Cari
lettori,
bentornati
all’appuntamento di dicembre con la rubrica di scrittura creativa
“Storytelling Chronicles”!
Dopo
un booktag, qualche consiglio di lettura per un Natale “alternativo”
ed una mostra da visitare durante le feste, nel nostro “Christmas
Countdown” non poteva mancare un racconto con ambientazione tipica
dicembrina!
La
nostra amministratrice Lara ci ha lasciato piuttosto liberi questo
mese, chiedendoci semplicemente di scrivere una storia
autoconclusiva. So che per altre componenti del gruppo affezionate ai
loro personaggi seriali questa è una sfida piuttosto complessa…
per me invece, devo ammettere, non lo è, perché se avete seguito
questa rubrica in questi ormai quasi due anni avrete notato che ho
praticamente sempre scritto storie “one-shot”, con l’eccezione
del romance di Betty ed Enrico che per ora è in due puntate (qui trovate quella di luglio e qui quella di ottobre) e forse di “Una
lettrice ante litteram”, un racconto che trovate a questo link ed
al quale mi piacerebbe dare un seguito.
È
il 20 dicembre, così… racconto autoconclusivo di Natale!
Come
forse ricordate, l’anno scorso mi sono fatta ispirare dalla storia
del XX secolo e da quella di parte della mia famiglia, con “Il
cappotto rosso” (che trovate in questo post). Quest’anno, come già
fatto in altre occasioni, torno ad omaggiare il mondo de libri… vi
lascio scoprire come!
LA
LIBRERIA DI MATTEO
La
vecchia pendola sul muro stava battendo le nove. Fuori era calato il
buio da molte ore, e la luce aveva scarseggiato in tutta la giornata.
Il tempo non era dei migliori: una sorta di “vorrei ma non posso”.
Avevano promesso una straordinaria nevicata per la domenica prima
di Natale, come aveva recitato con tono entusiastico
l’annunciatrice del meteo la sera prima, ma tutto quello che Matteo
vedeva era una pioggia fitta, sottile e fastidiosa, alla quale ogni
tanto si mescolava un timido fiocco di neve che sicuramente si
sarebbe sciolto a terra.
Ecco,
lui in quel periodo si sentiva proprio come il tempo: “vorrei ma
non posso”.
Gli
sarebbe piaciuto non dover trascorrere la domenica sera nello
studiolo in fondo alla sua libreria, cercando di far quadrare i
conti, sorridendo e dicendo tra sé nel tentativo di confortarsi
“dai, dai” ogni volta che le entrate sembravano raggiungere una
cifra decente, e sentendo il cuore saltare nel petto ogni volta che
doveva aprire il registro delle sue spese.
Avrebbe
tanto voluto, dopo una giornata trascorsa a vendere e ad
impacchettare, tornare da sua moglie Evelina, che di sicuro le aveva
tenuto da parte una porzione di arrosto domenicale e glielo avrebbe
scaldato in un attimo nel microonde, e dalla sua piccola Alice, che,
mentre lui cenava, le avrebbe raccontato la cronaca di una domenica
tra mamma e figlia, tra un giro sulla pista di pattinaggio ed un
pomeriggio trascorso ad impastare biscotti che “non venivano bene,
papà, gli Zenzy si decapitavano sempre, però sono buoni, vero
mamma?”
Invece
aveva appena dovuto avvisare Evelina che si sarebbe fermato ancora un
po’ a sistemare la libreria. Non c’erano solo i conti da
controllare: c’erano anche le mensole da risistemare, perché
domani, così come tutti i giorni di quella settimana fino alla sera
del 24, avrebbe aperto nuovamente il negozio. Non c’era altra
scelta sotto Natale, anzi, gli toccava pure dire grazie.
La
scorsa stagione natalizia era stata un disastro sia per lui che per
tanti suoi colleghi commercianti. L’emergenza sanitaria che aveva
colpito tutto il mondo negli ultimi due anni aveva comportato delle
chiusure invernali ed un Natale in tono minore che avevano messo a
dura prova alcuni librai come lui e purtroppo avevano decretato il
fallimento di altri.
