giovedì 17 settembre 2026

"LE ALCHIMISTE"

La mostra di Anselm Kiefer a Palazzo Reale




Cari lettori,

ricominciamo alla grande con i nostri “Consigli artistici”!


È un po’ che non vi propongo un post su una mostra, lo so. In primavera ero riuscita a vedere un paio di esposizioni a Palazzo Reale, tra i Macchiaioli (che trovate a questo link) e le “Metafisiche” (di cui vi avevo parlato qui), e una mostra fotografica in zona (quella su Osvaldo Cavandoli).


Purtroppo in tarda primavera gli impegni erano davvero troppi per passare anche solo qualche mezza giornata in città, e poi è arrivato il caldo. A Varazze sono sbattuta contro ad un paio di piccole esposizioni fotografiche, di cui vi ho accennato tra i preferiti di luglio e quelli di agosto, ma niente di più. Devo dire che Milano un po’ mi era mancata: anche se sono anni che ormai lavoro in provincia, e sta diventando davvero invivibile nei tre mesi estivi, tornare anche solo un giorno freschino di settembre è una gran bella cosa.


Confessioni personali a parte, la mostra di cui vi parlo oggi mi “aspettava” proprio dalla primavera: ero molto incuriosita, ma sono riuscita a vederla solo ora che è ormai in chiusura. 

Si tratta di un’esposizione nella Sala delle Cariatidi, un posto bellissimo, uno dei miei preferiti a Milano: per quanto danneggiato dai bombardamenti del ‘43, conserva tutto il suo fascino. 

È lì che Anselm Kiefer, artista tedesco vivente, ha voluto collocare la serie delle sue “Alchimiste”, dipinta nel 2025.


Vediamo meglio insieme di che cosa si tratta!



Un universo femminile


Le Alchimiste è una serie di oltre 40 pannelli giganti, di circa 5 metri per 3, posti in file leggermente a zig-zag all’interno della Sala delle Cariatidi. Già solo così, credetemi, il colpo d’occhio è eccezionale. 

I pannelli sono in parte dipinti, in parte coperti da lamine dorate (l’oro è importantissimo per le Alchimiste, e vedremo perché), in parte ancora composti con materiale in rilievo di vario genere.



Il nome delle Alchimiste è scritto in un elegante carattere, solitamente dorato (o nero, nei casi dei pannelli color oro), nella parte superiore di ciascun pannello. Sembra quasi di vedere la firma di una scrittrice, e non è una scelta casuale: molte di queste donne sono state anche autrici di libri. Alcuni di essi hanno attirato addirittura le sgradite attenzioni dell’Inquisizione ed hanno procurato loro guai; altre volte, invece, si è trattato di testi che all’epoca sono passati sottotraccia, ma che sono stati studiati in modo approfondito nei secoli successivi. 

Ad esempio c’è stata Lady Margareth Clifford, grande esperta del mondo vegetale, che dal suo pannello sembra osservarci con uno sguardo allo stesso tempo determinato ed ironico.



La maggior parte di loro non si è limitata a studiare: quasi tutte hanno cercato un modo di trasmettere il sapere acquisito. Di una di loro, Sabine Stuart De Chevalier, si dice addirittura che abbia “insegnato il non insegnabile”, cercando di coniugare l'astrazione alchemica alla razionalità del secolo dei Lumi, in cui viveva. D’ispirazione, direi, visti i tempi che corrono.



La mostra vuole porre anche l’accento sul fatto che queste donne intelligenti e spesso coraggiose (non era facile essere studiose secoli fa… anzi, qualche volta non lo è nemmeno oggi) non siano state tenute in sufficiente considerazione dalla storia. 

Le Alchimiste sembrano avere un doloroso tratto in comune con le Cariatidi della sala milanese che le ospita: sono donne “mutilate”, proprio come le statue danneggiate dalle bombe, perché spesso sminuite e non ascoltate. Anselm Kiefer non solo le omaggia, ma dà loro il giusto merito.

