Cari
lettori,
con
oggi inauguriamo una serie di quattro post per la nostra rubrica
“Donne straordinarie”.
Se
ben ricordate, in febbraio abbiamo concluso il nostro percorso
letterario dedicato agli eroi di Sofocle (a questo link il
riepilogo). Nell’ultimo post del progetto avevo espresso il
desiderio di passare ad un percorso narrativo, anche se non avevo
proprio le idee chiare.
Alla
fine, dopo averci riflettuto, ho pensato di fare quello che, per
varie ragioni, rimandavo da troppo tempo: rileggere la tetralogia
dell’Amica geniale di Elena Ferrante.
Ho
iniziato e concluso questa serie nella prima metà del 2015, su
consiglio di alcune amiche. Nel frattempo, in aprile, il blog ha
preso vita, ed ho cominciato a scrivere i primi post, dedicati più
che altro alle mie prime esperienze a scuola, a qualche recensione
teatrale, a critiche letterarie. In giugno ho pubblicato un post, 10
motivi per leggere L’amica geniale, che trovate a questo link.
Da allora anche – e soprattutto – le letture sono state il cuore
del blog, anche se, come sapete, su queste pagine non ci sono solo
libri, ma anche racconti, cinema, arte, teatro, musica, tutto quello
che mi piace.
Negli
ultimi anni ho seguito con entusiasmo la fiction proposta da Rai 1 e
pian piano ho riscoperto personaggi, intrecci narrativi, tematiche.
In particolare mi ha colpito la terza stagione, Storia di chi
fugge e di chi resta, che racconta gli anni ‘70 e presenta le
protagoniste in una fascia d’età che è più o meno la mia.
Sono
tanti i motivi per cui ho deciso di ripercorrere questa storia,
alcuni legati alla necessità di scrivere qualcosa di più
dettagliato rispetto ad un solo post da “principiante del blog”,
altri più personali.
Ad
ogni modo sono felicissima di averlo fatto!
Oggi
partiamo vedendo insieme il primo volume della tetralogia, che si
intitola, appunto, L’amica geniale.
Il
microcosmo del rione
Protagonista
e voce narrante di questa lunghissima storia è Elena Greco, detta
Lenù. Ella è ormai una donna anziana quando una telefonata notturna
la sveglia e la informa della sparizione di Raffaella Cerullo, da
tutti chiamata Lina e per lei sola Lila, la sua migliore amica di
sempre. La sua prima reazione è la rabbia, un sentimento che la
spinge a sedersi alla scrivania ed a raccontare tutta la loro storia,
dalla nascita fino all’anzianità.
Questa
è la cornice da cui prende spunto tutta la storia. Lila e Lenù sono
nate sul finire della Seconda Guerra Mondiale in un rione napoletano
dove la povertà, la rabbia, l’ignoranza sono compagne della vita
di ogni giorno. All’inizio degli anni ‘50 si ritrovano in classe
insieme, in prima elementare, sotto la guida della dura e tenace
maestra Oliviero. Non è proprio un “colpo di fulmine”, come si
suol dire, perché Lila è una bambina dal carattere forte, da tutti
definita cattiva, mentre Lenù si sente buona al limite della
stupidità e quasi invisibile per una piccola primadonna come Lila.
Eppure un curioso incidente con due bambole ed una cantina dove abita
“l’orco delle favole” le unisce per sempre.
La
vita non è facile. Il rione è un luogo misero, e nell’immediato
Dopoguerra fa fatica ad andare incontro al progresso. Gli uomini
lavorano tutto il giorno per pochi soldi ed in casa fanno i tiranni
con le mogli e con i figli; le donne, prostrate da gravidanze,
fatiche e botte, finiscono persino per essere cattive le une con le
altre.
