Visualizzazione post con etichetta Il momento dei classici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il momento dei classici. Mostra tutti i post

giovedì 4 dicembre 2025

IL MERCANTE DI VENEZIA

 Recensioni classiche: Shakespeare #6




Cari lettori,

per il nostro “Momento dei classici”, benvenuti all’ultimo appuntamento del nostro percorso alla ri-scoperta di Shakespeare!


È stato un percorso bimestrale, quindi relativamente breve, ma per me intenso! Come sapete, ho scelto questo progetto letterario per il 2025 perché mi sono resa conto di non aver letto quasi nessuna opera per intero di questo autore, che non ha davvero bisogno di presentazioni. Ho visto rappresentati alcuni suoi drammi o commedie, ne ho letti altri “a pezzi” a scuola, altri ancora sono stati una completa novità per me.


Oggi concludiamo il percorso con una black comedy che avevo studiato per bene quando andavo a scuola e che sono stata felice di riprendere per intero: Il mercante di Venezia.


Prima di parlare insieme dell’opera, però, vi lascio i link alle “puntate precedenti”:


1) Gennaio/febbraio: Romeo e Giulietta, a questo link;


2) Marzo/aprile: La tempesta, a questo link;


3) Maggio/giugno: Molto rumore per nulla, a questo link;


4) Luglio/agosto: Re Lear, a questo link;


5) Settembre/ottobre: Le allegre comari di Windsor, a questo link.


E ora, senza altre chiacchiere, passiamo all’ “ultima puntata” del percorso!



Un ricco mercante in difficoltà


Antonio è un ricco mercante veneziano, noto a tutti in paese per la sua generosità. Egli presta soldi senza interesse e senza un vero e proprio termine, così che molti si rivolgono a lui, sapendo che ha grande disponibilità finanziaria e non solo. Quello che per lui è un servizio “di carità cristiana” si attira le ire del vicino quartiere ebraico, ed in particolare di chi pratica usura. Uno tra tutti, Shylock, il più noto tra gli strozzini della città, non fa altro che litigare con Antonio e prenderlo a male parole ogni volta che i due si incrociano per strada. Shylock, che è avido e pensa molto più ai soldi che alle persone, ignora che la sua stessa figlia Jessica non ne può più di stare sola in casa con lui e sta pensando di fuggire con il suo giovane fidanzato Lorenzo, un ragazzo cristiano della cerchia di amici di Antonio.


Il nostro protagonista, però, è una persona che ha due debolezze, due “difetti fatali” che, messi insieme, gli causano una grandissima malinconia (appartiene all’archetipo teatrale dell’uomo “malinconico”, esattamente come un importante personaggio di Molto rumore per nulla ed altri shakespeariani).


La prima è una certa spregiudicatezza negli affari, che si traduce in una scelta che potremmo considerare folle: Antonio ha messo tutte le sue ricchezze in mare, nella speranza di scambi ed investimenti che lo possano ripagare due o anche tre volte tanto. Purtroppo egli non ha avuto l’accortezza di conservare quasi nulla per le emergenze, e le notizie che arrivano da lontano non sono tra le più confortanti: le barche rischiano seriamente di affondare.


La seconda è il suo amore, che egli è molto bravo a mascherare con l’amicizia, per il giovane Bassanio, un nobile di Venezia. Egli, considerati i tempi, non può, ovviamente, vivere questo sentimento, e così, per dimostrargli il suo amore, non riesce a far altro che aiutarlo ad essere felice con la donna che ha scelto.


Per aiutarlo a corteggiare Portia, la dama di Belmonte, egli ha però bisogno di liquidità, di cui non dispone più. E quindi a chi chiedere aiuto? Chi è l’unico più ricco di Antonio in città? Purtroppo si tratta dell’odiato Shylock…



Un nemico in cerca di vendetta


Il mercante di Venezia è un’opera shakespeariana che, inaspettatamente, dà molto spazio all’antagonista.


In Romeo e Giulietta i veri nemici sono i genitori dei due ragazzi, con il loro “farsi la guerra” a vicenda, eppure sono in scena pochissimo; Re Lear può essere moralmente grigio, ma non c’è alcun dubbio che le sue prime due figlie e uno dei generi siano crudeli fino al midollo, e dicono poche battute che li qualificano subito; nelle commedie gli antagonisti sono buffi o comunque perdonabili, visto che tutto finisce bene.


Invece questa è una “commedia nera” che indaga le differenze tra bene e male e lascia anche – secondo me giustamente – aperta qualche questione.


Shylock è senza dubbio un personaggio negativo, un uomo che quando l’unica figlia fugge pensa alle gemme che ha portato con sé, una persona che non spende nemmeno un ricordo per la moglie venuta a mancare, un usuraio che non ha nessuna compassione delle persone che stringe nella sua morsa.


Eppure Antonio, che già era nel mirino di Shylock per la sua molto apprezzabile generosità che gli faceva concorrenza, non può fare a meno di aizzarlo ancora di più con insulti ed offese, soprattutto su base discriminatoria. A quel tempo era tristemente normale essere razzisti nei confronti di persone di altre etnie o religioni, ma Shakespeare, che come tutti gli artisti era molto previdente, comprende e fa sapere al lettore che questo è sbagliato, un atteggiamento che porterà solo altro male.


Da qui il notissimo monologo in cui Shylock si chiede se gli ebrei siano poi così strani, perché se hanno fame mangiano, se hanno sonno dormono, se vengono feriti sanguinano, se vengono offesi soffrono… esattamente come tutte le altre persone.


E così, la difficoltà di Antonio, unita alla sua incapacità di dire di no a Bassanio (che ammette candidamente di aver già sperperato troppi soldi, e avrebbe potuto anche evitare, no?), diventano il casus belli perché Shylock possa vendicarsi.


