lunedì 20 aprile 2020

CARMEN

Il balletto dell'opera di Roma su Rai 5




Cari lettori,
dopo un po’ di settimane di pausa forzata, ho deciso di parlarvi nuovamente di spettacoli, anche se con modalità diverse rispetto a quelle a cui vi ho abituato.
Per la nostra rubrica “Consigli per gli amanti della danza”, infatti, oggi vi racconto Carmen, il balletto che ho visto su Rai 5 durante la serata di giovedì 2 aprile, e che potete trovare sul catalogo di Rai Play.

Sappiamo bene che in questo periodo non ci è consentito visitare teatri, cinema e luoghi culturali. Tuttavia, Rai Cultura ed altri palinsesti hanno deciso di proporre una ricca programmazione per farci sentire il meno possibile la nostalgia di questi posti, ed ho deciso di approfittarne. Vediamo meglio insieme Carmen!



La novella di Mérimée


La direttrice artistica del Balletto dell’Opera di Roma, la nota étoile Eleonora Abbagnato, nel creare Carmen ha fatto, a mio parere, una scelta al tempo stesso originale e filologica. La maggior parte dei balletti che narrano la storia della famosa gitana prendono ispirazione dall’opera lirica, che però è a sua volta una libera interpretazione della storia originaria.

Nel caso odierno, invece, si va direttamente alla fonte, e cioè alla novella di Prosper Mérimée pubblicata nel 1845. I personaggi in scena sono diversi, ma la storia conduce ugualmente ad una drammatica conclusione.


Sia il balletto che la novella hanno inizio in prigione, dove un personaggio in giacca e cravatta, che sembra essere lo stesso Mérimée in veste di testimone e narratore, incontra Don José, un giovane nobile del luogo, ex soldato, che sta per essere condannato a morte. Lo scrittore gli offre un sigaro, i due stringono una sorta di amicizia e Don José gli racconta la sua storia, che viene riprodotta in scena.


Pochi mesi prima dell’incarcerazione, Don José vive stabilmente a Siviglia e fa parte dei “draghi”, un gruppo di soldati con funzioni di polizia. Uno dei suoi primi incarichi è la vigilanza ad una fabbrica di sigari dove sono impiegate molte giovani donne. È lì che egli conosce Carmen, una bellissima gitana che affascina ben presto tutti i suoi colleghi. 
La donna, però, è anche impulsiva e vendicativa, e pochi giorni dopo viene arrestata per aver aggredito un’altra ragazza della fabbrica in seguito ad un litigio. Don Josè porta Carmen in prigione: ella prima tenta di sedurlo, poi, approfittando di un suo momento di debolezza, fugge e gli fa passare un brutto guaio.

Carmen e Don José intrattengono una relazione che però ha vita breve: egli, un giorno, la vede entrare a casa del suo tenente e, pazzo di gelosia, uccide il suo rivale. Da quel momento in avanti, egli sarà un rinnegato: non può più far parte dell’esercito, né girare per il centro di Siviglia. Carmen lo convince ad aggregarsi alla banda di fuorilegge e gitani della quale fa parte.

Il secondo atto ha inizio proprio con Don José in mezzo ai gitani, che, loro malgrado, gli hanno fatto un’altra brutta sorpresa: Carmen è sposata con uno di loro, Garcia.
Una notte, tutta la banda decide di intrufolarsi ad una festa elegante, per poter privare i nobili di portafogli e gioielli senza che se ne accorgano, ma la donna scherza un po’ troppo con un ricco nobiluomo, che viene pugnalato da Garcia. La festa si trasforma in una rissa, la situazione degenera e Don José finisce per uccidere il marito di Carmen con il suo stesso pugnale. La donna, atterrita dalla violenza del suo amante, fugge via.

Qualche tempo dopo, Don José sopravvive lavorando nella zona del porto, mentre Carmen, ormai vedova e libera, si fa corteggiare da Lucas, un giovane torero. Don José incontra nuovamente la sua amata e cerca di persuaderla a fuggire con lui in un’altra nazione, ma Carmen ne ha ormai abbastanza e gli dice addio per sempre. Al culmine dell’ennesimo litigio, Don José la pugnala e si consegna alle autorità.