Lui
aveva resistito a stento, galleggiando un po’ con gli ordini
online, un po’ perché in “zona rossa” tante persone avevano
riscoperto il piacere della lettura, un po’ ancora perché il
lavoro da impiegata di Evelina era stato per tanti mesi in modalità
smart working ma aveva continuato ad essere un’entrata sicura.
A
partire dall’estate la situazione era progressivamente migliorata e
si era stabilizzata in autunno, facendo intravedere un briciolo di
speranza ed ottimismo anche ai più arrabbiati e delusi.
Quest’anno
le vendite natalizie stavano andando bene, ma a Matteo sembrava che
il debito che si era creato l’anno scorso fosse destinato a non
esaurirsi mai. Si sentiva stanco, demotivato e costantemente in
allerta, come se il senso di sollievo che tanti suoi colleghi stavano
provando fosse solo un’illusione. Come se i momenti di gioia che
stava ricominciando ad assaporare fossero solo una concessione a
tempo determinato che presto gli sarebbe stata sottratta nuovamente e
senza preavviso.
*
* *
Come
se tutto questo non fosse stato sufficiente, la sua libreria era al
piano terra di una palazzina del centro storico e gli inquilini al
piano di sopra, che evidentemente, a differenza sua, si stavano
godendo la domenica sera in famiglia, avevano acceso la radio a tutto
volume, interrompendo costantemente i suoi calcoli con cori piuttosto
sguaiati in un inglese improvvisato, e forse aiutato da qualche
bicchierino di Vov natalizio.
‘tis
the Season to be jolly, shalalalala…
“Sì,
come no!” proruppe Matteo a mezza voce, continuando a digitare
rabbiosamente sui tasti del suo PC. “Con la pandemia ancora in
corso, gli affari che si sono appena appena risollevati, la mia
famiglia che neanche mi vede… una stagione per essere felici, sì!
Che cavolata!”
“Interessante
scelta di vocaboli. Io una volta dicevo scempiaggini.”
A
Matteo si gelò il sangue nelle vene. Rimase per venti secondi buoni
con le dita sospese sopra la tastiera del PC, ad osservare lo
schermo, senza vederlo. Oltre ad Evelina, l’unica persona che aveva
le chiavi della sua libreria era Marta, la sua ex dipendente che da
ormai sei mesi lavorava per una ben più sicura catena di grande
distribuzione libraria. E quella era un’inconfondibile voce da
uomo.
Una
voce roca, graffiata, quasi brutta, ma con un tono gioviale che
illuminava la breve frase che aveva detto.
Matteo,
da buon libraio, sapeva chi avrebbe trovato di fronte a sé se avesse
avuto il coraggio di alzare gli occhi, anche se non ci poteva
credere. Un millimetro dopo l’altro, mise infine faticosamente a
fuoco la figura.
Un
signore anziano, segaligno, con il naso adunco, il mento sfuggente,
le braccia magre e nervose. Era avvolto in un cappotto nero dalla
foggia che sarebbe piaciuta al suo bisnonno, portava in testa un
cilindro che non si vedeva da almeno un secolo se non alle feste in
maschera, ed un nodoso bastone in legno completava il look.
Gli
occhi erano infossati e le palpebre rugose, ma le pupille
restituivano a Matteo uno sguardo vivace. L’anziano signore
sorrideva, con la bocca e con il cuore. Ma non doveva essere lì. Non
poteva. Semplicemente non era possibile.
Matteo,
ancora sconvolto dall’inspiegabile irruzione del (non tanto)
misterioso visitatore, non trovò di meglio da fare che ripetere
lentamente: “Scempiaggini...”
“Già,
scempiaggini” ripeté con enfasi l’anziano signore.
“Chiamavo tutto così. E me ne stavo come te, in mezzo ai libri
mastri. A proposito, che diavoleria è questo libro argentato che
resta aperto da solo? È utile? Devo farne comprare uno a Bob
Cratchit.”
Al
sentire le ultime due parole, Matteo sentì tutti i capelli in testa
che si rizzavano. Ma allora era vero. L’anziano signore fece il
sorrisino di chi ha capito tutto, ma non si scompose.
“Beh,
che c’è? Vuoi forse dirmi Pietà, orrenda apparizione! Perché
mi tormenti? Non mi offendo mica. Al tempo, l’avevo detto
anch’io.”
