Spazio Scrittura Creativa: febbraio 2026
Cari lettori,
benvenuti al primo appuntamento dell’anno con la rubrica Spazio Scrittura Creativa!
In gennaio purtroppo non ho trovato “spazio”, tra i post festivi della prima settimana e la ripresa delle rubriche regolari.
Per questo mese di febbraio ero indecisa tra un angolo poetico (quest’anno siamo partiti con un progetto letterario su Montale ed è un periodo in cui la poesia mi ispira) ed il sesto – e penultimo – appuntamento con le sette mini fanfiction sui peccati capitali ed Harry Potter.
Poi, rileggendo quest’ultimo, ho pensato che siamo nel mese di Carnevale e che il personaggio che oggi ci racconterà la sua “Avarizia”, Ron Weasley, in un certo senso incarna lo spirito di questa festa: la voglia di ridere unita ad una malinconia di fondo. Rispetto alla versione originale, ho inserito anche alcune citazioni di una canzone che secondo me descrive proprio bene Ron, ed è quella che dà il titolo al racconto: Il Comico (Sai che risate) di Cesare Cremonini, che potete trovare a questo link.
Ron è un personaggio che ho rivalutato con il tempo. Nei miei vent’anni non lo sopportavo, lo trovavo infantile ed immaturo, pensavo che Hermione “meritasse di meglio”.
Tanto per farvi capire, diciamo
che se Alchemised fosse uscito 15 anni fa e voi aveste
casualmente aperto le finestre il giorno dell’annuncio, credo che
mi avreste sentito urlare di gioia. Ci è voluto l’invecchiamento
il tempo per comprendere che nella saga di Harry Potter accadono
troppe cose tragiche e sconvolgenti tra le due fazioni opposte (il
riferimento storico è pur sempre la Seconda Guerra Mondiale) perché
si possa ipotizzare un risvolto romantico alla “Romeo e Giulietta”
tra l’eroina buona e uno dei villains.
È Ron quello giusto… e con il tempo si capisce.
Il racconto di oggi, tuttavia, parla di altri lati di lui.
Spero che apprezzerete questa mia visione del personaggio!
Il comico
(Capitolo dell’Avarizia
Voce narrante: Ron Weasley)
“…Tutto ciò che gli rimaneva era il suo lavoro. Così lavorava tutto il giorno, ogni giorno, senza scopo, come un ragno che tesse la sua tela. I suoi clienti lo pagavano in monete d’oro ed argento ed egli le teneva in una pentola di ferro. Man mano che il tempo passava, Silas cominciò ad amare quelle monete. Ogni giorno lavorava per 16 ore, ma la notte tirava fuori le monete dalla pentola e le contava. Le loro forme e colori divennero familiari per lui. Amava guardarle e toccarle.” (George Eliot, Silas Marner)
“Ron! Ancora a giocare con le monete?!?” la voce che mi raggiunge è familiare: è mio padre.
“Sì, papà” rispondo io, con l’aria distratta di un bambino che è stato interrotto mentre fa qualcosa che gli piace.
“Mi piacciono molto, sai?”
“Cosa intendi, Ronnie?”
“Sono belle, papà! Sono colorate! Ormai conosco a memoria le loro forme! E guarda quante costruzioni posso fare!” continuo, mostrandogliele felice.
Papà mi sorride e mi passa una mano sulla testa. In un attimo, però, è come se un’ombra si dipingesse sul suo viso. Sembra stanco.
“Ricorda, Ronnie” mi dice “anche se ti piacciono, è meglio non esagerare con le monete.”
“E perché?”
“Perché desiderare troppo il denaro porta a scelte sbagliate, sai?”
No, non lo so. Non so davvero di cosa stia parlando.
Ma una cosa l’ho capita, anche se sono (quasi) il figlio più piccolo, anche se in casa siamo in tanti e non tutti prestano sempre attenzione a me: la nostra famiglia ha sempre bisogno di monete. Quelle dello stipendio di papà vengono subito messe via, ai miei fratelli maggiori vengono dati pochi spiccioli, ed a me e mia sorella Ginny solo una moneta ogni tanto. Nei momenti in cui c’è da fare qualche grossa spesa di famiglia, come quelle per la scuola, tutte le monete spariscono subito, non le vediamo per mesi.
Un galeone rotola giù dal tavolo ed io rapido lo raccolgo.
“Papà, è vero che siamo poveri? Ce siamo dei pezzenti e noi sette siamo troppi per essere mantenuti da voi?”
“Chi ti ha detto queste cose?” risponde papà preoccupato.
“Il figlio dei Rosier, quelli che abitano in quella grande villa di campagna… hai presente, papà? Quello vicino al campetto dove io e Ginny andiamo sempre a giocare a Quidditch. Beh, l’altro giorno ci è venuto vicino quel bambino e ci ha detto queste cose.”
Papà sospira. È infuriato, lo sento. Conosce bene i Rosier, sono degli arroganti nobilotti , probabilmente il capofamiglia fa parte dei Mangiamorte. Ma io sono un bambino, e come si può spiegare tutto questo a un bambino, anche se ha capito già più di quello che dovrebbe?
“Figliolo, devi credermi: non è vero niente. Devi cercare di farti coraggio ed affrontare la cattiveria di queste persone. Sono dei bulli e non sanno quello che dicono. Stai tranquillo, Ronnie!”
Ma io non lo sono affatto. E se un giorno finissero i soldi? E se mamma e papà fossero costretti a mandarci via?
