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lunedì 20 luglio 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #8

 In riva al mare




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di luglio con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Il post di oggi è proprio ideale per questo mese estivo: continuiamo ad esplorare la sezione “Mediterraneo” e parliamo di mare… in tutte le sue sfumature!



Sezione “Mediterraneo”


Scendendo qualche volta


Questo componimento racconta un momento che anche per me è emozionante.

Chi non vive al mare, spesso associa ad esso l’estate. Se però si ha l’opportunità di viverlo anche in altri momenti dell’anno, si vive quell’istante bellissimo in cui non si pensa più alla stagione non proprio clemente ed al paesaggio che ci lasciamo alle spalle: si pensa solo al momento in cui si rivede il mare. E anche solo l’anticipazione è una festa.


Scendendo qualche volta

gli aridi greppi ormai

divisi dall’umoroso

Autunno che li gonfiava,

non m’era più in cuore la ruota

delle stagioni e il gocciare

del tempo inesorabile;

ma bene il presentimento

di te m’empiva l’anima,

sorpreso nell’ansimare

dell’aria, prima immota,

sulle rocce che orlavano il cammino.

Or, m’avvisavo, la pietra

voleva strapparsi, protesa

a un invisibile abbraccio;

la dura materia sentiva

il prossimo gorgo, e pulsava;

e i ciuffi delle avide canne

dicevano all’acque nascoste,

scrollando, un assentimento.

Tu vastità riscattavi

anche il patire dei sassi:

pel tuo tripudio era giusta

l’immobilità dei finiti.

Chinavo tra le petraie,

giungevano buffi salmastri

al cuore; era la tesa

del mare un giuoco di anella.

Con questa gioia precipita

dal chiuso vallotto alla spiaggia

la spersa pavoncella.



Ho sostato talvolta nelle grotte


Questa poesia è, in un certo senso, vicina a “Forse un giorno, andando per un’aria di vetro”. Il poeta e voce narrante si ferma in una delle grotte marittime tipiche del paesaggio ligure (nei percorsi di trekking tra un paese ed un altro si possono ancora ammirare). Lì egli ha come una visione, quella di una “città di vetro”, forse fatta d’aria. Purtroppo, però, il luogo ideale del poeta svanisce presto: i sassi, i rottami, le pietre, i rami divelti… tutto lo riporta ad una realtà tutt’altro che perfetta.


Ho sostato talvolta nelle grotte

che t’assecondano, vaste

o anguste, ombrose e amare.

Guardati dal fondo gli sbocchi

segnavano architetture

possenti campite di cielo.

Sorgevano dal tuo petto

rombante aerei templi,

guglie scoccanti luci:

una città di vetro dentro l’azzurro netto

via via si discopriva da ogni caduco velo

e il suo rombo non era che un susurro.

Nasceva dal fiotto la patria sognata.

Dal subbuglio emergeva l’evidenza.

L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.

Così, padre, dal tuo disfrenamento

si afferma, chi ti guardi, una legge severa.

Ed è vano sfuggirla: mi condanna

s’io lo tento anche un ciottolo

róso sul mio cammino,

impietrato soffrire senza nome,

o l’informe rottame

che gittò fuor del corso la fiumara

del vivere in un fitto di ramure e di strame.

Nel destino che si prepara

c’è forse per me sosta,

niun’altra mai minaccia.

Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,

e questo ridice il filo della bonaccia.



Giunge a volte, repente


Nelle liriche di questa sezione, il mare è visto da Montale come un padre.

E così, alcune volte, egli si sente come un figlio ribelle, in disaccordo con il genitore.

Un figlio finito, imperfetto, legato ad una vita terrena che spesso gli sta stretta, mentre il mare è immutabile, affascinante, perfetto.

Anche in questo caso non si può non notare un riferimento alla “natura matrigna” leopardiana: persino l’accogliente mare descritto da Montale, qualche volta, è indifferente alle pene dell’uomo.


