lunedì 20 maggio 2019

IL MERAVIGLIOSO MONDO DELLA NATURA

Un viaggio tra arte e scienza a Palazzo Reale




Cari lettori,
per la nostra rubrica “Eventi culturali”, oggi vi parlo di un’esposizione piuttosto eccentrica che sta avendo luogo in questi mesi a Palazzo Reale, a Milano. Essa si intitola Il meraviglioso mondo della natura e si concentra principalmente sul mondo animale e vegetale, facendo un originale viaggio tra l’arte e la storia naturale.

Ho pensato di non considerare questa esposizione come un “consiglio artistico” in senso stretto, proprio perché si tratta di un percorso molto particolare, che riunisce vari elementi. 
Vediamolo insieme più nel dettaglio!



Il prologo artistico


La mostra ha inizio con una sala introduttiva, nella quale è posizionata la scritta “Il meraviglioso mondo della natura” a caratteri cubitali ed illuminato da una luce verde. Il percorso ha inizio a destra dell’ingresso, con quattro importanti opere.

Le prime due si concentrano su un animale che so essere molto amato da alcuni di voi: un gatto. 
Da una parte c’è un disegno di Leonardo da Vinci che analizza il felino in tutte le sue parti anatomiche, con la precisione e l’attenzione per i dettagli che caratterizzano il grande genio. Dall’altra c’è un manoscritto risalente circa al 1400, che presenta il disegno di un gatto e descrive tutti i possibili (ed un po’ raccapriccianti) utilizzi che si possono fare delle parti anatomiche della bestiola post mortem. 
Com’è facile immaginare, la medicina e la scienza del tempo si confondevano un po’ troppo facilmente con la religione e la superstizione, e quello che riporta il prezioso manoscritto a noi sembra una serie di assurdità, ma ha comunque un interessante valore documentario.



Le altre due opere riguardano invece il mondo vegetale e, più precisamente, la frutta.

Una è un Piatto di pesche dipinto da Giovan Ambrogio Figino, che è in assoluto la prima natura morta dipinta in Italia. Questa tipologia di dipinto, infatti, è arrivata tardi nella nostra nazione, fin troppo affezionata alla ritrattistica, soprattutto a quella di argomento sacro.

L’altra è la celeberrima Canestra di frutta di Caravaggio, che ritrae grappoli d’uva, fichi, mele ed altri frutti su uno sfondo color crema che ne esalta i colori.



Dürer e gli animali


Sempre la parte dell’esposizione a destra dell’ingresso presenta un interessante video che mostra alcuni dettagli delle litografie di Dürer, un artista le cui opere sono state protagoniste di una mostra nella primavera del 2018 e del quale vi avevo parlato in un post dell'anno scorso. 

Le sue litografie si sono rivelate interessanti per tutti quei pittori che amavano inserire dettagli animali e vegetali nelle loro opere e che da lui hanno preso spunto. 
Egli, infatti, ritrae davvero di tutto, dagli animali più comuni, come i cani (soprattutto i levrieri), a quelli più stravaganti, come i rinoceronti e gli elefanti (anche se egli disegna il corpo dell’elefante come molto più basso e tozzo di quello che dovrebbe essere).


Gli artisti di epoca moderna prendono infatti ispirazione l’uno dall’altro per ritrarre piante ed animali esotici, che non appartenevano al panorama europeo. Questo fa commettere loro delle scorrettezze scientifiche piuttosto gravi, come confondere i leopardi con i ghepardi, mettere la proboscide al posto del corno ai rinoceronti ed addirittura ritrarre degli improbabili pinguini africani, ma rappresenta comunque un importante passo per la sperimentazione pittorica e per la conoscenza scientifica.



Palazzo Verri, Orfeo e Bacco



A sinistra della sala introduttiva c’è la Sala delle Cariatidi, una bellissima stanza di Palazzo Reale, già ospite di alcune mostre di pregio, come quella di cui parlo in questo post. Da essa sono stati ricavati due spazi espositivi.


Il primo è una sorta di ricostruzione di Palazzo Verri, una reggia nobiliare della Brianza andata di fatto distrutta dopo una serie di saccheggi. Come alcuni quadri del XIX secolo testimoniano, essa era ricca di affreschi ed opere d’arte, ma dopo l’ingresso di truppe mercenarie e criminali non è rimasto più nulla, e la struttura stessa ha subito dei danni.


All’interno dello spazio espositivo è stata appesa una grande pala in più parti, un’opera sicuramente corale, che ritrae il mito di Orfeo, un ragazzo che con il potere della sua musica attirava ogni genere di animali selvatici e li rendeva mansueti con la sua musica.

Un’altra divinità greca in perfetta consonanza con la natura (forse più con quella vegetale che con quella animale) è il giovane Bacco, ritratto su un altro lato dello spazio espositivo insieme ad altre figure umane. Esse sono, con ogni probabilità, le persone che si sono occupate di lui dopo la tragica morte di sua madre Semele.

Se Bacco è attorniato da una rigogliosa foresta, Orfeo è circondato da tantissimi animali, alcuni dei quali anche feroci.


