giovedì 30 novembre 2023

I PREFERITI DI NOVEMBRE 2023

Tutto quello che mi è piaciuto in questo mese



Cari lettori,

ultimissimo giorno di novembre!

Di solito questo mese non è molto divertente, anzi, è parecchio impegnativo. Questa volta però devo dire che rispetto ad altri anni è stato un mese pieno sì, ma non solo di doveri e lavoro: c’erano anche alcuni appuntamenti importanti di altro genere, per i miei affetti o per svago, e, pur essendo veramente stanca qualche giorno, sono riuscita a farci stare tutto quanto. Così, pur essendo un po’ cotta, sono anche contenta. In generale sono abbastanza fiera di me per come ho gestito questi mesi autunnali: alcune cose non sono andate come pensavo e c’è stato un cambiamento importante, però non ho mai dimenticato di prendermi degli spazi per me e di intervallare i doveri a qualcosa di bello, e questi per me sono obiettivi importanti.


Ora, come d’abitudine, passiamo ai preferiti del mese, dai libri ai film, dalla musica alla poesia alle foto del periodo!



Il libro del mese


Alice Allevi ed il suo dottor CC (Claudio Conforti) sono da tempo a Washinghton. Lei si avvicina ai trenta ed ha quasi finito il lungo percorso di studi per specializzarsi in Medicina Legale: il Dottorato americano l’ha resa più sicura e competente. Lui, invece, è ormai più vicino ai quaranta e sta cercando in tutti i modi di arricchire il suo cursus honorum per tornare in Italia… da Supremo.


Già, perché il Supremo vero e proprio, storico direttore dell’Istituto di Medicina Legale, purtroppo è venuto a mancare da qualche tempo, e la temutissima Wally, la dottoressa Valeria Boschi, sta esercitando una sorta di reggenza. Il bando di concorso per l’elezione del nuovo dirigente è stato appena pubblicato e Claudio è intenzionato a partecipare. Anche Alice, che ha appena concluso il suo dottorato, non se la sente di iscriversi all’Albo americano dei medici legali ed ha grande nostalgia di Roma.


Nella città eterna non li aspettano le famiglie, che vivono altrove – anche se nonna Amalia non si scorda mai della sua Alice - , ma gli amici di sempre, che con il tempo sono diventati una sorta di famiglia acquisita.


Cordelia, la figlia del Supremo, cara amica ed ex coinquilina di Alice, sta per sposarsi, ed ha coinvolto tutti nel suo panico prematrimoniale. In Istituto ci sono i soliti compagni di disavventura, come Lara, ma anche nuovi specializzandi desiderosi di mettersi in gioco. E, in commissariato, il dottor Calligaris non vede l’ora di riabbracciare la coppia.


Alice è sul suolo italiano da poche ore quando viene convocata per un’autopsia. Si tratta di una ragazza di soli ventitré anni, che frequentava l’Università ed era riuscita ad entrare con borsa di studio in un prestigioso collegio, dove il soggiorno è permesso solo a chi ha una media eccellente. Una donna esemplare, dunque. Ma l’ambiguità di alcuni amici della vittima ed i segreti del passato della sorella fanno pensare.


Ovviamente Alice, con grande costernazione di CC (che comunque ormai si è abbastanza rassegnato), non si limita a svolgere i suoi doveri di medico legale, ma inizia a scavare tra le frequentazioni della vittima e, con sprezzo del pericolo e completamente dimentica di essere vicina ai trenta, inizia a passare dal concerto dei gruppi rock di ambiente universitario agli studentati che non frequenta più da anni. Con grande sorpresa di tutti – specie del lettore – stavolta è il dottor Calligaris ad intimare ad Alice di andare un po’ più con i piedi di piombo.


Nel frattempo, sia lei che CC sono coinvolti in un altro caso: un’associazione contatta l’Istituto perché è stato ritrovato un bimbo africano, completamente perso in mezzo a Roma, ed è necessario accertare che non abbia subito maltrattamenti. Il bambino, che dice di chiamarsi Emi, è in salute, ben vestito, a suo agio con gli adulti. Tutto fa pensare che sia un bimbo felice. Ed allora perché vagava abbandonato?

Le prime indagini rivelano che il piccolo è figlio di un imprenditore africano e che qui in Italia è stato affidato alla sua tata, che però è misteriosamente scomparsa.


Giorno dopo giorno, Alice capisce che il caso di Emi e quello della ragazza del collegio sono collegati, e cerca di far luce sull’intricata vicenda.



La ragazza del collegio è uno di quei titoli che restano in TBR per una vita, poi, passato soprattutto l’hype dei primi tempi, quasi te ne dimentichi, finché non lo trovi quasi per caso in biblioteca e ti ricordi quanta voglia avevi – ed hai ancora – di ritrovare Alice e CC. Devo dire che, dal punto di vista romance, questo libro è una sorpresa. Chi ha letto la serie di Alessia Gazzola sa bene quanto l’amore tra i due protagonisti sia stato travagliato: prima lei era convinta di amare un altro (il fratello di Cordelia) e lui faceva il donnaiolo con altre specializzande, poi c’è stata una sorta di rivalità sul lavoro, poi ancora ha giocato un ruolo sfavorevole il fatto che CC fosse un superiore di Alice… insomma, è stata lunga e difficile!


