giovedì 26 marzo 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" 3

 Osservazione e meditazione




Cari lettori,

appuntamento di marzo con il progetto letterario su Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Per chi se le fosse perso, lascio i link ai post di gennaio e di febbraio. Dopo aver analizzato insieme le tematiche dell’incipit, il coinvolgimento del collega ed amico Camillo Sbarbaro ed i componimenti dedicati a chi non c’è più, oggi parliamo soprattutto di tempo e di meditazioni che nascono dall’osservazione, in particolare dei paesaggi vicini. 

In alcune di queste poesie, secondo me, c'è anche un importante influsso leopardiano. Due di queste cinque poesie sono sicuramente molto conosciute.


Spero che vi piaceranno!



Sezione “Altri versi”


Vento e bandiere


In questo componimento il vento è un simbolo del tempo. Passa rapido e in continuazione: in un giorno felice, immalinconito solo dall’aroma “amaro” del mare, scompiglia la chioma di una donna, forse amata; e tempo dopo, quando quella persona è ormai lontana, torna tra pietre e montagne, in un paesaggio ben diverso dal mare. Ogni volta che il vento passa, non ritrova mai la medesima situazione. Perché la natura, le piante, le montagne, il mare, ci saranno anche quando non ci saremo più. Ed è incredibile pensare a quanto l’uomo si creda onnipotente e invece, come affermava anche Leopardi, sia immerso in una natura indifferente.

E l’uomo pensieroso guarda sconcertato il paese che fa festa.


La folata che alzò l’amaro aroma

del mare alle spirali delle valli,

e t’investì, ti scompigliò la chioma,

groviglio breve contro il cielo pallido;


la raffica che t’incollò la veste

e ti modulò rapida a sua immagine,

com’è tornata, te lontana, a queste

pietre che sporge il monte alla voragine;


e come spenta la furia bianca

ritrova ora il giardino il sommesso alito

che ti cullò, riversa sull’amaca,

tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.


Ahimé, non mai due volte configura

il tempo in egual modo i grani! E scampo

n’è: ché, se accada, insieme alla natura

la nostra fiaba brucerà in un lampo.


Sgorgo che non s’addoppia - ed or fa vivo

un gruppo di abitati che distesi

allo sguardo sul fianco d’un declivo

si parano di gale e di palvesi.


Il mondo esiste… Uno stupore arresta

il cuore che ai vaganti incubi cede,

messaggeri del vespero: e non crede

che gli uomini affamati hanno una festa.



Fuscello teso dal muro


Ancora una volta uno dei simboli di divisione per eccellenza della poesia di Montale: un muro. Da una parte c’è il mondo del poeta, che attribuisce al fuscello il senso di noia che prova in prima persona. Il ramo sul muro richiama una meridiana e simboleggia, ancora una volta, il tempo. Al di là del muro c’è un paesaggio quasi favolistico, con il mare, una nave che sembra quasi piratesca, un viaggio che non lascia traccia. Al poeta non resta che sognare, come il passero solitario sulla torre leopardiana, bloccato dal suo muro (la consapevolezza di non appartenere a quel mondo “dell’infinito”) e dal fuscello (il tempo che scorre).


Fuscello teso dal muro

sì come l’indice d’una

meridiana che scande la carriera

del sole e la mia, breve;

in una additi i crepuscoli

e alleghi sul tonaco

che imbeve la luce d’accesi

riflessi – e t’attedia la ruota

che in ombra sul piano dispieghi,

t’è noja infinita la volta

che stacca da te una smarrita

sembianza come di fumo

e grava con l’infittita

sua cupola mai dissolta.


Ma tu non adombri stamane

più il tuo sostegno ed un velo

che nella notte hai strappato

a un’orda invisibile pende

dalla tua cima e risplende

ai primi raggi. Laggiù,

dove la piana si scopre

del mare, un trealberi carico

di ciurma e di preda reclina

il bordo a uno spiro, e via scivola.