Matteo
richiuse la bocca, sdegnato. Tutto, ma quello no. “Non mi
permetterei mai” rispose con un sussulto di orgoglio.
L’anziano
signore lo osservò, quasi annuendo. Poi, con un movimento fluido,
appoggiò l’antiquata mantella ed il cilindro sull’appendiabiti
poco distante e si sedette su una delle due poltroncine di fronte
alla scrivania di Matteo. Il suo abito di foggia ottocentesca era di
un rosso bordeaux che faceva quasi male agli occhi.
“Mi
piacerebbe tanto sapere perché hai deciso di imitarmi” esordì con
uno sguardo obliquo. “Credimi, non è che sia proprio una buona
idea.”
Però,
se Charles Dickens si fosse preso la briga di dire ai suoi lettori
“Guardate, Ebenezer Scrooge dopo la trasformazione diventa un
ironico rompiscatole”, forse avrebbe fatto un favore a tutti.
“Oh,
signor Scrooge, mi faccia il piacere” rispose Matteo, punto sul
vivo.
“Puoi
chiamarmi Ebenezer, se vuoi. Fanno tutti così ormai” replicò lui.
“Oh
beh, Ebenezer, quello che è. La sostanza è la stessa. Non vorrai
venire proprio tu a farmi prediche sulla meraviglia dello
spirito natalizio.”
“E
invece sì, caro Matteo. Proprio io. D’altra parte, chi altri
potrebbe farlo meglio di me?”
“Ebenezer,
scusami tanto, ma non ti credo. Tu hai recuperato il tuo spirito
natalizio in un anno normale. Non c’erano le mascherine, le
restrizioni, le zone rosse… e gli affari andavano bene! Tu hai
scelto di rallentare, ma avevi già tutto, anzi di più! Io
invece...”
“Aah,
questa è quella che chiamo una ricostruzione parziale degli eventi.
Conosci il mio romanzo a memoria e non ti rendi conto del mondo in
cui vivo? Non abbiamo no le mascherine, ma ci farebbero comodo. Non
abbiamo nemmeno quelli che chiamate antibiliotici. Di che cosa
credi che stesse per morire Tiny Tim, di zoppia? Quello che state
vivendo voi, per noi sarebbe un Natale sano.”
“Ma…
tu hai imparato dallo Spirito del Natale presente ad apprezzare la
gioia delle feste perché vedevi tante persone riunirsi insieme ed
essere felici. E noi che siamo stati obbligati ad isolarci, a
videochiamarci, ad incontrarci per poche ore con i nostri cari
con la paura di contagiarci?”
“Non
proprio, caro Matteo. Io ho seguito lo spirito del Natale presente
nelle peggiori situazioni possibili. Bob Cratchit e la sua famiglia
avevano paura in ogni momento di contagiare in qualche modo il
piccolo Tiny Tim che era, come direste voi oggi, immunodepresso,
ma cosa potevano fare per stargli vicino se non cercare di essere
allegri e di fargli godere il suo...forse ultimo Natale?
E
poi tutti gli altri. I minatori che cantavano la vecchia canzone
festiva avevano lavorato tutto l’anno per pochi spiccioli, proprio
come pensi di aver fatto tu.
I
due guardiani del faro con il bicchierotto di grog erano molto più
isolati di tutti voi che vi videochiamate. I marinai sulla
nave erano in piena tempesta, eppure ognuno di loro aveva nel cuore
il vecchio Babbo Natale.
L’unico
luogo davvero splendido e pieno di atmosfera che ho visitato era la
casa di mio nipote Fred e pensa un po’… io non ci volevo
entrare.”
Ci
sapeva fare con le parole, l’ex vecchio tirchio. Matteo non
riusciva a trovare una contro argomentazione valida.
“Ma
gli affari...” rispose debolmente, convinto che questo sarebbe
stato il punto debole del suo interlocutore.
“Eeh,
qui mi volevi, vero? Non starò a ripeterti che l’umanità avrebbe
dovuto essere il mio affare, come mi aveva detto il buon Jacob
Marley. Vorrei solo dirti: non hai passato la serata a consolarti
perché questa stagione sta andando bene nonostante tutto?”
“Sì,
ma...”
