lunedì 30 gennaio 2023

I PREFERITI DI GENNAIO 2023

 Tutto quello che mi è piaciuto in questo mese




Cari lettori,

ultimo lunedì di gennaio!

Sembra ieri che festeggiavamo Capodanno, o sbaglio? Invece… eccoci già arrivati a chiudere il primo mese dell’anno!

La prima settimana di gennaio per me è stata di vacanza, dopodiché c’è stata la ripresa. Di solito il ritorno al lavoro dopo le vacanze di Natale è piuttosto impegnativo, però devo essere onesta con me stessa e ammettere che, tra l’anno in cui c’era una nuova ondata di Covid, quello in cui ero in attesa di capire se avrei cambiato alcune mansioni in febbraio, quello in cui facevo una sostituzione per malattia rinnovata periodicamente ed altri ancora, ho avuto mesi di gennaio più tosti.

Questa volta ho semplicemente ripreso una routine che sto consolidando da inizio autunno, senza grossi scossoni.

Oggi vi racconto tutto quello che mi è piaciuto in questo mese, dai libri ai film, dalla musica alla poesia!



Il libro del mese


Non potevamo che iniziare l’anno con Caminito, il più gradito ed atteso dei ritorni (almeno dal mio punto di vista): il commissario Ricciardi, cinque anni dopo.


Siamo nell’aprile del ‘38, e, come ci aveva già insegnato La condanna del sangue (di cui vi avevo parlato qui), la primavera è traditrice.


Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi non ha ancora superato quel che è successo alla nascita della sua primogenita Marta. La morte della sua amatissima Enrica è un lutto che si porta dietro sempre, e che è aggravato dalla sua maledizione: quello di vedere i fantasmi di chi è morto, che ripetono la loro ultima frase.

La situazione politica difficile in cui sta versando l’Italia, unito al suo duplice tormento personale, lo spinge a cercare la tanto desiderata pace in quella sorta di panchina, poco più che un insieme di pietre accostate alla fine di una stradina, che era il rifugio segreto suo e di Enrica, quando ancora lui non sapeva se dichiararsi e lei fuggiva dalla sua invadente madre e da un corteggiatore che per lei era solo un amico.


La sua esistenza solitaria e tormentata, però, ormai da cinque anni è stata benedetta da Marta, la sua bambina di cinque anni, che assomiglia sia a lui che a Enrica, in una straordinaria combinazione del meglio di entrambi. L’educazione della bambina è stata affidata a due persone preziose, che per Ricciardi fanno parte della famiglia. La prima è Nelide, la nipote della defunta tata Rosa, che vive con padre e figlia e fa da governante ad entrambi. La seconda è una vecchia amica di Ricciardi, la contessa Bianca, che dopo anni difficili ha ritrovato la serenità: Marta passa le giornate in compagnia sua, dell’insegnante che è stata assunta per lei e del figlioletto di quest’ultima, Federico, che per lei è un grande amico.


Tornare a casa da Marta dà a Ricciardi la forza di continuare a lavorare ogni giorno, anche se i tempi sono difficilissimi: su molti delitti gli è impedito di indagare perché si tratta di ritorsioni fasciste ai danni di oppositori o di minoranze, la burocrazia del regime ostacola ogni sua azione ed anche quando gli è consentito lavorare egli ha la sensazione di camminare sulle uova.


In questo contesto così complesso avviene un delitto crudele, quanto può esserlo il mese di aprile: un maestro in pensione, molto anziano e molto povero, mentre tenta di rubacchiare della frutta da un cortile di un quartiere chiuso, trova due cadaveri di ragazzi. I due poveretti sono stati sorpresi da qualcuno mentre facevano l’amore e sono rimasti lì, soli ed abbandonati.


Lei è giovanissima, dalle vesti povere e sconosciuta a tutti, tra inquirenti ed abitanti della zona. Nel riconoscere il volto di lui, invece, il dottor Modo, medico legale ed amico di Ricciardi, si spaventa moltissimo. L’uomo, infatti, ufficialmente lavora su una nave commerciale che gira tra l’Italia ed altri paesi del Mediterraneo, ma si è assunto anche un altro compito: quello di recapitare ad amici e familiari la corrispondenza di chi è al confino.


Di tutto questo, però, il dottore non fa parola con l’amico Ricciardi e con il suo vice, il brigadiere Maione, perché le associazioni antifasciste di cui fa parte lo obbligano alla segretezza. Ricciardi, tuttavia, intuisce a grandi linee quello che l’amico gli sta nascondendo, ed inizia ad indagare cautamente, riprendendo i contatti con una persona che fa parte del suo passato.


