lunedì 29 giugno 2026

I PREFERITI DI GIUGNO 2026

 Tutto quello che mi è piaciuto in questo mese




Cari lettori,

ecco che si è concluso anche giugno! Questo per me è uno dei più bei mesi dell’anno: amo l’estate, e le possibilità di svago che luglio e agosto mi offrono, ma alcuni momenti del mese di giugno sono veramente importanti per me.


Anche quest’anno non ha fatto eccezione. La prima metà del mese mi ha un po’ stravolto, tra tutte le emozioni, ma mi ha anche dato delle gran belle soddisfazioni. La seconda metà è stata invece (volutamente) tranquilla, e finalmente di stacco.


Non è stato un mese molto produttivo tra lettura e scrittura, ma dopo tutto quel che è successo da Pasqua in avanti, le batterie avevano (e mi sa che hanno ancora) davvero bisogno di ricaricarsi con relax, aria aperta ed attività pratiche.


Vi racconto però tutto quello che mi è piaciuto!



Il libro del mese


Questo contemporary romance ha inizio in un freddissimo inverno svedese. Bell, ragazza inglese che da qualche tempo si è trasferita in Scozia, sta andando come sempre a lavorare a casa di Hanna e Max, per i quali fa da collaboratrice familiare. Ufficialmente il suo impiego sarebbe fare da tata a Linus, che ormai è un po’ cresciuto, ed alle piccole gemelle Elise e Tilde, ma in realtà ella aiuta la famiglia in moltissimi modi. Nonostante le giornate molto piene, l’impiego le piace, e le fa dimenticare un passato doloroso lasciato in Inghilterra.


Quella mattina, però, anche Hanna, la sua datrice di lavoro, deve affrontare un segreto del passato che ritorna. Il suo primo marito, padre di Linus, considerato da tutti cerebralmente morto, è uscito dal coma. Bell, sconvolta dalla rivelazione, accompagna Hanna e Linus a visitare l’uomo, ma si spaventa ancora di più nel vedere le sue condizioni di salute. Hanna promette a Bell ed al resto della famiglia che si occuperà della faccenda personalmente e per un po’ non si sente più parlare di quell’uomo.


Qualche mese dopo, Bell sta per partire con tutta la sua famiglia acquisita per andare a vivere la solita estate tra i fiordi: una “bella stagione” di baby sitting per lei, ma pur sempre un soggiorno spesato in un bel posto. I primi giorni, nel bungalow di Hanna e Max, sembrano sereni, così Bell si prende un weekend libero per andare sull’isoletta dove stanno i suoi amici. Lì ha anche un’avventura di una notte sulla barca di un certo Emil.


Subito dopo il suo ritorno, però, ella trova Hanna e Max in grande agitazione: il primo marito di lei, l’uomo uscito dal coma, si sta lentamente riprendendo e vorrebbe instaurare un rapporto con Linus: lo ha addirittura invitato a passare alcuni giorni sulla sua isola privata, che fa parte di quello stesso arcipelago. Hanna prega Bell di accompagnare Linus, ma, una volta arrivata, la ragazza fa una scoperta scioccante: si tratta proprio di Emil.


L’atmosfera sull’isola è fin da subito pesante. Bell si sente in imbarazzo e in colpa. Emil sta ancora cercando di comprendere chi è stato ad investirlo ed a mandarlo in coma. Molti segreti stanno per essere portati alla luce…



La spiaggia segreta è un romanzo che ho trovato sulle bancarelle del Libraccio e… posso dire che non era un acquisto programmato, ma quando l’ho visto ho pensato che ormai con Karen Swan vado sul sicuro.


Ho letto un buon numero delle sue storie e non me ne sono mai pentita. Diciamo che i suoi romanzi non appartengono ai sottogeneri romance che vanno di moda adesso: sono dei rosa tradizionali, con protagonisti adulti e uno stile inizialmente più lento e descrittivo, che poi però finisce per coinvolgerti molto, anche perché alla trama principale, che solitamente appartiene al filone del contemporary romance, si sovrappongono quasi sempre un po’ di historical e un po’ di mistery.


