lunedì 12 novembre 2018

RICCARDO III

Davide Lorenzo Palla torna al Carcano con Shakespeare




Cari lettori,
nuovo appuntamento con la rubrica “Consigli teatrali”!

Lo spettacolo di cui vi parlo oggi, Riccardo III, mi ha emozionato davvero tanto, ed è con vero piacere che oggi ve lo racconto.


Esso conclude la trilogia shakespeariana di Davide Lorenzo Palla, un giovane attore specializzato in monologhi e nell’uso caratteristico della voce. Dopo Otello, che sfortunatamente non sono riuscita a vedere, ed Il mercante di Venezia, del quale vi ho parlato l’anno scorso, questa volta egli interpreta uno dei re più malvagi e temuti della storia dell’Inghilterra.


Come negli altri due casi, l’attore è solo sul palco, con l’unica eccezione del musicista che lo accompagna.

Ecco tutto quello che mi ha colpito di questa storia!



La cornice




Com’è giusto che sia quando si parla di Shakespeare, siamo al Globe Theatre, ma, contrariamente a quello che lo spettatore potrebbe pensare, non abbiamo fatto un salto indietro nel tempo.

Ci troviamo, infatti, nel 3300, in un’era post-apocalittica, dopo che il mondo come noi ora lo conosciamo si è distrutto e riformato molteplici volte.

In questo contesto di violenza e spaesamento, la storia che viene raccontata sempre più spesso è quella di Riccardo III, il mostro deforme assetato di sangue.


Questa scelta si rispecchia anche nella scenografia: dietro all’unico attore, infatti, c’è una struttura di ferro fatta da pali, scalette, piccoli palchi. Su uno di questi ultimi si trova la postazione del musicista.

Lo sfondo è un telo bianco che, grazie all’illuminazione colorata, conferisce di volta in volta un’atmosfera differente alla narrazione.



La storia di Riccardo III




Siamo in Inghilterra, nel tardo Medioevo, e la Guerra delle Due Rose, ovvero il conflitto di successione tra le due fazioni nobiliari inglesi degli York e dei Lancaster, pur essendo ancora in corso, vive una momentanea tregua, grazie al trionfo degli York.

Il protagonista di quella che è forse la tragedia storica shakespeariana più famosa è Riccardo, ultimo di quattro fratelli York: il primo è morto insieme al padre nel corso di una battaglia contro i Lancaster, il secondo è diventato Re Edoardo IV, il terzo, Giorgio, trama nell’ombra per spodestarlo.

Riccardo è il più piccolo, il meno popolare e di gran lunga il meno affascinante d’aspetto. Nessuno, nemmeno i suoi familiari, gli ha mai rivolto un gesto gentile, e ben presto la sua sofferenza per essere costantemente rifiutato e messo da parte si è tramutata in un odio cieco nei confronti di chiunque, unita al desiderio di comandare.


Egli trama nell’ombra e, a poco a poco, inizia ad avvicinarsi sempre più alla corona: sposa Lady Anna, la figlia di Lord Neville, un ambizioso nobile denominato da tutti “il creatore di re”; non fa nulla per impedire che Edoardo mandi a morte il fratello traditore Giorgio; attende pazientemente che la malattia abbia la meglio sul re.


Nel momento in cui l’Inghilterra resta senza sovrano, egli approfitta della debolezza della classe nobiliare, fiaccata da anni di conflitto, e sale al trono, non senza compiere efferati delitti.
Egli, infatti, si serve dell’infido Lord Buckingham, fa uccidere nel mezzo di una riunione l’influente Lord Hastings (che gli era avverso) e soprattutto fa rinchiudere nella torre del palazzo reale i suoi nipoti di sesso maschile, che purtroppo non usciranno mai più dalla loro prigione, perché verranno eliminati dalle sue guardie.


Il regno di Riccardo III non è però destinato a durare a lungo, a causa della sua insaziabile sete di potere. Un importante nobile inglese, Lord Richmond, raduna infatti un esercito all’interno del quale c’è anche il futuro re Enrico VII Tudor.

Riccardo sottovaluta l’esercito nemico, si batte con foga, offre il suo regno per un cavallo, ma finisce per andare incontro alla sconfitta ed alla morte.



La narrazione ed il coinvolgimento del pubblico



La formula dello spettacolo è la stessa già sperimentata con successo per Otello e Il mercante di Venezia: Davide Lorenzo Palla è il vero ed unico mattatore della scena.
Egli dà vita a tutti i cinque atti shakespeariani della tragedia, fornendo corpo e voce ad ogni singolo personaggio.


