lunedì 20 settembre 2021

TORNARE A SCUOLA

 Storytelling Chronicles: settembre 2021




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di settembre con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!


Proprio come l’anno scorso, mi sono presa una pausa dalla rubrica in agosto, perché ho chiuso il blog per quasi tutto il mese, e sono pronta a ricominciare con settembre. Questo mese la nostra amministratrice Lara ci ha proposto il più classico dei temi: il ritorno a scuola!


Ho già scritto qualche racconto ambientato nel mondo scolastico. Con “Una primula per Livia” (che trovate qui) vi ho portato tutti di nuovo alle elementari, tra banchi e primi batticuori. Grazie a “La restauratrice” (a questo link) ho immaginato con voi l’Università del futuro. Anche la protagonista di “Ricominciare” (in questo post), Elisabetta, è una maestra. Così mi sono chiesta: avendovi già parlato della scuola del presente e di quella che potrebbe esistere un giorno, che cosa potrei raccontarvi?


Alla fine ho pensato di fare un bel salto all’indietro e di tornare al mio amato genere storico, con un racconto a metà strada tra l’omaggio/fanfiction ad un romanzo di Valerio Massimo Manfredi (a poco a poco scoprirete quale) ed un mio approfondimento storico che mi sarebbe piaciuto fare da un bel po’. 


La mia storia si intitola “Tornare a scuola” e la voce narrante è quella di un maestro dell’Antica Grecia che ci terrà una sua speciale lezione. Vi lascio alla lettura!



Tornare a scuola


(Scuola di Atene di Raffaello)


Stamattina, dopo tanto tempo, torno a scuola.

Sette stadi non sono poi molti, quando si sta andando a fare il lavoro che si ama. Mi sono vestito per l’occasione: ho indossato la mia tunica migliore, intessuta in porpora e con i bordi color oro. So che dove sto andando tengono molto in considerazione anche l’aspetto esteriore: ai propri studenti ci si deve mostrare prima di tutto in modo decoroso, e poi pensare al resto.

Il bastone mi sorregge a stento e cammino lentamente. Forse non avrei dovuto portarmi dietro una borsa così pesante e piena di rotoli scritti, anche perché sono sicuro che là ne hanno moltissimi, ma è stato più forte di me: non ho potuto fare a meno di portarmi dietro le mie fonti di sapere preferite. Un buon insegnante lo sa: può sempre capitare un momento di impreparazione o semplicemente di dubbio, ed è proprio in quegli spinosi istanti che avere con sé il proprio breviario preferito può essere un salvavita.


Ho imparato a riconoscere e ad ignorare gli sguardi che mi circondano. So a che cosa molti stanno pensando. Mi sembra perfino di sentire le voci nelle loro teste: “Quell’uomo è vecchio! Fa fatica a reggersi in piedi! Che cos’ha ancora da insegnare? Non avrebbe fatto meglio, almeno stavolta, a cedere l’incarico ad una persona più giovane, più energica?” Leggere queste parole nei loro sguardi mi provoca una fitta all’altezza del petto, perché so che hanno ragione. So che io non dovrei essere qua, che il mio stesso arrivo è stata un’improvvisata rischiosa per la mia età, che quello che mi accingo a fare è uno sforzo eccessivo, anche se l’ho fatto per tutta la vita. Allo stesso tempo, però, non posso permettermi di indugiare in questi ragionamenti e farmi cogliere dal dubbio. Io oggi devo tornare a scuola: la lezione che ho in mente è di vitale importanza.


Se osservo troppo a lungo le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, finisco per farmi prendere io stesso dal dubbio e dall’ansia, e non me lo posso permettere. Non alla mia età, con la mente che si aggrappa al sapere acquisito in decenni con tutta la lucidità che le resta, con le emozioni che ogni volta rischiano di sopraffare il mio debole corpo, con i piedi che ormai tremano molto più della voce. Preferisco fare come è mia abitudine tutte le volte che mi sono avviato a scuola ed il viaggio era piuttosto lungo: concentrarmi sulla strada, contare gli stadi che mi dividono dal mio luogo di arrivo ed allenare la mente con qualche ricordo o ragionamento che mi prepari mentalmente alla lezione.


* * *


(Busto di Alessandro Magno scolpito da Lisippo)


Uno stadio.

Forse non è un caso che la lezione di oggi, una delle più importanti della mia vita, si tenga in una città affacciata sul mare. Sono nato e cresciuto nell’Epiro, una regione della Grecia Nord-Occidentale: non avevo nemmeno finito di emettere il primo vagito, e già i miei occhi guardavano la distesa azzurra ed inseguivano le verdi colline della terra d’Esperia, in fondo all’orizzonte. Avevo uno sguardo curioso sul mondo, desideroso di vedere che cosa c’è più in là: non lo sguardo di un poeta, che spesso è cieco per udire meglio le Muse; non quello di un generale, che osserva il mare e valuta quante barche possano frapporsi tra lui e la terra del nemico per uno scontro navale; nemmeno quello di un esploratore, che limiterebbe il tempo dell’osservazione e poi si metterebbe in viaggio; il mio era lo sguardo di un maestro.


Anche il mio nome, in un certo senso, ha decretato il mio destino: Leonida, come il capo dei Trecento spartani. Il nome di un uomo imbattibile, impossibile da emulare, ma a proposito del quale non si finirà mai di studiare. Un uomo che ha augurato ai suoi nemici di “vivere per sempre” perché per lui non c’era niente di più onorevole della morte in battaglia, eppure proprio con il suo sacrificio è diventato immortale.



Due stadi.

La storia è sempre stata la mia passione. L’ho studiata dai poeti e dai prosatori, mi sono abbeverato alle fonti della mitologia e delle leggende per carpirne la verità, che forse non è quella dei fatti, ma è comunque quella degli insegnamenti che trasmette.


Nel palazzo d’Epiro, però, la studiavo quasi sempre da solo. Potevo accedere all’enorme biblioteca del palazzo perché appartenevo ad un ramo illegittimo di una nobile famiglia, ma non mi è mai interessata la ricchezza: mi bastava poter accedere alla cultura.


La mia cugina di nobili natali, Olympias, era stata avvicinata allo studio in gioventù, ma tanti maestri non sono molto insistenti con le ricche fanciulle da marito, ed era chiaro che i talenti della ragazza andassero in un’altra direzione.


Sono un razionale uomo di studi ed ho sempre avuto dubbi sulla magia e sui riti di origine orientale, ma quando guardavo Olympias non potevo fare a meno di pensare che lei fosse l’eccezione che confermava la regola. Sembrava riuscire ad ottenere sempre esattamente quel che voleva, come se in lei ci fosse un’indomabile energia. Quante volte mi sono sentito inseguito dai suoi grandi occhi neri!


Forse lei, a differenza mia, sapeva già che cosa, o meglio chi ci avrebbe unito. Forse, in quei pomeriggi assolati tra i pini marittimi del giardino, Olympias aveva già intuito il mio destino. Ma i nostri rapporti non sono più quelli di una volta e non credo che me lo dirà mai.



Tre stadi.