L’uomo, in modo del tutto inaspettato, non chiede la restituzione di un’enorme somma di denaro. Egli si appiglia ad una legge caduta in disuso ma mai del tutto cancellata – l’equivalente dei codicilli legali che scovano oggi i nostri avvocati – e sceglie, come pattuito, una libbra della carne di Antonio. Ed è ovvio che punterà al cuore, uccidendo così l’odiato rivale.



Due donne che tornano protagoniste della loro storia


Mentre Antonio firma il patto che potrebbe costargli la vita, Bassanio, insieme al suo inseparabile servo Graziano, parte per Belmonte, deciso a conquistare Porzia.


La donna, orfana di padre, non solo non può muoversi dal castello di famiglia, ma il caro genitore le ha lasciato in eredità un gioco crudele: un indovinello che i suoi corteggiatori devono risolvere per poterla sposare.


Tre piccoli forzieri, con altrettanti lucchetti; uno d’oro, uno d’argento, uno di ferro. Soltanto uno dei tre contiene il ritratto di Porzia, solo uno consentirà al corteggiatore di sposare la ragazza (ovviamente senza nemmeno considerare la sua volontà). E c’è un ulteriore vincolo: chi perderà la gara non potrà corteggiare o sposare altre donne, ma dovrà “lasciare il cuore lì”.


È un’impresa rischiosissima, ma Bassanio non è amico di Antonio per niente, e condivide con lui la stessa spregiudicatezza. Chi è prudente e saggia, invece, è Porzia, che segretamente spera di restare da sola, perché trova che l’indovinello lasciato da suo padre attiri solo prepotenti e sbruffoni. Quando incontra Bassanio, però, per la prima volta ella vede anche qualche pregio, come la bontà d’animo di fondo e l’importanza data ai sentimenti.


Bassanio riesce a risolvere l’indovinello dei tre forzieri e c’è un doppio matrimonio, sia quello suo con Porzia che quello di Graziano con Nerissa, serva a cui la padrona è legatissima. Proprio mentre si sta organizzando il matrimonio, però, arriva la notizia che le navi di Antonio sono affondate, e soprattutto che i termini dell’accordo con Shylock sono scaduti.


Bassanio, pochi minuti dopo il matrimonio, parte alla disperata, deciso a salvare l’amico. E ancora non lo sa, ma sarà la novella moglie, insieme alla cara Nerissa, a prendere in mano le redini della situazione, dopo tanti anni di reclusione e di sottomissione alle scelte altrui.



Un legal thriller prima del tempo


Porzia e Nerissa si travestono da uomini e arrivano a Venezia presentandosi come “un giovane giudice e il suo segretario”.


Tutti cascano nel tranello (e qui il dramma si fa di nuovo commedia), ma più di tutti ci casca Shylock, che accoglie con gioia un giudice “straniero e fresco di studi”, perché egli sa bene che sia il Doge che tutti i notabili di Venezia sono apertamente a favore di Antonio.


E in effetti, all’inizio, “il giudice Porzia” sembra dare tutte le ragioni a Shylock, perché se c’è scritto che la libbra di carne dev’essere, così sarà. Ma… c’è un ma: sul contratto non c’è nessuna menzione del sangue. Se Shylock farà cadere anche solo una goccia di sangue, passerà dalla parte del torto. E così, l’uomo che sperava di vincere con l’applicazione indiscutibile della legge si ritrova beffato dalla legge stessa…


E c’è ancora un altro appiglio contro Shylock: egli è un cittadino straniero e ha attentato alla legge di un veneziano, quindi sarebbe punibile con la pena di morte. Ma Antonio non vuole versare sangue, così chiede due condizioni alternative: la consegna dei beni di Shylock a Jessica e Lorenzo, che sono ufficialmente marito e moglie, e la conversione dell’uomo al cristianesimo.


Che dirvi? Non so voi, ma a me un po’ di amarezza resta. Il passaggio dei beni a figlia e genero avrebbe potuto essere anche una richiesta ragionevole (lasciando però almeno qualcosa all’uomo per sopravvivere), ma la conversione al cristianesimo significa che Shylock non potrà far parte né della comunità ebraica – che era casa sua – né di quella cristiana – che comunque lo disprezza. 

Sarà un indigente respinto da tutti per tutta la vita (anche se possiamo supporre che la figlia avrà pietà di lui). È di fatto un’uccisione dell’anima: sarebbe bastata la restituzione dei beni ottenuta tramite usura.


E poi l’opera si conclude con uno “scherzo” che Porzia e Nerissa fanno ai novelli mariti a proposito degli anelli nuziali. Bassanio e Graziano ci cadono come due pere cotte e non fanno proprio la parte degli sposi affidabili.


In definitiva, c’è una risoluzione serena e senza spargimento di sangue (persino le ricchezze per mare di Antonio si salvano miracolosamente), ma tutti sono ingranaggi di una società comunque corrotta, e la serenissima Venezia non fa proprio la migliore delle figure, anzi, mostra tanti dei suoi punti deboli.


Forse è questo il motivo principale per cui quest’opera, insieme a Measure for measure (che dovrei ancora leggere), è considerata, come già dicevo, “commedia nera”…




E così siamo alla fine!

Mi dico sempre che questo genere di post è abbastanza impegnativo per me… ma ad essere sinceri, una volta che mi concentro, mi sembra quasi che si scrivano da soli. Ogni tanto è proprio un sollievo tornare nella propria “comfort zone” di quel che si è studiato, visto che per lavoro dobbiamo tutti reinventarci, chi poco e chi tanto.

Non ho ancora pensato a un progetto letterario che potrebbe farci compagnia l’anno prossimo… per ora sono contenta di aver concluso questo!

Vi ringrazio moltissimo per avermi seguito fin qui e vi invito a scrivermi tutto quello che mi va.

E da settimana prossima… si parte con i post prenatalizi!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 9 ottobre 2025

LE ALLEGRE MADAME DI WINDSOR

 Recensioni classiche 2025: Shakespeare #5




Cari lettori,

il post di oggi è dedicato al nostro “Momento dei classici” e con l’opera di Shakespeare che ho scelto per il bimestre settembre/ottobre.