Il pannello che ritrae Madame D’Orbelin ne è il simbolo: una pianta, creata con materiale in rilievo, esce dal suo ventre, come a dire che lei e le altre Alchimiste hanno “dato la vita”, anche se non in modo tradizionale.



Il rapporto stretto con la natura e la materia prima è omaggiato in un pannello dal titolo Lapis Niger: persino i sassi, notoriamente uno degli oggetti in natura “meno interessanti”, sono stati studiati dalle Alchimiste.



Ritorno alla natura, cura della persona e… elisir di lunga vita


Ma di che cosa si occupavano queste donne? Gli argomenti erano davvero molteplici. La maggior parte di loro studiava le piante e ne traeva beneficio. Sia che si trattasse di cosmesi, sia di una medicina naturale che talvolta faceva concorrenza a quella tradizionale. 

È il caso della dama cinquecentesca Isabella Cortese, autrice di un noto trattato naturalistico e ritratta in mezzo ai suoi fiori.



Le medichesse erano molto ricercate dalle altre donne, anche e soprattutto di nascosto. Purtroppo molte peculiarità della salute femminile sono state prese in considerazione troppo tardi dalla medicina tradizionale. 

Salute riproduttiva, ciclo mestruale, fragilità ossea, patologie specifiche: per i dottori dell’epoca moderna, per non parlare del Medioevo, non esisteva nemmeno l’idea. Non stupisce, dunque, che ci fosse un sistema di cura di e per le donne… che però, purtroppo, il più delle volte non potevano esercitare alla luce del sole.



Alcune Alchimiste erano delle vere e proprie scienziate e lavoravano insieme a mariti o fratelli, che purtroppo qualche volta non si comportarono onestamente e misero solo la loro firma su un lavoro a quattro mani. O forse lo fecero per salvare sorelle e mogli da accuse di stregoneria. 

Chissà come andò a Sophie, la sorella di Tycho Brahe, qui ritratta con la famosissima pietra filosofale…



E sempre su questo tema, una cascata di petali di fiori essiccati ricopre il pannello di Perenelle Flamel, moglie del celeberrimo Nicolas (i fan di Harry Potter lo ricorderanno). Le ricerche scientifiche effettuate da questa coppia hanno smesso ben presto di far parte della storia e sono entrate nella leggenda: si racconta che i due abbiano creato la famosa pietra filosofale, che trasformava in oro tutto quel che toccava e garantiva la creazione di un sicuro elisir di lunga vita. 

Purtroppo, ad oggi resta una storia di fantasia, dal momento che i poveri Flamel hanno terminato la loro corsa come tutti gli altri. 

Forse però, considerato che cosa potrebbero fare i (pre)potenti del mondo con un oggetto così – il primo romanzo di Harry Potter ce ne dà un assaggio – va bene anche così…



Nella saletta adiacente a quella delle Cariatidi, la Sala del Lucernario, alcune delle protagoniste di questa mostra sono presenti in ulteriori ritratti, tutti però su toni scuri e immerse in uno sfavillante fondo oro. 

Il biondo metallo non era solo il cuore delle ricerche delle Alchimiste: è quello che si sarebbero meritate, sia in termini di denaro che di gloria. 

E invece la storia è stata crudele con loro…



Personalità importanti


Fin qui abbiamo parlato di donne in ombra, o che hanno sfidato le autorità. Ma, a sorpresa, ci sono personaggi storici importanti che si possono inserire nel novero delle Alchimiste.

Come ad esempio Isabella D’Aragona, che è passata alla storia alchemica soltanto per le sue ricette di cosmesi naturale, ma qui è ritratta come in “caduta libera” da una pietra d’oro, come se la sua passione le avesse fatto rischiare una perdita, o almeno un calo, del potere che deteneva.



Anche la Regina Cristina di Svezia era una naturalista appassionata di piante. E, a quanto pare, di filosofia. Il mio professore del liceo sosteneva che era così che fosse morto Cartesio. 

La regina si svegliava alle quattro del mattino e voleva parlare di filosofia, così mandava regolarmente a chiamare il filosofo di corte al tempo, che era proprio il celebre Cartesio. 

