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giovedì 14 novembre 2024

LA COSCIENZA DI ZENO

 Lo spettacolo al Teatro Carcano




Cari lettori,

sono sempre felice di potervi proporre i miei “Consigli teatrali”, specie se, come oggi, si tratta di un grande ritorno!


Il Teatro Carcano è un “vecchio amico” di questo blog. I primi anni di questo spazio hanno visto un buon numero di recensioni teatrali, tante delle quali riguardanti proprio questo teatro e spesso gentilmente repostati sui social dalla vecchia direzione artistica.


Sono riuscita a frequentarlo abbastanza regolarmente fino all’arrivo del Covid, poi… lo sappiamo, tante cose sono cambiate. Sono tornata con gioia esattamente tre anni fa, alla fine del 2021, per "Gli innamorati" di Carlo Goldoni, e poi non più fino all’altra domenica, purtroppo. Si sono messi di mezzo tanti fattori, lavorativi e non: fatto sta che il 3 novembre sono felicemente tornata in questo luogo culturale che sempre mi sarà caro per La coscienza di Zeno.


Ero molto curiosa di scoprire come sarebbe stato portato sullo schermo, in soli 100 minuti, un grande classico della letteratura del Novecento, ricchissimo di storie da raccontare, personaggi da conoscere meglio e considerazioni profonde. Secondo me la trasposizione è stata ottima… ma ve lo racconto meglio!



Lo spettacolo



L’attore principale sulla scena è Alessandro Haber, quasi sempre seduto alla sinistra del palco, vicino agli spettatori. Egli interpreta la Coscienza, ovvero quello che il protagonista, Zeno Cosini, scrive nel suo diario, redatto per ordine del dottor S – il suo psicanalista -, con il quale i rapporti si sono guastati. L’autore immagina che sia proprio il dottor S a pubblicare le memorie di Zeno, con l’intento di fargli un dispetto.


Oltre ad Alessandro Haber, altri dieci attori sono sulla scena ad interpretare i vari personaggi del dramma, tra cui Zeno Cosini giovane, che “interpreta” le parti dettate dalla Coscienza. Qualche volta, però, la Coscienza stessa si sovrappone al suo Io più giovane e recita in prima persona.


Il grigio domina la scena: gli attori sono vestiti in varie sfumature, non ci sono oggetti oltre a delle sedie tra il grigio scuro ed il nero e delle pesanti tende dello stesso colore sembrano abbracciare il palco. È proprio su di esse che viene proiettata una scenografia digitale: talvolta degli interni, altre volte dei paesaggi (la luna sul mare è uno dei più presenti), o ancora una pioggia scrosciante con tanto di rumore.

Questa scenografia digitale ha al centro un medaglione rotondo che sembra porre l’attenzione, di volta in volta, su quella che è la principale preoccupazione che il protagonista ha in quel momento: le persone che lo sbeffeggiano o che lo giudicano, le parole più significative che scrive sul diario, l’occhio del dottor S che pare guardarlo dentro sempre più.


Sembrerebbero le premesse per un dramma, eppure lo spettacolo si rivela esattamente come il libro, e non calca la mano sulla sofferenza, ma ci spinge a riflettere sulla condizione umana da più punti di vista.



La storia raccontata



Zeno Cosini non vuole scrivere una vera e propria autobiografia, ma vuole raccontare al dottor S quali sono state le problematiche principali della sua vita, quali gli ostacoli che di volta in volta lo hanno messo alla prova.


I primi capitoli sono i vizi della gioventù: il fumo, che non riuscirà mai ad eliminare nonostante i suoi costanti tentativi di finire “l’ultima sigaretta”; il complesso di Edipo, tra l’amore per una madre schietta e pratica che se n’è andata troppo presto ed un padre severo ed autoritario che ogni volta che cerca di parlare con lui finisce per sgridarlo, anche da adulto; la morte del padre, che durante le ultime convulsioni dà uno schiaffo a Zeno, ovviamente accidentale, ma freudiano.


Il cuore dell’opera è la storia sentimentale e matrimoniale di Zeno, deciso a sposarsi con una delle quattro figlie del dottor Malfenti, un socio in affari che egli vede come una sorta di nuovo padre. Innamoratasi di Ada, molto bella ma caratterialmente difficile (proprio come lui), Zeno finisce per sposare Augusta, per la quale non prova sentimenti travolgenti, ma che è la donna giusta per lui per un semplice motivo: come la madre è buona e paziente, onesta e pratica. Non si arrovella su qualunque cosa come il protagonista, ma prende in considerazione quel che le si para davanti ogni giorno e agisce di conseguenza. Nel romanzo Zeno discute molto sulla “salute mentale” sua e di Augusta, mettendo in luce i pro ed i contro di entrambi i modi di vedere la vita, ma fatto sta che il loro matrimonio si rivela felice, così come l’arrivo dei due figli.


