giovedì 15 ottobre 2026

LETTURE SPOOKY 2026 #3

 Dark romance e romantasy




Cari lettori,

per le nostre “Letture… a tema”, oggi vi propongo il terzo dei nostri quattro appuntamenti spooky. 

Purtroppo, però, questa volta si tratta di “S...consigli”!


Sapete che né dark romance né romantasy sono i miei generi d’elezione, anzi. Però, quelle poche volte che mi sono avvicinata a titoli di questo tipo, l’ho fatto perché comunque trame e tematiche mi ispiravano, e ho mantenuto il più possibile un atteggiamento positivo. E quindi qualche volta è andata bene!


Non è proprio il caso odierno, purtroppo. Premetto che siamo su due livelli di non gradimento, perché il primo dei due romanzi del post di oggi è stato un “maluccio, ma non butterei tutto a mare”, l’altro è davvero “aiuto, quando mai mi è venuta quest’idea”. Però insomma, mi dispiace dirlo, ma stavolta non è andata.


Tra l’altro i due romanzi sono omaggi/retelling a due materie molto apprezzate, e perciò delicate: Jane Eyre nel primo caso, la mitologia greca nel secondo. 

Il romanzo di Charlotte Brontë è stato almeno parzialmente salvato; i poveri dèi ed eroi dell’antichità, invece, sono stati straziati. Dove non sono arrivati Titani e Giganti, ahinoi, sono arrivati gli autori di romantasy.


Comunque, sia per le vibes un po’ inquietanti di entrambi i libri, sia per i brividi che ho provato io, ho pensato di inserirli nella nostra rassegna “da paura”!



Behind, di Monique Scisci


Questo libro è, almeno in parte, un omaggio a Jane Eyre: potremmo considerarlo una sorta di retelling contemporaneo.


Amelia, la ragazza italiana protagonista, vive a Milano, ma ha alle spalle una storia difficile: è rimasta presto orfana, anche lo zio che le voleva bene è mancato, la sua infanzia e la sua adolescenza sono state segnate dalle angherie di zia e cugini. Le sue finanze sono scarse: solo un vecchio amico dei suoi genitori l’ha aiutata, e per il resto Amelia è stata il più possibile indipendente.


Pur di potersi pagare un master al suo ritorno, ella accetta un incarico all’estero trovato dall’amico di famiglia: un lavoro come governante per un’estate, nella tenuta inglese di Dawnhill House. 

Si dovrà occupare di Olivia, la scontrosa figlia del padrone di casa, il magnate Ethan Birdwhistle: un’adolescente solitaria e ribelle che è rimasta indietro con la scuola ed è riuscita ad esasperare una baby sitter dopo l’altra.


I primi incontri tra Ethan e Amelia sono abbastanza tranquilli: l’uomo è un noioso ma affidabile affarista che deve gestire anche il suo status di papà single. La madre di Olivia è una ballerina professionista e ben presto si è resa conto che la vita alla tenuta non le piaceva e che nemmeno la maternità faceva per lei. Ethan l’ha pagata per sparire dalla vita di entrambi e per portare avanti la sua carriera nella danza.


Tra Ethan e Amelia nasce una strana ambiguità, che non fa in tempo a trasformarsi in attrazione: ben presto entra in scena l’irresponsabile gemello di Ethan, Julian.

Identico al fratello, tranne che per gli occhiali, egli mancava da molto dalla tenuta, ma, da quando Amelia è arrivata, egli trova qualunque scusa per presentarsi.


Chiunque al castello, dalla governante alla più giovane delle cameriere, sconsiglia in ogni modo ad Amelia di dare confidenza a Julian: è noto per essere pericoloso e poco raccomandabile. 

Eppure la nostra protagonista, in alcuni momenti, sente che non è così: Julian sa anche essere gentile, un buon zio per Olivia, e gli ha confidato di portarsi dietro un senso di colpa enorme da una vita, da quando lui ed Ethan erano ragazzini e lui ha rischiato di morire.


