Visualizzazione post con etichetta Letture...per autori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Letture...per autori. Mostra tutti i post

giovedì 16 luglio 2026

ESTATE E RINASCITA

 Due romanzi di Lorenza Gentile




Cari lettori,

nuovo appuntamento con le nostre “Letture...per autori”!


Oggi vi porto con me nella lettura di due romanzi di un’autrice che avevo in TBR da praticamente un anno: Lorenza Gentile. Non la conoscevo, di fatto, fino all’estate scorsa, quando anche lei ha partecipato a “Parole al femminile”, una rassegna di presentazioni nel cortile della biblioteca di Varazze.


Non so se ricordate, ma l’anno scorso vi avevo parlato di tre dei sei romanzi di questa rassegna: quello di Francesca Pongiluppi a questo link, e la doppietta composta dai racconti di Susy Zappa e dal giallo di Cristina Rava in questo post.


Ecco, tra gli altri tre romanzi c’era proprio Tutto il bello che ci aspetta di Lorenza Gentile, che ho trovato in biblioteca e letto proprio il mese scorso, insieme a un altro suo libro, La felicità è una storia semplice.


E sebbene io, tanto per cambiare, abbia ancora un po’ di recensioni arretrate da smaltire, ho pensato di raccontarvi subito queste due storie, sia per l’ambientazione stagionale – proprio luglio in un caso, tarda primavera nell’altro – che mal si sarebbero adattate al post-feste, sia perché le ferie estive sono un momento di reset, e chissà che queste storie non tocchino qualcuno di voi.


Vi lascio alle recensioni!



Tutto il bello che ci aspetta


Il romanzo ha inizio a Milano, gli ultimi giorni di un giugno afoso, al ristorante “Nuvola”, specializzato in cucina al vapore asiatica. L’ambientazione dai colori pastello è accogliente, eppure gli avventori sono ben pochi.


È il ristorante di Selene, una giovane donna di 34 anni da tempo in crisi con la vita, soprattutto quella lavorativa. Dopo una laurea in Design che è riuscita a portare a termine con fatica – ella pensava di occuparsi di arte, ma si è ritrovata soprattutto a fare calcoli – e dei lavori da dipendente che l’hanno lasciata insoddisfatta e con una sensazione di sfruttamento, Selene ha investito tutto quello che aveva nel ristorante.


Il suo progetto iniziale era quello di creare una trattoria ispirata alla Puglia, regione dove ha passato le estati della sua adolescenza, con un unico grande tavolo a quadretti, pietanze rustiche e un omaggio alla sua tata, bravissima a cucinare. Ma un consulente che le è costato carissimo l’ha convinta che un simile progetto non sarebbe mai stato di successo nella Milano che pensa solo a lavoro, viaggi esotici ed efficienza. Così ora Selene si trova con un locale che non va, due dipendenti molto bravi e gentili che però dipendono da lei e meriterebbero un’occasione migliore, tanti debiti, un quasi scoperto in banca.


Anche una volta tornata a casa la situazione personale non va meglio: il suo piccolo appartamento non le appartiene davvero, i vicini sono sconosciuti, la famiglia (composta dai suoi genitori divorziati e sua sorella) è sparsa per il mondo e non sa niente dei suoi guai finanziari, non ci sono veri amici con cui ella possa essere se stessa.


Una sera, di fronte all’ennesima pizza surgelata, Selene, ascoltando il solito programma notturno alla radio, decide che l’ultimo momento in cui è stata felice è stato durante le sue estati pugliesi, nell’ashram induista dove il papà ex avvocato, cambiata completamente vita, si era rifugiato, portando con sé la moglie e le figlie. Erano state estati felici, in compagnia della tata Flora (che si occupava bambina a Milano e che aveva ritrovato lì) e degli amici dell’ashram. Almeno finché sua madre non si era stancata, sia di quella vita che del suo matrimonio, e Selene si era lentamente riabituata alla vita milanese, iniziando un nuovo capitolo della sua vita.


Selene, presa dal terribile dubbio di aver sbagliato tutto quindici anni prima, prende l’automobile e si mette a guidare verso la Puglia. Dopo un viaggio piuttosto disperato durato tutta la notte, arriva in vista del suo paese al mattino, ma proprio lì, la macchina decide di cedere. Ella viene soccorsa da un tuttofare di paese che le chiama un meccanico. In attesa che la macchina venga riparata, Selene reincontra la tata Flora e, dopo qualche giorno da lei, trova una stanza in affitto da un eccentrico signore di nome Antonio.


A Milano tutti le telefonano, dal suo chef al nuovo consulente che aveva ingaggiato prima di scappare via; ma Selene vuole tornare all’Ashram, ritrovare i suoi amici, capire se la felicità è ancora lì ad aspettarla…



Tutto il bello che ci aspetta è la storia di un indimenticabile luglio nel Salento. Selene, la protagonista, è una ragazza che si sente persa per un semplice motivo: per rincorrere il successo ha seguito tutti i pareri altrui, dimenticando però cosa piace a lei.


Confesso che ho aspettato un po’ prima di leggere questo libro perché l’anno scorso, ascoltando la presentazione, avevo qualche riserva.


Innanzitutto avevo paura di trovare i classici stereotipi sul Sud, soprattutto in estate: la “vita lenta” tanto esaltata sui social. Invece i personaggi che Selene trova in Puglia hanno una vita tutt’altro che idilliaca, e va bene così: non sentendosi più sola, ella comprende che ognuno, nella vita, si porta dietro piccoli e grandi fallimenti, proprio perché non siamo progetti mal riusciti, ma persone. 

A sorpresa, invece, ho trovato una certa quantità di nostalgia per le estati millennial: l’autrice ha solo un anno in più di me e nei ricordi di Selene ho ritrovato quelle abitudini lì, quelle musiche là, quei vestiti che… Insomma, le calde stagioni dei primi anni 2000.


Altra mia riserva era il tema dell’ashram e della religione induista: già di mio non sono proprio praticante della religione con cui sono nata, non credo che avrei molto apprezzato un romanzo molto religioso e/o sulla conversione. 