Prima di parlarvi dell’argomento di oggi, un breve recap delle puntate precedenti!

In gennaio e febbraio, mese dell’amore, non potevo che partire da "Romeo e Giuletta".

In marzo ed aprile abbiamo assistito insieme alla "Tempesta", il vero e proprio testamento morale di Shakespeare.

In maggio e giugno abbiamo cercato il lieto fine ed un po’ di allegria con "Molto rumore per nulla".

In luglio ed agosto vi ho portato con me alla scoperta della tragedia storica con "Re Lear".



Oggi ci alleggeriamo un po’ con una commedia degli equivoci, una storia divertente e beffarda che forse non tutti conoscono o hanno visto rappresentata: Le allegre madame di Windsor.


A quanto pare quest’opera ha avuto una genesi imprevista: nemmeno lo stesso Shakespeare pensava di scriverla. Falstaff, il buffo protagonista di quest’opera, aveva già recitato la sua parte nell’Enrico IV, portando leggerezza in una pièce teatrale molto più seriosa di quella che ci accingiamo a leggere insieme. Eppure, a quanto narra la leggenda, la regina Elisabetta non era soddisfatta… e chiedeva in continuazione di poter risentire o rivedere qualche avventura di Falstaff, magari in un ruolo più centrale. E non si può non accontentare una cliente così importante…


Vediamo insieme che cosa si inventò Shakespeare per l’occasione!



Due mogli allegre ed un corteggiatore attento al portafoglio


La storia raccontata si svolge a Windsor, cittadina di provincia che, per certi versi, assomiglia alle nostre odierne. Lì un’ampia fascia di popolazione forse non proprio ricca, ma comunque benestante, conduce una vita tranquilla, cercando di tenere in piedi matrimoni dettati più dalla convenienza che dall’amore, di combinare unioni vantaggiose per i figli e di conservare un nome ed una reputazione.


Proprio lì, da un po’ di tempo, ha preso residenza Sir John Falstaff, che un tempo era addirittura superiore a quella schiera di alto borghesi rispettabili (non a caso possiede il titolo di Sir), ma è decaduto da anni, soprattutto dal punto di vista economico. In più, il suo carattere impulsivo e la sua tendenza a mettersi nei guai lo rendono lo zimbello di tutti. Ormai anche i suoi paggi, che da tempo non ricevono la paga, stanno iniziando ad abbandonarlo.


Falstaff, che non sa più come pagare né i dipendenti rimasti né il proprietario dell’osteria dove si ritrova sempre ad esagerare con cibo ed alcool (ed anche la sua obesità è motivo di ilarità), decide che la scelta migliore – e meno faticosa – potrebbe essere diventare l’amante mantenuto di qualche ricca donna di Windsor.


Egli scrive due lettere d’amore identiche e convince i suoi paggi a recapitarle a Margaret Page, moglie di George, e ad Alice Ford, moglie di Frank. Ignorando però che le due sono in stretta amicizia, che si leggeranno a vicenda le improbabili lettere ricevute e che decideranno insieme di farla pagare allo stravagante corteggiatore.


Le due signore sono “madame”, perché, come osserva la traduttrice in una nota all’inizio del testo, il termine più utilizzato nelle vecchie traduzioni di quest’opera è “comari”, ma questa parola, specie nell’Italia meridionale, ha delle connotazioni di parentela o di compartecipazione alle cerimonie che qui non hanno attinenza.


Già solo avendovi raccontato questo pezzetto di trama, secondo me, si può notare il chiaro intento satirico di Shakespeare nello scrivere quest’opera. 

Margaret ed Alice sono amiche e ridono insieme dello sciocco tentativo di corte di Falstaff, ma se si fosse trattato di un buon partito (magari anche per la figlia di Margaret), siamo sicuri che nessuna delle due sarebbe stata interessata e che ci sarebbe stata una reciproca confidenza? Falstaff è ridicolo perché è caduto in disgrazia, ma se fosse stato un personaggio ancora importante – e utile per la posizione sociale dei mariti -, l’atteggiamento non sarebbe stato forse diverso? 

E, ultimo ma non meno importante… Falstaff è ridicolizzato perché è obeso, ma a quei tempi l’obeso più celebre era il defunto padre della Regina Elisabetta, Re Enrico VIII, e non credo che nessun burlone di Windsor lo abbia mai preso in giro, a meno di non voler andare incontro ad una fine molto brutta…


In breve, fin dall’inizio è chiaro che Falstaff è il buffone della situazione, ma Shakespeare, scrivendo quest’opera, non vuole certo beffare solo lui.



Due mariti distratti ed una figlia da sistemare


Frank e George, i due mariti delle allegre madame, esattamente come le mogli, hanno anche loro dei punti deboli, che Falstaff sfrutta con un’abilità sorprendente, considerando che dovrebbe essere lo sciocco della situazione.


Frank è molto geloso di Alice, nonostante l’età non più giovanissima di entrambi ed i tanti anni di matrimonio. Falstaff si presenta a lui sotto le mentite spoglie di un amico, si fa confidare le pene della gelosia e cerca di spillare altri soldi.


Quanto a George Page, la sua preoccupazione non è tanto la moglie quanto la figlia Anne, protagonista della trama secondaria di quest’opera.


Anne è una delle fanciulle in età da marito più ambite del paese di Windsor. Il padre George vorrebbe maritarla al nipote del giudice di campagna Shallow; la madre Margaret al dottor Caius.


Anne, però, non ha interesse né per la scelta del padre, un ragazzo di poco carattere sempre alle calcagna dello zio, né per quella della madre, un medico francese che parla male la lingua inglese e si crede chissà chi. Ella è innamorata, ricambiata, di Fenton, un suo coetaneo del paese.


