giovedì 15 ottobre 2020

L'INCUBO

 Storytelling Chronicles: ottobre 2020




Cari lettori,

appuntamento di ottobre con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!

È ormai settimo racconto che scrivo in collaborazione con il gruppo creato da Lara del blog "La nicchia letteraria" e nelle scorse puntate vi ho portato sulla Riviera Ligure (a giugno), in barca lungo le coste del Cilento (a marzo), su un’isola (a luglio), fra i boschi e i monti piemontesi (ad aprile), nella campagna lombarda (a maggio) e in una scuola di ballo (a settembre).


Tutte location piuttosto carine, vero? Ecco, preparatevi perché il tema di ottobre, in omaggio ad Halloween, è “l’ambientazione spettrale”!


Sulle prime ho avuto qualche difficoltà, perché, per quanto negli ultimi anni abbia imparato ad apprezzare di più l’autunno (e per una creatura della primavera-estate come me non è facile), Halloween resta, per me, un mondo abbastanza lontano. Avrete notato anche voi che i libri e/o film fantasy-horror con zucche, vampiri, spettri e affini non fanno proprio la parte del leone nel mio blog, anzi.

Per questo motivo ho provato a chiedermi: che cosa farebbe davvero paura anche a te? Quale lettura, visione, fatto ti ha veramente disturbato?


La risposta è arrivata, com’è giusto che sia, tra il sonno e la veglia. Quindi credo che sia quella corretta per il mio inconscio, e spero anche per voi. Il mio racconto si intitola “L’incubo”… vi lascio alla lettura!



L’INCUBO



Grosse nuvole nere, che fino a mezz’ora prima sembravano soltanto di passaggio, ora lambiscono sempre più le merlature superiori del castello. Se alzo gli occhi dal luogo dove mi sono nascosta, vedo le serve che si affannano a riaccendere le torce che avevano prontamente spento alle prime luci dell’alba. Mi sembra di riconoscerne qualcuna, anche se sono certa di non aver mai visto le più giovani. È ormai tanto tempo che non metto piede in quelle enormi e fredde stanze, ma il cuore che sobbalza furioso continua a ricordarmi, ad ogni singolo, lacerante battito, che sembra ieri il giorno in cui le ho percorse per l’ultima volta.


Mi addentro ancora un po’ tra la folla. Ho indossato un largo mantello scuro sopra abiti da lutto in lana grezza ed un cappello nero, con tanto di velo frontale, nasconde i capelli e maschera gli occhi. So di sembrare in tutto e per tutto una vedova appartenente alla nobiltà di campagna, ma ho paura di essere comunque riconosciuta. Per fortuna Anthony, il mio uomo di fiducia, è in un angolo della piazza, seduto sopra un carretto, e, anche in questo momento, so che mi sta osservando, pronto a correre in mio aiuto nel caso in cui qualcosa vada storto.


Lui e la moglie Amy, che si prendono cura di me da quando sono nel mio nuovo alloggio, hanno cercato in tutti i modi di dissuadermi, ieri sera. Hanno esposto i loro dubbi sul mio travestimento, ricordandomi che, comunque, al castello ci sono ancora tante persone affezionate a me, che potrebbero riconoscere il mio viso anche se la parte superiore è celata. Hanno confessato di aver paura per la mia incolumità, dal momento che, in simili circostanze, la folla è molto difficile da controllare. Poiché negli ultimi mesi siamo entrati un po’ in confidenza, hanno anche ammesso di non comprendere il mio desiderio di essere qui oggi. “Pensavamo che quel posto vi atterrisse” ha ripetuto più volte Amy, tra lo sconsolato e il preoccupato.


Voglio bene a Anthony e Amy. Mi hanno ridato il calore di una famiglia proprio quando ne avevo più bisogno, e definirli “persone di servizio” è riduttivo. Ciò nonostante, io avevo bisogno di essere qui oggi. Un bisogno disperato, viscerale, forse malato. Dovevo esserci e vedere con i miei occhi. Capire se sono salva dall’incubo che mi tormenta. Se posso dimenticare i sette mesi peggiori della mia vita o se ho ancora qualche motivo per tremare.


