giovedì 24 giugno 2021

LA RESTAURATRICE

 Storytelling Chronicles: giugno 2021




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di giugno con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!


Archiviato il Summer Countdown, ci buttiamo a capofitto nella stagione più calda con un nuovo racconto e, per essere più precisi, con una nuova challenge che Lara, la nostra amministratrice, ci ha proposto.


Noi partecipanti al gruppo di scrittura abbiamo scelto tra tre tematiche: i libri, il lavoro, la mamma. Hanno vinto i nostri amati libri, ma gli altri due elementi ci sono stati comunque richiesti, anche se in una posizione subalterna.


Nel mio caso, quel che n’è uscito è… un vero esperimento! Non ho mai scritto una storia con una simile ambientazione spazio – temporale. Sono tornata nella mia Milano, come già fatto a maggio, ma… ci saranno molte sorprese!


Da un certo punto di vista, tengo molto a questo racconto, che ho intitolato “La restauratrice”, ed avevo un intento ben preciso mentre lo scrivevo. Spero che l’impresa sia riuscita! Buona lettura :-)



LA RESTAURATRICE


Avrò chiuso la macchina?”

Sempre la stessa storia. Anche se so che poi ogni volta che controllo le portiere dell’auto sono sbarrate, non posso fare a meno di tornare indietro e dare un’occhiatina. Mio fratello mi direbbe: “Ma chi te lo ruba, questo catorcio?”, ma la mia macchina ha solo quindici anni e sì, a dispetto delle apparenze, voglio tenermela ancora per molto, molto tempo.


Come volevasi dimostrare, il mio bolide è proprio dove dovrebbe essere, a venti centimetri dal suolo, nella sua capsula isolante che lo protegge dal traffico del centro e dai possibili tamponamenti. Dicono che fino a un secolo fa, quando consumavamo l’asfalto passandoci sopra con degli antiquati mezzi di trasporto, Milano in estate fosse insopportabilmente calda. Non che adesso sia meglio, ma almeno ora sotto l’asfalto c’è il riscaldamento a pavimento ed è caldo nei mesi freddi e fresco in quelli torridi. Una vera manna dal cielo, soprattutto se le tue ferie sono lontane e devi lavorare in centro città ancora per qualche calda settimana prima di poterti riposare.


Il cielo sopra alla Chiesa di Sant’Ambrogio è azzurro e magnifico, ed il complesso, anche se ha più di duemila anni, è in splendida forma dopo l’ultimo restauro. Se ne sono occupati alcuni miei colleghi e so che hanno fatto un ottimo lavoro. Anche io, Dafne, sono una restauratrice, e mi piacciono le opere d’arte di Milano, ma preferisco occuparmi di altro.


* * *


Incamminandomi sulle piastrelle immacolate che dividono il complesso di Sant’Ambrogio dall’Università dove lavoro, ancora una volta penso a quanto sono fortunata a poter svolgere liberamente la mia professione. Quando ero una semplice studentessa, seguendo il corso di Storia Moderna, mi ero davvero stupita nello scoprire che l’Italia avesse dovuto compiere un cammino di secoli prima di stilare un opportuno programma di restauro e di conservazione dei suoi beni. 

Fino a circa cinquecento anni fa, il patrimonio artistico italiano non era sempre tenuto in grande considerazione. Tanti luoghi che avrebbero potuto essere una vera miniera per il turismo venivano trascurati e talvolta finivano per crollare da soli, sfiniti dall’usura del tempo; sembravano non esserci fondi quasi per nulla e persino i libri antichi, il mio vero pallino, marcivano all’interno di biblioteche che necessitavano urgenti lavori di rifacimento. 

Non tutto era perduto: anche allora, nei primi anni del XXI secolo, erano in tanti i “combattenti della cultura”, come piace chiamarli a me, che non si arrendevano e cercavano di preservare i nostri beni, anche a costo di lavorare per pochi euro o di fare volontariato. È stato un cammino lungo e complesso, ma da qualche decennio le cose sono cambiate, e ci sono moltissimi restauratori come me. 