E sarà proprio mentre i suoi genitori, di concerto con i coniugi Ford e con la scaltra Madama Quickly (governante del dottor Caius), progettano la burla definitiva nei confronti di Falstaff, che lei e Fenton… burleranno i burloni, e troveranno un modo di sposarsi di nascosto.



Beffe… e beffati


Falstaff, nel tentativo di avvicinare Margaret, Alice o entrambe, subisce di tutto. Viene costretto a nascondersi in ceste di panni sporchi, finisce in mezzo al fango ed ai maiali, si deve vestire da donna per scappare, prende delle solenni bastonate.


Alla fine diventa oggetto di una burla notturna nel cuore del bosco accanto alla cittadina di Windsor: convinto di incontrare le sue amanti, Falstaff si ritrova vicino ad un albero dalla fama sinistra, e viene tirato al centro di quello che sembra un raduno di fate e di spiriti (in realtà sono i bambini ed i ragazzi della cittadina vestiti con costumi di Carnevale). Lo spavento memorabile è di monito per lui: non cercherà mai più di truffare i rispettabili cittadini di Windsor per denaro, dopo aver fatto una così magra figura.


Eppure, come già detto, l’impressione è che anche per altri personaggi della commedia ci sia in serbo un’altra parte di beffa.


Innanzitutto per George e Margaret Page, che volevano imporre la loro volontà su Anne e si sono ritrovati un matrimonio sotto il naso, proprio perché hanno preferito occuparsi della burla ai danni di Falstaff piuttosto che parlare insieme alla figlia e cercare di capire che cosa lei volesse davvero.


Poi per Frank ed Alice Ford, e per la gelosia eccessiva che diventa patologica.


E ancora per Madama Quickly, che si credeva al di sopra del resto della servitù perché era riuscita ad accedere al ruolo di governante, pensava di sapere tutto di tutti (in particolare a proposito di Anne e dei suoi pretendenti), e invece si rende conto di non aver capito proprio niente.


E per tutti coloro che hanno pensato che fosse divertente sfruttare la spontaneità e giocosità di bambini e ragazzi – che hanno aderito pensando ad una scampagnata notturna – per una burla che si trasforma in un grosso spavento, in qualcosa di pesante a cui sicuramente i piccoli non avevano pensato.


Non solo Falstaff è criticato, dunque, ma anche la società intorno a lui, rappresentata da ben degni esponenti…



Una sola opera...o tante?


Devo ammettere che mi sono accostata a quest’opera conoscendola poco. L’ho vista rappresentata solo una volta, talmente tanti anni fa che non ricordo nemmeno quando, e non avevo ancora mai letto il testo.


Eppure, leggendola, mi sono resa conto che è come se in quest’opera ci fossero tanti personaggi, rovesci di trama, temi… che sono già comparsi (o compariranno) altrove, in altri capolavori shakespeariani.


Falstaff dall’Enrico IV, come già detto. Il matrimonio segreto di due giovani, come in Romeo e Giulietta… solo che questa volta c’è un lieto fine. La gelosia irragionevole, come quella di Otello. L’atmosfera fiabesca in piena notte, che tanto ricorda Sogno di una notte di mezza estate. Gli equivoci amorosi che in qualche modo somigliano a quelli di Molto rumore per nulla. I personaggi secondari, appartenenti alla servitù, che si rivelano più importanti di quello che inizialmente si pensa.


Una “commedia leggera” molto più importante di quello che si potrebbe pensare all’interno del corpus shakespeariano!





Che ne dite di Falstaff e delle sue disavventure?

Conoscevate già quest’opera? L’avete vista rappresentata?

Colgo l’occasione per ringraziare quanti di voi leggono questi post letterari, anche silenziosamente. Sapete che mi piace non limitarmi alle classiche recensioni delle mie letture, ma inserire anche altro nel mio blog, come cinema, teatro, arte e anche letteratura… vi ringrazio perché apprezzate anche queste parti di me e dei miei interessi.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 14 luglio 2025

RE LEAR

 Recensioni classiche 2025: Shakespeare #4




Cari lettori,

oggi abbiamo appuntamento con il nostro “Momento dei classici” e con il progetto dedicato a Shakespeare!


Abbiamo già oltrepassato la metà di questo mini percorso a sei tappe. A gennaio e febbraio abbiamo rivisto insieme la storia drammatica e romantica di "Romeo e Giulietta"; in marzo e aprile abbiamo ragionato su potere e famiglia, razionalità e magia con "La tempesta"; in maggio e giugno abbiamo celebrato amicizia ed amore con "Molto rumore per nulla".


Per la tappa di luglio e agosto la mia scelta è invece caduta su una delle tragedie storiche più note del Bardo, il Re Lear.


Non è stata una lettura proprio facile, perché, a differenza delle altre tre opere che vi avevo presentato, non conoscevo ancora bene la storia, e poi i personaggi sono molti e la lunghezza è maggiore rispetto ad altre sue storie. 

Però non è stata nemmeno così difficile, nel senso che a volte ci si rende conto che i classici sono scritti e pensati così bene (sono “classici” per un motivo, o no?) che a volte si fa davvero meno fatica nella lettura con un’opera di Shakespeare che con un romanzo che dovrebbe essere leggero e d’intrattenimento ma purtroppo non è scritto molto bene. 

Vi capita mai?


Osservazioni di lettura a parte, credo che quest’opera abbia moltissimo da dire, sia su dinamiche pubbliche che su altre più private. 

Vediamola meglio insieme!



Una storia di padri e figli


La tragedia è stata scritta all’inizio del 1600 ed affonda le sue radici nella mitologia britannica. Re Lear è anziano, malato e desideroso di abdicare.


