lunedì 23 febbraio 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #2

 Poeti liguri e memorie di chi non c'è più



Cari lettori,

oggi, per “L’angolo della poesia”, vi propongo il secondo appuntamento del nostro progetto letterario alla ri-scoperta di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Nel caso vi siate persi la “prima puntata”, potete recuperarla a questo link

A gennaio abbiamo letto insieme l’incipit dell’opera e le prime poesie, che costituiscono quasi un manifesto programmatico di quella che sarà la raccolta.


Oggi invece affrontiamo insieme una sezione dedicata a Camillo Sbarbaro, collega e conterraneo di Eugenio Montale, ed una dal titolo “Sarcofaghi”, incentrata sul tema del lutto. 

Vediamo meglio insieme i componimenti!



Sezione “Poesie per Camillo Sbarbaro”


Caffè a Rapallo


Questa lirica è ambientata in un bar a Rapallo, città costiera e turistica. È Natale e il poeta si ritrova in mezzo alle persone vestite a festa, tra i fumi delle tazze calde e le signore ben vestite, truccate e ingioiellate, che egli paragona alle “Sirene” che Ulisse non ascoltò. L’atmosfera è quella di un Natale adulto, quieto ed elegante; ma manca la presenza dell’amico Sbarbaro e, con essa, manca l’autenticità. Sembra che gli adulti non riescano più a godersi nemmeno le feste, presi come sono dall’ostentare un’apparenza che sicuramente nasconde piccoli e grandi malesseri. L’autore rimpiange i Natali della sua infanzia, caratterizzati da una “musica innocente”, fino ad immaginare una parata che, più che le feste di fine anno, richiama il Carnevale.


I


Natale nel tepidario

lustrante, truccato dai fumi

che svolgono tazze, velato

tremore di lumi oltre i chiusi

cristalli, profili di femmine

nel grigio, tra lampi di gemme

e screzi di sete…

Son giunte

a queste native tue spiagge,

le nuove Sirene!; e qui manchi

Camillo, amico, tu storico

di cupidige e di brividi.


S’ode grande frastuono nella via.


È passata di fuori

l’indicibile musica

delle trombe di lama

e dei piattini arguti dei fanciulli:

è passata la musica innocente.


Un mondo gnomo se ne andava

con strepere di muletti e carriole,

tra un lagno di montoni

di cartapesta e un bagliare

di sciabole fasciate di stagnole.

Passarono i Generali

con le feluche di cartone

e impugnavano aste di torroni;

poi furono i gregari

con moccoli e lampioni,

e le tinnanti scatole

ch’ànno il suono più trito,

tenue rivo che incanta

l’animo dubitoso:

(meraviglioso udivo).

L’orda passò col rumore

d’una zampante greggia

che il tuono recente impaura.

L’accolse la pastura

che per noi più non verdeggia.



Epigramma


Questa poesia esalta l’opera dell’amico Sbarbaro e chiede al lettore (in questo caso immaginato come un passante gentiluomo) di prendersene cura. Non so perché, ma questa breve poesia mi ha ricordato immediatamente la conclusione de “Il battello ebbro” di Rimbaud: la barca protagonista del componimento, dopo aver attraversato scenari che l’uomo non potrà mai immaginare, sente di avere “visto troppo” e rimpiange la semplicità dell’infanzia, giungendo persino a desiderare di essere una barchetta di carta in una pozzanghera, molto più libera di quanto esso non sia mai stato. Ed è così, per Montale, la poesia di Sbarbaro.


Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori

carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia

mobile d’un rigagno; vedile andarsene fuori.

Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:

col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,

che non si perda; guidala a un porticello di sassi.



Sezione "Sarcofaghi"


Dove se ne vanno le ricciute donzelle


Dopo due componimenti di rimpianto per l’infanzia, ecco una poesia che invece ricorda, con nostalgia dolente, la gioventù.

Le fanciulle che trasportano anfore sulle spalle richiamano la mitologia greca, ma anche, considerato che stiamo parlando di “sarcofaghi”, le pie donne che si occupano della sepoltura di Cristo. Per loro la natura è “madre, non matrigna”, in una chiarissima citazione leopardiana: non sono (ancora) state colte dal male di vivere che sopravviene con l’età adulta e la maturità, e per loro il mondo è qualcosa di splendido da scoprire. Ma il poeta – che qui si identifica con un “uomo che passa” - è già “troppo morto”, troppo privo di vita per poter avere interazioni con loro al di là di un semplice ramoscello da porgere per le loro anfore.

Il poeta si sente in un’altra dimensione rispetto alle donzelle… purtroppo non così felice come la loro.