Contesa tra i due gemelli, che sembrano provare entrambi un serio interesse per lei, Amelia inizia ad informarsi sul passato della famiglia Birdwhistle, una dinastia importante e conosciuta dell’Inghilterra. E maledetta, perché la loro storia è costellata da litigi, fatti di sangue, malattie, episodi di follia. 

Inoltre, proprio come in Jane Austen, c’è un’ala del castello dove non si può andare, e che forse nasconde un segreto…



Che cosa mi è piaciuto e che cosa no di Behind?

Partiamo da quello che, secondo me, ha funzionato. La parte mistery di questo romanzo mi ha parecchio coinvolto: lo stile ti attrae come una calamita e verso la fine procura pure qualche brivido, di quelli buoni, che dovresti provare nella parte finale di una storia “dark”. Non mi è dispiaciuto nemmeno il fatto che fosse un retelling di Jane Austen: la tenuta splendida ma avvolta nella nebbia e nella paura c’è, i personaggi enigmatici che la abitano pure, i dettagli inquietanti non mancano, e soprattutto c’è l’orfana che ha bisogno di denaro e accetta un lavoro come istitutrice.

Molte scene romantiche, infine, sono dolci e coinvolgenti.


Che cosa non è andato bene? Innanzitutto la caratterizzazione di Amelia, e questo secondo me è l’unico punto in cui l’omaggio al romanzo di Charlotte Brontë non è stato rispettato… una questione cruciale, ahinoi. 

La frase più importante che pronuncia Jane Eyre è I care for myself: so badare a me stessa. Jane torna nella tenuta quando ha perdonato Mr Rochester, ma quando scopre il segreto se ne va, accetta un lavoro modesto altrove, stringe nuove amicizie, riceve una proposta di matrimonio dal pastore locale. 

Amelia, invece… sì, ad un certo punto del romanzo si allontana, ma non ha ancora scoperto il segreto. E quando lo scopre resta lì, perché, purtroppo, questo solo riesce ad essere: una crocerossina. 

Il proposito iniziale del master, i progetti futuri, il desiderio di indipendenza dopo tanti anni di ristrettezze economiche: tutto sparisce, tutto sembra non avere più alcuna importanza di fronte a quello che lei non esita a chiamare amore e invece è un po’ troppo simile ad una dipendenza affettiva (e non da un soggetto solo, tra l’altro). 

Amelia nemmeno conosce bene i gemelli Birdwhistle, sono i suoi datori di lavoro, eppure sembra che il mondo fuori dalla tenuta non esista più, non significhi più niente. Ma perché?


Poi la parte romantica… confermo, tante scene (sia con Ethan che con Julian) sono anche piacevoli da leggere. Ma non si può, ovviamente, tirare avanti troppo con un triangolo così pesante, con due fratelli che non vanno nemmeno d’accordo. 

E infatti, quando si scopre che mistero nasconde la villa… non so come dirvelo senza fare spoiler, ma la scelta di Amelia è semplicemente irrealistica. Non è umanamente possibile, con quelle premesse, un epilogo zuccheroso come quello che l’autrice ci propone. Se leggerete, capirete, purtroppo non posso dirvi di più.

 

Da metà romanzo in avanti ho cercato di mandare inutilmente un messaggio telepatico ad Amelia (“Fuggi, sciocca!”) per più della metà del tempo, ma non è servito. Ma sì, per dirla con parole non mie, andiamo avanti così, facciamoci del male.


Peccato, perché la storia è coinvolgente e tutto sommato l’omaggio letterario riesce. Ma ci sarebbe voluta una protagonista con più autostima, e soprattutto un finale diverso (sì, qui lo dico e qui non lo nego, una volta tanto avrei gradito un unhappy ending). 

Magari però, se tra voi ci sono lettori di dark romance, potrebbe piacervi. Valutate voi!



A touch of chaos, di Scarlett St Clair


Il quarto e ultimo romanzo della serie A touch of… inizia “in medias res”, come si suol dire: il mondo degli dèi greci è in guerra.


L’eroe Teseo, ormai completamente votato al male, si è alleato con Crono ed i suoi Titani ed ha aperto loro le porte dell’Olimpo e dell’Oltretomba.