La stanza che ospita le pale è illuminata da un interessante gioco di luci, che riproduce il passaggio dal giorno alla notte e viceversa.



Il campionario del Museo di Storia naturale


Il secondo spazio espositivo all’interno della Sala delle Cariatidi contiene un campionario di animali imbalsamati provenienti dal Museo di Storia Naturale di Milano.

So che per alcuni di voi più sensibili di me alle questioni animaliste la pratica dell’imbalsamazione è vista come piuttosto antiquata ed un po’ impressionante, quindi mi scuso se questa parte del post non sarà di vostro gradimento.

Personalmente, pur non essendo un’esperta di zoologia e biologia, ho trovato tutto sommato interessante questo campionario, proprio perché permette di osservare da vicino le dimensioni e le parti anatomiche di svariati animali, domestici e selvatici.




Nella foto all’inizio del paragrafo c’è un uccello tropicale. 
In quelle che allego qui sotto ci sono un fenicottero, un leone (abbastanza impressionante, devo ammettere), un ghepardo e, in secondo piano, un babbuino. 
A sorpresa, gli animali più grandi del campionario sono un cervo ed uno struzzo, che non hanno la ferocia dei grandi felini, ma fanno comunque un certo effetto.



La mostra resterà a Palazzo Reale fino al 14 luglio!
L’avete visitata? Vi potrebbe interessare?
Vi faccio presente che c’è anche un’audioguida speciale per i bambini, con un percorso dedicato a loro. Io non l’ho usata, ma magari a qualche piccolo amante degli animali questa mostra potrebbe piacere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

venerdì 17 maggio 2019

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - MAGGIO 2019



Cari lettori,
oggi è il 17 del mese, e siamo di nuovo all’appuntamento con la rubrica “L’angolo vintage”. Essa è stata creata per recensire dei romanzi che noi blogger avevamo da tempo sul comodino e che non avevamo ancora recensito, oppure che avevamo letto mesi prima e poi accantonato.


Questo mese ho scelto di parlarvi di due romanzi di Marco Malvaldi che ho riletto di recente e che trovo opportuno segnalarvi perché sono i suoi gialli storici.

Come penso quasi tutti voi saprete, l’autore è noto soprattutto per la serie che ha per protagonista il barista Massimo Viviani, gestore del BarLume, e quattro vecchietti, fedelissimi clienti del locale, che non possono fare a meno di mettersi in mezzo ogni volta che c’è un delitto.

Questi due romanzi sono delle storie a sé, ambientate in epoche diverse rispetto a quella contemporanea, ma sempre con dei “giallisti per caso” come protagonisti. Inoltre, queste due storie permettono all’autore di introdurre il lettore in due mondi dei quali, inaspettatamente, è un ottimo conoscitore: la musica lirica e la gastronomia.

Vediamo meglio di che cosa si tratta!



BUCHI NELLA SABBIA



Pisa, 1901. Re Umberto I è stato ucciso da poco, ed anche il suo assassino, Gaetano Bresci, verrà presto trovato morto in cella, (ufficialmente) suicida.

Re Vittorio Emanuele III, appena salito sul trono, desidera far visita alla città toscana e godersi una piacevole serata teatrale. Il direttore del teatro, però, ha l’azzardata idea di mettere in scena la Tosca, un’opera di Puccini che ha già più volte agitato gli animi del pubblico, anche perché, nel corso della storia, l’ordine costituito fa una ben magra figura. 

Alla vigilia dello spettacolo, tre sono le persone particolarmente preoccupate. 
La prima è il tenore che interpreta il protagonista, Renato Balestrieri: a dispetto delle sue abitudini agiate e del suo amore per la mondanità, egli disprezza la classe sociale più alta, è anarchico ed è molto amico di alcuni operai di Carrara politicamente impegnati; l’idea di esibirsi di fronte al detestato monarca, dunque, lo lascia piuttosto dubbioso.
La seconda è il tenente Pellerey, il responsabile della sicurezza all’interno del teatro: alle dipendenze dell’iracondo capitano Dalmasso, che vede pericoli ovunque e teme il complotto persino da parte dello stesso Puccini, egli teme che il più piccolo errore gli costerà la carriera.
La terza ed ultima è il giornalista Ernesto Regazzoni, che, più che preoccupato, è semplicemente scocciato all’idea di doversi occupare di una banale recensione di uno spettacolo. A sua volta anarchico, provocatore nato, forte bevitore e dotato di (talvolta troppa) ironia, è stato spedito lì in missione punitiva dal direttore del suo giornale.


Tra mille paure e tentennamenti, lo spettacolo si fa, ma, nel momento in cui il tenore Balestrieri finge di morire, abbattuto sulla scena dal plotone d’esecuzione, tutto il pubblico si rende conto che il tonfo è stato reale...e che il cantante è morto per davvero.

Nel corso delle indagini che seguono, tra attrici ed impresari, tra improbabili duelli e malriusciti tentativi di manifestazioni politiche, Pellerey e Regazzoni, diversi come il giorno e la notte, si ritrovano a far luce insieme sul mistero. I due diventano quasi amici (loro malgrado, ovviamente) e riportano alla luce alcune pagine non propriamente piacevoli del passato del Balestrieri, che si rivelano chiavi per la soluzione del caso.