Chi è in alto e s’affaccia s’avvede

che brilla la tolda e il timone

nell’acqua non scava una traccia.



Ossi di seppia


Non chiederci la parola


Questa poesia, in origine non tra le più conosciute, è stata molto condivisa negli ultimi anni e secondo me rappresenta bene l’incertezza dei nostri tempi.

A volte ci si sente talmente persi che non si sa esattamente che cosa si voglia.

Ben consapevoli, però, che la vita è una e che l’ombra (la fine del nostro tempo) si avvicina, a volte si sa semplicemente quel che non si vuole. O non si vuole più.


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.


Ah l’uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l’ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!


Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.



Meriggiare pallido e assorto


Questo componimento mi parla dell’altra Liguria, quella lontana dalla Riviera che tanti conoscono. Interni colorati, panni stesi ad asciugare, muretti scalcinati, il silenzio della canicola. Quella parte meno turistica dei paesini, dove si torna solo se si ha una casa in affitto, per riposarsi la sera, o magari sistemarsi un attimo ed uscire di nuovo. Il poeta prova una “triste meraviglia” nel constatare che questo scenario non proprio esaltante sia un simbolo della mediocrità, spesso della durezza della vita. Io però, personalmente, sono affezionata anche a questo lato della Liguria.


Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.


Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.


Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.


E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.



Non rifugiarti nell’ombra


Questa poesia, nonostante sia pervasa dalla stessa atmosfera malinconica di altri componimenti della raccolta, contiene un briciolo di ottimismo.

Per quanto, come già detto, le difficoltà della vita siano infinite, la soluzione non è né isolarsi “nell’ombra”, né vivere di fantasia nel folto della “verzura” (foresta).

La luce, che poi è quella della realtà, è pur sempre qualcosa che illumina, che consente di vedere chiaramente. Per questo motivo bisogna abbandonare il pulviscolo delle nostre illusioni, il barbaglio delle nostre ansie e preoccupazioni che ci sfibra. Il falò delle nostre illusioni può essere doloroso, ma è necessario.


Non rifugiarti nell’ombra

di quel fólto di verzura

come il falchetto che strapiomba

fulmineo nella caldura.


È ora di lasciare il canneto

stento che pare s’addorma

e di guardare le forme

della vita che si sgretola.


Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra,

in un barbaglio che invischia

gli occhi e un poco ci sfibra.


Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde

che impigra in quest’ora di disagio

non buttiamo già in un gorgo senza fondo

le nostre vite randage.


Come quella chiostra di rupi

che sembra sfilaccicarsi

in ragnatele di nubi;

tali i nostri animi arsi


in cui l’illusione brucia

un fuoco pieno di cenere

si perdono nel sereno

di una certezza: la luce.



Proseguiamo il mese prossimo!

Credo che stavolta ci siano poesie che tanti di voi hanno conosciuto o studiato a scuola. Fatemi sapere se vi hanno colpito e quale avete preferito.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 23 marzo 2026

QUESTO AMORE

 Spazio Scrittura Creativa: marzo 2026




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di marzo con lo Spazio Scrittura Creativa!


Questo mese vi propongo, come già fatto altre due volte, una sorta di “pagina di diario”, un racconto almeno in parte autobiografico.


Vi ho parlato del mio amore per la danza a questo link.


Di un’estate spensierata come solo quelle dell’adolescenza sanno essere in questo post.


Oggi invece vi vorrei parlare di un tema più serio, che purtroppo temo molti di voi abbiano già affrontato: la perdita dei nonni. 

Sono tornata con la mente al marzo del 2014 e ho cercato di trasformare i miei ricordi in un racconto. Ho cercato di non inserire troppi dettagli personali non solo per privacy, ma anche perché vorrei che quel che ho imparato da questa difficile esperienza possa essere di aiuto per chi la sta vivendo ora.