I momenti di forte intensità drammatica, come gli atroci delitti commessi da Riccardo nei confronti dei familiari, si alternano ad intermezzi quasi comici, come il surreale incontro tra Lancaster e York fortemente voluto da re Edoardo.

Particolarmente interessante la scena dell’uccisione di Lord Hastings, che sembra quasi tratta da un film thriller.


Inoltre, un’altra importante caratteristica di questo spettacolo è la scelta tipicamente shakespeariana di coinvolgere il pubblico. Ai tempi del Bardo, infatti, gli spettatori erano tutt’altro che tranquilli sugli spalti: mangiavano, bevevano, insultavano i personaggi in scena o si complimentavano con essi.

Davide Lorenzo Palla immagina che anche i frequentatori del Globe Theatre del 3300 si comportino così, e per questo motivo incoraggia noi spettatori ora ad applaudire Riccardo III, ora a creare brusio all’interno della sala, ora ad incitare il re con cori da stadio.

Personalmente ho trovato davvero divertenti questi momenti dello spettacolo, che costituiscono un perfetto esempio di come il teatro non sia assolutamente una sorta di “lezione frontale”, ma sia invece basato su un legame molto stretto tra attori in scena e spettatori in sala.



Riccardo III come seme dell’odio




La grande rabbia e la sete di sangue di Riccardo III hanno avuto inizio dal fatto che egli sia stato sempre rifiutato da una delle persone che avrebbero dovuto essergli più vicine: Lady York, sua madre.
Ella, infatti, non gli ha mai “perdonato” di essere nato brutto e deforme, non ha occhi che per il suo affascinante fratello Giorgio e non perde occasione per rivolgersi a lui con parole di rabbia.

È proprio il fantasma della madre a perseguitarlo ogni volta che egli uccide qualcuno per la sua sete di potere, fino all’ultima comparizione, nel momento in cui egli comprende che la battaglia che sta combattendo gli sarà letale.


È come se l’avversità della donna, che inizialmente è del tutto ingiustificata, avesse piantato una sorta di seme d’odio nel cuore di Riccardo, che cresce sbeffeggiato dalle donne ed isolato dai fratelli.
Secondo alcune interpretazioni storiche, egli era inizialmente piuttosto succube del fratello Edoardo, che ammirava molto, e la sua avversità nei confronti del re era nata quando quest’ultimo aveva mandato a morte il loro fratello Giorgio (mentre nella tragedia shakespeariana egli si compiace di avere un rivale in meno).


Incerta è anche la morte di Lady Anna, moglie del re. Nel corso della tragedia shakespeariana ella viene uccisa brutalmente insieme ai nipoti di Riccardo.
Un’altra versione storica la vuole morta per cause naturali, ma più probabilmente per avvelenamento, in quanto pare che ella avesse scoperto la relazione tra il re ed una delle sue nipoti.


Al di là delle differenti interpretazioni, però, è evidente che il seme d’odio germogliato nel cuore di Riccardo ha portato dolore e disperazione nel cuore di molte persone, ed è proprio questo il pericolo che corre ognuno di noi ogni giorno.

Finché si ha paura dell’altro, ci si guarda con sospetto, si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di mantenere i propri privilegi individuali, ci sarà sempre un Riccardo III tra di noi, pronto a gridare Il mio regno per un cavallo ed a fare nascere in noi un seme di odio. Il sanguinario sovrano diventa così uno specchio negativo guardando il quale ognuno di noi può correggersi.




Purtroppo lo spettacolo è rimasto al Teatro Carcano di Milano solo quattro giorni, dall’8 all’11 di novembre!
Davide Lorenzo Palla è però sempre in giro con la sua Tournée da bar e non è escluso che possiate incontrare lui e la sua compagnia in altri teatri della città ed in altri luoghi d’Italia.

Le teorie storiche riguardanti Riccardo III sono tratte dagli appassionanti romanzi di Philippa Gregory, scrittrice e nota storica, alla quale sarò sempre grata per avermi fatto scoprire una parte di storia incredibilmente affascinante (a questo link la recensione della saga dedicata alla guerra delle Due Rose).