L’altra notte, attraversando una montagna coperta di neve ed affondando ad ogni passo, mentre mi facevo coraggio pensando ai Trecento che non mi abbandonano mai, mi sono ritrovato a chiedermi qual è stato il momento che mi ha reso davvero un maestro.


Più ci penso e più mi rendo conto che forse non sono state le prime lezioni private appena terminati gli studi, e nemmeno la prima scuola in Epiro, che pure è stata un’ottima palestra.


Il momento in cui sono diventato davvero un maestro è quello in cui si è compiuto il mio destino. Tutti gli insegnanti hanno un luogo del cuore che si portano sempre dietro di sé ad ogni lezione, perché proprio lì, magari tra mura sbreccate, freddo mattutino, buio autunnale ed occhi cisposi che vorrebbero essere ancora chiusi, c’è stata l’epifania. Il momento in cui realizzi che i tuoi giorni da studente sono finiti, che sei dall’altra parte dell’aula e che le persone che hai davanti sono affidate a te. Per molti maestri è stata la prima lezione in assoluto: un ricordo fatto di gola secca, di sensazione di inadeguatezza che scende lungo il petto, di sguardi nervosi che abbracciano ogni studente, e poi di un qualcosa di magico ed imprevisto che da un secondo all’altro determina il successo della mattinata, come se la dea Atena ti avesse dato un buffetto sulle spalle e ti avesse indicato la giusta strada.


Ai tempi della mia prima scuola in Epiro, guardavo con un po’ di superiorità quei colleghi che vivevano le loro prime esperienze di insegnamento con tutte quelle emozioni. Mi sentivo portato per fare il precettore ed ero sereno.


Poi mi era arrivata una lettera da Olympias, ormai sposa e regina da anni in Macedonia. La missiva era breve ma esaustiva: mi si chiedeva di diventare il maestro del principino e dei suoi compagni nobili. Ed io non lo sapevo ancora, ma era proprio quello il momento in cui ero diventato davvero un maestro.


* * *



(Battaglia tra un greco e un persiano)



Quattro stadi.

Il principe Alessandro era un bambino come ne avevo visti già tanti, ed allo stesso tempo non lo era.


Io e lui sedevamo tutte le mattine l’uno di fronte all’altro, circondati da una decina di altri bambini della corte, figli di nobili destinati a diventare suoi generali in futuro.


Guardavo quei piccoli uomini, già caricati dal peso di tante responsabilità, e mi illudevo di dare loro sollievo con le mie storie di miti e di eroi, di leggende e di esempi storici. Volevo prepararli alla vita adulta, che per un nobile macedone non significava altro che un’esistenza tra le guerre, ma allo stesso tempo speravo che restassero il più possibile nel giardino dorato dell’infanzia, prima che la vita adulta li chiamasse a sé con le sue trombe squillanti, come all’inizio di una sanguinosa battaglia.


Un giorno come tanti altri avevo raccolto intorno a me la mia classe ed avevo deciso di raccontare loro proprio l’episodio dei Trecento spartani compiuto dal mio omonimo. Come spesso accadeva, ero stato interrotto con educazione da Alessandro, che non si agitava mai per reclamare l’attenzione, eppure con un solo cenno della mano catturava la vista ed il cuore di tutti.

Didàskale, perché hai parlato di sconfitte?”

Perché le Termopili lo sono state, Alessandro. Più volte i Greci hanno vinto contro i Persiani, ma gli Spartani hanno dovuto soccombere al nemico.”

Didàskale, io ho già sentito questa storia una volta, da mio padre. Ed anche allora l’ho pensato: Leonida ha vinto. Grazie alla sua morte i Greci hanno ritrovato l’orgoglio ed hanno sconfitto il nemico.”


Io ero rimasto lì, dalla mia parte dell’aula, improvvisamente conscio della mia scomoda posizione sul duro sgabello di pietra. Avevo sentito la salivazione azzerata e la sensazione di un sasso che ti scende in gola. Avevo lanciato rapidi sguardi in direzione degli altri componenti della classe, rendendomi conto che tutti osservavano rapiti Alessandro, che era già il re di quel gruppo senza nemmeno saperlo.

In quel minuto di silenzio, prima di riprendere la lezione come se nulla fosse successo, avevo finalmente compreso quei precettori che in passato avevo giudicato come troppo emotivi. Il momento in cui davvero comprendi di essere diventato un maestro è quello in cui ti rendi conto che, se fai bene il tuo lavoro, alla fine della giornata sono i tuoi allievi ad aver insegnato qualcosa a te.


* * *


(Dettaglio de "La battaglia di Isso", mosaico conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli)



Cinque stadi.

Alessandro cresceva proprio come l’avevo immaginato: in bellezza, saggezza, intraprendenza. I suoi amici e compagni di sempre lo seguivano come un sol uomo. Ricordo ancora le filastrocche che mi cantavano, il poco simpatico soprannome di “cornacchia” che mi avevano affibbiato a causa del mio aspetto già maturo, i dispetti che ogni tanto dovevo subire. Faceva parte tutto dell’essere precettore, ed io ero felice e orgoglioso di esserlo, eppure qualcosa mi turbava.


Alessandro aveva due grandi miti: uno era il padre Filippo, il re, instancabile in guerra ed inquieto anche nei momenti di pace; l’altro era Achille. La sua lettura preferita era L’Iliade, che apriva, riapriva e quasi consumava con devozione. Il suo aspetto, biondo e indomito, era pari in tutto e per tutto a quello dell’eroe di Ftia, e non pochi avevano notato il trasporto che lo legava ad uno dei suoi compagni, Efestione, che di sicuro nella sua mente era già il suo Patroclo.


Questo paragone riempiva d’orgoglio tutti, soprattutto re Filippo, ma io sapevo che c’era dell’altro. Non era solo ad Achille che Alessandro pensava quando si coricava e si chiedeva come emulare o addirittura superare il padre.


Nella sua mente c’era anche Leonida, il mio omonimo che si era sacrificato con i suoi pur di convincere il resto del mondo greco a riprendere la guerra contro la Persia.


Ero a conoscenza del fatto che re Filippo stesse cercando di unire di nuovo le città greche, stavolta sotto la sua corona, e queste sue azioni militari lasciavano pochi dubbi su quale fosse il sogno segreto di Alessandro.


Alessandro sarebbe tornato in Persia. Avrebbe sfidato di nuovo il grande Impero d’Oriente. E – questo era il pensiero che tormentava le mie notti – non gli sarebbe importato di pagare la conquista con la vita.



Sei stadi.

È per questo motivo che adesso sono qui.

Gli anni sono passati più velocemente di quanto credessi: altri allievi, altre scuole, una vita per l’insegnamento.

Quanto ad Alessandro, quando ha avuto l’età, in pieno accordo con re Filippo l’ho affidato ad Aristotele: era tempo che completasse la sua formazione con qualcuno più istruito di un semplice precettore come me.


Le voci delle sue imprese mi sono arrivate da lontano: le sue prime battaglie a fianco del padre per unire la Grecia, la sua partenza repentina per l’Asia una volta diventato re, le prime schiaccianti vittorie contro i Persiani.


Avevo bisogno di vederlo prima di morire. Di guardare i suoi occhi azzurri, sereni e determinati allo stesso tempo, e di non vedere guizzare l’ombra nera nell’iride che ha ereditato dalla madre Olympias.