Il brigadiere Raffaele Maione, invece, per quanto voglia dare il suo contributo all’indagine, è distratto da una delicata questione personale riguardante la figlia che lei e Lucia hanno adottato, Benedetta. Alcuni suoi parenti sono tornati dall’America e sono intenzionati a prenderla con loro, e lui, per quanto ami quella figlia come se fosse sua, non può fare a meno di chiedersi se non sarebbe meglio per Benedetta vivere con dei suoi consanguinei ricchi e potenti, invece che con lui, con la moglie e tutti gli altri loro figli in una casa popolare, concedendosi la carne solo la domenica.


Nel frattempo, in Argentina, una cantante di tango arrivata dall’Italia cerca di imparare una nuova canzone, Caminito, e ripensa a quel che ha lasciato a Napoli anni prima.



Non mi sembra passato più di un anno da quando, in questo post, vi ho raccontato Il pianto dell’alba, piangendo un po’ la triste fine della serie del commissario Ricciardi. Invece sono passati ben tre anni e mezzo, un lungo periodo di tempo che mi ha fatto pensare, in tutta onestà, che Maurizio De Giovanni avesse chiuso definitivamente la serie e che fosse passato ad altre storie. Però ogni tanto, sulla sua pagina Facebook, spuntavano dei mini racconti, dei momenti rubati di quotidianità del commissario, che mi facevano ben sperare. Devo dire che il suo ritorno è stato graditissimo.


Il Maurizio De Giovanni de I Bastardi di Pizzofalcone è una piacevole conferma ogni volta che esce un romanzo (a differenza della fiction che secondo me si è persa un po’), quello della serie di Sara è originale e super interessante, quello di Mina Settembre offre anche una certa leggerezza (ve ne ho parlato pochi giorni fa). Ma la sua serie migliore è Ricciardi, non ce n’è. Tornare in quel mondo per noi lettori è stato come riaprire le vecchie porte di una casa che non si vede da tanto. Una casa sul mare e sul Vesuvio, ovviamente :-)


Ho trovato in grande forma Maione ed il suo amico/informatore Bambinella; un po’ meno il dottor Modo, uno dei miei personaggi preferiti in assoluto, che purtroppo è diventato duro e diffidente (anche se capisco che ne ha tutte le ragioni; chissà, forse anche io mi infiammo troppo su certe questioni, e si sa che i nostri difetti visti negli altri ci fanno impazzire…). Quanto ai personaggi femminili, la piccola Marta è un uragano pieno di sorprese, Bianca potrebbe rivestire un ruolo più importante se Ricciardi continuerà a scrivere… e sono felice anche della ricomparsa di Livia, anche se so che noi che apprezziamo questo personaggio siamo decisamente in minoranza.


Una vera girandola di emozioni, e mi fermo qui, altrimenti ne scriverei ancora. Spero soltanto che questo non sia un semplice epilogo, ma l’inizio di una nuova fase della vita del commissario.



Il film del mese


Giovanni e Giacomo sono soci da tutta la vita: sono a capo di un’azienda nel milanese di mobili, soprattutto divani. Gli affari funzionano, ma loro non potrebbero essere più diversi. Giovanni, sposato con Valentina e papà di Caterina, è allegro, propositivo, generoso. Giacomo, sposato con Lietta e padre di Elio, è ipocondriaco, ansioso, piuttosto tirchio e ultimamente anche piuttosto insofferente nei confronti di Giovanni.


I due ragazzi, Caterina ed Elio, cresciuti insieme gattonando sul divano prodotto nel 1989, hanno finito per innamorarsi ed hanno deciso di sposarsi.


Per il matrimonio, Giovanni ha affittato una villa sul lago ed organizzato una tre giorni di festeggiamenti. Inutile dire che Giacomo avrebbe preferito qualcosa di molto più semplice e che considera il tutto una grande, inutile spesa.


Nonostante queste incomprensioni, tutto sembra procedere alla perfezione, almeno per gli sposi e per gli ospiti. L’imprevisto, però, è dietro l’angolo.


Giovanni, infatti, per quanto innamorato della moglie Valentina, non è mai riuscito a dimenticare del tutto Margherita, la sua prima moglie e la vera madre di Caterina. Quando la donna si presenta alla villa con Aldo, il suo nuovo compagno, un uomo del Sud entusiasta e pasticcione, inizieranno i guai. Le cene tra pochi intimi si trasformeranno in serate infinite, l’organizzazione perfetta subirà una serie di intoppi e tanti nodi verranno al pettine.



