato, per non sviare troppo e restare comunque in tema con la nostra rubrica di scrittura creativa, di condividere con voi tutto quello che mi piacerebbe fare dal punto di vista della lettura, della scrittura e del blogging.


Questo sia per non proporvi qualcosa del tutto fuori tema, sia perché la situazione degli ultimi due anni mi ha portato, sì, a formulare dei buoni propositi anche per quanto riguarda altre sfere della mia vita, ma in modo piuttosto flessibile. Credo che tutti noi abbiamo dei sogni per quanto concerne il nostro studio/lavoro, la nostra casa, qualche eventuale viaggio, il nostro sport preferito e via dicendo, ma la pandemia che ci ha colpito rende tutto estremamente fragile ed a volte, non so voi, ma a me capita di dover già dire “grazie” tra me e me se le cose restano esattamente come stanno, senza grossi scossoni.


Ho pensato, così, per quanto concerne altri ambiti della mia vita, di coltivare “sogni” per il 2022, sogni che spero si realizzeranno e non verranno scacciati via da ulteriori brutte sorprese. La lettura, la scrittura e il blogging restano invece attività che posso in gran parte controllare io, quindi posso ragionevolmente formulare dei “buoni propositi” ed impegnarmi per realizzarli.


Senza ulteriori chiacchiere, passo al mio decalogo per l’anno nuovo!



1) Leggere spaziando di più tra i vari generi.


Questo è il primo proposito al quale ho pensato prima ancora di stendere questo decalogo, quello che mi frullava in testa già a dicembre. Preparando il post “The best books of 2021!”, che trovate a questo link, mi sono resa conto che c’era un grande genere protagonista, ovvero il giallo ed il thriller in tutte le sue sfumature, due comprimari, cioè il romance e lo storico, e poi qualche classico e poco altro.


È più che giusto leggere ciò che si ama, dal momento che la lettura è la nostra passione. Ma in alcuni periodi del 2021 mi è capitato di avvertire un po’ di stanchezza nell’approcciarmi ai miei amati gialli: persino i miei autori preferiti mi sembravano intraprendere strade già viste, e talvolta provavo un’inspiegabile noia. Possiamo dire che “non erano loro, ero io”: anche il genere che ami di più, se letto in esclusiva, dopo un po’ ti stufa. Ho in TBR due acquisti gialli recenti, una delle ultime avventure del commissario Bordelli e la novità di Marco Malvaldi e dei suoi Vecchietti del BarLume, ma, essendo libri miei e non della biblioteca, posso tranquillamente alternarli ad altro.


Come primo step, vorrei dedicare un po’ più di tempo ai miei due comprimari, il romance e lo storico. Non vi anticipo niente su romanzi ed autori perché anche io vorrei lasciarmi guidare dall’ispirazione del momento, almeno nei primi mesi dell’anno.


Come secondo step, vorrei avvicinarmi a generi che leggo raramente o non leggo da una vita… primo tra tutti il fantasy. Ho come un insolito desiderio di volare con la fantasia: sarà colpa della triste concretezza che ci ha accompagnato in questi ultimi due anni? 

A questo proposito, vorrei anche partecipare ad una challenge di lettura che mi è sembrata particolarmente interessante... ma ve ne parlerò meglio più avanti!



2) Non scrivere solo di libri, ma anche il più possibile di teatro, cinema, arte ecc.


Questo “buon proposito” purtroppo è l’unico che resta, almeno per ora, un mezzo sogno. Fortunatamente, anche se con delle restrizioni, nella seconda metà del 2021 sono riuscita a tornare nei miei amati luoghi della cultura. Il 2022 si apre con una situazione molto complicata e lo sappiamo, ma io formulo lo stesso l’intenzione di continuare a parlarvi di film, spettacoli, mostre ecc.


Anche se, nel complesso, appartengo al “giro” dei bookblogger e principalmente mi considero tale, questo spazio è nato, come recita il titolo, per dare libero sfogo a tutte le mie passioni. Nell’anno e mezzo in cui danza, teatro e cinema sono stati solo in streaming (e quindi anche le recensioni erano ben poche), le mostre ed i musei sono stati chiusi e vari eventi culturali sono stati annullati, mi è mancato qualcosa.

Incrociamo le dita!