La sua decisione iniziale è quella di dividere il suo regno in parti uguali tra le sue due figlie: le prime due, Goneril e Regan, sono già sposate, rispettivamente con il Duca d’Albany e con quello di Cornovaglia, mentre la terza, la sua prediletta, Cordelia, è contesa tra il re di Borgogna e quello di Francia. Quel che Re Lear non sa – o non vuole capire, perché, pur avendo una preferita, ama tutte e tre le sue figlie – è che Goneril e Regan sono malvagie e non provano alcun affetto nei confronti dell’anziano genitore, anzi, non vedono l’ora di destituirlo e di avere in mano la loro parte di regno per esercitare tutto il potere possibile. I due generi, in questo contesto, sono poco più che burattini: il marito di Regan è crudele quanto lei ed approva le sue decisioni, mentre quello di Goneril è buono e fedele, ma – ad eccezione dell’ultima parte della tragedia – non ha ancora capito di aver sposato una persona infida.

Così Re Lear commette uno sbaglio imperdonabile: si fa guidare dalla vanità e chiede alle tre figlie di lodarlo. Chi di loro tre lo elogerà con parole più belle e ricercate, avrà la parte più consistente del suo regno.


Goneril e Regan ricoprono il padre di falsità e quest’ultimo, purtroppo, ci casca in pieno. Cordelia, invece, entra in piena crisi: lei è l’unica delle tre figlie ad essere davvero buona e giusta d’animo, e ad amare il padre, ma è anche molto pudica a proposito dei suoi sentimenti, e non è molto abile con le parole. Così ella sceglie di stare in silenzio, e dice soltanto al padre, con semplicità, che il suo affetto è inesprimibile.


È allora che Re Lear fa l’errore peggiore della sua vita: si offende mortalmente, disereda Cordelia, disconoscendola come figlia, e divide il regno tra le due intriganti. Il Re di Borgogna, senza dote, rinuncia alla corte, mentre il Re di Francia accetta di sposare Cordelia e di portarla via con sé.


Padri che sono ingiusti con le figlie, dunque; ma anche padri scorretti con i figli.


Al momento dell’abdicazione sono presenti due conti fedeli al re. Il primo è il conte di Kent, che non si arrenderà a quel che trova un provvedimento ingiusto, ed assumerà le sembianze di Caio, un servo, per continuare a stare accanto a Re Lear ed assicurarsi che non gli accada niente di brutto.


Il secondo è il conte di Gloucester, ormai anziano, che ha due figli: Edgar, il legittimo, virtuoso ma riservato; Edmond, il frutto di un amore con una donna che egli non è riuscito a dimenticare, dall’apparenza gentile e dai modi affascinanti proprio come la madre, ma in realtà prevaricatore e violento.


Re Lear e Gloucester fanno lo stesso medesimo errore: danno retta alle parole, credono vera una falsa adulazione. Da privilegiati della società quali sono, sono abituati ad essere serviti, e non si rendono conto di una semplice verità: l’amore sincero, di chi si mette in gioco, è come tale imperfetto. Ma piuttosto che accettare la timidezza di Cordelia e/o il carattere riservato e un po’ burbero di Edgar, difetti del tutto umani di persone che vogliono un bene sincero, i due preferiscono un falso idolo. E la pagheranno cara.



Una continua guerra… fuori e dentro casa


Non so se anche voi l’avete pensato, ma le due situazioni narrative fin qui presentate (due figlie maggiori malvagie/la minore buona ma incompresa, un figlio fedele ma in ombra/un figlio crudele portato in palma di mano) sono presenti anche in tante fiabe. Ma questa è una fiaba decisamente nera.


Cordelia fugge in Francia insieme al novello sposo, che, per quanto provi dei sentimenti per lei, è soprattutto felice di avere in mano la scusa perfetta per un casus belli, ed infatti non aspetterà che pochi giorni per inviare un esercito contro l’Inghilterra.


Re Lear rimane a casa di Goneril, ma non ci mette molto a comprendere che i sentimenti che la figlia millantava nei suoi confronti erano soltanto una finta. Non bastano i tentativi di mediazione del Duca d’Albany, che inizia a comprendere che la moglie non è proprio la persona che pensava. Goneril, giorno dopo giorno, priva Re Lear di tutto, rendendolo sempre più dipendente dalla sua approvazione, e licenziando persino la sua scorta personale. Re Lear, che comincia ad avere dei dubbi ed a sentire la mancanza di Cordelia, chiede aiuto a Regan, ma ella è ovviamente d’accordo con Goneril.


Il conte di Gloucester, dal canto suo, viene convinto da Edmond che Edgar sta ordendo un complotto per ucciderlo ed impossessarsi di tutti i suoi beni ed i suoi poteri. Ovviamente è l’esatto contrario, è Edmond l’intrigante, ma anche Edgar ha una fiducia cieca in questo fratellastro che ama come un vero fratello, e si fa persuadere da lui ad andare in esilio.


Non è finita qui: Edmond sfrutta il suo bell’aspetto e le sue tecniche seduttive per iniziare due relazioni clandestine… una con Goneril e l’altra con Regan. L’alleanza tra le due sorelle, per ovvi motivi, inizia a scricchiolare.


I colpi di scena sono moltissimi e si susseguono in modo anche piuttosto complesso, ma, per farvela un po’ più breve, ad un certo punto non si comprende più se il pericolo maggiore per Re Lear ed il suo regno sia costituito dall’arrivo dell’esercito francese, che ormai è alle porte, o dalla guerra che egli ed il suo fedele conte di Gloucester si sono tirati in casa, pensando chi alla propria vanità, chi ad un amore perduto, e non comprendendo i loro figli per quello che sono davvero, nel bene e nel male.



Una volta l’anno è lecito impazzire”


C’è un motto latino piuttosto famoso, Semel in anno licet insanire, ovvero “Una volta l’anno è lecito impazzire”.


Ecco, leggendo il Re Lear ho avuto l’impressione che questo motto fosse più che valido, ma non in riferimento ad una piccola follia una volta l’anno (che sarebbe il senso del proverbio) ma proprio per un momento di “lucida pazzia” che forse alcuni personaggi non hanno mai avuto in tutta la loro vita, ma che serve loro per vedere finalmente la realtà. Forse mi spiego meglio con un esempio.


