Poeti liguri e memorie di chi non c'è più
Cari lettori,
oggi, per “L’angolo della poesia”, vi propongo il secondo appuntamento del nostro progetto letterario alla ri-scoperta di Ossi di seppia di Eugenio Montale!
Nel caso vi siate persi la “prima puntata”, potete recuperarla a questo link.
A gennaio abbiamo letto insieme l’incipit dell’opera e le prime poesie, che costituiscono quasi un manifesto programmatico di quella che sarà la raccolta.
Oggi invece affrontiamo insieme una sezione dedicata a Camillo Sbarbaro, collega e conterraneo di Eugenio Montale, ed una dal titolo “Sarcofaghi”, incentrata sul tema del lutto.
Vediamo meglio insieme i componimenti!
Sezione “Poesie per Camillo Sbarbaro”
Caffè a Rapallo
Questa lirica è ambientata in un bar a Rapallo, città costiera e turistica. È Natale e il poeta si ritrova in mezzo alle persone vestite a festa, tra i fumi delle tazze calde e le signore ben vestite, truccate e ingioiellate, che egli paragona alle “Sirene” che Ulisse non ascoltò. L’atmosfera è quella di un Natale adulto, quieto ed elegante; ma manca la presenza dell’amico Sbarbaro e, con essa, manca l’autenticità. Sembra che gli adulti non riescano più a godersi nemmeno le feste, presi come sono dall’ostentare un’apparenza che sicuramente nasconde piccoli e grandi malesseri. L’autore rimpiange i Natali della sua infanzia, caratterizzati da una “musica innocente”, fino ad immaginare una parata che, più che le feste di fine anno, richiama il Carnevale.
I
Natale nel tepidario
lustrante, truccato dai fumi
che svolgono tazze, velato
tremore di lumi oltre i chiusi
cristalli, profili di femmine
nel grigio, tra lampi di gemme
e screzi di sete…
Son giunte
a queste native tue spiagge,
le nuove Sirene!; e qui manchi
Camillo, amico, tu storico
di cupidige e di brividi.
S’ode grande frastuono nella via.
È passata di fuori
l’indicibile musica
delle trombe di lama
e dei piattini arguti dei fanciulli:
è passata la musica innocente.
Un mondo gnomo se ne andava
con strepere di muletti e carriole,
tra un lagno di montoni
di cartapesta e un bagliare
di sciabole fasciate di stagnole.
Passarono i Generali
con le feluche di cartone
e impugnavano aste di torroni;
poi furono i gregari
con moccoli e lampioni,
e le tinnanti scatole
ch’ànno il suono più trito,
tenue rivo che incanta
l’animo dubitoso:
(meraviglioso udivo).
L’orda passò col rumore
d’una zampante greggia
che il tuono recente impaura.
L’accolse la pastura
che per noi più non verdeggia.
Epigramma
Questa poesia esalta l’opera dell’amico Sbarbaro e chiede al lettore (in questo caso immaginato come un passante gentiluomo) di prendersene cura. Non so perché, ma questa breve poesia mi ha ricordato immediatamente la conclusione de “Il battello ebbro” di Rimbaud: la barca protagonista del componimento, dopo aver attraversato scenari che l’uomo non potrà mai immaginare, sente di avere “visto troppo” e rimpiange la semplicità dell’infanzia, giungendo persino a desiderare di essere una barchetta di carta in una pozzanghera, molto più libera di quanto esso non sia mai stato. Ed è così, per Montale, la poesia di Sbarbaro.
Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori
carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia
mobile d’un rigagno; vedile andarsene fuori.
Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:
col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,
che non si perda; guidala a un porticello di sassi.
Sezione "Sarcofaghi"
Dove se ne vanno le ricciute donzelle
Dopo due componimenti di rimpianto per l’infanzia, ecco una poesia che invece ricorda, con nostalgia dolente, la gioventù.
Le fanciulle che trasportano anfore sulle spalle richiamano la mitologia greca, ma anche, considerato che stiamo parlando di “sarcofaghi”, le pie donne che si occupano della sepoltura di Cristo. Per loro la natura è “madre, non matrigna”, in una chiarissima citazione leopardiana: non sono (ancora) state colte dal male di vivere che sopravviene con l’età adulta e la maturità, e per loro il mondo è qualcosa di splendido da scoprire. Ma il poeta – che qui si identifica con un “uomo che passa” - è già “troppo morto”, troppo privo di vita per poter avere interazioni con loro al di là di un semplice ramoscello da porgere per le loro anfore.