Una curiosità: Ernesto Regazzoni è esistito veramente, si fregiava di essere “poeta” ed alcuni suoi componimenti, tra i quali, appunto, Buchi nella sabbia, sono inseriti nel romanzo.


È il mix tra storia e fantasia, affiancato da tanti aneddoti sul mondo della musica lirica, che rende particolarmente interessante e piacevole questo romanzo, che non è semplicemente un giallo, ma anche un quadro ironico di un periodo storico piuttosto delicato per l’Italia.



ODORE DI CHIUSO


Il protagonista di questo romanzo è un personaggio storicamente esistito: Pellegrino Artusi, un leggendario critico gastronomico. Nel 1895 egli ha pubblicato il suo saggio La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, che, ai giorni nostri, è considerato a tutti gli effetti il primo trattato a tema culinario della nostra tradizione.

Alla fine del XIX secolo, però, Artusi non è ancora una leggenda: pur essendo già molto popolare, infatti, egli si presenta a tutti come un semplice “scienziato” esperto in gastronomia. 


Nel corso di un’estate che difficilmente scorderà egli viene invitato, insieme al fotografo Ciceri, in una tenuta in Maremma, vicina alle proprietà di Giosué Carducci.
Il patriarca della famiglia di cui è ospite è il barone Romualdo, il quale non solo è dedito ai piaceri di ogni genere da tutta la sua (lunga) vita, ma si ritrova anche a mantenere una schiera di nullafacenti. 
I suoi due figli, innanzitutto, appartengono al classico cliché dell’intellettuale mediocre desideroso di emergere e del viveur che pensa solo ai suoi incontri con l’altro sesso. 
Le donne di famiglia, dall’anziana baronessa alle cugine zitelle, non sembrano particolarmente interessate all’Artusi; l’unica eccezione è la figlia Cecilia, che è intelligente e vorrebbe poter studiare di più, ma si sente limitata in quanto donna. 
La servitù, infine, è numerosa e sempre pronta ad accontentare le richieste più svariate.


Un giorno, però, l’affidabile maggiordomo Teodoro è trovato cadavere, misteriosamente ucciso per avvelenamento. Poche ore dopo, lo stesso barone viene colpito da una schioppettata, che lo ferisce ma non lo uccide. 
Nel momento in cui la più sciocca delle servette viene sospettata di aver commesso questi delitti, l’Artusi comprende che la fanciulla è caduta in una trappola e decide di indagare per risolvere il mistero.

Per individuare l’assassino, egli finisce per dimostrare agli ospiti della tenuta (ed al lettore) che la gastronomia è anche una questione scientifica, anzi, soprattutto chimica. Infatti l’elemento che gli sembra dissonante quando egli giunge sulla scena del crimine è uno strano odore di chiuso. Da questo e da pochi altri indizi, applicando un metodo rigorosamente deduttivo, Artusi riesce a comprendere come si sono svolti gli eventi.


Vi consiglio di cuore questa lettura, sia che siate amanti del giallo classico, sia che vi piacciano le storie con tanti riferimenti storico-letterari, sia che siate appassionati di cucina e gastronomia. Malvaldi, con le sue molteplici competenze e la sua narrazione irriverente, mette d’accordo tutti!




Questa è la mia scelta “vintage” per il mese di maggio! Ho scelto un autore piuttosto conosciuto, e sicuramente qualcuno di voi ha già letto questi due romanzi.
Per questo motivo, attendo un vostro parere… e, come ogni mese, vi invito a leggere i post delle altre bloggers che hanno partecipato all’iniziativa!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

martedì 14 maggio 2019

LA RICERCA DELL'IDEALE

I PICCOLI POEMI IN PROSA  #3




Cari lettori,
nuovo appuntamento con “Il momento dei classici” e con i Piccoli poemi in prosa di Baudelaire. 


Nel primo dei post dedicati a questa bellissima opera abbiamo letto insieme la presentazione di Baudelaire come uomo e come artista, cercando di comprendere meglio i suoi principi e le sue debolezze.

Una seconda sezione dell’opera, analizzata a questo link, mette in risalto il rapporto del poeta con Parigi e con alcune importanti tematiche sociali.


Questo terzo post pone invece al centro alcuni piccoli poemi che hanno a che fare principalmente con la ricerca dell’ideale. 
Dalla lettura della raccolta poetica di Baudelaire I fiori del male (a questo link le mie poesie preferite) si comprende che esso, insieme al male di vivere (detto spleen) è uno dei due capisaldi della vita e della poetica dell’autore. 
Egli, sentendosi spesso immerso nel dolore e nella disperazione, tenta, attraverso il sogno (anche a occhi aperti), una fuga della realtà, verso un mondo che è, per l’appunto, ideale.

Vediamo la questione un po’ più nel dettaglio!