I primi film di Aldo, Giovanni e Giacomo sono quasi dei classici della commedia italiana, pellicole di cui molti di noi conoscono pure delle battute a memoria.

Qualche anno fa secondo me si erano un pochino persi, con film come Il cosmo sul comò o Fuga da Reuma Park che erano più che altro degli omaggi alla loro carriera, dei collage dei loro “corti”. Invece già Odio l’estate, il film uscito circa tre anni fa, mi era piaciuto.


Il grande giorno, per qualche verso, assomiglia a quest’ultimo: una commedia gradevole e divertente, in cui ogni componente del trio resta fedele alla parte che gli riesce meglio: Aldo è l’agitatore del gruppo, sia nel bene che nel male; Giovanni è l’imprenditore milanese pieno di idee, ma anche preciso all’esasperazione; Giacomo è tormentato dall’ansia per le spese e dalla paura delle malattie, al punto che sua moglie è praticamente la sua infermiera.


Una sorpresa, invece, i ragazzi che interpretano Elio e Caterina, due personaggi che si presentavano come poco più che comparse in mezzo ai drammi ed ai pasticci dei loro genitori e che invece hanno parecchio da dire.


Ho avuto l’impressione che Aldo, Giovanni e Giacomo volessero prendere un po’ in giro la loro generazione, che è un po’ quella dei miei genitori (anche io ho gattonato su un divano nell’89, dopotutto). Per i sessantenni di oggi il matrimonio dei figli è ancora una giornata importantissima, un rito di passaggio in cui tutto deve essere perfetto e se necessario non si bada a spese. I giovani, invece, che dovrebbero essere i protagonisti, finiscono per essere comprimari, perché tutto sommato per tanti trentenni di oggi il matrimonio è una scelta come un’altra: si può anche convivere, si può anche restare ognuno a casa sua, “noi non eravamo sicuri di farlo ma almeno mamma e papà sono contenti”…


Non si mettono in scena grandi drammi, ma i piccoli vizi e mancanze di due generazioni di italiani. Io, poi, ho riso moltissimo… quindi ve lo consiglio per un pomeriggio o una serata leggera!



La musica del mese


Sono stata un po’ indecisa a proposito di cosa fare per la sezione musicale dei preferiti di quest’anno. I primi anni mi occupavo di nuove uscite, ma poi mi sono resa conto che, crescendo, non ero più proprio “sul pezzo” come una volta (sto invecchiando, signori, che vogliamo farci). Per un paio di anni ho seguito la logica delle parole chiave e delle idee guida per ogni mese, e mi è molto piaciuto, ma non avrei voluto ripetermi.


Alla fine ho deciso di dedicare uno spazietto mensile alla mia cantante preferita, Taylor Swift, già più volte protagonista di queste pagine e protagonista di un progetto tutto suo (a questo link trovate il post che riepiloga gli altri).


Mi sono resa conto che a più riprese, in vari momenti della mia vita, continuo a fare delle riflessioni sui testi delle sue canzoni. Per tanti motivi, tanti dei suoi brani continuano a parlarmi, a rivelarmi nuovi significati, anche dopo mesi ed anni.


Ogni tanto, se mi seguite su Instagram, avrete notato che ho postato qualche riflessione estemporanea. Però ho pensato che è un peccato lasciarle lì per 24 ore e basta. Così ho deciso di scegliere una sua canzone per ogni mese, una che secondo me colga bene lo spirito del periodo, e di raccontarvi il mio perché.



Il mese di gennaio, per esempio, per me è il mese di Happiness, la mia canzone preferita del suo disco Evermore. Se seguite il mio blog da un po’, l’avrete già sentita: è la colonna sonora del mio racconto di gennaio 2021, La felicità, un omaggio al Barone rampante di Calvino (lo trovate a questo link).


Caro, mentre sono sopra gli alberi

vedo questa cosa per quel che è

ma ora sono quaggiù, e tutti gli anni che ho dato

sono solo roba che ci dividiamo

ti ho mostrato tutti i miei punti più nascosti

stavo danzando quando la musica si è fermata

e nell’incredulità, non riesco ad affrontare una reinvenzione

non ho ancora incontrato la nuova me stessa


Molti dicono che è la canzone più triste dell’album, ma secondo me… no. Insomma, non si chiama Happiness mica per caso.


