giovedì 22 ottobre 2020

RITRATTO IN SEPPIA

 Recensioni classiche #4




Cari lettori,

per la nostra rubrica “Il momento dei classici”, oggi vi propongo una nuova recensione di un pilastro della narrativa e della letteratura. Dopo aver inaugurato la serie con Anna Karenina ed aver omaggiato Jane Austen con Orgoglio e pregiudizio e Emma, ho compiuto un piccolo salto temporale ed un enorme salto spaziale ed ho deciso di parlarvi di una delle più importanti autrici viventi sudamericane: Isabel Allende. Ritratto in seppia, un romanzo che purtroppo non avevo ancora avuto occasione di conoscere, è il prequel de La casa degli spiriti, che quasi sicuramente sarà l’oggetto della prossima “recensione classica”.

Se la storia di Clara ed Esteban Trueba è nota ai più ed è diventata anche soggetto di un bellissimo film, Ritratto in seppia è, a mio parere, meno noto e piuttosto sottovalutato. Parliamone meglio insieme!



San Francisco nel XIX secolo ed il crogiolo delle culture


La protagonista e voce narrante di questa storia, che è raccontata alternativamente in prima ed in terza persona, è Aurora Del Valle, la sorellastra maggiore (di quasi una generazione) della molto più celebre Clara, la protagonista de La casa degli spiriti.


Ella racconta di essere venuta al mondo nel 1880 a San Francisco, e di essere il frutto di una lunga e tormentata storia di famiglia. La prima parte del romanzo narra queste vicende nel dettaglio, ed è così che il lettore scopre subito una delle caratteristiche principali per cui questo romanzo è davvero incredibile: i personaggi sono indimenticabili. Ognuno di essi ha un suo fascino, e resta nel cuore e nella memoria di chi legge.


Il bisnonno materno di Aurora, il capitano della Marina John Sommers, che ha vissuto per mare tutta la vita tra Europa ed America e si è rovinato il fegato con l’alcool.


Sua sorella Rose, una figura materna per la figlia di John: una donna moderna ed emancipata che ha finto di occuparsi unicamente della famiglia per tutta la vita ma, sotto falso nome, è diventata una scrittrice di successo, anche e soprattutto di romanzi a luci rosse.


La figlia Eliza, prima tormentata da uno sfortunato primo amore, poi amica fedele del medico orientale Tao Chi’en, infine moglie felice di quest’ultimo e pasticcera di successo.


Il locale di Eliza è frequentato fin dall’apertura dalla donna che sarà più importante in assoluto nella vita di Aurora: Paulina Del Valle, la sua nonna paterna.


Aurora nasce in seguito ad una vicenda vergognosa e dolorosa che vede protagonisti Lynn Sommers, la figlia di Tao Chi’en ed Eliza, Matìas, il primogenito di Paulina, e Severo, il nipote da lei tanto amato.


Le origini di Aurora sono miste: in parte è una Del Valle, una nobile cilena, ultima esponente di una delle più importanti stirpi sudamericane di imprenditori e di proprietari terrieri; in parte è americana e di origine anglosassone; in parte, infine, appartiene ai “celestiali”, come venivano chiamati gli orientali della California.


La scrittura di Isabel Allende è fortemente simbolica: quello che ella vuole esprimere, fuor di metafora, è che Aurora è il prodotto di ciò che era la California in quel difficile secolo: un mix di culture che convivevano l’una a fianco dell’altra, talvolta pacificamente e quasi con collaborazione, altre volte invece con estrema difficoltà.


Paulina, per esempio, in gioventù, soffre molto per il tradimento del marito con un’americana, una donna completamente diversa da lei; e Tao Chi’en cerca di approfittare il più possibile della sua posizione di medico e di uomo stimato per salvare bambini e ragazzine in difficoltà, che, nelle zone più povere di Chinatown, rischiano di sparire e di fare una brutta fine.



Paulina Del Valle ed il Cile


Per i primi cinque anni della sua vita, Aurora, ribattezzata Lai Ming dall’affettuoso nonno materno, vive con Tao Chi’en ed Eliza, dividendosi tra la pasticceria della nonna e le vie della Chinatown di San Francisco.


Un evento terribile, però, fa sì che anche i nonni materni debbano rinunciare alla sua custodia e che la piccola Lai Ming venga affidata a Paulina Del Valle, quella nonna paterna che aveva insistito tanto per occuparsene quando era neonata e che si era ormai rassegnata a non vederla più se non occasionalmente.


Interessante, innanzitutto, notare come, prima ancora della nascita della bambina, Paulina del Valle fosse già stata legata da un evento curioso alla famiglia di Eliza: al capitano John Sommers, infatti, molti decenni prima, era toccata l’incombenza di consegnare alla famiglia Del Valle un pesantissimo letto istoriato, una sorta di “regalo-beffa” che la donna aveva fatto al marito per comunicargli che aveva scoperto della sua amante. Il fatto che le due famiglie abbiano maneggiato materialmente il medesimo letto, e che decenni dopo abbiano generato la medesima prole, è nuovamente una scelta metaforica.


Lai Ming viene subito ribattezzata Aurora Del Valle dalla donna, che è ancora piuttosto giovane ed in salute e decide di crescere la piccola come una vera nobile cilena.


Dopo pochi anni, Paulina, che è vedova e non ha più amicizie a San Francisco, decide di tornare in Cile: si risposa con il suo vecchio maggiordomo inglese (che per Aurora sarà sempre “Zio Frederick”) e torna a vivere vicino all’amato nipote Severo, padre putativo della nostra protagonista, alla sua nuova moglie Nivea ed ai loro numerosi figli (l’ultima dei quali sarà Clara).


La seconda parte del romanzo, che narra infanzia e giovinezza di Aurora in Cile, è quella che più di tutte racconta gioie e sfortune del paese della Allende.


La figura di Paulina Del Valle, innanzitutto, rappresenta appieno vizi e virtù delle nobildonne cilene di più vecchia generazione: ella, pur non avendo mai studiato molto, è sempre stata dotata di intraprendenza e di spirito d’osservazione, e, nel corso degli anni, ha convinto il primo marito Feliciano a commerciare e ad investire nei prodotti più disparati, a seconda delle esigenze del mercato. Nemmeno il ritorno in Cile, l’età avanzata ed il suo status di nonna la fermano: anno dopo anno, prendendo esempio da quello che ha imparato quando era in California, riesce a mettere in piedi un’attività vinicola. Una donna intraprendente e decisa, dunque, ma anche piuttosto capricciosa, rigida sulle sue posizioni, spesso incapace di scendere a compromessi.


La maestra privata di Aurora, che la nonna le assegna perché la bambina non vuole saperne dei collegi di suore, rappresenta invece il desiderio delle donne cilene nate tra XIX e XX secolo di istruirsi, di ribellarsi al sistema per mezzo dello studio, di votare (anche la matrigna di Aurora, Nivea, insiste molto su questi argomenti). I desideri di queste donne così indipendenti e coraggiose, però, sono destinati a cozzare più volte con la censura e con tanti tentativi di repressione.


