giovedì 10 settembre 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #9

 Ultime corse estive sulla spiaggia, mare e Scirocco




Cari lettori,

primo appuntamento con “L’angolo della poesia” dopo la pausa estiva!


Ci eravamo lasciati a luglio in riva al mare (a questo link) e qui ci ritroviamo. Tra l’ultimo post alla scoperta di Ossi di seppia e quello odierno ho passato molto tempo (anche più di quel che speravo) in riva al Mar Ligure e mi è capitato di ripensare alle parole di Eugenio Montale ed alle sensazioni che egli prova fissando le onde. Oggi concludiamo la sezione Mediterraneo e iniziamo Meriggi ed ombre e la sua sotto-sezione L’agave e lo scoglio. Vi propongo quattro componimenti, invece che 5/6 come al solito, perché, come vedrete, il terzo è davvero lungo!


Spero che li apprezzerete…



Sezione “Mediterraneo”


Potessi almeno costringere


Tante poesie della sezione “Mediterraneo” raccontano la meraviglia che suscita il mare, sia in Montale (che lo vede come una sorta di figura paterna), sia per tanti di noi. 

Questo componimento, invece, cerca di esprimere una frustrazione: l’autore ha trovato delle parole che ritiene buone per scrivere le poesie di questa sezione, ma lo considera comunque appena sufficiente: ci vorrebbero frasi che si “accordassero” al movimento delle onde, e che dessero il giusto valore sia alla natura che all’arte.

E invece il suo “ritmo stento” verrà utilizzato dalle case editrici per guadagnare con il suo nome, e ripetuto con qualche errore dagli studenti, magari anche svogliati.

Qualcuno potrebbe dire che beh, non è comunque un brutto risultato...


Potessi almeno costringere

in questo mio ritmo stento

qualche poco del tuo vaneggiamento;

dato che mi fosse accordare

alle tue voci il mio balbo parlare: -

io che sognava rapirti

le salmastre parole

in cui natura ed arte si confondono,

per gridar meglio la mia malinconia

di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.

Ed invece non ho che le lettere fruste

dei dizionari, e l’oscura

voce che amore detta s’affioca,

si fa lamentosa letteratura.

Non ho che queste parole

che come donne pubblicate

s’offrono a chi le richiede;

non ho che queste frasi stancate

che potranno rubarmi anche domani

gli studenti canaglie in versi veri.

Ed il tuo rombo cresce, e si dilata

azzurra l’ombra nuova.

M’abbandonano a prova i miei pensieri.

Sensi non ho; né senso. Non ho limite.



Dissipa tu se lo vuoi


Alla fine della sezione “Mediterraneo”, l’autore affida al mare non solo tutti i suoi turbamenti, ma anche la sua vita. L’ha osservato a lungo, ha ammirato la sua vastità, ha scritto le sensazioni stupende e spaventose che suscita in lui… ed ora si rende conto di quanto la sua piccola vita sia limitata, in confronto a quella eterna della sua “figura paterna”. 

Più che una morte, qui mi sembra che venga invocata una nuova vita. 

Alla speranza, come già successo in “Casa sul mare”, Eugenio Montale difficilmente rinuncia (per quanto, alcune volte, dichiari il contrario).


Dissipa tu se lo vuoi

questa debole vita che si lagna,

come la spugna il frego

effimero di una lavagna.

M’attendo di ritornare nel tuo circolo,

s’adempia lo sbandato mio passare.

La mia venuta era testimonianza

di un ordine che in viaggio mi scordai,

giurano fede queste mie parole

a un evento impossibile, e lo ignorano.

Ma sempre che traudii

la tua dolce risacca su le prode

sbigottimento mi prese

quale d’uno scemato di memoria

quando si risovviene del suo paese.

Presa la mia lezione

più che dalla tua gloria

aperta, dall’ansare

che quasi non dà suono

di qualche tuo meriggio desolato,

a te mi rendo in umiltà. Non sono

che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,

questo, non altro, è il mio significato.



Sezione “Meriggi e ombre”- I


Fine dell’infanzia


Questa lirica è una delle più lunghe e rappresentative della raccolta.

Otto strofe, delle quali le prime sei rievocano un’infanzia mitica, immersi in uno dei brulli paesaggi liguri tanto cari all’autore (si ipotizza Monterosso), e le altre due raccontano l’inevitabile fine di questa prima, gioiosa fase della vita.

Il mare agitato non è più un’occasione di gioco, bensì l’espressione di una natura arrabbiata (matrigna, direi; le connessioni con Leopardi in questa raccolta sono davvero moltissime) che potrebbe diventare anche un pericolo.

Le capacità di sognare e immaginare vengono fortemente ridimensionate dopo la fine dell’infanzia: la realtà, a volte crudele, si manifesta agli occhi ormai adulti.


Rombando s’ingolfava

dentro l’arcuata ripa

un mare pulsante, sbarrato da solchi,

cresputo e fioccoso di spume.

Di contro alla foce

d’un torrente che straboccava

il flutto ingialliva.

Giravano al largo i grovigli dell’alighe

e tronchi d’alberi alla deriva.