Il pensiero della bellezza del mio mestiere, e delle insicurezze con le quali lo sto vivendo in questo ultimo periodo, mi fa saltare il cuore nel petto. Ultimamente ho una continua inquietudine, come se una mano invisibile mi premesse sullo sterno, e solo la laboriosa quiete della mia quotidianità riesce a permettermi di fare ampi respiri e di concentrarmi sul presente.


L’Università Cattolica è ancor più rassicurante della Chiesa di Sant’Ambrogio, con la sua facciata di Largo Gemelli ancora coperta di marmi bianchi. Nelle serene mattine d’estate come questa, mi regala un tuffo al cuore vedere le prime luci che danzano sulla superficie avorio: ogni volta che entro, mi sembra di fuggire da questo mio amatissimo ma caotico 2521, e di viaggiare nel tempo a ritroso. I grandi alberi al centro dei chiostri, il colonnato, la freschezza naturale nelle aule vecchie di secoli… sono quasi maestose in confronto ai mega proiettori che stampano sui muri i prossimi appuntamenti accademici, ai droni che trasportano in efficiente silenzio borse e pc negli uffici dei professori, alle panchine fluo sospese da terra nei colori delle Facoltà-  il bianco di Lettere e Filosofia è davvero accecante nella luce del mattino - , al milione di dispositivi che gli studenti in sessione estiva hanno sparso sui muri dei chiostri già a quest’ora.


Solitamente mi divido tra tre laboratori, ma oggi sono nel mio preferito: il seminterrato con le antiche rovine romane, storica sede delle lezioni degli umanisti in erba. Ogni volta che mi siedo alla scrivania provo ad immaginare il vetro che divideva gli antichi resti dalla classe – ora è tutto al sicuro in una solida bolla di aria pressurizzata – ed un'aula organizzata in vecchio stile con sedie di usurato tessuto rosso e una solida cattedra in legno massello. La modernità delle nostre attrezzature contrasta moltissimo con l’ambiente.


* * *


Il mio compito è semplice ma importantissimo: salvare i libri cartacei. Da più di un secolo, ormai, tutto è in ebook. I vantaggi sono tanti ed io sono la prima a farne uso: in un solo dispositivo, ormai, possiamo accumulare miliardi di titoli; grazie alla torcia sul retro dei nostri e-reader possiamo proiettare sul muro le immagini animate in allegato ad ogni romanzo ed osservarle come un film, in modo da rendere ancora più emozionante la nostra lettura; possiamo portare i nostri libri preferiti anche in astronave o per i viaggi interplanetari (un libro di carta peserebbe troppo e non si può eccedere nemmeno di un grammo quando si sta preparando la valigia).

Però… c’è un però. La carta, per noi amanti del passato e delle letture classiche, è ancora un mezzo molto valido: riposa la vista, ha un profumo di antico che a noi cultori piace tanto e soprattutto permette di immaginarci personaggi e luoghi proprio nel modo che vogliamo.


Per questo motivo nelle Università, nei centri di restauro e in altri luoghi della Milano della Cultura io e tanti altri lavoriamo ogni giorno per arricchire le nostre biblioteche cartacee. In tutti i Comuni il prestito on-line è una realtà consolidata, ma ci stupisce, ogni giorno, vedere come ancora tante persone arrivino ancora a consultare la carta, anche solo per guardarla, perdersi tra le pagine e tornare a casa con le tasche piene di sogni.



In questo periodo ho iniziato una collaborazione con il Dipartimento di Letteratura Inglese. Mi hanno chiesto di restaurare le edizioni storiche di Lucinda Riley, un’autrice che da decenni è oggetto di studi in Facoltà. Le sue storie hanno avuto un grandissimo successo più di cinquecento anni fa e dopo pochi decenni dalla sua morte sono state incluse nel novero dei classici del rosa.


Indosso i miei occhiali catarifrangenti ed accendo la pennetta laser per ricostruire i caratteri neri del testo. Anche io, come la maggior parte dei miei colleghi, mentre lavoro accuratamente lettera per lettera, talvolta non mi rendo conto di stare operando su un testo complesso, che meriterebbe almeno una scorsa veloce. A volte, però, resto così affascinata dalle parole che ci sono sulla carta stampata che mi perdo nella lettura e rischio quasi di distrarmi.