Ebbene, mi sono ricreduta anche su questo: gli occupanti dell’ashram considerano l’induismo semplicemente come una filosofia di vita alternativa. Tutti loro, come il padre di Selene, si sono sentiti esasperati dai loro lavori super performanti, dalla solitudine delle metropoli, dall’assenza di contatto con la natura. Una comunità nel cuore della Puglia è stata la soluzione ai loro problemi. Per scoprire se questa è ancora la scelta giusta per Selene, non resta che leggere…


Personalmente consiglio di leggere questa storia… proprio a luglio (o agosto, se preferite) vicino al mare, e vedrete che non vi deluderà!



La felicità è una storia semplice


In un freddo giorno di aprile a Londra, Vito Baiocchi, quarantasei anni, ha deciso di morire. Niente, nella sua vita, è andato come doveva. I genitori e il nonno sono morti sotto le macerie del terremoto di Gibellina, ed egli è cresciuto con una nonna che ha pensato fosse meglio portarlo a Milano per avere opportunità migliori, così le sue origini si sono perse.


Il suo grande amore, Patrizia, la sua fidanzata del liceo, lo ha lasciato senza motivo apparente, e, andando poi a studiare e a lavorare all’estero, egli ha perso i contatti anche con i suoi amici di gioventù. 

Egli è estremamente solo, fatta eccezione per l’iguana Calipso, che divide con lui l’appartamento e soffre pure di insufficienza respiratoria. E da qualche tempo ha perso il suo negozio dove lavorava come tecnico del computer e non riesce a trovare nient’altro.


Vito si è sistemato, vestito, sbarbato. Gli manca solo da fare quel passo nel vuoto. Ma in quel momento il telefono inizia a squillare in modo imperioso ed insistente, ed egli sa che una sola persona può essere così insistente anche al telefono: la nonna Elvira.


La donna ha deciso di tornare nella suo vecchio paese, a Gibellina, per trascorrere lì gli anni che le restano. A quanto pare, però, l’aereo è sconsigliato per motivi di salute. Così ha assoluto bisogno di qualcuno che, tra treni, traghetti e macchine a noleggio, parta con lei da Milano e attraversi l’Italia visitando Firenze, Roma, Assisi, Napoli… un vero e proprio viaggio on the road.


Ovviamente nonna Elvira ha pensato a Vito. Egli non sa che fare: con la testa è ancora al suo triste proposito. Ma, in fondo, affidando l’iguana alla donna delle pulizie, che c’è da perdere ormai?


È così che inizia lo stravagante viaggio di nonna e nipote. A Vito, tra il lavoro che bussa alla sua porta proprio quando si è deciso a partire per un po’ (un classico del precariato), l’incontro con discutibili personaggi, la nonna che lo tiene a stecchetto mentre lui vorrebbe almeno consolarsi con il cibo, qualche imprevista rimpatriata, ne capitano di tutti i colori. Però, pian piano, il dolore se ne va…



La felicità è una storia semplice è un libro precedente all’altro romanzo di cui vi ho parlato oggi, e forse per questo è un pochino più acerbo.


L’ho trovato un po’ più veloce, anche proprio a livello di lunghezza della storia, e in tutta onestà avrei tolto qualche scena in cui qualche animale fa una brutta fine (vi avviso, in caso siate sensibili a queste cose).


Però ho apprezzato il fatto che ci sia una forte ironia di fondo. Sarebbe stato troppo scontato far trascorrere al nostro Vito un viaggio meraviglioso che gli fa riscoprire la bellezza della vita. Invece no, in poco più di duecento pagine il nostro protagonista lotta con piccoli e grandi rovesci dell’esistenza, dalla burocrazia all’amore perduto, dalla dieta ai veri rimpianti. Però non è più fermo, e fa tutta la differenza del mondo.


Anche il personaggio di Elvira, secondo me, vi stupirà: anche lei si porta dietro un “pacchetto” difficile, ma lo svelerà con il tempo.


Forse, se non conoscete l’autrice, è meglio partire da Selene e dalla sua storia pugliese. 

Se però la apprezzate e volete conoscere una sua storia dal taglio più pungente, La felicità è una storia semplice è una buona scelta.




Che ne dite? Avete letto l’autrice?

Conoscete questi due romanzi?

Fatemi sapere che ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 9 luglio 2026

DA ROSE HILL... A CHESTNUT SPRINGS

 Due romanzi di Elsie Silver





Cari lettori,

come premesso, per le nostre “Letture… per autori”; oggi ci occupiamo nuovamente di un’autrice che ho scoperto quest’anno e che mi sta piacendo molto: Elsie Silver.


Nel corso del nostro "Summer Countdown" avevamo visto insieme il secondo e il terzo volume della serie ambientata nella cittadina canadese di Rose Hill, Wild eyes e Wild Side (a questo link).


Oggi concludiamo insieme la serie con Wild Card, l’ultimo volume, e ne iniziamo un’altra, ancora più famosa, ambientata nell’altrettanto immaginaria cittadina canadese di Chestnut Springs. Forse questa seconda serie è più nota a molti di voi; personalmente preferisco la prima, almeno per il momento… ma vediamo insieme perché!



Wild Card


Notte di tormenta all’aeroporto di Vancouver: la neve rende impossibile la partenza di qualunque volo, fino all’alba. Una situazione paradossale per Sebastian “Bash” Rousseau, operaio edile nei mesi freddi e pilota d’aerei antincendio in quelli caldi.


Egli è di ritorno dal viaggio più difficile della sua vita: a quasi quarant’anni ha scoperto di avere un figlio di più di venti, avuto dalla sua fidanzata del liceo, che al tempo era stata portata via dalla ricca famiglia… e ora Bash ha scoperto il perché.


Quasi per caso, egli conosce una ragazza molto più giovane di nome Gwen, un’istruttrice di yoga che si ritiene uno “spirito libero” e ha insegnato un po’ dappertutto: non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. I due passano una notte divertente curiosando tra i negozi dell’aeroporto e improvvisando una lezione di yoga.


