Paesaggi estivi e ricerca della felicità
Cari lettori,
benvenuti all’appuntamento di maggio con “L’angolo della poesia” e il nostro progetto letterario dedicato alla riscoperta di Ossi di seppia di Montale!
Oggi continuiamo ad esplorare la sezione che dà il titolo alla raccolta. Leggeremo cinque brevi componimenti che, caso vuole, fanno pensare all’estate quasi alle porte, soprattutto come ambientazione. Ho trovato queste poesie di più facile lettura rispetto ad altre di Ossi di seppia, ma non per questo meno importanti: anzi, ognuna di esse ci fa riflettere su qualcosa di semplice ma vero, anche a decenni di distanza dal momento in cui è stata composta.
Vi lascio alla lettura!
Portovenere
Portovenere è un luogo che i liguri – e gli amanti della Liguria – conoscono molto bene. Tra il tempio cristiano che si è perfettamente conservato, la grotta di Keats, il borgo multicolore e l’abbraccio del mare, in pochi metri quadrati si respira bellezza, arte, poesia. Io ci sono stata… e devo dirvi che persino il cimitero, luogo non proprio allegro, ha il suo perché. Per Montale è un luogo ideale per tornare alle origini, fermarsi e riposarsi in attesa di una decisione futura.
Là fuoriesce il Tritone
dai flutti che lambiscono
le soglie d’un cristiano
tempio, ed ogni ora prossima
è antica. Ogni dubbiezza
si conduce per mano
come una fanciulletta amica.
Là non è chi si guardi
o stia di sé in ascolto.
Quivi sei alle origini
e decidere è stolto:
ripartirai più tardi
per assumere un volto.
So l’ora in cui la faccia più impassibile…
Questo breve componimento parla di quelle persone che portano con sé una storia dolorosa, un dispiacere segreto. Può capitare, in qualche momento, che la loro facciata imperturbabile sia disturbata da una piccola smorfia. Eppure nessuno se ne accorge, perché tutti sono abituati a considerare quella persona come “forte”.
Forse, prima o poi, ci siamo tutti sentiti così.
So l’ora in cui la faccia più impassibile
è traversata da una cruda smorfia:
s’è svelata per poco una pena invisibile.
Ciò non vede la gente nell’affollato corso.
Voi, mie parole, tradite invano il morso
secreto, il vento che nel cuore soffia.
La più vera ragione è di chi tace.
Il canto che singhiozza è un canto di pace.
Gloria del disteso mezzogiorno
La fotografia di un momento di calura estiva, proprio mentre il sole è al suo culmine. Anche il greto più secco prima o poi riceverà la sua pioggia.
Ma è necessario attendere e ripetersi che i momenti di “siccità” prima o poi finiscono, e che riservano comunque delle piccole gioie inaspettate.
Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.
Felicità raggiunta
Ancora una volta Montale è, almeno in parte, leopardiano: l’unica felicità che ci è concessa è a tratti, sottile come un filo di lana.
E può bastare un piccolo particolare (un bambino che perde un pallone) perché la tristezza si insinui nuovamente in noi.
Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
Il canneto rispunta i suoi cimelli
Un paesaggio del tutto opposto alla gloria del disteso mezzogiorno.
Qualcuno, forse una donna amata, ha lasciato solo il poeta, che si sente come se tutti i colori fossero scomparsi. Aria, acqua e piante si sono confusi in un’unica nebbiolina grigia, e l’afa è opprimente. È il lato triste dell’estate, quando il maltempo ci ricorda che anche le stagioni più belle hanno una fine.
Il canneto rispunta i suoi cimelli
nella serenità che non si ragna:
l’orto assetato sporge irti ramelli
oltre i chiusi ripari, all’afa stagna.
Sale un’ora d’attesa in cielo, vacua,
dal mare che s’ingrigia.
Un albero di nuvole sull’acqua
cresce, poi crolla come di cinigia.
Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma:
sei lontana e però tutto divaga
dal suo solco, dirupa, spare in bruma.
Siamo di nuovo alla fine!
Fatemi sapere, se vi va, quale poesia vi è piaciuta di più e perché.
Ringrazio tutti voi che seguite questo percorso letterario… davvero non è scontato!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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