Quando l’ho raggiunto in Fenicia ed ho visto che l’assedio contro Tiro stava fiaccando le resistenze dei suoi uomini, ho deciso di intervenire. Non sono mai stato un uomo di spada e ormai sono un vecchio inoffensivo, ma ho ancora delle frecce al mio arco: quelle dell’eloquenza, del sapere, della mediazione. Mettermi a capo di un’ambasciata è stata la scelta giusta, lo sento.


A nessuno, però, ho confidato che il mio vero obiettivo non è tanto stipulare un accordo vantaggioso per noi con i Fenici. Nemmeno ad Alessandro ho detto la verità: ho semplicemente ribadito che, se lui si crede Achille, e, considerate le sue gesta, senza dubbio lo è, allora io devo fare la parte del vecchio precettore dell’eroe di Ftia, Fenice, ed andare a Tiro prima di lui, per preparare il nemico con le mie suadenti parole prima che arrivi la violenza della sua spada.


Quello che avrei voluto davvero dirgli era: Tienilo bene a mente. Tu sei Achille, e nessun altro. Non sei Leonida. Non devi sacrificarti: senza di te sarebbe tutto perduto. Io sono Leonida, e se questo sarà il mio ultimo giorno sulla Terra è perché è il mio destino.


* * *


(Resti dell'antica città di Tiro)


Sette stadi.

Ecco la distanza che separa l’accampamento di Alessandro dalle porte della città di Tiro. Se mi concentro più di qualche secondo sui resti delle torri d’assalto distrutte, sul legno bruciato, sulle sentinelle che già tendono l’arco minacciose verso di noi, rischio di farmi travolgere dalla paura.


Preferisco pensare che sto facendo quel che ho sempre fatto: tornare a scuola. È un bel settembre, l’aria dolce porta via lentamente l’estate, una stagione che in un tempo perduto era quella dello svago e del riposo ed ora è solo il culmine della guerra.


Mentre camminavo, riflettevo e mi preparavo alla mia lezione, le nubi si sono squarciate ed un nuovo giorno è iniziato. Oggi tornerò a scuola: la mia aula sarà uno di quei palazzi fenici che tanto ho studiato nei miei anni di appassionato di storia; i miei allievi saranno i cittadini di Tiro, ai quali cercherò di spiegare perché è importante ascoltare Alessandro, in classe come in guerra; i miei libri saranno gli accordi da firmare che ho infilato nella mia sacca in mezzo a tutto il mio sapere.

Ed anche oggi, come ogni giorno in cui sono stato il suo insegnante, non voglio deludere Alessandro.

Farò di tutto pur di non ritrovarmi sconsolato a dirgli “Ragazzo mio, non sono riuscito.”

Di tutto, pur di essere ora e sempre il suo maestro.



FINE



Alcune precisazioni storiche:


1) La trilogia di romanzi di Valerio Massimo Manfredi che ho voluto omaggiare è quella di Aléxandros, una meravigliosa biografia romanzata della vita di Alessandro Magno, composta da Il figlio del sogno, Le sabbie di Amon e Il confine del mondo. Ho letto questi romanzi tra il 2008 e il 2009, quando non esisteva nemmeno l’idea del blog. Quest’estate ho riletto i primi due volumi e spero di rileggere al più presto il terzo così da potervi scrivere una recensione più dettagliata. Per altre informazioni sui miei romanzi preferiti dell’autore potete andare a questo link.


2) Leonida d’Epiro è stato il primo precettore di Alessandro, nonché maestro di Efestione e degli altri figli di nobili che poi sono diventati generali del re. Io ho immaginato che fosse cugino della madre, Olympias: in realtà, alcune versioni storiche ipotizzano una parentela, altri lo qualificano semplicemente come un dipendente della famiglia materna. In entrambi i casi, però, la nascita in Epiro sembra certa.


3) Il famoso omonimo di Leonida era il re di Sparta e generale di un esercito di 300 suoi concittadini che trovarono la morte nel 480 a.C. per mano dei Persiani di Serse I, dopo essere stati abbandonati dagli altri Greci e traditi da uno di loro, Efialte. Alessandro Magno nasce nel 356 a.C. in Macedonia e l’educazione filo-greca che riceve lo fa crescere nel culto sia dei poemi omerici (Iliade e Odissea) che nella guerra tra Greci e Persiani.


4) Quando Leonida raggiunge Alessandro in Fenicia, egli è circa a metà della sua impresa di conquista dell’Impero Persiano: ha già combattuto due delle tre battaglie che vengono ricordate come decisive. Tiro, però, è una città che resta fedele all’imperatore. Sembra che il suo assedio si sia svolto tra inverno e primavera: il mio riferimento a “settembre” è una licenza narrativa.


5) La frase “Ragazzo mio, non sono riuscito” è una citazione da Le sabbie di Amon.




Se ci sono altre domande di ogni genere chiedetemi pure!

Credo di essermi sufficientemente persa nel mondo classico, per oggi :-) E decisamente ho scritto abbastanza!

Aspetto, come sempre, i vostri pareri e le vostre impressioni sul racconto.

Grazie per tutti i commenti che avete lasciato durante l’estate alle mie storie di giugno e di luglio!

Vi ricordo che anche le mie compagne d’avventura, questo mese, hanno scritto racconti sul ritorno a scuola, tutti contrassegnati dal banner “Storytelling Chronicles”. Non perdeteveli!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


venerdì 17 settembre 2021

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - SETTEMBRE 2021

 



Cari lettori,

dopo la pausa di agosto, bentornati all’appuntamento del 17 del mese con “L’angolo vintage”!


Per la riapertura settembrina ho deciso di puntare sul rosa: oggi, infatti, vi propongo due contemporary romance ambientati negli Stati Uniti, uno in forma di ebook pubblicato dalla Emma Books e l’altro in cartaceo edito dalla Newton Compton.


Il mio bilancio è più positivo che negativo, ma, come leggerete, ho sottolineato anche alcuni aspetti che non mi hanno convinto, primo tra tutti una brutta scelta narrativa inserita nel primo di questi due romanzi.


Non aggiungo altri dettagli e vi lascio alle recensioni!



Mille prime notti, di Alice Winchester e Anja Massetani


Siamo a San Antonio, in Texas, e per gli studenti dell’ultimo anno della scuola superiore sta per giungere il momento del diploma, in particolare per Nina De Luca e Weston Trevett, due ragazzi che, almeno in apparenza, non potrebbero essere più diversi di così.


Nina è una ragazza di origini italiane, volonterosa e dedita allo studio, che nasconde una grave ferita dietro ai sorrisi ed all’atteggiamento gentile. I suoi genitori hanno perso tragicamente la vita in un incidente pochi anni prima, e da allora ella vive con i suoi quattro fratelli maggiori: il responsabile Samuele, il donnaiolo Aris, il riservato Emiliano ed il più vicino a lei per età, Davide. I ragazzi portano avanti con grande successo l’attività dei loro genitori, una panetteria che propone diverse specialità italiane, ed anche Nina, una volta diplomatasi, vorrebbe dare una mano ai suoi fratelli.