È un vero piacere ritrovare la coppia così unita ed affiatata, sia in America che in Italia. Ovviamente per due persone così il Paradiso non esiste, e quindi sì, un problema c’è, ma in un certo senso anche questo entra nel quadro di una coppia solida. Alice, infatti, ha subito un aborto spontaneo e da quel momento nemmeno il caso più spinoso riesce a distrarla completamente dal suo desiderio di maternità. Se pensavate che vedere CC innamorato e deciso ad impegnarsi fosse strano, pensate a quanto è stato strano vederlo girare tra ginecologi e centri per la fecondazione assistita! È un personaggio che è cresciuto moltissimo, forse ancor più di Alice.


Il fatto che uno dei due casi di questo romanzo riguardi proprio un bambino cementa ancor di più le intenzioni della coppia. Quando parliamo di questa serie non pensiamo mai a grandi e complessi intrecci gialli, però devo dire che dei colpi di scena ci sono stati.


Alessia Gazzola, nei ringraziamenti, ha scritto che “Alice e CC tornano sempre”. Può essere, e li aspettiamo, ma nel frattempo lasciamoli nel loro idillio personalizzato.



Il film del mese


Siamo nel maggio del 1946, a Roma. La protagonista è Delia, moglie e madre che vive in un quartiere popolare della città, ed ha una vita difficilissima.


È sposata con Ivano, un uomo violento che la picchia costantemente e le rivolge parole sgarbate ed umilianti tutto il giorno. Ha tre figli: Marcella, la maggiore, che lavora in una stireria e sta per fidanzarsi con il figlio dei padroni di un bar del centro, e due maschi adolescenti, che non fanno altro che litigare e picchiarsi tutto il giorno senza degnare di uno sguardo la madre. La famiglia è completata dal suocero, uno dei peggiori personaggi possibili: per una vita strozzino, così crudele con la moglie da provocarne il suicidio, ora invalido ed ovviamente sulle spalle di Delia, che tratta come una serva.


La nostra protagonista si sveglia all’alba, prepara la colazione per tutti ed il pranzo di lavoro per il marito, accudisce il suocero, poi esce per fare mille lavori che possano aiutare la famiglia: punture, riparazioni di sartoria, ricostruzione di ombrelli ed altro ancora. Ivano le sequestra tutti i suoi soldi, che per lui sono sempre pochi, ma non sa che la donna, di nascosto, mette via alcune lire per l’abito da sposa di Marcella.


Tutta la famiglia, infatti, non vede l’ora che la primogenita sposi il giovane fidanzato, in modo da imparentarsi con una famiglia borghese e fare un salto di classe sociale. Delia, che all’inizio era la più entusiasta di tutte, inizia però a rivedere in sua figlia e nel suo futuro genero delle scene che le ricordano la sua gioventù con Ivano, e, siccome è un film di cui ha già visto il finale e non le piace affatto, inizia a preoccuparsi molto.


Per di più, il suo amore di gioventù, un meccanico, torna alla carica e le propone di fuggire insieme e di andare a lavorare al Nord.


Sullo sfondo ci sono gli americani che presidiano l’Italia, la miseria del Dopoguerra e le elezioni del 2 giugno 1946 che si avvicinano.



C’è ancora domani è a tutti gli effetti “il film del mese”, nel senso che, non so da voi, ma i due cinema dove io vado abitualmente hanno proposto praticamente solo questo film per tre weekend di fila. Ed a ragione, perché il successo di quest’opera prima della Cortellesi come regista è stato davvero travolgente e meritato.


È stata definita un’opera neorealista, ed è giusto dirlo, perché la fotografia degli anni ‘40 è stata fedele alla realtà del tempo ed impietosa: davvero la condizione di Delia era quella in cui vivevano moltissime donne del tempo.


Il messaggio del film, però, secondo me è molto più contemporaneo. Non si parla solo di anni ‘40, ma della condizione della donna in generale: forse nell’Italia di oggi sono poche le donne che vivono proprio come Delia, ma le tante sfortune che le capitano sono problemi del genere femminile ancora adesso, anche se magari in forme diverse.


C’è chi su internet ha scritto che questo film è “la nostra Barbie” e devo dire che mi trovo d’accordo. Certo, il film di Greta Gerwig (di cui vi avevo parlato qui) è una commedia blockbuster americana ambientata tra la contemporaneità ed un mondo fantasy, mentre quello della Cortellesi è una produzione nazionale di genere dramedy che ci riporta negli anni ‘40.