Happiness mi ha aiutato a riflettere sul fatto che storie, percorsi, interi pezzi di vita semplicemente finiscono. Anche se ci trovavamo bene, anche se lungo la strada ci hanno accompagnato delle brave persone. Ad un certo punto il cambiamento ci trasforma in persone diverse, e non apparteniamo più a quello a cui tanto tenevamo. Resta un bel ricordo. E l’alba di nuove consapevolezze… da vivere giorno per giorno. Abbracciando il presente. Incontrando la nuova versione di noi stessi.


Ci sarà la felicità dopo di te

ma c’era anche la felicità a causa tua

Entrambe queste cose possono essere vere

C’è la felicità


Nella nostra storia, al di là della nostra grande separazione

c’è un’alba gloriosa,

impreziosita dalle scintille di luce

del vestito che ho indossato a mezzanotte

Lasciati tutto alle spalle

Oh, lasciati tutto alle spalle,

e c’è la felicità


Insomma, Happiness ci insegna che gennaio, con il nuovo anno, è un buon mese per ricominciare. E per pensare un po’ di più a noi stessi ed ai nostri bisogni.


Trovate Happiness a questo link.



La poesia del mese


Per il mese di gennaio, buio, freddo e talvolta un po’ malinconico, ho pensato ad una poesia di Fernando Pessoa, dal titolo Quel che mi duole non è.


Quel che mi duole non è

quello che c’è nel cuore

ma quelle cose belle

che mai esisteranno.


Sono le forme senza forma

che passano senza che il dolore

le possa conoscere,

o sognarle l’amore.


Come se la tristezza

fosse albero e, una ad una,

le sue foglie cadessero

tra il sentiero e la bruma.



Le foto del mese


Dal 29 dicembre al 3 gennaio sono stata a Varazze con la mia famiglia ed abbiamo festeggiato Capodanno lì, in modo molto semplice e tranquillo. Purtroppo in sei giorni non abbiamo visto un raggio di sole ma pazienza, la temperatura era gradevole ed abbiamo fatto tante passeggiate!



Le luminarie di Varazze riservano sempre qualche sorpresa! Questo orsetto è spettacolare, dai…



Per l’Epifania è uscito di nuovo il sole e lungo il Naviglio ho trovato questo presepe in un tronco cavo!



Giovedì 12 io e mia madre, dopo la mia mattinata al lavoro, ci siamo prese mezza giornata per girare un po’ a Milano, tra pranzo con pizza al trancio da Spontini, un pochino di shopping e la mostra di Bosch a Palazzo Reale, di cui vi parlerò prestissimo!



In gennaio ho fatto anche un po’ di “conigliette sitting”: come vedete, Dora e Panna sono molto in forma! Mangiano il radicchio come la loro zia umana, ci credo che stanno bene… :-)




Ecco il mio gennaio in breve!

Devo dire che sono contenta: è stato un mese senza grandi scossoni, che mi ha consentito di godermi le vacanze, di ripartire con calma e di dedicarmi ai miei hobby. Dicembre è uno dei miei mesi preferiti, ma le scadenze prenatalizie lo rendono sempre frenetico, ed in più quest’anno mi sono sentita debole per tanti giorni a causa dei vari mali di stagione. Sembra una sciocchezza, ma avere alle spalle una vacanza e stare bene in salute mi ha molto ricaricato. Speriamo che duri, perché so per esperienza che il passaggio tra inverno e primavera mi porta quasi sempre un altro momento di stanchezza. Raccontatemi un po’ come state voi, invece!

Grazie per la lettura, ci rileggiamo in febbraio :-)


giovedì 26 gennaio 2023

UNA BAMBOLA ROTTA

 Spazio Scrittura Creativa: gennaio 2023




Cari lettori,

benvenuti al primo appuntamento dell’anno con lo “Spazio Scrittura Creativa”!

Per chi si fosse perso qualche puntata, ricordo che questa nuova rubrica di scrittura è nata circa quattro mesi fa, e che finora ho scritto tre racconti: una commedia romantica ambientata tra le vigne in Provenza a ottobre, un nuovo episodio della “famiglia allargata” di Luna e Lorenzo (già protagonisti di un’altra mia storia) a novembre ed una fanfiction su Harry Potter a dicembre. Tutti gli altri miei racconti, scritti tra marzo 2020 e luglio 2022, si possono trovare sotto l’etichetta Storytelling Chronicles (il gruppo di scrittura di cui ho fatto parte per due anni e mezzo), a questo link.