Dove se ne vanno le ricciute donzelle

che recano le colme anfore sulle spalle

ed hanno il fermo passo sì leggero;

e in fondo uno sbocco di valle

invano attende le belle

cui adombra una pergola di vigna

e i grappoli ne pendono oscillando.

Il sole che va in alto,

le intraviste pendici

non han tinte: nel blando

minuto la natura fulminata

atteggia le felici

sue creature, madre non matrigna,

in levità di forme.

Mondo che dorme o mondo che si gloria

d’immutata esistenza, chi può dire?,

uomo che passi, e tu dagli

il meglio ramicello del tuo orto.

Poi segui: in questa valle

non è vicenda di buio e di luce.

Lungi di qui la tua via ti conduce,

non c’è asilo per te, sei troppo morto:

seguita il giro delle tue stelle.

E dunque addio, infanti ricciutelle,

portate le colme anfore sulle spalle.



Ora sia il tuo passo


In questo breve componimento, Montale invita il lettore ad immaginare una scena arida e piuttosto desolante: un piccolo tempio la cui porta rovinata è chiusa per sempre (i tempi di Montale sono quelli in cui la religione, un tempo di Stato, subisce i primi abbandoni), il sole che brucia l’ingresso erboso, un magro cane che attende qualcosa di sconosciuto. È impossibile non pensare a tutti i cani dei romanzi e dei film, da Argo ad Hachiko, che aspettano un padrone che non arriva, perché disperso in mare o morto, dando prova di una fedeltà eccezionale.


Ora sia il tuo passo

più cauto: a un tiro di sasso

di qui ti si prepara

una più rara scena.

La porta corrosa d’un tempietto

è rinchiusa per sempre.

Una grande luce è diffusa

sull’erbosa soglia.

E qui dove peste umane

non suoneranno, o fittizia doglia,

vigila steso al suolo un magro cane.

Mai più si muoverà

in quest’ora che s’indovina afosa.

Sopra il tetto s’affaccia

una nuvola grandiosa.



Il fuoco che scoppietta


Un triste idillio: una persona anziana, stanca, che dorme di fronte al caminetto, trovando conforto nel fuoco che lo scalda.

In questa poesia Montale ipotizza che la tanto desiderata pace arrivi con la senilità, dopo un’esistenza tormentata. Una pace malinconica, che giunge quando tanti dei propri cari sono scomparsi e l’esistenza è quasi interamente alle spalle.

Quando si rinuncia alla lotta arriva la rassegnazione, ma anche il riposo.


Il fuoco che scoppietta

nel caminetto verdeggia

e un’aria oscura grava

sopra un mondo indeciso. Un vecchio stanco

dorme accanto a un alare

il sonno dell’abbandonato.

In questa luce abissale

che finge il bronzo, non ti svegliare

addormentato! E tu camminante

procedi piano; ma prima

un ramo aggiungi alla fiamma

del focolare e una pigna

matura alla cesta gettata

nel canto: ne cadono a terra

le provvigioni serbate

pel viaggio finale.



Ma dove cercare la tomba


Cosa cerchiamo quando andiamo al cimitero a visitare le tombe dei nostri cari defunti? Come mai le abbiamo fatte costruire in questo modo, con le loro fotografie, con i fiori, con i simboli religiosi o laici che abbiamo scelto? Che cosa speriamo di trovare: un sollievo tanto cercato, un bel ricordo che avevamo rimosso, un barlume della gioia che provavamo quando essi erano ancora vivi? Montale si interroga su questi quesiti, senza però fornire una risposta univoca.


Ma dove cercare la tomba

dell’amico fedele e dell’amante;

quella del mendicante e del fanciullo;

dove trovare un asilo

per codesti che accolgono la brace

dell’originale fiammata;

oh da un segnale di pace lieve come un trastullo

l’urna ne sia effigiata!

Lascia la taciturna folla di pietra

per le derelitte lastre

ch’ànno talora inciso

il simbolo che più turba

poiché il pianto e il riso

parimenti ne sgorgano, gemelli.

Lo guarda il triste artiere che al lavoro si reca

e già gli batte ai polsi una volontà cieca.

Tra quelle cerca un fregio primordiale

che sappia pel ricordo che ne avanza

trarre l’anima rude

per vie di dolci esigli:

un nulla, un girasole che si schiude

ed intorno una danza di conigli…




Per oggi ci fermiamo qui!

Fatemi sapere che cosa ne pensate di queste poesie: se le avete studiate per la scuola o lette per un vostro interesse personale, quale vi è piaciuta di più o vi ha incuriosito.

Ditemi la vostra, e grazie se siete arrivati fin qui!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


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