Però entrambi i film raccontano il mondo femminile come solo una donna può fare, entrambi pongono al centro dell’attenzione la disparità del genere, entrambi individuano nella decostruzione individuale e nell’unione delle donne tra loro le chiavi per lottare contro la sopraffazione patriarcale, entrambi lasciano allo spettatore molto su cui riflettere ed un senso di speranza.


Il 2023 è stato un anno importante per la cinematografia al femminile, e spero che questo sia un buon segnale per il futuro.



La musica del mese


Continuiamo il nostro percorso alla scoperta dei testi di Taylor Swift.


La canzone di novembre, come il film… è proprio del mese, visto che è uscita il 27 ottobre. In questa data, infatti, è stata pubblicata la riedizione di 1989, suo quinto album e forse suo più grande successo, con le vecchie canzoni re-incise con la sua voce di adesso, più cinque inediti davvero super.


La mia preferita delle cinque è Say don’t go, per me davvero la canzone giusta al momento giusto. È un brano che racconta una cosiddetta situationship: un “qualcosa” che è scattato tra due persone, basato su un mix di curiosità e chimica, che però finisce per non concretizzarsi o per finire dopo poco, solitamente a causa dell’ambiguità di una delle due persone.


In questo caso, la protagonista della storia si sente confusa a causa dell’atteggiamento dell’uomo che le interessa e finisce per sentirsi di fatto sola:


L’ho capito fin dall’inizio

siamo uno sparo nel buio più buio

oh no, oh no, sono disarmata

l’attesa è una tristezza

che scompare pian piano nella rabbia

oh no, oh no, non smetterà


Sto sulla fune dell’equilibrista, da sola

Trattengo il mio respiro ancora un po’

sono già per metà fuori dalla porta, ma non si chiuderà

sto conservando la speranza perché tu dica

Non te ne andare”


Gli ultimatum si susseguono, ma deludono sempre più la protagonista, che alla fine chiude definitivamente, si allontana da tutta la situazione e, vedendola sciogliersi come neve al sole, rilascia tutte le emozioni che aveva trattenuto:


Perché hai dovuto prendermi in giro?

Perché hai dovuto rigirare il coltello?

Andartene via e lasciarmi a sanguinare

Perché sussurri al buio

per poi lasciarmi sola nella notte?

Ora il tuo silenzio mi fa urlare

Dillo: “Non te ne andare!”

Resterei per sempre se tu dicessi

Non te ne andare!”

Ma non lo farai…


Quello che mi piace di questa canzone è il fatto che, nonostante ci sia tanta rabbia e tristezza, suoni come un saluto definitivo, un “adesso basta”, un ripartire da capo. E da se stessi. Trovate la canzone a questo link.



La poesia del mese


Per il mese di novembre ho pensato ad un breve componimento di Jorge Luis Borges, dal titolo La luna.


C’è tanta solitudine in quell’oro.

La luna delle notti non è la luna

che vide il primo Adamo. I lunghi secoli

della veglia umana l’hanno colmata

di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.



Le foto del mese


Abbiamo iniziato il mese con un graditissimo ponte! Mercoledì 1 novembre, dopo un giretto di rito al mercato, abbiamo inaugurato novembre con una tortina della Pasticceria Regina al mascarpone e frutti di bosco.



Venerdì 3 novembre è stato un giorno dedicato all’arte a Palazzo Reale, tra la mostra di Morandi (di cui vi ho parlato in questo post) e quella di Goya (di cui spero di parlarvi presto!).



Il weekend dell’11 e del 12 sono tornati in Italia la mia amica Luana, che vive in Inghilterra, con il marito Jordan. Hanno organizzato un pranzo di famiglia in un ristorante della zona, una sorta di pre-Natale visto che poi a dicembre non ci saranno, ed hanno invitato anche me. Per l’occasione mi sono vestita di nero e verdino chiaro! Anche se non sembra, non ho comprato insieme maglione e borsa, ahah :-)



Sabato 25 io e mia madre ci siamo unite ad un gruppo organizzato per una gita che sognavo di fare da prima del Covid, e finalmente c’è stata l’occasione: i mercatini di Natale in Trentino! La mattina abbiamo visitato Rango, considerato uno dei borghi più belli d’Europa, ed il suo mercatino tra le grotte naturali e le fattorie ristrutturate…



Dopo un buon pranzetto, ci siamo dedicate al secondo mercatino, a Canale di Tenno! Un suggestivo borgo medioevale alla fine di una strada panoramica di montagna. È stata una giornata bellissima, e non potevo inaugurare meglio questa stagione natalizia!




Questo è il mio novembre in breve! (Insomma… come al solito ho scritto troppo).

Solita comunicazione di servizio, che immagino vi aspettiate già: settimana prossima i post sono ancora ordinari, poi il blog indossa il suo “vestitino delle feste” per qualche settimana! Avremo – credo – quattro post a tema natalizio in due settimane per il nostro usuale Christmas countdown, poi, dopo il Natale, i soliti riepiloghi e classifiche di fine anno. Questa è una di quelle tradizioni del blog a cui non riesco proprio a rinunciare, e spero che faccia piacere anche a voi!