L’orologio



Che cosa vedi lì con tanto bisogno? Che cosa cerchi negli occhi di quest’essere? Ci vedi forse l’ora, mortale prodigo e pigro?” Ed io risponderei senza esitare: “Sì, ci vedo l’ora: è l’eternità!”


Baudelaire è fortemente attratto dalle culture diverse dalla sua, ed in questo piccolo poema omaggia la Cina e le sue tradizioni. Egli, infatti, sostiene che i cinesi siano soliti scoprire che ora è osservando le pupille dei gatti.

Allo stesso modo, egli afferma di poter vedere con esattezza l’ora negli occhi di una donna conturbante, probabilmente una prostituta, soprannominata “La Felina”. Guardandola, egli vede un’unica ora, leggera come un sospiro e rapida come un colpo d’occhio: si tratta, ovviamente, dell’eternità.


Egli ha scritto considerazioni terribili sul tempo in tante altre poesie ed anche in alcuni poemi in prosa precedenti. In essi, l’uomo è stato descritto come uno schiavo del tempo, costretto a vivere giorno dopo giorno ed a non sottrarsi mai alla tirannia dell’orologio. 

Attraverso lo sguardo di una donna amata, egli riesce invece a sfuggire alle regole temporali che tanto mostra di disprezzare.



UN EMISFERO IN UNA CAPIGLIATURA



I tuoi capelli contengono un sogno intero, pieno di vele e di alberi maestri, contengono dei grandi mari i cui flutti mi portano verso climi affascinanti, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti, dalle foglie e dalla pelle umana.


Questo piccolo poema è particolarmente struggente e raffigura il poeta nell’atto di annusare i capelli (probabilmente belli, lunghi e curati) della donna amata.

Gli basta toccare l’affascinante capigliatura per immaginare un mondo intero: un viaggio in mare, un porto, le camere di lusso di una bella nave, un’isola tropicale.

Come già detto altre volte, la bellezza femminile, per il poeta, è ambivalente: talvolta lo porta in Paradiso, altre volte alla dannazione. 
In questo caso, la fuga nel mondo della fantasia riesce soltanto quando egli resta vicino a questa donna dai meravigliosi capelli.



L’INVITO AL VIAGGIO


Un vero paese della Cuccagna, dove tutto è bello, ricco, tranquillo, onesto; dove il lusso ha piacere di rimirarsi nell’ordine; dove la vita è dolce e grassa da respirare; dal quale il disordine, la turbolenza e l’imprevisto sono esclusi; dove lo stesso buonumore è sposato al silenzio; dove la cucina stessa è poetica, grassa ed eccitante insieme; dove tutto vi assomiglia, mio caro angelo.


Questo piccolo poema riprende il tema e quasi le parole di una poesia della raccolta I fiori del male e descrive nel dettaglio un “paese della Cuccagna”, in parte reale ed in parte immaginario.

Leggendo la descrizione che fa Baudelaire, si comprende che il luogo dei suoi sogni è almeno parzialmente ispirato ad Amsterdam e ad altre città del Nord Europa. Non manca mai l’elemento del porto, a lui tanto caro, così come la descrizione di alcuni interni lussuosi.

Ricchezza e malinconia si fondono, creando un ambiente ideale per il poeta.


Analizzando quest’opera, a mio parere, si comprende appieno come Baudelaire fosse già immerso in alcune atmosfere decadenti che lo allontanavano molto dai suoi contemporanei, tanti dei quali appartenevano pienamente al Romanticismo.

C’è anche un’identificazione del luogo desiderato con la donna amata: nel descrivere le bellezze del primo, egli fa infatti trasparire il suo desiderio per la seconda. Il viaggio nel paese della Cuccagna, in definitiva, può definirsi un vero sogno soltanto se il poeta è in compagnia del suo “caro angelo”.



IL GIOCO DEL POVERO


Vi vorrei donare l’idea di un divertimento innocente. Ci sono così pochi divertimenti che non sono colpevoli!


Baudelaire condivide ancora una volta con il lettore la sua simpatia per i poveri e gli ultimi. Egli consiglia infatti a chi legge di fare un semplice atto di carità: riempirsi le tasche di semplici giochi durante i giorni in cui si è liberi dalle solite occupazioni, ed intrattenere i bambini poveri sul ciglio della strada.


Egli racconta anche un episodio che sembra una sua versione personalizzata della favola Il principe e il povero. 

Egli, infatti, afferma di avere visto due bambini divisi da una barricata, il primo molto ricco e circondato da giochi lussuosi, il secondo povero, sporco e solo.
Il bambino ricco è irresistibilmente attratto dal “gioco” del povero, che si rivela essere un topolino, ed i due piccoli ridono insieme, con il medesimo sorriso.


Baudelaire torna ai temi sociali che abbiamo affrontato nello scorso post, ma offrendo un quadretto idilliaco di spensieratezza infantile.



I DONI DELLE FATE


C’era una grande assemblea delle Fate, per procedere alla ripartizione dei doni tra tutti i nuovi nati, venuti alla luce nelle ultime 24 ore…


Questo piccolo poema ha carattere estremamente fantasy ed immagina una scena sullo stile de La bella addormentata: ogni giorno, i bambini appena nati sono portati al cospetto dell’assemblea delle fate, che, in modo del tutto arbitrario, assegnano dei doni ai piccoli.