Le musiche e lo stile della danza




Una caratteristica sicuramente originale di questa rappresentazione è la varietà delle musiche. Le arie più famose di Bizet sono immediatamente riconoscibili ed accompagnano momenti chiave della storia, come la presentazione di Carmen ed il suo primo ballo in mezzo ai soldati, l’innamoramento tra lei e Don José, una festa a casa degli ufficiali di Siviglia.

Ci sono però anche musiche di Manuel De Falla, Isaac Albéniz, Mario Castelnuovo-Tedesco, ed anche di Gabriele Bonolis, che è il responsabile dell’orchestrazione.


Oltre alla varietà di musiche in sé, ho apprezzato la grande fantasia nel presentarle. La musica è dal vivo e c’è la classica orchestra sotto il palcoscenico, ma ci sono momenti in cui essa si arresta per fare spazio a musicisti di altro genere che salgono in scena. L’inizio e la fine dello spettacolo, per esempio, sono accompagnati da un suonatore di fisarmonica che passeggia sul palco e ripropone il celeberrimo tema della Carmen in versione rallentata.

Molto belli sono anche gli interludi con un bravissimo chitarrista che è seduto sul palco in un angolo in penombra. Egli si esibisce in due momenti del balletto e riproduce con grande maestria le danza gitane. Questa scelta è, a mio parere, molto interessante, perché è come se si rappresentasse in musica la duplice natura di Carmen: da una parte il suo desiderio di essere corteggiata, fisicamente e metaforicamente, dalla Siviglia che conta, dall’altra le sue umili origini.





Quanto allo stile di danza, si tratta di un balletto sostanzialmente classico, anche se, in un’intervista che è stata mandata in onda poco prima dello spettacolo, il coreografo Jiřì Bubeníček l’ha definito “neoclassico”.

Durante la rappresentazione le ballerine danzano con le scarpette a punta, i ballerini no, ma questo è usuale anche per il classico vero e proprio. Ciò che, a mio parere, rende il balletto un po’ diverso dalla tradizione è l’ampia gestualità, quasi recitativa, che accompagna i passi. I personaggi non si esprimono soltanto con i movimenti canonici della danza classica, ma anche con gesti quotidiani ed espressioni del volto che richiedono anche abilità da attori. 

Esemplare, in questo senso, il balletto delle operaie della fabbrica: in esso, tante ballerine, sedute ognuna al suo piccolo banco, riproducono la creazione e l’impacchettamento dei sigari, disponendo dell’immaginario tabacco in file ordinate, passandosi del materiale in modo da creare una catena di montaggio e levando il sudore dalla fronte con una mano.



Le scenografie ed i costumi




La scenografia e le luci sono opera di Gianni Carluccio e richiamano, con pochi ma efficaci elementi, la città di Siviglia. Sul palcoscenico ci sono un piano terra ed un piano rialzato: questi due sono separati da un muretto verticale ricoperto di maioliche decorate in blu che richiamano immediatamente l’Andalusia (un posto che, finita quest’emergenza, consiglio a tutti voi di visitare, perché mi è rimasto nel cuore… e mi è bastato vedere qualche mattonella in stile sivigliano per ripensarci!).

Oltre a questo sfondo, basta l’aggiunta di pochi elementi, come dei tavoli, delle sedie, un divano elegante, per far capire allo spettatore di volta in volta in che punto della città ci si trovi.

Simpatico anche lo stratagemma del cavallo finto su cui fugge Carmen, mosso da due operai dei quali si intravedono solo le gambe nerovestite (che sembrano le ombre delle zampe).




I costumi, creati da Anna Biagiotti, sono più che mai vari ed innovativi. Al centro della scena c’è naturalmente Carmen, all'inizio vestita di azzurro come le altre operaie (ma con alcuni dettagli che la rendono più appariscente), poi con un tutù lungo e floreale sui toni del bianco e del rosso per simboleggiare la passione con Don José, poi addirittura in pantaloni di pizzo per la fuga con i gitani, ed infine elegantissima, sia in oro che in rosso-nero, per le scene finali. I tanti costumi sottolineano ulteriormente le molteplici anime di una donna che sceglie con determinazione di adattarsi di volta in volta al contesto che le è più conveniente e che più l’affascina.
Molto belli anche i costumi riservati alle feste della Siviglia che conta: molteplici colori per il primo atto, bianco per il secondo.



