Tutto quello che mi è piaciuto in questo mese
Cari lettori,
oggi vi propongo l’ultimo post di luglio… i nostri “Preferiti del mese”!
Sapete che amo l’estate, ma quest’anno, se da un lato sono molto contenta della pausa lavorativa, del relax, del mare, come al solito, dall’altro mi rendo conto che le temperature fuori controllo, per non parlare degli indici di umidità, stanno diventando un problema per molti di noi.
Io faccio parte dei fortunati, e sarei pure una persona freddolosa, eppure ho avuto dei momenti di “crisi”, ho patito alcune notti, ho dovuto adottare qualche strategia perché in alcuni giorni mi sentivo svenire. E mi immagino come possa stare chi sta ancora lavorando, soprattutto in certi settori.
Tutto questo per dirvi che vi capisco se questa estate asfissiante non si sta rivelando né molto produttiva né proprio soddisfacente: sentitevi liberi di raccontarmelo.
Personalmente, oggi, come al solito, vi porto “il mio meglio”!
Il libro del mese
Han Kang ha raccontato storie di donne, storie sul suo paese (la Corea del Sud), storie di incontri inaspettati a Seoul.
Ma in questa raccolta di “poesie in prosa”, se così si può chiamare omaggiando il caro Baudelaire, ella parla di una pagina particolarmente dolorosa della sua vita personale.
Quando i suoi genitori erano ancora giovanissimi, hanno avuto una bambina. Una bimba nata prematura, piccolissima, malata. La vita dei due giovani sposi era in campagna, isolata, in mezzo alla neve: difficile trovare assistenza medica in breve tempo. Mentre il padre andava a cercare soccorso, la madre ha vestito la bambina con un camicino della fortuna bianco, ha guardato la neve candida ed ha ripetuto: Non morire.
Purtroppo la piccola è stata viva soltanto per poche ore. E, anni dopo, è nata l’autrice, che ha sempre portato con sé la dolorosa sensazione di stare vivendo al posto di qualcun altro… nel bene e nel male.
Il libro bianco di Han Kang è stato ispirato proprio dal più candido dei colori, o forse dovremmo dire dall’assenza di essi, dalla luce pura. Il bianco è il colore del lutto in Oriente, e bianco è tutto ciò che ha visto la sua sorella minore perduta, tra la casa, la nevicata, il camicino che ha indossato.
È un libro diviso in tre parti. La prima racconta, in modo frammentario e con un intreccio diverso dalla successione cronologica, i fatti che hanno portato la scrittrice a mettere queste riflessioni su carta (principalmente la morte della sorella, ma non solo).
La seconda immagina una vita per la sorella, se fosse sopravvissuta. Una vita di cui racconta amori, crisi, studi, pezzi di storia della Corea che in qualche modo lasciano il segno. Storie che forse ha vissuto Han Kang stessa e che “regala” alla sorella che non ha mai potuto vivere, o che ha visto accadere ai suoi amici e parenti, o che ancora ha creato apposta per lei.
La terza e ultima parte, Tutto il bianco, la più poetica, prende in considerazione una serie di oggetti e di paesaggi candidi e in qualche modo li collega al lutto, al dolore, al cambiamento, alla catarsi e ad altre emozioni che l’autrice deve aver provato per tutta la vita pensando alla sorella.
È difficile farvi una recensione di quest’opera perché, in effetti, fa parte di quelle storie che non riescono ad essere spiegate, ma vanno solo lette. È un pugno nello stomaco che ti ferisce e ti guarisce, una serie di minuscole storie che ti colpiscono dove meno te lo aspetti e ti insegnano tanto sulla sofferenza.
Ne condivido solo una molto piccola, Isola di luce, che non poteva che colpire una persona che, come me, inaugura le estati sul palcoscenico:
Appena salita sul palco, una luce accecante la investì dall’alto.
Tranne il palco, tutto attorno a lei si trasformò in un mare nero.
Non riusciva neppure a distinguere se in platea ci fosse qualcuno.
Era confusa: doveva scendere e avanzare a tentoni in quello spazio buio come il fondo del mare, o rimanere lì nell’isola di luce?