Fatemi sapere, nel frattempo, com’è stato il vostro novembre!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 27 novembre 2023

GRADITI RITORNI NOIR

 Due romanzi di Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni




Cari lettori,

per le nostre “Letture… a tema”, oggi ci dedichiamo alla Casa Editrice Einaudi, al genere noir ed a due autori che avete visto spesso su questi schermi, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni.


Il primo è autore di svariati romanzi – come quello che ha per protagonista una ragazza chiamata da tutti La Svedese – e serie, la più recente delle quali ha per protagonista il PM Manrico Spinori, un nobile decaduto con una madre ludopatica ed una grande passione per la lirica, che gli è utile anche nella risoluzione dei casi.


Il secondo, già molto noto per le serie del commissario Ricciardi, dei Bastardi di Pizzofalcone e di Mina Settembre, di recente ha scritto alcuni romanzi che hanno per protagonista Sara, un’agente dei Servizi in pensione costretta a tornare sul campo da una serie di circostanze familiari e personali.


Negli ultimi mesi, sia Manrico Spinori che Sara Morozzi sono tornati in libreria! Personalmente, come spesso faccio, ho ordinato le novità in biblioteca, pensando che sarei stata in fondo ad una lunga lista… ed invece questi due personaggi mi hanno sorpreso, arrivando in coppia!


Oggi ve li racconto meglio…



Colpo di ritorno, di Giancarlo De Cataldo


Una morte trasteverina sconvolge la Roma bene: si tratta del mago Narouz, o meglio di Capomagli Giuseppe, un tempo pasticcere ed ora “operatore dell’occulto”, e non certo per poveri disperati. Tra la sua clientela c’erano ricconi con il vizio del gioco, attori e personaggi della tv, persino politici. Tutte persone disposte a pagare migliaia di euro per una seduta di un’ora e qualche discutibile amuleto.


Manrico Spinori, che già deve convivere con la madre ludopatica, la signora Elena, che ogni tanto tenta ancora la fuga verso il casinò con le ormai magre finanze di famiglia, e non ne può più di numeri del lotto e amuleti che portino fortuna, si ritrova costretto ad occuparsi del caso. I suoi superiori conoscono la sua proverbiale discrezione e riservatezza e non affiderebbero una morte così imbarazzante a nessun altro.


Narouz, che più che un mago era un confessore degli scabrosi segreti della Roma ricca, si è portato nella tomba segreti che ora i facoltosi clienti si guardano bene dal rivelare.


Manrico ha davanti a sé molte possibili piste, nessuna delle quali lo convince veramente, e nemmeno la sua passione per la lirica gli è d’aiuto come spera. Di solito, ripensare con la mente a tutte le opere ed operette che conosce gli serve molto per le indagini: c’è sempre una scena, un immagine, il gesto o la frase di un personaggio che assomigliano molto a quello di cui si sta occupando, e lo conducono verso la soluzione del caso. Questa volta, però, Manrico non sa davvero dire se Narouz sia stato ucciso per soldi o per passione, per uno scabroso segreto del passato o per un futuro che aveva promesso illudendo qualcuno.


Anche la vita privata di Manrico è in grande confusione: Maria Giulia, la donna con cui ha da mesi un’altalenante relazione, continua ad avere tutta la sua vita a Milano, tra lavoro e figlie, e viene a Roma solo per condividere weekend o momenti particolari – come l’opera – con lui. La confidenza si rinsalda di giorno in giorno, ma nessuno dei due può o vuole fare un cambio di vita. In più, il giovane medico legale con cui egli ha avuto una breve storia continua a cercarlo.


Non solo Manrico, ma anche una delle sue più fidate collaboratrici, l’ispettrice Deborah Cianchetti, è in crisi personale. Ella pensa di essere incinta, e non si sente propriamente un tipo materno. Il suo lato più fragile, però, la aiuterà a collaborare meglio con il suo capo, con cui si è sempre scontrata a causa della grande diversità di vedute.



Colpo di ritorno è un caso che ben si accorda con gli altri precedentemente risolti da Manrico: anche stavolta abbiamo a che fare con morti imbarazzanti e verità nascoste che potrebbero sconvolgere la società bene di Roma. La parte gialla/noir è sempre ben orchestrata e scritta magistralmente. Credo che tutti noi conosciamo alcune vicende di cronaca di rilevanza nazionale legate ad alcuni “maghi famosi” che ovviamente si sono rivelati solo dei truffatori molto abili. Sono rimasta però sconcertata dalle cifre che a quanto pare possono chiedere questi personaggi (e non penso che l’autore abbia inventato proprio niente, è un magistrato e sa di che parla) e dalla quantità di gente disposta a credere alle loro fandonie… anche persone di classe sociale agiata e con un livello di istruzione elevata. Davvero desolante, e dire che prima di leggere questo libro pensavo che ormai la magia fosse “passata di moda”…