Giunge a volte, repente,

un’ora che il tuo cuore disumano

ci spaura e dal nostro si divide.

Dalla mia la tua musica sconcorda,

allora, ed è nemico ogni tuo moto.

In me ripiego, vuoto

di forze, la tua voce pare sorda.

M’affisso nel pietrisco

che verso te digrada

fino alla ripa acclive che ti sovrasta,

franosa, gialla, solcata

da strosce d’acqua piovana.

Mia vita è questo secco pendio,

mezzo non fine, strada aperta a sbocchi

di rigagnoli, lento franamento.

È dessa, ancora, questa pianta

che nasce dalla devastazione

e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa

fra erratiche forze di venti.

Questo pezzo di suolo non erbato

s’è spaccato perché nascesse una margherita.

In lei tìtubo al mare che mi offende,

manca ancora il silenzio nella mia vita.

Guardo la terra che scintilla,

l’aria è tanto serena che s’oscura.

E questa che in me cresce

è forse la rancura

che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.



Noi non sappiamo quale sortiremo


Osservando l’infinita distesa marittima, capita anche di chiedersi quale sarà il nostro futuro: da quello più prossimo a quello che speriamo sia molto, molto lontano.

Il poeta ipotizza un bivio tra radure idilliche e una caduta nel buio.

Andando avanti nella lettura del componimento, la sensazione che Montale si sia ispirato a Odisseo ed al suo amore disperato per il mare si fa tangibile.

Egli parla di terre straniere, di aver perso i ricordi, la memoria del sole (forse perché rinchiuso in una grotta?), della poesia (almeno finché qualcuno non canterà ed essa tornerà alla mente commossa). Anche il riferimento finale al “sale greco” lo fa pensare…


Noi non sappiamo quale sortiremo

domani, oscuro o lieto;

forse il nostro cammino

a non tócche radure ci addurrà

dove mormori l’eterna acqua di giovinezza;

o sarà forse un discendere

fino al vallo estremo,

nel buio, perso il ricordo del mattino.

Ancora terre straniere

forse ci accoglieranno: smarriremo

la memoria del sole, dalla mente

ci cadrà il tintinnare delle rime.

Oh la favola onde s’esprime

la nostra vita, repente

si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Pur di una cosa ci affidi,

padre, e questa è: che un poco del tuo dono

sia passato per sempre nelle sillabe

che rechiamo con noi, api ronzanti.

Lontani andremo e serberemo un’eco

della tua voce, come si ricorda

del sole l’erba grigia

nelle corti scurite, tra le case.

E un giorno queste parole senza rumore

che teco educammo nutrite

di stanchezze e di silenzi,

parranno a un fraterno cuore

sapide di sale greco.



Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale


Il poeta vorrebbe avere una vita semplice, essenziale, come quella dei ciottoli in riva al mare. Invece sente di condurre un’esistenza piena di tormenti, pensieri, quesiti, per risolvere i quali non è bastato nemmeno fare studi complessi.

Incredibilmente, è proprio la semplicità del mare che, se non risolve, almeno allontana alcune delle difficoltà.


Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale

siccome i ciottoli che tu volvi,

mangiati dalla salsedine;

scheggia fuori del tempo, testimone

di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda

in sé, in altrui, il bollore

della vita fugace – uomo che tarda

all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male

che tarla il mondo, la piccola stortura

d’una leva che arresta

l’ordegno univerale; e tutti vidi

gli eventi del minuto

come pronti a disgiungersi in un crollo.

Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi

l’opposto in cuore, col suo invito; e forse

m’occorreva il coltello che recide,

la mente che decide e si determina.

Altri libri occorrevano

a me, non la tua pagina rombante.

Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli

ancora i gruppi interni col tuo canto.

Il tuo delirio sale agli astri ormai.




Ammetto che la lettura di questa sezione, Mediterraneo, è nuova per me (per questo amo ancora i miei studi: non si finisce mai di imparare) e mi sta commuovendo…

Credo che gli amanti del mare capiranno. Ma non solo.