Una storia di rabbia e passione che attraversa i secoli




Carmen è una delle opere più famose di sempre, ed il fascino della sua protagonista è così duraturo che perfino nel film Callas forever (del quale vi ho parlato qui) la soprano ormai in declino ammette di pensare continuamente al suo personaggio e di desiderare moltissimo tornare ad essere lei, anche solo per una notte.

Anche io e le mie compagne di danza, nel nostro piccolo, avevamo proposto un medley con i brani più famosi di Carmen nel lontano 2007, ed era stato davvero divertente creare i costumi delle gitane, riciclando delle ampie gonne con sottogonna di pizzo che avevamo usato l’anno precedente per Grease ed abbinando ad esse body multicolori, scialli neri con frange e paillettes, cinture decorate, fasce e fiori nei capelli.

Le tantissime riproposizioni, a mio parere, sono la più chiara testimonianza del fatto che Carmen sia un’eroina immortale, un simbolo di rabbia e di passione, di amori sull’orlo della follia e di emozioni mai trattenute. Come ella stessa canta nell’omonima opera, per lei l’amore è un usignolo ribelle che non si può addomesticare… ed il fatto che ella paghi per questo suo modo di amare, per mano di un uomo che dice di volerle bene ma è consumato da una malsana ossessione, rende la sua figura estremamente attuale.




Ora tocca a voi! Avete visto lo spettacolo su Rai 5?
Che cosa ne pensate? Vi è piaciuto? Andrete a recuperarlo su Rai Play?
Avete visto altre versioni di Carmen (balletto, teatro, opera) di cui mi vorreste parlare?

Con questo post vorrei mandare un grande abbraccio a tutti coloro che, come me, sono “ballerini in riposo forzato”. Si sarà vagamente intuito, da queste righe, che la danza mi manca moltissimo… ma vederla in tv e allenarmi da casa (come vi ho spiegato negli scorsi preferiti di marzo) fortunatamente lenisce un po’ la nostalgia!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

venerdì 17 aprile 2020

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - APRILE 2020





Cari lettori,
siamo al consueto appuntamento del 17 del mese con “L’angolo vintage”!

Oggi vi presento due romanzi di un autore del quale vi ho già parlato più volte, soprattutto in questoquesto post: Andrea Vitali.

Credo che ormai in tanti conosciate questo autore di spiritose “commedie gialle” ambientate nella Bellano del passato, soprattutto quelle che hanno per protagonista il maresciallo Maccadò, arruolato nella caserma del paese negli anni ‘30.

I due romanzi di cui vi parlo oggi, molto piacevoli e scorrevoli da leggere, riguardano invece altri misteri che si verificano in riva al lago.
Vediamoli meglio insieme!



Le mele di Kafka


Gli anni ‘50 volgono al termine a Bellano ed al centro di questa tragicommedia c'è Abramo Ferrascini, il ferramenta. Egli, a modo suo, è un grande sportivo: da anni, infatti, gioca a bocce. Non è particolarmente abile come giocatore singolo, ma in coppia con un accostatore è imbattibile. Quello che all’inizio era un innocente hobby diventa ben presto una fissazione, anche a causa del fanatismo del suo allenatore, Mario Stimolo, il gestore del Circolo dei Lavoratori, che ha perso il braccio destro tre anni prima dopo un incidente in fabbrica e, non potendo più giocare, non ha trovato altra soluzione se non trasmettere questa passione ad altri.

Abramo e Mario si sono allenati insieme duramente, ed ora stanno per conquistare un obiettivo lungamente atteso: la coppa di vincitore del Campionato provinciale, le cui semifinali si terranno a Cermenate la domenica successiva.

Pochi giorni prima dell’atteso evento, tuttavia, la moglie del Ferrascini, Rosalba, riceve una concitata telefonata dall’amatissima sorella che vive a Lucerna. È successa una terribile disgrazia: Eraldo, il cognato di Abramo, ha avuto un malore, ed i medici svizzeri hanno detto alla moglie che egli non ha che due o tre giorni di vita.