L’unica macchia sul matrimonio è costituita dalla relazione di Zeno con Carla, una cantante povera ed in difficoltà familiari. Sia nel romanzo che nello spettacolo, però, è chiaro come Zeno voglia un’amante solo per status, perché “tutti ce l’hanno”, e perché averla gli darebbe la possibilità di essere utile economicamente a qualcuno. Tant’è vero che, quando Carla riceve una promessa di matrimonio, lui la lascia andare senza rimpianti, con tanti auguri ed un’ultima busta di soldi (ci rimane un po’ peggio lei, in effetti).


La maturità di Zeno Cosini è dedicata soprattutto alla sua progressione di carriera. Egli inizia a lavorare per il marito di Ada, il cognato Guido Speier, e da impiegato diventa presto socio: quello che era stato accolto come il salvatore dei Malfenti si rivela in pochi anni un uomo irresponsabile, infedele e fragile, tanto che le donne della famiglia finiscono per fare affidamento su Zeno, specie dal momento in cui Guido fa un’infelice fine.


L’ultima parte del diario è dedicata alla psicoterapia, al litigio con il dottor S e ad alcune fosche previsioni sul futuro, suscitate dai cupi pensieri che la Prima Guerra Mondiale ha portato con sé.



L’esistenza di successo di un “inetto”



La prima cosa che si apprende quando si studia Italo Svevo e La coscienza di Zeno è il fatto che il protagonista di questo romanzo sia il prototipo dell’ “inetto”, ovvero di colui che si sente costantemente inadatto alla vita, incapace di far fronte ai problemi dell’esistenza e soprattutto alle responsabilità dell’età adulta.


Egli colleziona molti errori: prende un vizio poco salutare e non riesce a mantenere i buoni propositi di smettere; gira di facoltà in facoltà senza prendere una laurea ed entra nel mondo del lavoro grazie agli affari paterni ed all’amministratore Olivi, a cui il genitore ha affidato la gestione dei beni; si innamora di un’illusione con Ada e finisce per ripiegare su Augusta senza neanche essere un corteggiatore troppo galante; in un momento pensa addirittura di fare del male all’eterno rivale Guido, senza ovviamente riuscirvi; litiga con il suo psicanalista perché non riesce a guardare in faccia i suoi difetti.


Eppure, zitto zitto (insomma… a modo suo), poi, alla fine, riesce a riscuotere dei successi: entra nelle grazie di un uomo d’affari come Malfenti che lo vede subito come un figlio; mette su una famiglia felice, dove per sua stessa ammissione “non si soffre affatto”; salva l’azienda dalle manovre sbagliate di Guido; dà un lieto fine persino a Carla, mentre tanti altri uomini della sua condizione finiscono per rovinare socialmente le loro amanti.


Non so, mentre assistevo allo spettacolo pensavo che, premesso l’ovvio, e cioè che quest’opera viene studiata nelle scuole da sempre e per vari motivi, questo specifico esempio di “inetto che ce la fa” è un messaggio molto utile e importante da trasmettere ai ragazzi di oggi. 

Mi sembra che la società odierna, che nega molte situazioni disperate mascherando con “flessibilità e competitività” quella che è una lotta sempre più dura per un posto dignitoso nel mondo, e che apre la strada alla precarietà di tanti rapporti, alla loro fallibilità ed a tante dinamiche in stile “uso e butto”, stia propagandando un modello che non funziona. Mi spiego meglio: troppi ragazzi (ma anche adulti, mi metto in mezzo anche io) hanno l’idea che un solo sbaglio rovinerà a valanghe tutto, che un singolo errore indichi aver fallito tutto e in tutta la vita, che il loro sentirsi soli e non apprezzati sarà una condanna eterna. Da qui i tanti problemi di depressione ed ansia già adolescenziali, acuiti da un confronto con gli altri che risulta sempre fallimentare.


Zeno insegna che, come diceva anche Beckett, bisogna “provare meglio, fallire meglio”, e che la vita non è finita… finché è finita, e vale la pena di andare fino in fondo.



La vita non è né bella né brutta: è originale”



Altro insegnamento molto, molto attuale.


Non c’è solo la bella vita, quella che ultimamente vediamo soprattutto sui social; ed anche nei periodi più bui non è detto che tutto vada male.


La vita è “originale”, e come tale ti sorprenderà sempre. Ecco, io credo che Italo Svevo qui si riveli non solo un grande pensatore, ma anche in linea con la psicologia tradizionale, quella che insegna che non tutto dipende da noi (per fortuna!) ed a volte dobbiamo solo accogliere gli eventi, da quello meraviglioso a quello tremendo, ed agire di conseguenza.


Negli ultimi anni mi sembra che i validi studi di psicologia e psicoterapia abbiano ceduto il passo a discutibili filosofie new age che cercano di convincere ognuno di noi che “tu puoi creare la tua realtà” e “se lo pensi accade”. Ecco, scusate se mi tolgo questo sassolino dalla scarpa, ma secondo me no, neanche per sogno. E non è forse meglio così?