Ditemi la vostra, se vi va!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 25 giugno 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #7

 Ambientazioni mediterranee




Cari lettori,

a sorpresa, oggi ci occupiamo nuovamente del nostro “Angolo della poesia” e di Ossi di seppia!


So che anche lunedì abbiamo letto alcune di queste poesie, quindi di certo non vi aspettavate una piccola replica. In realtà si tratta di motivi logistici.


In questi giorni di giugno ho iniziato a preparare la bozza dei post che concluderanno il progetto, in estate e poi negli ultimi mesi dell’anno. Mi sono ricordata però che l’ultima sezione della raccolta contiene alcuni poemetti piuttosto lunghi, quindi non mi è possibile dividere in undici post il progetto (uno per ogni mese dell’anno tranne agosto, quando il blog farà pausa). Ho pensato a una divisione in dodici post… raddoppiando nel corso di questa settimana!


Le poesie che leggiamo oggi rimandano all’ambientazione mediterranea. Le ultime due appartengono proprio ad una sezione dell’opera che si intitola Mediterraneo; gli altri tre, in qualche modo, parlano di barche, di fauna locale, di muretti essiccati al sole. 

Vediamole meglio insieme!



Sezione “Ossi di seppia”


Arremba su la strinata proda


Questo breve componimento si concentra sulla differenza tra il mondo reale, degli adulti, e quello magico e sospeso dell’infanzia.

Persino nel momento in cui arriva una tempesta – forse più metaforica che reale – la barca di cartone o addirittura di panna del “fanciullo padrone” è l’unica che resiste. Il lavoro di tanti uomini può sparire in un soffio, per un capriccio del fato.

Ma la fantasia dei bambini è in grado di “restituire”, anche se in un modo tutto suo, ciò che è andato perduto, o addirittura non esiste.


Arremba su la strinata proda

le navi di cartone, e dormi,

fanciulletto padrone: che non oda

tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.


Nel chiuso dell’ortino svolacchia il gufo

e i fumacchi dei tetti sono pesi.

L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi

giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.


Viene lo spacco; forse senza strepito.

Chi ha edificato sente la sua condanna.

È l’ora che si salva solo la barca in panna.

Amarra la tua flotta tra le siepi.



Upupa


Il poeta, con tono ironico e affettuoso, difende l’upupa, uccello considerato del malaugurio. Si tratta di una critica alla superstizione, forma di ignoranza tra le più diffuse. Per il poeta si tratta di un uccello persino di bell’aspetto, e non posso che concordare!


Upupa, ilare uccello calunniato

dai poeti, che roti la tua cresta

sopra l’aereo stollo del pollaio

e come un finto gallo giri al vento;

nunzio primaverile, upupa, come

per te il tempo s’arresta,

non muore più il Febbraio,

come tutto di fuori si protende

al muover del tuo capo,

aligero folletto, e tu lo ignori.



Sul muro grafito


Come diceva un altro poeta, “Di giorno, che lampi! Che scoppi!”

Ma non c’è pace la sera. Solo un senso di desolazione, l’impressione che il meglio sia ormai alle spalle. Nel futuro che il poeta si immagina,

ci sono soltanto barche ferme.


Sul muro grafito

che adombra i sedili rari

l’arco del cielo appare

finito.


Chi si ricorda più del fuoco ch’arse

impetuoso

nelle vene del mondo; - in un riposo

freddo le forme, opache, sono sparse.


Rivedrò domani le banchine

e la muraglia e l’usata strada.

Nel futuro che s’apre le mattine

sono ancorate come barche in rada.



Sezione “Mediterraneo”


A vortice s’abbatte


In questa sezione Montale rende omaggio al mare. In questo primo “movimento” egli ascolta i rumori delle onde e del paesaggio circostante.

Ci troviamo in una delle zone brulle tipicamente liguri tanto care al poeta, attraversate soltanto da lui e da due uccelli (due ghiandaie) che sembrano essere la sua unica compagnia.


