Cari
lettori,
benvenuti
all’appuntamento di luglio con la rubrica di scrittura creativa
“Storytelling Chronicles”!
Il
tema del mese è molto particolare. Ognuno di noi partecipanti ha
dovuto ispirarsi ad un autore tra i suoi preferiti, ad una sua opera
e ad un personaggio amato, traendo da questi dati il genere del
proprio racconto, il tipo di narrazione ed il protagonista (in
termini di genere e orientamento sessuale).
Dopo
aver cambiato idea un po’ di volte, perché gli autori che mi
piacciono sono davvero troppi, ho deciso che per l’estate sarebbe
stato carino proporvi una storia leggera e divertente ed ho puntato
su Sophie Kinsella. Ecco a voi, quindi, il mio primo esperimento con
il chick lit, in prima persona e con una ragazza trentenne etero come
protagonista.
La
mia storia si intitola Ricominciare ed è ambientata ai giorni
nostri lungo il litorale toscano. Scriverla è stato inaspettatamente
facile, soprattutto perché mi sono resa conto che, per tanti versi,
questo racconto è stato un modo per prendere in giro me stessa e un
po’ di mie nevrosi (chi mi conosce un po’ meglio lo capirà
subito).
Buona
lettura, spero di strapparvi una risata!
Ricominciare
Okay,
niente panico. Niente panico. In fondo è solo una… macchia.
Una piccola, insignificante macchia. Che importanza ha che non sia
andata via con il borotalco? Il mio solito spray antimacchia è
finito, ecco tutto. Lo ricomprerò domani. E nel frattempo nessuno se
ne accorgerà.
Sto
ancora fissando inorridita la striscia che separa due dei fiori del
mio vestito, prova inconfutabile di un gelato al cioccolato del
giorno prima, quando suona il telefono.
“Eli,
sei pronta? Sono sotto casa!”
Anche
oggi la mia migliore amica Francesca si è dimostrata più puntuale
di me. Non mi resta che prendere la borsa, chiudere casa e scendere,
sperando che l’effettiva grandezza della macchia sia solo una mia
illusione.
“Ma
che hai sul vestito?”
Illusione
vana.
“Il
solito, Francy… ho finito l’antimacchia.”
Francy
mi squadra il vestito con aria critica. Poi sorride.
“Sì,
beh, che importanza ha?” replica. “Non penso che nessuno ci farà
troppo caso.”
Io
invece temo che qualcuno lo farà eccome. E non un qualcuno
qualunque. Magari, però, oggi non ci sarà. Ho avuto abbastanza
sfortuna per stasera, no?
Spoiler:
evidentemente no.
Non
appena arriviamo al bar, noto subito un po’ di nostri amici su dei
tavolini all’aperto, pronti ad ordinare l’aperitivo. In realtà
non sono proprio amici nostri; sono la storica compagnia di
Giorgio, il nuovo fidanzato di Francy. Non sempre la accompagno alle
loro serate, ma qualche volta mi capita, perché ci sono delle
ragazze davvero alla mano. In realtà sono tutti piuttosto
simpatici. Tutti tranne Enrico, ovvio. Ho conosciuto il gruppo di
Giorgio circa tre mesi fa, e da tre mesi meno un giorno provo
un’insopprimibile antipatia per Enrico. O meglio: non è proprio
corretto.
La
prima volta che l’ho visto ho pensato che fosse intelligente,
divertente, a tratti simpatico. Almeno con gli altri, insomma,
visto che a me non aveva detto una parola. E poi, tutto ad un tratto,
ha deciso che gli ero antipatica. In breve, ha cominciato lui. E so
che è una frase degna dei miei bambini ed io dovrei essere la
maestra, ma davvero non so in che altro modo descrivere
l’atteggiamento che ha con me.
Ora,
per esempio. Se ne sta comodo comodo sulla sua sedia, con una camicia
a maniche corte che di sicuro spopolerà tra i pensionati alle
Canarie, a chiudere del tabacco dentro una cartina ed a fissarmi al
di là degli occhiali. Conosco quel suo silenzio da osservatore: di
solito è preambolo di qualche battuta delle sue.