Quando, qualche settimana fa, mi hanno proposto di iniziare a ricostruire le opere di Lucinda, narratrice famosissima all’inizio del XXI secolo e morta prematuramente per un cancro al seno – malattia che al tempo non era sempre curabile fino alla remissione e faceva molte vittime tra la popolazione femminile – esattamente 500 anni fa, ho cercato più informazioni possibili sulla saga de Le sette sorelle, che tanti colleghi e professori sembrano adorare.


So che si tratta della storia delle sei sorelle D’Aplièse, alla ricerca delle loro origini dopo che il padre adottivo, un magnate svizzero, è morto in circostanze piuttosto misteriose. So anche che è una vera e propria celebrazione della bellezza della Terra: in sette volumi dalle dimensioni considerevoli ci sono pagine dedicate al Brasile ed alla bellezza della Foresta Amazzonica, prima ancora del rimboschimento artificiale di duecento anni fa; alle meraviglie dell’Andalusia ed al flamenco, un ballo antichissimo che non smette di destare stupore nemmeno ai nostri giorni; all’incantevole gelo nivale dei fiordi norvegesi, oggi non più così frequente per via del continuo riscaldamento globale; ai deserti nel cuore dell’Australia, che ora sono molto più popolati di un tempo, ma conservano intatto il loro fascino.


Certo, ai tempi di Lucinda era possibile viaggiare solo sulla Terra… non su altri pianeti. Pianeti sui quali lasciarsi trasportare dalla fantasia, dall’ottimismo, dai progetti per il futuro… eh no, dannazione. Il lavoro dovrebbe distrarmi, non farmi rigirare il coltello nella piaga. Proprio non ce la faccio a pensare a quel weekend sulla Luna che mi era sembrato così speciale. Non riesco a non correre nuovamente con la mente al momento in cui tutto è cambiato nella mia vita.


* * *


Il bianco accecante dei servizi, dopo la penombra della stanza in seminterrato, ferisce i miei occhi. Non posso credere di essere di nuovo accasciata a terra a piangere tutte le mie lacrime… credo che sia la ventesima volta questa settimana. Ormai qualsiasi ricordo che susciti anche solo una vaga emozione in me si è tramutato in una fonte di disperazione profonda.


Perché mi sento così?” mormoro a bassa voce, incapace di trattenere dentro di me l’onda emotiva che mi sta travolgendo. Ci sono momenti in cui mi maledirei per la scelta che ho compiuto, anche se quando l’ho fatta, per quanto sconvolta e stupefatta, ero felice. Nonostante tutto, se mi fermo a riflettere razionalmente, sono ancora convinta della bontà della mia decisione… ma un conto è fare un saggio bilancio di una decisione presa, un conto è affrontarne le conseguenze ogni singolo giorno.



Faccio fatica ad ammetterlo persino a me stessa, ma il lavoro sui romanzi dedicati alle sorelle D’Aplièse, invece che aiutarmi a non pensare ai miei attuali problemi, mi sta scavando dentro. Dovendo restaurare carta e testo di una celeberrima serie di romance, mi aspettavo un trionfo di tutte le forme d’amore, e così è: tra passato lontano e XXI secolo, tra affetto filiale e nuove amicizie, tra relazioni clandestine, colpi di fulmine e famiglie allargate, c’è solo l’imbarazzo della scelta.


Era qualcos’altro che non mi aspettavo di trovare in maniera così massiccia. Per l’ennesima volta quella mattina, mi tocco la pancia. È ancora liscia come l’ho sempre avuta, ma un indurimento nel basso ventre mi ricorda che non sarà così ancora per molto. Sento le lacrime che premono per uscire nuovamente, la paura che mi scende nelle gambe, la realtà circostante che mi gira intorno.


Posare continuamente gli occhi su pagine che raccontano la maternità in tutte le possibili varianti (inaspettata, adottiva, post divorzio, talvolta voluta e talvolta in situazioni di gravissima difficoltà) mi ferisce e mi guarisce allo stesso tempo.