In questo caso, rispetto ad altri libri dell’autrice, il salto indietro nel tempo è piccolo: si torna al passato che sia Bell che Hanna hanno voluto rimuovere perché troppo doloroso, ricostruendosi una vita altrove e con nuove persone. Emil, invece, vorrebbe fare luce su quel passato, e questa è la componente mistery.


Un’altra componente che non manca mai nei romanzi di Karen Swan, nonché uno dei motivi che mi spingono a leggere le sue storie, è l’ambientazione da sogno. Ho letto altre sue due storie ambientate nel Nord Europa, ma in inverno; poi un’altra che ci porta a spasso per le strade di Roma, una ancora che ci fa sognare l’estate greca…


In questo caso andiamo tra isolette e bungalow per una tipica estate svedese, che a noi italiani, abituati alle ondate di calore, sembrerà più che altro una quieta primavera, ma ha il suo fascino.


Devo anche avvisarvi che siamo in presenza del trope del grey MMC: Emil non è proprio il classico principe da romanzo rosa, anzi, è una persona piena di rabbia e di dolore per quello che gli è successo, e per questo motivo alcune sue scelte sicuramente non vi piaceranno. Ma c’è tutta una storia dietro…


Davvero un bel romanzo per l’estate appena iniziata!



Il film del mese


La storia è ambientata a Roma, nell’estate del 1943.


Mentre la Seconda Guerra Mondiale attraversa la sua fase più crudele, quattro bambini fanno amicizia. Italo è il figlio di un gerarca; Cosimo vive con fratello e nonno perché i genitori, rei di aver insultato Mussolini, sono stati cacciati via; Vanda vive in un convento e si allontana ogni volta che può; Riccardo è un bambino di origine ebrea.


Quando quest’ultimo sparisce, gli altri tre sono disperati. Poi Italo, che si sente poco apprezzato dal padre e controlla costantemente dallo spioncino del suo ufficio, ascolta una strana storia a proposito di certi campi dove vengono mandate persone ebree “povere” e “che hanno bisogno di lavorare”.


Nessuno dei tre bambini ha mai visto Riccardo come appartenente ad una famiglia bisognosa, anzi, egli stava in una casa molto bella ed i suoi genitori avrebbero voluto adottare Vanda. Ma se da qualche parte verso la Germania c’è un campo e bisogna seguire la ferrovia per arrivarci, allora questa è la strada giusta da percorrere.


I tre fuggono di soppiatto, convinti di iniziare il cammino a piedi e di trovare un treno più in là, magari proprio quello su cui ci sono Riccardo e la sua famiglia.


Quando i familiari dei bambini scoprono la loro fuga, anche Vittorio, fratello di Italo, e la giovane suor Agnese, molto legata a Vanda, si mettono sulle loro tracce.


Ma il viaggio sarà molto più difficile del previsto e porterà bambini e giovani a scontrarsi con realtà che non avrebbero mai immaginato, o che non pensavano fossero così gravi…



L’ultima volta che siamo stati bambini, da un certo punto di vista, ricorda il celeberrimo Stand by me: anche qui c’è un’estate, anche qui un gruppo di ragazzini molto amici fugge a piedi per trovare uno di loro… per quanto essi sappiano che lo troveranno morto. Quel che fa la differenza è lo sguardo ottimistico dell’infanzia, che fa credere ai protagonisti che Riccardo non sia finito in un campo di sterminio, bensì in un luogo lontano e forse mitico dal quale prima o poi ritornerà.


È un film di denuncia sulla fine anticipata dell’infanzia, provocata dalla guerra e da traumi indicibili. Sono sicura che non vi aspettate i colpi di scena che questa pellicola ha in serbo per voi: avrete i brividi fino alla conclusione.