Conoscete autore e spettacolo?
Avete visto rappresentata qualche altra opera di Shakespeare?
Spero tanto di avervi incuriosito, sia perché la storia raccontata mi appassiona, sia perché lo spettacolo mi ha davvero emozionato.
Fatemi sapere che ne pensate!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

giovedì 8 novembre 2018

TEX WILLER: 70 ANNI DI UN MITO

Una mostra dedicata al cowboy alla Permanente di via Turati




Cari lettori,
per la nostra rubrica “Eventi culturali”, il post odierno ha a che fare con il mondo del fumetto.

Non credo di avervene più parlato dopo quella volta che vi ho recensito la mostra dedicata alle Principesse Disney che era stata allestita al Museo del Fumetto di Milano.


Il protagonista dell’esposizione che c’è in questi mesi alla Permanente di via Turati, sempre a Milano, è invece il “numero 1” della Sergio Bonelli editore: Tex Willer.
Per me il cowboy, prima vendicatore solitario e poi ranger e capo indiano, è una sorta di passione di famiglia: a casa dei miei genitori, infatti, c’è un armadio in cantina che custodisce tutti i numeri, dal primo all’ultimo, più gli albi "speciali".

Capite bene che non potevamo non fare un salto a “salutare” lui, che per noi è come un vecchio amico…



La nascita di Tex ed i disegnatori storici



L’idea del cowboy solitario viene a Gianluigi Bonelli, padre di Sergio.

Nel momento in cui egli crea per la prima volta il personaggio di Tex, quest’ultimo è messo in secondo piano rispetto ad un supereroe mascherato, che però non ha il successo sperato.

È il figlio Sergio, che ha lavorato presso altre aziende prima di raccogliere l’eredità del padre, a dare a Tex la visibilità che merita. Uno dei suoi più fidi collaboratori è Aurelio Galleppini, in arte Galep, ovvero il primo ed indimenticabile disegnatore di Tex.

La mostra illustra sinteticamente 70 anni di storia, tra tavole di storici disegnatori, copertine originali e rifacimenti, gadget che hanno reso Tex un vero fenomeno al di là del fumetto.

L’eroe del West è inizialmente il protagonista di alcune “strisce” a fumetti, che poi diventano dei veri e propri albi della dimensione di un piccolo libro.
Con il tempo, poi, arrivano i “Tex giganti”, le ristampe ed i volumi a colori.



Il mondo del cowboy, tra amici…



Tex è il classico eroe tutto d’un pezzo: abbastanza silenzioso ed introverso, ma anche sicuro di sé e dal cuore buono. I suoi valori, le sue certezze ed il suo coraggio lo spingono ogni volta a schierarsi dalla parte dei più deboli.


All’inizio della serie è una sorta di giustiziere solitario, ma ben presto entra a far parte della squadra dei Rangers, insieme ai suoi “pards”, ovvero i suoi tre inseparabili compagni.

Il primo è Kit Carson, un uomo un po’ più anziano di lui, tanto ironico quanto brontolone. I due non fanno altro che litigare, ma egli è di gran lunga l’amico più importante per Tex.

Il secondo è suo figlio Kit Willer, avuto dalla moglie indiana Lylith, purtroppo morta giovanissima per via del vaiolo. Tanto il padre è determinato e riflessivo, quanto lui è estroverso ed impulsivo.

L’ultimo è Tiger Jack, un indiano che è stato tutore del figlio di Tex e che lo segue come un’ombra. È decisamente il più riservato dei quattro, ma è anche molto affidabile.


Nel corso della serie, il lettore incontra anche altri personaggi che si rivelano essere amici di Tex: un generale delle “giubbe rosse”, un eremita che vive vicino al fiume, un egiziano esperto in “magia bianca”, un pugile irlandese, un anziano capo indiano…



...ed i cattivissimi nemici



Oltre ai criminali ordinari, tra un assalto al treno ed una rapina in banca, Tex deve affrontare il periodico ritorno di alcuni temutissimi nemici.


Il più pericoloso di essi è sicuramente lo stregone Mefisto, esperto di magia nera e particolarmente vendicativo nei confronti del ranger.
Un altro nemico davvero spaventoso è la Tigre Nera, un bandito della Malesia perennemente mascherato, che trova sempre rifugio presso le paludi o altri luoghi inquietanti.

Sempre per quanto riguarda il tema della magia, alle calcagna di Tex ci sono anche un’abile strega indiana ed un losco figuro chiamato “il signore dei cimiteri”.