Tramite la figura di Severo, infine, conosciamo le sofferte vicende politiche del Cile: sanguinose guerre per l’indipendenza, giochi di potere nel palazzo presidenziale, inflessibilità dei conservatori e fragilità dei progressisti. Isabel Allende, prima di parlare del colpo di Stato di Pinochet ne La casa degli spiriti, anticipa già in questo romanzo le tante difficoltà di un paese che per secoli non ha trovato pace.



Aurora adulta, tra l’amore per la fotografia ed il matrimonio


La terza ed ultima parte del romanzo, infine, racconta le vicende principali dell’età adulta di Aurora. La ragazza, che, al di là dei preziosi insegnamenti della sua maestra, non ha una reale attitudine per lo studio, si avvicina quasi per caso ad un laboratorio fotografico della sua città e trova la sua vera, grande passione, che le permetterà di lavorare e di rendersi indipendente.


Aurora non ama molto ritrarre la nobiltà ed i suoi stanchi divertimenti: preferisce indossare abiti da uomo, andare a cavallo e raggiungere fabbriche, cantieri, miniere. L’idea di fotografare (e quindi documentare) disperazione e povertà, che per quei tempi era rivoluzionaria, viene compresa soltanto dal suo maestro e da pochi altri, ma la ragazza, cocciuta come sua nonna, prosegue per la sua strada.


Un viaggio in Europa per motivi di salute di Paulina le permette di conoscere Diego, giovane esponente dell’aristocrazia campagnola cilena. I due si sposano ed Aurora inizia una nuova vita in un’ampia tenuta, lontano dalla capitale e dai suoi affetti.


Sia in questa sezione che nelle precedenti le descrizioni (merito anche dell’ottima traduzione di Elena Liverani) lasciano il lettore senza fiato: il Cile, con le sue montagne, le sue foreste inesplorate, persino i suoi deserti rocciosi, sembra un luogo, al tempo stesso, incontaminato e molto pericoloso.


Il matrimonio, comunque, non è l’ultima importante tappa per Aurora: ella farà ancora fare nuovi, fondamentali incontri, e soprattutto scoprirà il motivo di una serie di incubi e di paure che la tormentano fin da quando era piccola.



Il “ritratto in seppia”


Il titolo del romanzo rimanda chiaramente all’attività di Aurora come fotografa, ma, a mio parere, sottolinea anche alcuni importanti aspetti dei personaggi.


Aurora stessa, nel raccontarsi, si ritrae “in seppia”: lei non è come la sua piccola sorellastra Clara, destinata, crescendo, a sviluppare abilità di veggente e, di conseguenza, ad agire con decisione. Per quest’ultima il mondo è in bianco o in nero, senza gradazioni intermedie; per Aurora, invece, esistono moltissime sfumature. Ella non vede gli spiriti, ma avverte solo, in modo vago, la presenza di chi le vuole bene, anche nel momento in cui non c’è più. È una personalità molto meno portata per l’azione e più riflessiva: l’osservatrice attenta di un mondo che sta cambiando, sta invecchiando, assume inevitabilmente il colore giallastro di una fotografia datata.


In questo romanzo il Cile va in guerra contro altri Stati, ma ben presto le sue intrinseche fragilità lo costringeranno ad una dolorosa guerra intestina; l’America si considera ancora una nazione “bianca” ed i problemi delle altre etnie non sono ritenuti responsabilità dello Stato, ma tra XIX e XX secolo inizierà un percorso di integrazione; in Sudamerica, i proprietari terrieri lavorano con i loro contadini, ma di lì a pochi decenni si arricchiranno al punto da creare vere e proprie aziende agricole, sulle spalle di decine di famiglie poverissime; a Santiago, l’imprenditoria ed il settore terziario sono fiorenti, ma la crisi delle città incombe, e la successiva “fuga in campagna” della nobiltà porterà come conseguenza la prima vittoria del partito comunista e poi il terribile colpo di Stato militare.


Come dice Aurora stessa, l’unica cosa a cui si può attingere a piene mani è la memoria che ognuno di noi ha vissuto.




Siamo arrivati anche alla fine di questa “recensione classica” e, come avrete capito, questo romanzo è davvero tra i migliori che io abbia letto quest’anno.

Voi lo conoscete? Avete letto qualcos’altro dell’autrice?

Spero davvero di avervi incuriosito ed interessato!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

lunedì 19 ottobre 2020

STORIE DI MIGRANTI E SOGNI DI UNA NUOVA VITA

 Due romanzi d'inchiesta di Alessandro Micheletti e Saidou Moussa Ba




Cari lettori,

per la nostra rubrica “Letture… per autori”, oggi vi presento due romanzi editi dalla De Agostini e appositamente pensati per le scuole e per gli studenti.


Si tratta di La promessa di Hamadi e La memoria di A., due storie entrambe ambientate nella contemporaneità e dedicate al tema dell’immigrazione, anche se con modalità differenti. Io ho scovato questi due romanzi nella libreria di famiglia e sono rimasta positivamente colpita non solo dal modo in cui queste storie sono state raccontate, ma anche da come si presentano i volumi. Oltre al romanzo in sé, ci sono un inserto con delle immagini, un’ampia sezione di attività da svolgere sia in classe che a casa ed una serie di approfondimenti che permettono ai lettori di conoscere meglio alcune questioni sociali e di attualità.


Purtroppo la mia edizione è un po’ vecchia, ma so per certo che questi due romanzi sono stati ristampati in una nuova versione, e la De Agostini solitamente prepara con cura le letture didattiche, quindi credo che non resterete comunque delusi.


Vediamo meglio insieme trame e personaggi!



La promessa di Hamadi


I protagonisti di questa struggente storia sono due fratelli poco più che ventenni, Semba (la voce narrante) ed il maggiore Hamadi. Essi vivono vicino a Dakar, nel Senegal, ma la loro vita è dura e manca persino il necessario.

Nel momento in cui Hamadi si sposa, e sua moglie rimane incinta, il bisogno di soldi diventa ancora più impellente. Il ragazzo, allora, decide di seguire le orme di tanti suoi parenti più anziani e di compiere il “grande viaggio” attraverso l’oceano.

Semba è scettico: l’Europa è un mistero di cui parlano i loro concittadini, il più delle volte con apprensione e paura, e da quando loro padre è morto lui ed Hamadi si sono sempre più legati l’uno all’altro. Hamadi, però, sente che è la strada più giusta da percorrere, e si imbarca.


Semba sta ancora cercando di farsene una ragione, quando, una notte, un presagio funesto lo spaventa. Egli crede molto in questo genere di segni, ai quali il suo popolo si affida spesso, e non ha dubbi: Hamadi è in pericolo mortale.


Poco dopo, Semba si trova a sua volta su una nave, diretto in Italia. Il viaggio è pericoloso, pieno di difficoltà, ed egli viene rimandato indietro più volte, ma alla fine riesce a sbarcare. Tuttavia, egli è ignaro delle difficoltà che lo attendono: la vita nelle baracche, il faticoso lavoro nei campi, il caporalato, gli enormi problemi che si creano anche solo per reperire del cibo ed un tetto sopra la testa, la difficile vita come venditore ambulante, la lotta per non essere cacciati via dal paese, i pregiudizi dell’uomo bianco...e tanto altro ancora.


