Osservazione e meditazione
appuntamento di marzo con il progetto letterario su Ossi di seppia di Eugenio Montale!
Per chi se le fosse perso, lascio i link ai post di gennaio e di febbraio. Dopo aver analizzato insieme le tematiche dell’incipit, il coinvolgimento del collega ed amico Camillo Sbarbaro ed i componimenti dedicati a chi non c’è più, oggi parliamo soprattutto di tempo e di meditazioni che nascono dall’osservazione, in particolare dei paesaggi vicini.
In alcune di queste poesie, secondo me, c'è anche un importante influsso leopardiano. Due di queste cinque poesie sono sicuramente molto conosciute.
Spero che vi piaceranno!
Sezione “Altri versi”
Vento e bandiere
In questo componimento il vento è un simbolo del tempo. Passa rapido e in continuazione: in un giorno felice, immalinconito solo dall’aroma “amaro” del mare, scompiglia la chioma di una donna, forse amata; e tempo dopo, quando quella persona è ormai lontana, torna tra pietre e montagne, in un paesaggio ben diverso dal mare. Ogni volta che il vento passa, non ritrova mai la medesima situazione. Perché la natura, le piante, le montagne, il mare, ci saranno anche quando non ci saremo più. Ed è incredibile pensare a quanto l’uomo si creda onnipotente e invece, come affermava anche Leopardi, sia immerso in una natura indifferente.
E l’uomo pensieroso guarda sconcertato il paese che fa festa.
La folata che alzò l’amaro aroma
del mare alle spirali delle valli,
e t’investì, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido;
la raffica che t’incollò la veste
e ti modulò rapida a sua immagine,
com’è tornata, te lontana, a queste
pietre che sporge il monte alla voragine;
e come spenta la furia bianca
ritrova ora il giardino il sommesso alito
che ti cullò, riversa sull’amaca,
tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.
Ahimé, non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani! E scampo
n’è: ché, se accada, insieme alla natura
la nostra fiaba brucerà in un lampo.
Sgorgo che non s’addoppia - ed or fa vivo
un gruppo di abitati che distesi
allo sguardo sul fianco d’un declivo
si parano di gale e di palvesi.
Il mondo esiste… Uno stupore arresta
il cuore che ai vaganti incubi cede,
messaggeri del vespero: e non crede
che gli uomini affamati hanno una festa.
Fuscello teso dal muro
Ancora una volta uno dei simboli di divisione per eccellenza della poesia di Montale: un muro. Da una parte c’è il mondo del poeta, che attribuisce al fuscello il senso di noia che prova in prima persona. Il ramo sul muro richiama una meridiana e simboleggia, ancora una volta, il tempo. Al di là del muro c’è un paesaggio quasi favolistico, con il mare, una nave che sembra quasi piratesca, un viaggio che non lascia traccia. Al poeta non resta che sognare, come il passero solitario sulla torre leopardiana, bloccato dal suo muro (la consapevolezza di non appartenere a quel mondo “dell’infinito”) e dal fuscello (il tempo che scorre).
Fuscello teso dal muro
sì come l’indice d’una
meridiana che scande la carriera
del sole e la mia, breve;
in una additi i crepuscoli
e alleghi sul tonaco
che imbeve la luce d’accesi
riflessi – e t’attedia la ruota
che in ombra sul piano dispieghi,
t’è noja infinita la volta
che stacca da te una smarrita
sembianza come di fumo
e grava con l’infittita
sua cupola mai dissolta.
Ma tu non adombri stamane
più il tuo sostegno ed un velo
che nella notte hai strappato
a un’orda invisibile pende
dalla tua cima e risplende
ai primi raggi. Laggiù,
dove la piana si scopre
del mare, un trealberi carico
di ciurma e di preda reclina
il bordo a uno spiro, e via scivola.
Chi è in alto e s’affaccia s’avvede
che brilla la tolda e il timone
nell’acqua non scava una traccia.
Ossi di seppia
Non chiederci la parola
Questa poesia, in origine non tra le più conosciute, è stata molto condivisa negli ultimi anni e secondo me rappresenta bene l’incertezza dei nostri tempi.
A volte ci si sente talmente persi che non si sa esattamente che cosa si voglia.
Ben consapevoli, però, che la vita è una e che l’ombra (la fine del nostro tempo) si avvicina, a volte si sa semplicemente quel che non si vuole. O non si vuole più.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Meriggiare pallido e assorto
Questo componimento mi parla dell’altra Liguria, quella lontana dalla Riviera che tanti conoscono. Interni colorati, panni stesi ad asciugare, muretti scalcinati, il silenzio della canicola. Quella parte meno turistica dei paesini, dove si torna solo se si ha una casa in affitto, per riposarsi la sera, o magari sistemarsi un attimo ed uscire di nuovo. Il poeta prova una “triste meraviglia” nel constatare che questo scenario non proprio esaltante sia un simbolo della mediocrità, spesso della durezza della vita. Io però, personalmente, sono affezionata anche a questo lato della Liguria.
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Non rifugiarti nell’ombra
Questa poesia, nonostante sia pervasa dalla stessa atmosfera malinconica di altri componimenti della raccolta, contiene un briciolo di ottimismo.
Per quanto, come già detto, le difficoltà della vita siano infinite, la soluzione non è né isolarsi “nell’ombra”, né vivere di fantasia nel folto della “verzura” (foresta).
La luce, che poi è quella della realtà, è pur sempre qualcosa che illumina, che consente di vedere chiaramente. Per questo motivo bisogna abbandonare il pulviscolo delle nostre illusioni, il barbaglio delle nostre ansie e preoccupazioni che ci sfibra. Il falò delle nostre illusioni può essere doloroso, ma è necessario.
Non rifugiarti nell’ombra
di quel fólto di verzura
come il falchetto che strapiomba
fulmineo nella caldura.
È ora di lasciare il canneto
stento che pare s’addorma
e di guardare le forme
della vita che si sgretola.
Ci muoviamo in un pulviscolo
madreperlaceo che vibra,
in un barbaglio che invischia
gli occhi e un poco ci sfibra.
Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde
che impigra in quest’ora di disagio
non buttiamo già in un gorgo senza fondo
le nostre vite randage.
Come quella chiostra di rupi
che sembra sfilaccicarsi
in ragnatele di nubi;
tali i nostri animi arsi
in cui l’illusione brucia
un fuoco pieno di cenere
si perdono nel sereno
di una certezza: la luce.
Proseguiamo il mese prossimo!
Credo che stavolta ci siano poesie che tanti di voi hanno conosciuto o studiato a scuola. Fatemi sapere se vi hanno colpito e quale avete preferito.
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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