Ovviamente non mancano, poi, i nemici di carattere molto meno esoterico e ben più battagliero, come i pistoleri irriducibili, gli ufficiali corrotti e gli sceriffi complici dei banditi.



La creazione del fumetto



In una delle sale della mostra viene proiettato un filmato nel quale editori e disegnatori della Bonelli raccontano passo passo la nascita di un albo a fumetti, dalle sceneggiature ai dialoghi, dai disegni ai colori.

Sembra incredibile pensare a quanto lavoro possa effettivamente essere richiesto, persino ora, a 70 anni dalla nascita di Tex, con le tecnologie odierne.

Eppure il pistolero più amato non è poi tanto solitario e continua a richiedere intorno a sé la presenza di una serie di specialisti di ogni genere.

Tuttavia, considerato il successo di questo personaggio, ne vale decisamente la pena.




Oggi vi ho mostrato un “lato di me” che forse non conoscevate. Su questa piattaforma, infatti, spesso mi professo come poco esperta di fumetti, e di solito è così, ma Topolino e Tex sono per me due eccezioni.
Spero che vi abbia fatto piacere un post dedicato a questo argomento forse un po’ nuovo per il blog.

Quanti fan di Tex ci sono tra voi? Chi andrà a vedere la mostra (a Milano fino al 27 gennaio)? Fatemi sapere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

lunedì 5 novembre 2018

IL COMMISSARIO RICCIARDI - PARTE 1

La Napoli del passato di Maurizio De Giovanni




Cari lettori,
oggi, per la nostra rubrica “Letture...per autori”, mantengo una promessa che vi avevo precedentemente fatto sul blog e parlo di nuovo del giallista napoletano Maurizio De Giovanni.

Se ricordate, vi ho già parlato di lui in questo post, concentrandomi sui romanzi della serie dedicata ai cosiddetti “bastardi di Pizzofalcone”, dei poliziotti tutt’altro che ordinari.

Oggi vi recensisco invece dei romanzi ambientati sempre a Napoli, ma negli anni ‘30, e che hanno per protagonista il malinconico ed enigmatico commissario Ricciardi, un giovane uomo che nasconde un doloroso segreto. Egli, infatti, ha il ben poco gradito “dono” di vedere le persone morte in modo violento. Ogni volta che egli passeggia per Napoli, infatti, non può fare a meno di notare quel ragazzo che suonava la fisarmonica all’angolo ed è stato investito da un’auto, quella donna che ha attraversato poco cautamente ed è finita sotto l’autobus, quel suicida che cammina su un ponte.
Quando egli indaga e vede un cadavere, inoltre, riesce inspiegabilmente a sentire l’ultima frase che quella persona ha pronunciato da viva.


Queste sue capacità sono, ad un tempo, la sua risorsa come poliziotto ed il suo tormento come uomo. Molti sono i casi complessi che lo vedono protagonista…
In questo post vi parlo della prima parte di questa serie!



IL SENSO DEL DOLORE
L’inverno del commissario Ricciardi



Così come in alcuni capitoli successivi, questo romanzo, che è il primo in ordine cronologico della serie dedicata al commissario, ci porta a conoscere meglio il mondo dello spettacolo.

Il delitto avvenuto è clamoroso e gravissimo: il grande tenore Arnaldo Vezzi, uno degli artisti preferiti di Mussolini, viene trovato brutalmente assassinato, in mezzo a sangue e pezzi di vetro, nel suo camerino del Teatro San Carlo.

La pressione della stampa e dei poteri forti costringe Ricciardi, Maione ed i loro sottoposti a lavorare rapidamente, in modo da poter risolvere in fretta il caso e ad assicurare un colpevole alla giustizia (e vendetta) fascista.

Il quadro che emerge è molto difficile da decifrare: Arnaldo Vezzi, di fatto separato dalla moglie Livia, viene descritto come un uomo che trattava con freddezza l’ormai ex consorte e si prendeva troppe libertà con le donne. Anche sul piano professionale le notizie non sono confortanti, tra servitori maltrattati e colleghi ingiustamente attaccati.


Ricciardi, inoltre, si trova in difficoltà perché le ultime parole del fantasma di Arnaldo Vezzi sembrano essere dei versi di qualche opera, ma egli non se ne intende affatto. Fortunatamente gli verrà incontro Don Pierino, un simpatico parroco appassionato di canto.