Il lettore si sbaglia, se si aspetta una reazione commossa del nostro protagonista: egli conosce a malapena il cognato ed è abbastanza indifferente di fronte ai tormenti della moglie. Il suo unico obiettivo è quello di riuscire a coordinare i due viaggi che lo attendono, in modo che un possibile funerale a Lucerna non comprometta la sua importantissima trasferta a Cermenate.


Le mele di Kafka è la storia di un surreale viaggio contro il tempo, la cronaca dell’assurdo tentativo del Ferrascini di riuscire sia a coronare il suo sogno di sportivo sia a non scontentare la moglie. 

Questo romanzo, scritto con lo stile leggero e piacevole al quale ormai Vitali ci ha abituato, è invece portatore di un messaggio di una certa gravità: tentando di rincorrere una nostra ossessione, un nostro piccolo interesse, un obiettivo di importanza relativa, rischiamo di trascurare ciò che realmente conta. Il romanzo è amaramente ironico e mette in luce in modo impietoso tutti gli improbabili calcoli che fa il protagonista, che si chiede se e quando il cognato morirà, augurandosi che per la dipartita abbia il “buon senso” di aspettare il lunedì, senza preoccuparsi minimamente della sua salute.

Il titolo, inoltre, fa riferimento ad un aneddoto relativo ad un soggiorno sul lago del noto scrittore. Anch’esso ha un valore di ironica denuncia, soprattutto nei confronti della superstizione, che a volte non è solo sciocca, ma anche e soprattutto pericolosa.



Dopo lunga e penosa malattia


È una cupa notte di Novembre a Bellano, città già di per sé piuttosto umida ed ora costretta a subire una pioggerellina insistente. Il dottor Carlo Lonati è a letto quando viene svegliato da una telefonata alle tre di notte. Egli, fedele ai doveri che comporta la sua professione, obbedisce subito al richiamo, anche perché conosce bene la famiglia che l’ha convocato. Si tratta della moglie e dei figli del notaio Luciano Galimberti, un suo amico e compagno di tante avventure. L’uomo ha avuto un infarto ed al dottore, una volta arrivato, non resta che constatarne tristemente il decesso.

Moglie e figli giurano e spergiurano che l’uomo è rimasto a casa tutta la sera e che è andato a letto dopo una frugale cenetta casalinga, ma ci sono due particolari che non convincono affatto il dottore. Il primo sono delle impronte di scarpe sull’ingresso, che di sicuro non possono corrispondere a quelle del figlio maschio. Il secondo, invece, è l’odore di fritto che sente chinandosi sul cadavere del suo vecchio amico: quello che rimane addosso se si resta per qualche ora in una piccola trattoria.


I dubbi in proposito della morte dell’amico si fanno sempre più insistenti il giorno successivo, quando legge il necrologio: in esso, infatti, si dice che il Galimberti è morto dopo lunga e penosa malattia (quando invece, prima dell’infarto, era il più sano degli uomini) e si ringrazia proprio lui, il dottore, per le amorevoli cure prestate. Il dottor Lonati decide di andare a chiedere spiegazioni alla famiglia su questo necrologio che contiene delle evidenti inesattezze, ma ottiene solo che la figlia femmina si schermisca, dicendo che si è trattato di uno scherzo di cattivo gusto e che presto ne farà scrivere un altro più adeguato.

Il dottor Lonati sa bene che il Galimberti non è sempre stato fedele alla moglie, che avcva una serie di segreti, che spesso è stato suo compagno di bagordi: le prove che quella sera egli fosse uscito, insieme ai tentativi della famiglia di insistere sulla morte per malattia, fanno nascere in lui il dubbio che l’uomo non se ne sia andato per cause naturali.


Dopo lunga e penosa malattia è forse il primo romanzo in cui Andrea Vitali abbandona il suo usuale “giallognolo”, com’è solito chiamarlo alle presentazioni, ovvero il mistero/pettegolezzo/equivoco di paese, per lasciare spazio ad un giallo vero e proprio, con un delitto su cui far luce. 

Forse non a caso il detective di questa storia è un dottore: non dimentichiamo che Vitali stesso, per anni, ha esercitato la professione di medico di base, che, secondo me, gli è stata utilissima per conoscere e comprendere bene le dinamiche di un paese di provincia. Sono sicura che la conoscenza di tanti bellanesi e dei loro piccoli e grandi problemi quotidiani sia stata e continui ad essere una fonte d’ispirazione per lui. 
Come negli altri suoi romanzi, non tutto è come sembra… perciò conviene prestare una grande attenzione!