Mentre mi stringo nel mio mantello in mezzo alla folla e rabbrividisco per il freddo, mi sembra che tutti i timori che credevo di aver dimenticato, o almeno cercato di frenare, stiano tornando a farsi strada nel mio cuore. Ciò che mi raggela più di tutto è il silenzio. Siamo nel cortile più grande tra quelli adiacenti al castello: un luogo che solitamente viene utilizzato come piazza del mercato e che brulica di vita fin dalle prime ore del mattino. In altre occasioni, una passeggiata lì sarebbe gradevole, persino divertente, e qualche volta lo è stato persino per me. Oggi, invece, sembra che nessuno trovi il coraggio per muovere un passo, tantomeno per parlare. Il silenzio è grave e spaventoso. Ogni tanto qualcuno si volta e sussurra una mezza frase concitata al vicino, ma viene sempre zittito nervosamente.


La terra battuta del cortile, così spoglia, senza le solite ceste di frutta e verdura posate in terra, dà quasi un senso di vuoto. I tre lati in muratura del castello, che durante le festose mattinate sembravano proteggerci, ora ci sovrastano, quasi ci schiacciano; il cielo è livido e la muratura di un brillante rosso mattone ora sembra quasi nera.


Anche se cerco di tenere lo sguardo il più possibile basso, so che cosa sta guardando con ansia ed aspettativa la maggior parte delle persone che si sono riunite qui con me: la Torre, nell’angolo alla nostra destra. Ormai tutti quelli che sanno scrivere la indicano così, con la T maiuscola, perché, se un tempo era una parte del castello come le altre, da qualche decennio in avanti è diventata il luogo del terrore per eccellenza. Io non ho osato alzare gli occhi e guardarla per più di qualche secondo, ma mi sono accorta che le nuvole più nere si erano concentrate proprio sopra di essa. Come se Dio stesso maledicesse gli atti che si compiono dentro quelle mura. Nessuno di coloro che sono entrati lì è sopravvissuto, eppure tutti, in qualche modo, sanno quel che vi succede. Da quando, qualche decennio fa, è accaduto un terribile crimine ed è stato sparso persino il sangue di bambini, la paura nei confronti della Torre ha preso corpo come una fiera mostruosa, si è ingrossata passando di bocca in bocca, ed è per questo motivo che ora stanno fissando tutti la porta alla sua base in un silenzio terrorizzato.



* * *


Sembra che siamo tutti qui ad aspettare da un’eternità, ma all’improvviso quella porta si spalanca piano, con un debole cigolio che fa venire un ulteriore brivido ai presenti. Ne escono alcune guardie armate, che si dirigono proprio di fronte a noi, dove, invece, nessuno ha avuto ancora il coraggio di guardare: sul palco sopraelevato che è stato costruito in fretta e furia negli ultimi giorni, fatto di robuste assi di legno e con un ceppo al centro.


Il primo ad essere portato fuori dalle guardie è un giovane uomo. Non sono qui per lui, ma quando lo vedo mi si stringe il cuore. È un bel ragazzo dai capelli ricci e scuri, e sono sicura che fino a poco tempo prima ha avuto una vita piena di leggerezza e divertimenti. Deve essere un uomo forte, perché tenta di divincolarsi in tutti i modi, ma purtroppo è accerchiato dal nemico. Negli occhi, ancora vitali ma accesi da una luce disperata, si coglie quasi il senso di una tragica sorpresa: come se egli non si capacitasse ancora di pagare con la vita quella che per lui è stata solo un’innocente bravata.


Sento le gambe tremare, ma mi impongo di guardare, almeno finché i capi d’imputazione non vengono letti ed il ragazzo viene obbligato a poggiare la testa sul ceppo. Ho visto altre esecuzioni in gioventù, nel mio paese, ma qui nessuno si azzarda, come a casa mia, a tirare verdure marce o a gridare “A morte!”. Il silenzio continua a regnare, ma è come se i presenti parlassero con lo sguardo: oggi siamo venuti a salutare lui, e forse domani toccherà a me. Sento affacciarsi in un angolo della mia mente l’incubo che mi perseguita, ma lo scaccio con fermezza. Devo restare presente a me stessa, vedere, capire.