Ho letto con un po’ di ritardo questo romanzo, che di fatto presenta i successivi.
Il mondo di Ricciardi si presenta fin da subito complesso ed affascinante, anche se il lettore non può fare a meno di notare alcuni risvolti piuttosto tristi della vita del commissario.



LA CONDANNA DEL SANGUE
La primavera del commissario Ricciardi



Ricciardi ha appena risolto lo spinoso caso del tenore Arnaldo Vezzi e subito, in un appartamento in cima ad un palazzo buio e malfamato, viene perpetrato un nuovo ed oscuro delitto.

Un’anziana cartomante, apparentemente amata da tutti per il suo “dono esoterico”, viene trovata cadavere proprio nel salotto dove esercitava. La donna è stata evidentemente uccisa a calci e pugni con furia cieca, ma l’unica probabile testimone è Antonietta, una ragazza affetta da una disabilità mentale e, come Ricciardi stesso nota, condannata, proprio come il commissario, a vedere i fantasmi dei morti.
Ben presto i nostri protagonisti scoprono che la clientela della cartomante apparteneva ad ogni classe sociale, e questo faceva sì che lei maneggiasse il denaro in maniera non sempre lecita, tra raggiri a danni dei ricchi e attività di usura nei confronti di chi aveva perso tutto.


Nel frattempo, il brigadiere Maione conosce Filomena, una poverissima vedova di un quartiere degradato, dotata di incredibile bellezza. Ella è stata ferita al viso e si rifiuta di dire il nome dell’autore di un simile sfregio.
Il brigadiere si ripete che le sue visite a Filomena hanno solo una motivazione lavorativa, ma non può fare a meno di provare un’insolita simpatia per la donna, nonostante il suo status di madre di famiglia.


La condanna del sangue, che ho trovato davvero intenso e significativo, è uno dei capitoli che preferisco della serie. 
La primavera, per Maurizio De Giovanni, non corrisponde soltanto al risveglio della natura e ad un clima più mite, ma anche al brusco ritorno di rabbie e passioni che, nel corso della brutta stagione, si erano in qualche modo attutite.
Questo romanzo indaga con tanta lucidità e grande pietas sulle tante forme di miseria umana.



IL POSTO DI OGNUNO
L’estate del commissario Ricciardi



Ferragosto è ormai passato, il caldo è più che mai soffocante e l’evento clou della settimana per i napoletani è la festa di Santa Maria Regina. Proprio nel corso dei festeggiamenti notturni, però, un misterioso “angelo della morte” entra in un lussuoso palazzo di proprietà di alcuni duchi, aggredisce la duchessa, la rende inoffensiva soffocandola con un cuscino e le spara.

La mattina dopo, per Ricciardi e Maione ha inizio un’indagine tutt’altro che facile. La donna, ancora piuttosto giovane e molto bella, era la seconda moglie del duca, ed era detestata cordialmente sia dal marito, ormai molto malato da anni, che dal figliastro, troppo legato al ricordo della sua vera madre.

La donna conduceva una vita notturna molto intensa e chiacchierata, quasi sempre in compagnia di un giornalista dissidente, che sembra essere il principale sospettato, ma forse non è l’unico.


Il commissario non deve affrontare soltanto l’indagine, ma anche il malumore di Maione, che si è auto-imposto una dieta rigidissima per amore della moglie Lucia ed è diventato intrattabile, ed alcune complicazioni di tipo sentimentale.

Da un lato c’è Enrica, la vicina di casa da lui segretamente amata, che è stata costretta dall’assillante madre a frequentare il figlio di un collega del padre, un arrogante damerino che lei detesta cordialmente. Ricciardi, tuttavia, vedendoli insieme, scopre per la prima volta quanto possa far soffrire la gelosia. Dall’altro c’è Livia, l’affascinante vedova Vezzi, che è fuggita da Roma per amore di Napoli e del commissario e non ha problemi nel confessare apertamente il suo interesse. Una situazione sicuramente non facile…


Il posto di ognuno è un romanzo ricco di colpi di scena, nel corso del quale i due moventi universali degli omicidi, la fame e l’amore, sembrano mescolarsi e quasi confondersi.
Una vera impresa per Ricciardi, che vivrà una settimana d’agosto tutt’altro che rilassante.