Vi mando un grande abbraccio perché non è facile scrivere di questi argomenti, però non è nemmeno scontato che qualcuno abbia voglia di leggerne, quindi grazie mille fin da ora.



Questo amore


Acqua blu e chiara

l'alta marea è arrivata e ti ha portata qui

e come un fantasma, ancora e ancora, ancora e ancora

le cicatrici si fanno più scure, le correnti ti hanno portato qui ancora


Le onde si rifrangevano sulla sabbia, portando a riva la spuma bianca del mare. Era una giornata di una bellezza rara per la stagione.


Marzo era appena iniziato; tuttavia, il sole brillava, riflettendosi sull'acqua chiara, pulita e forse già troppo calda.


Lei era scesa al suo mare per le vacanze di Carnevale ed aveva trovato un panorama splendido ad accoglierla. Certo, per lei quella piccola baia di scogli e sabbia, con l'acqua così stranamente trasparente, era un posto speciale da molti anni: l'aveva sempre considerata un angolo di mondo riparato, tranquillo, quasi riservato a lei.


Seduta su quegli scogli proprio in riva al mare, nel corso degli anni, aveva ripensato a persone, eventi, ricordi. Ed ora che aveva 24 anni si ritrovava a fare quello che già una volta le era accaduto: affidare alle onde un dolore improvviso ed una malinconia che non poteva fare a meno di insinuarsi in lei.


Non c'era un modo di allontanare fisicamente quel ricordo da lei, neppure percorrendo mille miglia, nemmeno immaginando di strapparsi il cuore. Più fissava la splendida distesa marina di inizio primavera, più una serie di immagini le si presentava nella mente.



Un mese. Un tempo che era passato fin troppo in fretta, e che, in ogni caso, non era bastato a guarirla dallo strappo doloroso che aveva subito. Vi erano momenti in cui riusciva quasi a scordare quello che era successo; poi, però, tutto le ritornava in mente, più vivo e più crudele di prima, come a ricordarle che le sue cicatrici si stavano facendo di giorno in giorno più scure e profonde.


Era un bene che se ne fosse andata al mare per qualche giorno: spesso, la sua stessa casa non la aiutava a dimenticare.

C'era sempre un quadro, una foto, un oggetto di troppo.


E dire quello che lei aveva appena trascorso era stato uno dei periodi più emozionanti e movimentati della sua vita.

Ma non bastava guardare tutto il servizio fotografico della sua laurea, avvenuta tre settimane prima. Né dedicarsi al suo primo stage, trovato quasi a sorpresa. Non era nemmeno abbastanza rifugiarsi tra famiglia e amici, cosa che aveva cercato disperatamente di fare fin dal 4 febbraio.


Dovunque si girasse, il suo sguardo cadeva su qualcosa che le faceva pensare alla nonna.



* * *


Urlando in silenzio, e nei miei sogni più selvaggi

non ho mai sognato questo


Il primo pensiero, quando aveva saputo che per la nonna non c'era più niente da fare, era stato: per favore, non domani, non di nuovo.


Il ricordo della scomparsa del nonno, avvenuta ormai quasi quattro anni prima, e, in modo particolare, del giorno del funerale, era un ricordo ancora troppo fresco. Una caldissima giornata di giugno, passata a sentirsi come se fosse preda di una lenta corrente: case, fatti, persone le scivolavano a fianco, e lei non poteva far altro che muovere un piede dopo l'altro ed affrontare quello che le si presentava davanti.


Proprio come succedeva ad una corrente, le cui acque si fanno sempre più tumultuose, fino ad arrivare alla cascata finale, così per lei quella giornata era stata una lenta discesa, e le era toccato fare tutto quel che proprio non avrebbe voluto fare.


Aveva odiato quella sensazione di impotenza e tristezza, quasi, all'improvviso, il mondo fosse stato coperto da una coltre soffocante, e non poteva nemmeno pensare di rivivere tutto questo una seconda volta.