Al momento ho letto solo due libri di Han Kang, ma li ho trovati entrambi indimenticabili. Sono sicura che vi parlerò nuovamente di quest’autrice!
Il film del mese
Proprio lo scorso weekend sono andata a vedere il tanto chiacchierato kolossal Odissea di Christopher Nolan. Ero un po’ indecisa se vederlo o no per vari motivi, dalla lunghezza al mega dibattito social non proprio incoraggiante, fino ad arrivare a quello che per me era la ragione più importante: credo che nessuna trasposizione contemporanea del poema, nella mia testa, mi darà le stesse emozioni di Odyssey, lo spettacolo teatrale di Bob Wilson che era stato protagonista della mia Tesi per la Magistrale.
Ecco, devo dire che tutti i dubbi sono stati spazzati: mi sono resa conto che il fatto che una trasposizione specifica sia stata importante per la mia storia personale non significa che io non possa semplicemente apprezzarne delle altre, e al resto non ci ho pensato più, perché è stata un’esperienza stupenda. Sicuramente è il film più bello del mio 2026, almeno per ora, e andrei a rivederlo pure stasera, se capitasse.
Mi sembra un po’ assurdo scrivervi come al solito trama e personaggi, quindi ho pensato di fare come avevo fatto in misura minore sulle storie Instagram qualche giorno fa: raccontarvi qualche mio pensiero sparso.
1) Non vi accorgerete delle tre ore di film: voleranno in un attimo!
2) Ci sono degli effettivi cambiamenti rispetto al poema. Qualcuno è interessante e funzionale, come, per esempio, la fusione di Calipso con l’elemento del Loto, una pianta che fa dimenticare tutto, ma cura anche un’anima che non è ancora pronta a ritornare a casa. Ho apprezzato anche Circe che non è una “femme fatale” come in quasi tutti i film, ma una donna ordinaria che però vive da sola ed ha dovuto imparare a difendersi, ed i Lestrigoni, che secondo me sono stati valorizzati e resi più simili a creature fantastiche (invece che essere semplicemente dei guerrieri alti, come è capitato altrove).
Quello che un po’ mi è spiaciuto invece è la trasformazione quasi bestiale di Polifemo: non più un Ciclope tanto intelligente quanto crudele, ma un gigante uomo/animale che sembra non sapere nemmeno bene che cosa sta facendo. È un peccato perdere l’inganno di “Nessuno”…
3) Purtroppo però mi sento in dovere di comunicarvi che alcune scene di Polifemo e Circe vi faranno trovare improvvisamente molto interessante la vostra borsetta. O qualunque cosa abbiate in grembo. Non è paura, in realtà: è più proprio un po’ di schifo. Ma se ce l’hanno fatta i ragazzini, e soprattutto se ce l’ho fatta io, potete riuscirci anche voi.
4) La scena dell’Ade mi ha fatto trattenere il fiato. È una rappresentazione convincente di un uomo di fronte ai propri fantasmi. Anche e soprattutto metaforici...
5) I flashback sul cavallo di legno e sulla conquista di Troia sono adrenalina purissima. Ma anche disperazione… dei vincitori. Nolan calca molto sulla tematica dei reduci di guerra e sinceramente non capisco perché questo sia stato uno degli aspetti più criticati. I “nostoi” (i ritorni degli eroi dopo la guerra di Troia) sono anche questo.
6) Alcuni attori sono sottovalutati dalla stessa Hollywood. Per esempio, Robert Pattinson ne ha fatta di strada, da quando era il vampiro luccicante Edward Cullen. Oppure Tom Holland, quando avrà finito di rimbalzare sui tetti con la ragnatela (senza offesa, è che proprio io e i film sui supereroi siamo due cose diverse), potrebbe dedicarsi a qualche altro ruolo drammatico.
7) Le musiche, amici. Vi dico solo… fidatevi!
* PASSATE ALLA MUSICA SE NON AVETE VISTO IL FILM. SE LO AVETE VISTO E VI VA, PROSEGUITE *
8) Questa è un’interpretazione personale, ma mi è sembrato di vedere nella pellicola una contrapposizione tra i due modi greci di intendere la guerra: quella “con misura e di strategia”, sotto il controllo della dea Atena, e la ferocia bruta, il desiderio di distruggere, che appartengono al dio Ares.