“No,
caro Matteo, nessun ma. Se passi il tempo a ripeterti oggi è
andata bene, ma domani andrà male, non vedrai mai che giorno
dopo giorno le cose stanno procedendo davvero come vorresti…
continuerai ad inseguire quello che non hai.”
Matteo
si arrese. Non era possibile far cadere in contraddizione il vecchio
Ebenezer. Aveva sempre considerato Dickens un maestro con i giochi di
parole, ma solo in quel momento se ne rendeva davvero conto.
“Sai
che cosa c’è, Ebenezer? Anche se le cose si risistemassero dal
punto di vista economico, io continuerei a sentirmi un po’ spento
dal punto di vista creativo. I libri e la scrittura sono la mia vita,
ma dopo quasi due anni ad occuparmene senza svaghi sono del tutto
privo di energie.”
“Oh
Cristoforo Colombo! E io a che cosa servo, allora?”
*
* *
La
frase non era stata pronunciata dal vecchio Ebenezer. Nello studio,
con un certo fracasso e sbattendo la porta, era appena entrata una
giovane donna con lunghi e lisci capelli neri, con un lungo vestito
color mattone bruciato ed una stola in lana rossa.
A
differenza di Scrooge, che aveva caracollato fino alla poltroncina,
la nuova arrivata si era stretta nella grossa sciarpa, come a
riprendersi dal freddo pungente dell’esterno, e si era diretta a
passi decisi verso la poltroncina libera.
Prima
di sedersi, però, quasi avesse cambiato idea, si era raddrizzata
come un fuso ed aveva teso la mano verso Matteo, dicendo in tono
gioviale “Jo March, tanto piacere!”
Matteo
era rimasto di sale. Forse la bottiglia di Vov l’aveva bevuta lui,
dopotutto.
La
ragazza alzò le sopracciglia, colta da un’improvvisa rivelazione,
e ritirò la mano. “Ah già, mi dimentico sempre che adesso voi non
potete darvi la mano tra sconosciuti. Incivile ma necessario.
Pazienza. Avete mica del the caldo? Oh no, scusate, forse non dovrei
chiederlo. Mami dice sempre che devo aspettare che gli ospiti me lo
offrano.”
Matteo
non aveva più dubbi: quella di fronte a lui era la vera Jo March.
Cominciava a dubitare che le apparizioni fossero frutto della sua
immaginazione. Erano troppo reali, proprio come i suoi autori
preferiti le avevano descritte. Tanto per fare qualcosa, si alzò ed
accese il bollitore.
Mentre
armeggiava tra i cassetti, cercando un the classico che sicuramente
alla sua ospite sarebbe piaciuta, quest’ultima riprese a
chiacchierare, come se i suoi interlocutori non fossero un libraio
stupefatto ed un anziano signore che la osservava un po’
insofferente.
“Dunque,
Matteo, dicevi che ti senti privo di ispirazione? Beh, ma certo che
lo sei. Se non lo so io. Quando papà era in guerra e noi eravamo a
casa ad aspettarlo, io pensavo che Natale non fosse Natale senza
regali. E così ho scritto per tutti. Oh, non che avessi una grande
creatività a sostenermi. Ho puntato a quel repertorio che piace
tanto a tutti: colpi di scena, fantasmi e vampiri, brutali omicidi…
le storie che sulle riviste a puntate sono una garanzia di successo.
Come ho detto al mio amico professore l’altro giorno, non pensavo
che quei racconti fossero davvero buoni. Ma con uno di loro Beth ha
avuto nuova musica per il suo pianoforte, con un altro Meg e Mami
delle comode pantofole per l’inverno e un altro Amy… beh,
qualunque cosa abbia voluto scegliere Amy va bene, tanto ha comprato
di sicuro una sciocchezza, ma almeno ho visto spuntare un sorriso
sotto quel nasino snob.”
Durante
il suo monologo, Jo aveva a stento preso fiato, ed il bollitore si
era spento. Matteo prese tre tazze, appoggiò i filtri, versò
l’acqua calda e la porse ai suoi ospiti. Jo era loquace come
sempre, ma c’era un dubbio che tormentava i suoi pensieri da ormai
troppo tempo.