Bash vorrebbe rivedere Gwen, ma una sola cifra errata nel numero di telefono fa sì che i due perdano i contatti. E, mesi dopo, ad una festa elegante che non c’entra niente con lui ed il suo stile di vita, Bash ha la peggiore delle sorprese: Gwen è la nuova frequentazione del figlio Tripp.


Tempo dopo, Bash si sta riprendendo da una stagione di incendi fin troppo difficoltosa ed ha fatto nuove amicizie grazie al bowling club dei “papà single”. In particolare, egli si è legato molto ad un vecchietto complottista che tutti chiamano Clyde il Pazzo. L’uomo ha seri problemi di salute e inizia a praticare lo yoga per rilassarsi prima di un importante intervento… ma, con grande sorpresa di Bash, la nuova insegnante è proprio Gwen, arrivata da poco a Rose Hill. Tra i due c’è molta ostilità, perché Bash, mesi prima, ha lasciato malamente la festa e non sa che la storiella senza impegno tra Gwen e Tripp è finita com’è cominciata.


È Clyde a far avvicinare i due. Bash, infatti, ha deciso di donare un rene all’uomo, ma per un po’ sarà convalescente, e non potrà aiutare l’amico, che tra l’altro vive in una casa isolata. Chi potrebbe aiutarli meglio di Gwen, che insegna solo part-time, guadagnerebbe altri soldi come collaboratrice familiare e risparmierebbe sull’affitto? Un affare, questa convivenza a tre…



Wild Card è la conclusione della serie di Rose Hill: Bash è l’ultimo dei “quattro papà single” protagonisti. All’uscita del romanzo, il trope ex’s father ha comprensibilmente suscitato un certo scalpore, ma, alla fine, io non l’ho trovato poi questo grande scandalo. Bash e Tripp non si conoscono; quest’ultimo ha un padre che l’ha cresciuto (il marito della madre), e tende a vedere il nostro protagonista come una sorta di amico più vecchio. Per non aggiungere, poi, che quella tra Gwen e Tripp è a stento considerabile una “relazione”…


Questa è più che altro una storia di found family tra solitari. Bash è inspiegabilmente definito “il sogno di tutte” in quarta di copertina e invece nel romanzo è un solitario Brontolo, anche se, tra l’abbandono del padre quando era piccolo e della madre di Tripp quando era ragazzo, un divorzio e un figlio ritrovato tardi, ha buone ragioni per esserlo. Gwen non si è mai sentita amata ed è stata allontanata dalla famiglia per le sue scelte di vita. Clyde, infine, che non è affatto pazzo, ma ha un passato difficile, ed è un padre per entrambi i protagonisti e un inusuale Cupido.


L’unico difetto di questa storia, secondo me, è che mi aspettavo che il personaggio maschile mi piacesse un po’ di più, invece mi sa che è troppo Grumpy per i miei gusti (vabbè che il mio preferito della serie è Weston Belmont…) e in un paio di occasioni ha avuto reazioni discutibili.


A sorpresa, invece, mi sono rivista di più di quel che pensavo in Gwen e nel suo desiderio di essere libera, e di provare nuove esperienze lavorative e di vita.


Il finale, comunque, è bellissimo. Per me, una perfetta conclusione di serie!



Flawless – Senza regole


Rhett Eaton è uno dei più famosi bull rider del Canada. Il suo pericolosissimo sport gli ha già fatto vincere due trofei importanti, ma negli ultimi tempi ci sono stati anche uno scivolone con lo sponsor del latte e un cazzotto a un giornalista.


Stufo delle sue intemperanze, Kip Hamilton, il suo agente, decide di mettergli alle calcagna una baby sitter molto speciale: la sua stessa figlia, Summer, una ragazza di città che non sa niente di bull riding, ma molto di amministrazione e marketing.


Rhett protesta, ma non ha scelta. Così Summer lo accompagna a casa sua: il ranch degli Eaton, nella cittadina di Chestnut Springs. Lì vivono il padre di Rhett, Harvey, e il fratello maggiore Cade, papà divorziato del piccolo Luke. Summer conosce anche il fratello di mezzo, Beau, che va e torna perché soldato; un campione di hockey, Jasper, che la famiglia ha “adottato”; Theo, migliore amico di Rhett e bull rider come lui (tutti e tre, insieme a Cade, protagonisti successivi della serie).


Con il tempo Summer si rende conto che Rhett non è il ragazzo viziato ed arrogante che pensava: i guadagni del bull riding hanno già salvato il ranch di famiglia più di una volta, e quello sport è l’unica cosa in cui egli si senta davvero capace: senza le gare, egli non saprebbe che fare. 

Summer, osservandolo, comprende che la sua vita, a differenza di com’è in realtà quella di Rhett, non è così solida come sembra. Il rapporto con il padre è tutto ciò che ha; è la “figlia di un tradimento” e la moglie di suo padre, nonché la sorellastra Winter, non l’hanno mai considerata; nel suo passato recente ci sono operazioni al cuore e l’uomo sbagliato; forse persino lavorare nell’agenzia del padre non è proprio il suo sogno. 

E così tra Rhett e Summer nasce una imprevista alleanza…



Flawless – Senza regole è il primo romanzo della serie di cinque volumi ambientata a Chestnut Springs, dall’altra parte delle Montagne Rocciose rispetto a Rose Hill. Si tratta della seconda delle sue tre serie (più quella in corso), nonché quella che l’ha resa famosa.


Come primo volume, il romanzo mi è piaciuto molto. Per il momento, però, credo di preferire ancora la Rose Hill Series. Approfondimento dei personaggi, nodi di trama, stile, tematiche: rispetto alla serie di Rose Hill, tutto sembra leggermente più acerbo ed affrettato.