Weston è un ragazzo dal passato travagliato: ha già ventidue anni, ma non gli è stato possibile diplomarsi prima a causa dei tanti problemi in famiglia. Suo padre è il ricordo di un incubo di cui nessuno parla mai volentieri, sua madre è alcoolizzata, depressa e con pessime compagnie. Dopo tante disavventure, egli è riuscito a trovare un lavoro part time onesto come meccanico, e conta di proseguire full time dopo il diploma.


Nina e Weston si conoscono di vista e, l’uno all’insaputa dell’altro, si piacciono molto, ma sembra che non ci siano occasioni di contatto al di là di qualche timido incontro tra una lezione ed un’altra. Poi, una sera, Nina, vincendo le remore dei protettivi fratelli, si lascia trascinare ad una festa e beve troppo. Lei e Weston, rimasti da soli sotto le stelle, finiscono per passare la notte insieme in una sorta di rimessa. Weston vorrebbe riportare a casa Nina, ma un nuovo problema della madre lo fa fuggire nella notte. Nina si sveglia con un terribile mal di testa e dolori intimi che la gettano nel terrore: sa di aver fatto l’amore per la prima volta, ma non ricorda nulla né della serata né della persona con cui l’ha trascorsa.


A scuola, Weston cerca di parlare con Nina e di dire la verità, ma si rende conto che la ragazza non ricorda niente di ciò che è successo ed è profondamente arrabbiata con l’uomo che si è approfittato del suo stato di ebbrezza, chiunque egli sia. Purtroppo la paura ha la meglio e Weston non dice niente a Nina, iniziando, però, a frequentarla sempre più, anche quando la scuola finisce ed entrambi cominciano a lavorare.


Con il passare delle settimane, tra Weston e Nina nasce un forte sentimento, che cresce ancora di più quando la ragazza scopre di essere rimasta incinta in seguito a quella notte. Più passa il tempo, però, e più diventa difficile confessare la verità…



Mille prime notti è un romanzo che risale al 2015, pubblicato in quattro episodi differenti dalla Casa Editrice Emma Books e poi assemblato in edizione integrale, edizione che ho trovato in promozione gratuita quando c’è stata l’iniziativa #Ioleggodacasa durante la primavera del 2020. Lo stile è proprio quello di un “romanzo a puntate”: scorrevole, ricco di colpi di scena, arricchito da capitoli su personaggi secondari, senza però risultare ridondante o dispersivo. Sicuramente uno dei punti di forza del romanzo è il modo in cui è scritto, ideale per una lettura estiva interrotta da un bagno o da una passeggiata, ma godibile anche in altre stagioni.


In compenso ho fatto davvero fatica ad andare oltre l’episodio iniziale della cosiddetta “notte di passione” tra Weston e Nina (virgolette necessarie). Quello che mi ha fatto storcere il naso non è la scena in sé, ma il principio: il consenso ad un atto sessuale non è mai definibile tale, se alterato da alcool o sostanze stupefacenti, tant’è vero che Nina sembra accettare con entusiasmo, ma poi si sveglia persa e terrorizzata. Weston, in quella scena, viene presentato come sobrio, quindi il dolo c’è, non ci sono scuse. Diciamo che, con una premessa del genere, non consiglierei mai questo romanzo ad una ragazza molto giovane o adolescente, perché comunque far nascere una storia d’amore da una forma di violenza è il messaggio peggiore possibile.


Alle mie coetanee o più...diciamo che consiglio di prendere questo romanzo “con le pinze”. Non lo butterei a mare del tutto perché, senza quel presupposto, è una bella storia rosa, che si basa sulla comunanza di interessi, sull’amicizia fraterna, sui sogni da realizzare, sull’affetto per la propria famiglia. E poi, al di là di quello che ho segnalato, c’è anche un altro particolare che non regge: possibile che a nessuno, a nessuno dei quattro fratelli di Nina venga mai il dubbio che sia Weston il colpevole della notte in cui ella è rimasta incinta? Per essere quattro uomini un po’ latin lover, non sono molto svegli…


In definitiva, ci sono luci ed ombre, come avrete sicuramente intuito. Sarebbe un romance più che buono, se non ci fosse questo episodio iniziale. Se siete adulte, una chance si può dare; io alla fine della lettura ero abbastanza soddisfatta. Però non è la prima volta che sottolineo un messaggio nocivo per le donne in un romance e che invito a maggiore attenzione su temi di parità di genere… e ne sono un po’ stufa. Basterebbe che alcuni autori educassero se stessi maggiormente per una narrazione più costruttiva e consapevole. È un discorso lungo e complesso, e sarei anche felice di riprenderlo… ma – spero proprio – non per criticare l’ennesimo scivolone in un romanzo.



L’amore non si spiega, di Katy Evans


Sara Davies è una ragazza di ventotto anni che vive e lavora a New York, ma non ha ancora raggiunto il suo “sogno americano”. Dopo essersi diplomata alla Tisch School of the Arts, ella ha lavorato a Broadway come ballerina, ma un infortunio alla caviglia le ha precluso un palco importante e da allora non è più riuscita a farsi ingaggiare. Il mondo della danza è duro e competitivo ed è bastato un piccolo stop per arrestare la sua corsa al successo. Da qualche mese Sara lavora alla reception del Four Seasons di New York. È proprio lì che ella è diretta una domenica sera, dopo essere tornata dall’aeroporto e da un terribile weekend a casa sua, dove i suoi genitori le hanno comunicato l’inaspettata decisione di divorziare. Avendo fretta, si trova a litigare per il taxi con uno sconosciuto dall’aria affascinante, che ha tutta l’aria di essere arrivato in città per motivi di lavoro.


I due, un po’ loro malgrado, si ritrovano a condividere lo stesso taxi, ma, dopo i primi minuti di malumore ed isolamento dovuti al lavoro dell’uno ed ai problemi familiari dell’altra, nasce un’imprevista attrazione. Una volta arrivati entrambi al Four Seasons, Sara deve fare il suo lavoro notturno alla reception, ma, quando il suo turno finisce, dopo aver un po’ tergiversato, decide di raggiungere in camera l’uomo, che si è registrato come cliente.


I due non si scambiano alcun contatto e Sara non sa neppure come si chiami lo sconosciuto, che ribattezza ironicamente sexy maniaco del lavoro. Anche se non può fare a meno di ripensare al suo frizzante incontro, ella sente il desiderio di rimettere la sua vita in carreggiata dopo le ultime batoste, così si iscrive nuovamente a dei provini per gli spettacoli a Broadway e decide di condividere il suo appartamento con una nuova coinquilina, Bryn, una ragazza vivace e piena di iniziativa. Bryn sta lavorando alla sua start up di moda e, mentre disegna le sue creazioni ed attende il lancio sul mercato, fa la dog-sitter. Quasi per caso, Sara scopre che una delle anziane signore del cui cane si occupa Bryn non è altri che la nonna del suo misterioso sconosciuto, che si chiama Ian Ford.


Ian è un produttore cinematografico che fa la spola tra New York e Los Angeles per lavoro, ma ha sempre preferito la Grande Mela alla costa californiana. Ultimamente, però, egli ha vissuto molto di più a Los Angeles perché a New York è rimasta la sua (quasi) ex moglie, Cordelia, il suo primo e grande amore, che però l’ha tradito e maltrattato. Le carte per il divorzio devono ancora essere firmate ed egli pensava a tutto tranne che a conoscere un’altra donna, ma l’incontro con Sara lo ha lasciato stupito e confuso.