“Davvero
pensi che fare di necessità virtù sia la scelta giusta? Inserire
tormentoni editoriali nella mia piccola libreria di nicchia, fare
sconti e promozioni come al supermercato, pensare più a come vendere
libri che all’effettiva qualità delle letture. A volte mi sento
come se tutto quello in cui ho creduto per anni non valesse più
niente.”
“Anche
io, Matteo, non sai quante volte! Ho sempre difeso il mio amore per
la scrittura da tutti: dalla famiglia che mi sosteneva, ma non sempre
comprendeva fino a che punto fosse importante per me; dagli editori e
dagli scrittori uomini che ridevano di sottecchi; dagli amici come
Laurie, che mi voleva bene ma non riusciva ad accettare quella parte
di me. E poi, un bel giorno – insomma, si capisce, non troppo bello
– mi sono resa conto di stare facendo un lavoro più che decente,
spendibile come direbbero quei vostri antipatici guru
dell’economia… ma che non corrispondeva alla vera me.
Voglio
ascoltare i consigli del professore. È un tipo strano e fin troppo
schietto, ma si vede che mette il cuore in quello che fa. Non c’è
niente di male nello sfruttare le proprie doti per obiettivi più
prosaici, ogni tanto. Quel che conta è trovare sempre nuovi modi per
essere davvero se stessi e per scrivere ciò che viene dal cuore.”
L’ultima
frase cadde in un silenzio denso, interrotto solo dal sorseggiare
pigro del the dei tre amici improvvisati. Il fumo saliva a lente
volute dalle tazze. Matteo aveva smesso di pensare di essere
impazzito e stava iniziando a godersi la surreale serata.
All’improvviso
si sentì un secco rumore di libri caduti a terra, seguito da un urlo
femminile e da un fracasso di buste di cartone.
Matteo
sospirò sconsolato. Ok, Ebenezer Scrooge e Jo March potevano stare
bene nel quadro, ma doveva aggiungersi proprio lei?
*
* *
Il
rapido ticchettare delle scarpe era inconfondibile. L’ingresso
della nuova visitatrice confermò a Matteo i suoi sospetti: di fronte
a lei, in miniabito rosso di paillettes, pellicciotto candido,
decolleté con il tacco alto e cascata di capelli fiammanti, c’era
Becky Bloomwood. Gli ultimi dubbi erano spazzati via dalla
incredibile quantità di borse da shopping che teneva tra le mani,
tutte decorate con simboli come Babbo Natale, renne e candy canes.
Dopo aver esordito con un “Buonasera!” a voce alta, Becky lasciò
con noncuranza le borse accanto all’appendiabiti e, con somma
costernazione di Matteo, si appollaiò su un tavolino usandolo a mo’
di sedia.
“Buonasera!
Ooh, un the caldo! Ci sono anche dei biscotti? Caspita, sono
affamata. Mi sto portando tramezzini e thermos di caffè in pausa
pranzo per non passare tutto il tempo in centro, ma finisco il pasto
in cinque minuti. Dio, forse non dovrei farlo. Finisco per passare il
resto della pausa su Internet a fare shopping online. Così oggi ho
pensato di muovermi un po’ di più e ho trovato degli sconti
straordinari. Non è meravigliosa questa ripresa? Cioè, no. Lo so
che negli ultimi due anni abbiamo vissuto una cosa brutta. Non dovrei
gioire. Però è il primo anno che trovo dei saldi a dicembre!
Non so se mi spiego. Non è più il Black Friday, non sono ancora le
svendite di fine stagione di gennaio, è solo...”
Matteo,
Ebenezer e Jo fissavano perplessi Becky, fissando il suo comizio al
di sopra delle tazze di the. La ragazza sembrò accorgersene; tacque,
scese dal tavolino e si diresse ticchettando verso la giara con i
biscotti che Matteo teneva accanto al bollitore.
“Wow,
deliziosi, Matt! Sono i Christmas Shortbread di Max and Spencer?”
Matteo
avrebbe voluto risponderle che poteva anche scordarsi di chiamarlo
Matt, ma iniziava ad essere troppo divertito per essere arrabbiato o
anche solo stupefatto. Era l’effetto Becky Bloomwood.
“No,
sono dei comunissimi Pan di Stelle italiani” rispose. “Quelli
natalizi a forma di stella, di renna e di omino Zenzy. I preferiti di
mia figlia Alice.”