IL GIORNO DEI MORTI
L’autunno del commissario Ricciardi



Il commissario Ricciardi si trova ad avere a che fare con una circostanza molto spiacevole e dolorosa: un bambino di otto/nove anni, un piccolo “scugnizzo” napoletano, viene trovato morto sulla scala d’ingresso di un palazzo. Insieme a lui c’è un cane randagio, che però sembra essere molto affezionato al piccolo.

Il dottor Modo, medico (non solo) legale ed amico dei due protagonisti, dichiara subito la morte accidentale del bambino, che, soffrendo la fame come tutti i poveri di Napoli, ha probabilmente mangiato delle esche avvelenate, convinto di potersi saziare ed andando invece incontro alla morte.

In effetti Ricciardi non vede, come suo solito, il fantasma del bambino che ripete la sua ultima frase, e questo gli fa supporre che la morte del piccolo sia una disgrazia e non un omicidio. Tuttavia, c’è qualcosa nell’atteggiamento del cane (protettivo e quasi rabbioso) che non lo convince, e per questo motivo egli chiede a Modo degli ulteriori esami.

Il commissariato è in fermento per l’imminente arrivo in città del Duce, ed il vicequestore Garzo, capo di Ricciardi, non vuole che i suoi sottoposti si dedichino ad indagini da lui ritenute “di poca importanza”, come quella relativa alla morte del piccolo. Per questo motivo Ricciardi chiede alcuni giorni di ferie, con la scusa di voler aiutare Livia Vezzi, sua amica ed intima conoscente di Edda Mussolini, con i preparativi di un ricevimento in onore del Duce.

Una volta ottenuti i giorni liberi, però, egli porta avanti una sorta di indagine non autorizzata, animato dal sospetto che il corpo del bambino sia stato spostato e che per questo motivo il suo “fantasma” risieda altrove…


Il giorno dei morti è uno dei capitoli più amari della serie dedicata a Ricciardi. Il lettore resta davvero sconcertato nel rendersi conto di come un bambino povero ed abbandonato possa essere oggetto di tante ingiustizie: i bulletti del paese, un prete affarista, un sacrestano vizioso, intrighi ad opera di famiglie nobili…

Il contrasto con la cecità del vicequestore Garzo e dei suoi leccapiedi, che vorrebbero una Napoli “degna del regime” e quindi “senza criminalità”, risulta particolarmente sarcastico.



PER MANO MIA
Il Natale del Commissario Ricciardi



Mancano pochi giorni a Natale e il portiere di un palazzo signorile è appena tornato in guardiola dopo l’ennesima puntata in osteria. È proprio in quel momento che due zampognari vestiti secondo la tradizione scendono le scale di corsa: essi avrebbero dovuto intonare canti natalizi per i signori Garofalo, ma hanno trovato la moglie sulla porta, con il collo squarciato, ed il marito nel letto, in un bagno di sangue.

Sulla scena del crimine arrivano subito sia il commissario Ricciardi che il brigadiere Maione.
Le piste da seguire si rivelano subito molteplici e complesse, e sembrano avere a che fare con il lavoro del defunto Garofalo. Egli, infatti, apparteneva ad un corpo paramilitare di matrice fascista, e si occupava principalmente della zona portuale ed era stato di recente promosso, a causa dell’inspiegabile licenziamento di un suo superiore, da tutti ritenuto onesto ed affidabile. Inoltre, non si faceva scrupolo a taglieggiare alcune poverissime famiglie di pescatori.


Mentre Ricciardi tenta di far luce sul mistero, il brigadiere Maione, che è una memoria storica di Napoli ed ha moltissimi informatori, viene a conoscenza della reale identità dell’assassino del suo figlio maggiore, Luca, poliziotto come lui e morto tragicamente in servizio. Un dubbio terribile tormenta Maione: andare in cerca di vendetta o lasciarsi alle spalle la dolorosa vicenda?


Nel frattempo, a Napoli è quasi Natale: la via di San Gregorio Armeno si è riempita di presepi, il mercato del pesce mette in vendita i capitoni, la fedele governante di Ricciardi prepara il tradizionale menu.

Il commissario, oltre alle consuete preoccupazioni, ha anche quelle amorose: egli è sempre diviso tra Livia, l’affascinante vedova, ed Enrica, la semplice e simpatica ragazza del palazzo di fronte. Sarà Rosa, la sua domestica, a fornirgli un insperato aiuto…


In questo romanzo, l’atmosfera natalizia e la variopinta bellezza di Napoli si intrecciano con tante storie di dolore e sofferenza, che l’autore racconta in modo davvero magistrale.
Una “favola natalizia” un po’ rovesciata, ma molto avvincente.
Insieme a La condanna del sangue, un altro capitolo tra i miei preferiti.