A poco a poco Ian e Sara si conosceranno meglio ed impareranno l’uno a lasciar andare il passato, l’altra ad afferrare con mano i propri sogni.



Ho letto L’amore non si spiega perché l’ho trovato tra le novità in biblioteca, ignorando che si trattasse del secondo volume di una serie che però è costituita da storie rosa autoconclusive. Il primo romanzo, Amore impossibile, racconta nel dettaglio la storia di Bryn, la vivace coinquilina di Sara, e del miliardario Aaric Christos, suo amico d’infanzia ritrovato per caso. Per questo motivo, in L’amore non si spiega, le parti che riguardano i due co-protagonisti sembrano un po’ sintetiche e frettolose: essi hanno un libro tutto loro. Il terzo volume avrà invece come protagonista Becka, amica di Bryn e Sara ed aspirante scrittrice.


Quanto al romanzo in sé, l’inizio è moolto scoppiettante, tanto che ho pensato che la copertina della Newton Compton fosse un po’ ingannevole e che in realtà si trattasse di un erotico. Dopo i primi capitoli, però, la passione lascia il posto ad una storia d’amore piacevole e coinvolgente, fatta anche di momenti divertenti e di tenerezza. Non ci sono grandi scossoni, ma dopo essermi imbattuta in romance con presupposti altamente drammatici (come Mille prime notti, appunto) ho letto più che volentieri una storia fatta di ostacoli ordinari, come un divorzio difficile da superare o la ricerca del lavoro dei propri sogni.


La forma è piuttosto semplice e qualche volta la traduzione mi è parsa un po’ piatta, ma il romanzo scorre bene. Era un po’ di tempo che non mi dedicavo ai romanzi della collana rosa Newton Compton “Anagramma”: appena prima di aprire il blog ne avevo letto un buon numero, poi ne sono stati pubblicati talmente tanti che è diventato difficile distinguere ciò che valeva veramente la pena di leggere da ciò che invece è pura evasione. L’amore non si spiega è senza pretese, ma per una lettura romance piacevole è una buona scelta.




Ecco il mio “angolo vintage” di settembre!

Che ne dite? Conoscete questi romanzi? Vi sono piaciuti?

Avete già letto qualcosa delle autrici?

Mi consigliereste altri contemporary romance che vi sono piaciuti nell’ultimo periodo? Aspetto il vostro parere!

Come sempre, vi invito a leggere anche i post delle altre partecipanti di questo mese alla rubrica, i cui nomi sono nel solito banner in alto.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 13 settembre 2021

DUE CASI PER SARA MOROZZI

 La serie di Maurizio De Giovanni




Cari lettori,

iniziamo la settimana con un nuovo post della nostra rubrica “Letture… per autori”!


Dopo aver inaugurato settembre con toni rosa, torniamo al giallo, anzi, direi al noir. Oggi vi parlerò nuovamente di uno dei miei scrittori preferiti: Maurizio De Giovanni. Vorrei raccontarvi, infatti, gli ultimi due romanzi della serie che ha per protagonista l’ex agente dei servizi segreti Sara Morozzi, Una lettera per Sara e Gli occhi di Sara.


Ho letto il primo di questi due romanzi in primavera inoltrata, in un periodo che per me è stato davvero frenetico e senza riposo, eppure il momento da dedicare a questa lettura era irrinunciabile per me. Il secondo, invece, è stata una delle mie letture estive, in un momento mille volte più tranquillo del precedente, ma persino durante giornate ricche di relax e di divertimento non potevo fare a meno di dedicarmi almeno un’oretta a lui. Al di là delle circostanze, del tempo che passa e dei tanti fan del commissario Ricciardi che gli fanno notare di aver cambiato un po’ stile rispetto alle origini, Maurizio De Giovanni non cessa di stupirmi e le sue opere continuano ad essere una sorta di porto sicuro per me.


Vi spiego meglio il perché nelle recensioni!



Una lettera per Sara


A Napoli è arrivata la primavera ed il commissario Davide Pardo, stufo di condividere anche la cucina con Boris, il gigantesco bovaro del bernese che possiede da qualche anno (anche se sarebbe più corretto dire che è il cane a possedere lui), può finalmente esercitare con più calma e tranquillità il sacro rito del caffè, così importante nella sua città. Non solo appena sveglio, ma anche e soprattutto quello di metà mattina, sempre nel solito bar di fiducia. Un giorno, però, anche questo suo breve momento di tranquillità viene interrotto da un incontro inaspettato: quello con Angelo Fusco, un suo ex superiore ormai andato in pensione. L’uomo non ha per niente l’aspetto di una persona che si sta godendo il suo meritato riposo: è magrissimo, divorato da un male del corpo e forse anche dello spirito, e gli occhi sono febbrili, quasi nascondessero una ricerca angosciosa, o addirittura uno spettro.


Angelo Fusco sta disperatamente cercando di ottenere un colloquio con Antonino Lombardo, un detenuto che è appena stato spostato in ospedale perché sta per morire. La procedura, però, non è affatto ortodossa; Davide, sulle prime, esita, poi promette al suo ex superiore che farà il possibile, non sapendo però in che modo muoversi. Il decorso della malattia di Antonino Lombardo, però, è troppo rapido: mentre il generoso poliziotto sta provando a mettersi in contatto con qualcuno che potrebbe intercedere per lui e per Fusco, il detenuto muore in ospedale, facendo una misteriosa confessione ad un infermiere del turno di notte.


Angelo Fusco contatta di nuovo Davide, disperato e furente per l’inutile corsa contro il tempo. Il poliziotto comprende che non c’è più molto che lui possa fare come semplice rappresentante delle forze dell’ordine, e per questo motivo decide di coinvolgere Sara Morozzi, l’ex agente dei servizi segreti che suo malgrado è dovuta tornare ad indagare ufficiosamente già più di una volta.


Sara e Davide, dopo quelle prime disavventure, hanno formato una sorta di famiglia, composta da loro due, da Viola, ex compagna del figlio di Sara (morto tragicamente in un incidente stradale), e da Massimiliano, il piccolo nipote della donna. Sono una famiglia anomala, composta da solitari, forse un po’ caotica ma tanto affettuosa, anche se non mancano i battibecchi (soprattutto tra Viola e Davide per via dell’educazione del piccolo, del quale l’uomo si sente a tutti gli effetti uno zio e forse anche qualcosa in più). Per questo motivo Sara accetta di rimediare alla leggerezza con la quale Davide ha trattato il caso del suo ex superiore.


Già dalla prima chiacchierata con Angelo Fusco, Sara comprende che la situazione è drammatica: l’uomo sta cercando da tutta la vita di fare giustizia per la tragedia che ha sconvolto la sua vita quando era ancora giovane. Si tratta della morte di sua sorella, una ragazza che studiava fuorisede a Napoli e che per mantenersi aveva deciso di lavorare in una libreria di romanzi antichi ed usati.