“Ah
sì, tua figlia, che bimba meravigliosa! La vedo ogni tanto, quando
entra qui. Penso che abbia tutti i numeri per diventare una vera
esperta di shopping e di eleganza, un domani. Proprio come me.”
Anche
meno. Se diventa come te, usciamo di casa noi, pensò
Matteo. Il nominare la
figlia, però, aveva portato con sé un altro pensiero triste, quindi
si limitò a stringersi nelle spalle. “Se solo la potessi vedere di
più...” commentò malinconicamente.
“Ma
Matt, stai lavorando!” replicò Becky facendo ampi gesti delle mani
e rischiando quasi di schiaffeggiare il povero Scrooge, che era in
traiettoria. “Una libreria deve pur restare aperta a Natale! È un
momento di grandi affari per te! Se posso dirla tutta, il tuo negozio
è magnifico, ma manca un piccolo tocco femminile, o meglio,
infantile. Splendide le ghirlande di abete e ghiande; fantastici i
nastri rossi; per non parlare dell’abete in festa in fondo al
corridoio! La sezione bambini e ragazzi, però… manca qualcosa di
creativo. Perché non chiedi a tua figlia di venire qui ad abbellire
un po’? Che ne so, potrebbe disegnare un Babbo Natale, dipingere
una renna o...”
Becky
era di nuovo un fiume in piena, ma non aveva di certo tutti i torti.
Alice avrebbe adorato dipingere qualcosa di natalizio per il negozio,
e sicuramente sarebbe stato un modo molto piacevole di passare del
tempo insieme.
“Ti
ringrazio” le disse infine, conciliante “ma i miei dubbi vanno
oltre il periodo natalizio. Vorrei fare di più per lei. Non vorrei
solo una bambina pulita, sazia e serena; la vorrei felice, curiosa
verso il mondo, piena di sogni da realizzare...”
“Aah
Matt, ti capisco, io con Minnie mi diverto un sacco! Certo, trovare
il suo regalo di Natale mi è costato una notte di reclusione in un
negozio di animali. E per inseguire quel dannato criceto sono dovuta
passare dal camino come Babbo Natale. Forse non è stata una delle
mie migliori idee. Stavo pensando: potrebbe piacerle, per il buffet,
una torta di formaggio dolce con salmone? Non ho molta scelta come
ingredienti. Vorrei solo non averne ordinato un quintale… anche se
gli Omega Tre fanno bene, lo sanno tutti.”
Okay,
si era dimenticato con chi stava parlando. Forse seguire la folle
scia delle idee e delle imprese di Becky Bloomwood non era la scelta
più saggia. Ma, ancora una volta, aveva ragione, a modo suo. Persino
la più stravagante delle trovate poteva tramutarsi in un atto
d’amore e di generosità verso una persona amata.
*
* *
Nella
stanza era calato un silenzio quieto. Becky, concluso il suo ennesimo
monologo, si era appollaiata nuovamente sul tavolino, aveva frugato
dentro una delle sue numerose buste, ne aveva estratto un tubetto ed
aveva cominciato a rovesciarsi il contenuto sulle mani. Il vecchio
Scrooge la fissava con scetticismo.
“Bah,
scempiaggini!”
“Eccolo
di nuovo! Non conosci altre parole? Questa non è affatto una
scempiaggine. È una crema mani natalizia ai canditi, cardamomo e
zenzero a sole due sterline!”
“Due
sterline che potevano essere spese diversamente. O non spese
proprio!”
“Il
lupo perde il pelo ma non il vizio, eh?”
“Oh,
per Cristoforo Colombo!” esclamò Jo March interrompendo la lite
degli altri due. “Vedi, Matteo? Ci hai messo tutti e tre vicini,
sullo scaffale dei consigli natalizi in primo piano, ed il risultato
è questo! Io mi trovo costantemente in mezzo tra l’ex taccagno più
famoso della Gran Bretagna e la spendacciona più nota di tutta
Londra. Passo il tempo a dividerli!”
“Ah,
tu passi il tempo a
dividerci?” fu la replica piccata del vecchio Ebenezer. “Sono io,
semmai, in una brutta posizione! Voi due chiacchierate per ore, mi
date il mal di testa. Un povero vecchio che vuole restarsene in pace
che cosa dovrebbe fare?”