A poco a poco, tutti i doni, come la bellezza, il talento nella poesia, l’amore per la musica, la fortuna negli affari, vengono assegnati. 

Le fate stanno per dichiarare conclusa la giornata, quando un negoziante fa presente che non è stato considerato suo figlio.
Le fate sono in forte imbarazzo, perché non è rimasto più nemmeno un dono. La più autorevole di loro, allora, decide di regalare al piccolo la più evanescente e particolare delle doti: il dono di piacere. Il padre del bambino se ne va perplesso, senza aver capito l’importanza di un simile regalo.


In questo fantasioso piccolo poema, a mio parere, il poeta racconta una grande verità: si può essere belli, ricchi, intelligenti, avere molte ottime qualità, ma ciò non significa comunque piacere alla gente.

Il “dono di piacere” è una qualità difficile da ottenere e molto complessa da preservare. Inutile dire che il poeta sente di esserne del tutto privo.



LE TENTAZIONI DI EROS, PLUTONE E DELLA GLORIA


Ed essi sono venuti a posarsi gloriosamente davanti a me, di colpo, come sulla strada. Uno splendore sulfureo era emanato da questi tre personaggi, che si staccavano così dal fondo opaco della notte. Avevano l’aria così fiera e così piena di dominazione, che io all’inizio li ho scambiati per dei veri dei.


Questo piccolo poema è una sorta di dissacrazione del passo del Vangelo nel quale Gesù viene tentato tre volte dal demonio.

Anche al poeta, mentre sta dormendo, vengono in visita tre tentatori, che hanno un aspetto affascinante ed infernale allo stesso tempo.


Il primo, Eros, descritto come una sorta di dio Bacco invecchiato e sfiancato dal vizio, offre al poeta la possibilità di essere amato da molti. Quest’ultimo, però, rifiuta l’offerta, spaventato dalle catene che cingono gambe e polsi di Eros, chiara rappresentazione degli effetti collaterali dell’amore.

Il secondo, Plutone, è un uomo enorme, ai cui grassi arti sono aggrappati moltissimi postulanti. Egli tenta il protagonista con la prospettiva della ricchezza, ma egli è fortemente intristito dalla miseria dei postulanti di Plutone e non vuole ottenere denaro danneggiando qualcun altro.

La terza ed ultima Diavolessa, infine, è la gloria, che tenta il poeta con le sue seduzioni e le sue lusinghe; per il protagonista questa è la prova più difficile, ma egli finisce per rifiutarsi di dividere la gloria con altri artisti che non stima affatto.


Alla fine, Baudelaire non si sveglia certo “servito dagli angeli”: egli è solo e disperato, ed invoca i tre tentatori, che però non gli risponderanno mai più.



IL CREPUSCOLO DELLA SERA


O notte! O rinfrescanti tenebre! Voi siete per me il segnale di una festa interiore, voi siete la liberazione da un’angoscia! Nella solitudine delle pianure, nei labirinti pietrosi di una capitale, scintillio di stelle, esplosione di lanterne, voi siete i fuochi d’artificio della dea Libertà!


Ancora una volta Baudelaire fa riferimento ad una poesia de I fiori del male, dal titolo Raccoglimento. Se le cosiddette “serate mondane” sono spesso il suo incubo, le nottate tranquille sono attese, anzi, invocate.


Egli si sofferma addirittura a raccontare di alcuni suoi amici che non riescono ad apprezzare le gioie di una serata di pace e che per questo motivo covano un particolare tormento interiore. Il momento in cui calano le tenebre è per lui una sorta di affettuoso abbraccio della Natura, che smette di essere “matrigna” e lo accoglie tra le sue braccia.


Ho sempre immaginato questo piccolo poema e Raccoglimento come gli ispiratori dei quadri notturni di Van Gogh, e, anche se probabilmente non è andata così, mi piace pensarlo.



LA SOLITUDINE


È certo che un uomo loquace, il cui piacere supremo consiste nel parlare dall’alto di una sedia o di una tribuna, rischierebbe di diventare un pazzo furioso sull’isola di Robinson. Io non esigo dal mio gazzettiere le coraggiose virtù di Crusoe, ma gli chiedo di non accusare gli amanti della solitudine e del mistero.


Il destinatario dell’invettiva di Baudelaire è qui una persona che egli definisce, un po’ ironicamente, “filantropo”. Costui disprezza la solitudine e cita dei passi della Bibbia che condannano i solitari ad una dannazione eterna.

Baudelaire, invece, com’è facile immaginare, ritiene che i deboli ed i dannati siano coloro che sono incapaci di stare soli. Alcune persone, a suo parere, giungerebbero persino a farsi torturare o uccidere in pubblico se ciò regalasse loro l’attenzione della massa.


Secondo lui, inoltre, chi svolge un’attività artistica ha il dovere di esercitarsi a stare solo almeno di tanto in tanto, per poter ascoltare la sua Musa. 
Come non essere d’accordo con lui?