Mi sarebbe piaciuto saperne di più soprattutto sui due protagonisti, il cui potenziale, forse, non è del tutto sfruttato: avrei gradito un po’ meno spicy e un po’ più introspezione. L’impressione è che il successo dell’autrice fosse sì atteso, ma non così tanto, e dunque, per adeguarsi ai consensi da parte di milioni di lettori, le storie successive siano state editate molto più attentamente.


Ma tutti dicono che i romanzi successivi della serie sono i migliori, e il ranch degli Eaton mi incuriosisce. Vorrei davvero proseguire… e in caso vi farò sapere!




Che ne pensate di questi notissimi romanzi? Conoscete l’autrice?

Avete letto qualcuno dei suoi libri? Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 11 giugno 2026

ESTATE A ROSE HILL - SUMMER COUNTDOWN 2026 #2

Due romanzi di Elsie Silver



mancano 10 giorni all'estate!



Cari lettori,

oggi, per le nostre “Letture…per autori”, proseguiamo con il nostro countdown estivo! Lunedì abbiamo salutato insieme l’anno scolastico con un TAG dedicato, oggi pensiamo a qualche buona lettura da portare con noi sotto l’ombrellone, tra i monti o durante lunghe ore di viaggio.


La stagione calda per me spesso chiama i romance, e per un giusto mix di sentimenti ed intrattenimento ho pensato di portarvi con me alla scoperta di un’autrice che è stata la rivelazione di questa primavera quasi conclusa: Elsie Silver, notissima come regina degli small town/cowboy romance.


Qualche mese fa, in febbraio, vi avevo parlato di quanto mi fosse piaciuto Wild love, il primo volume della “Rose Hill series”, una serie di quattro libri ambientati tutti nell’omonima cittadina canadese, che ha per protagonisti altrettanti padri single che sono amici tra di loro e si trovano tutti i giovedì sera in un club del bowling. Trovate la recensione a questo link.


In questi mesi ho terminato la serie: per oggi vi racconto il secondo libro (il mio preferito) e il terzo. In luglio dovrei riuscire a parlarvi di altri due suoi titoli: il quarto volume (conclusivo della serie) e il primo di un’altra sua serie famosissima, la Chestnut Springs.


Per oggi vediamo insieme Wild eyes e Wild side!



Wild eyes


La pittoresca cittadina di Rose Hill, tra lago e montagna, ha vissuto un piccolo cambiamento con l’arrivo in città del miliardario Ford Grant, cresciuto lì e tornato dopo la fama per aprire uno studio di registrazione indipendente.


Ora, però, i cittadini si sono abituati persino all’arrivo di qualche celebrità che collabora con Ford. Un nuovo acquisto è Skylar Stone, famosa star del country, che però, mentre è in viaggio per raggiungere Rose Hill, ha la disgraziata idea di fermarsi a riprendere un grizzly mamma con i suoi due cuccioli. L’idea sarebbe fare delle stories carine per il suo profilo Instagram: inutile dire che si rivela una pessima idea.


Per fortuna di Skylar, tuttavia, proprio in quel momento passa con il suo camioncino Weston Belmont, cognato e amico del cuore di Ford, che interviene prontamente aiutandola a “fingersi morta” e lasciando che il grizzly (solo insospettito e non ancora furibondo) si allontani. Weston riconosce la sua cantante preferita, ma si imbarazza nel confessarle la sua “cotta”, così si limita ad accompagnarla da Ford e dalla fidanzata di lui Rosie (che è anche sua sorella). Lei e il suo simpatico e scurrile pappagallino di nome Cherry, unica vera amica della superstar.


Quello che West non sa è che Skylar è in anticipo di almeno una settimana perché in fuga dal padre-manager, dal fidanzato opportunista (che stava con lei solo perché pagato dalla famiglia) e dall’agente che non la tiene in alcuna considerazione. Fare un disco con Ford, un progetto più tranquillo dei precedenti, è un’idea soltanto sua, che è stata osteggiata da tutti. Skylar è in profondo burnout e, nonostante la fama, si sente molto sola.


Con l’alta stagione non c’è posto nei pochi hotel di Rose Hill, e le dépendance per artisti che Ford e Rosie stanno facendo costruire non sono ancora pronte. Alla fine i tre trovano un’insolita soluzione: almeno per i primi tempi, Skylar si adatterà nella casetta/baracca all’interno della proprietà di West, che confina con quella dei Grant.


Skylar è rimasta colpita da West dopo che lui l’ha salvata dall’orso, e si sente attratta, ma è anche in imbarazzo, perché convinta di aver fatto la figura della sciocca. West, però, ha un carattere estroverso e molto affabile e la mette subito a suo agio. Così, siccome ella ha qualche giorno di riposo a disposizione prima di cominciare a lavorare con Ford, ne approfitta per conoscere meglio la famiglia che la ospita.


West gestisce il ranch, alleva cavalli ed è separato con due bambini: Oliver, che ha il carattere tranquillo della sua ex moglie ma soffre di mutismo selettivo, ed Emmy, che  assomiglia molto a lui… e quindi è vivacissima. I due piccoli sono in custodia congiunta tra di lui e l’ex moglie Mia, che si è già risposata.


Skylar passa molto tempo con i tre, che la accolgono con grande generosità, e per la prima volta comprende quel che si prova a stare con una famiglia affettuosa (che non è un’azienda, tra l’altro). L’amicizia di West la aiuta a mettere da parte pensieri e preoccupazioni, anche perché lui trova un modo “creativo” di far sì che ella non possa controllare i suoi social.


E quando il lavoro sul nuovo disco inizia, Skylar inizia a chiedersi quale possa essere il suo futuro nella musica, un mondo che ha sempre amato ma che forse non la ricambia più come una volta, soprattutto perché in questi anni le ha preso l’anima. L’atmosfera conviviale di Rose Hill, l’amicizia nascente con Rosie e con la ristoratrice Tabitha e il sentimento nei confronti di West (che cresce ogni giorno) la aiuteranno a comprendere quale sia davvero la sua strada.



Come vi dicevo, Wild eyes è il secondo dei quattro volumi della “Rose Hill series” e, ora che li ho letti tutti, posso confermarvi che è il mio preferito.


