sabato 19 dicembre 2015

BUON NATALE! CON CHARLES DICKENS

Cinque buoni motivi per (ri)leggere "Canto di Natale"

 

 

Cari lettori,


non è un mistero che ci stiamo avvicinando a grandi passi al Natale. 
Le grandi città si riempiono, le strade diventano trafficate, i centri storici sono impraticabili durante il fine settimana e, per quanto a molti di noi le feste piacciano e le vacanze siano imminenti, capita che lo stress aumenti invece di diminuire.



Fidatevi: in questi casi non c'è niente di meglio che rifugiarsi in poltrona (o sul divano, si sta ancora più comodi) con un buon libro.

Visto il periodo, mi sento di consigliarvi di cuore il romanzo per eccellenza dedicato al 25 dicembre: “Canto di Natale” (in inglese A Christmas carol) di Charles Dickens.





Questo racconto è stato usato, re-interpretato ed anche riprodotto in molte versioni cinematografiche ed animate (celeberrima quella disneyana).

Penso che la storia della redenzione dell'avaro Scrooge sia di dominio pubblico, e che persino un bambino sia in grado di poterla raccontare.


Tuttavia, mi sento, ancora una volta, di consigliare la lettura di “Canto di Natale”.

Io stessa ho perso il conto di quante volte lo abbia riletto, e, ciò nonostante, quando riapro quel volumetto che ormai conosco quasi a memoria rimango piacevolmente stupita da qualche sfumatura che precedentemente avevo dimenticato o non avevo colto appieno.


Inutile ribadire che un grande classico è tale solo quando ha qualcosa da comunicare ancora oggi e ad ogni rilettura, e che Dickens è annoverato tra di essi proprio per questa ragione.


Ecco invece una breve lista di ottimi motivi per cui dedicare un pomeriggio o una sera delle vacanze di Natale a questo libro:





1) “Canto di Natale” ci impone una pausa dai nostri affari quotidiani.  

Nel momento in cui Scrooge incontra lo spettro di Marley, è tangibile il suo stupore nel constatare che il suo amico deceduto sette anni prima sia incatenato.

Ancora incredulo, infatti, egli non comprende la ragione per cui l'anima dell'ex collega si senta tanto abbattuta e e frustrata, e gli fa notare che in vita egli è stato un ottimo uomo d'affari.

Lo spirito di Marley, però, con somma costernazione, fa presente a Scrooge che i suoi “affari” avrebbero dovuto essere gli affetti, la ricerca della felicità e, in generale, prendersi cura dell'umanità.
 

Ogni volta che rileggo questo brano, mi capita di fermarmi a pensare.

Molti tra noi svolgono dei mestieri che impongono di correre, di essere indaffarati, di essere sempre concentrati sulla mossa successiva, che sia concludere un accordo finanziario, ultimare un progetto entro la scadenza prevista, o, nel mio caso, insegnare a studiare a qualche dodicenne riluttante.

Eppure, nel momento in cui lo spirito di Marley parla a Scrooge, e dunque anche a noi, ci rendiamo conto che i nostri affari sono, come il personaggio stesso afferma, “una goccia nell'oceano”.

Le nostre carriere sono importanti e possono darci tanto, ma la gioia che può darci il sorriso di un amico, la gratitudine di una persona a cui abbiamo fatto un piccolo favore o la soddisfazione dopo una giornata in cui ci siamo dedicati ad una nostra passione sono davvero impagabili. Quale occasione è migliore del Natale per fermarci un po'?





2) “Canto di Natale” è un'esplosione di gioia, di spirito natalizio e persino di consigli per i festeggiamenti.


Tra tutti i piccoli capitoli dei quali è composto il racconto, il mio preferito è sempre stato quello dedicato allo Spirito del Natale presente.

In compagnia di quest'ultimo, infatti, Scrooge compie una lunga passeggiata attraverso il piccolo paese nel quale vive, e scopre motivi di insospettabile felicità.

Egli scopre che, se si è pervasi dallo spirito natalizio, si può essere pieni di gioia anche nel bel mezzo di un quartiere popolare, mentre si spala neve e carbone, o mentre si fa la fila in un negozio affollato e caotico, o, ancora, mentre si chiacchiera tranquillamente di fronte ad un semplice fuoco in una casa modesta.