Siamo giunti alla fine di questa terza sezione dell’opera dedicata alla ricerca dell’ideale. Questa parte dei Piccoli poemi in prosa è particolarmente evocativa e contiene alcuni brani piuttosto famosi.
Vi sono piaciuti? Quale apprezzate di più?
Fatemi sapere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

giovedì 9 maggio 2019

TRA INDAGINI E RESISTENZA

Le storie del commissario Bordelli




Cari lettori,
per la nostra rubrica “Letture...per autori” oggi vi parlo dello scrittore Marco Vichi, al quale avevo già accennato in questo post, e del protagonista di tanti suoi romanzi: il commissario Franco Bordelli.

Ho deciso di pubblicare questo post in data odierna perché domenica sarà la festa della mamma e, come per la festa del papà avevo scelto di parlare dei romanzi di Carlotto, che piacciono tanto al mio, così oggi ho scelto una serie che è stata apprezzata da mia madre. 
Auguri in anticipo a tutte le mamme!


Come sapete, i gialli scritti da autori italiani sono uno dei miei generi preferiti. 
Una delle caratteristiche che amo di più di questo tipo di romanzi è il fatto che, ogni volta, il detective che compie le indagini abbia qualche tratto distintivo che lo rende immediatamente riconoscibile.

Il protagonista di questi romanzi è un uomo abbastanza solitario, che ha passato i cinquanta e si vede molto più vicino alla pensione che alla giovinezza. 
Egli vive nella Firenze degli anni ‘60 ed è spesso tormentato dai ricordi della guerra: prima, infatti, è stato costretto ad arruolarsi, e, in seguito, ha fatto parte della Resistenza. Non si dà pace per aver dovuto uccidere alcuni soldati nazisti per salvare la propria vita, e forse è proprio il fatto di sentirsi la coscienza un po’ sporca che lo spinge a simpatizzare con personaggi che vivono al limite della legalità, come il suo amico Ennio, un ladruncolo e contrabbandiere. 
Le passeggiate, la buona cucina e le persone care sono, in definitiva, il suo antidoto alla tristezza.
Ecco i suoi casi!



IL COMMISSARIO BORDELLI



Questo primo romanzo della serie è ambientato nella caldissima estate del ‘63. 
In agosto la situazione è insostenibile, ma Bordelli si guarda bene dal chiedere le ferie in questo periodo, ed è desideroso di restare in pace in città mentre le località di villeggiatura sono prese d’assalto.

Una sera, però, una signora chiama in questura, dicendo di essersi appena recata dall’anziana donna a cui faceva da “dama da compagnia” e di averla trovata morta. Bordelli si reca nella lussuosa villa che era di proprietà della vittima e trova il corpo riverso sul letto. L’impressione è che la signora abbia smesso all’improvviso di respirare, ma non ci sono segni di strangolamento. Ella soffriva di asma ed effettivamente il medico legale riscontra sulla sua lingua alcune gocce di un medicinale che era per lei essenziale per sopravvivere alle crisi; la boccetta di questo farmaco, tuttavia, è inspiegabilmente chiusa. 

Questo dettaglio convince Bordelli del fatto di trovarsi davanti ad una sorta di messa in scena: qualcuno, infatti, ha assassinato la donna e vuole far credere agli inquirenti che ella abbia avuto un’ennesima crisi d’asma finita male.

Le uniche persone che Rebecca, l’anziana nobildonna, frequentava abitualmente erano la donna che ha dato l’allarme, il suo medico curante e due vicine di casa ancora più anziane di lei e piuttosto stravaganti. 

Non solo queste persone hanno un alibi, ma sembrano del tutto innocenti anche i due nipoti con le rispettive mogli, quattro persone arriviste che non hanno mai nascosto il loro desiderio di voler mettere le mani sul patrimonio della zia. Essi, però, sostengono di essere stati tutta la sera e la giornata successiva in riviera con una famiglia loro amica. E così, alla fine, al commissario Bordelli tocca proprio andare al mare…


Nel corso delle indagini, il nostro protagonista viene affiancato da due nuovi amici.
Il primo è Pietrino Piras, un giovane poliziotto sardo, figlio di un suo ex compagno d’armi, che diventa ben presto la sua ombra. 
Il secondo è Dante, fratello di Rebecca, un inventore stravagante e solitario che si rivela subito al di sopra di ogni sospetto.
Entrambi entrano di buon diritto nella cricca di amici di Bordelli, insieme al medico legale Diotivede, al ladruncolo ma cuoco provetto Ennio Bottarini, allo psichiatra Fabiani ed all’unica donna che egli vede regolarmente, Rosa, un’ex prostituta.


Il primo romanzo della serie, come spesso accade, è una sorta di presentazione del protagonista e del suo mondo, tra cene che durano quasi tutta la notte, racconti di guerra, indagini condotte alle ore più disparate e incontri con personaggi davvero originali.



UNA BRUTTA FACCENDA


Il ‘64 è già iniziato da qualche mese e, pur essendo aprile, la primavera non si decide ad arrivare. 