Rimasta sola nell’Aldilà, la giovane Persefone, che ha appena ingaggiato uno scontro mortale con la sua stessa madre, cerca di respingere nel Tartaro tutte le creature mostruose che il marito Ade aveva imprigionato ormai millenni fa. Con lei ci sono la dea Ecate, Cerbero, Minosse e tante creature dell’Oltretomba, ma non l’amatissimo marito.


Ade si trova in una prigione buia, senza finestre e senza tempo, costretto da Teseo a costruire un muro magico, spaccandosi le mani e la schiena per quella che è forse la prima volta nella sua vita.


Per liberarlo, Persefone avrà bisogno di forze primitive e oscure, che esistono da prima della nascita degli dèi. E dovrà anche seppellire il senso di colpa per gli amici che ha mandato a morire e per la madre che ha perduto nel modo peggiore possibile.


Nel frattempo, altri dèi, come Dioniso e Apollo, cercano di bloccare Teseo da un altro canale: Arianna, donna da sempre contesa tra il dio e l’eroe. 

Teseo ha sposato la sorella di lei, Fedra, rendendola di fatto una prigioniera. Arianna vuole vendicarsi dell’uomo che le ha rovinato la vita, salvare la sorella e il nipote che sta per nascere, vivere una vita finalmente felice con Dioniso. Ma l’impresa a cui si apprestano è disperata e si rischia come minimo la propria vita, e forse anche l’esistenza dell’intera umanità.


Non saprei che altro dirvi sulla trama di A touch of Chaos: i motori dell’azione sono questi, mentre i singoli colpi di scena sono moltissimi… e però stavolta, siccome vi voglio bene, non ve lo dico di “leggere per scoprire”.


Premessa: ho scaricato questo romanzo lo scorso dicembre perché la CE aveva (molto gentilmente) pensato ad un “Calendario dell’Avvento” di promozioni gratuite. Ero perfettamente consapevole che si trattasse dell’ultimo romanzo di una tetralogia, ma conoscete il mio amore per la materia classica e anche per tanti retelling, quindi sì, mi sono fatta tentare. 

Mi assumo tutte le colpe di essere arrivata impreparata ed essere partita dall’ultimo volume.


E però i problemi non sono stati quelli di comprendere, o di ritrovarsi nella storia: almeno per questo, l’autrice ha lasciato degli agganci qua e là, e poi comunque, se si conosce la materia classica, non ci sono grosse difficoltà. I problemi, ahinoi, sono stati altrove.


Partiamo dal principale. Se leggete il mio blog da un po’, sapete che state parlando con una fan di Percy Jackson. Quindi no, non sono una purista (vi dico con antipatica onestà che qualche volta gli iper puristi risultano pesanti pure a me), e sì, i retelling creativi spesso mi piacciono. 


Mi ha divertito di tutto leggendo PJ: il campo di addestramento dei semidei greci tra New York e Boston e quello dei romani in piena California, Atlante che regge il mondo a San Francisco, Venere che riceve i semidei in un’auto d’epoca e commenta le loro storie d’amore a mo’ di Uomini e donne, il fiume Tevere personificato e Rea Silvia che vanno in giro per Roma sulla Lambretta come Audrey Hepburn e Gregory Peck. 

Ho persino perdonato a Rick Riordan il commento poco carino sulla pizza italiana rispetto a quella americana (chi sa, sa).


Però - e qui torniamo a parlare del romanzo odierno - persino nelle interpretazioni più creative non si può scendere al di sotto di certi limiti. Gli dèi debbono essere… divini, insomma. Non possono avere paura dei semidei, creature in tutto e per tutto inferiori a loro. Non possono ingaggiare con loro una lotta alla pari, perché vincerebbero dopo tre millisecondi. E soprattutto, ragazzi… non possono morire. Per la miseria.


Poi, se un semidio fa del male a un dio, gli altri dèi lo puniranno, perché, indovinate un po’? Ha sfidato l’autorità divina! È così che, nel mondo greco, i potenti terrorizzavano le masse: dicendo che le divinità erano dalla loro parte… e invece no, qui ci sono delle fazioni, a mo’ di squadra di calcio.