Le
uniche due famiglie che sembrano prosperare sono quella di Don
Achille Carracci, borsanerista e strozzino, “l’orco delle favole”
di cui sopra, il reuccio indiscusso del rione, ed i Solara,
proprietari del bar pasticceria al centro del rione, un luogo dove si
gioca d’azzardo, si beve e si fanno affari poco chiari. Il padre
Silvio Solara è un ex picchiatore fascista, la moglie Manuela ruba i
clienti a Don Achille con il suo famigerato “libro rosso” ed i
figli Marcello e Michele sono già da adolescenti due soggetti
pericolosi. Il brutale assassinio di Don Achille, per il quale viene
accusato ingiustamente un povero falegname (il padre di Pasquale, un
amico di Lila e Lenù) favorirà l’ascesa della seconda famiglia
dopo decenni di dominio della prima.
Ricordo
che la prima volta che ho letto L’amica geniale ho provato
subito un senso di claustrofobia nel leggere del rione e delle
terribili condizioni di vita quotidiana dei suoi abitanti.
Rileggendolo, mi sono resa conto una volta di più del mio
privilegio, della mia fortuna di essere nata in condizioni agiate, di
aver potuto studiare, di aver avuto un’infanzia felice nel corso
della quale sono stata nutrita, accudita e coccolata.
L’amica
geniale non tratta il femminismo
in modo didascalico, però fin dalla prima pagina l’autrice mette
in chiaro che al rione le donne vengono trattate come oggetti e
spesso non hanno altra strada che la disperazione. Purtroppo questo
destino pesa addosso alle protagoniste fin dall’infanzia.
Lo
studio come strada della salvezza
Lila
e Lenù, come già detto, si ritrovano insieme nella classe della
maestra Oliviero, e presto diventano le più brave della classe. Lenù
mescola un’innata bravura a tanto impegno e pazienza nello studio,
mentre Lila, pur applicandosi meglio, mostra fin da subito
un’intelligenza fuori dal comune. Lenù, che si sente da meno –
e, vedremo, sempre si sentirà – decide di prendere ad esempio
Lila, di vederla come un modello più che come un’amica. È
tormentata dall’incubo di diventare sua madre, di acquisire la sua
zoppia, di diventare strabica… di essere, in definitiva, come tutte
le altre donne del rione, costrette a perdere bellezza e salute in
giovanissima età, e Lila le sembra la persona giusta al cui passo
adeguare il proprio, per sfuggire alla miseria ed all’ignoranza.
Gli
anni delle elementari si susseguono veloci, e proprio alla fine della
quinta avverrà il primo strappo doloroso, quello che segnerà per
sempre la diversità di vite delle protagoniste. La maestra Oliviero,
infatti, insiste con le famiglie Greco e Cerullo perché Lila e Lenù
vadano alla scuola media e proseguano gli studi il più possibile.
Gli esiti, però, sono opposti. Lenù, nonostante le proteste della
madre che vorrebbe un aiuto in casa, ha un padre usciere al Comune
che ha passato la vita a veder sfilare davanti a sé le autorità ed
a chiedere loro mance, e l’autrice lascia intuire che a poco a poco
egli ha maturato il desiderio di volere qualcosa di più per la sua
prole. Così Lenù frequenta prima la scuola media, poi il ginnasio
ed il liceo. Il padre di Lila, invece, un calzolaio, è un uomo duro
e violento, chiuso in se stesso, e la moglie gli è del tutto
succube. Così, dopo pianti, urla ed un terribile pestaggio, Lila è
obbligata ad interrompere gli studi.
Lenù
è disperata all’idea di separarsi dalla sua amatissima Lila e di
fare le medie da sola, e nei primi mesi non riesce nemmeno a
studiare. Quando poi, però, ella scopre che Lila ha continuato a
leggere e ad apprendere da sola e che ha imparato il latino prima di
lei, le due si ritrovano.
Da
quel momento in avanti Lila e Lenù studiano insieme, anzi, spesso è
Lila ad aiutare Lenù con la scuola. Questo, ovviamente, è il punto
di vista della voce narrante, la cui peculiarità è quella di essere
del tutto parziale. Lenù è afflitta da quella che oggi chiameremmo
“la sindrome dell’impostore”, e soffre di un complesso di
inferiorità nei confronti di Lila, quindi riesce a vedere solo le
sue nottate sui libri e la sua disciplina ferrea, e non la bravura di
cui ovviamente è dotata e che attribuisce soltanto alla sua amica.