Un giorno, tornando a casa dal lavoro, la ragazza era sparita, ed era stata trovata cadavere molti giorni dopo, su un litorale abbandonato. In tutti questi anni, nessuna spiegazione ha mai convinto Angelo Fusco: nella vita di sua sorella non c’erano ragazzi gelosi o corteggiatori insistenti, così come non erano mai esistiti problemi di droga o cattive compagnie.


Sara inizia a sospettare che, in uno dei libri che vendeva, la povera ragazza abbia trovato qualcosa di compromettente. Qualcosa che non aveva a che fare con la criminalità ordinaria, ma con vicende molto più complesse: quelle di cui si sono sempre occupati lei ed i suoi colleghi dell’Unità. All’improvviso, tra un dossier e l’altro, un ricordo la colpisce: quello dell’unico giorno in cui Massimiliano, suo capo e compagno di una vita (in ricordo del quale è stato chiamato il suo nipotino), aveva provato paura parlando con qualcuno. Sara ricorda con nitidezza quel giorno di pioggia ed insicurezza in cui aveva visto vacillare un uomo da sempre molto bravo a controllarsi ed a dissimulare… ed è ogni giorno più convinta che quell’episodio abbia a che fare con l’indagine che lei e Davide stanno conducendo.



Ad un po’ di distanza da Sara al tramonto (che avevo inserito nei preferiti del mese di tempo fa) e da Le parole di Sara (di cui vi avevo parlato qui), sono tornata nel mondo della donna osservatrice, abile nel capire il labiale, intuire i discorsi altrui ed interpretare sguardi e gesti anche da lontano. Sara, dopo tanta solitudine, si è abituata ad una nuova routine, con un nipotino che ha gli stessi occhi del suo grande amore perduto e due figli acquisiti: la vedova del suo figlio scomparso troppo presto, che va molto più d’accordo con la suocera che con l’insopportabile madre, ed un uomo ormai più vicino alla mezza età che alla giovinezza che non è mai riuscito a realizzare il sogno di una famiglia tutta sua.


La sua profonda sensibilità ed il suo spirito di osservazione, però, non le permettono mai di staccare del tutto da quella che per lei e per Massimiliano (che l’ha lasciata da qualche anno per via di un tumore) è stata molto più di una professione. L’autore è abilissimo nel descriverci come il lavoro di Sara sia entrato a far parte della sua quotidianità: persino il “posto speciale” che condivideva con Massimiliano è nascosto agli occhi del mondo. Sara è invisibile, ma c’è, così come Andrea, un nuovo personaggio ed un valido aiuto: un ex collega dei due, che ha progressivamente perduto la vista ma, così facendo, ha affinato altri sensi, ed ha a disposizione infiniti dossier da ascoltare, grazie ai quali i protagonisti possono recuperare cruciali conversazioni di anni prima.


Una lettera per Sara è la storia di persone comuni che sono rimaste incastrate in storie più grandi di loro, delle quali erano del tutto all’oscuro; vittime innocenti alle quali la donna cerca di dare giustizia.



Gli occhi di Sara


L’inusuale famiglia di Sara, che sembrava aver trovato un suo equilibrio, si è ritrovata a vivere un dramma da un giorno all’altro. Davide Pardo, una sera come tante, mentre era a cena con una delle sue ex fidanzate nel tentativo di riallacciare i rapporti, ha visto Viola davanti al ristorante, nella pioggia, senza più un briciolo della sua solita sicurezza ed in preda alla disperazione. In mano, i risultati di quegli esami che aveva deciso di far fare al piccolo Massimiliano “per routine”, con una terribile diagnosi: un tumore non operabile.


Sono passati mesi da quella sera e Sara, da allora, ha passato le sue giornate in ospedale, nel tentativo di confortare tutti, specie Viola che in alcuni giorni sembra non essere nemmeno in sé, e di osservare il personale medico per capire se è vero quello che tutti dicono: per il suo nipotino non ci sono più speranze, ormai è solo questione di tempo.


Sara non si rassegna a perdere anche Massimiliano, non dopo aver perduto il suo compagno e suo figlio. Così un giorno coglie un’esitazione negli occhi di una dottoressa che si è sempre occupata con professionalità del piccolo e le chiede, senza troppi preamboli come nel suo stile, a che cosa stia pensando davvero. La dottoressa pensa di avere davanti una nonna disperata, ma quando si rende conto che Sara è la più lucida della famigliola di Massimiliano decide di confidarle il suo dubbio. Ella sa che da anni, nell’ambiente dell’oncologia infantile, opera un dottore misterioso, un uomo con un nome russo dalle strabilianti abilità. Egli ha già salvato la vita a più di un bambino in condizioni disperate come e più di Massimiliano, ma la sua bravura è pari solo al mistero che lo circonda: di volta in volta, egli ha operato in cliniche diverse, non ha una sede fissa e conoscere i suoi spostamenti è molto difficile.


Sara si aggrappa alla tenue speranza che le dà la dottoressa, anche se, sulle prime, la storia di un medico che fa miracoli le sembra quasi una leggenda. Grazie però all’archivio che le ha lasciato il suo compagno, ai dossier di Andrea ed alla collaborazione della sua ex collega e migliore amica di sempre Teresa Pandolfi, Sara si rende conto di non stare affatto inseguendo un fantasma… bensì una vecchia conoscenza.


All’improvviso ella si trova a ripercorrere una storia ormai dimenticata, risalente al 1990: Napoli in fibrillazione per la visita di Giovanni Paolo II e l’Unità pronta a fare la sua parte. L’Università occupata dalla “Pantera”, i gruppi anarchici, quattro studenti di origine polacca che all’improvviso, da semplici amici, avevano iniziato a muoversi come un uomo solo. La sorella di uno di loro, una dottoressa che non voleva avere niente a che fare con i loro segreti. Massimiliano che l’aveva appena conosciuta e la sapeva già sposata e madre, ma già allora non poteva fare a meno di amarla. Tutti i tasselli di un pezzo di passato dimenticato, un suo vero e proprio errore di gioventù che è tornato ad essere parte del presente.



Più che un romanzo, Gli occhi di Sara è una specie di tunnel nero in cui sprofondi prima con cautela, poi sempre più rapidamente. Il contesto è davvero duro: un pugno nello stomaco farebbe meno male che vedere il piccolo Massimiliano soffrire ogni giorno e sorridere debolmente, Davide Pardo che tira fuori tutto il suo lato paterno con la forza della disperazione, Viola che da impertinente è diventata quasi catatonica e la stessa Sara che più di una volta si sente persa.


Persino quella che sembra una flebile speranza diventa la porta su un passato di orrori che si fanno sempre più grandi pagina dopo pagina.


Non saprei che parole usare per descrivere lo stile di Maurizio De Giovanni: in questo romanzo, ancor più del precedente, egli trascina con sé il lettore, saldando le parole l’una con l’altra in una catena di emozioni sempre più forti. Definire questo libro solo un “noir” sarebbe davvero riduttivo.




Sono davvero curiosa di sapere se, come me, c’è qualche appassionato di questa serie! Avete letto i romanzi di Sara? Che ne pensate?

Vi piacciono o preferite altri libri di Maurizio De Giovanni?