“Ma
io non direi proprio!” saltò su Becky, punta sul vivo. “Semmai
siete voi due che in
questo periodo mi fate diventare matta con quei canti natalizi così
antiquati! Ho messo una volta, una sola dannata volta Sleigh
Ride e non avete fatto altro che
lamentarvi...”
“Adesso
basta, tutti e tre” li interruppe Matteo a voce un po’ alta.
Iniziava a sentirsi nuovamente confuso ed appesantito. “Ho
ascoltato tutto e vi ringrazio moltissimo per i consigli, il the e la
compagnia. Vorrei sapere, però, perché stasera siete qui, fuori dai
vostri libri e dentro al mio studio.”
Per
un attimo i tre si guardarono. Era giunto il momento delle
confessioni serie.
“Caro
Matteo” esordì Ebenezer Scrooge “noi siamo esattamente dove ci
hai lasciati. Sullo scaffale delle tue letture natalizie preferite,
che ogni anno consigli ai tuoi clienti.”
“Quello
che in questo periodo vieni a sbirciare ogni notte, come se ci
volessi parlare” aggiunse Jo March.
“Così
stasera abbiamo pensato di venirti a trovare!” concluse Becky
Bloomwood.
“Per
consigliarti di non ripensare troppo alle amarezze ed alle perdite
del passato, e di gioire invece per quello che è rimasto” aggiunse
Scrooge.
“Per
sostenerti in questo tuo presente, pieno di dubbi ma anche di
speranza” disse Jo.
“Perché
nel tuo futuro ci sono delle vacanze di Natale meravigliose e molto
altro ancora!” trillò Becky.
“Quindi…
ora tornerete dentro ai vostri romanzi?” chiese Matteo, incredulo e
con un filo di voce.
“Caro
Matteo” rispose il vecchio Scrooge “non sono i nostri. Sono i
tuoi. E noi siamo già dentro di
te.”
Matteo
avrebbe voluto rispondere, ringraziare i suoi tre personaggi del
cuore, ma uno squillo, prima lontano, poi sempre più forte, lo
interruppe.
*
* *
Si
era addormentato sopra ai conti, di fianco al PC. Gli occhiali gli
erano scivolati per terra. E c'era Evelina al telefno.
“Pronto?”
“Pronto,
Matteo? Sei ancora al negozio?”
Diede
un’occhiata all’orologio. Erano le dieci passate.
“Sì,
scusami. Mi ero addormentato. Forse ero stanco. Ho anche sognato. Ma
mi ha fatto bene, bene davvero.”
Evelina
doveva aver sentito qualcosa di deciso nel suo tono, perché non lo
rimproverò per il ritardo, né gli chiese altro. Si limitò a
rispondergli, con quel tono che siglava un’intesa tutta loro:
“Allora va tutto bene? Sei sicuro?”
“Sì,
davvero. Va tutto bene.”
La
notte era gelida, ma piuttosto umida, ed il cofano della macchina non
era gelato, quasi a fargli un ulteriore regalo. Matteo
si guardò intorno: attraverso la nebbiolina tipica della zona, le
luci di Natale risultavano quasi più vivide. Tra cinque giorni
sarebbe stata la notte di Natale, il più bel giorno di
tutti i bei giorni dell’anno,
come avrebbe detto il suo amico Scrooge. E lui era pronto.
Per
le voci che nessuno sente:
siamo
venuti e trovarti,
col
riso e col pianto,
Bontà,
Speranza ed ogni Bene.
Padre,
madre, figlia, figlio,
ognuno
è un tesoro,
la
luce di una candela illumina la notte
ora
i nostri occhi possono vedere
bruciando
più forte del sole…
...il
miracolo è appena iniziato.
FINE
Eccoci giunti alla conclusione! L'idea di un mio personale "Canto di Natale" mi girava in testa da un po' e finalmente ho trovato la giusta ispirazione! Gli altri due romanzi che omaggio sono "Piccole donne" e "I love shopping a Natale".
Ringrazio fin da adesso tutti voi lettori e vi invito a farmi sapere che ne pensate di questa operazione narrativa forse un po' ardita. Grazie per la lettura, al prossimo post :-)