La promessa di Hamadi è una storia “esemplare” di tutto ciò che può accadere a chi è migrante ed arriva in Italia in cerca di fortuna. Hamadi, Semba e tanti altri sbarcano con molta determinazione e con il sogno di una vita migliore, ma si ritrovano di fronte a problematiche delle quali ignoravano perfino l’esistenza. I tanti temi importanti ed attuali del romanzo sono approfonditi e spiegati nel dossier che costituisce la seconda parte del volume, con tanto di articoli di attualità e spunti di riflessione. Lo stile è adatto a dei lettori giovanissimi, ma perfetto anche per gli adulti. Sono sicura che questa storia vi commuoverà!



La memoria di A.


Antonio ha quattordici anni, vive a Milano e gli piacerebbe studiare lingue. Riguardo alle altre culture, però, ha delle idee piuttosto confuse: vive in una periferia dove ci sono tante minoranze e le famiglie italiane intorno a lui mal tollerano quella che viene da loro definita “invasione”. I suoi genitori sfoderano tutto il repertorio del Io non sono razzista ma… e da settimane lottano affinché il Comune rinunci alla costruzione di un luogo d’accoglienza per migranti nel loro quartiere.


In programma, per quell’agosto, c’è un viaggio in Germania, dai loro parenti che vivono lì, ma un brutto imprevisto rischia di annullare il viaggio per tutta la famiglia. Dopo qualche tentennamento, però, Antonio si decide ad accompagnare il nonno Guerino, il quale, più di tutti, sembra avere un forte desiderio di partire.


Appena arrivato in Germania, Antonio si rende conto subito che i suoi parenti emigrati lì hanno fatto carriera ed hanno comprato delle belle case, ma anche che sono rimasti piuttosto provinciali e pieni di pregiudizi. Uno dei suoi cugini sta per sposarsi con una tedesca e gli zii sono disposti a spendere a spandere pur di non fare la figura dei volgari italiani.


Un giorno, quasi per caso, Antonio si trova nei guai con un gruppo di neo-nazisti e viene salvato da un ragazzo extracomunitario. Egli conosce così gli abitanti della periferia della città: slavi, arabi, magrebini e tante altre minoranze che cercano di andare avanti come possono. Per la prima volta, Antonio sperimenta la cordialità di queste persone e si rende conto di quello che provocano i pregiudizi di alcuni italiani, come i suoi genitori.


Mentre il ragazzo fa le sue scoperte, nonno Guerino è in missione: egli, infatti, è in cerca di una famiglia di ebrei tedeschi che ha conosciuto personalmente, con i quali ha condiviso la passione per la musica. Egli è quasi sicuro che alcuni di loro siano stati deportati ad Auschwitz, ma ha fondati motivi per credere che qualcuno sia sopravvissuto, anche se non sarà facile ritrovarlo…


La memoria di A. riprende il discorso già iniziato con La promessa di Hamadi e lo allarga. Non si parla più soltanto di migranti che arrivano in Italia, ma anche degli italiani stessi, che a loro volta, in passato, hanno dovuto cercare fortuna altrove, e che anche oggi, spesso loro malgrado, attuano quella che comunemente si chiama fuga di cervelli. Ci sono anche tanti riferimenti a pericolose situazioni politiche, come la nascita dei neo-nazisti e l’intolleranza di chi non accetta chi è diverso.

Anche questo volume, come l’altro, è corredato da tanti approfondimenti e da materiale didattico, il che lo rende un’ottima lettura per la scuola… ma non solo.



Come avrete capito, vi consiglio moltissimo questi romanzi, che non conoscevo, ma che mi hanno stupito in positivo per tanti buoni motivi.

Voi li conoscete? Vi sono piaciuti?

Avete letto qualcos’altro della collana didattica della De Agostini?

Ditemi la vostra…

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

giovedì 15 ottobre 2020

L'INCUBO

 Storytelling Chronicles: ottobre 2020




Cari lettori,

appuntamento di ottobre con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling Chronicles”!

È ormai settimo racconto che scrivo in collaborazione con il gruppo creato da Lara del blog "La nicchia letteraria" e nelle scorse puntate vi ho portato sulla Riviera Ligure (a giugno), in barca lungo le coste del Cilento (a marzo), su un’isola (a luglio), fra i boschi e i monti piemontesi (ad aprile), nella campagna lombarda (a maggio) e in una scuola di ballo (a settembre).


Tutte location piuttosto carine, vero? Ecco, preparatevi perché il tema di ottobre, in omaggio ad Halloween, è “l’ambientazione spettrale”!


Sulle prime ho avuto qualche difficoltà, perché, per quanto negli ultimi anni abbia imparato ad apprezzare di più l’autunno (e per una creatura della primavera-estate come me non è facile), Halloween resta, per me, un mondo abbastanza lontano. Avrete notato anche voi che i libri e/o film fantasy-horror con zucche, vampiri, spettri e affini non fanno proprio la parte del leone nel mio blog, anzi.

Per questo motivo ho provato a chiedermi: che cosa farebbe davvero paura anche a te? Quale lettura, visione, fatto ti ha veramente disturbato?


La risposta è arrivata, com’è giusto che sia, tra il sonno e la veglia. Quindi credo che sia quella corretta per il mio inconscio, e spero anche per voi. Il mio racconto si intitola “L’incubo”… vi lascio alla lettura!



L’INCUBO



Grosse nuvole nere, che fino a mezz’ora prima sembravano soltanto di passaggio, ora lambiscono sempre più le merlature superiori del castello. Se alzo gli occhi dal luogo dove mi sono nascosta, vedo le serve che si affannano a riaccendere le torce che avevano prontamente spento alle prime luci dell’alba. Mi sembra di riconoscerne qualcuna, anche se sono certa di non aver mai visto le più giovani. È ormai tanto tempo che non metto piede in quelle enormi e fredde stanze, ma il cuore che sobbalza furioso continua a ricordarmi, ad ogni singolo, lacerante battito, che sembra ieri il giorno in cui le ho percorse per l’ultima volta.


Mi addentro ancora un po’ tra la folla. Ho indossato un largo mantello scuro sopra abiti da lutto in lana grezza ed un cappello nero, con tanto di velo frontale, nasconde i capelli e maschera gli occhi. So di sembrare in tutto e per tutto una vedova appartenente alla nobiltà di campagna, ma ho paura di essere comunque riconosciuta. Per fortuna Anthony, il mio uomo di fiducia, è in un angolo della piazza, seduto sopra un carretto, e, anche in questo momento, so che mi sta osservando, pronto a correre in mio aiuto nel caso in cui qualcosa vada storto.