È anche l’esordio alla regia di Claudio Bisio, che qui fa la parte di un gerarca che finge di essere forte, in realtà sottomesso ai superiori, vagamente interessato al figlio maggiore solo perché fa tutto “come dovrebbe essere” e completamente indifferente al minore… un ruolo decisamente insolito rispetto alle commedie di cui spesso è protagonista.




La musica del mese


Scelta piuttosto obbligata questo mese: vi racconto le musiche su cui ho danzato durante la serata del saggio di fine anno, il 5 giugno.


Innanzitutto abbiamo scelto due musiche da fare noi “grandi” tutti insieme, sia classico che moderno: l’intramontabile Bohemian Rhapsody dei Queen per il finale del primo tempo (che potete ascoltare qui) e la travolgente Notte della Taranta con Elodie come finalissimo (la trovate a questo link).



Con il moderno del lunedì ho affrontato il balletto più difficile di quest’anno, Skyfall nella versione sanremese di Giorgia e Annalisa (a questo link).


Con il moderno del giovedì mi sono invece cimentata in un mix di musiche un po’ piratesche e un po’ campagnole, Sea Shanty, che abbiamo interpretato in versione country (lo trovate qui).



Per quanto riguarda la mia variazione, avevo il desiderio di cimentarmi in una musica che raccontasse il mio amore per il mare, così ho scelto Le onde di Ludovico Einaudi (a questo link).


Infine, per il duetto con una mia compagna abbiamo puntato su un’altra musica strumentale, Courant d’air (a questo link).



La poesia del mese


Per questi giorni ho trovato una poesia che si intitola proprio Giugno, di Attilio Bertolucci.


Stan le ciliegie rosse tra le foglie

nella calma sera estiva

vedo il mio amore che le coglie

seria come una bambina, e così sola e schiva.


Non oso chiamarla, tanta grazia

è nella mano bruna che spicca…

Qualcuna ne mangia, ma come sazia,

movendo la capigliatura nera e ricca.



Le foto del mese


Come sempre, i primi giorni di giugno sono dedicati alla scuola di danza ed al nostro amato spettacolo di fine anno, che è stato la sera di venerdì 5 giugno. Quest’anno ero particolarmente stanca dopo l’anno scolastico tosto e il maggio pesante, ma una volta di più la danza mi ha sollevato. Ed è andata benissimo! Questo è uno scatto della “Notte della Taranta”, sicuramente uno dei nostri finali più belli.



Vi lascio anche uno scatto della mia variazione, tratta da Le onde di Ludovico Einaudi. A mani basse, tra i momenti più felici di quest’anno. Tra i sei pezzi che dovevo fare, ho esordito proprio con questo: quello che provi quando finalmente sei sul palco non si può spiegare…



Tra il 6 e l’8 giugno ho salutato anche questo anno scolastico. Tra cena di classe, ultimo giorno, spettacolino per la fine del ciclo di studi, scrutini e serata di festeggiamenti subito dopo… c’è stato da fare, ma alla fine le soddisfazioni sono arrivate.



Dopo Pasqua mi è stato praticamente impossibile tornare al mare. Il resto di aprile aveva già i weekend impegnati. Poi un infortunio in famiglia ha richiesto la mia presenza nel mese di maggio, che, come vi dicevo, è stato molto impegnativo. Infine, la casa non è stata agibile per delle settimane per dei lavori nel bagno che sono andati un po’ lunghi. Ma a metà giugno, complice qualche giornata di ferie obbligate, ce l’ho fatta! 



Vi metto anche una foto di Varazze by night, in una serata particolarmente calda! 



Incredibile ma vero, io e mio fratello abbiamo una nuova foto insieme dopo una vita!




Un giugno niente male, eh? Ci voleva proprio, dopo un maggio complesso. 

Credo che luglio ed agosto saranno più lenti, ma... vi porterò comunque con me! Se vi va, raccontatemi il vostro giugno. 