Non voglio. Non ho nessuna intenzione di andarmene da casa nostra.
Così scoppio a piangere, come il bambino che sono, come il piccolo bisognoso d’affetto che si rifugia sulle ginocchia del suo papà.
* * *
Sono stato anche normale
in una vita precedente
m’hanno chiesto, “Che sai fare?”
“So far ridere la gente” E menomale…
Ora non ho più questo genere di paure… molte altre hanno preso il loro posto.
Tutti mi conoscono come l’amico fedele del grande Harry Potter, la fidata spalla comica che rallegra il trio. Harry è un eroe, Hermione è la ragazza che ogni adulto porta ad esempio. Insieme sono una coppia d’oro, ma forse sono un po’ troppo seri. E menomale che ci sono io, con i miei voti zoppicanti ed i miei quaderni pasticciati, la mia divisa stropicciata e la mia goffaggine, a farli ridere. Meno male, dicono.
Che ci crediate o no, lo dico anche io. So che Harry e Hermione mi vogliono bene e che mi accettano anche nei momenti in cui divento umorale e pensieroso, ma neanche loro, forse, hanno davvero capito quanto ho dovuto costruire, pezzo per pezzo, il mio ruolo di comico.
Non ho mai più dimenticato gli insulti che sono stati rivolti a mio padre nel corso degli anni a causa delle sue scelte e del suo status sociale.
Se chiudo gli occhi, li sento ancora.
“Povero fallito...”
“Traditore del tuo sangue…”
“Lei disonora il nome stesso di mago…” e via di questo passo.
Persino mio fratello Percy ha fatto una tremenda litigata con papà, qualche mese fa. Gli ha detto che non ha ambizioni, è privo di interessi a parte quelle sue stravaganti abitudini, e che per questo siamo senza un soldo. Se n’è andato di casa, dicendo che, a differenza nostra, lui non aveva nessuna intenzione di mettersi contro il Ministero.
È sempre stata una persona difficile, dal carattere presuntuoso e spigoloso. Ma io non riesco a sentirmi migliore di lui… non lo sono. Sono l’ultimo di sei figli maschi (la settima è Ginny che è ovviamente super coccolata) e sono sempre stato considerato lo scricciolo di casa, quello da seguire, da incoraggiare… quello che non conta niente, dico io.
E da quando Percy se n’è andato non riuscivo a sopportare i continui pianti di mia madre. Così, visto che come comico a scuola e con gli amici non me la cavo niente male, ho iniziato a farlo anche in casa. Più ne combino, più mamma si arrabbia… e si dimentica quel figlio che non vuole saperne più niente di lei.
* * *
C’è chi non conosce Dante
Chi ha tutto da imparare
Chi è felice quando piange
Chi si veste da soldato a Carnevale
Io mi nascondo tra la gente
Sì, a Carnevale non so che fare
Avere come mio migliore amico il grande Harry Potter non mi ha certo aiutato, anzi. Certe volte vorrei essere come lui, sempre al centro dell’attenzione, sempre in mezzo ai guai, anche se gli piovono sulla testa, perché tanto poi sa sempre come uscirne, lui.
È stato lui a salvare mia sorella, al secondo anno.
È stato lui ad aiutare Fred e George con i soldi del torneo Tremaghi.
Insomma, ha aiutato più lui la mia famiglia di quanto io abbia mai potuto fare.
Ed io? Come faccio anche solo minimamente a sentirmi all’altezza delle persone che amo? Mi sento sempre sciocco, inutile, un passo indietro.
Io sono divertente. Sono simpatico, sono di compagnia, piaccio. E poi?
Quando la tristezza nel mio cuore è particolarmente forte, quando ho una paura disperata che Harry e Hermione mi escluderanno, quando mi sento come un clown dopo che è passato il Carnevale, ritorno al mio vecchio passatempo. Aspetto di essere solo, tiro fuori i galeoni dalla mia sacchetta in pelle di drago e comincio a giocarci. Li conto, li rigiro, faccio delle forme e delle costruzioni.
Mi spiace, papà. Tu hai delle pretese quasi eroiche nei confronti di ognuno di noi, come ogni Grifondoro che si rispetti, del resto. Ma io non sono un eroe, non ancora, forse. Sono solo un ragazzo come tanti: i tesori materiali saranno sempre il mio punto debole, anche se so di averne già tanti, come la famiglia, l’amicizia e forse anche l’amore.
Sorrido e continuo ad agitare tra le mani le mie monete.
Tu vestita da bambina,
prigioniera vuoi scappare
da una perfida regina
così seria da star male
non so dirti una parola,
non ho niente di speciale
ma se ridi poi
vuol dire che una cosa la so fare…
FINE
Siamo quasi alla fine! Manca davvero poco alla conclusione di questa serie di fanfiction. Vi lascio i link alle “puntate precedenti”:
1) Ninfadora Tonks, “Invidia”: Link
2) Horace Lumacorno, “Accidia”: Link
3) Albus Silente, “Gola”: Link
4) Pansy Parkinson, “Superbia”: Link
5) Molly Weasley, “Ira”: Link
Ne approfitto per augurarvi un Buon Carnevale! C’è chi lo festeggerà domani – la maggioranza, credo – e chi, come me e gli altri milanesi e dintorni, nel weekend… approfittate del ponte, se lo avete, per rilassarvi e divertirvi!
Scrivetemi un vostro parere sul racconto, se vi va!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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