Il mese di gennaio ci impone un po’ più di serietà, o almeno, questo è quello che penso. Domani sarà la Giornata della Memoria ed io, dopo avervi proposto negli anni citazioni dai classici, poesie, canzoni e letture, ho pensato di scrivervi un racconto tutto mio. Non è facile mettersi alla scrivania e toccare questi temi ma spero che il risultato vi piacerà!


La storia si intitola “Una bambola rotta”; buona lettura!



UNA BAMBOLA ROTTA


3 gennaio 2023


Non saprei proprio quale delle due scegliere. Certo la fattura di entrambi è mirabile.”

È questione di gusti, signor Bianchi. I diamanti montati sul pavé oro sono un classico, qualcosa con cui non si sbaglia mai; questo pavone con smeraldi è qualcosa di più originale, un pezzo da collezione.”

Il signor Bianchi si allontanò un attimo dal banco della gioielleria, come a voler osservare da lontano le due spille che erano state disposte sul panno nero; fece qualche passo indietro, strizzò gli occhi, scosse la testa pensieroso.

Mia moglie adora i diamanti. Va beh, che glielo dico a fare, lei lo sa meglio di me.”

Ricordo, ricordo” confermò Primo con un cenno del capo. Ogni anno, a gennaio, il signor Bianchi veniva a comprare un costoso gioiello per la moglie, il cui compleanno cadeva proprio i primi giorni dell’anno. I diamanti taglio classico su pavè di oro bianco o giallo erano una delle sue passioni. Eppure ogni volta il signor Bianchi mostrava un pizzico di indecisione. Primo non si spazientiva affatto per quei tentennamenti del cliente, anzi, li considerava un buon segno: il signor Bianchi, dopo tanti anni, era ancora innamorato di sua moglie, e non avrebbe mai voluto deluderla con un regalo che non incontrasse i suoi gusti. Per questo motivo riteneva che fosse il caso di aiutarlo.

Se mi permette, signor Bianchi” iniziò a dire cautamente Primo “secondo me la parure di diamanti di sua moglie è quasi completa. Ha già acquistato tanti pezzi in questi anni. Certo la spilla può essere una buona idea per andare sul sicuro, ma è qualcosa che sua moglie si aspetterà sicuramente. Provi per una volta a spezzare la routine. La spilla con il pavone ha un prezzo leggermente inferiore, ma gli smeraldi con questa lavorazione sono una rarità. Ed il pavone è un simbolo che sta tornando di moda.”

Il signor Bianchi si illuminò improvvisamente. “Ora che ci penso, prima di Natale siamo stati insieme a Palazzo Reale, alla mostra di Bosch. Mia moglie è rimasta molto colpita dalle incisioni sui sette peccati capitali ispirate a Pieter Bruegel Il Vecchio. Il quadro della superbia era dominato da un magnifico pavone.”

Beh, allora questo regalo comunicherebbe a sua moglie la sua attenzione per il dettagli, il fatto che lei sia attento a quel che le piace.”

Il signor Bianchi allontanò leggermente la spilla di diamanti all’angolo del panno nero, ponendo al centro lo sfavillante pavone con la coda fatta di oro traforato e smeraldi.

Sì, mi ha convinto” annuì lentamente, guardando la spilla. “Sono sicura che stavolta Carla sarà sorpresa.”

Anche quest’anno due dei suoi più affezionati clienti sarebbero stati soddisfatti.



Mentre abbassava le saracinesche e dava il via al lungo balletto, come lo chiamava lui, per chiudere la gioielleria ed installare i vari sistemi di sicurezza, Primo non poté fare a meno di dare un’occhiata alle sfavillanti luci della Milano natalizia fuori dalla sua vetrina. Ancora una settimana, anche meno, e la frenesia delle feste avrebbe lasciato il posto alla buia e gelida quiete di gennaio. Il pensiero non lo entusiasmava. La stagione natalizia, dopo un paio di anni difficili a causa della pandemia, era tornata ad essere la più fruttuosa, persino per attività come la sua, che avevano sempre puntato su una clientela selezionata. Non che Primo avesse avuto particolari difficoltà economiche in questi anni, ma amava il suo lavoro: gli dava gioia il pensiero che i clienti entrassero pensando a qualcosa di speciale per una persona amata ed uscissero soddisfatti, con un pezzo unico tra le mani.


Inoltre, le decorazioni natalizie, che il padre aveva sempre messo un po’ malvolentieri e per ragioni lavorative, su di lui avevano sempre esercitato un grande fascino.

