Ricordi di liceo, tra ombre e luci #4
Cari lettori,
eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile con “L’angolo della poesia” e Ossi di seppia di Eugenio Montale!
Oggi entriamo nel cuore della sezione che dà il nome alla raccolta e leggiamo cinque poesie. Una è davvero tra le più celebri dell’autore. Un’altra è per me un ricordo speciale. Le tre rimanenti si concentrano soprattutto sui concetti di luce ed ombra, sia in natura che nell’animo umano.
Sezione "Ossi di seppia"
Ripenso il tuo sorriso
Chi era presente alla Maturità del 2008? Io sì! Questo era il brano scelto per la vecchia tipologia A, l’analisi del testo. L’ho fatto anche io: ricordo ore e ore a scrivere in un corridoio, mentre fuori c’era uno dei tanti temporali estivi.
Si è dibattuto sul destinatario della poesia: K. non è una figura femminile, bensì un ballerino russo. Una presenza in qualche modo salvifica, che ricorda le “donne angelicate” della letteratura medioevale. Il sorriso di chi è artista e felice di esserlo regala la calma al poeta, è un ricordo fresco e piacevole in mezzo a tanti altri “grigi”.
a K.
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…
Mia vita, a te non chiedo lineamenti
Questa breve poesia lascia già intravedere quel che poi sarà esplicitato nel componimento sul “male di vivere”. Nell’animo del poeta, infatti, il malessere è così radicato che quiete e rassegnazione sono equivalenti. Solo pochi avvenimenti hanno il potere di sconvolgerlo, come uno sparo in una campagna silenziosa.
Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.
Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.
Portami il girasole ch’io lo trapianti
Il girasole, in questa poesia, diventa un simbolo di tutto ciò che l’autore non è e forse vorrebbe essere. Egli trova la sua dimensione in paesaggi un po’ sbiaditi, come il “meriggiare pallido e assorto” che abbiamo letto insieme il mese scorso. Il tempo, inoltre, trasforma in ombre qualsiasi cosa: ciò che è vivo o materiale muore o deperisce, persino i traumi diventano ricordi.
Il girasole, invece, è pieno di luce, e altra ne cerca, quando il sole è alto ed il cielo è azzurro.
Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
Spesso il male di vivere ho incontrato
Una delle poesie più conosciute di Eugenio Montale: in essa, il poeta descrive il malessere che sempre lo accompagna utilizzando immagini contrastanti. La prima strofa è tutta dedicata alla fatica ed alla sofferenza, che non riguarda soltanto l’uomo, ma investe anche animali, piante, cose. La seconda parla di una divina Indifferenza, che poi non è troppo diversa dalla Natura matrigna di Leopardi: una statua immobile (impossibile non pensare al celebre dialogo dell’islandese con la natura), una nuvola che passa e va. Quindi non solo si è destinati a soffrire, ma i nostri singoli dolori sono troppo “piccoli” perché la Natura, Dio o chi per esso se ne possa occupare.
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Ciò che di me sapeste
Questa poesia mi ha fatto venire in mente una frase protagonista di tanti video sui social: “Egli non ha nemmeno graffiato la mia superficie. Nessuno di loro lo ha fatto.” Ed è così che si sente il poeta: come se nessuno avesse visto davvero la sua vera essenza. Egli vorrebbe raccontarla, donarla a qualcuno di fidato, ma forse per problemi di incomunicabilità (una piaga che già c’era il secolo scorso e che oggi è ancora più estesa), forse perché egli stesso non sa verbalizzare i suoi sentimenti più profondi, non ci riesce.
Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.
Ed era forse oltre il telo
l’azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.
O vero c’era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d’un’ignita
zolla che mai vedrò.
Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l’ignoranza.
Se un’ombra scorgete, non è
un’ombra – ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.
Tanti temi interessanti messi sul tavolo, vero?
Spero di avervi aiutato a conoscere meglio questo autore che, come avrete capito, è stato particolarmente importante per la me diciottenne, e meritava una riscoperta ora che di anni ne ho 18x2.
Aspetto i vostri commenti!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)