Non
ho ancora finito di salutare tutti, quando mi rendo conto che io e
Francy siamo le ultime arrivate e che gli unici due posti liberi sono
proprio in mezzo tra Giorgio ed Enrico. A malincuore mi rendo conto
che non posso frappormi tra la sua amica e il suo ragazzo: sono
ancora in quella fase da “luna di miele” in cui vogliono stare
sempre appiccicati, mi spiego?
Ecco
il perché di quel sorrisetto divertito sulle labbra di Enrico.
Non
appena mi siedo al posto incriminato, il mio tentativo di ignorarlo
dura circa cinque secondi, cioè il tempo esatto che intercorre tra
me che scosto la sedia e lui che, senza neanche dire “ciao”,
esordisce con: “Wow Betty, che hai combinato? Hai festeggiato col
gelato la fine della scuola?”
Due
cose odio: che mi si chiami Betty, come l’ironico nomignolo
attribuito alla mia regale omonima, e che mi si tratti come una
bambina. Ah, odio pure il fumo, e lui mi sta appestando, e lo sa.
Dopo una sessione di training autogeno di altri tre secondi, opto per
far scivolare la provocazione.
“Sì,
esatto. Mi piaceva l’idea di dare da mangiare il gelato al vestito,
aveva fame anche lui, sai com’è.”
“Una
reginetta come te?” Ancora questo riferimento. Neanche mi
interessano, i reali inglesi. Alzo lo sguardo su di lui e noto che si
sta divertendo; si accontenta di poco. “Che cosa prende stasera Sua
Maestà? Un bel the all’inglese deteinato con pupazzetto in
omaggio?”
Oh,
insomma. È successo solo una volta. Lo sanno tutti che la teina fa
male e poi non si dorme. E il the deteinato non è solo un prodotto
per bambini, o almeno non dovrebbe esserlo. Se esplode il caldo e la
pressione cala, cosa c’è di meglio di un po’ di zuccheri? Lo
dice anche la pubblicità.
“Mi
sa che prenderò uno spritz” rispondo cauta, in un estremo
tentativo di autocontrollo.
“Ah
brava, ottima scelta” ribatte lui in tono improvvisamente casuale.
“Io prenderò la seconda birra, ne ho già bevuta una mentre vi
aspettavo. Almeno ho potuto scroccare qualche patatina. Non ho
pranzato.”
Emetto
uno sbuffo che potrebbe somigliare ad un “Bah.” Non capirò mai
certe pessime abitudini alimentari. E credo che Enrico l’abbia
intuito, perché i suoi occhi chiarissimi brillano sotto le lenti.
“Che
c’è, principessa? Non mangi grassi? Siamo ad un aperitivo, eh.
Vuoi ordinare qualcosa di dietetico?”
“Ma
no!” replico, incapace di trattenermi oltre. “Solo che… come
fai a campare così? A sentire te, sopravvivi con drink,
patatine, panini, birra, pastasciutta alle due di notte. E poi quel
tuo viziaccio. Mischiare sigarette alla birra, puah. Non abbiamo più
vent’anni. Tra dieci avrai già il fegato a pezzi!”
“Aaah,
capisco. E tu che cosa suggerisci? Una dieta eco-compatibile? Mi
controllerai come fai con i tuoi bambini? E se faccio i capricci
perché non mangio i broccoli?”
Quest’ultima
spassosa battuta è accompagnata da qualche educata risatina, tipica
di chi vorrebbe trattenersi ma questa volta non ce l’ha proprio
fatta. Mi rendo conto che non solo la nostra conversazione è stata
ascoltata, ma anche che è stata oggetto di intrattenimento per il
resto del tavolo. Ma perché questo ragazzo riesce sempre, e con
tanto successo, ad avere l’ultima parola ed a farmi imbestialire?
*
* *
Per
fortuna il momento di imbarazzo termina con l’arrivo degli
abbondanti vassoi di stuzzichini che accompagnano il nostro
aperitivo. Checché ne dica il mio “amico” (virgolette
necessarie) del posto accanto, sono affamata e per nulla propensa a
limitarmi.
Semplicemente, certe abitudini sono dure a morire.