Nel corso di una serata fredda, che sembra quasi autunnale, il commissario Bordelli viene contattato da uno dei personaggi in bilico tra legalità ed illegalità che frequenta abitualmente: si tratta di un nano che vive di espedienti e, quando non sa come mangiare, ruba di notte frutta e verdura ai contadini. Egli, durante uno dei suoi giri notturni, ha notato qualcosa di inquietante: un cadavere steso di fronte ad un’antica villa signorile, che si crede da tempo abbandonata.

Il commissario torna sul luogo insieme all’amico, ma di fronte alla villa non trova nulla, se non un feroce cane che lo vuole sbranare. Poco prima di andare via, però, si accorge di essere spiato dal cancello della villa da un uomo che gli pare quasi un fantasma, ma che è convinto di avere già visto.

Pochi giorni dopo, purtroppo, egli va a trovare il nano a casa sua e lo trova cadavere, e si convince che il suo amico ha davvero visto qualcosa di pericoloso.


Nel frattempo, una terribile vicenda sta seminando il panico a Firenze: due bambine, una a distanza di pochi giorni dall’altra, vengono trovate uccise, con il ventre graffiato da quello che sembra un animale. Il medico legale, però, conferma che si tratta dell’opera di un uomo, con ogni probabilità un maniaco. 
Per il commissario Bordelli ed i suoi collaboratori ha inizio una vera e propria corsa contro il tempo, per evitare che l’uomo faccia del male ad altre innocenti.


Come se tutto ciò non bastasse, il nostro protagonista ha a che fare con un’ulteriore questione spinosa: egli, infatti, incontra nuovamente, dopo tanti anni, delle persone appartenenti all’Organizzazione della Colomba Bianca. Si tratta di un gruppo quasi militare, i cui componenti sono quasi tutti di origine ebrea ed il cui scopo è trovare e punire tutti i criminali fascisti e nazisti scampati al processo. 
Il commissario Bordelli li ha aiutati in passato, ma ora vorrebbe solo dimenticare la guerra ed è restio a collaborare nuovamente con loro. Forse, però, sono loro che stavolta potrebbero essere utili a lui…


Una brutta faccenda pone al centro della storia delle questioni davvero difficili da affrontare per il commissario, il quale riuscirà ad uscirne solo grazie alla propria intuizione ed alla propria perseveranza.



MORTE A FIRENZE


L’autunno del ‘66 è molto piovoso, un tempo ideale per i funghi. 

Il commissario Bordelli, una mattina, decide di fare una passeggiata insieme ad Ennio, che, come già detto, oltre a conoscere bene le casseforti, è anche un esperto di gastronomia. 

Egli ha bisogno più che mai di distrarsi: da settimane, infatti, lui ed i suoi collaboratori cercano inutilmente Giacomo, un ragazzino di tredici anni, figlio di un noto avvocato, che è sparito nel nulla dopo essere uscito da scuola in un pomeriggio di pioggia.
Disgraziatamente, pochi giorni dopo, in una delle zone dove il commissario ed il suo amico erano andati a cercare funghi, un contadino trova il corpo del ragazzino, ormai morto da diversi giorni.

Il commissario temeva già da tempo che il caso di scomparsa fosse di fatto diventato un caso di omicidio, ma rimane comunque turbato dalla brutalità degli assassini, che, a detta del medico legale, hanno abusato del ragazzino prima di strangolarlo.

Egli decide di fare una delle sue consuete passeggiate per raccogliere le idee, ma a non più di duecento metri dal luogo del ritrovamento si imbatte in una gattina abbandonata e bisognosa di cure, che sta miagolando proprio di fianco ad un misterioso biglietto di carta. Egli intasca il foglietto e, dopo aver portato in salvo la gattina dall’amica Rosa, si rende conto che si tratta di un possibile indizio: una bolletta, perduta nel bosco da un macellaio del paese.

Il commissario dà disposizione ai suoi collaboratori di pedinare l’uomo, ma quest’ultimo, a parte la partecipazione alle celebrazioni fasciste del 28 ottobre, sembra un cittadino molto ordinario. 
Bordelli, però, non si fida dei “nostalgici”, e per questo motivo continua ad indagare su di lui e sui suoi amici…


Non solo le indagini proseguono a rilento, ma Firenze, nella notte tra il 3 ed il 4 novembre, viene sconvolta da una tragedia: un’alluvione che resterà nella storia, infatti, mette in ginocchio la città. 
L’acqua cancella tutte le tracce sulle quali Bordelli ed i suoi stavano indagando, ma permette anche al commissario di conoscere una giovane donna, Eleonora. Essi, insieme a molti altri loro concittadini, puliscono le strade ed aiutano nella distribuzione dei viveri, e finiscono per legare molto.


Morte a Firenze è, finora, il capitolo più triste delle storie del commissario Bordelli. 
Le vittime di questo romanzo sono tutte degli innocenti che subiscono la violenza del potente di turno. A Bordelli sembra di essere nuovamente in guerra, ad imbracciare il fucile contro i gerarchi per difendere chi non ha niente.