Il che ci porta al punto successivo della questione: la violenza è davvero troppa per i miei gusti. L’azione ci sta, le battaglie epiche ci devono essere per forza, ma… è una storia in cui ci rimettono davvero troppi innocenti e secondo me alcune morti sono state proprio messe nel calderone per creare shock e basta: potevano benissimo essere evitate.


E potete non crederci, ma questo trionfo di sangue e soprusi è stato lanciato dentro un sacco di spicy. 

Il problema non sono tanto le scene in sé (ordinaria amministrazione), ma il contesto, della serie: “Abbiamo appena visto morire dei nostri amici in battaglia, ma sì, appartiamoci”, “Ci sono i Titani che stanno sfondando il Tartaro, ma al piano di sopra non ci troverà nessuno”, “Ho appena ucciso mia madre (???), andiamo in camera da letto”. Ma anche no, amici. Anche no, con tutto il cuore.


Il tutto per qualcosa come quasi 600 pagine, che, per quanto lo stile sia scorrevole, mi hanno più o meno portata sull’orlo della disperazione.


Fatevi un favore: evitate!




Non mi avete mai vista così arrabbiata, eh? Pazienza, a volte ci vuole…

Se a voi questi romanzi sono piaciuti, fatevi avanti e non vi preoccupate. Magari convincete anche me, ahah :-)

Vi lascio il link alle 2 “puntate spooky” precedenti:


1) Gialli con protagonisti oscuri


2) Storie thriller


Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 12 ottobre 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #10

 Venti autunnali e nostalgia




Cari lettori,

appuntamento di ottobre con “L’angolo della poesia” e con la nostra rilettura di Ossi di seppia!


Il post di oggi sembra proprio perfetto per il periodo autunnale che stiamo vivendo. Continuiamo a leggere insieme la sezione “Meriggi e ombre”, che avevamo iniziato a questo link. 

I primi due componimenti parlano di venti, sia di quello che si porta via l’afa e l’aria viziata, sia di quello che porta la pace dopo la tempesta. E poi si narra della quiete delle acque in estate che viene improvvisamente rotta, della nostalgia dell’infanzia, della dea dell’Estate mutilata che cede il passo ad un’altra stagione della vita.


Spero che apprezzerete la lettura di queste poesie!



Sezione “Meriggi e ombre”


Tramontana


Questo componimento riscrive, in maniera molto più suggestiva,

la metafora del colpo d’aria (il cambiamento) che caccia via l’aria viziata (uno status quo che non sempre fa star bene, ma rassicura).

Così come la tramontana, vento gelido e impetuoso, scaccia l’afa immobile, così ansie e paure, dettate dall’immobilità, sono spazzate via da un vero mutamento, che può sembrare crudele, ma porta con sé anche un rinnovo che sotto sotto si desiderava.


Ed ora sono spariti i circoli d’ansia

che discorrevano il lago del cuore

e quel friggere vasto della materia

che discolora e muore.

Oggi una volontà di ferro spazza l’aria,

divelle gli arbusti, strapazza i palmizi

e nel mare compresso scava

grandi solchi crestati di bava.

Ogni forma si squassa nel subbuglio

degli elementi; è un urlo solo, un muglio

di scerpate esistenze: tutto schianta

l’ora che passa: viaggiano la cupola del cielo

non sai se foglie o uccelli – e non son più.

E tu che tutta ti scrolli fra i tonfi

dei venti disfrenati

e stringi a te i bracci gonfi

di fiori non ancora nati;

come senti nemici

gli spiriti che la convulsa terra

sorvolano a sciami,

mia vita sottile, e come ami

oggi le tue radici.



Maestrale


Se la tramontana annuncia l’inizio della tempesta, il maestrale porta la pace.

Dopo un grande momento di crisi, tutta la negatività si è sfogata e, almeno per poco, si allontana. È così che inizia a spirare una tranquillità ritrovata, simile ad un vento leggero, proprio come il Maestrale. E gli uccelli in lontananza simboleggiano la speranza, il desiderio di andare “più in là”, di iniziare un nuovo giorno, di buttarsi alle spalle il momento difficile.