Soprattutto quando sono state fatte per amore, nello specifico per
Flavio, il mio ex fidanzato. Credo che le sue intenzioni fossero
buone, non fraintendetemi. In fondo uno stile di vita sano fa bene a
tutti, e se la scienza ce lo ha permesso, perché non avere un’idea
più precisa di quel che mangiamo? È solo che… tutti quei conti a
proposito delle calorie. Le proteine separate dai carboidrati. I
borbottii quando mangiavo un piatto di pasta a cena. Lo yoga che
doveva essere praticato proprio alle sette del mattino.
Ma la
cosa peggiore erano quei terribili weekend negli eremi di lusso. Mi
chiedo ancora oggi che cosa possa spingere delle persone che hanno la
fortuna di potersi permettere qualche sfizio in più - tipo Flavio,
appunto, con il suo lavoro in banca - a spendere cifre astronomiche
per andare sul cocuzzolo di una montagna dimenticata dal mondo, a
farsi maltrattare da brusche inservienti in completo bianco che ti
sequestrano il telefono, ti servono del pinzimonio spacciandolo per
un pasto vero e ti impongono ore di silenzio. Però su amache
bio di vimini e lino, eh. Che idiozia. Se volete il mio parere,
niente a che vedere con la sedia di metallo in sala maestri a fine
giornata, quando l’istituto diventa silenzioso, tutti scappano via
e tu puoi concederti una veloce merenda prima di andartene.
“Eli,
ti sei incantata?” La voce di Paola, una delle ragazze del gruppo,
mi riscuote.
Maledizione,
perché penso ancora a quello? La nostra storia è finita sei
mesi fa. Sei mesi in cui ho riscoperto l’impareggiabile sapore del
panino con la finocchiona e i sabati sera caotici nel mezzo dei
locali. Perché ci sto ancora pensando?
“Tu
cosa ne dici del concorso letterario appena uscito? Hai visto i
manifesti del Comune? Io ci sono passata davanti ieri. Mi sei venuta in mente tu. Non hai un sito di racconti o qualcosa del genere?”
prosegue Paola con gentilezza, informandomi di tutta una parte del
discorso che devo essermi persa mentre rimuginavo e mangiavo.
Comunque
sì, ho visto i manifesti. Ed avevo un sito di racconti, fino a
qualche tempo fa. Poi, si sa. Il lavoro. La vita adulta. I
trent’anni. I weekend in cui mi è stato strappato il computer da
sotto il naso.
“Sì,
esatto. Ho un sito. Ma sono due anni che non lo aggiorno, ormai.”
“Ma
no dai! E perché?” replica Paola accorata.
“Perché
quella fava del suo ex fidanzato non le lasciava mai il tempo per
fare quello che voleva, ecco perché” si intromette Francy,
poggiando con rabbia il suo drink sul tavolo.
“Ma
no dai, Francy, che esagerazione!” ribatto debolmente.
“Esagerazione
un corno! Tu hai talento. E te l’ho detto più volte.”
“Penso
che la prima a crederci dovrebbe essere Betty. I complimenti degli
altri purtroppo servono a poco” fa una voce alla mia sinistra. E
come ti sbagli?
“Scusa,
cosa intendi dire?” chiedo ad Enrico, piuttosto scocciata.
Possibile che non riesca mai, mai a farsi gli affari propri? E
ancora mi chiama Betty?
“Intendo
dire che io ogni due per tre parlo di scrittura, pezzi da consegnare,
dibattiti su quello che scrivo, e non ho mai sentito una tua
opinione. Se questo mondo ti interessa, perché non ne parli? Perché
non fai sentire la tua voce?”
Ecco
un’altra delle fissazioni del mio compagno di tavolo. Che ne
pensi? Mi chiede in continuazione e per i motivi più disparati.
Ti hanno già dato la loro opinione in dieci, ribatto spesso.
Sì, ma io voglio sentire cosa ne pensi tu… è la sua
invariabile risposta. Che noia.
“Guarda... ti accontento subito. Vuoi sapere che cosa ne penso? Penso che per te
sia facile parlare di scrittura. Lavori in un giornale, consegni
pezzi nottetempo, hai delle opinioni politiche molto forti. Con una
mano scrivi articoli che fanno indignare tutti i conservatori
d’Italia e con l’altra racimoli like con i tuoi tweet al
vetriolo!”
“Sì,
questo sono io, più o meno, e ti ringrazio per le tue parole così
lusinghiere” replica con un odioso ghigno. “Ma per te, come
stanno le cose?”