D’altra parte, chi dei protagonisti de La coscienza di Zeno, appartenente ad una classe sociale che – a parte gli alti e bassi inevitabili – stava più che bene, e si considerava parte di un’Europa evoluta, avrebbe potuto immaginare un conflitto mondiale? 

Lo diceva anche un mio professore dell’Università: “le illusioni della Belle Epoque bruciano durante la Prima Guerra Mondiale, e tantissimi non l’avevano vista arrivare”. Eppure è successo… un’altra – orribile – originalità della vita, come dice Zeno. C’è un’unica frase, al termine del romanzo e dello spettacolo, che secondo me potrebbe essere considerata una sorta di profezia, ma la lascio come sorpresa per chi non lo sa.





Ho visto lo spettacolo l’ultimo giorno disponibile, domenica 3 novembre, quindi purtroppo non posso invitarvi ad andarlo a vedere al Carcano!

Credo però che la rappresentazione farà il giro di altre città d’Italia, quindi vi consiglio di dare un’occhiata, se vi interessa :-)

Nel frattempo fatemi sapere se vi ho incuriosito, se magari avete letto o studiato il romanzo e che cosa ne pensate.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 22 gennaio 2024

PETER PAN

 Il musical in scena al Teatro Arcimboldi di Milano




Cari lettori,

sono molto contenta di inaugurare i “Consigli teatrali” del 2024 con uno spettacolo che avevo prenotato da tempo, a cui tenevo molto e che mi è piaciuto moltissimo: Peter Pan agli Arcimboldi.


Diciamocelo pure, questa storia che gennaio è infinito a me sembra una leggenda metropolitana. La prima settimana – di vacanza – non si è praticamente vista; in un attimo è terminata anche la settimana della ripresa e mi sono ritrovata a metà mese ed a teatro per questo appuntamento a lungo atteso.


Purtroppo Peter Pan era lo spettacolo di Natale degli Arcimboldi ed io, un po’ per l’affollamento ed un po’ per via della partenza per il mare, non sono riuscita a trovare posto prima del 14, che era l’ultima data milanese. So però che la carovana del musical proseguirà per altre città d’Italia, così ne approfitto per consigliarvelo!



Una storia senza tempo


Penso che tutti conosciamo la storia di Peter Pan.


Nella Londra di inizio ‘900 c’è un misterioso cantore che ogni giorno viene al parco a raccontare le storie di Peter Pan e Capitan Uncino; è adorato dai bambini e malvisto dagli adulti, che hanno paura che le menti dei figli siano “traviate” da questo individuo un po’ troppo fantasioso.


Una bambina che sta quasi per diventare ragazza, Wendy Darling, racconta le storie del cantore ai suoi fratellini, John e Michael, ed alla loro cagnolona Nana. Il padre, però, è rigido ed un po’ all’antica, ed è contrario alla narrazione di queste storie, così decide che Wendy è pronta a dormire da sola, come fanno gli adulti.


Proprio quella notte, però, irrompono nella camera sia Peter Pan, il bambino che non vuole crescere mai, sia la sua fata Trilli. Peter convince i tre piccoli Darling a volare con lui e Trilli sull’isola che non c’è, dove li attendono gli Indiani, i Bambini Sperduti a cui Wendy potrà fare da mamma, il mare con i coccodrilli, ed ovviamente i Pirati e Capitan Uncino. Ma non tutto andrà come previsto, e forse per Wendy è davvero giunto il momento di diventare grande.



Il cast e l’interazione con il pubblico


La storia è conosciutissima, e penso che tutti ci aspettassimo la scelta di restare fedeli ad essa, ma quello che personalmente mi ha sorpreso è l’inserimento di momenti di interazione con il pubblico. Specie durante lo spettacolo pomeridiano – che è quello a cui ho assistito io – c’erano tantissime famiglie con bambini, ai quali è stato distribuito un kit contenente un braccialetto luminoso per illuminare i momenti più bui, una bandana per entrare a far parte dei pirati e dei coriandoli per festeggiare il lieto fine.


Anche il pubblico adulto viene coinvolto in un paio di momenti che, ne sono certa, vi divertiranno e vi commuoveranno.


Il cast presenta dei nomi interessanti. Il giovanissimo Leonardo Cecchi, italo americano già visto anni fa nel telefilm Alex&co., è un Peter Pan sorprendente, non solo attore e cantante, ma anche ballerino e quasi acrobata in alcuni momenti. La bellissima voce di Wendy è quella di Martha Rossi, un vecchio volto di Amici. Giglio Tigrato è Martina Attili, che aveva riscosso un certo successo qualche anno fa ad X Factor.