S’è rifatta la calma

nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma

a pena svetta.


Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora

il cammino ripiglia.


Lameggia nella chiaria

la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.


O mio tronco che additi,

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:


sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:

«più in là»!



Vasca


L’apparente immobilità di un placido specchio d’acqua viene rotta dal lancio di un sasso. Nel momento in cui il ciottolo scende giù, qualcosa di non identificabile compare e scompare: forse una pianta che è stata spostata dall’acqua, o un pesce che affiora e ridiscende. 

Così a volte anche nel nostro animo basta un piccolo spostamento perché uno stato d’animo che sembra placido lasci trasparire il turbamento interiore, oppure, al contrario, una spinta al cambiamento.


Passò sul tremulo vetro

un riso di belladonna fiorita,

di tra le rame urgevano le nuvole,

dal fondo ne riassommava

la vista fioccosa e sbiadita.

Alcuno di noi tirò un ciottolo

che ruppe la tesa lucente:

le molli parvenze s’infransero.


Ma ecco, c’è altro che striscia

a fior della spera rifatta liscia:

di erompere non ha virtù,

vuol vivere e non sa come;

se lo guardi si stacca, torna in giù:

è nato e morto, e non ha avuto un nome.



Egloga


Ancora una volta Montale racconta un passato idilliaco all’interno di un paesaggio ligure: in particolare, questo componimento parla degli ulivi, chiarissimo simbolo di pace. 

Ora invece il vagabondare dell’adulto, che pure non è solo, è “infruttuoso”: una serie di rumori, ognuno dei quali porta con sé il bene e il male del progresso, squarcia l’idillio. 

Solo il fischiare di lepri che viene citato alla fine rimanda all’infanzia bucolica, ma anche alla velocità del tempo (chi va più in fretta delle lepri?).


Perdersi nel bigio ondoso

dei miei ulivi era buono

nel tempo andato – loquaci

di riottanti uccelli

e di cantanti rivi.

Come affondava il tallone

nel suolo screpolato,

tra le lamelle d’argento

dell’esili foglie. Sconnessi

nascevano in mente i pensieri

nell’aria di troppa quiete.


Ora è finito il cerulo marezzo.

Si getta il pino domestico

a romper la grigiura;

brucia una toppa di cielo

in alto, un ragnatelo

si squarcia al passo: si svincola

d’attorno un’ora fallita.

È uscito un rombo di treno,

non lunge, ingrossa. Uno sparo

si schiaccia nell’etra vetrino.

Strepita un volo come un acquazzone,

venta e vanisce bruciata

una bracciata di amara

tua scorza, istante: discosta

esplode furibonda una canea.


Tosto potrà rinascere l’idillio.

S’è ricomposta la fase che pende

dal cielo, riescono bende

leggere fuori…;

il fitto dei fagiuoli

n’è scancellato e involto.

Non serve più rapid’ale,

né giova proposito baldo;

non durano che le solenni cicale

in questi saturnali del caldo.

Va e viene un istante in un folto

una parvenza di donna.

È disparsa, non era una Baccante.


Sul tardi corneggia la luna.

Ritornavamo dai nostri

vagabondari infruttuosi.

Non si leggeva più in faccia

al mondo la traccia

della frenesia durata

il pomeriggio. Turbati

discendevamo tra i vepri.

Nei miei paesi a quell’ora

cominciano a fischiare le lepri.



Flussi


Seguiamo, insieme all’autore, un “gruppo di fanciulli” che si gode l’estate tra innocenti scherzi e dispetti che invece fanno già intravedere gli adulti che forse saranno: crudeli con le creature che ritengono più deboli di loro.

L’estate sembra infinita, ma è una “dea mutilata”, come la statua che la ritrae: presto finirà, così come giungerà al termine l’infanzia dei fanciulli.

Il loro ritorno a casa è reale; il poeta, invece, “torna” con la memoria a quando era un ragazzino come loro. Ora non gli resta che una vita che talvolta è inutile, più spesso è addirittura crudele.


I fanciulli con gli archetti

spaventano gli scriccioli nei buchi.