3) Portare a termine il progetto letterario su Dante e idearne un altro per dopo l’estate.


La prima parte è doverosa: ho già scritto quattro post del progetto “Le donne di Dante”, di certo non vi lascerò senza gli altri! Nella seconda metà di gennaio e poi in febbraio vorrei continuare a parlarvi del Purgatorio, mentre in primavera affronteremo insieme il Paradiso. Vi lascio i link ai post precedenti:


Dante 1


Dante 2


Dante 3


Dante 4


In estate, stagione un po’ particolare per vari motivi (soprattutto per chi, come me, lavora nella scuola), non penso di far partire un nuovo progetto letterario, ma spero proprio di trovare l’ispirazione per qualcosa che leggerete da settembre in avanti. Ma è presto per pensarci...



4) Migliorare la qualità delle foto a tema libri su Instagram, o almeno fare tentativi più consistenti.


Questo è il mio equivalente di “Da lunedì dieta”, oppure “Quest’anno mi iscrivo in palestra!” Ogni anno, a gennaio, guardo con forzato ottimismo quelle quattro o cinque foto in cui mi sono degnata di inserire un libro nuovo fiammante e qualche simpatico oggettino, e mi dico “Dai, non male”. La maggior parte delle volte, però, faccio uno scatto veloce prima di restituire un romanzo (consumato, vecchio, di colore un po’ indefinito) in biblioteca, e fine della storia. Mi piace passeggiare e fotografare il mare, i fiori, l’autunno, la neve; fotografo le decorazioni natalizie che ho messo in casa ed i miei nuovi look; adoro gli scatti che facciamo a scuola di danza. Quando si tratta di libri, però, mi rendo conto sempre più che sono una bookblogger che scrive, non una bookstagrammer che cura anche scatti e grafica.


Sono consapevole, però, che se continuo ad usare i social anche solo come mezzo per far conoscere ciò che scrivo, anche l’occhio vuole la sua parte. Quindi io rinnovo questo proposito, e che sia la volta buona!



5) Rispolverare la mia passione per il teatro greco e latino con la lettura di qualche opera che mi manca.


Ogni tanto, negli ultimi mesi del 2021, mi è capitato di ripensare al progetto di qualche anno fa “Le donne di Euripide” (il cui riepilogo è in questo post) e mi sono sentita curiosamente nostalgica.


L’incontro tra letteratura greca e teatro è stato uno dei miei primi amori, nonché l’oggetto delle mie due tesi di laurea: L’Elettra di Sofocle per la regia di Strehler nel ‘51 per la Triennale, Odyssey di Bob Wilson per la Magistrale (di cui parlo meglio qui).


Il progetto che ho scritto per voi tre anni fa, inoltre, mi ha permesso di conoscere bene anche le opere meno note di Euripide. Ora non saprei se approfondire altri tragediografi (come Eschilo, che ho visto un po’ meno anche a scuola), buttarmi sulla commedia o addirittura passare al teatro latino. La voglia di tornare al mio amato teatro classico, però, c’è… tempo permettendo!



6) Provare ad informarmi meglio sul mondo dell’autopubblicazione.


Al momento, tra recensioni, racconti ed articoli vari per il blog, ho abbastanza da scrivere così. Non ho mai considerato veramente l’idea di scrivere qualcosa di più corposo, come un romanzo o una raccolta, ed al momento mi dispiacerebbe troppo accantonare il resto. Tuttavia, penso da tempo che sarebbe meglio informarsi un po’ di più su come funziona questo mondo, anche solo per sapere come muovermi da sola nel caso che un’idea migliore di altre si presentasse.



7) Non farmi demoralizzare dai “lati oscuri” del mondo del bookblogging/bookstagram.


Angolo della polemica, lo so. Ultimamente mi è capitato di sentire più di un “collega blogger” lamentarsi dei lati meno simpatici di questo mondo e, per quanto io di solito cerchi di non dare peso a certe dinamiche, devo ammettere che a volte sono un pochino demoralizzata anche io.