Per gli appassionati di musical, però, il pezzo forte è la presenza di Giò di Tonno, l’indimenticabile Quasimodo di Notre Dame, che qui interpreta Capitan Uncino. La sua voce è inconfondibile, già al primo “Ciurma!” urlato nel buio avevamo capito tutti che era lui.



Scenografie, musiche, emozioni


Le scenografie sono bellissime. Sullo sfondo di un cielo stellato – perché tutto accade in una lunga notte – vengono posizionate delle scenografie che immagino vengano fatte ruotare durante dei brevi intermezzi (nei quali il sipario è chiuso e pochi personaggi sono nella parte anteriore del palcoscenico). Ci sono il parco, la camera dei piccoli Darling, la barca dei Pirati, il covo degli Indiani, la foresta dove si nascondono i Bambini Sperduti.


Penso che non ci sia bisogno di presentare le musiche: sono tratte dal famosissimo disco Sono solo canzonette di Edoardo Bennato, un album del 1980 interamente ispirato a Peter Pan, alle sue tematiche ed ai suoi personaggi.


Alcuni di questi brani sono inseriti in contesti che già mi immaginavo, come per esempio L’isola che non c’è, cantata da Peter Pan a Wendy per convincerla a seguirlo. Altri sono piuttosto inaspettati: di certo non pensavo a Viva la mamma! riferita a Wendy, così giovane eppure già così matura, e di conseguenza con già così tante responsabilità sulle spalle. Altri ancora, infine, sono presentati in vesti inedite, come la canzone di Spugna, in una versione Broadway che mi è piaciuta molto.




Lo spettacolo è piuttosto lungo, ma, come avrete intuito, passa in un attimo!

Le emozioni sono davvero tante, ed alcune trovate sul palco mi hanno proprio sorpreso. Voi mi conoscete e sapete che sono stata anche molto contenta di tornare a teatro… davanti (e occasionalmente sul) palcoscenico sono sempre felice!

Fatemi sapere se avete visto lo spettacolo, se vi è piaciuto, se andrete a vederlo in qualche altra città!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 2 novembre 2023

LA VITA DAVANTI A SÉ

 Lo spettacolo di Silvio Orlando in scena al Teatro Parenti




Cari lettori,

torniamo a teatro con i nostri “Consigli teatrali” dopo la pausa estiva!


Archiviati Halloween e la festività del 1 novembre, che spero siano stati momenti piacevoli per tutti voi, oggi… non è un giorno molto allegro. Oggi, infatti, ricordiamo tutti i defunti.


Lo spettacolo che vi racconto oggi non è esattamente in linea con questa ricorrenza, ma in qualche modo, secondo me, può essere adeguato. La vita davanti a sé è stato per me una bella sorpresa, un regalo di un amico che purtroppo aveva avuto un impedimento. Non ero mai stata al Teatro Parenti (sapete che spesso ho approfittato delle proposte per i docenti in teatri convenzionati) e mi è piaciuto moltissimo: in legno, con le poltroncine su gradinate sempre più alte, mi ha fatto venire in mente i vecchi teatri di epoca shakespeariana. Anche il programma della stagione sembra super interessante, quindi spero di poterci tornare presto!


Nel frattempo vi racconto la delicata storia portata in scena da Silvio Orlando…



Un romanzo ed un mistero


Lo spettacolo teatrale è tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary, scritto però sotto lo pseudonimo di Émile Ajar,


Per tutti Romain Gary era un romanziere che aveva avuto successo in gioventù e poi caduto in progressivo declino. Quando all’insuccesso si era aggiunta la morte della sua amante, egli si era suicidato.


Peccato che dopo la sua morte ci sia stata una clamorosa scoperta: Romain Gary ed Émile Ajar, autore di alcuni recenti e premiatissimi romanzi, erano la stessa persona.


Sui motivi per cui Romain Gary abbia scelto di scrivere questa storia con un nome diverso, e per cui in generale abbia deciso di ritirarsi a “vita privata” continuando a scrivere ed a ritirare premi in silenzio, c’è ancora parecchio mistero. Dopo aver visto lo spettacolo, io sinceramente non posso che pensare che ci sia molto di autobiografico.


Non ho letto il romanzo, ma questo spettacolo teatrale mi ha molto incuriosito e credo che prima o poi lo leggerò… sapete che la mia TBR è sempre piuttosto ricca!



Un allestimento semplice


La scenografia è piuttosto essenziale: al centro del palcoscenico è stato costruito un allestimento, una sorta di palazzo, composto da tante piccole scatole di cartone foderate di tela e tessuto grigio e decorate con elementi di altri colori. È la casa dove vivono Mohammed detto Momo, il protagonista, e Madame Rosa, la donna che gli fa da madre.


Siamo a Parigi nel 1970, ma della Ville Lumière ci sono soltanto le lucine, molto simili a quelle natalizie, che partono dalla casa e si diramano verso i quattro angoli del palco.


Di fronte all’inusuale palazzo ci sono sedie, poltroncine, tavoli, tutto piuttosto essenziale, ma sufficiente a dare l’idea di casa e di intimità.