“Per
me è… difficile.” Dico rivolta al pavimento. Alzo lo sguardo e
mi rendo conto che mi sta scrutando e che non sorride più. “Okay,
va bene. Lasciamo stare. Altro giro di birra?”
*
* *
Il
mare, il sole, la spiaggia! C’è qualcosa di meglio in luglio?
Ci
sarebbe sì: la totale assenza di pensieri, come sarebbe giusto se
abiti in una cittadina di mare e puoi approfittare dell’ombrellone
stagionale di famiglia. Invece sono qui, che do le spalle al centro
storico di Marina di Carrara, tengo la testa sotto un ombrellone
celeste (credo) che ha visto estati migliori e non faccio che
ripensare alla discussione di sabato scorso.
La
mattinata è splendida e forse tuffarmi un po’ mi aiuterebbe a
schiarirmi le idee. Adoro stare seduta nell’acqua bassa e
rilassarmi. Se solo non
continuassi a pensare… oh, insomma, Eli, basta.
Non si può continuamente pensare al proprio blocco dello scrittore,
no? O invece sì?
Il
fatto è che a me è sempre piaciuto inventare storie. Ho iniziato
con le favole e le rielaborazioni dei classici che propongo sempre ai
bambini, e poi sono passata alle poesie ed ai racconti veri e propri.
Ho un debole per le storie
rosa, per i racconti d’amore, specie per il cosiddetto chick
lit, che mescola
romanticismo e ironia.
Ed
è vero che con Flavio eravamo sempre impegnati a fare palestra o
quei dannati ritiri spirituali, ma non era solo questo. Lui ha
sempre detestato “quel genere di lettura”, come lo
definiva. Sospirava rassegnato e alzava gli occhi al cielo ogni volta
che mi vedeva con un romanzo della Kinsella in mano. Lui leggeva i
libri da economisti che non devono chiedere mai, avete presente?
Quelle biografie romanzate in cui un piccolo fiammiferaio, con due
cavi, un computer ed un garage, crea dal nulla una
start up di successo. Oddio, non che fossero così male rispetto agli
altri, quei
terrificanti manuali di auto aiuto del genere se
vuoi puoi.
Me
lo ripeteva in continuazione: tutto
ciò che ti distrae ostacola la tua volontà! Devi puntare dritta
all’obiettivo!
Già,
grande idea. Peccato che tra le “distrazioni”, secondo lui, ci
fosse anche il mio sito. Non che me lo abbia mai detto chiaramente,
eh. Però, tra un commento e l’altro… oh, beh, lo ha fatto
ampiamente capire. E così ho iniziato a sentire la sua vocina
pedante nella mia testa ogni volta che mi accostavo al computer per
scrivere. Provavo a concentrarmi, a lasciar scorrere i miei pensieri
sulla carta, a creare situazioni divertenti per i miei personaggi, ma
mi distraevo continuamente. Si
era insinuato in me una sorta di senso di colpa: all’improvviso
tutto quanto era diventato più importante dello scrivere. Più
produttivo,
per usare le esatte parole della vocina pedante.
Ho persino provato a
leggere uno di quei manuali che Flavio aveva definito rivoluzionari.
Credo che sia ancora a casa mia. Dovrei averlo sepolto da qualche
parte, ma non so dove. Ho pure provato a cercarlo, ma non l'ho trovato. In compenso ho recuperato sciarpa, maglietta, canottiera e
calzoncini della Fiorentina, che avevo cacciato in un remoto cassetto
quando il mio ex fidanzato aveva definito il calcio “uno sport
primitivo”. Not bad
for a girl with no talent.
In
verità, da sabato ad oggi, ci sono state un paio di serate in cui ho
dato un’occhiata furtiva ad un racconto che non ho mai pubblicato.
È
l’ultimo che avevo provato a scrivere, prima di desistere
definitivamente. Si intitola
Ricominciare ed
è la storia di un incontro inaspettato nella cornice di Parigi, tra
giri in bicicletta lungo la Senna, serate all’Opéra in abito rosa,
macarons multicolori e cartoline
scritte al parco. Sarebbe
perfetto per il concorso letterario, visto che il tema è proprio
l’Europa. Mi ero ispirata al video di Begin
again di Taylor Swift
e quando avevo chiuso il computer avevo avuto la sensazione di aver
appena attraversato un sogno.