Di Lila non vede – o meglio, vede ma fa finta di non notare –
l’atteggiamento invidioso di chi si sente rimasta indietro e
vorrebbe comunque primeggiare. Un giorno dopo l’altro, la
frequentazione di scuole difficili e di persone che hanno
studiato la portano sempre più lontana dal rione e dalle sue
logiche. Rione in cui Lila, nonostante la sua genialità ed il suo
forte carattere, continua a rimanere sprofondata.
Il
matrimonio di Lila
Gli
anni in cui Lenù frequenta il ginnasio sono molto difficili per
Lila. Costretta a non frequentare più la scuola, ella si reinventa
come aiutante calzolaia nella bottega del padre e dell’amatissimo
fratello Rino, ed il suo nuovo proposito è quello di diventare il
più possibile ricca.
Sono
anni tumultuosi, fatti di tentativi di creare scarpe di successo,
amicizie che si trasformano in amori, dinamiche complesse con gli
altri ragazzi del rione. Lila diventa ben presto una ragazza
affascinante, che Lenù paragona ad Angelica, la protagonista
femminile de L’Orlando Furioso: il “motore dell’azione”
del rione, ammirata e detestata insieme dalle sue coetanee,
desiderata da buona parte degli uomini.
Mentre
Lenù va a Ischia da una cugina della maestra Oliviero e ritrova Nino
Sarratore, un ex bambino del rione andato a vivere altrove che si
rivelerà un personaggio cruciale per la storia, Lila riceve una
proposta di matrimonio da Marcello Solara, del quale non vuole sapere
nulla, terrorizzata all’idea di sposare un delinquente.
Dopo
molte traversie, pur di sfuggire ad un destino che non vuole, ella
accetta di sposare Stefano Carracci, il figlio di Don Achille, che,
in parole e gesti, sta dimostrando di voler essere diverso dal padre,
tentando di appianare vecchi rancori interni al rione ed aprendo la
sua casa a famiglie in difficoltà.
Ecco,
da questo momento in avanti ha inizio una serie di pagine brutalmente
oneste sui sentimenti che prova Lenù alla notizia del matrimonio di
Lila. Devo dire che è una lettura che mi ha fatto bene, che ho
trovato quasi necessaria. È solo uno dei moltissimi esempi di come
la Ferrante comprenda l’animo femminile nel profondo, senza
dividerle tra angeli felici della felicità dell’amica e streghe
invidiose perché sole (stereotipi che capitano fin troppo spesso
anche in romanzi che sono considerati impegnati). Invece no, invece
l’autrice fa capire senza mezzi termini che le reazioni rabbiose e
meschine possono derivare proprio dal voler sinceramente bene
ad una persona:
“Quella
notizia mi sconvolse. […] Feci pensieri meschini. Contai i mesi:
nove. Forse nove mesi erano abbastanza lunghi perché l’astio
perfido di Pinuccia, l’ostilità di Maria, le dicerie di Marcello
Solara che continuavano a volare di bocca in bocca per tutto il rione
come la Fama nell’Eneide, logorassero Stefano portandolo alla
rottura del fidanzamento. Mi vergognai di me, ma non ce la feci più
a tracciare un disegno coerente anche nella divaricazione dei nostri
destini. La concretezza di quella data rese concreto il bivio che
avrebbe allontanato le nostre vite l’una dall’altra.”
Lenù
ha soprattutto una grande paura dell’abbandono: non sa pensarsi
sola, senza Lila, anche perché si stima così poco che crede che
tutto quel che ha costruito sia merito dell’amica e non suo. Alcuni
passi del libro lo testimoniano con precisione crudele:
“Però
intanto pensai: anche se mi prende in giro, è bello parlarci così,
al sole, sedute sul cemento caldo, coi piedi in acqua; pazienza se
non mi ha chiesto che libro sto leggendo, pazienza se non s’è
informata su come sono andati gli esami di quinto ginnasio; forse non
è tutto finito: anche dopo sposata, qualcosa tra noi durerà.”