Silvio Orlando non è solo sulla scena: con lui ci sono quattro bravi musicisti, uno alla fisarmonica, uno ancora alle percussioni, e poi uno specialista in strumenti a fiato tra clarinetto e sax ed un suonatore di kora e djembe (strumenti insoliti che io stessa non conoscevo). La musica riveste un ruolo importante in questo spettacolo: accompagna la storia, cresce nei momenti di cesura tra una scena chiave e l’altra, dà a Silvio Orlando la possibilità di fare una breve pausa e prepararsi per il momento dello spettacolo successivo.


Già, perché, nonostante l’accompagnamento musicale, qui siamo comunque molto vicini all’One man show: l’attore protagonista interpreta tutti i personaggi, dalle donne anziane ai bambini piccoli, dai parigini DOC agli stranieri che rendono la Francia così multiculturale. Si resta affascinati nell’osservare la trasformazione che avviene da un personaggio all’altro, perché di trasformazioni si tratta, eppure bastano pochi accessori ed una capacità di recitazione incredibile.



Una storia di amore materno


Come già detto, il piccolo protagonista della storia, forse un alter ego dello stesso Romain Gary quando era giovane, è Mohammed, per tutti Momo, un bimbo di origini arabe che è stato affidato alle cure di Madame Rosa, un’anziana ex prostituta che ha trasformato il suo palazzo in una sorta di asilo per i bambini delle colleghe più giovani.


Mohammed cresce all’interno di un vivacissimo gruppo di bambini, ma non può fare a meno di notare che gli altri piccoli alloggiano lì solo fino ad un certo punto della giornata, o della settimana, e poi le altre madri tornano, mentre lui non ha altre mamme che Madame Rosa.


Interpellata la signora, ella è piuttosto vaga, ma Momo la sente confidarsi con il medico a proposito di “problemi mentali ereditari”.


Gli anni passano, gli altri bambini diventano ragazzi e se ne vanno, mentre Momo e Madame Rosa diventano a tutti gli effetti madre e figlio. Lei è sempre più anziana e debole, è tormentata dai ricordi di quello che hanno dovuto affrontare lei e gli altri ebrei ai tempi dell’occupazione nazista, è terrorizzata all’idea di avere il cancro ma non si rende conto che è l’Alzheimer a divorarla ogni giorno. Lui è un adolescente che si sente ancora bambino, che vaga inquieto per la città e che cerca di restituire a Madame tutto l’amore che lei gli ha donato. C’è ancora tanta strada da fare per scoprire la verità sul suo passato, ed andare incontro più serenamente al futuro…



Un messaggio potente


Senza scendere troppo nel dettaglio e rovinare “il sugo della storia” a chi non ha ancora visto lo spettacolo, mi permetto di confessarvi che il messaggio finale mi ha lasciato molto su cui riflettere.


Il monologo che conclude la storia pone l’accento sulla differenza tra un gesto di generosità ed il reale voler bene.


Sappiamo tutti che un piccolo gesto di gentilezza o di altruismo, anche verso gli sconosciuti, è una goccia nell’oceano che comunque fa la differenza, che fa bene a noi stessi ed agli altri. Però a volte purtroppo resta lì dov’è, è un piccolo aiuto momentaneo che presto si esaurisce, soprattutto se dall’altra parte c’è un bambino che non è stato voluto dalla famiglia d’origine e cerca amore ovunque.


Il voler bene, invece, è ben più complicato. Si vuole bene con tutti se stessi, difetti compresi, e si finisce per sbagliare, anche spesso. Come Madame Rosa, che ha i suoi difetti ed i suoi limiti. Ma ci si mette in gioco per davvero, ed in certi casi si cambia la propria vita e quella dell’altra persona.


Può sembrare un pensiero semplice, banale, ma davvero non lo è. E credo che ci ripenserò spesso.




Purtroppo ci sono solo pochi giorni ancora per vedere lo spettacolo al Teatro Franco Parenti… il 4 novembre è l’ultimo giorno!

Ho visto però che è prevista una tournée anche in altre città d’Italia.

Credo che ripeterlo sia inutile, però io sono stata veramente entusiasta della bella occasione che mi è capitata e sono contenta di aver visto qualcosa a cui valeva davvero la pena di assistere.

Fatemi sapere se avete visto questo spettacolo, se vi ho incuriosito, se per caso avete letto il romanzo.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)



lunedì 2 maggio 2022

LETTO A TRE PIAZZE

 La commedia musicale dell'Associazione Ianai




Cari lettori,

ho pensato di iniziare maggio con la nostra rubrica “Consigli teatrali”, che in autunno ed inverno ho rispolverato dopo un paio di anni di spettacoli visti solo in streaming, ma che con l’arrivo della primavera si è un po’ bloccata. Come spesso accade, i teatri di Milano hanno puntato più sui mesi freddi per la loro stagione di prosa, ma a sorpresa sono riuscita a vedere uno spettacolo proprio nel mio paese, Cernusco sul Naviglio.