Quando però il boia alza la scure non ce la faccio: chiudo gli occhi e lascio che il velo mi protegga. Sento qualche grido di donna e capisco che l’esecuzione ha avuto luogo, ma attendo che il corpo sia portato via. Tengo gli occhi bassi, mi guardo i piedi, cercando di non oscillare e non cadere. Li rialzo soltanto quando sento che, per la prima volta dopo ore, le poche parole spezzate e nervose della folla intorno a me si sono trasformate in un brusio consistente. Non c’è dubbio: l’hanno portata fuori.


So che è lei. Deve esserlo, chi altri potrebbe essere mai? Eppure, se non fosse per la lunga chioma di ricci biondo-rossicci e per l’abito verde scuro che le ho visto addosso in giorni più felici, stenterei a riconoscerla. A differenza del ragazzo che è venuto prima, è in uno stato di totale prostrazione. È così magra che sembra non mangiare da mesi, ed è portata a forza da due guardie che la tengono per le braccia, perché i piedi non la reggono.


Inizio a tremare. Non devo pensare che a quella sciocca, frivola, ma allegra e simpatica ragazzina io ho anche voluto bene. Non posso permettermi di indugiare sul periodo lontano in cui lei si definiva mia amica.


Nel momento in cui ragazza e guardie salgono sul patibolo, un fulmine lontano illumina a giorno il cielo quasi notturno, ed un tuono ci fa sobbalzare. In lontananza, sento un bambino che piange, ed i passi di alcune persone in ultima fila che preferiscono tornare a casa. Mi piacerebbe dirmi che stanno rientrando per togliere i panni stesi e rigovernare le galline prima che arrivi il temporale, ma so bene che per la maggior parte dei presenti l’orrore sta diventando troppo da sopportare. Il boia, che ha posato la scure ma ha impugnato una spada affilata che appare come un’arma di tortura, resta incappucciato e, in controluce, sembra sempre più un nero spettro dei racconti di terrore. Intorno al ceppo nessuno si è degnato di pulire ed è tutto pieno di sangue, ormai un po’ rappreso ma ancora vermiglio.


Come possono permettere una cosa del genere? È una ragazzina. È in un’età in cui certe bravate vengono punite con un paio di schiaffi e tre giorni di reclusione in camera, in attesa delle scuse, della riconciliazione con i genitori, della maturità che arriva con il tempo.


Lei, però, di tempo non ne ha più. Ha fatto un errore da fanciulla qual è e pagherà con la vita. Una giovanissima quasi-donna estroversa, piena di vita, forse un po’ maliziosa ma tanto buona, costretta a posare la testa sul ceppo per i capricci, le insicurezze, i folli giochi di un mostro che sta terrorizzando ormai da anni tutte le persone sulla piazza… e non solo.


Caterina poggia la testa sul ceppo. Sento le gambe che vengono meno. Non posso evitare di chiedermi che cosa si debba provare a vedere da vicino tutto quel sangue, a sentirne l’odore acre, a comprendere che si sta attaccando sotto le tue scarpe, a guardare l’orlo di uno dei tuoi abiti preferiti macchiarsi, ed a sapere che ben presto lì in terra ci sarà anche il tuo, e che tu non potrai vedere più niente, perché non sarai più niente.


Non devi pensarci. Non devi pensarci. Non devi pensarci.

Ma è troppo tardi. Non puoi far niente per lei.

E forse non salverai nemmeno te stessa.

Che orrore, che orrore…


Non mi rendo nemmeno conto di star delirando. Chiudo gli occhi nuovamente, ma l’oscurità mi sovrasta, il mio corpo non risponde più e in pochi secondi non sono in grado di sentire più nulla.



* * *


Il buio, da gelido tormento, all’improvviso si trasforma in una coperta soffocante. Per pochi attimi mi sento ancora nel panico, poi mi volto rapidamente sulla destra e riconosco le finestre ad arco di casa mia. Sono nel mio letto ed il rumore insistente che mi sembrava di sentire appena dopo il delirio era quello di una pioggia scrosciante che sta continuando ad imperversare. Le torce sono accese, ma ho l’impressione che stia davvero calando il buio, non solo perché il tempo è pessimo, ma proprio perché la giornata sta per volgere al termine. Quanto ho dormito? E soprattutto… come sono finita qua?

Amy!” chiamo con tutta la voce che ho, anche se mi rendo conto di essere debole e di avere mal di gola.