Per la prima volta dopo tanto tempo ho trovato un romance in cui mi sono potuta identificare sia nel personaggio femminile che in quello maschile: Skylar e West sono due personaggi costruiti benissimo e, per certi versi, ho capito entrambi.


Raccontando Skylar, l’autrice ha parlato di tematiche delicate ed attuali. Innanzitutto il burnout (che ormai, purtroppo, non riguarda più soltanto i famosi e le persone in carriera, ma ci investe tutti trasversalmente): quando sopravvivi in certi contesti dove le rispostacce e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno, capita di commuoversi persino perché rompi accidentalmente un bicchiere e la persona di fronte a te si preoccupa che tu ti tagli invece che insultarti. 

E poi il rapporto malsano con i social, che, mi ripeto, non è un problema soltanto dei personaggi pubblici: siamo in moltissimi – e mi ci metto dentro anche io – ad usare un po’ troppo certe piattaforme, o a preoccuparci eccessivamente dell’immagine che diamo online.


Quanto a West, fin dai primi capitoli ho pensato che fosse “l’uomo per me, fatto apposta per me” (ok, lo ammetto: settimana scorsa vi parlavo di qualche mia delusione in materia di personaggi maschili, ma stavolta non posso proprio dire niente), ma, man mano che procedeva il romanzo, mi sono ritrovata a pensare che… beh, comprendevo bene anche lui. 

So cosa vuol dire fare la parte degli estroversi ma dentro di sé sentirsi cauti e diffidenti (come dice Rosie descrivendo il fratello), o tenere unito un gruppo di amici e poi, a fine giornata, sentirsi un po’ soli se per caso quella sera non c’è nemmeno la famiglia.


Non definirei la storia un friends to lovers, come spesso viene descritta nelle recensioni online (sapete che questa serie è un vero tormentone), perché un po’ di attrazione tra i due c’è fin da subito, però sicuramente il rapporto tra i due nasce in modo molto spontaneo, naturale, persino divertente.


Molto bello è invece il trope della “famiglia allargata”. Innanzitutto West e la ex moglie Mia danno un bellissimo esempio di maturità nella custodia congiunta: ho apprezzato che lei non sia la villain della situazione, scelta un po’ troppo facilona che ho visto in altri romance (perché a volte il modo più immediato di creare tensione è trasformare la ex in una strega, e invece qui no, fortunatamente).

E poi Skylar instaura un ottimo rapporto sia con Oliver che con Emmy, diversissimi tra loro ma ugualmente affettuosi nei suoi confronti. Riesce anche a piacere ai “più o meno suoceri”, che, devo dire, hanno lo stesso senso dell’umorismo del figlio (leggete e capirete).


Rispetto al primo volume, qui riusciamo a conoscere meglio l’universo di Rose Hill ed i personaggi che ci faranno compagnia per il resto della serie. Wild love e Wild eyes sono ambientati nella parte più periferica, tra le grandi proprietà terriere e i ranch, mentre gli altri due romanzi si spostano maggiormente nel centro città.


Ho talmente amato questo romanzo che non mi è bastato arrivare all’ultima pagina. Così sono passata direttamente al terzo volume!



Wild Side


Il terzo volume della “Rose Hill series” ha per protagonista femminile Tabitha Garrison, una ragazza che lavora come cuoca e titolare di un bistrot in centro città.


Anche se ella mostra grande sicurezza di sé, si porta dentro una grande ferita: da pochissimo sua sorella maggiore Erika è tragicamente morta.


La donna è sempre stata un cruccio sia per Tabitha che per i suoi genitori: in seguito ad un intervento importante avvenuto quando era giovanissima, ella è caduta nella spirale di alcool e droghe per attutire il dolore e, tre anni prima della sua morte, ha messo al mondo un bambino, Milo, che non ha alcun padre. La situazione sembrava essere migliorata negli ultimi mesi: Erika lavorava, andava agli incontri con il gruppo di sostegno, aveva affittato casa in un paese vicino a Rose Hill e il suo padrone di casa, Rhys Dupris, la aiutava sia con la gestione del quotidiano che con il bambino.


Poi però tutto è precipitato: Erika ha incontrato l’ennesimo perdigiorno della sua vita, che l’ha riportata con sé in un brutto giro, e, quando un’incomprensione con Rhys l’ha portata allo sfratto, è andata via con quell'uomo poco affidabile. Per poi essere ritrovata morta per overdose in una cantina poco dopo.


La prima cosa che fa Tabitha è portare con sé Milo e cercare di crescerlo come una madre: non è facile, considerato che è sola e che lavora, ma può contare sull’appoggio dei genitori. Quando però Rhys torna in zona Rose Hill dopo uno dei suoi misteriosi viaggi di lavoro (nessuno sa quale sia la sua professione), Tabitha ha un’altra doccia fredda: Erika aveva nominato proprio lui come tutore di Milo.


La ragazza, comprensibilmente, odia l’uomo che prima ha sfrattato la sorella dopo anni di amicizia e poi minaccia di portagli via il nipote.


Rhys, a sua volta, ha una storia complicata. Innanzitutto egli, di nascosto da tutti, è un campione di wrestling: gareggia con lo pseudonimo di Wild Side, porta una maschera verde e nera sul ring, e nessuno conosce la sua vera identità (persino la figlia di Ford Grant, Cora, è una grandissima fan del personaggio, ma non sa che è lui). 

Poi non nutre particolare fiducia né in Tabitha né nei suoi genitori, dal momento che Erika non aveva fatto altro che parlarne male. Infine, egli è un ragazzo senza famiglia, rifiutato anche dai genitori adottivi: la sua infanzia è stata segnata dai traumi e dai continui cambi di casa-famiglia, ed egli si rifiuta categoricamente di non obbedire alla volontà di Erika e di far fare a Milo la sua stessa vita.