Le pagine in cui la vita privata di Manrico e dei suoi collaboratori è posta al centro dell’attenzione, invece, mi sono sembrate un po’ meno sorprendenti. Ora, noi lettori abbiamo capito che Manrico è il classico donnaiolo in crisi di mezza età, ma non è possibile che un uomo così determinato sul lavoro si riveli poi così indeciso nella vita privata. La new entry di questo romanzo – che ci mancava, eh – è la nostalgia per l’ex moglie Adelaide (tutti questi divorziati che cercano disperatamente di “rifarsi una vita” poi diventano regolarmente nostalgici…). Maria Giulia non mi sembra un granché affidabile, e possibile che il medico legale Dubois, così giovane e carina, non abbia nessun altro con cui consolarsi? Insomma, gira e rigira, a me sembra che il nostro protagonista finisca per sentirsi sempre solo.


E la squadra tutta al femminile con cui Manrico collabora sul lavoro era un po’ più interessante prima, ma ora sta vivendo vicende un po’ stereotipate: la tamarrona di periferia con fidanzato uguale a lei che fa tanto la dura ma poi scopre il desiderio di maternità, la ragazza intelligente e riservata che sta insieme ad un professore più anziano ed ovviamente cinefilo, la donna di famiglia il cui marito l’ha tradita per poi pentirsi tre secondi dopo (ritrovandosi buttato fuori dalle comodità di casa…).


Insomma, promuovo ancora una volta la storia, ma per il prossimo romanzo mi aspetterei qualche guizzo in più dal punto di vista privato. Almeno che il nostro magistrato si decida a fare una scelta di campo!



Sorelle – Una storia di Sara, di Maurizio De Giovanni


Sara Morozzi e Teresa Pandolfi sono state più che colleghe, più che amiche: vere e proprie sorelle. Giovani apprendiste presso un’importante Unità dei Servizi, coinquiline, insieme 24 ore su 24, ne hanno viste tante insieme. La morte di Marco, il fidanzato poliziotto di Teresa. La decisione di Sara di lasciare marito e figlio perché innamorata di Massimiliano, il loro capo. Le delicatissime indagini in cui entrambe sono state coinvolte.


Decenni dopo, Teresa Pandolfi è a capo della loro vecchia Unità, non si è più innamorata e vive da sola, dedicandosi interamente alla carriera. Sara invece si è ritirata da anni, prima per assistere Massimiliano che stava morendo di cancro, poi per cercare la pace insieme a sua nuora Viola – purtroppo rimasta vedova di suo figlio – e del nipotino, chiamato come il suo grande amore perduto. Il passato, però, ha bussato già tante volte alla sua porta, ed il peggio deve ancora arrivare.


Teresa è scomparsa. Casa sua ha ancora la porta finestra semi aperta, com’era sua abitudine durante la corsetta mattutina. Mentre faceva jogging, qualcuno l’ha portata via. Nessuno sa dove sia, ma Teresa è nascosta in un capannone abbandonato, piena fino agli occhi di sedativi. L’unica voce che sente è quella del suo grande amore Marco, che, anche dall’Aldilà, le ricorda l’addestramento e la vigilanza costante.


La prima ad accorgersi della scomparsa è Sara, la sua sorella per scelta. Insieme ad Andrea Catapano, vecchio amico di entrambi che si è a sua volta ritirato dai Servizi, comprende che c’è qualcosa che non va, e che la sparizione è probabilmente legata all’ultima indagine non autorizzata di cui si sono occupati tutti e tre (raccontata in questo romanzo).


Sara ed Andrea mettono insieme la squadra più stravagante che si può immaginare: loro due, che sono stati tanto sul campo ma ormai si sentono un po’ obsoleti; il poliziotto Davide Pardo, amico di Sara e “aspirante papà” del piccolo Massimiliano, sempre accompagnato dal fedele – e molesto – Bovaro del Bernese Boris,; Viola, che sta pian piano tornando al lavoro dopo un periodo di disoccupazione e maternità ed è un'abile fotografa.


Mentre la squadra-famiglia di Sara si muove con circospezione per provare a comprendere che cosa è successo a Teresa, altri personaggi fanno i loro giochi. Il Dottore, un personaggio enigmatico che ha a che fare con il passato delle due Sorelle ed ha ottenuto un posto di prestigio nei Servizi dopo essere stato rivale di Massimiliano. L’Avvocato, un tramite rispettabile tra i Servizi e dei non meglio precisati “clienti”. Il Giardiniere, un uomo che vive isolato ma circondato da uomini armati fino ai denti. Un misterioso cardinale che mette a disposizione un convento sui monti affinché altri possano mettervi dei prigionieri molto speciali.