Collaborazioni che hanno il sapore dello sfruttamento, o che vengono ripagate con unfollow o addirittura insulti in caso di critiche; hype al massimo per la novità della settimana – e poi, spesso, conseguenti delusioni - a scapito di ottimi volumi di qualche anno fa che si possono reperire senza problemi in biblioteca; desiderio talvolta eccessivo di popolarità su Instagram, in un’imitazione secondo me fuori luogo degli influencer; tendenza a scrivere sempre meno veri e propri articoli su Blogspot &co. ed a spostarsi sempre più sui social, con contenuti di sicuro più accattivanti ma anche con minor spazio per l’approfondimento; a volte persino litigi tra noi per questioni davvero risibili.


La chiave per uscire da questo tipo di empasse secondo me è sempre la stessa: ricordarci che questo non è il nostro lavoro, e non “dobbiamo” niente a nessuno, se non il rispetto per gli altri che come noi popolano questo mondo.


In definitiva, ciò che mi piace di meno, il comun denominatore di tutto ciò che ho elencato sopra, è il fatto che si creino delle “regole non scritte” per essere un buon blogger di libri e cultura: essere sempre sul pezzo con determinate novità, cercare in tutti i modi di collaborare, specializzarsi su un certo tipo di romanzi, essere sempre attivi sui social pure in vacanza… ma chi lo ha detto?!?

Il blog, la lettura, la scrittura sono la nostra passione, il nostro hobby, il nostro progetto alternativo che dovrebbe donarci solo gioia… quindi, viva la libertà!



8) “Leggere meno” se serve!


Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da periodi di lettura anche più intensa del necessario: momenti in cui si leggeva perché non si poteva uscire da casa, perché le alternative a disposizione non erano molte, perché l’isolamento era forzato. Nel 2020 ho letto più di 90 libri, tra i quali dei veri e propri “mattoni” classici affrontati tra marzo e aprile, e nel 2021 comunque 66. Qualche volta ho avuto proprio il desiderio di fare altro, ma il guaio è che… a parte scrivere, allenarsi o fare attività casalinghe, non sempre si poteva.


Quindi per questo 2022 vado in controtendenza e mi dico che, se il reading journal segnerà un numero inferiore ai precedenti (un pochino, non troppo dai!), sarà un buon segno: uno degli indizi che tutto sommato si sta tornando alla normalità, dentro e fuori casa.



9) Proseguire con il recupero dei classici


Il 2020 mi ha portato (più che altro mi ha costretto, considerate le circostanze spesso difficili) a recuperare qualche classico un po’ impegnativo che non avevo ancora letto. Nel 2021 ho fatto meno, anche se ho comunque portato avanti progetti letterari e poesia.


Non so cosa riuscirò a fare nel 2022, ma comunque metto in lista questo evergreen!



10) Da febbraio in avanti, proseguire con la rubrica Storytelling Chronicles!


Questa rubrica ha rappresentato un’importante svolta per me. Dopo il concorso letterario che avevo vinto alla fine del 2018, mi ero trovata molto, molto contenta, ma anche parecchio spiazzata: la scrittura creativa mi piaceva, ma ero già presa con il blog e non sapevo in che modo mi sarei potuta occupare anche di questo.


Ho passato quasi tutto il 2019 a mettermi davanti al computer, cercare l’ispirazione… e finire per portarmi avanti con le recensioni. Ho partecipato ad un altro concorso letterario, ma decisamente non è andato bene.


L’invito a partecipare alla rubrica è arrivato proprio a fagiolo, a inizio 2020, e si è rivelata una delle migliori decisioni che potessi prendere. Grazie a Storytelling Chronicles ho “preso due piccioni con una fava”, inserendo la scrittura creativa nel blog, e ho tante interessanti opportunità: un feedback in breve tempo (a differenza di quello che accade con le commissioni dei concorsi…), la possibilità di dialogare con altri appassionati invece che ricevere un giudizio nero su bianco senza possibilità di confronto, un tema mensile che mi aiuta con l’ispirazione quando le idee sono pochine, l’inserimento in un gruppo di altre persone che, come me, amano il blogging, la lettura e la scrittura. Quindi… appuntamento a febbraio!




Ecco i miei buoni propositi per il 2022!

Fatemi sapere se ne abbiamo qualcuno in comune e che cosa pensate delle mie riflessioni. Mi piacerebbe sentire un po’ la vostra nei commenti, per iniziare il nuovo anno con un bel confronto!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 10 gennaio 2022

LE DISAVVENTURE DELL'AVVOCATO MALINCONICO

 Due romanzi di Diego De Silva




Cari lettori,

benritrovati con le prime recensioni del 2022!