VIPERA
Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi



La Settimana Santa è appena iniziata e, essendo solo la seconda metà di marzo, temperatura e clima a Napoli sono più che mai mutevoli. Sia la tata del commissario Ricciardi che la famiglia del brigadiere Maione si stanno organizzando per festeggiare la Pasqua.
Un terribile delitto, però, costringe i nostri protagonisti a mettere in un angolo pranzi e cerimonie. La scena del crimine è il Paradiso, un noto bordello riservato a uomini di alto rango, e la vittima è Vipera, la prostituta più bella e nota della città, chiamata così per il bracciale a forma di serpente che indossa.

I due principali sospettati sembrano essere i due clienti fissi della donna: il primo, un commerciante di frutta e verdura suo amico d’infanzia, afferma di averla lasciata viva; il secondo, un negoziante di arredi sacri, sostiene di essere entrato pochi minuti dopo e di averla trovata soffocata sotto un cuscino. Un vero rompicapo…


Il caso coinvolge anche il dottor Modo, abituale frequentatore di bordelli ed amico di molte prostitute. Egli non esita a difendere alcune di queste donne da una squadriglia fascista, anche se sa che questa sua azione avrà delle conseguenze.
Il commissario ed il brigadiere si ritrovano dunque a doversi occupare non solo del caso, ma anche dell’amico…


Dopo le atmosfere invernali dei primi due libri che ho recensito, questo romanzo consente al lettore di respirare un po’ di profumo di primavera. Interessanti, come sempre, le parentesi sulle tradizioni campane di una volta e sulle pietanze più indicate per ogni festa. La leggenda che narra le origini della pastiera è una vera chicca!




Conoscete questi romanzi? Che cosa ne pensate?
Vi piace Maurizio De Giovanni come autore?
Personalmente sono stata catturata dai personaggi, dalle trame e dalle atmosfere di questi libri. Ho già preparato un post con la seconda parte della serie e presto sarà online!
Nel frattempo, aspetto un vostro parere…
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

venerdì 2 novembre 2018

VISITA ALLA VILLA NECCHI - CAMPIGLIO

Un luogo incantevole nel cuore di Milano




Cari lettori,
dopo un po’ di tempo, oggi dedico un nuovo post alla rubrica “Eventi culturali” e vi racconto la mia recentissima visita ad una delle ville più belle di Milano, la Necchi-Campiglio. Essa è da circa dieci anni un luogo protetto dal FAI (Fondo per l’Ambiente italiano) ed è possibile prendere parte a una delle tante visite guidate che i volontari propongono durante l’arco della giornata.


Sono rimasta molto colpita dalla storia di questa famiglia e dalla bellezza degli arredi e delle opere d’arte di questa magnifica villa, e per questo motivo ho deciso di parlarvene!



La storia della famiglia e della Villa Necchi – Campiglio



La villa si trova vicino al centro di Milano, a poca distanza dai giardini pubblici di Palestro e dalla villa di Via Invernizzi con il giardino che ospita i fenicotteri rosa (i milanesi sapranno di che cosa parlo...per i non milanesi: non è uno scherzo!).


Si tratta di una grande villa con un giardino, con una piscina che è stata da poco ristrutturata e con un ex campo da tennis al posto del quale è stata costruita una struttura in acciaio e cristallo perfettamente affittabile per convegni, eventi e feste private.

Essa è appartenuta alle due sorelle Necchi, Nedda e Gigina, ed al marito della seconda, il dott. Angelo Campiglio, medico che non ha mai esercitato perché è entrato nell’azienda della moglie. Le due donne e loro fratello, infatti, erano titolari delle storiche fonderie Necchi e delle aziende che hanno prodotto le famose macchine da cucire di cui moltissimi italiani hanno fatto uso nel XX secolo.




La villa è stata progettata e costruita negli anni ‘30, ma i tre, all’inizio, hanno potuto viverci solo per un breve periodo. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, infatti, essi si sono rifugiati vicino a Varese, mentre la villa è diventata l’abitazione prima di gerarchi fascisti, poi di alcuni alleati inglesi ed americani ed infine dell’ambasciatore olandese.