Peccato che il pover’uomo dovesse attraversare di notte un bel pezzo di parco per andare dalla sua dépendance agli appartamenti della Regina. E il nevoso inverno svedese gli è stato fatale…



Anche Caterina Sforza, figlia illegittima di Gian Galeazzo, figura tra le Alchimiste. L’artista la ritrae mentre brandisce una pianta come se fosse un’arma, e direi che la rappresentazione è particolarmente azzeccata. 

La donna, infatti, oltre ad occuparsi di piante e medicina naturale, era soprattutto una grande politica e stratega. Non so se avete visto la fiction dei Medici: è proprio lei a consegnare il suo stesso marito a Lorenzo il Magnifico…



Non poteva mancare una grande figura femminile dell’epoca antica: la regina Cleopatra, qui in un tripudio di oro che attesta non solo la regalità, ma anche l’amore per il lusso. 

Un simbolo per lei importante era l’uroboro, il serpente che ingoia la sua stessa coda: un ciclo infinito di vita e morte. 

Forse la donna, vistasi perduta durante la battaglia di Azio, si è uccisa con un aspide proprio perché sperava che, con questa morte, sarebbe passata ad una vita migliore…



Caccia alle streghe


Non tutte le Alchimiste erano donne ricche e potenti, e soprattutto non tutte riuscirono a far passare sottotraccia le loro attività, come se fosse un amabile hobby. 

L’Inquisizione cercò, e purtroppo trovò, alcune di loro, che finirono nel girone infernale della caccia alle streghe. 

Martine de Bertereau, vissuta nel XVII secolo, ne è un esempio. La donna studiava metalli e viaggiava per l’Europa insieme al marito. Per motivi che purtroppo è inutile specificare, il consorte non ebbe problemi, mentre lei fu arrestata e andò incontro ad un’infelice fine.



Con il marito fu invece condannata Marie De Bachimont. La coppia studiava insieme filtri ed essenze, estraendoli dalle piante. 

Ma la corte francese fu travolta da uno scandalo, una serie di avvelenamenti. Nessuno pensò davvero che i colpevoli fossero loro due (sicuramente si trattava di qualcuno con mire politiche che si era “servito” di nascosto nel loro laboratorio), ma erano due capri espiatori perfetti. Evitarono la pena di morte, ma furono condannati all’ergastolo.



A una morte orribile fu invece costretta Anne Marie Ziegler: fu legata ad una sedia di ferro e bruciata viva. La donna si era spinta troppo in là, pensando di mescolare “sangue di leone e oro” e di creare la vita umana in sei settimane. 

Quello che era partito come un esperimento poco scientifico e molto azzardato si era trasformato in un delirio mistico: la donna, in qualche occasione pubblica, si era addirittura paragonata alla Vergine Maria. L’Inquisizione non la prese bene…



Infine, c’è chi ebbe salve vita e libertà perché si era sempre comportata in modo modesto, ma vide le sue opere interamente distrutte. È il caso di Camilla Erculiani, che Anselm Kiefer ritrae finalmente libera di danzare in un cielo dorato.





Con questo scatto di me in mezzo alle Alchimiste (e con il primo golfino dopo una lunga estate) vi saluto e vi ricordo che la mostra resta a Palazzo Reale soltanto fino al 27, e poi chiude! So che un paio di weekend a disposizione non sono molti, però vi assicuro che vale la pena di farci stare questa esperienza... 

Vi anticipo anche che ho approfittato dei primi freschini di settembre per visitare anche un paio di piccole esposizioni gratuite di artisti contemporanei (in chiusura, ahimé, ma vorrei comunque parlarvene) e per tornare al Museo del 900, che ho visto solo una volta, esattamente dieci anni fa. Aspettatevi un paio di post artistici anche in ottobre…

Nel frattempo fatemi sapere se avete visto Le Alchimiste e che cosa ne pensate… o semplicemente se vi ho incuriosito! Aspetto i vostri commenti…

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 14 settembre 2026

PIATTI UNICI DI FINE ESTATE

 3 ricette comode per gli ultimi caldi




Cari lettori,

oggi ricominciamo con i "Menù e ricette" dopo la pausa estiva! 