Il poeta si sente in un’altra dimensione rispetto alle donzelle… purtroppo non così felice come la loro.
Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore sulle spalle
ed hanno il fermo passo sì leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua via ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore sulle spalle.
Ora sia il tuo passo
In questo breve componimento, Montale invita il lettore ad immaginare una scena arida e piuttosto desolante: un piccolo tempio la cui porta rovinata è chiusa per sempre (i tempi di Montale sono quelli in cui la religione, un tempo di Stato, subisce i primi abbandoni), il sole che brucia l’ingresso erboso, un magro cane che attende qualcosa di sconosciuto. È impossibile non pensare a tutti i cani dei romanzi e dei film, da Argo ad Hachiko, che aspettano un padrone che non arriva, perché disperso in mare o morto, dando prova di una fedeltà eccezionale.
Ora sia il tuo passo
più cauto: a un tiro di sasso
di qui ti si prepara
una più rara scena.
La porta corrosa d’un tempietto
è rinchiusa per sempre.
Una grande luce è diffusa
sull’erbosa soglia.
E qui dove peste umane
non suoneranno, o fittizia doglia,
vigila steso al suolo un magro cane.
Mai più si muoverà
in quest’ora che s’indovina afosa.
Sopra il tetto s’affaccia
una nuvola grandiosa.
Il fuoco che scoppietta
Un triste idillio: una persona anziana, stanca, che dorme di fronte al caminetto, trovando conforto nel fuoco che lo scalda.
In questa poesia Montale ipotizza che la tanto desiderata pace arrivi con la senilità, dopo un’esistenza tormentata. Una pace malinconica, che giunge quando tanti dei propri cari sono scomparsi e l’esistenza è quasi interamente alle spalle.
Quando si rinuncia alla lotta arriva la rassegnazione, ma anche il riposo.
Il fuoco che scoppietta
nel caminetto verdeggia
e un’aria oscura grava
sopra un mondo indeciso. Un vecchio stanco
dorme accanto a un alare
il sonno dell’abbandonato.
In questa luce abissale
che finge il bronzo, non ti svegliare
addormentato! E tu camminante
procedi piano; ma prima
un ramo aggiungi alla fiamma
del focolare e una pigna
matura alla cesta gettata
nel canto: ne cadono a terra
le provvigioni serbate
pel viaggio finale.
Ma dove cercare la tomba
Cosa cerchiamo quando andiamo al cimitero a visitare le tombe dei nostri cari defunti? Come mai le abbiamo fatte costruire in questo modo, con le loro fotografie, con i fiori, con i simboli religiosi o laici che abbiamo scelto? Che cosa speriamo di trovare: un sollievo tanto cercato, un bel ricordo che avevamo rimosso, un barlume della gioia che provavamo quando essi erano ancora vivi? Montale si interroga su questi quesiti, senza però fornire una risposta univoca.
Ma dove cercare la tomba
dell’amico fedele e dell’amante;
quella del mendicante e del fanciullo;
dove trovare un asilo
per codesti che accolgono la brace
dell’originale fiammata;
oh da un segnale di pace lieve come un trastullo
l’urna ne sia effigiata!
Lascia la taciturna folla di pietra
per le derelitte lastre
ch’ànno talora inciso
il simbolo che più turba
poiché il pianto e il riso
parimenti ne sgorgano, gemelli.
Lo guarda il triste artiere che al lavoro si reca
e già gli batte ai polsi una volontà cieca.
Tra quelle cerca un fregio primordiale
che sappia pel ricordo che ne avanza
trarre l’anima rude
per vie di dolci esigli:
un nulla, un girasole che si schiude
ed intorno una danza di conigli…
Per oggi ci fermiamo qui!
Fatemi sapere che cosa ne pensate di queste poesie: se le avete studiate per la scuola o lette per un vostro interesse personale, quale vi è piaciuta di più o vi ha incuriosito.
Ditemi la vostra, e grazie se siete arrivati fin qui!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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