Una delle scene più famose della tragedia vede Re Lear solo ed abbandonato, lasciato fuori dal castello dalle malvagie figlie, seduto a terra, in mezzo alla tempesta, con l’unica compagnia di un buffone. Buffone che, curiosamente, con il suo linguaggio un po’ satirico ed un po’ criptico, spesso gli ha dato consigli molto più validi di qualche leccapiedi di corte.

Il Re è disperato; ha compreso la portata dei suoi errori, e le gravi conseguenze che hanno avuto sia per gli anni che gli restano da vivere che per il suo regno. Non avendo più niente da perdere, e non avvertendo più nemmeno la paura di morire, egli incita la pioggia ed il vento, sperando che la tempesta lo porti via per sempre. Vista da fuori, potrebbe sembrare la scena di un uomo anziano ormai in preda alla demenza senile, con l’unica compagnia del buffone di corte, che troppo serio non è mai stato. Eppure è l’esatto contrario: egli ha appena recuperato lucidità dopo essere stato folle per troppo tempo, ed è insieme all’unico suo valido consigliere.


Anche Edgar, che è in esilio, cerca il più possibile di mutare il suo aspetto ed assume le sembianze del “povero Tom”, un matto. E solo da pazzo riesce a ritrovare il padre, il conte di Gloucester. E l’anziano genitore, dal canto suo, solo quando sarà cieco – perché Goneril e Regan gli hanno strappato la vista con la forza – riconoscerà nella voce del “povero Tom” quella di Edgar e comprenderà chi, dei suoi due figli, gli ha sempre voluto bene.


Un grande paradosso della vita, che Shakespeare ha saputo rappresentare al meglio in quest’opera: è proprio quando siamo più deboli e vulnerabili che riusciamo a tirare fuori una forza ed una lucidità inaspettata, ed a trovare il coraggio di affrontare la realtà com’è.



Il tragico finale


Questa è forse l’opera shakespeariana più tragica che ho letto, e dire che non mi sono fatta mancare Romeo e Giulietta.


Alla fine della tragedia, tutti i personaggi più crudeli muoiono: il duca di Cornovaglia per mano di un servo ribelle, Regan e Goneril uccidendosi tra loro (la seconda avvelena la prima per gelosia e poi si uccide), Edmond in battaglia contro i francesi.


Qualcuno potrebbe dire che non è del tutto una tragedia, dal momento che la minaccia francese viene allontanata e tutte le persone che avvelenavano il regno dall’interno sono venute a mancare.


Purtroppo, però, c’è un pesante rovescio della medaglia: il conte di Gloucester muore, schiantato dall’età avanzata e dalle violenze subite; Cordelia viene uccisa in carcere, poco dopo essersi riconciliata con il padre, purtroppo troppo tardi; Re Lear, non sopportando più tutto il dolore che ha subito, ha un arresto cardiaco (sembra) e viene a mancare.


Purtroppo ai sopravvissuti, per quanto addolorati, non resta che seppellire i morti e salvare il regno: il posto di erede spetta al Duca D’Albany, unico genero fedele al re, che però sceglie di avvalersi dell’aiuto di Edgar e del conte di Kent.


Il Medioevo britannico, periodo in cui si sono consolidati sia il regno che la nazione, era un tempo duro e violento, anche più di quello in cui ha vissuto Shakespeare, e così, forse, non ci potevamo aspettare una conclusione diversa da un’opera che parla di successione al trono.


Restano almeno le consolazioni che il regno non sia perduto, anche se per salvarlo è stato pagato un prezzo altissimo, e che Re Lear e Cordelia, per pochi giorni ed in una prigione, si siano riconciliati prima della morte.




Bene, sono contenta di avervi segnalato questa allegra e leggera lettura da ombrellone!

Scherzi a parte, anche se il bimestre luglio/agosto è un po’ particolare, e dopo i primi d’agosto il blog farà la sua solita chiusura estiva, ci tenevo a non saltare l’appuntamento con i classici, e spero che siate stati d’accordo con questa mia scelta.

Fatemi sapere se avete letto quest’opera, se l’avete vista rappresentata, se avete qualche vostra osservazione.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 22 maggio 2025

MOLTO RUMORE PER NULLA

 Recensioni classiche 2025: Shakespeare #3




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di maggio/giugno con “Il momento dei classici”!


Se l’anno scorso abbiamo cercato di leggere “un classico per ogni bimestre” ispirandoci alla letteratura italiana e spaziando tra prosa, poesia, saggistica e biografie (a questo link trovate il post che ricapitola il percorso), quest’anno, come promesso, ci stiamo dedicando a Shakespeare.


Non sembra, ma siamo già a metà del nostro viaggio, che sarà composto, se tutto va come spero, da sei letture, sei ri-scoperte dei classici shakespeariani.


Per il bimestre gennaio/febbraio vi ho proposto Romeo e Giulietta (a questo link); a marzo/aprile, invece, ci siamo occupati de La tempesta (qui).


Oggi sono davvero contenta di potervi parlare del mio preferito di sempre, l’opera che ha ispirato uno dei miei film del cuore: Molto rumore per nulla.


La pellicola a cui mi riferisco è quella del 1993, con la regia di Kenneth Branagh. Era da tanto tempo che mi ripromettevo di leggere l’opera teatrale, dopo averla vista rappresentata un po’ qua e là negli anni e nei vari teatri di Milano, e finalmente ci sono riuscita. Devo ammettere che si è trattata di una lettura piuttosto veloce, perché mi sono resa conto che ricordavo un sacco di battute… ma andiamo per ordine!



Un intreccio sentimentale a Messina


Molto rumore per nulla è sostanzialmente uno degli antenati più celebri di tutte le rom-com di oggi, anche se, come vedremo, in certi momenti non manca il dramma.