Sono stata un po' indecisa se fare questo post oppure no, perché credo che la maggior parte di noi ne abbia fin sopra i capelli di insalate di pasta o di riso, considerata l'estate caldissima. 

Però ho pensato che si tratta comunque di soluzioni comode e veloci anche per settembre: nonostante la prima arietta fresca degli scorsi giorni, siamo pur sempre a fine estate. E poi potete sempre salvare questo post e conservarlo per la prossima stagione arroventata. 

Queste tre ricette mi sono state utilissime: la prima è stato il piatto principale del nostro pranzo di Ferragosto (in mezzo tra focacce, antipasti della rosticceria e gelato artigianale, qualcosa ci voleva... ), la terza è stato un "tormentone" che ho rifatto più volte, la seconda un'alternativa per non consumare solo formaggio e verdure ma anche pesce. 

Spero che vi possano essere utili! 



Insalata di penne integrali con tonno, olive e carote


Ingredienti:


- Una confezione da 500 gr di mezze penne integrali (che potete sostituire con il vostro formato preferito)

- Sale grosso

- Olio d’oliva

- Due scatolette di tonno all’olio d’oliva

- Una confezione da circa 250 gr olive in salamoia (io ho usato quelle della Valle d’Itri di Sapori e Dintorni Conad, ma vanno benissimo le vostre preferite

- Tre carote

- Pomodorini a piacere


Preparazione:


- Far bollire abbondante acqua salata e cuocere la pasta secondo le indicazioni sulla confezione. Quando è pronta, scolare, far passare sopra un filo d’acqua fredda corrente e lasciar raffreddare.

- Nel frattempo, mettere in una ciotola capiente il tonno (con il suo olio che fa da condimento) e le olive ben sciacquate.

- Lavare le carote e pelarle. Dopodiché tagliare secondo le proprie preferenze: o tritando alla julienne, o facendo dei piccoli tocchetti.

- Aggiungere le carote al tonno ed alle olive.

- Versare la pasta raffreddata sopra a tutti gli ingredienti e mescolare bene. Aggiungere due giri d’olio e mescolare di nuovo.

- Io ho lasciato a parte i pomodorini, in modo che non facessero acqua dentro la pasta. Ho messo un piattino con i pomodorini tagliati in tavola ed ognuno ha aggiunto quelli che voleva a piacere. Se però preferite unirli al resto della pasta e servirla subito, va bene lo stesso.

- La pasta fredda si conserva in frigo, coperta da pellicola/carta d’alluminio, per 2/3 giorni.



Insalata di riso con pesce e verdure


Ingredienti:


- Circa 300 gr di riso Arborio

- Sale grosso

- Olio d’oliva

- Una confezione da circa 250 gr di olive nere denocciolate a piacere

- Una confezione da circa 200 gr di ceci precotti (io ho usato i “Cotti al vapore” Conad)

- Una confezione di sgombri grigliati da circa 120 gr

- Una scatoletta piccola (o un vasetto) di alici sott’olio


Preparazione:


- Far bollire abbondante acqua salata e cuocere il riso secondo le indicazioni sulla confezione. Quando è pronto, scolare, far passare sopra un filo d’acqua fredda corrente e lasciar raffreddare.

- Nel frattempo, mettere in una ciotola capiente ceci e olive, entrambi ben lavati.

- Aprire la confezione di sgombri, spezzettare il pesce a tocchetti, aggiungerlo con il suo olio alla ciotola con ceci e olive.

- Spezzettare le acciughe aiutandosi con un coltello da cucina e tenerle da parte.

- Versare il riso raffreddato sopra alla ciotola con ceci, olive e sgombro e mescolare bene. Aggiungere le alici, due giri d’olio e mescolare di nuovo.