Fatemi sapere che cosa ne pensate!
Conoscete questo autore? Avete letto questi romanzi?
Vi sto incuriosendo? O convincendo a fare una gita a Bellano?
A me purtroppo manca ancora…
Come sempre, vi invito a leggere anche i post delle mie amiche blogger che partecipano alla rubrica questo mese. Trovate i nomi nel consueto banner in alto.
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

martedì 14 aprile 2020

BUON COMPLEANNO BLOG! +5

...CON LE MIE PERSONALI TOP 5!




Cari lettori,
il post di oggi, 14 aprile, è davvero speciale… oggi, infatti, sono cinque anni da quando ho aperto questo blog!


Forse ripeterò lo stesso concetto ogni anno, ma davvero non riesco a credere che il tempo sia passato così in fretta. Se ci ripenso, ricordo ancora la mattina in cui, dopo tante esitazioni, ho creato il mio spazio ed ho pubblicato il mio primo post.


Questi cinque anni nella blogosfera sono stati per me parecchio intensi. Nei primi tempi, infatti, pubblicavo qualche mia riflessione estemporanea su un libro, su uno spettacolo teatrale o su qualche questione di attualità e cultura, senza scadenze temporali vere e proprie.

Con il tempo, ho imparato a suddividere i post per argomenti, a pubblicare due volte a settimana, a creare delle rubriche, a rendere le pubblicazioni più piacevoli dal punto di vista grafico. I miei lettori fissi e colleghi blogger mi hanno aiutato moltissimo in questo, coinvolgendomi in progetti a più mani, invitandomi a prendere parte ad appuntamenti mensili, mostrandomi a poco a poco il significato di parole come review party, segnalazione, collaborazione, booktag.


Per festeggiare questa giornata speciale ho pensato di “tirare le somme” di questi cinque anni elencando alcune mie personali Top 5 relative al blog, a ciò che ho imparato in questi anni, ai ricordi più belli che conservo nel cuore.

Spero che vi faccia piacere ripercorrere le tappe di questo viaggio!



5 motivi per cui ho aperto il blog:



1) La ferma volontà di continuare ad occuparmi di tutto quello che ho sempre studiato ed amato anche dopo la fine dell’Università.

2) Il mio desiderio di scrivere, passando da contenuti strettamente personali (i miei diari dei tempi del liceo e dell’Università) ad altri che invece riguardassero le mie passioni. Come un nuovo “diario”, ma tutto dedicato alle mie letture ed ai miei hobbies.

3) La mia voglia di conoscere altri appassionati di lettura e di cultura.

4) La sensazione di conforto derivante dall’avere un angolino tutto mio in questi tempi di precarietà.

5) La mia decisione di dire la mia su ciò che mi piace, senza paure o incertezze.



5 scoperte “a tema libri” che ho fatto in questi anni:



1) I festival letterari a cui ho partecipato, come il mio primo Salone del LibroTempo di Libri e Bookpride.

2) Generi che difficilmente avrei affrontato se non avessi avvertito l’esigenza di avere un blog il più possibile vario, come, per esempio, il thriller, la saggistica, l’M/M.

3) Il mondo del kindle, degli e-book, di tanti autori self che ho conosciuto con grande piacere.

4) Tanti divertentissimi booktag che mi hanno permesso di abbinare i miei romanzi preferiti a gatti, fiori, gusti di gelato… e tanto altro ancora!

5) Lo scambio di opinioni con gli altri colleghi blogger, sia su Blogspot che sui social (soprattutto Instagram), che mi consente di restare sempre aggiornata sulle ultime novità e sulle letture più discusse del momento.



5 enti culturali a cui devo dire grazie:



1) La biblioteca del mio paese, Cernusco sul Naviglio, sempre fornita e gestita da impiegati più che disponibili.

2) Le case editrici e gli autori che mi hanno inviato copie omaggio per le recensioni (tutti presenti nella rubrica “Letture... consigli in primo piano”).

3) I teatri di Milano che propongono programmi appositi ed agevolazioni per studenti ed insegnanti.