E,
indovina indovinello, qual era stato il commento di Flavio? “Amore,
ma dai, come sei tenera.” A ripensarci adesso… no, meglio di no.
Meglio fare dei respiri profondi.
*
* *
Sono
appena tornata al mio
ombrellone quando noto che in terza fila c’è Enrico che mi saluta
con la mano. Se ne sta
tutto solo con una maglietta floreale che deve aver riscosso un
grande successo negli anni ‘80 e la protezione totale sul naso. È
l’ultima persona che si vorrebbe incontrare quando si sta
riflettendo sul blocco dello scrittore, ma ormai
mi sto macerando nel dubbio da giorni, che ho da perdere?
“Ciao”
lo saluto, avvicinandomi cautamente. “Che ci fai qua?”
“Lavoro
nel weekend e giornata libera in settimana” mi risponde,
insolitamente quieto. Ma come? Niente Betty?
Niente occhiate ironiche? “Siediti, dai, non stare in piedi.” Ah,
ecco dov’era il trucchetto.
Ancora
mezza avvolta nell’asciugamano di spugna, mi siedo sull’altra
sdraio. È una mattinata davvero splendida. Scaglie di sole si
riflettono sul mare. I gabbiani si rincorrono richiamandosi. A luglio
in settimana c’è davvero poca gente. Perché
diavolo l’essere più logorroico del pianeta se ne sta zitto,
adesso?
“Che
cos’è, il gioco del silenzio?” dico alla fine, stupendomi della
mia stessa ironia.
Stai a vedere che andando con lo zoppo si impara a
zoppicare?
“No,
scusami.” Scusami?
“Da
qualche giorno vorrei
parlarti di una questione, ma ci sto pensando su bene. Ci facciamo
portare un caffè?”
“Decaffeinato
per me, grazie” acconsento, chiedendomi che diavolo abbia in mente.
“Allora,
di che cosa vorresti parlarmi?”
“Di
sabato sera. Di quando non hai voluto spiegarmi perché per te
scrivere è difficile. Tranquilla” si affretta ad aggiungere
vedendo le mie sopracciglia scattare verso l’alto “non voglio
saperlo. Però peccato. Ho dato un’occhiata al tuo sito. Le tue
storie sono graffianti.”
Tranquilla?
È
stato posseduto dagli alieni?
Ci
metto qualche secondo in più a realizzare che non solo si è preso
la briga di guardare il mio sito, ma che quello che ho scritto gli è
piaciuto.
Va
beh, è uno scherzo.
“Non
prendermi in giro, per favore” replico amaramente. All’improvviso
non ho più voglia di ridere.
“Ma
non lo sto facendo!” ribatte lui tra lo stupito e il faceto. Poi
vede la mia faccia e cambia espressione. “Non lo sto facendo”
ripete. “Che te ne importa di me? O di chiunque? Dovresti
chiederti: che cosa ne penso io dei miei racconti?”
Accidenti,
che domanda difficile. Perché deve sempre rigirare il dito nella
piaga?
“Mi
piaceva scriverli, sai? Ogni volta che mi avvicinavo al computer, mi
sembrava che intorno a me si creasse come… un magico silenzio. Mi
immergevo nel mondo dei miei sogni e, se prima di iniziare avevo
passato una brutta giornata ed avevo un groviglio nero che mi serrava
il petto, quando chiudevo il pc era tutto passato. Ridevo, piangevo,
sognavo, viaggiavo davanti allo schermo. Mi manca tanto.”
Ecco,
appunto. Ho in me talmente tante emozioni represse che mi sono
ritrovata a confidarmi con un quasi sconosciuto al quale sono pure
abbastanza antipatica. Non so da dove mi siano uscite queste parole,
forse da un angolo del cuore che ho tenuto chiuso a chiave per troppo
tempo. Solo ora che le ho pronunciate mi rendo conto che è davvero
quel che ho sempre pensato.
Ora
la pagherò con una bella battuta sarcastica, me lo sento.
Solo
che non arriva. Enrico sorride, ma non ha la sua solita aria ironica.
Sembra… incoraggiante? Dovrei preoccuparmi?
“E
se la pensi così, perché non hai più scritto?”