A vortice s’abbatte

sul mio capo reclinato

un suono d’agri lazzi.

Scotta la terra percorsa

da sghembe ombre di pinastri,

e al mare là in fondo fa velo

più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe

dal suolo che si avvena.

Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque

che s’ingorgano

accanto a lunghe secche mi raggiunge:

o è un bombo talvolta ed un ripiovere

di schiume sulle rocce.

Come rialzo il viso, ecco cessare

i ragli sul mio capo; e scoccare

verso le strepeanti acque,

frecciate biancazzurre, due ghiandaie.



Antico, sono ubriacato dalla voce


In questa poesia l’autore si rivolge direttamente al mare, dicendo di essere affascinato dalla sua voce al punto da sentirsi quasi ubriacato.

Oggi come allora, il mare è stato un compagno fedele nella vita di Montale, un’entità enorme che lo fa sentire piccolo, ma che lo purifica come in una catarsi e lo spinge ad essere migliore.


Antico, sono ubriacato dalla voce

ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono

come verdi campane e si ributtano

indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,

là nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l’aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro,

mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento

del tuo respiro. Tu m’hai detto primo

che il piccino fermento

del mio cuore non era che un momento

del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso

e insieme fisso:

e svuotarmi così d’ogni lordura

come tu fai che sbatti sulle sponde

tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.




Per questo mese abbiamo finito davvero!

Fatemi sapere che cosa ne pensate di queste poesie, quale preferite e perché.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 22 giugno 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #6

 Resistere nonostante il dolore




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di giugno con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


L’estate è ufficialmente iniziata, ma per leggere poesie che rimandino a paesaggi estivi vi consiglio di andare al post del mese scorso, a questo link.


Oggi invece ci occupiamo di dolori pubblici e privati, dalla guerra ai ricordi, dal senso di vuoto al sostegno agli amici in difficoltà. Nonostante tutto, la vita rinasce, e una piccola speranza non muore mai.


Tra i componimenti che leggiamo oggi ce ne sono due (il primo e l’ultimo) che mi piacciono particolarmente!



Sezione “Ossi di seppia”


Forse un mattino andando in un’aria di vetro


Questa nota poesia fa parte di quelle che avevo studiato ai tempi della scuola: ricordo che la mia insegnante l’aveva definita una “epifania triste”.

Il protagonista e voce narrante cammina in una mattina d’estate,

quando l’aria è così limpida e densa allo stesso tempo da sembrare fatta di vetro.

Egli ha una lunga lista di cose da fare per la giornata, una vita piena da vivere: eppure, voltandosi, vede il nulla. E per un attimo tutto gli sembra inutile.

È solo un momento: la realtà ritorna subito quella di prima. Ma egli ormai non riesce più a dimenticare quello che ha compreso, e se ne va via, “come chi deve”, sapendo però che il senso di inutilità che a volte lo accompagna

poggia su solide basi…


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.


Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.



Valmorbia, discorrevano il tuo fondo


Una poesia composta nel 1924, un canto di montagna e di guerra.

Eugenio Montale si era arruolato volontario, per poi assistere, come il suo collega Ungaretti, agli orrori della Prima Guerra Mondiale, definiti “oblio del mondo”. Nei pressi del Leno gli Italiani e gli Austriaci si erano affrontati. Montale affermerà di avere ricordi confusi di quel terribile periodo, forse per il trauma, forse perché non desiderava raccontare quel che aveva visto. Nei suoi pensieri, Valmorbia resterà sempre il luogo di un incubo ad occhi aperti, una terra dove “non annotta” perché non c’è pace, e dunque nemmeno riposo.


Valmorbia, discorrevano il tuo fondo

fioriti nuvoli di piante agli àsoli.

Nasceva in noi, volti dal cieco caso,

oblio del mondo.


Tacevano gli spari, nel grembo solitario

non dava suono che il Leno roco.

Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco

lacrimava nell’aria.