4) I musei ed i siti artistici che praticano riduzioni per universitari, supplenti ed altre categorie.

5) I cineforum della provincia di Milano che scelgono film sempre interessanti.



5 collaborazioni con i “colleghi blogger” che porto nel cuore:



1) I primi passi nel mondo della blogosfera insieme alla mia amica nel blog e nella vita Francesca, de "L'angolo di Ariel";

2) I progetti a più mani (come quello sui gentiluomini della letteratura e quello su Nicholas Sparks) inventati e gestiti da Susy de "I miei magici mondi";

3) La rubrica del 17 del mese "L'angolo vintage"… con un grazie speciale a Chiara, "La lettrice sulle nuvole", per avermi invitato!

4) Il gruppo di lettura per i Review Party organizzati da Simo, de "Il mondo di Simis". Ho recensito con voi già 2 libri (quiqui i link)… e spero che ce ne saranno altri!

5) La nuova rubrica creativa "Storytelling chronicles" di Lara, de "La nicchia letteraria": abbiamo appena iniziato, ma di certo sarà una bella avventura!



5 progetti letterari a cui tengo particolarmente:



1) I post ispirati al tema della mia tesina di Maturità: il rapporto padre/figlia nella letteratura. Le opere considerate sono Ifigenia in Aulide di Euripide (in questo post), Elettra di Sofocle (qui), Saul di Vittorio Alfieri (a questo link), Casa di bambola di Ibsen (in questo post) ed il racconto Eveline di Joyce (qui).

2) Il progetto sulle “figure femminili di Euripide”, l’ultimo in ordine cronologico della rubrica "Donne straordinarie".

3) L’analisi dei Piccoli poemi in prosa di Baudelaire, ultimo progetto della mia rubrica "Il momento dei classici".

4) Il viaggio immaginario nel mondo dei lirici greci, parte de L'angolo della poesia ed ancora in corso.

5) Il post dedicato all’argomento della mia Tesi Magistrale: Odyssey di Bob Wilson (a questo link).



5+5 libri che parlano di me:




1) Piccole donne di LM Alcott (link)

2) Canto di Natale di Charles Dickens (link)

3) La saga di Harry Potter (link)

4) Innamorarsi a New York di Melissa Hill (link)

5) La compagna di scuola di Madeleine Wickham/Sophie Kinsella (link)

6) Casa di bambola di Ibsen (link)

7) L’età del dubbio di Andrea Camilleri (link)

8) Le paludi di Hesperia di V.M.Manfredi (link)

9) Con in bocca il sapore del mondo di Fabio Stassi (link)

10) In fondo al tuo cuore di Maurizio De Giovanni (link)



5 passioni che ho potuto esprimere con il mio blog:




1) La lettura;

2) La scrittura;

3) La danza e la musica;

4) Il teatro ed il cinema;

5) L’arte.



le 5 lezioni più importanti che ho imparato diventando blogger:



1) Per spiegare un determinato argomento agli altri, è molto importante, prima, formare se stessi. Passare del tempo a leggere con attenzione, ad informarsi sulle novità del mondo della cultura, a visitare delle manifestazioni dedicate a ciò che più ci interessa è la linfa vitale per post realmente interessanti.

2) Anche se non si è geni della grafica, si può comunque provare a migliorare esteticamente il proprio blog, ottenendo un risultato, se non ideale, almeno piacevole.

3) I rapporti di conoscenza e di amicizia che nascono tra blogger possono arricchire moltissimo… ed essere un vero dono.

4) Migliorare il proprio blog significa anche uscire dalla propria comfort zone, quindi provare ad accostarsi a romanzi, spettacoli, film, mostre d’arte che non sono propriamente il proprio genere. Il più delle volte si resta positivamente sorpresi!

5) Occuparmi di questo blog mi regala ogni giorno una piccola fiammella di felicità… e questo è il motivo per cui mi auguro proprio che ci saranno anche altri compliblog!



5 buoni propositi per il futuro:




1) Migliorare le mie foto a tema libri su Instagram;

2) Sperimentare due generi con cui ho ancora poca confidenza, ovvero il fantasy e la fantascienza;

3) Leggere un po' più ebook, anche dopo che questa situazione d'emergenza sarà terminata;

4) Recuperare alcuni classici la cui lettura rimando da troppo;

5) Cercare film e spettacoli da consigliare su cataloghi in streaming, dal momento che in questo periodo non possiamo andare né a teatro né al cinema.