Un gioco molto più grande di Teresa e molto più pericoloso di quanto Sara ed Andrea possano immaginare. Paradossalmente, la chiave risolutiva potrebbe arrivare da ciò che hanno lasciato Marco e Massimiliano, due uomini che non ci sono più ma che le nostre Sorelle non hanno mai potuto dimenticare.



Tutti i romanzi di Sara sono coinvolgenti e scorrono via fin troppo in fretta, nel tentativo del lettore di scoprire che cosa si nasconde dietro il mistero che viene raccontato ogni volta… ma Sorelle ancora di più. È una corsa contro il tempo per salvare una donna che – il lettore l’ha capito subito – è una presenza fondamentale nella vita della protagonista, anche se ella ha minimizzato in più occasioni. È un tuffo nel dossier pieno di segreti che Massimiliano ha creato prima della sua morte, ordinando a Sara di distruggerlo, ordine che ovviamente non è stato eseguito, ogni volta per un motivo diverso. È anche un’azione congiunta di una delle famiglie più inusuali in cui un lettore possa imbattersi.


Tra intrighi e ricordi di un passato doloroso, però, c’è anche una domanda che il lettore non può fare a meno di porsi: succederà, prima o poi, qualcosa tra Viola e Pardo? Ormai sono una famiglia di fatto, si beccano pure come Sandra e Raimondo…


Ho apprezzato anche il personaggio di Nico, chirurgo che ha salvato la vita al piccolo Massimiliano e che è sempre più vicino a Sara. Nulla è come sembra per questo personaggio, e penso che ci sorprenderà ancora.


Sono curiosa di sapere come proseguirà la serie!





Queste sono state le mie letture noir dell’ultimo periodo, e, come avrete visto, questi autori non mi deludono mai! Voi che ne dite?

Li conoscete? Avete letto qualcosa di loro?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 23 novembre 2023

UNA SEMPLICE UTOPIA

 Spazio Scrittura Creativa: novembre 2023




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di novembre con la rubrica Spazio Scrittura Creativa!


Questa volta ho pensato di proporvi qualcosa rimasto nel mio PC forse un po’ troppo a lungo (o forse no, me lo direte voi)… risale ai tempi dell’Università. Come penso un po’ di voi sappiano, ho studiato prima Lettere e poi Filologia Moderna. Tra i vari “curriculum” (filologico, storico, editoriale…) avevo scelto quello artistico – teatrale ed avevo frequentato alcuni laboratori davvero interessanti, tra cui uno in Drammaturgia.


Come elaborato finale dovevamo produrre una sorta di monologo che fosse una biografia romanzata di uno scienziato e/o un imprenditore italiano del XX secolo. Dovevamo pensare al soggetto da ritrarre (ed informarci di conseguenza), al narratore (lo scienziato stesso o qualcun altro?), al frammento di tempo da raccontare (non si doveva andare oltre un tot di battute e di certo non si poteva esporre in modo esauriente una vita intera).


Sarà che la macchina da scrivere è un oggetto importante per tutti noi letterati e dintorni, ma ho finito per pensare ad Adriano Olivetti. Quello che mi ha convinto definitivamente, però, è stata la scoperta di un episodio particolare che non conoscevo affatto: il coinvolgimento della famiglia Olivetti e del Presidente della Repubblica Sandro Pertini nella fuga del socialista Filippo Turati, ricercato dai fascisti. Per saperne di più su questa storia, vi consiglio questo articolo, che è parecchio esaustivo.


Ricordo che ho pensato chiaramente ad un Olivetti raccontato da Pertini. Un monologo, una breve biografia romanzata che diventasse anche un inno alla libertà, contro ogni totalitarismo e limitazione dei diritti.


È da settembre che ci penso, e sinceramente mi spiaceva lasciarlo ancora nel mio cassetto. Spero di aver fatto bene a riportarlo alla luce!



Una semplice utopia


Quanti sono ottantadue anni? Qual è realmente il loro peso?

Chi potrà dire, tra quanti verranno dopo di noi, se questi anni sono stati ricchi di buone idee e di frutti preziosi, o se, in fondo, non ci è successo niente di speciale?

È l'estate del '78, e per me, Sandro Pertini, è forse il momento di guardarmi indietro, per poter capire come mai sono arrivato alle soglie di una nuova avventura proprio a quest'età. Su una cosa non ho dubbi: la mia vita è stata ricca. Forse non di opere, né di eventi straordinari, ma, senz'altro, di legami.

Nei miei discorsi finisco spesso per parlare dei giovani. Più ripenso a questa mia abitudine, e più mi convinco che è perché gli anni della mia giovinezza sono stati caratterizzati da tanti incontri da ricordare. E non sto parlando solo di quelle figure che ho conosciuto e frequentato per anni.

Alcune persone, infatti, mi sono passate accanto quasi in silenzio; abbiamo condiviso solo una breve avventura, o poche ore del nostro tempo. Tuttavia, il loro ricordo mi è rimasto impresso, e, proprio ora che alcune di loro non ci sono più, mi tornano in mente con più frequenza.