Ecco, è come se Odisseo, corrispettivo umano di Atena, avesse costruito il cavallo di Troia con la ferma convinzione che il resto dell’esercito greco avrebbe agito nel primo modo, scontrandosi solo con l’esercito e prendendo il controllo della città, che poteva essere anche un ottimo avamposto per la conquista dell’Oriente. Spesso la civiltà greca ha ragionato così.
Ma Odisseo, o almeno questo sembra suggerire il film, era stato cieco: il resto dell’esercito, guidato da Agamennone, voleva solo scaricare dieci anni di frustrazione sulla città di Troia, cancellarla dalla Terra, tornare a casa, dimenticare. E così Nolan costruisce il ritorno a casa di Odisseo come una lunga espiazione, un tentativo di essere un leader positivo, di salvare almeno i suoi, di far sì che non sbaglino. Almeno finché il destino non lo obbliga a guardarsi in faccia davvero, a vivere per se stesso, a perdonarsi prima del tanto atteso ritorno.
9) Non so perché il personaggio di Agamennone (molto cupo, armato e nero dalla testa ai piedi, che non si fa mai vedere in volto) sia stato accostato a Batman. Forse perché il regista ha fatto dei film sul supereroe. Io non credo: Batman, per quanto solitario e malinconico (e quindi a me più simpatico del saltatore tra le ragnatele di cui sopra), fa parte dei buoni.
Anche questa è una mia idea, ma io ci ho visto non solo una forte connotazione negativa, ma anche una fusione tra gli dèi Ares e Ade: Agamennone è Ares quando è di fronte (quando entra a Troia ordinando silenziosamente la devastazione, quando parla agli altri generali a lui sottoposti), Ade quando è di schiena con l’elmo adornato di ossa di cavallo (quando porta via Ifigenia, quando compare nell’Aldilà).
Curiosamente è stato scelto proprio lui di spalle per la locandina. È come se Nolan volesse dire che al centro di questo film c’è la morte, la morte dell’Età del Bronzo, la morte della civiltà micenea per far spazio a quella che noi consideriamo greca a tutti gli effetti.
La musica del mese
In questo mese di luglio ho ascoltato alcune delle tracce del nuovo album di Olivia Rodrigo, You look pretty sad for a girl so in love. Devo ancora sentire il disco nella sua interezza, ma un brano che ha sicuramente toccato qualche corda è Begged, che potete ascoltare a questo link:
E ho questo pensiero
quando sono nel letto di notte:
che mi sento intrappolata nella mia vita.
È una cosa normale?
Contrastare le onde della paura
di un amante immobile?
Sono sopraffatta e malnutrita
eppure ancora mi appiglio
Mi appiglio alla speranza come la neve sulle montagne
e le parole poco attente scivolano via
sono una monetina in una fontana
che aspetta soltanto la sua fortuna per cambiare
Così sono paziente, tu stai ancora imparando,
e faccio finta che non faccia male
perché dicono che è una virtù
non lasciare scivolare via un amore buono
così sono tranquilla e ti perdono
e prenderò quel che mi dai, sì,
ma niente è mai abbastanza
quando so che, per ottenerlo, ho implorato.
La poesia del mese
Questo mese, nel corso di uno dei classici eventi culturali estivi sul lungomare, ho scoperto un poeta italiano che era particolarmente legato a Varazze: Gian Pietro Lucini. Ho pensato di proporvi un suo componimento, dal titolo Per chi?
Per chi volli raccogliere
questo mazzo di fiori selvaggi
stringerli in fascio nel gambo spinoso ed acerbo?
Tutti i fiori vi sono di sangue e di lacrime
raccolti lungo le siepi delle lunghe strade;
dentro le forre delle boscaglie impervie;
sui muri sregolati delle capanne lebbrose;
lunghesso i margini che lambe e impingua
il rivolo inquinato dai veleni,
decorso dal sobborgo alla campagna.