Finché egli viveva con i suoi genitori, l’unica festa ammessa in quel periodo era l’Hanukkah, che veniva festeggiata con molta più sobrietà di quanto qualunque italiano cattolico (ma anche ateo) festeggiasse il Natale. Da quando, però, prima Rita e poi il figlio Matteo erano entrati nella sua vita, anche il suo Dicembre era stato riempito dalle peripezie di Babbo Natale, dalla slitta con le renne e dall’immancabile albero addobbato in salotto. La religione di Rita non era stata un’imposizione per lui. Ritrovarsi a tavola con la sua famiglia acquisita, vedere la gioia negli occhi di suo figlio e degli altri bambini, godersi un po’ di meritato relax e lo spettacolo delle luci natalizie lo avevano aiutato a spingere in un angolo lontanissimo della sua mente quell’alone di malinconia che sembrava circondare le festività ebraiche della famiglia.


* * *


Qualcosa che la scuola di Medicina non ha potuto insegnare

la figlia di qualcuno, la madre di qualcuno

tiene le tue mani attraverso la plastica ora

Dottore, penso che stia per avere un collasso”

...e ci sono cose di cui proprio non riesci a parlare


Primo aveva cercato di svolgere tutte le altre incombenze, ma anche stasera ce n’era una che lo aspettava, che egli lo volesse o no. Alcuni pezzi particolarmente pregiati, che lui amava esporre in vetrina, necessitavano di essere messi in una delle casseforti più sicure che aveva, nello scantinato.


Il problema non era né scendere nel freddo della cantina in una gelida serata di gennaio, né digitare con attenzione i tre codici, che si premurava di cambiare ogni due mesi. Il vero problema era quello che la cassaforte conteneva, che gli provocava ogni volta un dolore sordo nel petto.


Sulla mensola più in alto della cassaforte, in un angolo in fondo a sinistra, c’era una bambola di pezza. Il viso, un tempo rosa chiaro, era solcato da graffi marroni; il delizioso vestito a fiori tra il lilla ed il viola era ormai lacero; i capelli erano fatti di lana rossiccia, e la metà si era ormai disfatta.


Quella bambola era il simbolo dei tanti silenzi di sua madre Ester, di quel lato di lei che solo Primo ed il padre avevano potuto conoscere. Per tutti Ester era la moglie del gioielliere Melodia, una donna elegante e colta, una delle commesse più gentili di Milano, sempre preziosa nell’aiutare le ricche signore milanesi nello scegliere gli orecchini più adeguati ad una serata mondana. Una donna ben vestita, con il sorriso sulle labbra e la conversazione misurata.


Eppure Primo, fin da bambino, era cresciuto con quella bambola misteriosa nella cassaforte. Da piccolo aveva provato a prenderla per giocarci, ma i suoi genitori lo avevano subito fermato, dicendo che non si trattava di un giocattolo e che non andava toccata. Anche se era un bambino, egli aveva capito che quella bambola era la responsabile dell’ombra negli occhi della mamma. Crescendo, aveva sperato a lungo che qualcuno finalmente gli avrebbe raccontato la storia dietro a quell’oggetto. Perché lo sapeva, c’era dietro una storia, e sicuramente senza lieto fine. Dopo tante insistenze, a diciott’anni, il padre si era finalmente confidato con lui, un giorno in cui Ester non era in negozio.

Vedi Primo, quella bambola è l’ultimo ricordo dei tuoi nonni materni, i genitori di tua madre.”

Ma io non li ho mai conosciuti.”

Lo so. Sono morti quando tua madre aveva sei anni. Lei è stata cresciuta dagli zii.”

“Come è successo? C’è stato un incidente?”

Lo sguardo triste di suo padre era qualcosa che non avrebbe dimenticato più.

No, nessun incidente. Era il 1944. È stato in guerra.”

Ma perché…?”

Mi dispiace, Primo. Deve parlartene lei.”


Invece Ester non aveva trovato il coraggio di aprire il suo cuore, di dire al figlio perché era stata una bambina infelice e perché i nonni da un giorno all’altro erano scomparsi. Quasi sempre, nei romanzi e nei film, c’è il momento della rivelazione, quello in cui una persona che ha subito un trauma prende il coraggio a due mani e racconta finalmente quello che l’ha tanto turbata per anni, persino per decenni.


Nella vita, però, non sempre è così. Alcuni fatti restano sepolti nelle pieghe della memoria, pieghe che sarebbe più opportuno definire piaghe per quanto sono dolorose. Riaprirle farebbe ancora più male, anche se il destinatario di queste confessioni è un figlio, una persona che ami più di te stessa e che avrebbe tutto il diritto di sapere perché non ha mai conosciuto i nonni.



