lunedì 20 settembre 2021

TORNARE A SCUOLA

 Storytelling Chronicles: settembre 2021




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di settembre con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!


Proprio come l’anno scorso, mi sono presa una pausa dalla rubrica in agosto, perché ho chiuso il blog per quasi tutto il mese, e sono pronta a ricominciare con settembre. Questo mese la nostra amministratrice Lara ci ha proposto il più classico dei temi: il ritorno a scuola!


Ho già scritto qualche racconto ambientato nel mondo scolastico. Con “Una primula per Livia” (che trovate qui) vi ho portato tutti di nuovo alle elementari, tra banchi e primi batticuori. Grazie a “La restauratrice” (a questo link) ho immaginato con voi l’Università del futuro. Anche la protagonista di “Ricominciare” (in questo post), Elisabetta, è una maestra. Così mi sono chiesta: avendovi già parlato della scuola del presente e di quella che potrebbe esistere un giorno, che cosa potrei raccontarvi?


Alla fine ho pensato di fare un bel salto all’indietro e di tornare al mio amato genere storico, con un racconto a metà strada tra l’omaggio/fanfiction ad un romanzo di Valerio Massimo Manfredi (a poco a poco scoprirete quale) ed un mio approfondimento storico che mi sarebbe piaciuto fare da un bel po’. 


La mia storia si intitola “Tornare a scuola” e la voce narrante è quella di un maestro dell’Antica Grecia che ci terrà una sua speciale lezione. Vi lascio alla lettura!



Tornare a scuola


(Scuola di Atene di Raffaello)


Stamattina, dopo tanto tempo, torno a scuola.

Sette stadi non sono poi molti, quando si sta andando a fare il lavoro che si ama. Mi sono vestito per l’occasione: ho indossato la mia tunica migliore, intessuta in porpora e con i bordi color oro. So che dove sto andando tengono molto in considerazione anche l’aspetto esteriore: ai propri studenti ci si deve mostrare prima di tutto in modo decoroso, e poi pensare al resto.

Il bastone mi sorregge a stento e cammino lentamente. Forse non avrei dovuto portarmi dietro una borsa così pesante e piena di rotoli scritti, anche perché sono sicuro che là ne hanno moltissimi, ma è stato più forte di me: non ho potuto fare a meno di portarmi dietro le mie fonti di sapere preferite. Un buon insegnante lo sa: può sempre capitare un momento di impreparazione o semplicemente di dubbio, ed è proprio in quegli spinosi istanti che avere con sé il proprio breviario preferito può essere un salvavita.


Ho imparato a riconoscere e ad ignorare gli sguardi che mi circondano. So a che cosa molti stanno pensando. Mi sembra perfino di sentire le voci nelle loro teste: “Quell’uomo è vecchio! Fa fatica a reggersi in piedi! Che cos’ha ancora da insegnare? Non avrebbe fatto meglio, almeno stavolta, a cedere l’incarico ad una persona più giovane, più energica?” Leggere queste parole nei loro sguardi mi provoca una fitta all’altezza del petto, perché so che hanno ragione. So che io non dovrei essere qua, che il mio stesso arrivo è stata un’improvvisata rischiosa per la mia età, che quello che mi accingo a fare è uno sforzo eccessivo, anche se l’ho fatto per tutta la vita. Allo stesso tempo, però, non posso permettermi di indugiare in questi ragionamenti e farmi cogliere dal dubbio. Io oggi devo tornare a scuola: la lezione che ho in mente è di vitale importanza.


Se osservo troppo a lungo le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, finisco per farmi prendere io stesso dal dubbio e dall’ansia, e non me lo posso permettere. Non alla mia età, con la mente che si aggrappa al sapere acquisito in decenni con tutta la lucidità che le resta, con le emozioni che ogni volta rischiano di sopraffare il mio debole corpo, con i piedi che ormai tremano molto più della voce. Preferisco fare come è mia abitudine tutte le volte che mi sono avviato a scuola ed il viaggio era piuttosto lungo: concentrarmi sulla strada, contare gli stadi che mi dividono dal mio luogo di arrivo ed allenare la mente con qualche ricordo o ragionamento che mi prepari mentalmente alla lezione.


