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martedì 22 settembre 2015

LEZIONI DI LETTERATURA E DI VITA

Quello che ho imparato dalla Facoltà di Lettere

 


Se avete seguito il mio blog fin dall'inizio, saprete che spesso mi ritrovo a sorridere delle mie peripezie e disavventure. Alcune volte, tuttavia, è necessario essere seri.

Ci sono periodi, soprattutto durante l'immediato post-laurea, in cui ci sembra che la scelta universitaria sia stata, a posteriori, uno sbaglio. Capita di pensare che sarebbe stato meglio un corso di laurea più funzionale, meno teorico, adeguato a quello che questi tempi di crisi ci richiedono.

Quando succede a me, finisco col ripensare a quello che Lettere mi ha veramente insegnato. Ecco quello di cui mi sono resa conto.






Dante mi ha insegnato che, qualunque sia il cammino che percorriamo, abbiamo sempre bisogno di una guida amica, perché come potremmo fare senza di lei? Chi ci aiuterebbe, altrimenti, a scalare le montagne della vita? E, tuttavia, dobbiamo anche accettare i suoi momenti di tristezza e di pentimento, altrimenti non le saremmo veramente amici.




Montale mi ha mostrato che, molte volte, ci capita di sorridere amaramente dei nostri limiti davanti ad infinite possibilità, come se fossimo su una piccola spiaggia davanti al mare aperto, ed allora la cosa migliore che possiamo fare è spingere il nostro sguardo in là ed affidare la nostra speranza a qualcun altro, sperando di sentire presto il suo cuore che salpa per l'eterno.





Ungaretti mi ha confortato, perché mai, mai nessuno saprà come ci illumina quell'ombra che ci si pone a lato, timida, quando non speriamo più.




Calvino mi ha ricordato che ci sono città che si fingono ricche, città dove ogni giorno si recita una sorta di spettacolo, città dove si scambiano racconti come monete e città dove puoi essere identificato con un congiunto ormai morto; tuttavia, dobbiamo sforzarci di amare queste città e di renderle felici, altrimenti l'inferno non sarebbe una proiezione dell'aldilà, ma una condizione reale.




Pavese mi ha incoraggiato: la paura di amare, non è in fondo già un po' amore?




Alfonso Gatto mi ha dato speranza: un giorno, dopo anni di tristezza e di oppressione, possiamo sentirci vivi in un istante, perché ci è spuntato il cuore in mezzo al petto.




Ariosto mi ha rivelato che tutte le corti più sfarzose del mondo non valgono la gioia di una piccola casa di proprietà.




Tasso mi ha fatto sentire meno incompresa: quando una ragazza non è ricambiata, è normale che desideri stringere il suo innamorato, per strozzarlo, ma forse anche per baciarlo, e può succedere che si perda nei boschi perché è disperata, e anche che casualmente trovi il suo amore, che (finalmente!) ha bisogno di lei.




Pascoli mi ha dato fiducia: un vecchio poeta, durante la sua ricerca, può correre grandi pericoli, ed anche trovare la morte, ma la sua arte non morirà, perché la sua cetra continuerà ad oscillare al vento.




Pirandello ha suscitato in me passione: a volte, a noi donne si presentano davanti due occhi che ci fissano con insistenza; ed allora ci vuole prudenza, perché sarebbe dolce cedere a quegli occhi, ma anche pericolosissimo.




Quasimodo mi ha dato un esempio: tradurre i classici può essere la più bella avventura di un letterato seduto alla scrivania.




Sofocle mi ha fatto stimare di più me stessa: noi donne siamo una forza della natura, e si può diventare eroi ogni giorno, se con il cuore si sceglie la strada giusta; inoltre, se si vuole davvero una cosa, prima o poi la si ottiene.




Aristofane mi ha fatto ridere: un po' di sana autocritica rende anche gli eroi più credibili e più amati.




Orazio mi ha invitato a sorridere, perché spesso quello che cerchiamo è solo una persona che parla dolcemente e dolcemente ride.




Catullo mi ha aiutato nel corso di un amore infelice, perché un'offesa spinge ad amare di più, ma a voler bene di meno.