Da oggi il blog si toglie il “vestitino festivo” e torna a farvi compagnia con le rubriche che penso ormai conosciate. Iniziamo con un classico: le “Letture… per autori”! 

Oggi torno a parlarvi di Diego De Silva e del protagonista dei suoi romanzi, il complicato, cerebrale, a tratti disperato ma mai del tutto rassegnato avvocato Malinconico. 

In questo post vi avevo parlato di tre suoi romanzi, Mia suocera beve, Sono contrario alle emozioni e Divorziare con stile, che costituiscono il cuore della serie. In queste settimane sono riuscita, almeno per ora, a completarla, leggendo il primissimo romanzo, Non avevo capito niente, che presenta questo originale personaggio, e I valori che contano (avrei preferito non saperli), l’ultimo (escluso il volumetto Le minime di Malinconico, appena uscito).


Mi riconfermo una fan di questa serie, che mescola giallo, elementi del mondo legale ed una buona dose di humour, tra la commedia e la risata amara. 

Vi lascio alle recensioni, sperando che vi possano incuriosire!



Non avevo capito niente


L’avvocato Vincenzo Malinconico, quarantenne e napoletano, conduce una vita fieramente mediocre. Il suo ufficio è un seminterrato fatto di mobili Ikea (chiamati tutti per nome come se fossero parte integrante del team) e condiviso con uno pseudo ragioniere che lo interrompe per raccontargli i suoi problemi coniugali; i casi di cui si occupa sono sempre ordinaria amministrazione, seccature che lo fanno sentire più un burocrate che un vero e proprio avvocato, ed i soldi guadagnati sono sempre troppo pochi.


La sua caotica famiglia è composta da una ex moglie psicologa, Nives, che continua a rivedere, da una figliastra, Alagia, che lo considera il suo vero padre e che gli dà sempre appuntamento in un fast food per raccontargli le novità, e da un figlio, Alfredo, che si mette costantemente nei guai per un alto senso della giustizia, probabilmente, nonostante tutto, ereditato da lui.


È un periodo anche più difficile del solito: dal punto di vista professionale, la situazione langue ormai da mesi. Un giorno, però, egli riceve una convocazione come avvocato d’ufficio che lo sorprende molto, dal momento che alla sua iscrizione, fino a quel momento, non aveva fatto seguito alcuna chiamata. Un “becchino” della malavita, Mimmo O’ Burzone, colto in flagranza di reato con una mano di cadavere proprio nel suo giardino, è il suo nuovo cliente. Pensando che per un criminale di quel genere un difensore valga l’altro, Malinconico cerca in tutti i modi di tirarsi fuori, ma l’uomo sembra aver scelto proprio lui, per incomprensibili ragioni. Tra ripassi all’ultimo minuto su Bignami di legge che da anni non apriva più, incontri con equivoci personaggi che cercano di corromperlo e peregrinazioni in locali ambigui assieme al suo assistito, per l’avvocato ha inizio una disavventura fatta di emozioni forti che, da buon amante della tranquillità, si sarebbe ben volentieri risparmiato.


Nel frattempo, al Palazzo di Giustizia, una delle sue colleghe più belle, Alessandra Persiano, inizia inaspettatamente a trovare delle scuse per rivolgergli la parola e per chiacchierare con lui. La donna è molto ammirata tra gli altri avvocati e Malinconico non riesce a credere che ella stia degnando proprio lui delle sue attenzioni, ma la storia con l’ex moglie Nives non è propriamente finita ed egli è costantemente preda delle sue mille paranoie, che lo spingono ad essere in crisi con se stesso e con l’amore. Non mancano nemmeno le preoccupazioni per i figli, l’una, forse, troppo sicura di sé, l’altro in cerca della sua identità.