* * *


(Busto di Alessandro Magno scolpito da Lisippo)


Uno stadio.

Forse non è un caso che la lezione di oggi, una delle più importanti della mia vita, si tenga in una città affacciata sul mare. Sono nato e cresciuto nell’Epiro, una regione della Grecia Nord-Occidentale: non avevo nemmeno finito di emettere il primo vagito, e già i miei occhi guardavano la distesa azzurra ed inseguivano le verdi colline della terra d’Esperia, in fondo all’orizzonte. Avevo uno sguardo curioso sul mondo, desideroso di vedere che cosa c’è più in là: non lo sguardo di un poeta, che spesso è cieco per udire meglio le Muse; non quello di un generale, che osserva il mare e valuta quante barche possano frapporsi tra lui e la terra del nemico per uno scontro navale; nemmeno quello di un esploratore, che limiterebbe il tempo dell’osservazione e poi si metterebbe in viaggio; il mio era lo sguardo di un maestro.


Anche il mio nome, in un certo senso, ha decretato il mio destino: Leonida, come il capo dei Trecento spartani. Il nome di un uomo imbattibile, impossibile da emulare, ma a proposito del quale non si finirà mai di studiare. Un uomo che ha augurato ai suoi nemici di “vivere per sempre” perché per lui non c’era niente di più onorevole della morte in battaglia, eppure proprio con il suo sacrificio è diventato immortale.



Due stadi.

La storia è sempre stata la mia passione. L’ho studiata dai poeti e dai prosatori, mi sono abbeverato alle fonti della mitologia e delle leggende per carpirne la verità, che forse non è quella dei fatti, ma è comunque quella degli insegnamenti che trasmette.


Nel palazzo d’Epiro, però, la studiavo quasi sempre da solo. Potevo accedere all’enorme biblioteca del palazzo perché appartenevo ad un ramo illegittimo di una nobile famiglia, ma non mi è mai interessata la ricchezza: mi bastava poter accedere alla cultura.


La mia cugina di nobili natali, Olympias, era stata avvicinata allo studio in gioventù, ma tanti maestri non sono molto insistenti con le ricche fanciulle da marito, ed era chiaro che i talenti della ragazza andassero in un’altra direzione.


Sono un razionale uomo di studi ed ho sempre avuto dubbi sulla magia e sui riti di origine orientale, ma quando guardavo Olympias non potevo fare a meno di pensare che lei fosse l’eccezione che confermava la regola. Sembrava riuscire ad ottenere sempre esattamente quel che voleva, come se in lei ci fosse un’indomabile energia. Quante volte mi sono sentito inseguito dai suoi grandi occhi neri!


Forse lei, a differenza mia, sapeva già che cosa, o meglio chi ci avrebbe unito. Forse, in quei pomeriggi assolati tra i pini marittimi del giardino, Olympias aveva già intuito il mio destino. Ma i nostri rapporti non sono più quelli di una volta e non credo che me lo dirà mai.



Tre stadi.

L’altra notte, attraversando una montagna coperta di neve ed affondando ad ogni passo, mentre mi facevo coraggio pensando ai Trecento che non mi abbandonano mai, mi sono ritrovato a chiedermi qual è stato il momento che mi ha reso davvero un maestro.


Più ci penso e più mi rendo conto che forse non sono state le prime lezioni private appena terminati gli studi, e nemmeno la prima scuola in Epiro, che pure è stata un’ottima palestra.


Il momento in cui sono diventato davvero un maestro è quello in cui si è compiuto il mio destino. Tutti gli insegnanti hanno un luogo del cuore che si portano sempre dietro di sé ad ogni lezione, perché proprio lì, magari tra mura sbreccate, freddo mattutino, buio autunnale ed occhi cisposi che vorrebbero essere ancora chiusi, c’è stata l’epifania. Il momento in cui realizzi che i tuoi giorni da studente sono finiti, che sei dall’altra parte dell’aula e che le persone che hai davanti sono affidate a te. Per molti maestri è stata la prima lezione in assoluto: un ricordo fatto di gola secca, di sensazione di inadeguatezza che scende lungo il petto, di sguardi nervosi che abbracciano ogni studente, e poi di un qualcosa di magico ed imprevisto che da un secondo all’altro determina il successo della mattinata, come se la dea Atena ti avesse dato un buffetto sulle spalle e ti avesse indicato la giusta strada.