Circa un mesetto fa, infatti, il Centro Medico Polispecialistico San Rocco, che offre assistenza medica a famiglie in condizioni di fragilità socioeconomica, ha organizzato uno spettacolo di beneficenza per raccogliere fondi. Sul palco sono saliti gli attori dell’Associazione IANAI – Compagnia Insieme è Musica, un gruppo teatrale senza scopo di lucro.


Devo dire che ho deciso di assistere allo spettacolo principalmente per la buona causa, ma una volta arrivata lì mi sono molto divertita, ho visto il teatro strapieno e sentito tanti applausi, così ho pensato di parlarvene, per dare spazio su questo blog anche a realtà locali ed amatoriali.


Vediamo meglio insieme di che cosa si tratta!



Uno strano incidente


Letto a tre piazze è una commedia brillante in tre atti, un libero adattamento delle opere Taxi a due piazze e Chat a due piazze di Ray Cooney.


Il primo tempo dello spettacolo è tratto dalla prima delle due opere ed è ambientato sul finire degli anni ‘80. Protagonista è Mario Rossi, un tassista milanese che sembra il più comune degli uomini, a partire dal nome, passando per i connotati fisici, fino ad arrivare alla professione. Durante un suo turno di notte, egli prende una botta in testa per difendere una signora da uno scippatore e viene portato in ospedale. In stato confusionale, egli rilascia agli operatori sanitari… due indirizzi: quello di Lambrate, dove vive con la sua prima moglie Carla, e quello di Porta Romana, dove abita con la seconda moglie Barbara. Ovviamente le due donne sono l’una all’oscuro dell’altra, e quando Mario si riprende si rende conto della sciocchezza che ha fatto e delle conseguenze che ciò potrebbe avere sulla sua vita da bigamo clandestino. Solo un amico, Walter Fattore, il vicino di casa di Lambrate, sembra disposto ad aiutarlo, forse solo perché è troppo buono ed imbranato per dire di no.


Siccome la situazione è poco chiara agli operatori sanitari, entrano in gioco due tutori delle forze dell’Ordine: l’Ispettrice Pascucci, una severa poliziotta di Lambrate, e l’Ispettore Ferroni, un buffo personaggio della Questura di Milano che fa di tutto per assomigliare a Sherlock Holmes.


È la classica commedia degli equivoci, in un crescendo sempre più assurdo e spassoso. E le disavventure di Mario Rossi non sono ancora finite…



Quando le due famiglie si vogliono conoscere


Sono passati vent’anni da quando l’incidente di Mario ha rischiato di compromettere il segreto della sua doppia famiglia. Egli ha avuto una figlia da Carla, Alice, ed un figlio da Barbara, Giacomo. I due ragazzi, però, sono ormai cresciuti e, come tutti i loro coetanei, passano molto tempo sui social network e, avendo amici in comune ed abitando nella stessa città, hanno finito per conoscersi… solo virtualmente.


Un giorno, però, sia Alice che Giacomo comunicano al padre l’intento di incontrarsi finalmente di persona. Mario, atterrito dal dover spiegare ai due ragazzi che non possono fidanzarsi perché sono fratello e sorella, farà di tutto per far saltare il pomeriggio, aiutato ancora una volta dal povero Walter Fattore, che avrebbe voluto andare a Cesenatico con il padre ma sarà costretto a rivedere i suoi piani.


Anche il secondo tempo, per quanto più corto e meno vorticoso del primo, porta con sé moltissimi colpi di scena e rivelazioni, alcune delle quali si tramuteranno in una lezione per lo stesso Mario.


I personaggi in scena ci fanno molto divertire, ma io non ho potuto fare a meno di pensare ai tabù destinati a finire in tragedia del teatro greco: così come Edipo, non avendo mai conosciuto i suoi genitori, finisce per uccidere il padre e sposare la madre, così Alice e Giacomo, ignari del basso inganno che il padre Mario ha portato avanti per tutta la vita, rischiano di innamorarsi pur essendo fratello e sorella.


Questa volta si ride, al massimo si riflette. Ma si dice che un classico sia tale quando ha qualcosa da dirci ancora oggi, e questa tematica in comune tra le tragedie greche e la contemporanea commedia degli equivoci lo dimostra appieno.



Scenografie, costumi, musica


La scenografia è semplice ma curata ed efficace: l’interno di una casa, dipinta per metà di giallo e per metà di azzurrino, ad indicare due case diverse, nelle quali però spesso succedono avvenimenti simili. Il divano è in comune, dei pannelli laterali sottintendono l’esistenza di altri ambienti domestici e i quadri appesi alla parete suggeriscono il passare del tempo: delle stampe cittadine per gli anni ‘80 nel primo tempo, dei quadri contemporanei per gli anni 2000 nel secondo tempo.