La citazione in quarta di copertina di Non avevo capito niente riassume abbastanza bene il romanzo: “Dicono che la felicità si trova nelle piccole cose. Sapeste l’infelicità”. Vincenzo Malinconico non è uno di quei personaggi che ci fa sognare di avere una vita come la sua: al contrario, ci insegna a ridere di tutti i problemi che quotidianamente tanti di noi devono affrontare. Uffici polverosi nei quali il lavoro non decolla mai come vorremmo, complicate situazioni familiari, cene gourmet costituite da pastasciutta con ragù in barattolo o sabati di lussuosa trasgressione al Burger King, pacati tentativi di conciliazione con i propri rivali in amore che si trasformano in risse, amici più incasinati del protagonista stesso: molti sono gli elementi ordinari e decisamente non entusiasmanti di questo libro, che però l’autore riesce a presentare con grande verve umoristica.

Il protagonista è un artista del monologo rivolto a se stesso, della ruminazione mentale, del salto da un argomento all’altro in una sorta di reinvenzione del “flusso di coscienza” alla James Joyce. Nonostante questo – o forse proprio per questo, non saprei! - per il lettore le pagine scorrono rapidamente. Seguire la linea dei pensieri di Malinconico, nonché quella delle sue esilaranti disavventure, è davvero facile, specie una volta che si è entrati nel suo mondo.


L’unico aspetto che non mi è piaciuto è la terminologia con la quale talvolta vengono definite le donne e le persone omosessuali. Ok che è un libro di qualche anno fa, ma determinati slur andavano già lasciati a casa nel 2007, senza contare che Malinconico è comunque un uomo colto – nonostante faccia finta di non esserlo – e questa terminologia non gli fa onore. Devo dire che, però, nei romanzi successivi si corregge il tiro da questo punto di vista.



I valori che contano (avrei preferito non saperli)


Tutto è cambiato nella vita di Vincenzo Malinconico. Il suo nuovo socio è Benedetto – detto Benny – La Calamita, un figlio di papà che è stato costretto dalla ricca famiglia a fare l’avvocato e vive con due scopi: scontentare l’austero genitore, che gli ha lasciato uno studio avviato, e dissipare il suo ingente patrimonio. Dei meravigliosi mobili di design hanno soppiantato la scalcagnata compagine Ikea, i pranzi nei ristoranti stellati si sono moltiplicati (anche se egli non mangia certo quanto il suo amico) ed anche economicamente la differenza si avverte, eccome.


Se però pensate che il nostro “avvocato di insuccesso” abbia trovato finalmente la sua strada per essere un cosiddetto vincente, vi sbagliate di grosso. Egli continua il più possibile ad attrarre guai, sempre più assurdi e scalcagnati. Un giorno una giovanissima ragazza, che dice di chiamarsi Venere, si presenta in mutande sul suo pianerottolo chiedendogli disperatamente di nasconderlo. Pochi minuti, un paio di carabinieri gli citofonano, costringendolo ad una sorta di surreale interrogatorio. Così, Malinconico scopre che all’ultimo piano del suo palazzo c’è una sorta di casa chiusa non autorizzata, e che la ragazza in fuga che sta attualmente nascondendo in camera sua è addirittura la figlia del sindaco.


Dopo un primo momento in cui egli cerca di nascondere all’illustre padre di Venere le attività della figlia, egli, con suo grande sconcerto, se li vede piombare entrambi in studio, indifferente e quasi infastidita l’una, pieno di collera e di delusione l’altro. I due sono infatti vittima di ricatto da parte di un assessore che è stato anche cliente della ragazza.


Malinconico cerca di far uscire i clienti (e di fuggire lui stesso) da questo ginepraio, ma si tratta di una questione difficile da vari punti di vista. Inoltre, la sua vita privata, tanto per cambiare, è ricca di sorprese.


Dopo una serie di complesse situazioni sentimentali, egli ha iniziato una relazione con Veronica Starace Tarallo, ex moglie di un principe del Foro, una donna che ha conosciuto in maniera piuttosto pittoresca nel corso della disavventura raccontata in Divorziare con stile. I rapporti con la ex moglie Nives sembrano finalmente civili, quelli con Alfredo procedono tra alti e bassi, mentre più complicata è la relazione con la figlia Alagia, che si è sposata piuttosto giovane ed ora vive altrove con il neo marito. Nonostante gli equilibri della sua “famiglia allargata” siano complicati, egli vive abbastanza sereno (per i suoi standard), ma all’improvviso i valori sballati di alcune sue analisi lo mettono in allarme. L’ipotesi che egli possa avere un tumore congela in un attimo le sue mille paranoie ed i suoi pensieri spesso inconcludenti e lo inchioda al qui e ora. Per la prima volta nella sua vita, invece di concentrarsi sui se, sui ma, su un passato rimpianto, su mille ipotesi di futuro, sulle strade alternative che non ha mai imboccato, Vincenzo Malinconico è obbligato a fare tesoro esclusivamente del suo fragile ed imperfetto presente.