“Mi
sono fatta influenzare… dalle compagnie sbagliate.”
“Stiamo
sempre parlando di quella fava del tuo ex fidanzato, vero?”
“Non
sono affari tuoi” borbotto con tono scontroso per fargli capire che
non è proprio aria.
“No,
in effetti no” replica annuendo con decisione “ma mettila così:
hai perso lui, ma non hai perso tutto. Hai un lavoro che ami, la tua
amica Francy che ti vuole molto bene, e soprattutto hai la tua
libertà e la tua voglia di scrivere che è rimasta intatta. Anzi, da
quando è uscito il concorso letterario è proprio tornata in te con
prepotenza, o sbaglio?”
Sono
attonita. Ok, quest’uomo non è un mostro di simpatia, ma è un
ottimo osservatore. E mi ha capito davvero bene.
“Sì,
è proprio così” ammetto, sentendo un sorriso che sorge spontaneo.
“E
allora… ti sei già data tutte le motivazioni da sola. Io a che ti
servo? Al massimo puoi ispirarti a me per creare un super cattivo. E
guarda che ci tengo, eh!”
*
* *
La
serata è insolitamente rosa. Il sole al tramonto, mescolandosi con
le nuvole basse che sono arrivate verso sera, ha invaso il mio
studio.
Lo
considero di buon auspicio: anche la storia a cui ho pensato tutto il
giorno ha i toni del lilla.
Come
quasi sempre mi succede le sere d’estate, ho fatto tardi e devo
preparare la cena, ma prima devo fare una cosa importantissima.
Aggiungo la mia firma alla mail che ho appena terminato di scrivere e
clic, invio!
È
fatta. Sono ufficialmente una delle partecipanti al concorso
letterario del mio Comune. Ricominciare sarà il primo dei
miei racconti che verrà letto da una vera e propria giuria. E non ho
intenzione di fermarmi qui: da settimana prossima voglio iniziare a
lavorare a qualcosa di nuovo, perché il sito è rimasto fermo troppo
tempo.
Mentre
chiudo il pc mi sento serena come non lo ero da tempo, perché questa
volta so che lo riaprirò molto presto. Per l’ennesima volta penso
a quant’è vera la frase che mi ha detto ieri Enrico in riva al
mare: io sapevo già di voler ricominciare a scrivere. Mi mancava
solo una piccola spinta per convincermi al cento per cento. Davvero
curioso che sia arrivata proprio da Enrico. Forse non è poi così
insopportabile come sembra. Ma ho la sensazione di avere davanti a me
un bel po’ di giorni per conoscerlo meglio.
Ho
passato gli ultimi otto mesi
pensando
che tutto quel che fa sempre l’amore
è
infrangere, bruciare e finire,
ma
un mercoledì, in un caffè, ho visto tutto ricominciare.
FINE
Alcune
precisazioni:
1)
La citazione iniziale (“Okay. Niente panico. Niente panico”)
è l’incipit di tutti i romanzi della serie I love shopping.
Sono sicura che qualcuno l’ha riconosciuta…
2)
I bisticci a proposito delle abitudini alimentari sono un omaggio a
Candice e Ed, due personaggi de La compagna di scuola, un
libro che adoro e che Sophie Kinsella ha firmato col suo vero nome,
Madeleine Wickham. La loro storia è davvero tutta da leggere!
3)
Il video di Taylor Swift Begin again è a questo link. I versi
che concludono il racconto sono tratti proprio dal ritornello della
canzone.
Vi
ringrazio per aver letto fin qui!
Sono
sempre un po’ dubbiosa nell’accostarmi al romance ed ai suoi
sottogeneri, perché credo che sia un genere piuttosto insidioso da
scrivere: le idee arrivano con relativa facilità, ma poi è
difficile renderle davvero bene su carta. Per questo motivo sono
curiosa di leggere i vostri commenti e le vostre osservazioni.
Vi
invito, come al solito, a leggere gli altri post del mese
contrassegnati dal banner Storytelling Chronicles. Se non erro sono
già usciti altri due racconti, uno ispirato da Julia Quinn di
Bridgerton ed un altro da Nicholas Sparks… così potrete
esplorare altre sfumature di rosa!
Grazie
ancora per la lettura, al prossimo post :-)