I costumi sono abbastanza ordinari, com’è giusto che sia per una commedia contemporanea, ma la divisa di Ferroni-Sherlock Holmes e la tenuta della cameriera emiliana Letizia hanno reso i personaggi ancora più divertenti. Simpatica anche la tenuta marittima del povero Walter Fattore (interpretato da uno degli attori più bravi, secondo me), la vera vittima dei mille equivoci della storia, coinvolto suo malgrado negli errori del suo migliore amico e dotato di una fertile fantasia che lo aiuta a nascondere ogni volta delle scomode verità.



All’inizio ed alla fine di ogni tempo, infine, sono stati inseriti degli intermezzi musicali cantati e ballati. Si tratta di versioni contemporanee, con testo in italiano, di motivi popolarissimi come Footloose o If we ever meet again di Timbaland e Katy Perry.


Forse un po’ azzardati, ma io li ho trovati la ciliegina sulla torta!





Ecco la mia recensione di questo spettacolo senza pretese, ma super divertente e soprattutto per un’ottima causa. Vi lascio a questo link la pagina Facebook dell’Associazione IANAI – Compagnia Insieme è Musica, così che possiate essere aggiornati sui loro prossimi spettacoli di beneficenza, se siete in zona. Ho preso da lì gli scatti di questo post :-)

Fatemi sapere se conoscete questa Associazione, o se avete visto altre versioni di Letto a tre piazze, e che cosa ne pensate.

Spero proprio di potervi parlare nuovamente di teatro prima che arrivi l’estate e terminino le stagioni di prosa!

Nel frattempo grazie per la lettura e al prossimo post :-)


lunedì 24 gennaio 2022

SCATENIAMO L'INFERNO

 Lo spettacolo su Dante in scena al Teatro Leonardo




Cari lettori,

oggi vi propongo i primi “Consigli teatrali” del 2022!

Si tratta di uno spettacolo che ho visto nel corso del mese di dicembre al Teatro Leonardo di Milano (in zona Piola), un luogo della cultura che non visitavo decisamente da troppo… da quasi due anni, credo.


Sapete che il 2021 è stato un importante anno dantesco (700 anni dalla morte) e che io stessa, in questi mesi, vi sto tenendo compagnia con un progetto letterario dedicato a Dante (trovate qui quello che finora è l’ultimo post).


In questo contesto, non si poteva che chiudere l’anno con uno spettacolo teatrale dedicato al Sommo Poeta, dal titolo Scateniamo l’Inferno. Sono stata felicissima di tornare al Leonardo con questa rappresentazione, sia per l’argomento che per l’attore protagonista in scena, che mi è già noto. Ora comunque vi racconto meglio!



Un giovane prof… e un bidello d’esperienza


La storia ha inizio una mattina come tante: giorno feriale, pioggia, metropolitana intasata, lavoratori arrabbiati sul mezzo pubblico. Il professor Roversi, nonostante la notte passata quasi in bianco per i capricci della sua bambina, ha preso il primo treno ed è arrivato prestissimo a scuola, nell’orario in cui i collaboratori stanno ancora pulendo e preparando l’edificio.


Incurante dell’orario e delle molteplici gocce di pioggia che ha lasciato sul pavimento, il professore riempie la cattedra di libri e si mette a studiare la lezione. Egli è molto preoccupato: di lì a poco dovrà introdurre l’Inferno dantesco alla sua terza ed ha paura di leggere negli occhi dei suoi alunni, anche solo dopo pochi minuti, il terribile Spettro della Noia, incubo dei docenti di tutto il mondo.


Non ha fatto i conti, però, con l’indispettito bidello della scuola: un uomo dotato di esperienza e capelli grigi, che mal sopporta le paturnie dei giovani docenti, da lui ritenuti un po’ troppo emotivi. Sulle prime, egli tenta di far sloggiare il professore, adducendo come motivazione l’orario davvero antelucano; poi, però, è costretto ad alzare bandiera bianca.



Come rendere interessante Dante per gli studenti?


È questa la domanda che il professor Roversi si fa in continuazione, e che ripete anche al rassegnato bidello, il quale ha ormai messo da parte secchio e spazzolone per ascoltare i pensieri e le preoccupazioni dell’altro.


Dante è il nostro Sommo Poeta, il padre della nostra lingua, ma è anche un autore del Medioevo, un uomo che scriveva di realtà lontanissime dai giovani del XXI secolo.


Roversi le tenta tutte pur di “svecchiare” lo stile della Commedia: cerca parallelismi tra la guerra intestina tra guelfi e ghibellini ed i dissing tra i rapper/trapper; prova a raccontare Paolo e Francesca come se fossero una ship romantica odierna; cerca degli equivalenti contemporanei per tanti termini medioevali ed ormai desueti.