I valori che contano è forse il romanzo più profondo della serie dell’avvocato. Ci sono ancora gli intermezzi comici, specie con Benny La Calamita (che è subito diventato uno dei miei personaggi preferiti, e che è meno sciocco di quel che si potrebbe pensare); non mancano i battibecchi un po’ romance ed un po’ cervellotici con Veronica, che ha tutta l’aria di non volersi impegnare in una nuova relazione ma dimostra l’esatto contrario nel momento del bisogno; restano, ovviamente, i convulsi monologhi che l’avvocato Malinconico ha con se stesso, spesso a proposito degli argomenti più assurdi.


Nel mezzo di tutti questi elementi che il lettore di De Silva ben conosce ed apprezza, però, c’è una nota di serietà, data sicuramente dal fantasma della malattia, ma anche da altri elementi, come il cambiamento del rapporto con i figli quando essi diventano adulti, oppure la difficoltà di conciliare un’importante carica pubblica con una difficile vita privata. Trovo che l’autore sia molto migliorato rispetto all’inizio, sia a livello di stile (anche Non avevo capito niente è un romanzo scorrevole, ma le pagine che contengono i pensieri di Malinconico sono un po’ più cervellotiche e lente) che a livello di riflessioni e contenuti proposti. Per questo sono curiosa di sapere come proseguirà la serie!




Ecco il mio parere su queste due disavventure dell’avvocato Malinconico!

Se non erro, tra circa due mesi uscirà anche la fiction tratta dai romanzi, con Massimiliano Gallo protagonista. Devo ammettere che sono piuttosto incuriosita, perché non si tratta di gialli classici e non so come queste storie possano essere raccontate sullo schermo. Spero tanto che la verve comica si conservi!

Voi che ne pensate? Avete letto qualche romanzo di Diego De Silva?

Vi sono piaciuti? Guarderete la serie?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 3 gennaio 2022

GIÀ, INFATTI, È COSÌ…

Lo spettacolo natalizio di Andrea Vitali a Cernusco sul Naviglio



Cari lettori,

benvenuti nel 2022… con il primo post dell’anno sul blog!

Ho pensato di concludere il periodo festivo con un “Consiglio teatrale” molto speciale: uno spettacolo natalizio dello scrittore Andrea Vitali, a cui ho assistito ormai un mesetto fa, domenica 5 dicembre, alla Casa delle Arti del mio paese, Cernusco sul Naviglio. Purtroppo, in zona Milano, eravamo in pieno ponte di S.Ambrogio e la sala non era piena come immaginavo, quindi ho pensato di parlarvene qui sul blog. Andrea Vitali è lombardo, gira parecchio in zona e, per sua stessa ammissione, preferisce i luoghi della cultura di provincia e gli incontri nelle biblioteche cittadine alle fiere nelle grandi città… quindi non è escluso che ci saranno delle repliche invernali in giro per l’Italia, o almeno spero!



Il tipo di spettacolo


Andrea Vitali ci propone uno spettacolo del genere teatro-racconto. Non ci sono dei veri e propri personaggi in scena, bensì narratori e musicisti.


Lo scrittore, insieme al direttore artistico Francesco Pellicini, legge un suo testo, un racconto inedito a tema natalizio che ha riservato proprio per questo spettacolo. I due musicisti Fazio Armellini e Max Peroni, con fisarmonica, chitarra e voce, accompagnano la lettura talvolta con brani di accompagnamento, altre volte con vere e proprie canzoni, che non conoscevo ma che mi sono piaciute molto.



Inutile girarci troppo intorno: con questo tipo di teatro, è la bravura dello scrittore di affascinare con le sue parole a fare la differenza. Qualche volta, con monologhi un po’ troppo pretenziosi, può capitare che gli spettatori perdano il filo e che si appesantisca la rappresentazione.


