Ultime corse estive sulla spiaggia, mare e Scirocco
Cari lettori,
primo appuntamento con “L’angolo della poesia” dopo la pausa estiva!
Ci eravamo lasciati a luglio in riva al mare (a questo link) e qui ci ritroviamo. Tra l’ultimo post alla scoperta di Ossi di seppia e quello odierno ho passato molto tempo (anche più di quel che speravo) in riva al Mar Ligure e mi è capitato di ripensare alle parole di Eugenio Montale ed alle sensazioni che egli prova fissando le onde. Oggi concludiamo la sezione Mediterraneo e iniziamo Meriggi ed ombre e la sua sotto-sezione L’agave e lo scoglio. Vi propongo quattro componimenti, invece che 5/6 come al solito, perché, come vedrete, il terzo è davvero lungo!
Spero che li apprezzerete…
Sezione “Mediterraneo”
Potessi almeno costringere
Tante poesie della sezione “Mediterraneo” raccontano la meraviglia che suscita il mare, sia in Montale (che lo vede come una sorta di figura paterna), sia per tanti di noi.
Questo componimento, invece, cerca di esprimere una frustrazione: l’autore ha trovato delle parole che ritiene buone per scrivere le poesie di questa sezione, ma lo considera comunque appena sufficiente: ci vorrebbero frasi che si “accordassero” al movimento delle onde, e che dessero il giusto valore sia alla natura che all’arte.
E invece il suo “ritmo stento” verrà utilizzato dalle case editrici per guadagnare con il suo nome, e ripetuto con qualche errore dagli studenti, magari anche svogliati.
Qualcuno potrebbe dire che beh, non è comunque un brutto risultato...
Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato che mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare: -
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e l’oscura
voce che amore detta s’affioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra l’ombra nuova.
M’abbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.
Dissipa tu se lo vuoi
Alla fine della sezione “Mediterraneo”, l’autore affida al mare non solo tutti i suoi turbamenti, ma anche la sua vita. L’ha osservato a lungo, ha ammirato la sua vastità, ha scritto le sensazioni stupende e spaventose che suscita in lui… ed ora si rende conto di quanto la sua piccola vita sia limitata, in confronto a quella eterna della sua “figura paterna”.
Più che una morte, qui mi sembra che venga invocata una nuova vita.
Alla speranza, come già successo in “Casa sul mare”, Eugenio Montale difficilmente rinuncia (per quanto, alcune volte, dichiari il contrario).
Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che traudii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.
Sezione “Meriggi e ombre”- I
Fine dell’infanzia
Questa lirica è una delle più lunghe e rappresentative della raccolta.
Otto strofe, delle quali le prime sei rievocano un’infanzia mitica, immersi in uno dei brulli paesaggi liguri tanto cari all’autore (si ipotizza Monterosso), e le altre due raccontano l’inevitabile fine di questa prima, gioiosa fase della vita.
Il mare agitato non è più un’occasione di gioco, bensì l’espressione di una natura arrabbiata (matrigna, direi; le connessioni con Leopardi in questa raccolta sono davvero moltissime) che potrebbe diventare anche un pericolo.
Le capacità di sognare e immaginare vengono fortemente ridimensionate dopo la fine dell’infanzia: la realtà, a volte crudele, si manifesta agli occhi ormai adulti.
Rombando s’ingolfava
dentro l’arcuata ripa
un mare pulsante, sbarrato da solchi,
cresputo e fioccoso di spume.
Di contro alla foce
d’un torrente che straboccava
il flutto ingialliva.
Giravano al largo i grovigli dell’alighe
e tronchi d’alberi alla deriva.
Nella conca ospitale
della spiaggia
non erano che poche case
di annosi mattoni, scarlatte,
e scarse capellature
di tamerici pallide
più d’ora in ora; stente creature
perdute in un orrore di visioni.
Non era lieve guardarle
per chi leggeva in quelle
apparenze malfide
la musica dell’anima inquieta
che non si decide.
Pure colline chiudevano d’intorno
marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi
la faccia cadente del cielo.