Seneca mi ha avvertito: non è vero che abbiamo poco tempo, la verità è che ne sprechiamo molto.




Platone mi ha consolato, perché tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati attratti da quel cosino piccolo, brutto, povero, lacero e sporco chiamato amore.




Cimabue mi ha dato la voglia di trasmettere qualcosa agli altri: se il tuo allievo diventa tanto bravo da superarti, allora la tua vita e la tua opera sono state spese bene.




Raffaello mi ha reso curiosa: se il tuo lavoro è riuscito bene, puoi avere anche il coraggio di buttarti in qualcosa di non tuo, come la poesia.




Shakespeare mi ha restituito il senso della realtà: se ci si può perdere nella foresta dell'amore, è vero anche che, mettendo il filtro giusto sugli occhi, tutto si può sistemare.




Ibsen mi ha regalato una importantissima lezione: noi donne possiamo sbagliare, fare matrimoni di convenienza, rifugiarci tra le braccia di uomini ipocriti, ma possiamo anche riscuoterci, capire che non siamo le bamboline di nessuno, ed andare per la nostra strada.




O' Neill mi ha messo in guardia: una famiglia in cui sincerità ed amore vengono dimenticati diventa una scuola d'odio ed una trappola senza scampo.




Brecht mi ha fatto rivalutare la quotidianità, perché, se non apprezziamo i doni che abbiamo avuto in vita e continuiamo ad inseguire ciò che non abbiamo, finiremo per piangere amaramente davanti al niente.




I trovatori provenzali mi hanno divertito: l'approccio con l'altro sesso dev'essere molto cauto e galante, altrimenti sono bastonate!




Baudelaire mi ha aiutato ad ammettere che, a volte, il nostro più intimo desiderio è rivedere una persona cara scomparsa, ancora lì dove l'abbiamo lasciata, al focolare casalingo, che culla, con il suo occhio materno, quel bimbo ormai cresciuto che un tempo eravamo noi.




Rimbaud mi ha fatto guardare verso il cielo: se si piange troppo, ogni alba è straziante, ogni luna è atroce ed ogni sole amaro, ma, per tirarci su, possiamo tendere dei fili dorati da lampione a lampione, da campanile a campanile, da stella a stella, e danzare.




Yeats mi ha donato una riflessione: anche se la giovinezza è bella, ed ognuno di noi si impegna per amare nell'antico e sublime modo di amare, e tutto può sembrare così felice, potremmo comunque rischiare di ritrovarci, da adulti, con un cuore misero come una vuota luna.




Keats mi ha ricordato che non c'è niente di meglio di riposare sul petto del proprio amore e sempre, sempre sentire il suo respiro attenuato.





Non devo, non posso e soprattutto NON VOGLIO sostituire questo.

Ogni volta che questi insegnamenti di letteratura, di arte e di vita mi tornano in mente, capisco di avere fatto la scelta più giusta per me, e soprattutto di avere avuto accesso a qualcosa di straordinario.

 

Ovviamente si accettano contributi a proposito di che cosa i classici ed i grandi autori abbiano insegnato a voi!
Come sempre, grazie per aver letto.

mercoledì 1 luglio 2015

CHI SONO DAVVERO "GLI SDRAIATI"?

Un parere sul libro di Michele Serra






Qualche giorno fa ho letto l'ultimo romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati. Non è una nuovissima uscita, e magari molti di voi l'avranno già letto e riletto, ma ho sentito la necessità di condividere con voi alcuni pensieri che mi sono venuti, una pagina dopo l'altra.

Per chi non lo conoscesse, il libro racconta, in chiave un po' ironica (come ci si potrebbe aspettare dall'autore), ma anche malinconica, l'eterno confronto tra vecchi e giovani, tra la generazione dei “padri” e quella dei “figli”.

Secondo l'autore, infatti, il nostro tempo presenta uno sconcertante paradosso: i vecchi lavorano ed i giovani dormono.