FANTASMI DEL PASSATO


Sono passati dei mesi dall’alluvione e di essa è rimasta solo una striscia nera di nafta sui palazzi che ricorda ai fiorentini il livello al quale era arrivata l’acqua.

Il commissario Bordelli ha venduto l’appartamento a San Frediano ed è andato a vivere in campagna. Nonostante abbia tentato di dare le dimissioni dopo il caso dell’omicidio di Giacomo, è stato però convinto a rimanere con una promozione, che, come egli stesso intuisce, è puramente simbolica, dal momento che non gli manca più molto alla pensione. 
Tornare nella villetta in campagna dopo il lavoro da un lato lo rilassa, dall’altro lo mette di fronte a tutti i suoi fantasmi. Egli pensa moltissimo a tutte le donne della sua vita, ed in particolare alla sua mamma ed a quanto ella ha sofferto quando tutti pensavano che non sarebbe più tornato dalla guerra.


All’improvviso, però, il commissario non ha più molto tempo per rimuginare sul passato: un caso molto difficile, infatti, gli viene affidato. 
Si tratta dell’uccisione del dott.Migliorini, un piccolo imprenditore da tempo vedovo che già da qualche anno aveva affidato l’azienda ai figli adulti. Egli viene trovato morto nel suo studio, in vestaglia e con un libro a fianco, e non si può che concludere che egli conoscesse il suo assassino, perché non ci sono segni di effrazione. Il fatto che però a pochi centimetri da lui ci fosse il vecchio anello di fidanzamento della moglie, e che un cofanetto pieno di gioielli sia stato portato via dalla cassaforte, fa pensare anche ad un furto.


Mentre Bordelli indaga, incontra quasi per caso il colonnello Bruno Arcieri, un suo vecchio amico (in realtà, un personaggio dei romanzi di Leonardo Gori), e lo invita a soggiornare da lui. 
Arcieri gli confida di star indagando sulla morte di un ragazzo, Andrea, che ha conosciuto in ospedale e che si è inspiegabilmente “suicidato” il giorno dopo che è stato dimesso. Il colonnello ricorda la paura negli occhi del ragazzo ed è sicuro che fosse immischiato in qualche giro più che pericoloso.
Il commissario Bordelli promette all’amico che lo aiuterà nelle indagini, ed il colonnello promette di fare altrettanto.


Fantasmi del passato è un romanzo molto corposo: il giallo è una delle tante parti che lo compongono. Le digressioni sono davvero tante, tra ricordi d’infanzia di Bordelli, resoconti di guerra, storie stravaganti raccontate dagli amici del commissario durante le tante ed interminabili cene. 
Forse si tratta il capitolo in cui si riesce a conoscere maggiormente il protagonista ed i suoi pensieri più intimi.



PERCHÉ DOLLARI?


Quest’ultimo libro non è un romanzo, bensì una raccolta di racconti, uno del commissario Bordelli e gli altri che hanno per protagonisti altri personaggi. 


In Perché dollari?, ambientato nel ‘57, un commissario Bordelli un po’ più giovane viene convinto da alcuni biglietti anonimi a recarsi di notte in una villa da tutti ritenuta abbandonata. Lì trova alcune persone che sembrano avere ogni interesse a rimanere nascoste e che tra loro si chiamano con dei soprannomi, come al tempo della Resistenza. 
Quello che sembra essere il loro capo spiega a Bordelli che, poiché ognuno di loro aveva un motivo per sparire (uno sgarbo fatto alla mafia, un passato scomodo…), essi hanno creato un’organizzazione il cui scopo è quello di portar via dei soldi ai ricchi speculatori a favore di persone che si trovano in difficoltà dall’altra parte del mondo. Egli chiede al commissario un aiuto per poter prendere al più presto, insieme ai suoi compari, un aereo per Hong Kong.
Bordelli, all’inizio, diffida un po’ di questi ambigui personaggi, ma, venuto a sapere che il loro capo è una conoscenza di Diotivede, decide di architettare un piano per aiutarli.


In Reparto macelleria il protagonista e voce narrante, forse un giovane scrittore, incontra Camillo, il proprietario di una libreria, ed un suo assistente, il nano Bepi, e diventa amico di entrambi. Con il tempo, egli viene a sapere che Camillo è un ex partigiano e che, dopo lunghe ricerche, ha ritrovato un gerarca fascista al quale è legato da una terribile storia. 
Personalmente, vi consiglio tantissimo questo racconto.


Il portafogli è la paradossale storia di un ragioniere, un uomo buono, tranquillo ed ordinario, che nel tentativo di compiere un atto di gentilezza si trova accusato di terribili crimini.


Tradimento, infine, racconta l’inverosimile incontro tra un poliziotto infiltrato ed un giovanissimo spacciatore, che si trasforma in una sorta di amicizia, ovviamente dai risvolti tragici.





Voi che cosa ne dite?
Conoscete questo autore? Avete letto questi romanzi?
Vi piacerebbe iniziare questa serie?
Fatemi sapere che cosa ne pensate! 
Personalmente non escludo di tornare a parlare del commissario Bordelli, anche perché la serie è completata da altri romanzi, e di sicuro li leggerò.
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)