- Il riso freddo si conserva in frigo, coperta da pellicola/carta d’alluminio, per 2/3 giorni. Qualora ne avanzasse una quantità scarsa, si può “arricchire” con altre verdure di stagione, come zucchine o pomodori.



Riso basmati integrale “alla greca”


Ingredienti:


- Circa 300 gr di riso basmati integrale

- Sale grosso

- Olio d’oliva

- Una confezione da circa 250 gr di olive Kalamata greche

- Una confezione da circa 200 gr di feta

- 15/20 pomodorini

- A PIACERE: una scatoletta piccola di acciughe sott’olio


Preparazione:


- Far bollire abbondante acqua salata e cuocere il riso basmati secondo le indicazioni sulla confezione. Quando è pronto, scolare, far passare sopra un filo d’acqua fredda corrente e lasciar raffreddare.

- Nel frattempo, mettere in una ciotola capiente la feta a cubetti e le olive Kalamata (meglio se denocciolate, così si possono anche dividere a metà e amalgamare meglio).

- Tagliare in quattro i pomodorini e aggiungerli alla feta e alle olive.

- FACOLTATIVO: spezzettare le acciughe aiutandosi con un coltello da cucina e tenerle da parte.

- Versare il riso raffreddato sopra alla ciotola con feta, pomodori e olive. Aggiungere le alici (se si vuole), due giri d’olio e mescolare di nuovo.

- Il riso freddo si conserva in frigo, coperta da pellicola/carta d’alluminio, per 2/3 giorni. I pomodorini si possono anche aggiungere all’ultimo minuto per una maggiore freschezza, oppure si possono sostituire con dei datterini gialli.




Che ne dite? Rifarete qualcuna di queste ricette? 

Se vi va, fatemi sapere quali sono stati i vostri preferiti dell'estate! 

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 10 settembre 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #9

 Ultime corse estive sulla spiaggia, mare e Scirocco




Cari lettori,

primo appuntamento con “L’angolo della poesia” dopo la pausa estiva!


Ci eravamo lasciati a luglio in riva al mare (a questo link) e qui ci ritroviamo. Tra l’ultimo post alla scoperta di Ossi di seppia e quello odierno ho passato molto tempo (anche più di quel che speravo) in riva al Mar Ligure e mi è capitato di ripensare alle parole di Eugenio Montale ed alle sensazioni che egli prova fissando le onde. Oggi concludiamo la sezione Mediterraneo e iniziamo Meriggi ed ombre e la sua sotto-sezione L’agave e lo scoglio. Vi propongo quattro componimenti, invece che 5/6 come al solito, perché, come vedrete, il terzo è davvero lungo!


Spero che li apprezzerete…



Sezione “Mediterraneo”


Potessi almeno costringere


Tante poesie della sezione “Mediterraneo” raccontano la meraviglia che suscita il mare, sia in Montale (che lo vede come una sorta di figura paterna), sia per tanti di noi. 

Questo componimento, invece, cerca di esprimere una frustrazione: l’autore ha trovato delle parole che ritiene buone per scrivere le poesie di questa sezione, ma lo considera comunque appena sufficiente: ci vorrebbero frasi che si “accordassero” al movimento delle onde, e che dessero il giusto valore sia alla natura che all’arte.

E invece il suo “ritmo stento” verrà utilizzato dalle case editrici per guadagnare con il suo nome, e ripetuto con qualche errore dagli studenti, magari anche svogliati.

Qualcuno potrebbe dire che beh, non è comunque un brutto risultato...


Potessi almeno costringere

in questo mio ritmo stento

qualche poco del tuo vaneggiamento;

dato che mi fosse accordare

alle tue voci il mio balbo parlare: -

io che sognava rapirti

le salmastre parole

in cui natura ed arte si confondono,

per gridar meglio la mia malinconia

di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.

Ed invece non ho che le lettere fruste

dei dizionari, e l’oscura

voce che amore detta s’affioca,

si fa lamentosa letteratura.