Ai tempi della mia prima scuola in Epiro, guardavo con un po’ di superiorità quei colleghi che vivevano le loro prime esperienze di insegnamento con tutte quelle emozioni. Mi sentivo portato per fare il precettore ed ero sereno.


Poi mi era arrivata una lettera da Olympias, ormai sposa e regina da anni in Macedonia. La missiva era breve ma esaustiva: mi si chiedeva di diventare il maestro del principino e dei suoi compagni nobili. Ed io non lo sapevo ancora, ma era proprio quello il momento in cui ero diventato davvero un maestro.


* * *



(Battaglia tra un greco e un persiano)



Quattro stadi.

Il principe Alessandro era un bambino come ne avevo visti già tanti, ed allo stesso tempo non lo era.


Io e lui sedevamo tutte le mattine l’uno di fronte all’altro, circondati da una decina di altri bambini della corte, figli di nobili destinati a diventare suoi generali in futuro.


Guardavo quei piccoli uomini, già caricati dal peso di tante responsabilità, e mi illudevo di dare loro sollievo con le mie storie di miti e di eroi, di leggende e di esempi storici. Volevo prepararli alla vita adulta, che per un nobile macedone non significava altro che un’esistenza tra le guerre, ma allo stesso tempo speravo che restassero il più possibile nel giardino dorato dell’infanzia, prima che la vita adulta li chiamasse a sé con le sue trombe squillanti, come all’inizio di una sanguinosa battaglia.


Un giorno come tanti altri avevo raccolto intorno a me la mia classe ed avevo deciso di raccontare loro proprio l’episodio dei Trecento spartani compiuto dal mio omonimo. Come spesso accadeva, ero stato interrotto con educazione da Alessandro, che non si agitava mai per reclamare l’attenzione, eppure con un solo cenno della mano catturava la vista ed il cuore di tutti.

Didàskale, perché hai parlato di sconfitte?”

Perché le Termopili lo sono state, Alessandro. Più volte i Greci hanno vinto contro i Persiani, ma gli Spartani hanno dovuto soccombere al nemico.”

Didàskale, io ho già sentito questa storia una volta, da mio padre. Ed anche allora l’ho pensato: Leonida ha vinto. Grazie alla sua morte i Greci hanno ritrovato l’orgoglio ed hanno sconfitto il nemico.”


Io ero rimasto lì, dalla mia parte dell’aula, improvvisamente conscio della mia scomoda posizione sul duro sgabello di pietra. Avevo sentito la salivazione azzerata e la sensazione di un sasso che ti scende in gola. Avevo lanciato rapidi sguardi in direzione degli altri componenti della classe, rendendomi conto che tutti osservavano rapiti Alessandro, che era già il re di quel gruppo senza nemmeno saperlo.

In quel minuto di silenzio, prima di riprendere la lezione come se nulla fosse successo, avevo finalmente compreso quei precettori che in passato avevo giudicato come troppo emotivi. Il momento in cui davvero comprendi di essere diventato un maestro è quello in cui ti rendi conto che, se fai bene il tuo lavoro, alla fine della giornata sono i tuoi allievi ad aver insegnato qualcosa a te.


* * *


(Dettaglio de "La battaglia di Isso", mosaico conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli)



Cinque stadi.

Alessandro cresceva proprio come l’avevo immaginato: in bellezza, saggezza, intraprendenza. I suoi amici e compagni di sempre lo seguivano come un sol uomo. Ricordo ancora le filastrocche che mi cantavano, il poco simpatico soprannome di “cornacchia” che mi avevano affibbiato a causa del mio aspetto già maturo, i dispetti che ogni tanto dovevo subire. Faceva parte tutto dell’essere precettore, ed io ero felice e orgoglioso di esserlo, eppure qualcosa mi turbava.


Alessandro aveva due grandi miti: uno era il padre Filippo, il re, instancabile in guerra ed inquieto anche nei momenti di pace; l’altro era Achille. La sua lettura preferita era L’Iliade, che apriva, riapriva e quasi consumava con devozione. Il suo aspetto, biondo e indomito, era pari in tutto e per tutto a quello dell’eroe di Ftia, e non pochi avevano notato il trasporto che lo legava ad uno dei suoi compagni, Efestione, che di sicuro nella sua mente era già il suo Patroclo.