Lui e la moglie Amy, che si prendono cura di me da quando sono nel mio nuovo alloggio, hanno cercato in tutti i modi di dissuadermi, ieri sera. Hanno esposto i loro dubbi sul mio travestimento, ricordandomi che, comunque, al castello ci sono ancora tante persone affezionate a me, che potrebbero riconoscere il mio viso anche se la parte superiore è celata. Hanno confessato di aver paura per la mia incolumità, dal momento che, in simili circostanze, la folla è molto difficile da controllare. Poiché negli ultimi mesi siamo entrati un po’ in confidenza, hanno anche ammesso di non comprendere il mio desiderio di essere qui oggi. “Pensavamo che quel posto vi atterrisse” ha ripetuto più volte Amy, tra lo sconsolato e il preoccupato.


Voglio bene a Anthony e Amy. Mi hanno ridato il calore di una famiglia proprio quando ne avevo più bisogno, e definirli “persone di servizio” è riduttivo. Ciò nonostante, io avevo bisogno di essere qui oggi. Un bisogno disperato, viscerale, forse malato. Dovevo esserci e vedere con i miei occhi. Capire se sono salva dall’incubo che mi tormenta. Se posso dimenticare i sette mesi peggiori della mia vita o se ho ancora qualche motivo per tremare.


Mentre mi stringo nel mio mantello in mezzo alla folla e rabbrividisco per il freddo, mi sembra che tutti i timori che credevo di aver dimenticato, o almeno cercato di frenare, stiano tornando a farsi strada nel mio cuore. Ciò che mi raggela più di tutto è il silenzio. Siamo nel cortile più grande tra quelli adiacenti al castello: un luogo che solitamente viene utilizzato come piazza del mercato e che brulica di vita fin dalle prime ore del mattino. In altre occasioni, una passeggiata lì sarebbe gradevole, persino divertente, e qualche volta lo è stato persino per me. Oggi, invece, sembra che nessuno trovi il coraggio per muovere un passo, tantomeno per parlare. Il silenzio è grave e spaventoso. Ogni tanto qualcuno si volta e sussurra una mezza frase concitata al vicino, ma viene sempre zittito nervosamente.


La terra battuta del cortile, così spoglia, senza le solite ceste di frutta e verdura posate in terra, dà quasi un senso di vuoto. I tre lati in muratura del castello, che durante le festose mattinate sembravano proteggerci, ora ci sovrastano, quasi ci schiacciano; il cielo è livido e la muratura di un brillante rosso mattone ora sembra quasi nera.


Anche se cerco di tenere lo sguardo il più possibile basso, so che cosa sta guardando con ansia ed aspettativa la maggior parte delle persone che si sono riunite qui con me: la Torre, nell’angolo alla nostra destra. Ormai tutti quelli che sanno scrivere la indicano così, con la T maiuscola, perché, se un tempo era una parte del castello come le altre, da qualche decennio in avanti è diventata il luogo del terrore per eccellenza. Io non ho osato alzare gli occhi e guardarla per più di qualche secondo, ma mi sono accorta che le nuvole più nere si erano concentrate proprio sopra di essa. Come se Dio stesso maledicesse gli atti che si compiono dentro quelle mura. Nessuno di coloro che sono entrati lì è sopravvissuto, eppure tutti, in qualche modo, sanno quel che vi succede. Da quando, qualche decennio fa, è accaduto un terribile crimine ed è stato sparso persino il sangue di bambini, la paura nei confronti della Torre ha preso corpo come una fiera mostruosa, si è ingrossata passando di bocca in bocca, ed è per questo motivo che ora stanno fissando tutti la porta alla sua base in un silenzio terrorizzato.



* * *


Sembra che siamo tutti qui ad aspettare da un’eternità, ma all’improvviso quella porta si spalanca piano, con un debole cigolio che fa venire un ulteriore brivido ai presenti. Ne escono alcune guardie armate, che si dirigono proprio di fronte a noi, dove, invece, nessuno ha avuto ancora il coraggio di guardare: sul palco sopraelevato che è stato costruito in fretta e furia negli ultimi giorni, fatto di robuste assi di legno e con un ceppo al centro.


Il primo ad essere portato fuori dalle guardie è un giovane uomo. Non sono qui per lui, ma quando lo vedo mi si stringe il cuore. È un bel ragazzo dai capelli ricci e scuri, e sono sicura che fino a poco tempo prima ha avuto una vita piena di leggerezza e divertimenti. Deve essere un uomo forte, perché tenta di divincolarsi in tutti i modi, ma purtroppo è accerchiato dal nemico. Negli occhi, ancora vitali ma accesi da una luce disperata, si coglie quasi il senso di una tragica sorpresa: come se egli non si capacitasse ancora di pagare con la vita quella che per lui è stata solo un’innocente bravata.


Sento le gambe tremare, ma mi impongo di guardare, almeno finché i capi d’imputazione non vengono letti ed il ragazzo viene obbligato a poggiare la testa sul ceppo. Ho visto altre esecuzioni in gioventù, nel mio paese, ma qui nessuno si azzarda, come a casa mia, a tirare verdure marce o a gridare “A morte!”. Il silenzio continua a regnare, ma è come se i presenti parlassero con lo sguardo: oggi siamo venuti a salutare lui, e forse domani toccherà a me. Sento affacciarsi in un angolo della mia mente l’incubo che mi perseguita, ma lo scaccio con fermezza. Devo restare presente a me stessa, vedere, capire.


Quando però il boia alza la scure non ce la faccio: chiudo gli occhi e lascio che il velo mi protegga. Sento qualche grido di donna e capisco che l’esecuzione ha avuto luogo, ma attendo che il corpo sia portato via. Tengo gli occhi bassi, mi guardo i piedi, cercando di non oscillare e non cadere. Li rialzo soltanto quando sento che, per la prima volta dopo ore, le poche parole spezzate e nervose della folla intorno a me si sono trasformate in un brusio consistente. Non c’è dubbio: l’hanno portata fuori.


So che è lei. Deve esserlo, chi altri potrebbe essere mai? Eppure, se non fosse per la lunga chioma di ricci biondo-rossicci e per l’abito verde scuro che le ho visto addosso in giorni più felici, stenterei a riconoscerla. A differenza del ragazzo che è venuto prima, è in uno stato di totale prostrazione. È così magra che sembra non mangiare da mesi, ed è portata a forza da due guardie che la tengono per le braccia, perché i piedi non la reggono.


Inizio a tremare. Non devo pensare che a quella sciocca, frivola, ma allegra e simpatica ragazzina io ho anche voluto bene. Non posso permettermi di indugiare sul periodo lontano in cui lei si definiva mia amica.


Nel momento in cui ragazza e guardie salgono sul patibolo, un fulmine lontano illumina a giorno il cielo quasi notturno, ed un tuono ci fa sobbalzare. In lontananza, sento un bambino che piange, ed i passi di alcune persone in ultima fila che preferiscono tornare a casa. Mi piacerebbe dirmi che stanno rientrando per togliere i panni stesi e rigovernare le galline prima che arrivi il temporale, ma so bene che per la maggior parte dei presenti l’orrore sta diventando troppo da sopportare. Il boia, che ha posato la scure ma ha impugnato una spada affilata che appare come un’arma di tortura, resta incappucciato e, in controluce, sembra sempre più un nero spettro dei racconti di terrore. Intorno al ceppo nessuno si è degnato di pulire ed è tutto pieno di sangue, ormai un po’ rappreso ma ancora vermiglio.