Tabitha, solo per il bene di Milo, cerca di appianare le divergenze invitando Rhys a stare a casa sua solo per un po’. Ben presto si rende conto che l’uomo voleva bene a Erika come una sorella e che la storia dello sfratto ha contorni piuttosto fumosi. Rhys, a sua volta, vede come Tabitha si dà da fare a tenere unita la famiglia mentre porta avanti una sua attività e le viene il sospetto che Erika non abbia detto proprio tutta la verità.


Alla fine, deposta – almeno per il momento – l’ascia di guerra, Tabitha e Rhys arrivano ad una conclusione comune: un matrimonio di convenienza, seguito da una convivenza a tre con il bambino, risolverebbe tutti i loro problemi. Rhys, statunitense, avrebbe la cittadinanza canadese e potrebbe passare con Milo tutto il tempo che non trascorre viaggiando per lavoro; Tabitha non perderebbe il nipote, altrimenti costretto ad andare in un’altra nazione; i due non sarebbero una coppia ma, avendo anche lavori impegnativi da portare avanti, sarebbero solo co-genitori, e farebbero vite separate.


La cerimonia è così bella da sembrare vera, e per un po’, in effetti, l’inganno riesce alla grande. Milo è felicissimo, perché considerava già Rhys come un padre e Tabitha come una madre. I genitori della nostra protagonista, provati dal terribile lutto, si risollevano vedendo felice la seconda figlia. Rosie e Skylar fanno da damigelle a Tabitha e creano un bel gruppo di amiche, insieme ad un’istruttrice di yoga appena arrivata da Toronto, Gwen. 

West introduce Rhys al suo gruppo di bowling per papà single, composto da loro due, da Ford – protagonista del primo volume -, dal tuttofare di paese Sebastian detto Bash e da un anziano signore complottista chiamato da tutti “Clyde il pazzo”… e persino un tipo silenzioso come lui inizia a socializzare.


Dentro di sé, però, Rhys ha accettato la proposta di matrimonio di Tabitha perché, nonostante Erika non le abbia mai fatto una buona pubblicità, è da sempre innamorato di lei. E quando Tabitha se ne renderà conto, dovrà finalmente interrogarsi sui suoi sentimenti.



Rispetto a Wild eyes, Wild side ha delle premesse decisamente più drammatiche. Rhys e Tabitha sono fin da subito una coppia complicata, con dei bagagli pesanti.


Non lo definirei un enemies to lovers, perché non ci sono quelle dinamiche tra rivali che caratterizzano questo trope: niente punzecchiamenti divertenti, anzi, c’è poco da scherzare, almeno all’inizio. Semmai parlerei di miscommunication, dal momento che entrambi i protagonisti si portano nel cuore una persona che è stata resa “santa” e intoccabile dalla tragica morte e che invece, quando era in vita, ha chiesto loro moltissimo, per poi lasciarli soli.


Eppure i due, tra di loro, sono l’incastro perfetto. Tabitha tiene in piedi lavoro e famiglia come un’equilibrista, eppure nessuno sembra pensare a come sta lei, tranne l’uomo che l’ha sempre amata in silenzio. Rhys non ha una famiglia e non ha mai avuto una vera casa: è stato bene davvero solo a Rose Hill, e, quando inizia a vivere con Tabitha, gli bastano una camera tutta sua, un pasto cucinato in casa e l’affetto del gatto domestico per sentirsi davvero accolto. Personalmente un bel po’ di volte, leggendo, mi sono sentita come Tabitha (che ha un sacco di complessi tipici da sorella maggiore pur essendo tecnicamente la minore); più difficile, ovviamente, è stato identificarsi in Rhys, però mi sono emozionata con lui.



Il trope del matrimonio di convenienza personalmente mi è sempre piaciuto (e in Italia è stata scritta una vera chicca del genere, di cui vi ho parlato a questo link) e in questo caso permette ai protagonisti di conoscersi davvero e di abbassare le relative maschere.


Come dicevamo, Elsie Silver è nota per gli small town e per i cowboy romance. Qui il primo dei due elementi ovviamente è presente; il secondo, in realtà, quasi per niente, dal momento che siamo nel mondo del wrestling. Ecco, questa parte della storia mi è piaciuta un po’ meno: non ero certo un’adolescente che seguiva il wrestling in tv o collezionava le figurine dei protagonisti e, da quello che l’autrice racconta nel libro, mi è sembrato tutto molto… finto. Al punto che Rhys stesso nel libro confida molti suoi dubbi a proposito di questo universo.


Però mi piace comunque il fatto che l’autrice – forse per ampliare il suo già vastissimo pubblico – voglia almeno in parte affrancarsi dal cowboy romance, sua cifra stilistica, e con la serie di Rose Hill abbia presentato protagonisti maschili che fanno lavori diversi dal bull rider o dalla gestione del ranch.


A quanto ne so, anche la sua serie precedente, Chestnut Springs, ha un volume che appartiene al sottogenere dello sport, in particolare l’hockey. Avendo letto (per ora soltanto) il primo romanzo di questa sua serie scritta in un momento anteriore, vi confido quella che forse è un’opinione impopolare, ma, beh, la scrivo lo stesso: la Rose Hill è scritta meglio, i personaggi sono più caratterizzati, e scommetto che c’è stato anche un editing massiccio. Ma ne riparleremo.


Quindi sì, Wild side forse non mi è piaciuto quanto Wild eyes, ma è comunque consigliatissimo.




Per oggi mi fermo qui, spero di pubblicarvi al più presto le recensioni di Wild card e Flawless! Vi confesso che questa è stata l’autrice giusta al momento giusto. 

Il primo volume è stato letto quasi per caso ed è stato una bella sorpresa. Poi la primavera si è rivelata complicata, soprattutto maggio (so che di base per un’insegnante e ballerina lo è sempre, ma credetemi, questa di più), e il bisogno di evasione, in vari sensi, mi ha portato a proseguire la serie. Mai scelta fu più giusta! 

A volte, al di là di tutte le TBR e i piani che possiamo fare noi amanti della lettura, non c’è niente da fare: seguire l’ispirazione del momento è la scelta giusta.