Ester aveva iniziato a perdere lucidità quando il marito era morto per un brutto male, cinque anni prima. La vedovanza l’aveva gettata in uno stato di confusione, e l’aveva resa fisicamente più fragile ogni giorno. In queste condizioni, rifletté Primo, non era stata poi una sorpresa che il Covid avesse trovato in lei una vittima. Persino allora, in una stanza isolata, tenendo le mani del figlio attraverso una cortina di plastica, prima di entrare in terapia intensiva, Ester non era riuscita a dire che poche parole stentate, anche se lo sguardo che aveva lanciato a Primo gli aveva fatto capire che lei era consapevole di stare per morire.


Così Primo era arrivato a cinquantacinque anni senza sapere la verità su sua madre ed i suoi nonni. Con il tempo si era rassegnato ad immaginare il peggio: un campo di concentramento. Non era la prima volta che ascoltava storie di suoi conoscenti milanesi fuggiti da bambini da campi di sterminio, campi dai quali i loro genitori non erano mai tornati. Forse i corpi dei suoi nonni non erano mai stati trovati in mezzo a quell’inferno, e sua madre non aveva mai abbandonato la speranza di ritrovarli, feriti ma vivi. Forse era stato il lento spegnimento delle speranze a distruggere Ester.



* * *



Sono a casa!”

Giusto in tempo, è quasi pronto.”

Primo si affacciò in cucina e vide Rita seduta in direzione della tv, alle spalle di una pentola in cui il risotto finiva di cuocere a fuoco bassissimo.

Matteo?”

Ha fatto tardi in Università, cena con i suoi compagni.”

E perché guardi il tg regionale della Toscana?”

Ma non lo so. Ho acceso su Rai 3 e c’era questo invece di quello della Lombardia.”

Mi sa che devi digitare 503 invece che 3. Ogni tanto fa questo scherzetto.”

Sì, ma non mi dispiace il tg della Toscana. Almeno vedo qualcosa di diverso. Anche la pagina culturale, guarda.”

Primo diede a sua volta un’occhiata al televisore. Sapeva di che cosa parlavano in gennaio tutte le pagine culturali di giornali e telegiornali, ed ogni volta lui non si sentiva pronto, ma non poteva farci niente.


Sta riaprendo in questi giorni, dopo la pausa festiva, il museo di Sant’Anna di Stazzema, che si prepara ad accogliere molti visitatori per la Giornata della Memoria. Sono stati allestiti ulteriori spazi con dell’oggettistica appartenuta ai sopravvissuti, che hanno gentilmente messo a disposizione i loro ricordi…


Su una mensola in una stanza asettica sui toni del grigio, erano state disposte due bambole tragicamente simili a quelle di Ester.



Con te cado

e ti guardo inspirare,

e ti guardo respirare



9 gennaio 2023


La macchina aveva fatto una certa fatica ad inerpicarsi sulla stradina stretta e contorta, ed i momenti in cui un altro veicolo era sceso nella direzione opposta erano stati un po’ complicati da gestire, ma, dopo un altro po’ di tornanti, Primo era arrivato. E sapeva che la parte difficile sarebbe stata scendere dall’auto.


Sapeva com’era fatta Sant’Anna di Stazzema, lo aveva visto tante volte al telegiornale. Il parcheggio, la piccola salita tra sassi sconnessi tra loro, erba ed alberi che ombreggiavano, lo spiazzo sterrato. La piccola chiesa sui toni del beige e del giallo chiaro, con il prato antistante ed i monumenti posti a ricordo dell’eccidio del ‘44; l’edificio che ospitava il museo sulla destra, preceduto da una breve scaletta metallica.


Ester c’entrava davvero qualcosa con quel luogo? Aveva calpestato quei sassolini grigi, magari a sei anni e con in mano la sua bambola? Aveva giocato con altri bambini della sua età su quel prato? Si era rifugiata in quella chiesa quando aveva avuto paura?


Primo aveva passato cinque giorni ad interrogarsi, a ragionare con Rita su che cosa fosse meglio fare. Alla fine aveva deciso di lasciare a sua moglie la gestione della gioielleria e di partire per un paio di giorni, cercando di scoprire la verità che celava la strana somiglianza che aveva notato.



Ecco, signor Melodia, queste sono le bambole. Le hanno prestate gentilmente alcune delle sopravvissute, per l’ampliamento dell’esposizione di questo mese. A quanto pare tutte loro hanno fatto fatica a separarsene.”