Questo paragone riempiva d’orgoglio tutti, soprattutto re Filippo, ma io sapevo che c’era dell’altro. Non era solo ad Achille che Alessandro pensava quando si coricava e si chiedeva come emulare o addirittura superare il padre.


Nella sua mente c’era anche Leonida, il mio omonimo che si era sacrificato con i suoi pur di convincere il resto del mondo greco a riprendere la guerra contro la Persia.


Ero a conoscenza del fatto che re Filippo stesse cercando di unire di nuovo le città greche, stavolta sotto la sua corona, e queste sue azioni militari lasciavano pochi dubbi su quale fosse il sogno segreto di Alessandro.


Alessandro sarebbe tornato in Persia. Avrebbe sfidato di nuovo il grande Impero d’Oriente. E – questo era il pensiero che tormentava le mie notti – non gli sarebbe importato di pagare la conquista con la vita.



Sei stadi.

È per questo motivo che adesso sono qui.

Gli anni sono passati più velocemente di quanto credessi: altri allievi, altre scuole, una vita per l’insegnamento.

Quanto ad Alessandro, quando ha avuto l’età, in pieno accordo con re Filippo l’ho affidato ad Aristotele: era tempo che completasse la sua formazione con qualcuno più istruito di un semplice precettore come me.


Le voci delle sue imprese mi sono arrivate da lontano: le sue prime battaglie a fianco del padre per unire la Grecia, la sua partenza repentina per l’Asia una volta diventato re, le prime schiaccianti vittorie contro i Persiani.


Avevo bisogno di vederlo prima di morire. Di guardare i suoi occhi azzurri, sereni e determinati allo stesso tempo, e di non vedere guizzare l’ombra nera nell’iride che ha ereditato dalla madre Olympias.


Quando l’ho raggiunto in Fenicia ed ho visto che l’assedio contro Tiro stava fiaccando le resistenze dei suoi uomini, ho deciso di intervenire. Non sono mai stato un uomo di spada e ormai sono un vecchio inoffensivo, ma ho ancora delle frecce al mio arco: quelle dell’eloquenza, del sapere, della mediazione. Mettermi a capo di un’ambasciata è stata la scelta giusta, lo sento.


A nessuno, però, ho confidato che il mio vero obiettivo non è tanto stipulare un accordo vantaggioso per noi con i Fenici. Nemmeno ad Alessandro ho detto la verità: ho semplicemente ribadito che, se lui si crede Achille, e, considerate le sue gesta, senza dubbio lo è, allora io devo fare la parte del vecchio precettore dell’eroe di Ftia, Fenice, ed andare a Tiro prima di lui, per preparare il nemico con le mie suadenti parole prima che arrivi la violenza della sua spada.


Quello che avrei voluto davvero dirgli era: Tienilo bene a mente. Tu sei Achille, e nessun altro. Non sei Leonida. Non devi sacrificarti: senza di te sarebbe tutto perduto. Io sono Leonida, e se questo sarà il mio ultimo giorno sulla Terra è perché è il mio destino.


* * *


(Resti dell'antica città di Tiro)


Sette stadi.

Ecco la distanza che separa l’accampamento di Alessandro dalle porte della città di Tiro. Se mi concentro più di qualche secondo sui resti delle torri d’assalto distrutte, sul legno bruciato, sulle sentinelle che già tendono l’arco minacciose verso di noi, rischio di farmi travolgere dalla paura.


Preferisco pensare che sto facendo quel che ho sempre fatto: tornare a scuola. È un bel settembre, l’aria dolce porta via lentamente l’estate, una stagione che in un tempo perduto era quella dello svago e del riposo ed ora è solo il culmine della guerra.


Mentre camminavo, riflettevo e mi preparavo alla mia lezione, le nubi si sono squarciate ed un nuovo giorno è iniziato. Oggi tornerò a scuola: la mia aula sarà uno di quei palazzi fenici che tanto ho studiato nei miei anni di appassionato di storia; i miei allievi saranno i cittadini di Tiro, ai quali cercherò di spiegare perché è importante ascoltare Alessandro, in classe come in guerra; i miei libri saranno gli accordi da firmare che ho infilato nella mia sacca in mezzo a tutto il mio sapere.