Amy doveva essere dietro alla porta di camera mia, perché entra subito, il sollievo dipinto sul volto.

Adesso vi sentite meglio?” mi chiede con sollecitudine.

Io...” gracchio debolmente. “Non lo so. Forse un po’ meglio, sì. Ma che è successo?”

Siete svenuta, Milady. Siete crollata al momento dell’esecuzione della Regina Caterina. Per fortuna quasi tutti avevano gli occhi puntati sul patibolo. Un uomo vicino a voi ha visto che il velo che avevate sul viso si era alzato e vi ha riconosciuto, ma grazie a Dio si trattava di una persona fedele al vostro ricordo. Ve lo avevo detto, Milady: a corte sono in tanti a portarvi ancora rispetto” conclude senza nascondere gli occhi lucidi.

Continuo a non capire, Amy. Sono stata salvata da quest’uomo? E Anthony?”

Quel galantuomo vi ha rimesso il velo, forse mentre nessuno stava guardando. Ha rassicurato le persone intorno a lui dicendo di conoscervi. Anthony nel frattempo ha attraversato la folla, si è presentato come vostro uomo di servizio e vi ha preso in braccio, portandovi verso la carrozza.”

Sono incredula. Anche in una giornata terribile, la fortuna sembra quasi sorridermi. O forse è semplicemente il fatto che, ora che sono una semplice Lady, nessuno mi considera più come un tempo. Forse quell’uomo ha provato simpatia per me ed ha avuto pietà delle mie condizioni. E di sicuro nessuno ha collegato Anthony alla mia persona, un po’ perché per i nobili la servitù è sempre invisibile, un po’ perché i cortigiani, negli ultimi tempi, hanno iniziato ad evitare i signorotti di campagna, come quelli che vivono vicino a me, considerandoli meno nobili di loro. Anche la mia carrozza, modesta e nascosta sotto degli alberi ampi e bassi, non deve essere stata collegata in alcun modo a me.


Anthony! Milady si è svegliata!”

Il grido di Amy che richiama il marito appena fuori dalla porta mi fa trasalire. I miei nervi risentono ancora di tutto quello che è successo oggi. Mi chiedo se i miei umori non stiano diventando freddi e maligni, e, se è così, so che non è a causa del clima e del dannato inverno inglese che sembra non finire mai.

Anthony si avvicina alla porta di camera mia con i passi lenti e pesanti che ho imparato a riconoscere, ma il fiato grosso tradisce l’affanno. Anche lui deve essersi preoccupato molto per me, come la moglie. Nel vedere il suo sorriso aperto, per un attimo mi sento in colpa. Sono le uniche persone che si preoccupano per me, ormai sono un po’ avanti con gli anni, ed io li ho trascinati in questa mia follia.


Milady, come state? Quando vi ho tirato giù dalla carrozza avevate già ripreso conoscenza, ma tenevate gli occhi chiusi. Mi avete detto: lasciami dormire. Sembravate in preda alla febbre. Ho avuto paura. Vi ho consegnata a Amy, che vi ha messo nel letto. Vi siete addormentata. Ho chiamato il dottore e lui è venuto subito, ma ha detto che non c’era febbre e che stavate solo riposando. Ha detto che forse avete avuto un crollo di nervi. Ha detto anche che ritornerà domani a controllarvi.”

Non c’è da stupirsi i vostri nervi non vi abbiano assistito, Milady! Deve essere stato uno spettacolo orribile… e poi, proprio voi...”


Le ultime quattro parole sono quasi sussurrate. Il silenzio invade improvvisamente l’abitacolo. So a che cosa stiamo pensando tutti e tre, ma non riesco a dirlo, solo ad ammetterlo tra me e me. Sono stata pericolosamente vicina a quel patibolo, e non come semplice spettatrice.



* * *



Con l’aiuto di Amy, mi sono lavata, sistemata, preparata per la cena. Lei avrebbe voluto portarmi da mangiare a letto, ma io ho insistito per scendere al piano di sotto e cenare con loro. Ci sediamo sempre insieme noi tre, sembriamo una famiglia anche se loro sono al mio servizio, e stasera ne ho più bisogno che mai.