* * *


Sono di nuovo alla mia postazione di lavoro, con in mano un rilegatore automatico per riattaccare le pagine.


Il momento di crisi è passato: le azioni meticolose ma meccaniche del mio lavoro quotidiano contribuiscono a non farmi perdere la calma del tutto. Tra qualche mese, però, dovrò rinunciare persino a quelle… almeno per un po’.



Io e il mio compagno abbiamo desiderato tanto questo figlio. Ne abbiamo parlato per la prima volta qualche mese fa, durante quel romantico weekend sulla Luna che non ho più potuto dimenticare. In quel momento eravamo sereni e ci sentivamo pronti per questo importante passo: non avevamo però considerato che non era sufficiente prendere una decisione con saggezza e ponderazione.


Quando, poche settimane dopo, Sarah, la robot che ci fa da governante, ha misurato i miei parametri vitali come ogni mattina ed ha rilevato una concentrazione di Beta hCG troppo elevata per essere confusa con qualcos’altro, sono stata pazzamente felice solo i primi minuti. Poi qualcosa s’è insinuato dentro di me… qualcosa di molto simile ad un gelido e paralizzante dubbio.



All’improvviso mi sono sentita come se non fossi più all’altezza di un simile compito. Ho sempre pensato che la maternità, persino ora, nel XXVI secolo, sia vista in modo troppo “bianco o nero”: o sei una strega che detesta i bambini, oppure, se non ti dispiace passare anche solo un po’ di tempo con loro, allora la strada è tutta in discesa, non ti dovrai preoccupare di niente perché prima o poi l’istinto materno arriverà, e sarai una madre straordinaria.


Nessuno sembra tenere in conto le molteplici sfumature di grigio che assillano la quotidianità ed i pensieri di una donna quando si parla di diventare madri. Lavorare a scuola, essere zie, fare le babysitter… sono tutte esperienze valide e importanti, ma non significano essere davvero pronte per gestire un piccolo essere umano ed averne la responsabilità 24 ore al giorno.


Questi sono i pensieri che hanno trasformato la mia mente in un campo di battaglia nelle ultime settimane, mentre mi osservo la pancia diventare sempre più dura e un po’ rotonda, quando le nausee mattutine mi fanno arrivare al lavoro debole e distratta, ogni volta che provo ad accostarmi ad uno dei mille manuali di self help per neo mamme che consigliano in questi casi e già alla seconda pagina i miei dubbi si sono moltiplicati.



Ma Lucinda è riuscita a capirmi. Ognuna delle sorelle D’Aplièse, così come le mitiche antenate le cui storie meravigliose sono riportate alla luce, è diventata mamma di qualcuno - con le modalità più svariate - o di qualcosa - perché sì, si può essere madri anche di un progetto o di un’idea. E tutte hanno avuto paura, hanno cambiato idea molteplici volte, sono state sul punto di mollare tutto.



Alzo gli occhi dal romanzo che sto restaurando, La sorella perduta. È l’ultimo romanzo che Lucinda Riley ha pubblicato in vita, un mese esatto prima della sua morte. Non so se in questo volume ci saranno tutte le risposte che le lettrici della saga aspettavano con impazienza cinque secoli fa. So per certo, però, che l’autrice ha tutte le carte in regola per essere considerata tra gli storici maestri della narrativa europea. Probabilmente tra altri cinquecento anni ci sarà una donna impaurita e confusa come me che avrà nuovamente bisogno di lei.



FINE


Racconto scritto in memoria di Lucinda Riley

16 febbraio 1966 – 11 giugno 2021




...eccoci arrivati alla fine!