Visto che sono romanzi conosciutissimi… fatemi sapere che ne pensate voi!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 18 maggio 2026

GIALLI MILANESI

 Due romanzi di Paolo Roversi




Cari lettori,

oggi, per le nostre “Letture...per autori”, ci occupiamo di uno scrittore di cui vi ho già parlato qualche volta, un autore di thriller e noir rigorosamente milanesi: Paolo Roversi.


Milano è la “mia città”: anche se abito in provincia, mi piace visitarla per vari motivi culturali e di svago, e poi lì ci sono tutti i miei ricordi della me studentessa universitaria e anche dei miei primi impieghi. Maggio è l’ultimo mese in cui mi capita di fare qualche visita alla città, prima dell’estate e della fuga verso altri lidi: ho pensato così di raccontarvi questi due romanzi, mie letture di quando le temperature erano un po’ più basse, prima del cambio di mood.


Sono entrambi due update piuttosto recenti di due serie differenti dell’autore: il decimo (e per ora penultimo) episodio delle avventure dell’hacker Enrico Radeschi, e il terzo (e al momento ultimo, esclusa una novella) romanzo che ha per protagonista Luca Botero, il commissario “alla vecchia maniera”. Vediamoli meglio insieme!



L’ombra della solitudine


L’hacker Enrico Radeschi sta affrontando un momento delicato della sua vita personale. Da qualche tempo egli vive in “comodato gratuito” nella casa di Fuster, il direttore di Milano Nera, la testata online per la quale scrive (uno dei suoi lavori ufficiali, anche se quelli ufficiosi lo appassionano di più).


Da settimane ospita il Danese, un suo amico tanto misterioso quanto caro: è vero che non racconta mai molto di se stesso e che non tutti i traffici in cui è coinvolto sono propriamente puliti, però è anche vero che gli è sempre stato leale e senza di lui non ci sarebbe stata la risoluzione di qualche caso, anzi, probabilmente il nostro Radeschi avrebbe finito per vedersela brutta. Così da giorni è iniziata una strana convivenza: lui, il Danese, l’inseparabile iguana dell’amico, l’anziano labrador Buk che ha sempre accompagnato il nostro protagonista e, new entry, Rimbaud, il cagnolino di Marika, la cugina di Radeschi, che, dopo essersi goduta un po’ troppo la bella vita milanese, ha deciso una buona volta di dedicarsi allo studio, e dunque ha bisogno di concentrazione.


L’atmosfera, però, non è allegra. Alla conclusione dell’indagine precedente, uno dei malviventi con cui Radeschi ha avuto a che fare ha fatto al Danese una confessione shock: sua figlia, che l’uomo credeva morta, è ancora viva. Ma non vive più a Milano, non si sa dov’è, né che vita faccia. Per il Danese, la speranza di ritrovare viva la ragazza si è mescolata all’ansia di non sapere dove sia ed alla rabbia per averla creduta morta per anni.


Purtroppo l’unica pista che il Danese ha in mano porta ad avere dei contatti con personaggi molto poco raccomandabili, appartenenti alla malavita russa. Enrico non vorrebbe avere niente a che fare con queste persone, ma non può negare un aiuto ad un amico così caro su una cosa tanto importante.


E per il nostro protagonista le preoccupazioni non finiscono qui: dopo qualche mese di promettente relazione con Amanda Benedetti, una quarantenne che sembrava avere intenzioni serie con lui, la donna è scomparsa. Da giorni non si fa viva, il telefono è spento, e il Danese già è pronto a prenderlo in giro, dicendogli che non sa far durare una relazione “più di cinque minuti” e che quindi tanto vale che egli lo aiuti con i russi.


All’improvviso, però, il telefono squilla: è Loris Sebastiani, il vecchio amico commissario di Radeschi. E quando risponde, l’uomo non può credere a quello che sente.


Amanda Benedetti è stata trovata morta. Nel suo posto di lavoro. Che non era il tranquillo e noioso ufficio a cui aveva accennato nei suoi discorsi con Enrico.


Amanda si faceva chiamare “Virginia Love” ed era una escort per clientela di lusso. Esercitava in un appartamento, ed è stata la sua coinquilina a trovarla: una ragazza che svolgeva la sua stessa professione e che divideva con lei affitto e spese.


Una volta tanto, Loris Sebastiani, non proprio il commissario più simpatico del giallo italiano, è dispiaciuto per Radeschi, che ha avuto il doppio shock di ritrovarsi la fidanzata morta e di scoprire che ella aveva una vita segreta.


Dopo essersi ritrovato a indagare più volte per fare luce sui misteri degli altri, l’uomo non riesce a stare fuori da una vicenda che lo tocca così tanto da vicino. Ma scoprire la verità sulla vita nascosta di Amanda (e sulla sua infelice fine) significa andare a disturbare i suoi clienti, persone potenti che non amano essere scomodate. E il guaio in cui si sta cacciando il Danese per ritrovare la figlia è più grande di quel che egli stesso prevedeva.



I gialli di Enrico Radeschi mi accompagnano ormai da qualche anno. Sono letture che scorrono abbastanza in fretta, complice uno stile accattivante, ma che restano impresse, sia per l’abilità dell’autore di aprire nuovi scorci nel mondo giallo e noir (più volte ho scoperto, in materia di criminologia, dinamiche e settori dei quali ero del tutto all’oscuro), sia per la sua capacità di portarci nel cuore di Milano, da quei luoghi che tutti noi locali conosciamo e amiamo agli angoli periferici e dimenticati.


Devo dire che questo capitolo è più maturo di altri, perché, se ricordate, in passato avevo lamentato un’unica pecca di questa serie: la caratterizzazione dei personaggi femminili, che sembravano delle macchiette senza troppa sostanza in confronto agli “altissimi e levissimi” protagonisti maschili, e a volte venivano pure giudicati con un po’ troppa severità morale (specie in confronto agli uomini).


Con mia sorpresa qui ho trovato una figura femminile che, certo, fa la parte della vittima, ma ha un suo spessore, ed anche la sua professione viene trattata con rispetto. 