Al di fuori della narrazione, è evidente che Michele Serra stia facendo riferimento all'attuale situazione lavorativa, ed al fatto che chi dovrebbe andare in pensione continua ad essere costretto dalle circostanze ad andare al lavoro, mentre i giovani, che non hanno trovato nemmeno un misero posto quasi gratuito, salutano i genitori dalla porta di casa.


Personalmente, tuttavia, ritengo che il motivo per cui l'autore definisce la nuova generazione “gli sdraiati” sia di stampo diverso, più psicologico.

Il padre protagonista del romanzo, infatti, riscontra nel figlio una perdita di interesse nei confronti della quasi totalità di quello che gli è intorno. Al ragazzo in questione non importa nulla non solo della scuola, dei doveri e delle persone che frequenta, ma neanche delle ore del giorno o delle stagioni. È indifferente a tutti ed a se stesso, ed è questo modo di fare che esaspera il narratore della storia.





Gli sdraiati” è un libro che mi ha fatto sentire come se fossi divisa io stessa in due opposte fazioni.


Da un lato, infatti, come prevedibile, mi sento di difendere la generazione dei “giovani”. È vero, spesso lavoriamo infinitamente meno dei nostri genitori. Ci dividiamo tra fortunati che hanno un impiego quasi fisso (ma raramente coincidente con quello che hanno studiato), super precari che lavorano molto di più in alcuni periodi e molto di meno in altri (e non solo supplenti come la sottoscritta) e molti sfortunati perennemente alla ricerca di un lavoro.


Non lo neghiamo, a volte siamo intolleranti alle critiche della generazione prima di noi, principalmente perché, riguardo alla presente situazione, non ci sentiamo di avere colpe.

Purtroppo la nostra condizione di “sdraiati” spesso è dovuta a cause indipendenti dalla nostra volontà. Noi vorremmo alzarci, essere molto più attivi, lasciare una nostra impronta più incisiva nel mondo. È per questo motivo, infatti, che ho riscontrato tra i miei coetanei una crescita impressionante di lavoretti per arrotondare, hobbies che diventano lavori e spazi personali come questo mio blog. In mancanza di un sostegno adeguato da parte di chi dovrebbe aiutarci, cerchiamo soltanto di esprimere la nostra individualità in altri modi.





Quello su cui mi interessa soffermarmi è però l'altra mia “fazione”. Alcune volte, infatti, persino io mi sono sentita tra le file dei “vecchi”. Prima che qualcuno di voi obietti giustamente che la mia prossima torta di compleanno avrà solo 26 candeline e che è un po' presto per lamentarmi dei reumatismi, lasciate che vi spieghi.

Quest'anno ho svolto un mestiere che mi ha consentito di stare a più stretto contatto con molte persone nate dopo di me. Alcune volte la differenza d'età è stata più sottile, altre più marcata, ma, in ogni caso, mi ha permesso di fare caso ad alcune situazioni che non mi sarei mai aspettata.


Per esempio, durante una lezione di storia a dei ragazzi di prima media, ho pensato che, per facilitare loro lo studio sul libro, sarebbe stato più utile fare uno schema alla lavagna. La tecnica aveva già funzionato bene con altri ragazzi, anche se un po' più grandi. Questa la risposta: “Prof, ma dobbiamo scrivere? Siamo stanchi! Non si potrebbe almeno usare l'Ipad?”

Oppure, insegnando geografia, ho fatto un pensiero sulle care, vecchie ricerche sulle Regioni d'Italia, ma sono stati i colleghi a dissuadermi, dicendo: “Guarda, ci abbiamo provato anche noi più di una volta, ma è inutile. Ormai tutti scaricano in tre secondi qualcosa di già pronto da Internet e non lo rileggono neanche.”

Un'altra volta ancora, di fronte alla scelta di moltissime tracce per il tema, più di un ragazzo ha dichiarato di “non riuscire a pensare”. Su mio gentile consiglio, poi, hanno svolto il tema. Tuttavia, nel momento in cui ho corretto i lavori, mi sono resa conto che no, non avevano mentito affatto: leggendo, si faceva fatica a capire anche solo quale fosse il loro parere personale sull'argomento.