Tra macchie di vigneti e di pinete,
petraie si scorgevano
calve e gibbosi dorsi
di collinette: un uomo
che là passasse ritto s’un muletto
nell’azzurro lavato era stampato
per sempre – e nel ricordo.
Poco s’andava oltre i crinali prossimi
di quei monti; varcarli pur non osa
la memoria stancata.
So che strade correvano su fossi
incassati, tra garbugli di spini;
mettevano a radure, poi tra botri,
e ancora dilungavano
verso recessi madidi di muffe,
d’ombre coperti e di silenzi.
Uno ne penso ancora con meraviglia
dove ogni umano impulso
appare seppellito
in aura millenaria.
Rara diroccia qualche bava d’aria
sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia.
Ma dalle vie del monte si tornava.
Riuscivano queste a un’instabile
vicenda d’ignoti aspetti
ma il ritmo che li governa ci sfuggiva.
Ogni attimo bruciava
negl’istanti futuri senza tracce.
Vivere era ventura troppo nuova
ora per ora, e ne batteva il cuore.
Norma non v’era,
solco fisso, confronto,
a sceverare gioia da tristezza.
Ma riaddotti dai viottoli
alla casa sul mare, al chiuso asilo
della nostra stupita fanciullezza,
rapido rispondeva
a ogni moto dell’anima un consenso
esterno, si vestivano di nomi
le cose, il nostro mondo aveva un centro.
Eravamo nell’età verginale
in cui le nubi non sono cifre o sigle
ma le belle sorelle che si guardano viaggiare.
D’altra semenza uscita
d’altra linfa nutrita
che non la nostra, debole, pareva la natura.
In lei l’asilo, in lei
l’estatico affisare; ella il portento
cui non sognava, o a pena, di raggiungere
l’anima nostra confusa.
Eravamo nell’età illusa.
Volarono anni corti come giorni,
sommerse ogni certezza un mare florido
e vorace che dava ormai l’aspetto
dubbioso dei tremanti tamarischi.
Un’alba dové sorgere che un rigo
di luce su la soglia
forbita ci annunziava come un’acqua;
e noi certo corremmo
ad aprire la porta
stridula sulla ghiaia del giardino.
L’inganno ci fu palese.
Pesanti nubi sul torbato mare
che ci bolliva in faccia, tosto apparvero.
Era in aria l’attesa
di un procelloso evento.
Strania anch’essa la plaga
dell’infanzia che esplora
un segnato cortile come un mondo!
Giungeva anche per noi l’ora che indaga.
La fanciullezza era morta in un giro a tondo.
Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,
i mustacchi di palma, la raccolta
deliziosa dei bossoli sparati!
Volava la bella età come i barchetti sul filo
del mare a vele colme.
Certo guardammo muti nell’attesa
del minuto violento;
poi nella finta calma
sopra l’acque scavate
dové mettersi un vento.
Sezione “L’agave su lo scoglio”
Scirocco
Non potevamo che concludere i post estivi di questo progetto con una poesia dedicata allo Scirocco, il vento caldo che rende l’aria infuocata e non dà tregua né a piante ed animali, né tantomeno agli umani.
In questo paesaggio arroventato, così simile a tanti che hanno caratterizzato questa nostra calda estate, sopravvivono solo le piante grasse, come un’agave su uno scoglio.
È così che si sente il poeta: a un passo dal mare, dall’infinito, senza le capacità per entrarci, condannato ad un’immobilità che gli salva la vita e gli consente di resistere ai periodi difficili, ma non gli permette nemmeno di fare quel “di più” che disperatamente vorrebbe.
O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci – ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh alide ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come tormento.
Oggi ci fermiamo qui, tra maree, Scirocco e giochi sulla spiaggia!
Mancano solo tre post a questo piccolo progetto e concluderemo. Questa rilettura si sta rivelando un importante viaggio per me, e spero lo sia anche per voi.
Fatemi sapere che ne pensate e se qualcosa vi ha colpito in particolare!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)