Le notti chiare erano tutte un’alba

e portavano volpi alla mia grotta.

Valmorbia, un nome – e ora nella scialba

memoria, terra dove non annotta.



Tentava la vostra mano la tastiera


Questa poesia è dedicata ad una donna di nome Paola Nicoli. 

Ella viene descritta nell’atto di imparare a suonare il pianoforte, con modesti risultati.

La natura sembra intenerirsi di fronte alla tenacia e all’impegno della donna:

il mare si fa sentire, le farfalle danzano, i rami si scrollano al sole.

È così che la difficoltà al pianoforte della donna diventa una sorta di segreto intimo che ella condivide con il poeta.


Tentava la vostra mano la tastiera,

i vostri occhi leggevano sul foglio

gl’impossibili segni; e franto era

ogni accordo come una voce di cordoglio.


Compresi che tutto, intorno, s’inteneriva

in vedervi inceppata inerme ignara

del linguaggio più vostro: ne bruiva

oltre i vetri socchiusi la marina chiara.


Passò nel riquadro azzurro una fugace danza

di farfalle; una fronda si scrollò nel sole.

Nessuna cosa prossima trovava le sue parole,

ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza.



La farandola dei fanciulli sul greto


Torniamo ad immergerci nei paesaggi estivi aridi e brulli

che tanto sono cari al poeta. Per un qualunque passante in età adulta un simile caldo e una tale desolazione sono un supplizio che fa dimenticare pure come ci si chiama.

Ma per i fanciulli sul greto del fiume è solo estate, allegria, libertà.

La giovane vita rinasce nonostante tutto.


La farandola dei fanciulli sul greto

era la vita che scoppia dall’arsura.

Cresceva tra rare canne e uno sterpeto

il cespo umano nell’aria pura.


Il passante sentiva come un supplizio

il suo distacco dalle antiche radici.

Nell’età d’oro florida sulle sponde felici

anche un nome, una veste, erano un vizio.



Debole sistro al vento


Questa breve poesia è incentrata sul medesimo tema di “Forse un mattino...”:

il senso di vuoto che spesso accompagna l’esistenza.

Persino qualcosa di bello e prezioso come la musica,

un’arte che esiste solo nel momento in cui la si esegue,

si riduce ad un antico strumento che oscilla nel vento, senza che nessuno lo ascolti o lo consideri più di un rumore di sottofondo.

È anche un simbolo di fragilità: il mondo in cui viviamo “si regge appena”.


Debole sistro al vento

d’una persa cicala,

toccato appena e spento

nel torpore ch’esala.


Dirama dal profondo

in noi la vena

segreta: il nostro mondo

si regge appena.


Se tu l’accenni, all’aria

bigia treman corrotte

le vestigia

che il vuoto non ringhiotte.


Il gesto indi s’annulla,

tace ogni voce,

discende alla sua foce

la vita brulla.



Cigola la carrucola del pozzo


Uno dei miei componimenti preferiti di Montale: si parla di memoria, e del fatto che un ricordo non resti sempre uguale a se stesso. La memoria cambia nel tempo, si modifica a seconda di quello che abbiamo vissuto nel frattempo, e spesso si insinua la sensazione che quel ricordo ormai appartenga “ad un altro”, una versione più giovane di noi stessi che non ritroveremo più, perché è rimasta nel passato insieme alle sue memorie.

E poi, così com’è arrivato, il ricordo svanisce, inghiottito dai mille pensieri e dalle migliaia di incombenze della quotidianità.

Il simbolo del “pozzo della memoria” è stato utilizzato anche nella tetralogia de L’amica geniale.


Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.




Per stavolta ci fermiamo qui!

Già giovedì (per motivi logistici e di lunghezza dei post) e poi in luglio leggeremo ancora qualche poesia, poi riprenderemo in settembre, dopo la pausa estiva del blog. 

Fatemi sapere se conoscevate già questi componimenti, se ne avete studiato qualcuno a scuola, quale vi ha colpito di più.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)