Io ringrazio ancora moltissimo ognuno di voi: i miei 143 lettori fissi, tutti quelli che mi seguono dai link sui social (Facebook, Twitter, Instagram), i “colleghi blogger” e tutti coloro che visitano volentieri questo angolino.
Mi auguro che queste “blog-classifiche” vi siano piaciute… fatemi sapere che ne pensate nei commenti!
Spero di tutto cuore che ci ritroveremo a festeggiare altri compliblog!
Grazie della lettura, al prossimo post :-)

giovedì 9 aprile 2020

DELITTI A MILANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

I gialli di Fulvio Capezzuoli



Cari lettori,
dopo avervi parlato più volte dei romanzi di Dario Crapanzano, per la nostra rubrica “Letture...per autori”, è il momento di presentarvi un altro nome del giallo milanese: quello di Fulvio Capezzuoli. 

I due libri di cui vi parlo oggi appartengono alla serie che ha per protagonista il commissario Maugeri, un ex partigiano che riprende il suo lavoro dopo la guerra. Inizialmente demansionato dai suoi superiori, che non condividono le sue scelte politiche, egli riesce, grazie al suo talento ed al suo intuito come poliziotto, a riconquistare il suo posto all’interno del commissariato. 

I suoi romanzi, come quelli del collega Crapanzano, ci riportano nella Milano dell’immediato Dopoguerra, una città che, con molta buona volontà ed una certa paura del passato, tenta di ricostruirsi e di guardare avanti.
Vediamoli meglio insieme!



Milano 1946, Delitti a Città Studi


L’estate del 1946 è al culmine ed il commissario Maugeri è costretto a restare nell’afa milanese. I soldi sono pochi, la moglie casalinga deve sopportare la difficile convivenza con i suoceri ed è costretta a contare ogni lira mentre fa la spesa, il figlio desidera disperatamente passare delle giornate in piscina ma i genitori non riescono ad accontentarlo tutte le domeniche. Inoltre, il commissario, che prima della guerra occupava un posto di rilievo, è costretto ad occuparsi di burocrazia e piccoli casi, perché alcuni suoi superiori, nostalgici del fascismo, non hanno visto di buon occhio l’aiuto che egli ha dato ai partigiani durante gli anni del conflitto. Tuttavia, la fine di anni da incubo lo spinge a guardare al futuro con ottimismo, e non è poi così dispiaciuto di restare a Milano proprio nelle settimane in cui i suoi antipatici superiori hanno preso le ferie.


Una mattina arriva in commissariato una donna oltre i quaranta, Rosalba Attanasio. Ella si presenta con un vestito color pastello, uno stravagante cappello a fiori ed un’aria piuttosto svampita, ed afferma di essere già stata in Questura pochi giorni prima per denunciare la scomparsa del suo cane, dal curioso nome di Odessa. Ella vive nella cosiddetta Città Studi, dove oggi si trovano le odierne fermate della metropolitana Lambrate e Piola (una zona, al tempo, considerata piuttosto periferica), e si dichiara certa che l’autore della sparizione sia il suo vicino di casa del piano di sopra, un altoatesino dal carattere irascibile.

Maugeri raccoglie con qualche perplessità la deposizione della donna, ma dubita che avrà tempo e modo di occuparsi di un cane. Due giorni dopo, tuttavia, egli si ritrova costretto ad andare proprio a casa di Rosalba Attanasio, perché la donna è stata trovata morta nel cortile interno della sua palazzina. Il primo pensiero degli inquirenti è il suicidio, ma ben presto il commissario comprende che sul corpo ci sono segni di colluttazione e che la donna è stata spinta. Sul luogo del delitto arriva subito la sorella più giovane di Rosalba, una ragazza trentenne curata ed affascinante, che rivela un particolare sconcertante: le due non hanno mai avuto alcun cane. Sentendo la parola “Odessa”, tuttavia, ella ha un sussulto piuttosto sospetto.