Leggendo il romanzo di Michele Serra, mi sono tornati in mente tutti loro. L'atteggiamento del tipo “tanto non cambia niente”, la tendenza a quello che a me spesso è sembrato analfabetismo di ritorno, lo sdraiamento (perdonate il neologismo) che sembra peggiorare man mano che l'anno di nascita è più recente, la sensazione di non dover esplorare nulla del mondo che ci circonda perché qualche “mamma elettronica” l'ha già fatto per noi e ci ha già preparato una pappina riassuntiva.





Cari genitori, non allarmatevi: quello che ho raccontato non è stata né una regola né una costante. Ho trovato anche tanti ragazzi svegli, allegri, con voglia di mettersi in gioco. Di parecchie giornate di lavoro ho un bellissimo ricordo. Ricordo con molto affetto tutte le scuole che ho “visitato” quest'anno.

La mia forse è solo la confessione di una ragazza un po' spiazzata che, facendosi forte dei suoi 25 anni, sperava di poter comprendere meglio la posizione dei ragazzi rispetto a persone dell'età dei suoi genitori, ed invece, suo malgrado, ha scoperto che attualmente, anche “tra giovani”, un decennio è una montagna ed un quindicennio un abisso.

Nel corso del romanzo, il padre riesce a trovare qualcosa a cui far appassionare il figlio, ed il messaggio che Michele Serra trasmette è quello di una speranza che conforta tutti noi. Anche se le circostanze sono spesso difficili, credo che tutti noi dobbiamo sforzarci di essere ottimisti. Arrendersi al pessimismo ritenendo che l'umanità non abbia più nulla da trasmettere sarebbe la peggior forma di “sdraiamento” possibile.





Come sempre grazie per le visualizzazioni dei miei post: i numeri aumentano sempre più ed io ne sono così contenta che quasi non ci posso credere! Vi ricordo che lo spazio commenti è a vostra disposizione. Al prossimo post :-)

lunedì 4 maggio 2015

COME RICONOSCERE "L'IMPULSO"

Leggi anche: piccole manie di chi è o è stato insegnante


 
Cari lettori,
il mio insegnante di ballo latino americano definisce “l'impulso” una sorta di spinta da effettuare con i piedi, che ti aiuta a girare rapidamente quando balli in coppia ed hai poco tempo.

Ogni volta che lui lo nomina, a me vien da ridere, perché a me la parola “impulso” ricorda qualcos'altro.


In particolare, io credo che chiunque sia o sia stato insegnante, in qualunque forma e contesto, abbia degli speciali “impulsi” da controllare. Si tratta di piccole manie, quasi delle sciocchezze, che però spesso diventano quasi automatiche per molti di noi. Il problema, ahimé, è che più si lavora nel mondo dell'istruzione e più queste fissazioni aumentano e diventano parte di te.


In questo post cercherò di individuarne qualcuna, partendo, ovviamente, da quelle che affliggono me. Alcune sono tipiche della prof di lettere (per ovvi motivi), altre sono dedicate più che altro ai docenti della scuola primaria (ho lavorato anche lì), ma credo che la quasi totalità di esse sia venuta in mente alla maggior parte degli insegnanti, di qualunque tipo essi siano.





Veniamo a noi. Caro/a collega, ti puoi considerare afflitto/a da “impulso” se:

  • Quando in metro ti si siede vicino un adolescente con un libro, cerchi di sbirciare il titolo e ti fai domande tipo: “Ma lo sta leggendo per suo piacere o per la scuola? Perché non lo conosco? Potrebbe essere una buona opzione per il prossimo mese?”
  • Quando vedi gruppetti di ragazzini che fanno gli stupidi, avresti già pronto un bel discorsetto (del tipo: “Non mi sembra una grande idea spingersi in quel modo!”).
  • Ogni volta che qualcuno si dondola sulla sedia, vorresti urlargli: “Basta fare così con la sedia! Cadi a terra! È pericoloso!” Anche se il tizio in questione ha l'età di tuo padre.
  • Se senti parolacce, ti volti all'istante con un principio di sguardo omicida, pronto/a a sfoderare il tuo classico: “Non voglio sentire parolacce qua dentro! Che non si ripeta!” E ti ritrovi a fissare uno sconosciuto che probabilmente si sta chiedendo che diavolo tu voglia.
  • Quando, durante la bella stagione, prendi un po' di sole in giardino o al parco, hai dei momenti in cui ti risvegli dall'abbiocco e quasi salti dalla sedia, pensando: “dove sono? Che faccio? E devo per caso controllare dei bambini/ragazzi?” Poi ti ricordi che è sabato pomeriggio e che sei solo/a. Quindi ti riaddormenti più tranquillo/a e rilassato/a.
  • Andando a fare shopping, ti capita di sbirciare in determinati negozi perché hai sentito i tuoi studenti/esse che all'intervallo parlavano di una promozione o dei saldi.
  • Sempre mentre sei a spasso per negozi, l'occhio ti cade sulle magliette di Violetta, degli One Direction, di Frozen, e ti dici: “Ah, ecco dove l'ha comprata Tizia/Caio!”
  • Se a volte ti sembra di non avere molta fame, ti basta pensare: “Potrebbe andare peggio. Potrei fare il turno mensa in una primaria.” E magicamente avrai voglia di sederti a tavola con calma, di mangiare tutto quello che ti capita sotto il naso e di guardare il tg senza altri rumori di sottofondo.
  • Ogni volta che un insetto si intrufola in casa tua ti sorprendi di non sentire il familiare: “Aaaah! Proooooof! Una ciiimiceeee/aaapeeee!”
  • Se sei a casa per via dell'inevitabile precariato ed il telefono ti suona la mattina presto, vieni colto/a da attacchi di tachicardia e pensi: “In che parte dell'hinterland verrò schiaffato/a stavolta? Hanno bisogno di me già oggi? Devo cominciare a connettermi a Google Maps?”. A volte è così davvero. Molte altre volte però è qualche call center.
  • Vorresti correggere la forma dei messaggi che ti inviano su Whatsapp.
  • Ti è capitato di trovarti con una matita o una penna rossa in mano e poi accorgerti che stavi solo leggendo la lettera di un amico o un lungo biglietto per una ricorrenza.
  • Se non hai proprio niente da fare, entri sui social network e guardi profili di adolescenti a caso, quelli con l'icona di Justin Bieber, per intenderci. Giusto per capire la loro testa, ecco. Speri di imbatterti in frasi tipo: “Oggi il prof di italiano ci ha spiegato Il barone rampante di Calvino dondolandosi su un albero, è stato illuminante!”. Purtroppo per te, non sempre succede.
  • Sempre girando su Twitter, se trovi frasi tipo “Se mi dessero un tema su questo/quello, sono sicura che prenderei 10!” te lo annoti subito. (Mi è successo, davvero.)
  • Inizi a pensare che certi libri, certe canzoni e certi film per minorenni non siano poi male, dopotutto. (E comunque, Colpa delle Stelle mi ha commosso. Sul serio!)
  • Se hai nelle vicinanze un bambino, inizi a sbirciare con la coda dell'occhio che cosa combina e se potrebbe farsi male. Pure in presenza della madre.
  • Inizi a far scorta di caramelle per la gola. Sono diventate un bene primario!

    Cari lettori, queste sono le mie piccole e grandi fissazioni.
    Ora... tocca a voi! 
    Se siete insegnanti ve ne vengono in mente altre, sentitevi liberi di scriverle nello spazio sottostante.
    Se non lo siete... spero almeno di avervi strappato un sorriso! E comunque, sentitevi liberi di scrivere quello che vi pare nello spazio sottostante.
    Grazie di cuore a tutti coloro che mi stanno leggendo. Al prossimo post :-)

martedì 14 aprile 2015

HO VISTO COSE CHE VOI UMANI...

Un viaggio nella scuola pubblica

 

Cari lettori,
come forse molti di voi già sanno, l’argomento “Scuola pubblica”, in quest’ultimo periodo, è diventato di un’attualità scottante. Al centro della polemica, in particolare, sembra esserci la recente decisione di far detrarre dalle tasse la retta della scuola privata.