Grazie per la lettura, ci rileggiamo in luglio :-)


giovedì 25 giugno 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #7

 Ambientazioni mediterranee




Cari lettori,

a sorpresa, oggi ci occupiamo nuovamente del nostro “Angolo della poesia” e di Ossi di seppia!


So che anche lunedì abbiamo letto alcune di queste poesie, quindi di certo non vi aspettavate una piccola replica. In realtà si tratta di motivi logistici.


In questi giorni di giugno ho iniziato a preparare la bozza dei post che concluderanno il progetto, in estate e poi negli ultimi mesi dell’anno. Mi sono ricordata però che l’ultima sezione della raccolta contiene alcuni poemetti piuttosto lunghi, quindi non mi è possibile dividere in undici post il progetto (uno per ogni mese dell’anno tranne agosto, quando il blog farà pausa). Ho pensato a una divisione in dodici post… raddoppiando nel corso di questa settimana!


Le poesie che leggiamo oggi rimandano all’ambientazione mediterranea. Le ultime due appartengono proprio ad una sezione dell’opera che si intitola Mediterraneo; gli altri tre, in qualche modo, parlano di barche, di fauna locale, di muretti essiccati al sole. 

Vediamole meglio insieme!



Sezione “Ossi di seppia”


Arremba su la strinata proda


Questo breve componimento si concentra sulla differenza tra il mondo reale, degli adulti, e quello magico e sospeso dell’infanzia.

Persino nel momento in cui arriva una tempesta – forse più metaforica che reale – la barca di cartone o addirittura di panna del “fanciullo padrone” è l’unica che resiste. Il lavoro di tanti uomini può sparire in un soffio, per un capriccio del fato.

Ma la fantasia dei bambini è in grado di “restituire”, anche se in un modo tutto suo, ciò che è andato perduto, o addirittura non esiste.


Arremba su la strinata proda

le navi di cartone, e dormi,

fanciulletto padrone: che non oda

tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.


Nel chiuso dell’ortino svolacchia il gufo

e i fumacchi dei tetti sono pesi.

L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi

giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.


Viene lo spacco; forse senza strepito.

Chi ha edificato sente la sua condanna.

È l’ora che si salva solo la barca in panna.

Amarra la tua flotta tra le siepi.



Upupa


Il poeta, con tono ironico e affettuoso, difende l’upupa, uccello considerato del malaugurio. Si tratta di una critica alla superstizione, forma di ignoranza tra le più diffuse. Per il poeta si tratta di un uccello persino di bell’aspetto, e non posso che concordare!


Upupa, ilare uccello calunniato

dai poeti, che roti la tua cresta

sopra l’aereo stollo del pollaio

e come un finto gallo giri al vento;

nunzio primaverile, upupa, come

per te il tempo s’arresta,

non muore più il Febbraio,

come tutto di fuori si protende

al muover del tuo capo,

aligero folletto, e tu lo ignori.



Sul muro grafito


Come diceva un altro poeta, “Di giorno, che lampi! Che scoppi!”

Ma non c’è pace la sera. Solo un senso di desolazione, l’impressione che il meglio sia ormai alle spalle. Nel futuro che il poeta si immagina,

ci sono soltanto barche ferme.


Sul muro grafito

che adombra i sedili rari

l’arco del cielo appare

finito.


Chi si ricorda più del fuoco ch’arse

impetuoso

nelle vene del mondo; - in un riposo

freddo le forme, opache, sono sparse.


Rivedrò domani le banchine

e la muraglia e l’usata strada.

Nel futuro che s’apre le mattine

sono ancorate come barche in rada.



Sezione “Mediterraneo”


A vortice s’abbatte


In questa sezione Montale rende omaggio al mare. In questo primo “movimento” egli ascolta i rumori delle onde e del paesaggio circostante.

Ci troviamo in una delle zone brulle tipicamente liguri tanto care al poeta, attraversate soltanto da lui e da due uccelli (due ghiandaie) che sembrano essere la sua unica compagnia.