Ed anche oggi, come ogni giorno in cui sono stato il suo insegnante, non voglio deludere Alessandro.

Farò di tutto pur di non ritrovarmi sconsolato a dirgli “Ragazzo mio, non sono riuscito.”

Di tutto, pur di essere ora e sempre il suo maestro.



FINE



Alcune precisazioni storiche:


1) La trilogia di romanzi di Valerio Massimo Manfredi che ho voluto omaggiare è quella di Aléxandros, una meravigliosa biografia romanzata della vita di Alessandro Magno, composta da Il figlio del sogno, Le sabbie di Amon e Il confine del mondo. Ho letto questi romanzi tra il 2008 e il 2009, quando non esisteva nemmeno l’idea del blog. Quest’estate ho riletto i primi due volumi e spero di rileggere al più presto il terzo così da potervi scrivere una recensione più dettagliata. Per altre informazioni sui miei romanzi preferiti dell’autore potete andare a questo link.


2) Leonida d’Epiro è stato il primo precettore di Alessandro, nonché maestro di Efestione e degli altri figli di nobili che poi sono diventati generali del re. Io ho immaginato che fosse cugino della madre, Olympias: in realtà, alcune versioni storiche ipotizzano una parentela, altri lo qualificano semplicemente come un dipendente della famiglia materna. In entrambi i casi, però, la nascita in Epiro sembra certa.


3) Il famoso omonimo di Leonida era il re di Sparta e generale di un esercito di 300 suoi concittadini che trovarono la morte nel 480 a.C. per mano dei Persiani di Serse I, dopo essere stati abbandonati dagli altri Greci e traditi da uno di loro, Efialte. Alessandro Magno nasce nel 356 a.C. in Macedonia e l’educazione filo-greca che riceve lo fa crescere nel culto sia dei poemi omerici (Iliade e Odissea) che nella guerra tra Greci e Persiani.


4) Quando Leonida raggiunge Alessandro in Fenicia, egli è circa a metà della sua impresa di conquista dell’Impero Persiano: ha già combattuto due delle tre battaglie che vengono ricordate come decisive. Tiro, però, è una città che resta fedele all’imperatore. Sembra che il suo assedio si sia svolto tra inverno e primavera: il mio riferimento a “settembre” è una licenza narrativa.


5) La frase “Ragazzo mio, non sono riuscito” è una citazione da Le sabbie di Amon.




Se ci sono altre domande di ogni genere chiedetemi pure!

Credo di essermi sufficientemente persa nel mondo classico, per oggi :-) E decisamente ho scritto abbastanza!

Aspetto, come sempre, i vostri pareri e le vostre impressioni sul racconto.

Grazie per tutti i commenti che avete lasciato durante l’estate alle mie storie di giugno e di luglio!

Vi ricordo che anche le mie compagne d’avventura, questo mese, hanno scritto racconti sul ritorno a scuola, tutti contrassegnati dal banner “Storytelling Chronicles”. Non perdeteveli!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


2 commenti :

  1. Ciao Silvia.
    Ammetto di non aver mai letto quest'autore sebbene sia famoso e conosciutissimo quindi la mia lettura è stata da lettrice "ignorante" di questo mondo costruito da Manfredi. Tuttavia ho letto con grande attenzione il tuo racconto che in realtà sembra una spiegazione di storia molto ben scritta, adoro lasciarmi trasportare nel mondo antico e tu sei riuscita nell'intenta. E' un racconto diverso, secondo me, dagli altri proprio perchè tanto storico e tanto dettagliato quindi per gli appassionati del genere è perfetto.
    Brava come sempre l'originalità che metti in ogni tuo racconto per questa rubrica

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    1. Ciao Susy! Sono super contenta che questo omaggio a Manfredi ti sia piaciuto anche se non sei lettrice. Non sapevo che anche tu fossi appassionata del mondo antico, che bella sorpresa! Eh sì, è un racconto un po' diverso dagli altri, ma in estate ho fatto dei tentativi anche con la fantascienza ed il chick lit, quindi forse sono in vena di esperimenti! Grazie per i complimenti :-)

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