Maugeri prova a contattare i suoi superiori, ma essi sono sempre in ferie ed il questore autorizza il commissario ed i suoi a proseguire da soli. Essi riescono ad ottenere il permesso di perquisire l’appartamento del vicino di casa di cui Rosalba aveva parlato, ma lo trovano desolatamente vuoto. Una vecchia foto ed una breve indagine, però, rivelano loro che l’uomo non è un commerciante altoatesino, come ha detto di essere, bensì un’ex SS.

Poco tempo dopo, anche la sorella di Rosalba viene brutalmente uccisa con una serie di coltellate nell’appartamento che le due sorelle condividevano, e le indagini portano Maugeri alla scoperta del suo passato come prostituta. La chiave per la soluzione del delitto sembra risiedere nel passato di entrambe le donne…


La prima vera indagine del Dopoguerra del commissario Maugeri lo porta sulla strada dei ricordi del conflitto che si è appena concluso. Una storia appassionante, più complessa di quel che potrebbe sembrare, da vivere insieme ad un personaggio riservato, sensibile e tenace.



Milano 1947, Misteri a Porta Venezia


In un club per l’alta società in zona Porta Venezia, il conte Alessandro Ranieri sta ultimando una partita di tennis contro l’avversario di turno, e, come suo solito, lo sta umiliando con la sua consueta arroganza. Il rivale è un giovanotto con il quale egli, pur essendo sposato, ha intrattenuto una relazione, ma con cui ora i rapporti si sono raffreddati. Una volta finito di giocare a tennis, il conte si avvia verso gli spogliatoi, ma un improvviso blackout lo mette in agitazione. Egli, tuttavia, non può in alcun modo prevedere quello che lo aspetta: nel momento in cui torna la luce, si trova a faccia a faccia con il suo assassino, che, dopo aver tracciato delle misteriose lettere sul suo armadietto, lo uccide con pochi colpi di arma da taglio.

Maugeri e la sua squadra vengono convocati in via Mozart, nella lussuosa villa dove vivono ancora la giovane vedova del conte, ex commessa di profumeria molto più giovane della vittima e sposata in seconde nozze, il segretario, braccio destro dell’uomo ucciso, e la servitù, numerosa, controllata dalla severa governante e costretta a vivere in piccole camere senza alcuna comodità.


Non si può certo dire che il conte fosse un buon marito, né tantomeno un datore di lavoro esemplare. Tuttavia, il commissario sente che nessuna delle piste vagliate finora è quella giusta per risalire al mistero della sua morte. Ciò che più lo lascia perplesso è l’arma del delitto: una spada da guerra giapponese, molto simile a quelle che il conte aveva collezionato durante i suoi anni come ambasciatore in Oriente e che conservava in uno dei salotti della villa. E proprio con una di queste armi da collezione vengono uccisi, pochi giorni dopo, sia il segretario (che inizialmente stentava a collaborare con Maugeri) che uno dei giardinieri, di origine nipponica.

In seguito a questi drammatici eventi, il commissario comprende che deve essere successo qualcosa di terribile in Giappone durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale… e ben presto scoprirà una storia che lascerà senza fiato sia lui che i lettori.


Anche in questo secondo caso, Fulvio Capezzuoli racconta una storia ambientata nel Dopoguerra, che però affonda le sue radici negli anni drammatici del secondo conflitto mondiale. Se però, nel caso del delitto di Città Studi, i protagonisti erano dei poveri ma furbi opportunisti che cercavano di mettersi al servizio dei potenti, in questo romanzo sono proprio le classi più agiate ad essere al centro della scena, con la loro tendenza al trasformismo ed alla corruzione.
La risoluzione dell’intreccio è, a mio parere, decisamente inaspettata. Una lettura da non perdere, se avete già apprezzato il primo romanzo del commissario Maugeri!




Come al solito, tocca a voi!
Avete sentito parlare di questo autore? Conoscete questi romanzi?
Che cosa ne pensate? Vi piace il genere del “giallo milanese”?
Fatemi sapere! 





Colgo l'occasione di questo ultimo post prima del weekend di festa per farvi i miei migliori auguri di Buona Pasqua! Queste saranno festività un po' particolari per tutti noi, più solitarie e forzatamente tranquille… ma non perdiamoci d'animo ed abbracciamoci da lontano!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)