Come possono permettere una cosa del genere? È una ragazzina. È in un’età in cui certe bravate vengono punite con un paio di schiaffi e tre giorni di reclusione in camera, in attesa delle scuse, della riconciliazione con i genitori, della maturità che arriva con il tempo.


Lei, però, di tempo non ne ha più. Ha fatto un errore da fanciulla qual è e pagherà con la vita. Una giovanissima quasi-donna estroversa, piena di vita, forse un po’ maliziosa ma tanto buona, costretta a posare la testa sul ceppo per i capricci, le insicurezze, i folli giochi di un mostro che sta terrorizzando ormai da anni tutte le persone sulla piazza… e non solo.


Caterina poggia la testa sul ceppo. Sento le gambe che vengono meno. Non posso evitare di chiedermi che cosa si debba provare a vedere da vicino tutto quel sangue, a sentirne l’odore acre, a comprendere che si sta attaccando sotto le tue scarpe, a guardare l’orlo di uno dei tuoi abiti preferiti macchiarsi, ed a sapere che ben presto lì in terra ci sarà anche il tuo, e che tu non potrai vedere più niente, perché non sarai più niente.


Non devi pensarci. Non devi pensarci. Non devi pensarci.

Ma è troppo tardi. Non puoi far niente per lei.

E forse non salverai nemmeno te stessa.

Che orrore, che orrore…


Non mi rendo nemmeno conto di star delirando. Chiudo gli occhi nuovamente, ma l’oscurità mi sovrasta, il mio corpo non risponde più e in pochi secondi non sono in grado di sentire più nulla.



* * *


Il buio, da gelido tormento, all’improvviso si trasforma in una coperta soffocante. Per pochi attimi mi sento ancora nel panico, poi mi volto rapidamente sulla destra e riconosco le finestre ad arco di casa mia. Sono nel mio letto ed il rumore insistente che mi sembrava di sentire appena dopo il delirio era quello di una pioggia scrosciante che sta continuando ad imperversare. Le torce sono accese, ma ho l’impressione che stia davvero calando il buio, non solo perché il tempo è pessimo, ma proprio perché la giornata sta per volgere al termine. Quanto ho dormito? E soprattutto… come sono finita qua?

Amy!” chiamo con tutta la voce che ho, anche se mi rendo conto di essere debole e di avere mal di gola.

Amy doveva essere dietro alla porta di camera mia, perché entra subito, il sollievo dipinto sul volto.

Adesso vi sentite meglio?” mi chiede con sollecitudine.

Io...” gracchio debolmente. “Non lo so. Forse un po’ meglio, sì. Ma che è successo?”

Siete svenuta, Milady. Siete crollata al momento dell’esecuzione della Regina Caterina. Per fortuna quasi tutti avevano gli occhi puntati sul patibolo. Un uomo vicino a voi ha visto che il velo che avevate sul viso si era alzato e vi ha riconosciuto, ma grazie a Dio si trattava di una persona fedele al vostro ricordo. Ve lo avevo detto, Milady: a corte sono in tanti a portarvi ancora rispetto” conclude senza nascondere gli occhi lucidi.

Continuo a non capire, Amy. Sono stata salvata da quest’uomo? E Anthony?”

Quel galantuomo vi ha rimesso il velo, forse mentre nessuno stava guardando. Ha rassicurato le persone intorno a lui dicendo di conoscervi. Anthony nel frattempo ha attraversato la folla, si è presentato come vostro uomo di servizio e vi ha preso in braccio, portandovi verso la carrozza.”

Sono incredula. Anche in una giornata terribile, la fortuna sembra quasi sorridermi. O forse è semplicemente il fatto che, ora che sono una semplice Lady, nessuno mi considera più come un tempo. Forse quell’uomo ha provato simpatia per me ed ha avuto pietà delle mie condizioni. E di sicuro nessuno ha collegato Anthony alla mia persona, un po’ perché per i nobili la servitù è sempre invisibile, un po’ perché i cortigiani, negli ultimi tempi, hanno iniziato ad evitare i signorotti di campagna, come quelli che vivono vicino a me, considerandoli meno nobili di loro. Anche la mia carrozza, modesta e nascosta sotto degli alberi ampi e bassi, non deve essere stata collegata in alcun modo a me.


Anthony! Milady si è svegliata!”

Il grido di Amy che richiama il marito appena fuori dalla porta mi fa trasalire. I miei nervi risentono ancora di tutto quello che è successo oggi. Mi chiedo se i miei umori non stiano diventando freddi e maligni, e, se è così, so che non è a causa del clima e del dannato inverno inglese che sembra non finire mai.

Anthony si avvicina alla porta di camera mia con i passi lenti e pesanti che ho imparato a riconoscere, ma il fiato grosso tradisce l’affanno. Anche lui deve essersi preoccupato molto per me, come la moglie. Nel vedere il suo sorriso aperto, per un attimo mi sento in colpa. Sono le uniche persone che si preoccupano per me, ormai sono un po’ avanti con gli anni, ed io li ho trascinati in questa mia follia.


Milady, come state? Quando vi ho tirato giù dalla carrozza avevate già ripreso conoscenza, ma tenevate gli occhi chiusi. Mi avete detto: lasciami dormire. Sembravate in preda alla febbre. Ho avuto paura. Vi ho consegnata a Amy, che vi ha messo nel letto. Vi siete addormentata. Ho chiamato il dottore e lui è venuto subito, ma ha detto che non c’era febbre e che stavate solo riposando. Ha detto che forse avete avuto un crollo di nervi. Ha detto anche che ritornerà domani a controllarvi.”

Non c’è da stupirsi i vostri nervi non vi abbiano assistito, Milady! Deve essere stato uno spettacolo orribile… e poi, proprio voi...”


Le ultime quattro parole sono quasi sussurrate. Il silenzio invade improvvisamente l’abitacolo. So a che cosa stiamo pensando tutti e tre, ma non riesco a dirlo, solo ad ammetterlo tra me e me. Sono stata pericolosamente vicina a quel patibolo, e non come semplice spettatrice.



* * *



Con l’aiuto di Amy, mi sono lavata, sistemata, preparata per la cena. Lei avrebbe voluto portarmi da mangiare a letto, ma io ho insistito per scendere al piano di sotto e cenare con loro. Ci sediamo sempre insieme noi tre, sembriamo una famiglia anche se loro sono al mio servizio, e stasera ne ho più bisogno che mai.