Nella conca ospitale

della spiaggia

non erano che poche case

di annosi mattoni, scarlatte,

e scarse capellature

di tamerici pallide

più d’ora in ora; stente creature

perdute in un orrore di visioni.

Non era lieve guardarle

per chi leggeva in quelle

apparenze malfide

la musica dell’anima inquieta

che non si decide.


Pure colline chiudevano d’intorno

marina e case; ulivi le vestivano

qua e là disseminati come greggi,

o tenui come il fumo di un casale

che veleggi

la faccia cadente del cielo.

Tra macchie di vigneti e di pinete,

petraie si scorgevano

calve e gibbosi dorsi

di collinette: un uomo

che là passasse ritto s’un muletto

nell’azzurro lavato era stampato

per sempre – e nel ricordo.


Poco s’andava oltre i crinali prossimi

di quei monti; varcarli pur non osa

la memoria stancata.

So che strade correvano su fossi

incassati, tra garbugli di spini;

mettevano a radure, poi tra botri,

e ancora dilungavano

verso recessi madidi di muffe,

d’ombre coperti e di silenzi.

Uno ne penso ancora con meraviglia

dove ogni umano impulso

appare seppellito

in aura millenaria.

Rara diroccia qualche bava d’aria

sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia.


Ma dalle vie del monte si tornava.

Riuscivano queste a un’instabile

vicenda d’ignoti aspetti

ma il ritmo che li governa ci sfuggiva.

Ogni attimo bruciava

negl’istanti futuri senza tracce.

Vivere era ventura troppo nuova

ora per ora, e ne batteva il cuore.

Norma non v’era,

solco fisso, confronto,

a sceverare gioia da tristezza.

Ma riaddotti dai viottoli

alla casa sul mare, al chiuso asilo

della nostra stupita fanciullezza,

rapido rispondeva

a ogni moto dell’anima un consenso

esterno, si vestivano di nomi

le cose, il nostro mondo aveva un centro.


Eravamo nell’età verginale

in cui le nubi non sono cifre o sigle

ma le belle sorelle che si guardano viaggiare.

D’altra semenza uscita

d’altra linfa nutrita

che non la nostra, debole, pareva la natura.

In lei l’asilo, in lei

l’estatico affisare; ella il portento

cui non sognava, o a pena, di raggiungere

l’anima nostra confusa.

Eravamo nell’età illusa.


Volarono anni corti come giorni,

sommerse ogni certezza un mare florido

e vorace che dava ormai l’aspetto

dubbioso dei tremanti tamarischi.

Un’alba dové sorgere che un rigo

di luce su la soglia

forbita ci annunziava come un’acqua;

e noi certo corremmo

ad aprire la porta

stridula sulla ghiaia del giardino.

L’inganno ci fu palese.

Pesanti nubi sul torbato mare

che ci bolliva in faccia, tosto apparvero.

Era in aria l’attesa

di un procelloso evento.

Strania anch’essa la plaga

dell’infanzia che esplora

un segnato cortile come un mondo!

Giungeva anche per noi l’ora che indaga.

La fanciullezza era morta in un giro a tondo.


Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,

i mustacchi di palma, la raccolta

deliziosa dei bossoli sparati!

Volava la bella età come i barchetti sul filo

del mare a vele colme.


Certo guardammo muti nell’attesa

del minuto violento;

poi nella finta calma

sopra l’acque scavate

dové mettersi un vento.



Sezione “L’agave su lo scoglio”


Scirocco


Non potevamo che concludere i post estivi di questo progetto con una poesia dedicata allo Scirocco, il vento caldo che rende l’aria infuocata e non dà tregua né a piante ed animali, né tantomeno agli umani. 

In questo paesaggio arroventato, così simile a tanti che hanno caratterizzato questa nostra calda estate, sopravvivono solo le piante grasse, come un’agave su uno scoglio. 

È così che si sente il poeta: a un passo dal mare, dall’infinito, senza le capacità per entrarci, condannato ad un’immobilità che gli salva la vita e gli consente di resistere ai periodi difficili, ma non gli permette nemmeno di fare quel “di più” che disperatamente vorrebbe.


O rabido ventare di scirocco

che l’arsiccio terreno gialloverde

bruci;

e su nel cielo pieno

di smorte luci

trapassa qualche biocco

di nuvola, e si perde.

Ore perplesse, brividi

d’una vita che fugge

come acqua tra le dita;

inafferrati eventi,

luci – ombre, commovimenti

delle cose malferme della terra;

oh alide ali dell’aria

ora son io

l’agave che s’abbarbica al crepaccio

dello scoglio

e sfugge al mare da le braccia d’alghe

che spalanca ampie gole e abbranca rocce;

e nel fermento

d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci

che non sanno più esplodere oggi sento

la mia immobilità come tormento.




Oggi ci fermiamo qui, tra maree, Scirocco e giochi sulla spiaggia!

Mancano solo tre post a questo piccolo progetto e concluderemo. Questa rilettura si sta rivelando un importante viaggio per me, e spero lo sia anche per voi.

Fatemi sapere che ne pensate e se qualcosa vi ha colpito in particolare!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


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