Questo è il mio primo racconto che appartiene, in qualche modo, al genere “fantascienza”, anche se, come vedete, ho raccontato un futuro non troppo diverso dal nostro e concentrandomi solo su certi aspetti. Mi piaceva l’idea di fare un salto in avanti di qualche secolo e di immaginare un mondo migliore del nostro, un universo nel quale la cultura italiana ed i beni artistici sono stati finalmente valorizzati come meritano, le parti sofferenti del mondo sono state rimesse in sesto, gli altri pianeti del sistema Solare sono visitabili, tutto si è informatizzato ma la carta conserva il suo valore. Sogno? Ottimismo eccessivo? Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza…


Questa storia vuole essere anche un omaggio postumo alla “regina del rosa” Lucinda Riley, che con la sua morte prematura ed inaspettata ha spezzato il cuore di moltissimi lettori, me compresa. Ovviamente il racconto è a metà strada tra il ricordo e la fan-fiction e non ha alcuno scopo di lucro.


Vi ringrazio moltissimo per la lettura e vi invito, come sempre, sia a farmi sapere che cosa ne pensate della storia, sia a leggere gli altri racconti del mese per la rubrica “Storytelling Chronicles”… per scoprire altre declinazioni della triade libri – lavoro – mamma.

Grazie ancora per il vostro sostegno e al prossimo post :-)

6 commenti :

  1. Ciao Silvia, mi piacciono sempre molto i tuoi racconti, ma questo un po' più degli altri! E' una bellissima celebrazione di una scrittrice che amiamo molto e la cui morte improvvisa ci ha davvero sconvolti, e non potevi farlo meglio che sottolineando di come le sue opere immortali vivranno nel tempo e saranno utili a tutti, anche alle generazioni future che, nonostante i progressi della scienza, positivi e non, continueranno ad affrontare i nostri stessi problemi e insicurezze! Complimenti davvero :-)

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    1. Ciao!! Sono contentissima che tu abbia apprezzato il racconto perché so che tu sei fan di Lucinda quanto me. Lei resterà sempre nei nostri cuori ❤

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  2. Ciao Silvia.
    Ho letto un solo libro di Lucinda Riley e mi era piaciuto tantissimo, non questa saga però che mi ha sempre ispirata tanto ed è bellissimo che tu abbia voluto dedicare a lei un racconto.
    Devo dire che tra i tanti tuoi che ho letto questo è quello che mi è piaciuto di più. Oltre a utilizzare i temi scelti per questo mese sei stata brava a creare una storia attuale, futura ma anche che guarda al passato e leggere di questa protagonista così attaccata alla lettura è come vedere una di noi che non vuole smettere di mostrare al mondo la passione per i libri. Molto bello davvero, mi è piaciuto molto

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    1. Ciao Susy! Grazie mille per le tue belle parole. Sono contenta, con questo racconto, di aver rappresentato un po' noi lettori e bookblogger. Anche nel futuro ci saranno dei nostri "compari", ahah 🤗 Spero che riuscirai a leggere altri libri di Lucinda!

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  3. Ciao Silvia! Non ho mai letto i libri di Lucinda, ma questo tuo scritto mi ha incuriosito un sacco, e chissà che - non appena mi passa questo blocco maledetto che mi sta tenendo ferma da oltre un mese - non mi lanci alla sua scoperta. Penso che in questo tuo omaggio alla scrittrice si respiri perfettamente tutto l'amore che provi nei confronti delle sue opere e l'importanza che hanno avuto per te. È un ringraziamento meraviglioso quello che hai scritto per lei, che integra in modo perfetto anche il tema del mese e sviluppa una storia originale e curata, in equilibrio tra passato, presente e futuro, dove emerge senza ombra di dubbio il profondo amore per i libri e anche per la cultura che, come sottolinei benissimo anche tu, è troppo spesso confinato allo sfondo, quando dovrebbe essere protagonista del nostro Paese. Tutto questo per dirti che ne sono rimasta affascinata, e ti faccio i miei complimenti: un'altra bellissima storia con protagonista anche Milano, città che in ogni epoca regala emozioni, proprio come sanno fare le tue storie, ovunque siano ambientate :)

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    1. Ciao Stephi! Grazie mille per il tuo commento pieno di belle parole. È vero, i romanzi di Lucinda sono molto importanti per me, mi hanno insegnato tanto. Un ringraziamento in forma di "narrativa" mi sembrava la cosa più bella e giusta! Grazie ancora e alla prossima!

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