Eppure io apparterrei ad un altro nucleo familiare. Io sono l’amatissima sorella del Re Enrico VIII. Un eufemismo davvero ridicolo, considerato che siamo stati sposati per sette mesi e tutte le persone che erano nel cortile con me stamattina si sono rivolte a me più di una volta con l’appellativo di Regina. Tuttavia, sono convinta che, se oggi sono stata riconosciuta soltanto da una persona, è perché nessuno si è mai soffermato su di me più di tanto, nessuno ha mai voluto celebrare la mia bellezza. Io sono rimasta sempre e comunque Lady Anna di Clèves, la nobildonna tedesca che non conosceva nessuna famiglia inglese. La straniera arrivata da lontano per ragioni politiche. La donna bruna, matura, quieta che forse avrebbe dato tranquillità all’irascibile Enrico.


Era Caterina la vera stella della corte. La dama di compagnia più giovane e più bella, la ragazza scaltra e impertinente che si appartava con i suoi amanti, la fanciulla vezzeggiata dal Re che si comportava con lei in un modo che mi è subito sembrato morboso.


Più osservo la pioggia che attraversa la notte come ferro liquido, più mi sembra di rivivere tutto. Sapevo che cosa era accaduto alle altre mogli del Re. Una obbligata a divorziare, una decapitata, una morta giovanissima. Ero consapevole che essere la quarta regina in pochi anni era indizio di una posizione quanto mai precaria, ma non mi ero resa conto che la corte si sarebbe rivelata, a tutti gli effetti, la sede di un mostro.


Se ci ripenso ancora oggi, mi sento inorridire. Quel fiato terribile, quei denti marci, quegli occhi acquosi da ubriacone molesto, quelle forme strabordanti che comprimeva in abiti da paggio (tanto tutti i cortigiani lo avrebbero lodato lo stesso), quella gamba gonfia per la gotta. E poi i capricci da bambino, le prepotenze quotidiane, la rabbia distruttiva che gelava il castello, le attenzioni lascive verso qualunque donna. Caterina, nonostante la sua immaturità, mi piaceva, e quando Enrico ha iniziato ad essere fin troppo esplicito con lei ho avuto paura per entrambe. Per il mio presente e per il suo futuro.


So che in tanti, a corte, hanno spettegolato dicendo che mi è andata bene. Che con il divorzio mi sono salvata la vita. Odio le dicerie di corte, ma in questo momento non mi sento di dar loro torto. Io ho avuto l’unica colpa di non essere rimasta incinta in pochi mesi di matrimonio, e di non essere mai andata a genio a parte della nobiltà locale per via delle mie origini tedesche. Non c’erano elementi per incriminarmi di nulla, è bastato ripudiarmi come donna infertile. Caterina, invece, da ragazza giovane qual era, pensava di essere la più furba di tutti. Di fare quel che voleva come le regine delle favole e di poter continuare a frequentare i suoi amici intimi. E, proprio come nella più crudele delle fiabe, non si è resa conto che stava andando incontro ad un lupo feroce.



Il temporale fuori mi fa ancora paura, ma almeno sono tornata nel mio ambiente naturale: la campagna. In Germania, la zia che mi faceva da tutrice era molto severa, e io avevo timore del suo sguardo e delle sue bacchettate, ma appena uscivo di casa ero libera di camminare per campi e boschetti, specie durante la bella stagione, che era piacevole, asciutta, mai troppo calda. Persino le piogge erano ben accolte, perché irrigavano un terreno piuttosto secco.

Qui, in questa Inghilterra perennemente umida, solo in aperta campagna torno a respirare un po’. La città è buia e spaventosa in inverno, soffocante in estate. È una nazione malata, corrotta dalla paura che incute un re diventato tiranno.


Per questo motivo, so che non mi posso considerare ancora del tutto sfuggita al patibolo: qualche invidioso o, più facilmente, qualche disperato, pur di salvare se stesso, potrebbe fare il mio nome al momento sbagliato. La dinastia Tudor avrebbe dovuto mettere fine ai meschini sotterfugi ed alle piccole vendette attuate durante la guerra tra York e Lancaster, ed invece li ha moltiplicati. Ho la sensazione che nessuno, né io né nessun cittadino inglese, avrà pace finché il mostro non sarà stato definitivamente sconfitto. Sarà solo allora che l’incubo smetterà di tormentarci. E, anche se probabilmente io non potrò assistervi, inizierà una nuova pagina della nostra storia.