E se invece non avete letto niente di questo autore, sono riuscita ad incuriosirvi?

Fatemi sapere che cosa ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

giovedì 9 settembre 2021

FRANCESCA E LE PROTAGONISTE DEL V DELL'INFERNO

 Le donne raccontate da Dante #1



Cari lettori,

il post di oggi è molto speciale per me.

Sono sempre felice di iniziare un nuovo progetto letterario sul blog, sia che si tratti di classici in prosa che di poesia.


Quando in primavera ci sono state un po’ di iniziative relative al Dantedì del 25 marzo, ho iniziato ad elaborare l’idea di una serie di post dedicati a Dante. Il 2021 è l’anno dantesco, perché tra pochissimi giorni saranno 700 anni esatti dalla morte del poeta. Non sapevo però che taglio dare al progetto, perché volevo scrivere qualcosa che non risultasse al 100% scolastico, o comunque già visto.


Alla fine mi sono resa conto che la rubrica “Donne straordinarie” langue da un po’ troppo: il mio progetto sulle figure femminili raccontate da Euripide risale ad ormai tre anni fa. Ho pensato così di provare a parlarvi delle donne che Dante presenta nella Commedia, da quelle più famose a quelle di cui spesso, tra la mancanza di tempo a scuola e la difficoltà nel trattare certi temi, non si parla poi molto.


In questo post e nei prossimi di questa serie leggeremo insieme alcune parti di canti della Commedia ed io proverò a fare un mio commento. Non vorrei darvi (non solo, almeno) nozioni didascaliche: vorrei provare a raccontarvi il mio parere da studiosa e di appassionata su certi personaggi ed alcune tematiche.


Troppe volte, davanti ad un autore così importante, rischiamo di essere presi da un timore reverenziale che ci impedisce di formulare pareri o di esprimere impressioni personali; eppure i classici sono di tutti e sono nostri per sempre!


Con questo mio progetto spero di farvi scoprire donne dantesche sulle quali nemmeno io mi sono mai soffermata molto finora, e spero anche che vorrete dirmi la vostra.



Esaurite le premesse, oggi inizierei con un canto molto noto, un “classico dei classici” per entrare al meglio nell’atmosfera: il V dell’Inferno, quello dedicato ai due sfortunati amanti Paolo e Francesca. È quest’ultima la prima protagonista del mio progetto! 


(Le illustrazioni sono tratte da una mia versione della Commedia con i disegni di Gustavo Doré, spero che vi piaceranno.)



Paolo e Francesca come simbolo di pace


(vv.73-87)

Io cominciai: Poeta, volentieri

Parlerei a que’ duo, che insieme vanno,

E paion sì al vento esser leggieri.


Ed egli a me: Vedrai, quando saranno

Più presso a noi: e tu allor li prega

Per quell’amor che i mena; e quei verranno.


Sì tosto come il vento a noi li piega.

Mossi la voce: O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega.


Quali colombe dal disio chiamate,

Con l’ali aperte e ferme, al dolce nido

Volan per l’aer dal voler portate:


Cotali uscir dalla schiera ov’è Dido,

A noi venendo per l’aer maligno,

sì forte fu l’affettuoso grido.


Nel momento in cui Virgilio e Dante superano la porta dell’Inferno ed il Limbo ed entrano nel cerchio delle anime lussuriose, vengono subito investiti da una innaturale bufera che sembra non arrestarsi mai. Molte anime dannate cercano in ogni modo di appigliarsi, di resistere al furore del vento che imperversa, ma purtroppo ogni sforzo è vano. Si tratta del contrappasso dantesco: così come in vita queste persone si sono fatte trascinare dalle loro passioni, così ora sono condannate a farsi trascinare per tutta l’esistenza.


In mezzo alla bufera, però, Dante individua due anime che sembrano aver trovato una loro pace in mezzo al tormento infernale, e lo sottolinea con parole come insieme, leggieri, volentieri.


Non è dato sapere che cosa pensi Virgilio dei lussuriosi, ma è lecito presupporre che non abbia la migliore opinione su di loro, dal momento che nel V canto ci sono due donne di cui egli ha parlato nell’Eneide, Didone e Cleopatra, descrivendole come persone che hanno ceduto alle passioni, e che sono state condannate al supplizio infernale. Dante, che ha rispetto dell’opinione del suo maestro, nondimeno si sente toccato dalla dignità con la quale le due anime sconosciute sopportano la pena che è stata loro inflitta, e si sente mosso a pietà. Addirittura egli paragona Paolo e Francesca, dei quali non conosce ancora i nomi, a due colombe, uno dei simboli della pace per eccellenza.


Già in questi versi, a mio parere, possiamo trovare uno dei tanti esempi della sensibilità e, in un certo senso, della modernità del poeta. Dante era un uomo del suo tempo e, volendo scrivere un poema che fosse anche una guida morale per i suoi contemporanei, non ha potuto evitare di mettere Paolo e Francesca all’Inferno, a causa della storia di adulterio che ha determinato la loro morte; tuttavia, analizzando parole e gesti si può comprendere come il poeta avverta un senso di ingiustizia nel vedere nei tormenti due anime che, in definitiva, si sentono in pace, perché stanno trascorrendo insieme l’eternità. Il motore delle azioni dei due amanti, in vita come in morte, è un sentimento terreno che ha portato alla condanna dell’anima, ma anche una passione dalla quale Dante non può non sentirsi sconvolto.



La storia di Francesca


(vv. 97-107)

Siede la terra, dove nata fui,

Sulla Marina dove il Po discende

Per aver pace co’ seguaci sui.


Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,

Prese costui della bella persona

che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.


Amor, che a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.


Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi vita ci spense.


Francesca accoglie subito la richiesta di Dante e, nel dimostrare che l’apprezza, utilizza il termine pietà. Non si tratta di un termine casuale, ma, ancora una volta, di un riferimento al maestro Virgilio: la pietas è la caratteristica principale di Enea, tratto della personalità di cui Dante fa tesoro. Non si tratta semplicemente di guardare con compassione ad una persona che sta soffrendo, ma di rispettare tutte le forme di vita intorno a sé, dalle umane alle divine. Il fatto che Francesca riconosca in Dante un uomo dotato di pietas è significativo, perché chi meglio di lei potrebbe farlo? È una donna del Medioevo, quindi abituata ai privilegi del sesso maschile, costretta in vita ad un matrimonio non suo e chiacchierata anche dopo la morte per lo scandalo che ha suscitato insieme al cognato Paolo. Almeno in vita, ha conosciuto bene i giudizi morali pesanti ed il falso pietismo.


Sentendosi a suo agio nel confidarsi, Francesca delinea in poche righe una serie di emozioni, tanto vivide che sembrano essere loro le protagoniste, invece che i fatti della sua storia.


La vicenda che ha portato lei e Paolo alla morte era molto conosciuta ai tempi di Dante, soprattutto nella zona riminese e del Delta del Po. Francesca, infatti, era una ricca ragazza di Rimini, in età da marito. Per convincerla a sposare Gianciotto Malatesta, uomo anziano e di brutte fattezze, le era stato fatto vedere un ritratto di Paolo, il suo futuro giovane cognato, di bell’aspetto: quando Francesca si era accorta dell’inganno, era già troppo tardi. Paolo e Francesca avevano finito per innamorarsi, ma Gianciotto li aveva uccisi.