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Una di queste è Adriano Olivetti, da tutti conosciuto come Ingegnere laureato al Politecnico di Torino, diventato poi famoso a Milano tramite la fabbrica che tuttora porta il suo nome.

Credo di essere stato una delle poche persone ad intuire ed apprezzare anche la faccia più nascosta di Adriano: quella dell'impegno civile e politico, al servizio dello Stato, per il quale non si è risparmiato, proprio come ha fatto con la sua fabbrica.

Niente come l'occasione in cui l'ho conosciuto dimostra meglio tutto questo. È il dicembre del 1926 e, in seguito all'applicazione delle leggi straordinarie fascistissime, sono stato dichiarato “avversario irriducibile del corrente regime”. Prima di me, così è stato etichettato Filippo Turati, la cui casa è ormai sorvegliata.

La nostra decisione è, dunque, espatriare e dirigerci in Francia. Ed è stato in quella circostanza, il 12 dicembre, in mezzo al freddo ed alla nebbia di una qualunque notte invernale, che ho avuto il mio contatto più ravvicinato con Adriano Olivetti. È stato infatti lui, alla guida di una delle due macchine, insieme a Carlo Rosselli e Ferruccio Parri, ad agevolare la nostra fuga. Dopo aver fatto ospitare Turati dal suo dirigente Giuseppe Pero, l'ha accompagnato a Savona, dove c'ero io ad aspettarli, affinché noi fuggitivi potessimo imbarcarci sul traghetto. Di quell'incontro breve e concitato ricordo un ragazzo timido, piuttosto impacciato, dai modi non sempre rapidi e non certo sicuri; ma, fin da allora, ho potuto intuire anche tanta decisione nascosta dietro le sue parole sussurrate ed il suo sguardo incerto e sognatore.


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Quando io l'ho incontrato, egli aveva appena venticinque anni. Egli è nato, infatti, a Ivrea, da padre ebreo, Camillo, e madre valdese, Luisa, l'11 aprile del 1901. Una delle prime attività di impegno civile e politico che egli ha svolto è stata quella alla redazione de “L'azione riformista”; si è occupato di questo giornale in collaborazione con il padre, e, in seguito, anche da solo. Una caratteristica che, a distanza, ho sempre compreso e stimato di lui è il suo tentativo di tenere in piedi dei progetti con costanza, anche nei momenti più difficili, a meno che essi non si rivelino proprio senza futuro. Probabilmente, senza questa tenacia, non sarebbe riuscito a fare della sua fabbrica quello che poi è stato.

Il periodo dell'Università ha dato modo ad Adriano di cementare i suoi studi in campo tecnico e scientifico. I suoi studi sono stati a tutto tondo: si è occupato non solo del settore industriale, ma anche di quello urbanistico, ed ha, in generale, abbracciato il settore delle scienze con quello stesso entusiasmo e quella dedizione che non ha mai perso occasione di dimostrare.


Ma quegli anni sono stati importanti per lui anche a causa della conoscenza e della frequentazione della famiglia Levi, soprattutto di Gino, suo compagno di corso. È questo stretto legame tra di loro che ha fatto sì che anche Adriano abbia partecipato alla nostra fuga del '26. Filippo Turati, infatti, è stato mandato a Ivrea proprio dalla famiglia Levi. È forse in anni come questi che si è delineato il carattere di Adriano adulto: non solo, infatti, la sua sensibilità nei confronti delle ingiustizie civili, ma anche e soprattutto la disponibilità ad agire in prima persona, rischiando lui stesso per difendere chi, come me, si è trovato nella condizione di perseguitato.


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A questo proposito, se dovessi descrivere quegli anni con un colore, per quello che mi riguarda userei sicuramente il rosso. Non c'è, infatti, un colore più adatto di questo per descrivere il mio acceso attivismo, che ho rischiato di pagare molto caro, e la determinazione nel prendere posizioni che, in quegli anni, erano più che mai pericolose.

Adriano, invece, avrebbe potuto completarmi. Io vedo la sua storia come dipinta di verde smeraldo, il colore a me complementare. Lo immagino così, immerso in una vita ed una quotidianità dalle tinte apparentemente tranquille, ma sempre pronto, nel momento più inaspettato, a mostrare un guizzo di una sfumatura più brillante.


Forse le scintille più sfavillanti sono state quelle sprizzate poi, in seguito all'incontro fondamentale di Adriano con Milano, sua città d'adozione dopo il matrimonio con Paola Levi. È lì, infatti, che il modesto ingegnere di Ivrea ha trovato un ambiente culturalmente stimolante e vivo, anche dal punto di vista della scienza e dell'industria. Moltissimi elementi, infatti, come la conoscenza dei circoli più importanti e delle persone più in vista, sono stati utili per la sua carriera.


Nel 1932 le leggi razziali hanno spodestato Camillo, che è di origine ebrea, ed è stato Adriano a fondare la società Olivetti, di cui poi è diventato Presidente nel '38.