Non ho che queste parole

che come donne pubblicate

s’offrono a chi le richiede;

non ho che queste frasi stancate

che potranno rubarmi anche domani

gli studenti canaglie in versi veri.

Ed il tuo rombo cresce, e si dilata

azzurra l’ombra nuova.

M’abbandonano a prova i miei pensieri.

Sensi non ho; né senso. Non ho limite.



Dissipa tu se lo vuoi


Alla fine della sezione “Mediterraneo”, l’autore affida al mare non solo tutti i suoi turbamenti, ma anche la sua vita. L’ha osservato a lungo, ha ammirato la sua vastità, ha scritto le sensazioni stupende e spaventose che suscita in lui… ed ora si rende conto di quanto la sua piccola vita sia limitata, in confronto a quella eterna della sua “figura paterna”. 

Più che una morte, qui mi sembra che venga invocata una nuova vita. 

Alla speranza, come già successo in “Casa sul mare”, Eugenio Montale difficilmente rinuncia (per quanto, alcune volte, dichiari il contrario).


Dissipa tu se lo vuoi

questa debole vita che si lagna,

come la spugna il frego

effimero di una lavagna.

M’attendo di ritornare nel tuo circolo,

s’adempia lo sbandato mio passare.

La mia venuta era testimonianza

di un ordine che in viaggio mi scordai,

giurano fede queste mie parole

a un evento impossibile, e lo ignorano.

Ma sempre che traudii

la tua dolce risacca su le prode

sbigottimento mi prese

quale d’uno scemato di memoria

quando si risovviene del suo paese.

Presa la mia lezione

più che dalla tua gloria

aperta, dall’ansare

che quasi non dà suono

di qualche tuo meriggio desolato,

a te mi rendo in umiltà. Non sono

che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,

questo, non altro, è il mio significato.



Sezione “Meriggi e ombre”- I


Fine dell’infanzia


Questa lirica è una delle più lunghe e rappresentative della raccolta.

Otto strofe, delle quali le prime sei rievocano un’infanzia mitica, immersi in uno dei brulli paesaggi liguri tanto cari all’autore (si ipotizza Monterosso), e le altre due raccontano l’inevitabile fine di questa prima, gioiosa fase della vita.

Il mare agitato non è più un’occasione di gioco, bensì l’espressione di una natura arrabbiata (matrigna, direi; le connessioni con Leopardi in questa raccolta sono davvero moltissime) che potrebbe diventare anche un pericolo.

Le capacità di sognare e immaginare vengono fortemente ridimensionate dopo la fine dell’infanzia: la realtà, a volte crudele, si manifesta agli occhi ormai adulti.


Rombando s’ingolfava

dentro l’arcuata ripa

un mare pulsante, sbarrato da solchi,

cresputo e fioccoso di spume.

Di contro alla foce

d’un torrente che straboccava

il flutto ingialliva.

Giravano al largo i grovigli dell’alighe

e tronchi d’alberi alla deriva.


Nella conca ospitale

della spiaggia

non erano che poche case

di annosi mattoni, scarlatte,

e scarse capellature

di tamerici pallide

più d’ora in ora; stente creature

perdute in un orrore di visioni.

Non era lieve guardarle

per chi leggeva in quelle

apparenze malfide

la musica dell’anima inquieta

che non si decide.


Pure colline chiudevano d’intorno

marina e case; ulivi le vestivano

qua e là disseminati come greggi,

o tenui come il fumo di un casale

che veleggi

la faccia cadente del cielo.

Tra macchie di vigneti e di pinete,

petraie si scorgevano

calve e gibbosi dorsi

di collinette: un uomo

che là passasse ritto s’un muletto

nell’azzurro lavato era stampato

per sempre – e nel ricordo.


Poco s’andava oltre i crinali prossimi

di quei monti; varcarli pur non osa

la memoria stancata.

So che strade correvano su fossi

incassati, tra garbugli di spini;

mettevano a radure, poi tra botri,

e ancora dilungavano

verso recessi madidi di muffe,

d’ombre coperti e di silenzi.