Sarà il bidello, con la sua semplicità ed il senso pratico dettato dalla lunga esperienza a scuola (e dalle tantissime lezioni ascoltate tra una pulizia aule e un’altra), a fargli capire a poco a poco che, certo, attualizzare può essere una soluzione, ma non deve essere l’unica chiave di lettura possibile. Che il bello di Dante è che anche ora, nel XXI secolo, ha ancora qualcosa da raccontarci, e quindi può essere letto ed apprezzato così com’è.



Tutti gli insegnanti, un tempo, sono stati alunni


Questo spettacolo offre molti spunti di riflessione sul mondo della scuola, sull’attualità dei classici della letteratura, sul confronto tra generazioni.


Tra tutti, però, è questo che mi è rimasto più impresso: soprattutto nella parte finale del racconto, si pone l’accento sul fatto che gli insegnanti, spesso, siano visti dalla società come “nati così”, con il libro e la penna rossa in mano, pronti ad insegnare ed a non fare nient’altro che questo.


Non è così. Per quanto le motivazioni della scelta di lavorare nelle scuole possano essere profonde, l’insegnamento non è una “vocazione”, qualcosa di infuso dalla grazia divina. L’insegnamento è un lavoro, e come tale si apprende sul campo.


Dietro alla cattedra, tante volte, c’è un/a giovane alle prime armi che vorrebbe intraprendere questa strada ma non sa ancora bene come fare e spesso ha la sensazione di stare sbagliando qualcosa; oppure una persona più matura che, dopo anni di lavoro in altri ambiti, ha dovuto/voluto reinventarsi e sta cominciando una nuova strada; o ancora qualcuno che aveva studiato per determinati ordini, gradi e classi di concorso, però poi la vita ha fatto quel che voleva lei ed ora sta lavorando in un tipo di scuola del tutto diverso da quel che si immaginava (presente all’appello).


Soprattutto, tutti gli insegnanti sono stati alunni, un tempo: spesso alunni studiosi e diligenti, ma ancor più spesso, secondo me, appassionati e curiosi, anche un po’ disordinati, con una creatività che si esprimeva al meglio in quelle che oggi sono le “nostre materie” e qualche raro ma significativo episodio di ribellione, dovuto quasi sicuramente al rompersi fin troppo la testa sui libri e prendere a cuore ciò che ogni tanto non va.


Anche il professor Roversi, grazie a Dante ed al suo amico bidello, proverà a tornare studente con la mente e con il cuore, anche solo per un po’.



Andrea Robbiano e la letteratura


Andrea Robbiano e Antonio Rosti sono i due bravissimi attori che si dividono la scena in 75 minuti di spettacolo, su un palcoscenico allestito come una sobria aula scolastica.


A novembre vi raccontavo di essere stata molto felice di tornare al Teatro Carcano con Davide Lorenzo Palla ed i suoi Innamorati (dei quali vi ho parlato in questo post), perché lui è sempre una garanzia per me. Allo stesso modo sono stata contenta di rientrare al Teatro Leonardo dopo un po’ troppo tempo, ma con uno spettacolo di Andrea Robbiano.


Forse questo nome non è nuovo nemmeno a voi: a questo link, infatti, vi avevo raccontato uno spettacolo di tre anni fa, Beata gioventù, in cui egli interpretava un padre in conflitto con la figlia adolescente. L’opera letteraria al centro di quella rappresentazione era La metamorfosi di Kafka, una metafora perfetta del/la ragazzo/a che non riconosce più il suo corpo che sta diventando adulto.


Avevo molto apprezzato quello spettacolo, e ancora di più mi era piaciuto Fuori misura, il monologo su Giacomo Leopardi che Andrea Robbiano aveva interpretato nel 2013 (ben prima che aprissi il blog), assumendo, ancora una volta, il ruolo del professore.




Purtroppo lo spettacolo è rimasto in scena solo nel mese di Dicembre al Teatro Leonardo, ed ammetto che, tra il Christmas Countdown ed i post festivi, ho proprio pubblicato la recensione un po’ in ritardo. Però il complesso MTM Teatro (composto dal Leonardo e dal Litta) è noto per replicare spesso alcuni suoi spettacoli, soprattutto quelli fruibili dalle scuole, quindi sono certa che ci saranno altre occasioni.

Non vi nascondo che nel concludere questo post sono un pochino demoralizzata: nel corso delle vacanze di Natale la situazione Covid è peggiorata molto ed ancora una volta, a malincuore, ho rinunciato ad andare in città a Milano, per non prendere mezzi poco frequenti (per l’alta incidenza di positivi/quarantene tra il personale) e di conseguenza sovraffollati. Quindi non ho, almeno per ora, altri spettacoli milanesi di cui parlarvi. Cercherò, se non altro, di andare al cinema/teatro del paese, che è poco affollato e raggiungibile a piedi… ma vi farò sapere!

Nel frattempo, ditemi se vi ho incuriosito!
Grazie della lettura, al prossimo post :-)