La storia si svolge in Sicilia, dove Leonato, governatore di Messina, attende l’arrivo di Don Pedro, principe di Aragona, e dei suoi valorosi uomini, che hanno appena vinto una pericolosa guerra.


Tra di loro c’è il giovane e nobile Claudio, che è da poco entrato a far parte della cerchia degli intimi del principe, e che da tempo corteggia Ero, unica giovane figlia di Leonato. C’è anche Benedetto, un guerriero più maturo, che è diventato una sorta di fratello maggiore per Claudio: tutti lo trovano arguto e spiritoso… tutti tranne Beatrice, cugina di Ero, che, pur essendo a sua volta di animo allegro, non riesce a sopportare Benedetto. In realtà tra i due c’è stato un breve trascorso amoroso, finito male, ed essi non sono ancora riusciti a dimenticarsi l’uno dell’altra.


Insieme ai tre gentiluomini ed alla loro scorta arriva anche Don John, il fratellastro di Don Pedro. I due fratelli hanno litigato e si sono riappacificati, ma se per Don Pedro, che ha un carattere malinconico ma è buono d’animo, la questione è finita, non può dirsi altrettanto per Don John, che cova rancore nei confronti del fratellastro e vorrebbe il suo potere.


In onore dell’arrivo del Principe e dei suoi uomini, quella stessa sera il palazzo di Leonato ospita un ballo in maschera. Durante la serata, Don Pedro avvicina Ero e le chiede la sua mano per conto di Claudio. La ragazza, innamorata da sempre del giovane soldato, acconsente, ed il matrimonio viene programmato per la settimana successiva.


Mentre fervono i preparativi per il matrimonio di Claudio ed Ero, nessuno resta con le mani in mano: c’ in atto un tentativo di avvicinamento tra Beatrice e Benedetto. Da una parte il promesso sposo con Don Pedro fanno credere a Benedetto che la nipote di Leonato sia innamorata di lui; dall’altra la sposa con le sue damigelle Margherita e Ursula convincono Beatrice che Benedetto stia languendo per lei.


I due, che quando si incontrano non fanno altro che litigare – in modo estremamente forbito e divertente, tra l’altro – iniziano a riconsiderare i sentimenti che provano l’una verso l’altra.


Tutto sembrerebbe procedere per il meglio, ma Don John trama nell’ombra.



Un inganno quasi mortale...risolto da due signori “noiosi”


Don John, con l’aiuto dei suoi servi Borraccio e Corrado, il primo dei quali ha da tempo una storia con Margherita, approfitta del buio e della confusione notturna per far credere che Ero sia infedele a Claudio. In realtà è Margherita, del tutto ignara del complotto, alla finestra, a chiamare Borraccio ed a dichiarargli il suo amore.


Le conseguenze sono altamente drammatiche: Claudio ripudia Ero il giorno del matrimonio; Beatrice chiede a Benedetto di affrontare Claudio in duello; su consiglio del frate che avrebbe dovuto sposarli, Ero si finge morta finché la questione non si chiarisce.


Questa è la parte drammatica della nostra rom-com, quello che oggi gli appassionati di romance chiamano il third act breakup, e forse non a caso, visto che la scena dell’inganno di Don John avviene proprio nel terzo atto.


La materia narrativa, però, è sviluppata in maniera sorprendente dall’autore. Già, perché i protagonisti, ricchi e concentrati su se stessi, si lasciano trascinare da quel che è successo senza un particolare approfondimento o introspezione.


Ero, da timida e pudica fanciulla, di fronte ad accuse che per i tempi erano gravissime, non trova di meglio da fare se non svenire. Il buon Leonato perde la testa ed il primo impulso è quello di accoltellare la figlia innocente. Claudio, come diceva il professore di un mio laboratorio su Shakespeare all’Università, “non capisce niente dall’inizio alla fine”: è chiaro che in questa commedia egli rivesta l’archetipo del giovane romantico e valoroso che però ha ancora bisogno di essere guidato da adulti più maturi di lui. Don Pedro è accecato da quella che crede essere un’armonia ritrovata con il fratellastro.


Persino Beatrice e Benedetto, che pure fanno la figura migliore tra tutti i personaggi principali, perché conoscono Ero e si fidano della sua bontà, e riescono a tranquillizzare anche gli altri, non trovano però soluzione migliore di un duello ai danni di Claudio.


Chi indaga, allora? Chi cerca di capire davvero perché è successo quello che è successo?


Saranno i più improbabili tra i personaggi secondari a risolvere il mistero. Dogberry, l’ufficiale incaricato dalla ronda di guardia, e Verges, il capodistretto, collega di Dogberry. Leggendo le pagine che li vedono protagonisti, la sensazione è quella di ritrovarsi davanti agli antenati di Stanlio e Ollio: i due si credono geniali ma finiscono per combinare solo guai; danno istruzioni alle loro guardie usando dei paroloni, ma non ne conoscono il significato, così pronunciano frasi senza senso, e talvolta si auto-insultano; hanno persino la medesima corporatura del duo americano, visto che Dogberry è quasi rotondo e Verges è alto e secco.


Due personaggi che potrebbero sembrare del tutto inaffidabili, dunque.


Eppure sono loro ad intercettare e catturare Borraccio e Corrado; loro a cercare di parlare con Leonato prima che avvenga lo sfortunato tentativo di matrimonio, anche se non riescono a spiegarsi ed il padre della sposa, che ha ben altro per la testa, li liquida dicendo che sono “noiosi”; loro, infine, a portare Borraccio al cospetto di Don Pedro ed a far sì che l’inganno venga rivelato.


Non è la prima volta, nelle opere shakespeariane, in cui il modus operandi poco “elevato” ma molto pratico e utile delle persone comuni si contrappone alle azioni nobili ma un po’ distaccate dal mondo dei ricchi protagonisti. La balia di Giulietta ne è un altro esempio, così come Calibano e l’equipaggio della nave ne La tempesta.


