L'incipit dell'opera e le prime tematiche chiave
Cari lettori,
il post di oggi è per me davvero speciale!
Sapete che tra i miei buoni propositi per l’anno nuovo c’è quello di iniziare un nuovo progetto letterario. Negli ultimi anni abbiamo letto insieme le tragedie di Sofocle (Post recap), un classico della letteratura italiana per ogni bimestre (Post recap) e un’opera di Shakespeare sempre ogni due mesi (Post recap).
Il 2026, però, per vari motivi, è partito con una bella lista di letture arretrate sul mio comodino (e nel Kindle), quindi, dal punto di vista di narrativa e prosa in generale, non so quanto tempo avrò per dedicare del tempo anche a qualche classico. Se mai mi capiterà (l’anno è lungo e generalmente in estate ho più possibilità) vi pubblicherò qualche “recensione classica” a se stante, come ho già fatto in passato.
Quest’anno ho deciso così di tornare alla poesia, come già fatto con il Novecento circa due anni fa (Post recap) e prima ancora con “le donne raccontate da Dante” (Post recap).
Sono tornata alle origini: sarà che quest’estate sono 18 anni dalla mia Maturità (aiuto aiutissimo), ma l’occhio mi è caduto su una vecchia edizione di Ossi di seppia di Montale.
Ho pensato molto semplicemente che, visto che le sue poesie erano state in qualche modo di aiuto e di conforto nei miei 18 anni, forse potrebbero esserlo anche ora che ne ho 18 per gamba. Vengo da mesi un po’ troppo pieni di cose da fare, imprevisti, sfide non proprio richieste: rileggere i suoi versi profondi, ritrovare le sue immagini (così tipiche della mia cara Liguria), mi ha immediatamente infuso un senso di calma.
Vi avevo già parlato di Montale in un vecchio post, ma in modo più generico, unendo diverse raccolte.
Dopo più anni di progetti a cadenza bimestrale, questa volta vorrei proporvi un post ogni mese (a parte agosto, classico momento di pausa del blog): andremo in ordine e ogni mese leggeremo circa 5/6 poesie della raccolta, abbinate a qualche immagine delle tante mostre che ho visitato negli ultimi anni, perché sapete che il connubio arte/poesia è ormai un classico di questo spazio.
Oggi leggiamo In limine, che è l’incipit, e le quattro poesie della prima sezione della raccolta, Movimenti. Vi lascio alle poesie!
In limine
Questa poesia non è solo un’introduzione alla raccolta di poesie, ma anche e soprattutto un manifesto programmatico. Il poeta ritiene che la vita sia, per la maggior parte del tempo, come un frutteto (pomario) dove l’aria è ferma e nulla sembra cambiare davvero: è così che spesso l’uomo ha la sensazione che tutto sia fermo, e che addirittura la sua esperienza esistenziale sia inautentica. E invece la vita va avanti, e spesso basta un piccolo imprevisto (una maglia rotta) per poterne capire la profondità. In tante poesie di Montale, come questa, si ha anche la sensazione che esistono due vite: una limitata, che è quella del pomario, nonché l’esperienza umana più comune; un’altra “infinita”, che è difficilmente raggiungibile, forse solo dalle anime più pure, tra i quali, però, Montale, a differenza di altri suoi colleghi, spesso non annovera poeti e letterati.
Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…
Sezione “Movimenti”
I limoni
“In limine” parlava di un varco, di un simbolo che consentisse di passare dalla vita umana ordinaria ad una davvero straordinaria. Ecco, “I limoni” sono un simbolo di questa possibilità di vivere una vita migliore: l’immagine di un cortile alberato, pieno di agrumi dai colori vivaci, a volte può cambiare completamente la prospettiva di una giornata uggiosa. Tutto il componimento è un elogio alla semplicità (io ci vedo anche un omaggio alle poesie latine di Orazio): Montale non si considera un “poeta laureato” che ricerca le specie più difficili da trovare, bensì un uomo come tanti che preferisce andare per le classiche stradine dell’entroterra ligure. I limoni sono un frutto aspro, che va trattato e cucinato; ma in sé sono un dono bellissimo anche solo se osservati da lontano, perché hanno il colore del sole. Proprio come la vita... )
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Corno inglese
Chiunque abbia frequentato, anche per poco, la Liguria fuori stagione, sa bene quale problema possa costituire il vento. In una terra che non gela mai davvero come la nostra Lombardia o le zone di alta montagna, è il vento a portare il freddo e l’inverno, specie nel momento in cui “l’ora si annera” e cala il buio. Il poeta però non lo maledice, anzi, ammira la sua velocità, e vorrebbe che il suo cuore fosse altrettanto vitale.
Il vento che stasera suona attento
- ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
Quasi una fantasia
I poeti ed i letterati sono sempre stati attratti dal momento dell’alba, del mattino, in quanto simbolico atto di rinascita, e quelli del Novecento non fanno eccezione. Due esempi per tutti: Ungaretti con il suo “M’illumino d’immenso” e un dolente Cesare Pavese poco prima della sua infelice fine, che diceva di sentirsi sofferente “persino al mattino”. Qui però il mattino è quello di un inverno freddo, di una rara nevicata: evento eccezionale in Liguria, dove persino le montagne spesso sono poco innevate. La pace di una mattina che non è ripartita con tutti i suoi rumori, ma, al contrario, è rimasta quieta e silenziosa, dona al poeta una “allegrezza solitaria”. Mi piace molto l’accenno finale al galletto di marzo, perché anche io credo che ogni inverno porti con sé la primavera!
Raggiorna, lo presento
da un albore di frusto
argento alle pareti:
lista un barlume di finestre chiuse.
Torna l’avvenimento
del sole e le diffuse
voci, i consueti strepiti non porta.
Perché? Penso ad un giorno d’incantesimo
e delle giostre d’ore troppo uguali
mi ripago. Traboccherà la forza
che mi turgeva, incosciente mago,
da grande tempo. Ora m’affaccerò,
subisserò alte case, spogli viali.
Avrò di contro un paese d’intatte nevi
ma lievi come viste in un arazzo.
Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio.
Gremite d’invisibile luce selve e colline
mi diranno l’elogio degl’ilari ritorni.
Lieto leggerò i neri
segni dei rami sul bianco
come un essenziale alfabeto.
Tutto il passato in un punto
dinanzi mi sarà comparso.
Non turberà suono alcuno
quest’allegrezza solitaria.
Filerà nell’aria
o scenderà s’un paletto
qualche galletto di marzo.
Falsetto
Dopo tante osservazioni del paesaggio e della natura, concludiamo il post di oggi con una poesia dedicata a Esterina Rossi, una delle prime muse del poeta, una tuffatrice. La simbologia creata da Eugenio Montale in questa poesia è in linea con i componimenti precedenti: Esterina va nell’acqua, che è un mondo sommerso di cui non si sa tutto, quindi è un assaggio di quel mondo “infinito” che tanto desidera l’autore; ci va con sicurezza, perché a vent’anni non teme la vecchiaia, così come una lucertola non conosce le cattiverie di alcuni bambini che vanno a caccia e si mette al sole lo stesso; il poeta resta a guardarla sulla terraferma, così vicina e così lontana al tempo stesso.
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti rende
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.
Per oggi ci fermiamo qui!
Che ne pensate? Conoscete queste poesie?
Le ricordate dal tempo della scuola?
Fatemi sapere anche se vi piace l’idea di questo nuovo progetto letterario.
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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