Eppure, non più di quattro giorni dopo, aveva dovuto farlo.


Era inverno, il freddo era pungente, e non si trattava né della stessa chiesa né dello stesso cimitero dell'altra volta, ma fin troppi dettagli erano simili.


Il sole continuava a brillare, il cielo seguitava ad essere azzurro, l’inverno sembrava occhieggiare già alla primavera, ma, tutto intorno, per lei, la vita era come ovattata.


Fino a quando non aveva visto quel nome sulle carte funerarie, lei si era sentita come illusa, quasi ci fosse una piccola speranza che non fosse vero; quelle lettere impresse nero su bianco l'avevano riportata alla realtà.

Il resto della mattinata era stata soltanto una lunga discesa lungo un fiume scivoloso e fangoso che non pensava avrebbe avuto la forza di attraversare.


Non si sa come, aveva tirato fuori dal cuore, ancora una volta, il coraggio di guardare i fatti così com'erano e di restare presente a se stessa.


Solo in quel modo la sua vita aveva potuto ricominciare lentamente a scorrere.


* * *


Scuotendomi, girando, lottando nella notte per qualcosa di nuovo

e noi siamo come un fantasma, ancora e ancora, ancora e ancora

una lanterna che brucia e scintilla solo per te

ma tu sei sempre andata, andata, andata


Il mese successivo erano stato, allo stesso tempo, frenetico e come congelato. La laurea tanto attesa, un cambio di vita importante. Tante soddisfazioni, ma anche incertezza e paura.


L'unica costante di quel periodo era il ricordo della nonna. E il suo appartamento ormai vuoto: fotografie, servizi, statue, persino quadri che parlavano di lei.


Poche cose l'avevano sbigottita come quelle poche volte che le era capitato di entrare nel piccolo trilocale della nonna. L'aveva trovato, sì, dimesso e forse anche triste, ma, al tempo stesso, ancora pieno di vita, di ricordi, dell'essenza stessa di lei.


Quel luogo era ormai così legato alla nonna, e quando era viva ella si muoveva dentro in modo tanto naturale e silenzioso, che lei si sarebbe aspettata di vedersela comparire davanti da un momento all'altro, con gli stessi occhiali e la medesima vestaglia. Sembrava quasi un controsenso pensare che tutti quegli oggetti non avessero più una proprietaria.


Una persona paziente, gentile e generosa, e la sua presenza silenziosa, nel corso degli anni, era stata un dono prezioso.


* * *


Io ho perso l'interesse, oh, sono affondata con le navi

e tu sei apparsa, proprio in tempo


C'era un pensiero che, durante e dopo la morte della nonna, si era fatto sempre più insistente in lei: il ricordo del loro legame.


La vicinanza della nonna in tanti momenti di vita importanti.

Un giorno delle scuole medie in cui lei era più triste che ammalata, eppure l'aveva curata ugualmente, con tanto di riso in bianco e boule dell'acqua calda.


Uno degli ultimi giorni di scuola delle superiori, quando il tempo non aveva permesso di festeggiare poi molto, così si erano consolate guardando un film.


O ancora i primi giorni dell’Università, le prime preoccupazioni per una nuova vita ed un orario settimanale che si preannunciava già troppo impegnativo: era stata proprio lei a convincerla a non demoralizzarsi subito.


Si erano volute bene perché, in un certo senso, si erano scelte, fin da quando lei era piccolissima. E questo sentimento le aveva accompagnate fino alla fine.


* * *


Questo amore sta lasciando un marchio permanente

questo amore sta brillando nel buio...

Hai baciato la mia guancia e ti ho guardato andar via

il tuo sorriso, il mio fantasma, sono caduta in ginocchio.