Di questi anni, l'aspetto più evidente e spesso più raccontato è quello di Olivetti industriale, che esprime le sue idee in modo ben preciso, che trasforma gli “800 operai e 15 ingegneri” del suo esordio in 32000 addetti e che dà ampio spazio non solo alla tecnica, ma anche alla cultura, che per lui ha un grande valore, anche in fabbrica.


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Io però sono stato - e sono tuttora - un uomo tutto dedito alla politica, un socialista, un antifascista. E mi piace ricordare un Adriano fortemente contrario al fascismo fin dal caso Matteotti, un industriale attento a non farsi coinvolgere dal potere costituito e pronto a costruire una strada propria anche in quel campo.


La sua è anche la storia di un rampollo di famiglia che avrebbe potuto avere una vita tranquilla e magari, chi può dirlo, delle agevolazioni da parte del potere pubblico. Eppure, la sua scelta è andata in tutt'altra direzione. La sua figura spesso mi ricorda quella di un personaggio dell'Eneide, Lacoonte, il sacerdote troiano che si oppone all'entrata del cavallo di legno in città. Egli, infatti, una volta ha dichiarato: “Ho paura dei Danai, anche se essi ci portano doni”. Questo, a mio parere, è stato l'atteggiamento di Olivetti con il fascismo: non ha ceduto alla tentazione di uniformarsi al regime, ma è rimasto in una cauta posizione di mediazione e di sospetto, senza esporsi più di quanto fosse necessario per il bene della fabbrica. 

Egli, infatti, ha sicuramente migliorato i suoi rapporti con il fascismo negli anni '30, soprattutto con Giuseppe Bottan, che diventa una sorta di contatto tra lui ed il potere politico, ma ha guardato sempre con una certa cautela ai “doni” che gli sarebbero potuti arrivare dalla politica.


Forse è questo uno dei motivi per cui, nel '45, egli, all'indomani della guerra, ha deciso di pubblicare uno scritto intitolato L'ordine politico della comunità, in cui teorizza la base per un'idea federalista dello Stato. Della sua opera mi è rimasta impressa, in particolare, l'immagine di una Camera che possa scegliere ed eleggere un Senato composto dalle persone più competenti in ogni settore della vita pubblica, a partire da politica ed economia, fino ad arrivare ad architettura e letteratura.


Sempre in questa direzione, nel '48, a Torino, egli ha fondato il “Movimento Comunità”, gruppo politico socio-tecnocratico di mezzo tra la DC e il PC. La sua è stata forse una scelta basata sulla sua volontà di stare sempre “nel mezzo”, cercando un equilibrio; ciò che è certo, però, è che la sua posizione, di certo non definita, ha creato delle incomprensioni.


Nel '56 è diventato sindaco di Ivrea, e nel '58 vi è stata la sua elezione come deputato rappresentante del movimento da lui stesso fondato.


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Poco dopo, però, la storia si arresta. Adriano Olivetti, infatti, è morto nel '60, durante un viaggio in treno. La sua improvvisa quanto prematura scomparsa ha lasciato una scia di sorpresa, ed anche di sgomento.


Siamo in anni difficili, in cui il Paese è messo alla prova, e proprio adesso che mi è stato chiesto di essere il Presidente, e quindi il garante dello Stato, sento più che mai il bisogno di ricordare persone come Olivetti.


In questi diciotto anni, tutto ciò che egli ha costruito si è affievolito, fin quasi a scomparire. È facile pensare che sia stata la sua figura a fare da collante. Egli, in modo particolare, ha cercato di ridimensionare il termine “utopia”, che è stato così spesso associato alle sue azioni, definendolo semplicemente “un modo per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare”. L'invito che lui stesso ha ripetuto tante volte potrebbe essere anche il mio, adesso, ai giovani della nazione: cominciare a lavorare ad un sogno.


In modo tale che non resti solo una semplice utopia.



FINE




Eccoci arrivati alla fine!

Spero di non avervi annoiato con i dettagli nozionistici, ma ho voluto lasciare il mio lavoro così com’era: un po’ accademico, un po’ ingenuo, e frutto di un impegno giovanile che a volte, vi dico la verità, sento affievolirsi, altre volte mi salta di nuovo in petto più vivo che mai. Sia quello letterario che quello politico.

Credo di averlo voluto pubblicare perché rileggendo questo monologo, tra le righe, rivedo ancora tanto di quello che sono, di quello in cui credo. Del mio impegno nel scavare tra le storie, della mia rabbia contro le ingiustizie ed ogni forma di tirannia, della mia voglia di non arrendermi anche quando mi sento triste e senza energie in una macchina gelata alle prime ore del mattino (e forse questi personaggi, al tempo, mi sono stati d’esempio). Quando rileggo questa storia, non mi sembra che tra 2012 e 2023 sia passato così tanto tempo, anche se a volte mi sembra persino di essere diventata un’altra persona.

Fatemi sapere che cosa ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)