Le terzine che ho citato sono molto famose, e credo che, anche in questo caso, sia molto importante prestare attenzione alla scelta delle parole. Innanzitutto il riferimento al cor gentil, che è il cuore nobile di natali ma soprattutto d’animo. Paolo, per Francesca, è ancora una bella persona a cui appartiene il suo cuore, e questo è sorprendente, soprattutto se si considera che altri canti dell’Inferno (come per esempio il successivo, il VI, quello politico) sono pieni di personaggi rabbiosi e rancorosi che accusano qualcun altro della loro rovina, solitamente quelle persone che in vita sono state con loro gomito a gomito ed hanno avuto parte attiva nella rovina della loro anima. Gli amanti malvagi che si accusano a vicenda quando i loro piani falliscono, poi, sono figure letterarie che capitava spesso di trovare nelle novelle, nelle narrazioni di amor cortese o anche solo nelle favole educative. L’amore di Francesca, invece, “ancor non la abbandona”, ma le è di conforto anche ora, nella morte, ed in una morte infernale. Questo perché Amor a nullo amato amar perdona: quando si è amati in modo così forte e vero, non si può fare a meno di amare a propria volta.


L’oggetto della sua rabbia è invece Gianciotto, il marito assassino, che Caina attende, cioè che, alla sua morte, finirà in una delle zone più buie e gelate dell’Inferno, quella del Cocito, il lago ghiacciato riservato ai traditori e, nello specifico, ai fratricidi.



Il paragone con Lancillotto e Ginevra


(vv.127-138)

Noi leggevamo un giorno per diletto

Di Lancillotto, come amor lo strinse:

Soli eravamo e senza alcun sospetto.


Per più fiate gli occhi ci sospinse

Quella lettura, e scolorocci il viso:

Ma solo un punto fu quel che ci vinse.


Quando leggemmo il disiato riso

Esser baciato da cotanto amante,

Questi, che mai da me non fia diviso,


La bocca mi baciò tutto tremante:

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:

Quel giorno più non vi leggemmo avante.


Francesca e Paolo si dichiarano il loro amore nel corso di quello che è uno degli episodi più celebri della letteratura: la lettura di un romanzo sugli amori di Ginevra e Lancillotto.


Francesca è vista come Ginevra, perché è una donna ricca che ha dovuto sposare un uomo che non ama per ragioni politiche; Artù e Lancillotto sono, in un certo senso, fratelli proprio come Gianciotto e Paolo, perché il re affidava al suo braccio destro tanti compiti delicati, compreso quello di occuparsi della sicurezza di Ginevra.


Questo passo è splendido per la descrizione accurata dei gesti e dei sentimenti dei protagonisti, ma è anche interessante da un punto di vista letterario. Dante ha moltissime fonti d’ispirazione nella scrittura della Commedia: abbiamo già parlato dell’Eneide e del mondo classico, e ci ritorneremo presto. Sicuramente tra i suoi studi c’è il poema cavalleresco medioevale, e, in questo caso, egli si ispira al ciclo bretone, una sorta di romance dei tempi, i cui protagonisti più gettonati erano proprio i Cavalieri della Tavola Rotonda (personaggi che ancora oggi ispirano svariati historical romance...)


La lettura è l’ultimo momento di vita di Paolo e Francesca: di lì a pochi attimi Gianciotto li sorprenderà e li ucciderà.



Le donne della “bufera infernal”


(vv.58-69)

Ell’è Semiramìs, di cui si legge,

Che succedette a Nino, e fu sua sposa:

Tenne la terra, che il Soldan corregge.


L’altra è colei, che s’ancise amorosa,

E ruppe fede al cener di Sicheo;

Poi è Cleopatràs lussuriosa.


Elena vidi, per cui tanto reo

Tempo si volse, e vidi il grande Achille,

Che con amore al fine combatteo.


Vidi Paris, Tristano; e più di mille

Ombre mostrommi e nominolle a dito,

Che amor di nostra vita dipartille.


Oltre a Francesca, Dante non manca di nominare altre importanti protagoniste femminili della storia e della letteratura, che sono finite nella bufera dei lussuriosi.


Colei di cui si parla di più è Semiramide, una leggendaria regina dell’impero assiro-babilonese. Diversi autori della classicità greca e romana hanno scritto di lei, e qualcuno di essi l’ha persino dipinta come protagonista di rapporti incestuosi.


Poi ci sono le due donne già raccontate da Virgilio, Didone e Cleopatra, due personalità ricche di sfaccettature ma condannate dalla morale del tempo.

Didone, regina di Cartagine, in opere precedenti all’Eneide viene descritta come una donna determinata e furba, che protegge il suo popolo ed è fedele al suo primo marito Sicheo. Ella si trova nel cerchio dei lussuriosi perché l’amore per Enea le ha fatto dimenticare il lutto; personalmente, però, credo che un giudizio così severo (anche al tempo di Dante il sacramento del matrimonio terminava con la morte di uno dei coniugi!) sia dovuto, ancora una volta, all’ombra lunga di Virgilio: quando Enea la abbandona, Didone invoca l’arrivo di un vendicatore (Annibale) e di fatto predice le guerre puniche, e forse è questo il vero peccato che i due poeti non le perdonano.

Un discorso simile potrebbe essere fatto per Cleopatra, regina egizia amante prima di Cesare e poi di Antonio, ritratta da Virgilio sullo scudo di Enea (un dono di Venere, un’arma sulla quale è stato istoriato il futuro) proprio nel momento in cui ella vede la sconfitta dell’esercito del suo amante e decide di suicidarsi con il veleno di un serpente.


Elena, moglie di Menelao rapita da Paride, è uno dei personaggi chiave della guerra tra Greci e Troiani. Tradizionalmente ritenuta la causa dello scontro per via della passione illegittima per Paride, viene difesa solo da due letterati greci: la poetessa Saffo, che afferma di comprendere i suoi sentimenti, ed Euripide, che dipinge la donna come un “fantasma”, un idolo dietro il quale, in realtà, c’erano interessi ben più importanti (per maggiori informazioni sulla tragedia Elena potete dare un’occhiata a questo post).


Le ultime due donne del canto V dell’Inferno non sono, forse, presenti nella bufera come anime, ma vengono ricordate indirettamente, tramite la presenza dei loro amanti: Polissena, una delle tante figlie di Priamo, che, secondo alcune leggende, è stata l’ultimo sfortunato amore di Achille, ed Isotta, legata al cavaliere medioevale Tristano da una storia che assomiglia molto a quella di Paolo e Francesca.




Eccoci giunti alla fine del nostro primo appuntamento dantesco!

Il mio buon proposito sarebbe quello di parlarvi di Dante una volta al mese circa, un po’ come altre mie rubriche. Cercherò di tenervi fede!

Nel frattempo fatemi sapere che cosa ne pensate di questa idea e se vi piace questo “taglio” tra le tante possibili interpretazioni della Commedia.

Avrete notato che, oltre ai fatti inseriti, ho inserito anche delle mie osservazioni: ditemi pure la vostra su tutto quel che volete!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)