Quando sei giovane, corri e basta,

ma poi torni a quello di cui hai davvero bisogno


Forse i ricordi della nonna, con gli anni, si sarebbero fatti più rari e confusi, ma, allo stesso tempo, il suo affetto le aveva impresso un marchio che nemmeno il tempo sarebbe riuscito a rimuovere.


Il segreto di tutto, chissà, poteva essere in quel pomeriggio di inizio febbraio, quando era andata in ospedale a salutare la nonna, quando ancora si sperava che si sarebbe ripresa. La nonna era in uno stato di confusione totale, sbagliava tutti i nomi, era controllata a vista. Eppure l'aveva guardata, l'aveva riconosciuta, le aveva parlato, le aveva chiesto se fosse stanca.


L'immagine del suo ultimo sorriso rivolto a lei le era venuta in mente, a tratti, nelle situazioni più disparate.


Il suo ultimo mese era stata una corsa, a volte difficile ed a volte sfrenata, verso il futuro. 

Per quanto, però, fosse ancora giovanissima e avesse ancora molto da fare, vedere e pensare, sarebbe sempre tornata, con il cuore, a quello di cui aveva realmente bisogno, proprio come la sua famiglia, e come la nonna, che ne era stata – ed ancora era – una componente essenziale.


Era davvero l'amore tra loro due ad aver formato un “ponte” tra la vita e la morte.

Era un affetto che le portava gioia e dolore allo stesso tempo, ma niente vi avrebbe posto fine.

Nel momento in cui aveva lasciato fisicamente andare la nonna, le era entrata nel cuore.

L'amore che la nonna le aveva donato era tornato da lei, ed ora toccava a lei custodirlo e farlo crescere.


Questo sarebbe stato il modo migliore di tenerla sempre con sé.


Questo amore è buono, questo amore è cattivo

questo amore è una vita che torna dal regno dei morti

queste mani...ho dovuto lasciarle libere

e questo amore è tornato da me.


FINE



La canzone che ci accompagna è This love di Taylor Swift, che potete ascoltare a questo link

Ho cercato anche di scegliere delle immagini che danno l'idea di affidare il proprio dolore e tutti i pensieri al mare. A parte ovviamente i fiori, che simboleggiano il funerale (e ho scelto la mimosa, fiore di marzo).

Vi ringrazio molto per essere arrivati fino a qua e spero di avervi aiutato a pensare ai momenti difficili con un pizzico di ottimismo e speranza in più. Se vi va di lasciare un commento mi farebbe molto piacere.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


venerdì 20 marzo 2026

PRIMAVERA E POESIA: LE MIE PREFERITE

 Dai "Preferiti del mese", una raccolta di componimenti per la stagione




Cari lettori,

per il nostro "Angolo della poesia", facciamo una piccola pausa dal nostro progetto letterario su Eugenio Montale (che comunque tornerà giovedì prossimo) e concludiamo la serie di poesie regionali, dopo l'estate, l'autunno e l'inverno

Non potevamo che chiudere con la primavera, insieme ad un po' di scatti di giornate da ricordare!



Il Cavallo, di Maria Luisa Spaziani


Viene la primavera, presto, scrivere!

In che cosa è diverso questo marzo?

Non ha le stesse tinte né profumi

selvaggi del passato.


Ma non voglio un giardino coltivato

all’inglese o francese con zampilli

d’acque educate, statue, allegorie

e recinti di fragole e lamponi.


Vorrei quel marzo là… che anno era?

Quando a cavallo saltavo le siepi.

Dov’è andato il cavallo? Sì, le siepi

fedelmente rimangono lì.



Il ramo rubato, di Pablo Neruda


Nella notte entreremo

a rubare

un ramo fiorito.

Passeremo il muro,

nelle tenebre del giardino altrui,

due ombre nell’ombra.

Ancora non se n’è andato l’inverno,

e il melo appare

trasformato d’improvviso

in cascata di stelle odorose.