In parole più semplici, se un genitore iscrive suo figlio ad una scuola paritaria o privata, potrà detrarre la retta scolastica dalle tasse, non pagando interamente la quota, ma facendo sì che la paghi lo Stato.

In parole ancora più semplici – e scusate la franchezza – in questo momento i genitori che hanno iscritto i figli alla scuola pubblica stanno pagando la retta della scuola privata del figlio di qualcun altro.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea è: senza nulla togliere alle scuole private – molte delle quali splendide, organizzate magnificamente, centro di proposte ed iniziative interessanti – che ne è della scuola pubblica? Visto che il denaro sembra scarseggiare, perché non rendere migliore prima ciò che dovrebbe essere per tutti?



Il disagio, la povertà, le difficoltà della scuola pubblica non sono solo un ritornello inventato da supplenti annoiati e genitori insoddisfatti. Si tratta di una realtà, e, per questo motivo, ho deciso di raccontare la mia esperienza con la scuola pubblica. Si tratta di un dramma in due atti: il primo riguarda la mia (ormai lontana) vita da studentessa, il secondo le mie esperienze di supplenza.




PARTE 1: LE AVVENTURE DELLA STUDENTESSA



  • Sono stata di recente a votare nella mia vecchia scuola elementare, che è seggio elettorale. Inutile dire che, ogni volta che entro in quell’edificio, mi sembra di rivedermi bambina, ormai moltissimo tempo fa, mentre correvo in giardino e scorrazzavo per i corridoi. Certo, forse non sarei così incline alla nostalgia, se, dal momento che sono passati un bel po’ di anni, l’edificio si presentasse come minimo un po’ diverso. Invece no, è tutto tale e quale: le pareti scrostate, le mattonelle mancanti, il legno scheggiato delle porte del bagno… proseguite voi l’elenco. Voi immaginate bene che, avendo finito le elementari quindici anni fa, quello che era un po’ cadente nel giugno del 2000 ora non è propriamente in condizioni ottimali…!
  • Durante gli anni delle scuole medie, la nostra Preside, ad un certo punto, ha deciso di organizzare un Comitato di Protesta di genitori, docenti ed insegnanti. Perché? Perché, a partire dall’anno successivo, il piano seminterrato non sarebbe stato più a nostra disposizione, bensì avrebbe ospitato gli studenti (anche se qui sarebbe più opportuno il termine “sfollati”) di un’altra scuola pubblica che, a detta dello Stato, era “ormai impossibile da gestire”. Quello che la nostra Preside chiedeva era semplice ma non ovvio: la sistemazione e ristrutturazione della Scuola di quei nostri compagni di sventura, in modo da non ritrovarci, il Settembre successivo, in centomila sotto un tetto. Avevamo fortunatamente vinto quella battaglia, ma senza un’azione di protesta non sarebbe stato possibile.
  • In prima superiore (la tanto temuta IV ginnasio), una mattina qualunque, io ed i miei compagni siamo entrati in classe e ci siamo accorti con stupore che non avevamo più un pavimento. O meglio: ce l’avremmo avuto, se solo tutte le mattonelle non si fossero alzate, formando delle crepe così inquietanti da suggerire un terremoto. Risultato: tutti i mesi invernali trascorsi a fare lezione in Auditorium, nel seminterrato, nel gelo più completo, ed una lunga attesa prima che qualcuno si degnasse di ridarci la nostra classe com’era prima.
  • Sempre alle superiori, un’altra mattina, durante una lezione, abbiamo sentito un crac. Voltandoci, ci siamo accorti che nella parete di fondo della classe si era formata un’enorme crepa, che occupava in verticale almeno metà della sua altezza. ….Siamo stati fatti uscire? Il piano è stato dichiarato inagibile? Qualcuno è venuto a stuccare prontamente nel weekend?... Ma quando mai!
    Abbiamo proseguito la nostra lezione come se niente fosse. Anzi, con il tempo, al centro della crepa si è formato un simpatico buchino dal quale potevamo salutare gli amici della classe accanto. Durante la Maturità, la crepa era ancora lì. Chissà se, dal 2008 ad oggi, qualcuno ci ha pensato.