Quasi come se l’autore ci volesse dire che, sì, le vicende degli eroici protagonisti sono quelle che passeranno alla storia (o faranno parte per secoli dell’immaginario letterario), ma senza il supporto in secondo piano di chi davvero deve lottare per vivere ogni giorno, probabilmente sarebbe andato tutto a rotoli, e addio sogni di gloria…



I veri protagonisti


Torniamo a parlare d’amore, e non giriamo troppo intorno a quello che credo tutti abbiano pensato leggendo quest’opera o vedendola rappresentata: i veri protagonisti, quelli che vivono la storia d’amore più bella, non sono Claudio ed Ero, ma Beatrice e Benedetto. Tra l’altro, se qualcuno dei soliti detrattori di romance vi accuserà mai di leggere i libri con il trope enemies to lovers perché “adesso sono tanto di moda”, rispondete pure che non è affatto una moda passeggera, e se c’è qualcuno che ha inventato questo sottogenere sono stati proprio Beatrice e Benedetto. Ne ho letti tanti, di romanzi con battibecchi d’amore, e credo che quello del primo atto tra il Signor Stoccata e Madama Sdegno sia ancora imbattibile, nonostante i secoli trascorsi.


Gusti personali a parte, è come se la storia di Claudio ed Ero rappresentasse quel che “dovrebbe essere”, quel che la società voleva al tempo per le classi sociali abbienti: un corteggiamento galante e discreto, la protezione di un amico potente, un matrimonio organizzato in fretta, senza che quasi gli sposi possano davvero interagire. Un amore idealizzato, che basta poco a far affondare nel dubbio, e che rinasce più potente solo se l’ostacolo si rimuove completamente (e quindi torna l’idealizzazione).


Invece l’amore tra Beatrice e Benedetto è un sentimento travagliato e vero, ed è per questo che ci parla ancora oggi. Gli scontri, la conoscenza dei reciproci difetti, la scelta di allontanarsi, l’incontro quando si è più maturi e meglio disposti a venirsi incontro (anche se si dice tutt’altro), il rovescio della sorte che consente ai due protagonisti di ritrovarsi – in modo inaspettato – nella medesima squadra.


Oggi una vicenda come quella di Beatrice e Benedetto è abbastanza ordinaria, e anzi, pure le nostre nonne ci scherzavano sopra dicendo che “l’amore non è bello se non è litigarello”. Ma ai tempi di Shakespeare, che qualcuno criticasse la gestione delle relazioni e del matrimonio, e si azzardasse a proporre come esempio una coppia che si prende del tempo per conoscersi ed a lungo si crede in amicizia (in qualche momento persino in inimicizia) era notevole, per non dire rivoluzionario.



Un lieto fine?


Il paragone con le commedie romantiche ci ha accompagnato fin qui, e possiamo dire che non ci lascia, dal momento che un lieto fine c’è. La storia si conclude con un doppio matrimonio (Claudio con Ero e Beatrice con Benedetto) e con una festa che segna la riconciliazione di tutti.


Ci sono però due questioni in sospeso che gettano un’ombra sulla fine di Molto rumore per nulla.


La prima è la cattura di Don John, che stava scappando. Don Pedro vorrebbe interrogarlo e punirlo subito; è Benedetto a fermarlo, chiedendo a tutti di “non pensare più a lui”, almeno per oggi che è un giorno di festa, e che il giusto castigo si troverà, ma in un altro momento. Quindi romanticismo sì, festa sì, ma senza dimenticare che la totale allegria, purtroppo, dura solo un giorno, quello dei matrimoni e della riconciliazione: già il giorno dopo la vita vera bussa alla porta di nuovo, sotto forma di una persona invidiosa e crudele alla quale si dovrà chiedere conto di quel che ha fatto.


La seconda è la malinconia del Principe d’Aragona. Don Pedro, esattamente come il protagonista de Il mercante di Venezia, riveste i panni del “Malinconico”, e tale resta anche alla fine dell’opera, mentre tutti festeggiano. 

Benedetto, pensando che Don Pedro sia inquieto perché ha nuovamente perduto il fratello, lo invita a non essere triste e a pensare anch’egli di prendere moglie. Ma qualcuno potrebbe dire che è proprio questo il guaio.


Tra gli archetipi teatrali ai quali si ispira Shakespeare, il “Malinconico” è tale proprio perché è innamorato e non ricambiato. E, incantata com’ero ogni volta che riguardavo Kenneth Branagh ed Emma Thompson interpretare Beatrice e Benedetto, ci ho messo anni per comprendere che Don Pedro ha rinunciato a Beatrice.


C’è un momento dell’opera in cui egli fa intuire con molta diplomazia a Beatrice che ella non gli è indifferente, e che la sua perenne allegria rischiara il suo carattere ombroso. Beatrice ribatte con (apparente?) tranquillità che “vostra grazia è un abito troppo impegnativo da indossare tutti i giorni”. Così, tra la differenza di classe sociale ed il fatto che ci sia un legame sentimentale con un caro amico, Don Pedro accetta che Beatrice non è destinata a lui, ma di certo non riesce a fingere guardandola mentre si sposa con un altro.


Quindi lieto fine sì, ma senza dimenticare che i problemi della vita di tutti i giorni tornano sempre a farsi vivi. Anche se a volte creano un po’ troppo rumore per nulla…




Grazie se avete letto fin qui!

So che questi post letterari possono essere un po’ più impegnativi, ma ad essere sincera io per prima ogni volta mi stupisco di come spesso riesca a scriverli di getto. Evidentemente, una volta che sei stata studentessa di Lettere/Filologia moderna/dintorni, lo sei per sempre. O almeno mi piace pensarlo.

Fatemi sapere se vi piace questo classico, o se l’avete letto o visto rappresentato da qualche parte!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)