Eppure io apparterrei ad un altro nucleo familiare. Io sono l’amatissima sorella del Re Enrico VIII. Un eufemismo davvero ridicolo, considerato che siamo stati sposati per sette mesi e tutte le persone che erano nel cortile con me stamattina si sono rivolte a me più di una volta con l’appellativo di Regina. Tuttavia, sono convinta che, se oggi sono stata riconosciuta soltanto da una persona, è perché nessuno si è mai soffermato su di me più di tanto, nessuno ha mai voluto celebrare la mia bellezza. Io sono rimasta sempre e comunque Lady Anna di Clèves, la nobildonna tedesca che non conosceva nessuna famiglia inglese. La straniera arrivata da lontano per ragioni politiche. La donna bruna, matura, quieta che forse avrebbe dato tranquillità all’irascibile Enrico.


Era Caterina la vera stella della corte. La dama di compagnia più giovane e più bella, la ragazza scaltra e impertinente che si appartava con i suoi amanti, la fanciulla vezzeggiata dal Re che si comportava con lei in un modo che mi è subito sembrato morboso.


Più osservo la pioggia che attraversa la notte come ferro liquido, più mi sembra di rivivere tutto. Sapevo che cosa era accaduto alle altre mogli del Re. Una obbligata a divorziare, una decapitata, una morta giovanissima. Ero consapevole che essere la quarta regina in pochi anni era indizio di una posizione quanto mai precaria, ma non mi ero resa conto che la corte si sarebbe rivelata, a tutti gli effetti, la sede di un mostro.


Se ci ripenso ancora oggi, mi sento inorridire. Quel fiato terribile, quei denti marci, quegli occhi acquosi da ubriacone molesto, quelle forme strabordanti che comprimeva in abiti da paggio (tanto tutti i cortigiani lo avrebbero lodato lo stesso), quella gamba gonfia per la gotta. E poi i capricci da bambino, le prepotenze quotidiane, la rabbia distruttiva che gelava il castello, le attenzioni lascive verso qualunque donna. Caterina, nonostante la sua immaturità, mi piaceva, e quando Enrico ha iniziato ad essere fin troppo esplicito con lei ho avuto paura per entrambe. Per il mio presente e per il suo futuro.


So che in tanti, a corte, hanno spettegolato dicendo che mi è andata bene. Che con il divorzio mi sono salvata la vita. Odio le dicerie di corte, ma in questo momento non mi sento di dar loro torto. Io ho avuto l’unica colpa di non essere rimasta incinta in pochi mesi di matrimonio, e di non essere mai andata a genio a parte della nobiltà locale per via delle mie origini tedesche. Non c’erano elementi per incriminarmi di nulla, è bastato ripudiarmi come donna infertile. Caterina, invece, da ragazza giovane qual era, pensava di essere la più furba di tutti. Di fare quel che voleva come le regine delle favole e di poter continuare a frequentare i suoi amici intimi. E, proprio come nella più crudele delle fiabe, non si è resa conto che stava andando incontro ad un lupo feroce.



Il temporale fuori mi fa ancora paura, ma almeno sono tornata nel mio ambiente naturale: la campagna. In Germania, la zia che mi faceva da tutrice era molto severa, e io avevo timore del suo sguardo e delle sue bacchettate, ma appena uscivo di casa ero libera di camminare per campi e boschetti, specie durante la bella stagione, che era piacevole, asciutta, mai troppo calda. Persino le piogge erano ben accolte, perché irrigavano un terreno piuttosto secco.

Qui, in questa Inghilterra perennemente umida, solo in aperta campagna torno a respirare un po’. La città è buia e spaventosa in inverno, soffocante in estate. È una nazione malata, corrotta dalla paura che incute un re diventato tiranno.


Per questo motivo, so che non mi posso considerare ancora del tutto sfuggita al patibolo: qualche invidioso o, più facilmente, qualche disperato, pur di salvare se stesso, potrebbe fare il mio nome al momento sbagliato. La dinastia Tudor avrebbe dovuto mettere fine ai meschini sotterfugi ed alle piccole vendette attuate durante la guerra tra York e Lancaster, ed invece li ha moltiplicati. Ho la sensazione che nessuno, né io né nessun cittadino inglese, avrà pace finché il mostro non sarà stato definitivamente sconfitto. Sarà solo allora che l’incubo smetterà di tormentarci. E, anche se probabilmente io non potrò assistervi, inizierà una nuova pagina della nostra storia.



FINE




ALCUNE PRECISAZIONI


Nonostante le sfumature horror che ho cercato di dare, per attenermi al tema di ottobre, questo racconto vuole essere soprattutto uno storico, ed è un mio personale omaggio a Philippa Gregory, scrittrice e professoressa di Storia Moderna inglese della quale sono grande fan, ed ai suoi romanzi, specie L’eredità della Regina, che narra le vicende di Anna di Clèves e Caterina Howard, rispettivamente quarta e quinta moglie di Enrico VIII.


La storia è ambientata a Londra nel 1542, anno dell’esecuzione di Caterina. Ovviamente il fatto che Anna abbia voluto assistere è frutto della mia immaginazione, una sorta di mia “licenza storica”. Non c’è alcun riscontro!


Si sa, invece, che Anna di Clèves fu praticamente obbligata a divorziare dopo sei/sette mesi di matrimonio, che fu messa in una casa di campagna con persone di servizio, che fu insignita del dubbio titolo di amatissima sorella del Re e che visse relativamente serena fino al 1557, anno in cui morì per cause naturali. La sua sterilità resta da dimostrare: Enrico VIII era in un’età che ai tempi veniva considerata matura, e in più era obeso e affetto da tante patologie. Anche l’adulterio di Caterina Howard, per quanto probabile, non può considerarsi certo, perché erano pur sempre tempi di complotti, anche decisamente meschini.


Il “fatto di sangue” a cui mi riferisco, che ha dato il via alla trasformazione della Torre di Londra da carcere comune a luogo di orribili leggende, è la sparizione di due figli maschi di Elisabetta Woodville di York, nonna materna di Enrico VIII. I due bambini erano stati imprigionati lì per motivi politici e non erano mai più usciti dalla Torre.


La nascita di Enrico VIII (e del fratello maggiore Arturo, morto giovanissimo) avrebbe dovuto significare una fase di prosperità e pace, perché il padre di origini Lancaster e la madre di origini York si erano uniti in matrimonio, ponendo fine alla Guerra delle Due Rose. La dinastia Tudor si rivelerà un momento importantissimo per la storia inglese, ma porterà con sé anche tutti i problemi delle monarchie assolutistiche. La “nuova pagina” a cui Anna si riferisce è quella di Elisabetta I, determinante per la storia moderna europea, ma, purtroppo, ancora molto sanguinaria.


Un’ultima precisazione: i nomi di Anthony e Amy sono un altro piccolo omaggio a Philippa Gregory. Si riferiscono a due personaggi minori dei suoi romanzi: nello specifico, al saggio fratello maggiore di Elisabetta Woodville (da La regina della Rosa Bianca) e alla sfortunata moglie di Sir Robert Dudley, favorito e amante di gioventù di Elisabetta I (L’amante della regina vergine).


Concludo lasciandovi i link ai post e booktag in cui ho parlato di questi e altri romanzi:

1) La serie della Guerra delle Due Rose

2) Caterina, la prima moglie

3) L'amante della Regina vergine

4) L'eredità della regina



Io ho scritto parecchio, quindi ora tocca a voi raccontarmi le vostre impressioni!