Sentirsi
diverse
Nonostante
tutti i pensieri di Lenù, il 12 marzo, giorno del matrimonio di
Lila, arriva. La giornata, così importante per le due amiche, è
descritta in modo dettagliato dall’autrice, dall’inizio alla
fine. Le nostre protagoniste condividono insieme il momento della
preparazione della sposa, l’ultimo di intimità e di affetto prima
che abbia inizio quello che a Lenù (ed a noi lettori) sembrerà un
circo esagerato.
Suo
malgrado, Lenù ha un’epifania triste: ella, infatti, nel
rivalutare la madre ed il suo tenerla lontano dai chiassosi amici del
rione, comprende di aver sbagliato a seguire il passo di Lila, che
sembrava capace di uscire dal mondo claustrofobico del rione ed
invece ha scelto volontariamente di sprofondarci.
“Saldai
indissolubilmente a mia madre, al suo corpo, l’estraneità che mi
stava sempre più crescendo dentro. Ecco Lila festeggiata dal rione,
sembrava felice. Sorrideva elegante, cortese, mano nella mano di suo
marito. Era bellissima. Su di lei, sulla sua andatura, avevo puntato
da piccola, per sfuggire a mia madre. Avevo sbagliato. Lila era
rimasta lì, vincolata in modo lampante a quel mondo, dal quale
s’immaginava di aver tratto il meglio. E il meglio era quel
giovane, quel matrimonio, quella festa, il gioco delle scarpe per
Rino e suo padre. Niente che avesse a che fare col mio percorso di
ragazza studiosa. Mi sentii del tutto sola."
Ammettere
il passo successivo è molto più difficile. Già, perché al lettore
la conseguenza di questo ragionamento è ovvio: se Lenù si è illusa
di aver soltanto seguito Lila, ma ora si trova estranea al rione
mentre la sua amica è al centro dell’attenzione… il percorso di
uscita è stato merito suo, e di nessun altro. Ripetendosi ogni
giorno “io non sarei niente senza la mia amica, è lei che mi dà
la forza” mentre la suddetta amica aveva tutt’altro a cui
pensare, Lenù non si è resa conto di tutto quello che ha affrontato
con le sue sole forze.
Ancora
una volta ho apprezzato che l’autrice abbia fatto una scelta
narrativa non stereotipata, anzi, volutamente neorealista. Lenù
andrebbe applaudita per questa sua ostinazione nell’affrancarsi da
un ambiente che le ha fatto del male, eppure la sensazione prevalente
non è certo quella di sentirsi un’eroina, o anche solo una ragazza
forte. Quello che resta, in fondo al cuore, è una perenne sensazione
di estraneità, di solitudine. La sensazione che ragionare con la
propria testa e vivere secondo le sue regole porti, sì, a scelte
importanti per se stessi e per il proprio futuro, ma in amore ed in
amicizia sia causa di una solitudine costante.
“Fu
durante quel percorso verso via Orazio che cominciai a sentirmi in
modo chiaro un’estranea resa infelice dalla mia stessa estraneità.
Ero cresciuta con quei ragazzi, ritenevo normali i loro
comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Ma seguivo anche
quotidianamente, ormai da sei anni, un percorso di cui loro
ignoravano tutto e che io invece affrontavo in modo così brillante
da risultare la più capace. Con loro non potevo usare niente di ciò
che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo
autodegradarmi. Ciò che ero a scuola, lì ero obbligata a metterlo
tra parentesi o a usarlo a tradimento, per intimidirli...”
Il
flusso dei pensieri di Lenù verrà interrotto da un evento che
scombinerà il giorno del matrimonio e spingerà i lettori a passare
subito alla lettura del secondo volume.
Prima
rilettura conclusa!
Lo
so, mi sono un po’ dilungata, ma credo che sia stato quasi
catartico: rileggendo ho fatto moltissime riflessioni, e metterle su
carta (digitale…) mi ha aiutato a renderle più chiare. Sono
curiosa di sentire le vostre opinioni su questa serie così amata,
sia che voi siate lettori oppure spettatori della fiction.
Non
so ancora se i post saranno a cadenza mensile; quasi sicuramente vi
parlerò in aprile del secondo volume, ma per il terzo ed il quarto
non mi sono ancora organizzata. Aspetto i vostri commenti!
Grazie
per la lettura, al prossimo post :-)