PARTE 2: LE PERIPEZIE DELLA GIOVANE SUPPLENTE



Piccola premessa: al momento ho lavorato per quattro Istituti diversi, ma alcuni di essi sono costituiti da più edifici. Per questo motivo ora vi parlerò di sei scuole, numerate in ordine cronologico.

  • Nella scuola n°1 i miei colleghi, in Sala Professori, mi hanno dato subito un utile consiglio: “Questa libreria che vedi è stata comprata da noi, facendo una colletta ed andando all’IKEA. Se senti tremare qualcosa quando togli un libro, allontanati immediatamente, potrebbe caderti addosso!” Credetemi, ho avuto paura!
  • Sempre nella scuola n°1, c’era, per ognuno di noi, un “tetto massimo” di fotocopie. Io cercavo di far stare 2 copie di una verifica in un foglio per risparmiare….
  • Nella scuola n°2 stavamo aspettando i registri del professore ad ottobre inoltrato. Si scrivevano gli argomenti delle lezioni ed i voti dei ragazzi su fogli protocollo con qualche tabella stampata sopra.
  • Inoltre, sempre nella scuola n°2, c’erano classi e corridoi pieni di scritte a pennarello o bomboletta…più o meno simpatiche, ecco. Ovviamente nessuno si era dato la pena di far riverniciare.
  • Nella scuola n°3, a molti armadietti mancava lo sportello anteriore. E, pensate un po’, erano tutti riservati ai supplenti! Io lasciavo lì libri e registri e non sapevo se la mattina dopo li avrei ritrovati…
  • Una mattina, dopo una serata di pioggia fortissima, sono arrivata alla scuola n°3 per la mia solita prima ora. Mi è venuta incontro la bidella dicendomi che la scuola era inagibile. Sono entrata un attimo con lei e ho visto pezzi di soffitto per terra. Mentre io, la bidella e un’altra supplente arrivata lì per la prima ora ci facevamo il caffè, abbiamo sentito rumori inquietanti dal piano di sotto. La bidella ha confortato noi povere docenti sprovvedute: “Ma no, è solo acqua! Il piano di sotto è allagato!” Ah, beh, allora…
  • Sono rimasta nella scuola n°4 per pochi giorni. Però devo dire che l’assenza di una Sala Insegnanti e non dico di un bar, ma anche solo di una macchinetta per acqua e caffè, mi ha colpito.
  • Nella scuola n°5, trattandosi di una Scuola dell’Infanzia, i genitori dei bambini hanno deciso di darci una mano. In alcuni giorni prefissati, infatti, ci hanno portato carta igienica, fazzoletti di carta, salviette umidificate ed altro. Se non ci avessero pensato loro… ci avrebbe rifornito lo Stato?!? Ma via, che pretesa assurda! Ci sono così tanti giovani supplenti fannulloni e dal portafoglio stragonfio…
  • Nella scuola n°6, i lavandini per bambini in formato mignon… beh, semplicemente, ad un certo punto, si sono rifiutati di funzionare. In particolare, uno di essi si è intasato e riempito di acqua fino all’orlo. (I deboli di stomaco si fermino qui!) Inoltre, mentre noi insegnanti eravamo in classe, un bimbo malato ha pensato di star male lì dentro. Credo che per quel povero lavandino si sia trattato del colpo di grazia. Credetemi, quel giorno davvero ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.





In conclusione… so bene che si tratta di una singola esperienza. È per questo motivo che invito ognuno di voi che vi siete ritrovati a leggere (docenti, genitori, studenti, ex-studenti…) a commentare raccontandomi le vostre esperienze, se vi va. E se non vi va, almeno non dimenticatevele. Non mettiamo in un angolo la Scuola Pubblica, che ha così tanto bisogno di tutti noi.

Come ha detto Crozza qualche sera fa, “non è necessario chiamarla Buona Scuola. Chiamala Scuola Che Non Ci Piove Dentro.”

Sarebbe già un buon traguardo, no?!?
Al prossimo post :-)