Posso rassicurarvi: non è un rischio che si corre con questo spettacolo. Avevo già visto Andrea Vitali a qualche incontro di presentazione dei suoi libri in biblioteche della zona, ed ho sempre avuto l’idea che, oltre che un narratore, fosse anche un bravo intrattenitore. “Già, infatti, è così...” ha confermato la mia impressione.



La storia raccontata


Il racconto è ambientato in un paesino italiano come tanti; probabilmente Bellano, il paese natale di Vitali dove egli ambienta tutti i suoi romanzi. L’anno non è specificato, ma alcuni dettagli fanno pensare che non si tratti proprio della contemporaneità: ancora una volta siamo in linea con i libri dell’autore, che sono ambientati soprattutto negli anni ‘30, ma anche, talvolta, tra i ‘50 ed i ‘70.


Il protagonista è un maestro elementare in pensione che ha esaurito tutti i motivi per festeggiare il Natale: sua madre è morta da poco, non ha una sua famiglia, non può più neppure dedicarsi alla gara dei presepi a scuola. La sera della Vigilia egli è andato a letto molto presto per evitare di sentire le festose campane della Messa, ma finisce per svegliarsi nel cuore della notte. Prima pensa di aver lasciato accesa la radio; poi, con suo grande sconcerto, si rende conto di non essere solo.


Sono venuti a trovarlo i suoi personali “tre spiriti”: la mamma, che rappresenta un passato fatto di tradizioni e ricordi che il maestro proprio non riesce a lasciar andare; la donna a cui da giovane non è riuscito a dichiararsi, e che ha sposato un altro, simbolo di un presente in cui si sente solo; il suo amico d’infanzia Angelo, annegato nel lago per una sciocca gara di apnea, che è rimasto bambino nel cuore e lo invita a guardare al futuro.



Due fonti d’ispirazione


Nello scrivere questo racconto, credo che Andrea Vitali abbia seguito due filoni tra loro abbastanza diversi, ma che in questa storia riescono a trovare un loro incastro.


Il primo salta all’occhio anche a chi non è fan dell’autore: questa storia è una versione personalizzata del Canto di Natale di Charles Dickens, e, in generale, omaggia la tradizione dell’Inghilterra e dei paesi del Nord Europa che vuole il periodo prenatalizio, e la Vigilia di Natale in particolare, come momento di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. In alcune zone di Svezia e Finlandia si usa addirittura preparare la tavola del pranzo di Natale la sera prima, in omaggio a quella parte di famiglia che non c’è più.



Il secondo sono invece le storie di paese della tradizione italiana, che costituiscono anche la linfa portante dei romanzi dell’autore. Andrea Vitali è stato medico di base per tanti anni a Bellano, conosce molto bene la sua città e di sicuro ha tante storie da raccontare…



Lo “spirito natalizio” del maestro


Come tutte le storie natalizie, anche questa suscita nello spettatore sentimenti positivi, di allegria e di speranza, in vista delle feste in arrivo. Tuttavia questo racconto non manca di trasmettere anche un certo spirito pratico, non nuovo a chi conosce già il lettore. La gioia del Natale si può trovare semplicemente nella chiacchierata con la vicina che era tanto amica di mamma, nel bere un digestivo al bar con gli amici che ci sono ancora, nell’uscire nella notte fredda e nel meravigliarsi ancora di tutto quello che c’è di bello intorno a noi.

Il maestro non è un avarastro come Scrooge, né un criminale da redimere o un uomo disperato come i protagonisti di tanti altri racconti natalizi: è un personaggio in cui ci potremmo facilmente identificare, attanagliato dalla noia e dalla malinconia che purtroppo spesso vengono a farci compagnia nella vita di tutti i giorni. Per questo motivo non c’è bisogno di grandi rivoluzioni per apprezzare al meglio il periodo delle feste (e la vita che verrà): “basta” - ed è già sufficientemente difficile – imparare ad apprezzare quello che si ha.





Con questo spettacolo natalizio termino – un po’ mio malgrado – il periodo festivo sul blog. Giovedì sarà l’Epifania, quindi mi prendo un piccolo break dai post, e ci rivediamo settimana prossima con le nostre rubriche abituali. Vi auguro una buona continuazione di vacanze, per chi – come me – è ancora in ferie!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)