Dopo il ‘45 i tre sono tornati e vi sono rimasti per moltissimi anni, in compagnia della loro numerosa servitù e dei loro amici altolocati. Angelo e Gigina non hanno avuto figli e Nedda non si è mai sposata, restando sempre vicina alla sorella ed al cognato.

La loro vita è stata lunga: Angelo e Nedda sono morti a 94 anni, Gigina a 100, nel 2001.

Le due sorelle, da anziane, erano diventate amiche della fondatrice del FAI e già alla fine degli anni ‘90 avevano espresso la loro intenzione di lasciare la villa all’Associazione. Dopo il 2001 la villa ha subito un lungo processo di restaurazione e sistemazione, e dal 2008 è visitabile per tutti.



Due architetti, due modi di vivere la villa



Le stanze della villa sono suddivise su tre piani, ben collegate sia dalle scale che da un ascensore molto essenziale, coperto da una porta in legno.
A piano terra ci sono sala da pranzo, biblioteca, angolo caminetto, svariati salotti, una bella veranda ed uno spazio per la servitù. Al primo piano ci sono le camere da letto, i guardaroba, gli spazi per gli ospiti e le stanze della governante. Al secondo, infine, c’erano gli alloggi della servitù.


Inizialmente la villa è stata progettata ed arredata da Piero Portaluppi, un architetto al quale piacevano molto la modernità e l’essenzialità degli arredi del ‘900.
Grazie a lui la casa è dotata di porte a scomparsa, tappezzerie chic, coperture per i caloriferi in metallo ed altri elementi innovativi.




In seguito, parte dell’abitazione è stata rimaneggiata da Tomaso Buzzi, architetto ed arredatore dal gusto più tradizionale, che ha donato alla casa un’impronta piuttosto barocca, tra salotti settecenteschi, imponenti costruzioni in marmo e lampadari sorretti da statue.

Il risultato della coesistenza di questi due diverse tipologie di arredamento rischiava di essere un pasticcio senza pari, ma l’insieme è, al contrario, molto armonioso.



Le opere d’arte



La villa è impreziosita da due collezioni d’arte e da uno spazio per mostre temporanee.


Nel momento in cui il FAI ha iniziato a ristrutturare questa villa, infatti, chi vi lavorava si è reso conto che le opere d’arte erano state cedute ad amici di famiglia e ad altre fondazioni, e che le pareti risultavano così piuttosto spoglie.

La collezionista Claudia Gian Ferrari ha così deciso di donare al FAI 45 opere tra dipinti e sculture. Tra di esse ci sono moltissimi nomi di rilievo: Carrà, Sironi, De Chirico, De Pisis, Morandi…
La loro presenza ha trasformato la villa in una sorta di originale museo.


Uno dei due spazi per gli ospiti del primo piano ospita invece la collezione che apparteneva ad un giovane broker italiano, morto a soli quarant’anni dopo una breve vita dedicata al lavoro ed alla passione per l’arte. Da pochissimi anni la vedova ha deciso di donare al FAI la collezione di disegni su carta che egli aveva acquistato.
Si tratta, in buona parte, di disegni di Modigliani, Matisse e Picasso, anche se questi ultimi sono in realtà delle copie.


Il secondo piano, infine, è stato completamente trasformato ed attrezzato per l’allestimento di mostre temporanee. Quella che c’è adesso si intitola “Case milanesi” ed illustra la storia di alcuni palazzi di Milano ritenuti innovativi dal punto di vista architettonico, che sono stati costruiti tra il 1923 ed il 1973.



La moda del tempo


Un ultimo aspetto che, a mio parere, può colpire il visitatore è il fatto che alcuni degli armadi del guardaroba siano stati lasciati appositamente aperti.
Si possono così vedere valigie di Gucci vecchie di quasi un secolo, cappellini in stile anni ‘20, pellicce con collo di visone ai quali la moda animalier di quest’anno sembra ispirarsi, borsette in pelle, maglioncini in colori pastello e molto altro ancora.
Con l’aggiunta di questo dettaglio, il viaggio in un’altra epoca giunge a compimento.




Sono stata veramente felice di poter visitare questa villa.
Spero di aver dato un buon consiglio soprattutto a quanti tra voi abitano più o meno nella mia zona, ed anche ai non lombardi, anche se so che una grande città come Milano offre fin troppe attrattive se si hanno solo pochi giorni a disposizione.

Voi l’avete vista? Avete qualche altro sito FAI da segnalarmi?
Aspetto un vostro parere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)