A vortice s’abbatte

sul mio capo reclinato

un suono d’agri lazzi.

Scotta la terra percorsa

da sghembe ombre di pinastri,

e al mare là in fondo fa velo

più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe

dal suolo che si avvena.

Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque

che s’ingorgano

accanto a lunghe secche mi raggiunge:

o è un bombo talvolta ed un ripiovere

di schiume sulle rocce.

Come rialzo il viso, ecco cessare

i ragli sul mio capo; e scoccare

verso le strepeanti acque,

frecciate biancazzurre, due ghiandaie.



Antico, sono ubriacato dalla voce


In questa poesia l’autore si rivolge direttamente al mare, dicendo di essere affascinato dalla sua voce al punto da sentirsi quasi ubriacato.

Oggi come allora, il mare è stato un compagno fedele nella vita di Montale, un’entità enorme che lo fa sentire piccolo, ma che lo purifica come in una catarsi e lo spinge ad essere migliore.


Antico, sono ubriacato dalla voce

ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono

come verdi campane e si ributtano

indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,

là nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l’aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro,

mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento

del tuo respiro. Tu m’hai detto primo

che il piccino fermento

del mio cuore non era che un momento

del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso

e insieme fisso:

e svuotarmi così d’ogni lordura

come tu fai che sbatti sulle sponde

tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.




Per questo mese abbiamo finito davvero!

Fatemi sapere che cosa ne pensate di queste poesie, quale preferite e perché.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 22 giugno 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #6

 Resistere nonostante il dolore




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di giugno con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


L’estate è ufficialmente iniziata, ma per leggere poesie che rimandino a paesaggi estivi vi consiglio di andare al post del mese scorso, a questo link.


Oggi invece ci occupiamo di dolori pubblici e privati, dalla guerra ai ricordi, dal senso di vuoto al sostegno agli amici in difficoltà. Nonostante tutto, la vita rinasce, e una piccola speranza non muore mai.


Tra i componimenti che leggiamo oggi ce ne sono due (il primo e l’ultimo) che mi piacciono particolarmente!



Sezione “Ossi di seppia”


Forse un mattino andando in un’aria di vetro


Questa nota poesia fa parte di quelle che avevo studiato ai tempi della scuola: ricordo che la mia insegnante l’aveva definita una “epifania triste”.

Il protagonista e voce narrante cammina in una mattina d’estate,

quando l’aria è così limpida e densa allo stesso tempo da sembrare fatta di vetro.

Egli ha una lunga lista di cose da fare per la giornata, una vita piena da vivere: eppure, voltandosi, vede il nulla. E per un attimo tutto gli sembra inutile.

È solo un momento: la realtà ritorna subito quella di prima. Ma egli ormai non riesce più a dimenticare quello che ha compreso, e se ne va via, “come chi deve”, sapendo però che il senso di inutilità che a volte lo accompagna

poggia su solide basi…


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.


Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.



Valmorbia, discorrevano il tuo fondo


Una poesia composta nel 1924, un canto di montagna e di guerra.

Eugenio Montale si era arruolato volontario, per poi assistere, come il suo collega Ungaretti, agli orrori della Prima Guerra Mondiale, definiti “oblio del mondo”. Nei pressi del Leno gli Italiani e gli Austriaci si erano affrontati. Montale affermerà di avere ricordi confusi di quel terribile periodo, forse per il trauma, forse perché non desiderava raccontare quel che aveva visto. Nei suoi pensieri, Valmorbia resterà sempre il luogo di un incubo ad occhi aperti, una terra dove “non annotta” perché non c’è pace, e dunque nemmeno riposo.


Valmorbia, discorrevano il tuo fondo

fioriti nuvoli di piante agli àsoli.

Nasceva in noi, volti dal cieco caso,

oblio del mondo.


Tacevano gli spari, nel grembo solitario

non dava suono che il Leno roco.

Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco

lacrimava nell’aria.