Uno ne penso ancora con meraviglia

dove ogni umano impulso

appare seppellito

in aura millenaria.

Rara diroccia qualche bava d’aria

sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia.


Ma dalle vie del monte si tornava.

Riuscivano queste a un’instabile

vicenda d’ignoti aspetti

ma il ritmo che li governa ci sfuggiva.

Ogni attimo bruciava

negl’istanti futuri senza tracce.

Vivere era ventura troppo nuova

ora per ora, e ne batteva il cuore.

Norma non v’era,

solco fisso, confronto,

a sceverare gioia da tristezza.

Ma riaddotti dai viottoli

alla casa sul mare, al chiuso asilo

della nostra stupita fanciullezza,

rapido rispondeva

a ogni moto dell’anima un consenso

esterno, si vestivano di nomi

le cose, il nostro mondo aveva un centro.


Eravamo nell’età verginale

in cui le nubi non sono cifre o sigle

ma le belle sorelle che si guardano viaggiare.

D’altra semenza uscita

d’altra linfa nutrita

che non la nostra, debole, pareva la natura.

In lei l’asilo, in lei

l’estatico affisare; ella il portento

cui non sognava, o a pena, di raggiungere

l’anima nostra confusa.

Eravamo nell’età illusa.


Volarono anni corti come giorni,

sommerse ogni certezza un mare florido

e vorace che dava ormai l’aspetto

dubbioso dei tremanti tamarischi.

Un’alba dové sorgere che un rigo

di luce su la soglia

forbita ci annunziava come un’acqua;

e noi certo corremmo

ad aprire la porta

stridula sulla ghiaia del giardino.

L’inganno ci fu palese.

Pesanti nubi sul torbato mare

che ci bolliva in faccia, tosto apparvero.

Era in aria l’attesa

di un procelloso evento.

Strania anch’essa la plaga

dell’infanzia che esplora

un segnato cortile come un mondo!

Giungeva anche per noi l’ora che indaga.

La fanciullezza era morta in un giro a tondo.


Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,

i mustacchi di palma, la raccolta

deliziosa dei bossoli sparati!

Volava la bella età come i barchetti sul filo

del mare a vele colme.


Certo guardammo muti nell’attesa

del minuto violento;

poi nella finta calma

sopra l’acque scavate

dové mettersi un vento.



Sezione “L’agave su lo scoglio”


Scirocco


Non potevamo che concludere i post estivi di questo progetto con una poesia dedicata allo Scirocco, il vento caldo che rende l’aria infuocata e non dà tregua né a piante ed animali, né tantomeno agli umani. 

In questo paesaggio arroventato, così simile a tanti che hanno caratterizzato questa nostra calda estate, sopravvivono solo le piante grasse, come un’agave su uno scoglio. 

È così che si sente il poeta: a un passo dal mare, dall’infinito, senza le capacità per entrarci, condannato ad un’immobilità che gli salva la vita e gli consente di resistere ai periodi difficili, ma non gli permette nemmeno di fare quel “di più” che disperatamente vorrebbe.


O rabido ventare di scirocco

che l’arsiccio terreno gialloverde

bruci;

e su nel cielo pieno

di smorte luci

trapassa qualche biocco

di nuvola, e si perde.

Ore perplesse, brividi

d’una vita che fugge

come acqua tra le dita;

inafferrati eventi,

luci – ombre, commovimenti

delle cose malferme della terra;

oh alide ali dell’aria

ora son io

l’agave che s’abbarbica al crepaccio

dello scoglio

e sfugge al mare da le braccia d’alghe

che spalanca ampie gole e abbranca rocce;

e nel fermento

d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci

che non sanno più esplodere oggi sento

la mia immobilità come tormento.




Oggi ci fermiamo qui, tra maree, Scirocco e giochi sulla spiaggia!

Mancano solo tre post a questo piccolo progetto e concluderemo. Questa rilettura si sta rivelando un importante viaggio per me, e spero lo sia anche per voi.

Fatemi sapere che ne pensate e se qualcosa vi ha colpito in particolare!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)