FINE




ALCUNE PRECISAZIONI


Nonostante le sfumature horror che ho cercato di dare, per attenermi al tema di ottobre, questo racconto vuole essere soprattutto uno storico, ed è un mio personale omaggio a Philippa Gregory, scrittrice e professoressa di Storia Moderna inglese della quale sono grande fan, ed ai suoi romanzi, specie L’eredità della Regina, che narra le vicende di Anna di Clèves e Caterina Howard, rispettivamente quarta e quinta moglie di Enrico VIII.


La storia è ambientata a Londra nel 1542, anno dell’esecuzione di Caterina. Ovviamente il fatto che Anna abbia voluto assistere è frutto della mia immaginazione, una sorta di mia “licenza storica”. Non c’è alcun riscontro!


Si sa, invece, che Anna di Clèves fu praticamente obbligata a divorziare dopo sei/sette mesi di matrimonio, che fu messa in una casa di campagna con persone di servizio, che fu insignita del dubbio titolo di amatissima sorella del Re e che visse relativamente serena fino al 1557, anno in cui morì per cause naturali. La sua sterilità resta da dimostrare: Enrico VIII era in un’età che ai tempi veniva considerata matura, e in più era obeso e affetto da tante patologie. Anche l’adulterio di Caterina Howard, per quanto probabile, non può considerarsi certo, perché erano pur sempre tempi di complotti, anche decisamente meschini.


Il “fatto di sangue” a cui mi riferisco, che ha dato il via alla trasformazione della Torre di Londra da carcere comune a luogo di orribili leggende, è la sparizione di due figli maschi di Elisabetta Woodville di York, nonna materna di Enrico VIII. I due bambini erano stati imprigionati lì per motivi politici e non erano mai più usciti dalla Torre.


La nascita di Enrico VIII (e del fratello maggiore Arturo, morto giovanissimo) avrebbe dovuto significare una fase di prosperità e pace, perché il padre di origini Lancaster e la madre di origini York si erano uniti in matrimonio, ponendo fine alla Guerra delle Due Rose. La dinastia Tudor si rivelerà un momento importantissimo per la storia inglese, ma porterà con sé anche tutti i problemi delle monarchie assolutistiche. La “nuova pagina” a cui Anna si riferisce è quella di Elisabetta I, determinante per la storia moderna europea, ma, purtroppo, ancora molto sanguinaria.


Un’ultima precisazione: i nomi di Anthony e Amy sono un altro piccolo omaggio a Philippa Gregory. Si riferiscono a due personaggi minori dei suoi romanzi: nello specifico, al saggio fratello maggiore di Elisabetta Woodville (da La regina della Rosa Bianca) e alla sfortunata moglie di Sir Robert Dudley, favorito e amante di gioventù di Elisabetta I (L’amante della regina vergine).


Concludo lasciandovi i link ai post e booktag in cui ho parlato di questi e altri romanzi:

1) La serie della Guerra delle Due Rose

2) Caterina, la prima moglie

3) L'amante della Regina vergine

4) L'eredità della regina



Io ho scritto parecchio, quindi ora tocca a voi raccontarmi le vostre impressioni!

So che mi sono dilungata un po’ nella parte delle spiegazioni storiche, ma ci tenevo che tutto fosse chiaro, dopo il “mistero” che è aleggiato nel corso della narrazione.

Spero di aver azzeccato il tema del mese e di avervi fatto venire almeno un brividino!

Vi invito, come sempre, a seguire tutti i post con il banner della rubrica “Storytelling Chronicles”… per leggere qualche altra storia spettrale!

Grazie ancora per la lettura, al prossimo post :-)

2 commenti :

  1. Però! Ti sei impegnata parecchio e il racconto è molto avvicente.
    Hai fatto bene a scrivere le precisazioni finali, perché non avevo capito che fosse ispirato a fatti storici realmente accaduti.
    Nel complesso, "voto diesci". ��

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    1. Ciao Claudia! Grazie mille, sono contenta che il racconto ti sia piaciuto! Eh sì, è liberamente tratto da fatti storici veri, per questo ho inserito qualche spiegazione 🤗

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