So che mi sono dilungata un po’ nella parte delle spiegazioni storiche, ma ci tenevo che tutto fosse chiaro, dopo il “mistero” che è aleggiato nel corso della narrazione.

Spero di aver azzeccato il tema del mese e di avervi fatto venire almeno un brividino!

Vi invito, come sempre, a seguire tutti i post con il banner della rubrica “Storytelling Chronicles”… per leggere qualche altra storia spettrale!

Grazie ancora per la lettura, al prossimo post :-)

lunedì 12 ottobre 2020

HOT DRINKS BOOKTAG

 Un libro per ogni bevanda calda




Cari lettori,

oggi nuovo appuntamento con i “Tag...a tema libri”! Dopo le “Letture d’autunno” della settimana dell’Equinozio (a questo link), torniamo nuovamente a parlare di libri e stagione autunnale con un Hot drinks Booktag, che ho trovato sui profili Instagram @books_coffee_rainydays (che l’ha ideato) e @la_spacciatricedilibri (che lo ha riproposto, qui trovate il suo blog).


La sfida di oggi è abbinare un romanzo ad ogni bevanda calda tipica dei primi freddi di stagione! Come sempre, alcuni di questi parallelismi sono stati più facili da trovare ed altri meno, ma credo che tutti siano più o meno azzeccati! Spero che apprezzerete le mie scelte, vi lascio al TAG!



ESPRESSO


Un libro breve, rapido, senza fronzoli, che si legge in un sorso



Il mondo non mi deve nulla di Massimo Carlotto è un romanzo breve di circa 100 pagine. Come tanti di voi sapranno, amo l’autore ed ho letto tanti suoi libri (per esempio questi), ma questo “racconto lungo” non fa parte della serie noir di Marco Buratti alias L’alligatore, né può essere considerato un vero e proprio thriller.


È la storia di un incontro tra due disperati sulla riviera romagnola: un ex operaio rimasto disoccupato e costretto dalle circostanze a fare il ladro d’appartamento con scarsi risultati, ed una donna sola, che si è arricchita facendo la croupier sulle navi. Lui, colto in fallo, non riesce a derubare la casa di lei, nonostante i suoi ripetuti inviti a portarsi via almeno qualcosa; lei, convinta di aver trovato la persona senza niente da perdere che fa al caso suo, gli chiede di ucciderla, perché ormai la vita non può più darle niente di bello.



Quella che Carlotto racconta è, a tutti gli effetti, una storia d’amore, anche se scarna, malinconica, senza momenti romantici, con presupposti terribili. Al lettore resta qualche punto di domanda al termine, ma il romanzo è volutamente breve, evocativo ed un po’ enigmatico.


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CAPPUCCINO


Un libro dal gusto sofisticato, ma casual; impegnato, ma non pesante



Emma di Jane Austen, a mio parere, risponde perfettamente a questa descrizione. L’ambientazione, innanzitutto, è casual e sofisticata al tempo stesso: siamo nella campagna inglese, tra calura afosa in estate e nevi persistenti in inverno, tra fattorie e boschi, ma la storia è raccontata dal punto di vista della classe sociale più agiata, per cui si pone l’accento anche sulle belle ville gentilizie, sulle carrozze, sui balli, sui divertimenti frivoli.


La lettura di Emma scorre piuttosto veloce, perché al centro della scena ci sono le vicende amorose della protagonista e delle persone che ella frequenta abitualmente. Lo stile di Jane Austen, inoltre, è (apparentemente) leggero e ironico. In realtà, questo classico è molto più impegnato di quello che potrebbe sembrare ad una lettura più superficiale: attraverso gli occhi sempre più consapevoli di Emma, le alterne fortune delle famiglie che ella frequenta e soprattutto le sagge considerazioni di Mr Knightley, si apprende molto sulle problematiche della società del tempo. In definitiva, elementi più leggeri coesistono con altri più seri.


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CAFFELATTE


Un libro che ti ricorda la tua infanzia ma che rileggeresti volentieri, adatto a tutti



Quando, per la prima volta, sono stata invitata a far parte della rubrica “L’angolo vintage” ideata da Chiara Ropolo (qui il suo blog), che consente a me e ad altre di recuperare vecchie letture o riprendere acquisti lasciati a prender polvere, ho pensato di fare un vero e proprio salto indietro nel tempo e di parlare di tre romanzi della collezione Le ragazzine, che ho letto durante gli anni dell’adolescenza, ma che persino adesso mi capita di riprendere con piacere.


Se Cupido mi desse una mano...lui mi amerebbe alla follia? di Joan Bauer è la storia di una diciottenne un po’ mascolina ed aspirante fotografa, che incontra quasi per caso un Cupido di pezza dalle proprietà magiche e decide di chiedergli un aiuto in materia sentimentale.


Alla larga dal mio diario...o sarà peggio per voi! di Pat Moon racconta con tanta delicatezza e ironia la quotidianità di una tredicenne più matura della sua età, che vive con la giovanissima mamma, ragazza madre, ed una “nonna adottiva” (una signora anziana e sola che ha preso entrambe sotto la sua ala), tra difficoltà economiche e un nuovo aspirante patrigno non propriamente gradito.


Parliamone...non dovresti essere tu il mio angelo custode? di Andrew Matthews narra invece l’incredibile Natale di Lauren, depressa dopo essere stata lasciata, che si ritroverà a badare ad un angelo custode pasticcione e del tutto impreparato di fronte alle insidie del mondo terrestre.


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CIOCCOLATA CALDA


Un libro denso, caldo, dolce, accogliente, tra le cui pagine ti rifugeresti volentieri



L’amore è sempre in ritardo di Anna Premoli è un contemporary romance che, al tempo stesso, fa sognare e diverte.


I due protagonisti di questa romantica storia sono l'estroversa Alexandra, un’aspirante geologa che ama la scienza, la montagna e la natura, e il ragazzo di cui è innamorata fin da quando era ragazzina: Norman, il migliore amico di suo fratello. Non potrebbe essere più diverso da lei: serio, introverso, professionista dell’editoria e appassionato di letteratura.


Norman ha respinto Alexandra quando lei aveva diciott’anni ed i due hanno da anni rapporti formali e di cortesia per il bene dell’amico/fratello, ma tutto cambia quando Norman va a trovare Alexandra sulle montagne in Colorado per il suo compleanno, convinto che di lì a poche ore sarà raggiunto dalla famiglia di lei… ed invece un disguido li porta ad essere loro due soli in una baita piuttosto isolata ma anche accogliente.


L’atmosfera quieta e romantica di tanti capitoli di questo romanzo, unita alla graffiante ironia tipica dei romanzi della Premoli, vi conquisterà senz’altro!


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DALGONA COFFEE


Un libro elaborato, dal sapore inaspettato



Una fantastica vacanza in Grecia di Karen Swan è un libro a cui mi sono accostata pensando che si trattasse di un classico chick-lit con protagoniste trendy, ambienti chic, lavori affascinanti e vacanze meravigliose.