Cola il pigro sereno nel riale

che l’accidia sorrade,

pausa che gli astri donano ai malvivi

camminatori delle bianche strade.

Alte tremano guglie di sambuchi

e sovrastano al poggio

cui domina una statua dell’Estate

fatta camusa da lapidazioni;

e su lei cresce un roggio

di rampicanti ed un ronzio di fuchi.

Ma la dea mutilata non s’affaccia

e ogni cosa si tende alla flottiglia

di carta che discende lenta il vallo.

Brilla in aria una freccia,

si configge s’un palo, oscilla tremula.

La vita è questo scialo

di triti fatti, vano

più che crudele.

Tornano

le tribù dei fanciulli con le fionde

se è scorsa una stagione od un minuto,

e i morti aspetti scoprono immutati

se pur tutto è diruto

e più dalla sua rama non dipende

il frutto conosciuto.

- Ritornano i fanciulli… ; così un giorno

il giro che governa

la nostra vita ci addurrà il passato

lontano, franto e vivido, stampato

sopra immobili tende

da un’ignota lanterna. -

E ancora si distende

un dòmo celestino ed appannato

sul fitto bulicame del fossato:

e soltanto la statua

sa che il tempo precipita e s’infrasca

vie più nell’accesa edera.

E tutto scorre nella gran discesa

e fiotta il flusso impetuoso tal che

s’increspano i suoi specchi:

fanno naufragio i piccoli sciabecchi

nei gorghi dell’acquiccia insaponata.

Addio! - fischiano pietre tra le fronde,

la rapace fortuna è già lontana,

cala un’ora, i suoi volti riconfonde, -

e la vita è crudele più che vana.



Clivo


La parola “clivo” è un latinismo che indica un pendio.

In questo caso, Montale ci guida attraverso uno stretto sentiero che discende verso il mare. Per lui la vita umana è proprio così, una lunga discesa… e quando si arriva al mare, di fronte all’infinito, c’è “una lima che sega la nostra catena”, come in epoca classica le Parche recidevano il filo della vita. 

Qualcuno andrà verso l’infinito, verso il mare: ma chi? 

Non è dato sapere, forse non tutti. 

E così ognuno di noi, alla fine della propria vita, vorrebbe proseguire con le sue fatiche e i suoi dolori, anche quelli che si porta dietro da decenni, piuttosto che abbracciare una soglia sconosciuta.

Purtroppo, però, è inevitabile…


Viene un suono di buccine

dal greppo che scoscende,

discende verso il mare

che tremola e si fende per accoglierlo.

Cala nella ventosa gola

con l’ombre la parola

che la terra dissolve sui frangenti;

si dismemora il mondo e può rinascere.

Con le barche dell’alba

spiega la luce le sue grandi vele

e trova stanza in cuore la speranza.

Ma ora lungi è il mattino,

sfugge il chiarore e s’aduna

sovra eminenze e frondi,

e tutto è più raccolto e più vicino

come visto a traverso di una cruna;

ora è certa la fine,

e s’anche il vento tace

senti la lima che sega

assidua la catena che ci lega.

Come una musicale frana

divalla il suono, s’allontana.

Con questo si disperdono le accolte

voci dalle volute

aride dei crepacci;

il gemito delle pendìe,

là tra le viti che i lacci

delle radici stringono.

Il clivo non ha più vie,

le mani s’afferrano ai rami

dei pini nani; poi trema

e scema il bagliore del giorno;

e un ordine discende che districa

dai confini

le cose che non chiedono

ormai che di durare, di persistere

contente dell’infinita fatica;

un crollo di pietrame che dal cielo

s’inabissa alle prode…


Nella sera distesa appena, s’ode

un ululo di corni, uno sfacelo.




Finiamo con un po’ di ottimismo, eh? Che ci vogliamo fare, purtroppo nemmeno un poeta come Montale, che lascia sempre un angolino per la speranza, può negare il fatto che a un certo punto tutti noi dovremo scendere dalla giostra…


Ok, allegria a parte, mi piacerebbe leggere qualche vostro commento. Fatemi pure sapere tutto quello che vi va! Anche solo delle impressioni o dei pensieri… sentitevi liberi.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)