Nella notte entreremo

fino al suo tremulo firmamento,

e le tue piccole mani e le mie

ruberanno le stelle.

E cautamente

nella nostra casa,

nella notte e nell’ombra,

entrerà con i tuoi passi

il silenzioso passo del profumo

e con i piedi stellati

il corpo chiaro della Primavera.



Speranza, di Guido Gozzano


Il gigantesco rovere abbattuto

l’intero inverno giacque sulla zolla,

mostrando, in cerchi, nelle sue midolla

i centonovant’anni che ha vissuto.


Ma poi che Primavera ogni corolla

dischiuse con le mani di velluto,

dai manchi nodi qua e là rampolla

e sogna ancora d’essere fronzuto.


Rampolla e sogna – immemore di scuri -

l’eterna volta cerula e serena

e gli ospiti canori e i frutti e l’ire


aquilonari e i secoli futuri…

Non so perché mi faccia tanta pena

quel moribondo che non vuol morire.



Già sulle rive…, di Alceo


Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,

gli uccelli di palude scendono dal cielo,

dalle cime dei monti

si libera azzurra fredda l’acqua e la vite

fiorisce e la verde canna spunta.

Già nelle valli risuonano

canti di primavera.



Risveglio, di Pierluigi Cappello


Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse

mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto

dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita

in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte.

Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino

mescola lo zucchero al caffè

con l’attenzione che aveva da scolaro

quando ritagliava dalla carta

file di bambini che si tengono per mano,

piccoli pesci che baciano l’aria.



Mi son nascosta nel mio fiore, di Emily Dickinson


Mi son nascosta nel mio fiore,

così che, quando appassirà dentro il tuo vaso,

per me tu senta, senza sospettarlo,

quasi una solitudine.



Un bambino veniva avanti traballando, di Camillo Sbarbaro


Un bambino veniva avanti traballando

sulle gambine discoste e

cogliendo ad ogni passo un po’ di fango

come un fiore.

Non s’accorse della mia carezza.

Aveva gli occhi pieni di sì chiaro stupore che, dopo,

credevo d’aver

accarezzato una margherita.



Un boschetto di meli, di Saffo


Un boschetto di meli: sugli altari

bruciano incensi.

Mormora fresca l’acqua tra i rami

tacitamente, tutto il mondo è ombrato

di rose.

Stormiscono le fronde e ne discende

un molle sonno

e di fiori di loto come a festa

fiorito è il prato, esalano gli aneti

sapore di miele.



Io sarò albero, di Sandor Petofi


Sarò albero se ti farai

fiore d’un albero:

se rugiada sarai mi farò fiore.

Rugiada diverrò se tu sarai

raggio di sole:

così, mio amore, noi ci uniremo.

Se, mia fanciulla, tu sarai cielo,

io diverrò, allora, una stella:

se, mia fanciulla, tu sarai inferno,

io per amarti mi dannerò.



Nostalgia, di Giuseppe Ungaretti


Quando

la notte è a svanire

poco prima di primavera

e di rado

qualcuno passa


Su Parigi s’addensa

un oscuro colore

di pianto


In un canto

di ponte

contemplo

l’illimitato silenzio

di una ragazza

tenue


Le nostre

malattie

si fondono


E come portati via

si rimane.



3 Tanka giapponesi sulla Primavera


Appoggio il mio corpo al cancello

e mi perdo in pensieri

infiniti

guardo il vento autunnale

passare sui fiori rossi.


Ho sentito, non so perché

che tu mi aspettavi

e sono uscita – Nella notte

improvvisa spuntò la luna

sui campi in fiore.


Colombe sull’alta pagoda

dove i fiori di ciliegio

cadono nel vento

a primavera – Il mio canto

scriverò sulle loro ali.




Con queste poesie auguro a tutti voi una primavera serena e ricca di bei ricordi. 

Fatemi sapere quale di questi componimenti avete preferito e perché, se vi va! 

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)