Invece il principale motivo per cui questo romanzo mi è piaciuto moltissimo è il fatto che l’autrice abbia sviscerato con lucidità e sensibilità tutti gli aspetti tipici del genere chick-lit. Mi spiego meglio: di solito, gli elementi sopra elencati attirano facilmente i lettori di romance che vogliono un po’ evadere dalla realtà, e sono presentati soltanto, o quasi, in chiave positiva.


Karen Swan, invece, mostra senza paura il rovescio della medaglia: capi che si approfittano della troppa confidenza per mettere in posizioni difficili le dipendenti, gravi mancanze dei clienti che vengono giustificate a discapito dei collaboratori, l’ambiente dei “ricchi e famosi” tutta apparenza e niente sostanza, donne dello spettacolo che subiscono soprusi di vario genere ed altro ancora.


Certo, alcune ambientazioni “da favola” sono presenti, così come (più di) una romantica storia d’amore, ma il romanzo non è semplice evasione, anzi, non manca di realismo, e questo è un grande valore aggiunto.



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THE CALDO


Un libro dal sapore d’altri tempi, elegante e raffinato



Arrigoni e l’omicidio nel bosco di Dario Crapanzano è uno degli ultimi capitoli, in ordine cronologico, delle indagini del commissario Mario Arrigoni, che opera nella Milano degli anni ‘50, nell’immediato Secondo Dopoguerra.


Vi ho già parlato in altre occasioni (per esempio qui) dell’atmosfera retrò di questi romanzi, che ci riportano in un mondo in cui andare dall’altra parte d’Italia sembrava un sogno lontano, a Milano città si mangiavano solo pietanze tipicamente meneghine, anche chi occupava posizioni di potere si spostava con il tram perché la distanza casa-lavoro era minima, la sera si ascoltavano i radio-drammi e nei fine settimana d’estate si passeggiava nei parchi cittadini.


Certo, fa effetto sovrapporre la Milano di Dario Crapanzano a quella odierna, fatta di “cittadini del mondo” che viaggiano frequentemente per lavoro e non, attraversata da taxi e Uber ad ogni ora del giorno e della notte, vuota nei weekend estivi e brulicante di vita notturna in quelli da settembre a maggio, piena di ristoranti in cui le pietanze più consumate sono il sushi ed il veggie burger.


Arrigoni e l’omicidio nel bosco allarga la visuale del lettore sugli anni ‘50 e ci porta nella campagna lombarda, tra boscaioli che vivono in casupole vecchio stile, boscaglie ancora fitte ed incontaminate, osti che sembrano quasi quelli manzoniani e ovviamente piatti tipici a cui il commissario, amante dei piaceri della tavola, non rinuncia mai.


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CHAI LATTE


Un libro “speziato”, con tanti ingredienti, che lascia tanto su cui riflettere



Il diario segreto del cuore di Francesco Recami è un romanzo sorprendente, narrato da un punto di vista del tutto inedito. Esso appartiene alla serie de “La casa di ringhiera”, di cui vi ho parlato qui, ma si discosta dal filone principale, ovvero le sconclusionate indagini del tappezziere in pensione Amedeo Consonni, che, in quell’autunno, sembra sparito nel nulla (andate a questo link per scoprire che fine ha fatto davvero!).


La polifonica voce narrante di questo romanzo è affidata alla famiglia Giorgi, composta dal padre Claudio, alcoolista che sta cercando di redimersi con un lavoro onesto ma al momento non è più gradito in casa, dalla madre Donatella che sbarca il lunario con più lavoretti di poche ore, e dai figli Gianmarco e Margherita.


Proprio il diario segreto di quest’ultima, una riuscita parodia di Cuore, mette in luce tante tematiche di straordinaria attualità: la scuola di oggi, tra docenti precarissimi e famiglie che considerano lo studio solo in termini di utilità; la sessualizzazione precoce delle preadolescenti, che si sentono già donnine a dieci anni e cercano di “farsi una cultura” con letture discutibili; il bullismo, che assume moltissime forme, anche digitali; le differenze sociali, che pesano soprattutto quando i docenti si ostinano a parlare dei poveri del Terzo Mondo senza rendersi conto che anche tra i loro alunni c’è chi deve fare la spesa con cinque euro…


Ci sono tanti spunti di riflessione in questo libro, narrati dal punto di vista di una ragazzina, e quindi sfrontati e senza peli sulla lingua: ammetto di averci ripensato più di una volta.


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PUMPKIN SPICE LATTE


Un libro da leggere ad Halloween



I romanzi di Camilla Lackberg sono perfetti per le atmosfere da brivido del periodo di Halloween! Le indagini di Erica e Patrik, lei scrittrice di gialli e lui poliziotto, marito e moglie che spesso diventano anche una “squadra” imbattibile, riportano alla luce segreti terribili e verità nascoste degli abitanti di Fjallbacka, cittadina turistica sui fiordi svedesi… un classico luogo di calma apparente!


Tra tutti i romanzi della serie, quello che forse mi ha dato i brividi maggiori è stato Il segreto degli angeli. In questa storia si riporta alla luce un mistero antico che riguarda la colonia di Valo, una ex cascina trasformata poi in casa famiglia e successivamente abbandonata. Due orrori tormentano quel luogo: la storia della “fabbricante di angeli”, un’assassina di bambini, risalente addirittura al XVIII secolo, e la misteriosa sparizione di un’intera famiglia che era ospite della colonia in tempi più recenti.


Da quell’assurdo “incidente” si è salvata solo una piccola bambina, Ebba, ora diventata donna e decisa a ristrutturare la colonia di Valo insieme al marito per tramutarla in una bella casa di campagna. Dopo pochi giorni, però, iniziano ad accadere degli “imprevisti”… e se volete stare col fiato in sospeso ancora un po’, non vi resta che leggere!


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APPLE CIDER


Un libro che sprigiona autunno da tutti i pori



Al di là della nebbia di Francesco Cheynet e Lucio Schina è un romanzo che mescola fantasy, noir e thriller. È la storia di tre professionisti della Londra vittoriana che prendono un treno notturno e si ritrovano a vivere una disavventura che cambierà le loro esistenze. Essi hanno risposto ad un invito via lettera che chiede loro di recarsi nella misteriosa località di Fault City, ma la presenza di un quarto misterioso personaggio sul treno ed alcuni avvenimenti soprannaturali trasformeranno il soggiorno sul treno in una vera e propria camminata nei ricordi.



Tra nebbie improvvise (dalle quali il titolo), boschi fitti, ville misteriose, temporali con lampi che squarciano il buio, l’ambientazione è perfetta per un pomeriggio o una serata autunnale di tempesta. Oppure, ancora una volta, per Halloween!


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Questa è la mia versione di questo TAG tipicamente autunnale!

Ora tocca a voi: che ne pensate delle mie scelte?

Conoscete questi romanzi? Vi piacciono?

Avreste scelto qualche altro libro… e se sì, quale?

Aspetto i vostri pareri!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)