Già” fu la laconica risposta di Primo.

Permette?” disse il direttore del museo allungando le braccia in direzione della bambola. Primo gliela mise tra le braccia.

Ecco, sì. Vede questa P ricamata sotto quest’angolo del vestito? Si trova anche sugli abiti delle altre bambole. Questi giochi sono stati creati quasi in serie. Le sopravvissute hanno parlato di una signora Piera, una sarta. Forse una delle tante civili che davano una mano ad ospitare i risultati qui a Sant’Anna. Non risulta tra i caduti. Forse è fuggita pochi giorni prima.”


Tra i caduti, però, sulla grande lastra in posizione sopraelevata, c’erano i nomi dei suoi nonni materni.


* * *


Solo 20 minuti per dormire

ma tu sogni una sorta di epifania

solo un piccolo barlume di sollievo

che dia senso a quello che hai visto



12 agosto 1944


Devi stare tranquilla, Esterina. Smettila di piangere. Non sta succedendo niente. Calmati.”

Ester parla alla sua bambola, o meglio, le si rivolge con il pensiero perché non può parlare. Ma non c’è verso, Esterina continua a tremare, dice che si sente sola e che ha paura.

Ester ne ha abbastanza dei suoi capricci. È pesante essere la mamma di una bimba così fantasiosa. Certe cose non vanno nemmeno pensate. Nel mondo reale la gente non brucia le case, le persone non cadono giù come birilli, gli adulti grandi e grossi non inseguono i bambini sotto i tavoli.

Esterina ha fatto solo un incubo. Ma ora sono nel posto giusto per farsi un bel sonnellino. Nessuno le disturberà in questo ripostiglio, in questo minuscolo armadio. Il Don ci teneva le vesti di riserva, ma poi un piede si è rotto. A nessuno importa dei vestiti dei preti. A tutti, stasera, importa delle persone, e nessuno potrebbe mai immaginare che ci sia qualcuno lì dentro, ma lei ed Esterina sono tanto piccole e tanto silenziose. E soprattutto si sono spaventate per niente.

Dormi, Esterina, dormi. Usciremo di qui. Staremo bene.”



9 gennaio 2023


E invece Ester non era stata bene per niente. Disturbo post traumatico da stress, direbbero oggi gli specialisti. Il segreto che aveva sempre diviso la loro famiglia, per Primo.


Il direttore del museo, vedendolo sconvolto, aveva cercato di confortarlo dicendo che avrebbe cercato di raccogliere ulteriori informazioni sui suoi nonni, su come fossero arrivati a Sant’Anna, sul perché avessero deciso di fermarsi proprio lì, tra partigiani e civili, in un luogo che sembrava un nascondiglio sicuro e si era rivelato una trappola mortale.


Primo lo aveva ringraziato, ma sapeva di aver capito l’essenziale.


Per anni, decenni, aveva pensato che quel bambolotto che sua madre aveva voluto tenere in cassaforte fosse l’unica cosa bella che era riuscita a salvare da un’esperienza orribile. Invece era un simbolo della piccola se stessa, un suo minuscolo alter ego di pezza e stoffa, il ricordo di come si era sentita a sei anni, perdendo tutta la sua famiglia e sfuggendo per un pelo ad un destino terribile. Una bambola rotta che non si sarebbe mai più riaggiustata, perché l’odio e la violenza l’avevano spezzata per sempre.


Sapeva che cosa doveva fare. L’indomani sera stesso, una volta tornato a Milano, avrebbe parlato di Ester a sua moglie ed a suo figlio. Avrebbe raccontato loro la sua vera storia, quella che lei non aveva mai voluto e potuto ripercorrere a parole. Era giunto il momento di ricordarla, non per ciò che si era sentita, ma per quello che era veramente stata: una donna coraggiosa, nata in un periodo disgraziato, in grado di vivere una vita piena nonostante gli orrori del suo passato. Questo sarebbe stato, per lui, onorare la sua memoria.



FINE



Ed eccoci giunti alla fine del nostro racconto di gennaio!

Devo dire che la seconda parte è stata un po’ impegnativa da buttare giù… diciamo che ho fatto del mio meglio. Ci tenevo, dopo vari post a tema nel corso degli anni, a fare un vero e proprio racconto per la Giornata della Memoria, e questa volta ci sono riuscita.


La canzone che ci accompagna è Epiphany della mia cara Taylor Swift, una delle mie preferite del suo disco Folklore, e la trovate a questo link.


Fatemi sapere che ne pensate di questa storia… tengo molto al vostro parere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)