Anche Loris Sebastiani forse – e dico forse, eh – si è deciso a smetterla di fare il cupido fuori tempo e fuori luogo e si è reso conto, incredibile ma vero, che esiste la possibilità di trovare una nuova compagna fissa dopo il divorzio, e che non è che una donna è stupida solo perché è giovane e alla moda. Scoperte rivoluzionarie, eh? Io comunque continuo a pensare che la canzone ideale per lui sia Dimmi cosa pensi di me (potete ascoltarla a questo link, ma se siete anche voi millennials ve la ricorderete).


Il Danese fornisce la quota drammatica a questa storia… e la sua sottotrama, secondo me, ha ancora qualche colpo di scena in serbo per noi!



L’enigma Kaminski


Torniamo nella Milano del commissario Luca Botero, una città che sta per concludere il 2015, anno di gloria dell’Expo. Anche se i due romanzi precedenti della serie hanno scoperchiato una serie di affari sporchi (con relativa scia di sangue) proprio legati a questa manifestazione, i milanesi sembrano disinteressarsene.


L’importante, ora che si avvicina la stagione prenatalizia, è celebrare gli incassi che l’Esposizione Universale ha portato alla città, e fregiarsi del lustro che essa ha dato a Milano.


Peccato che i festeggiamenti del bel mondo milanese vengano interrotti da un brutto episodio che si verifica proprio l’8 Dicembre, il giorno dell’Immacolata: al termine della Messa, i partecipanti si accorgono che tra di loro c’è un uomo morto. Si tratta di Giovanni Ferri, uno stimato antiquario che possiede un conosciuto negozio in Brera.


L’uomo si era seduto tranquillamente, come tutti gli altri, per assistere alla funzione religiosa, ma qualcosa sembra averlo stroncato: forse un infarto o un ictus.


Per sicurezza, oltre all’ambulanza vengono convocate anche le forze dell’ordine, ed è così che il commissario Luca Botero si ritrova sulla scena di quello che a lui sembra un delitto. Ci sono particolari che gli sembrano troppo insoliti, e che solo lui, insofferente alla tecnologia ed alle ricerche informatiche, riesce ad individuare, con il suo spirito investigativo in stile “Sherlock Holmes”.


L’autopsia sul corpo di Giovanni Ferri conferma i sospetti di Botero, che si ritrova tra le mani un caso spinoso proprio sotto le feste. La prima fase delle indagini rivela subito che l’uomo, come tanti altri del suo settore, si pregiava di avere una clientela di lusso e grandi introiti, ma non riceveva più gli incarichi di una volta: la crisi, almeno in parte, aveva colpito anche lui. Inoltre, negli ultimi tempi egli aveva accettato la rimessa a nuovo di un oggetto pregiato che era però legato ad una questione ereditaria molto delicata, e c’era stata anche una discussione con la cliente che glielo aveva commissionato.


E questa non è la sua maggiore preoccupazione al momento: la battaglia contro il suo avversario di sempre, il criminale venuto dal passato Jacek Kaminski, si è appena riaccesa. È stato quell’uomo, anni prima, ad imprigionarlo in una stanza con l’inganno ed a sottoporlo ad una tempesta elettromagnetica, che per un pelo non lo ha ucciso. Luca Botero si è svegliato per miracolo ma da allora non sopporta la vicinanza di nessuna apparecchiatura elettromagnetica, ha riorganizzato il suo appartamento in stile anni ‘60 e ha chiesto ed ottenuto ai suoi superiori di avere un ufficio distaccato dalla sede, dove lui e la sua squadra lavorano ancora con fax e telefoni “con la ruota”.


Il commissario pensava che l’uomo si fosse dileguato dall’altra parte del mondo per non finire in carcere, ma, con suo grande sconcerto e orrore, negli ultimi mesi egli è tornato a colpire, prendendosela non solo con lui, ma anche con i suoi cari, come, per esempio, un suo amico tramviere.


La sua non è più una minaccia nell’ombra, ma una vera e propria sfida a viso aperto. E al commissario non resta che accettarla, sperando di chiudere una volta per tutte il capitolo che gli ha rovinato la vita.



Vi avevo già raccontato i primi due romanzi del commissario Botero a questo link. Dopo un po’ di tempo, sono riuscita a leggere anche il terzo, L’enigma Kaminski, che vede il commissario alla resa dei conti con il suo nemico di sempre.


Non mancano mai, però, le indagini nella Milano bene, quella che sembra pensare solo all’Expo, agli affari ed ai conseguenti festeggiamenti. Un mondo fatto di veri e propri serpenti a sonagli, che si pugnalano alle spalle tra amici e persino tra congiunti.


Tra queste rovinose cadute di maschere, l’unico imperturbabile, con la sua eleganza vecchio stile, sembra essere proprio il commissario. E davvero c’è da stupirsi che quest’uomo sembri sempre fresco come una rosa, dal momento che qualunque cellulare acceso e puntato su di lui mentre passeggia potrebbe provocargli una crisi epilettica, e poi mangia solo una volta al giorno (Dio sa perché), non dorme – tranne che sul tram dell’amico – finché un caso non è risolto, e passa la maggior parte delle ore del giorno in un casermone giustamente chiamato “La cortina di ferro”. Un vero e proprio locus amoenus dal quale però, altrettanto inspiegabilmente, nessuno se ne vuole andare, tantomeno le colleghe donne, tutte ovviamente un po’ cotte dell’uomo di altri tempi.

Insomma, l’idea è originale, la ricostruzione è interessante, ma non tutti i particolari sono così credibili.

Ma l’autore ci chiede un po’ di sospensione dell’incredulità, e noi gliela concediamo.


Comunque, se conoscete già la serie, sono sicura che non resterete delusi da questo capitolo così decisivo… le ultime pagine vi regaleranno più di un brivido!




Che ne pensate? Avete letto qualcosa dell’autore?

Vi è piaciuto? Avete in programma di leggere qualche giallo quest’estate?

Attendo i vostri pareri!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)