Tutti i fiori vi son, che, pei giardini urbani e decaduti,
tra le muffe e i funghi, s’ammalan da morirne,
e gli altri che sboccian sfacciati e sgargianti,
penduli al davanzale d’equivoci balconi meretrici:
tutti i fiori cresciuti col sangue e colle lacrime ai detriti.
Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati
dal martirio plebeo innominato,
in codesto sdegnoso rifiuto di prosodia,
per l’odio e per l’amore,
per l’angoscia e la gioia,
e pel ricordo e la maledizione,
per la speranza acuta alla vendicazione?
Ed è per voi, acefale e oscure falangi,
uscite da un limbo di nebie e di fiumi,
tra il vacillar di fiamme porporine, in sulla sera,
da portici tozzi e sospetti di nere officine?
Ed è per voi, pei quali non sorride il sole,
schiavi curvi alla terra, che vi porta,
e rinnovate al torneo dell’armata,
ma non vi nutre, vostra?
Ed è per voi, pallide teorie impietosite
di giovani, di vecchie e di bambine
inquiete tra fède e desiderii,
tra la tentazione della ricca città
e il pudor permaloso della verginità?
Per chi, per chi, questa lirica nuova,
che bestemmia, sorride, condanna e sogghigna,
accento sonoro e composto dell’anima mia,
contro a tutti, ribelle e superbo,
in codesto rifiuto imperiale d’astrosa
prosodia? …
Le foto del mese
Anche quest’anno ho seguito la mia solita routine di luglio: la prima metà a casa, la seconda in trasferta ligure. A volte l’afa ha ingrigito il cielo, ma i colori dei fiori di vetro nel giardino del Comune sono sempre magnifici!
Nei primi giorni di luglio c’è sempre qualche occasione di famiglia per festeggiare, come l’anniversario dei miei genitori e il compleanno di papà.
Per l’occasione abbiamo fatto una cena ed ho preparato il mio (richiesto) tiramisù ai frutti di bosco!
In quelle prime sere di luglio, molto tranquille e casalinghe, mi sono messa a rileggere i fumetti WITCH, una vera coccola tra una lettura e l’altra.
Ieri come oggi, Irma è sempre la mia preferita!
A partire da metà mese mi sono spostata in riva al mare. L’estate è stata implacabile anche in Riviera, dove solitamente si trova sollievo. Molti bagni, molte letture in ombra, poca esposizione diretta al sole. Orari tattici e spuntini di frutta. Moltissime litigate con il vecchio Pinguino e con i vecchissimi ventilatori. Ma è sempre il mio posto felice!
Solo qualche serata è stata ventilata, anche se la passeggiata in riva al mare è sempre una buona idea, almeno per provare a vedere se è finalmente la notte in cui il caldo allenterà un po’…
In una serata particolarmente bella sono andata nel giardino della biblioteca per la mostra “Milanesi a Varazze”. Dopo una conferenza ed un video girato nel Ferragosto del 1928 (incredibile ma vero), io e gli altri visitatori abbiamo dato un’occhiata alle foto d’epoca.
Ogni anno l’associazione storica Varagine.it propone una rassegna di questo tipo, anche se con un tema diverso… e mi piacciono sempre tanto! È come viaggiare indietro nel tempo, e per di più in un luogo del cuore…
Questo post mi sembra un po’ suddiviso in due parti: dai libri ai film, dalla musica alla poesia è tutto piuttosto drammatico. Poi si arriva alle foto e in pratica c’è la mia ricetta della felicità: molto mare, molto cibo, buona compagnia e l’occasione di imparare ogni tanto qualcosa.
Diciamo che questo (complesso) primo semestre del 2026 mi ha portata a fare qualche riflessione in più, ma anche a ricercare svaghi più semplici e pratici – in particolare, l’aria aperta e la vita più “analogica”, dopo giornate lunghissime al lavoro e l’uso di troppi dispositivi elettronici, è un toccasana.
Mancano solo i saluti di inizio agosto e poi mandiamo questo blog in vacanza per un po’! Nel frattempo, fatemi sapere com’è andato il vostro luglio…
Grazie per la lettura, ci rileggiamo in agosto :-)