Le notti chiare erano tutte un’alba

e portavano volpi alla mia grotta.

Valmorbia, un nome – e ora nella scialba

memoria, terra dove non annotta.



Tentava la vostra mano la tastiera


Questa poesia è dedicata ad una donna di nome Paola Nicoli. 

Ella viene descritta nell’atto di imparare a suonare il pianoforte, con modesti risultati.

La natura sembra intenerirsi di fronte alla tenacia e all’impegno della donna:

il mare si fa sentire, le farfalle danzano, i rami si scrollano al sole.

È così che la difficoltà al pianoforte della donna diventa una sorta di segreto intimo che ella condivide con il poeta.


Tentava la vostra mano la tastiera,

i vostri occhi leggevano sul foglio

gl’impossibili segni; e franto era

ogni accordo come una voce di cordoglio.


Compresi che tutto, intorno, s’inteneriva

in vedervi inceppata inerme ignara

del linguaggio più vostro: ne bruiva

oltre i vetri socchiusi la marina chiara.


Passò nel riquadro azzurro una fugace danza

di farfalle; una fronda si scrollò nel sole.

Nessuna cosa prossima trovava le sue parole,

ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza.



La farandola dei fanciulli sul greto


Torniamo ad immergerci nei paesaggi estivi aridi e brulli

che tanto sono cari al poeta. Per un qualunque passante in età adulta un simile caldo e una tale desolazione sono un supplizio che fa dimenticare pure come ci si chiama.

Ma per i fanciulli sul greto del fiume è solo estate, allegria, libertà.

La giovane vita rinasce nonostante tutto.


La farandola dei fanciulli sul greto

era la vita che scoppia dall’arsura.

Cresceva tra rare canne e uno sterpeto

il cespo umano nell’aria pura.


Il passante sentiva come un supplizio

il suo distacco dalle antiche radici.

Nell’età d’oro florida sulle sponde felici

anche un nome, una veste, erano un vizio.



Debole sistro al vento


Questa breve poesia è incentrata sul medesimo tema di “Forse un mattino...”:

il senso di vuoto che spesso accompagna l’esistenza.

Persino qualcosa di bello e prezioso come la musica,

un’arte che esiste solo nel momento in cui la si esegue,

si riduce ad un antico strumento che oscilla nel vento, senza che nessuno lo ascolti o lo consideri più di un rumore di sottofondo.

È anche un simbolo di fragilità: il mondo in cui viviamo “si regge appena”.


Debole sistro al vento

d’una persa cicala,

toccato appena e spento

nel torpore ch’esala.


Dirama dal profondo

in noi la vena

segreta: il nostro mondo

si regge appena.


Se tu l’accenni, all’aria

bigia treman corrotte

le vestigia

che il vuoto non ringhiotte.


Il gesto indi s’annulla,

tace ogni voce,

discende alla sua foce

la vita brulla.



Cigola la carrucola del pozzo


Uno dei miei componimenti preferiti di Montale: si parla di memoria, e del fatto che un ricordo non resti sempre uguale a se stesso. La memoria cambia nel tempo, si modifica a seconda di quello che abbiamo vissuto nel frattempo, e spesso si insinua la sensazione che quel ricordo ormai appartenga “ad un altro”, una versione più giovane di noi stessi che non ritroveremo più, perché è rimasta nel passato insieme alle sue memorie.

E poi, così com’è arrivato, il ricordo svanisce, inghiottito dai mille pensieri e dalle migliaia di incombenze della quotidianità.

Il simbolo del “pozzo della memoria” è stato utilizzato anche nella tetralogia de L’amica geniale.


Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.




Per stavolta ci fermiamo qui!

Già giovedì (per motivi logistici e di lunghezza dei post) e poi in luglio leggeremo ancora qualche poesia, poi riprenderemo in settembre, dopo la pausa estiva del blog. 

Fatemi sapere se conoscevate già questi componimenti, se ne avete studiato qualcuno a scuola, quale vi ha colpito di più.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)