Ogni volta che lo Spirito, come uno stravagante Babbo Natale, cosparge cose e persone con il magico contenuto della sua torcia, anche il lettore ha l'impressione di essere coinvolto.

Sfido persino i più scettici a non ritrovare la voglia di festeggiare osservando dalla finestra, proprio come fa Scrooge, il pranzo organizzato da Fred.

Molto del merito, tuttavia, è da attribuirsi allo stile di Dickens, che, in questo capitolo, ci delizia e si diverte, descrivendo con tanta precisione ed abbondanza di particolari pranzi, cene e vetrine di alimentari, al punto da far venire l'acquolina in bocca.





3) “Canto di Natale” dimostra che le festività sono per tutti, anche indipendentemente dalla religione.


La prima volta che ho letto il racconto ho amato fin da subito il discorso che Fred, il nipote di Scrooge, fa al suo recalcitrante zio per convincerlo a prendere parte ai festeggiamenti insieme a lui.

Fred ribadisce che non ha alcuna importanza chi siamo, da dove proveniamo, quale sia la nostra storia e le nostre tradizioni, anche religiose: di fronte al Natale, ogni uomo ha un'occasione straordinaria per venire incontro all'altro.


Alla luce dei recenti avvenimenti di cronaca, io non posso che augurarmi che molti di noi abbiano letto con attenzione le parole di Fred.

Tutti noi sappiamo bene che l'origine del Natale risiede in un avvenimento religioso; tuttavia, si tratta di una festività che può essere comunque vissuta in modo del tutto laico, proponendo a noi stessi ed agli altri di abbattere le barriere che ci siamo costruiti e di guardare al futuro con maggiore ottimismo e solidarietà.





4) “Canto di Natale” ci insegna a non aver paura se stiamo affrontando un lutto.

Nel corso del capitolo dedicato allo Spirito dei Natali futuri, Scrooge si trova in un camera mortuaria, anche se non sa ancora che il morto è il se stesso futuro. In quel momento, Dickens compie una piccola digressione, facendo notare al lettore come la camera mortuaria di Scrooge sia spoglia ed abbandonata, e come, invece, chi è stato amato in vita venga omaggiato anche dopo la morte.


Sinceramente, credo che l'insegnamento di Dickens in queste pagine sia fortemente significativo. Quello che l'autore ci comunica è che nessuno di noi deve avere paura di una mano fredda, di due occhi chiusi, di un corpo che non accoglie più in sé la vita. Che importanza può avere, infatti, nel momento in cui quella mano è stata aperta e generosa, gli occhi hanno visto il mondo, ed i ricordi di quell'anima sono in ognuno di noi?


Secondo una tradizione anglosassone e del Nord Europa, le persone che non ci sono più devono essere ricordate con più forza ed intensità proprio nel periodo delle feste natalizie, e, forse, nel modo migliore: non piangendo la loro scomparsa, bensì festeggiando come loro ci hanno precedentemente insegnato a fare.





5) “Canto di Natale” ci fa sentire un po' tutti Scrooge.


Siamo onesti: quanti di noi hanno pensato, almeno una volta, che Scrooge non abbia poi tutti i torti?

Natale “arriva quando arriva” e noi non sempre abbiamo mente e cuore pronti per accoglierlo.

A Dicembre molti luoghi che frequentiamo abitualmente diventano una sorta di girone dell'Inferno per via dell'onnipresente – ed a volte un po' disperata – caccia al regalo.

Ci aspettano settimane di pranzi, cene, colazioni e merende, e noi, dopo il quarto o quinto giorno, cominciamo a desiderare con struggente intensità un'insalatina scondita.

La quantità di impegni presi per le feste ci fanno pensare che stiamo andando incontro, più che ad un periodo di vacanza, ad una sorta di lavoro alternativo.

In questo caso, ognuno di noi vorrebbe essere “un piccolo Scrooge” e desidera soltanto essere lasciato in pace.
 

Ecco, leggere “Canto di Natale” ci fa viaggiare insieme al nostro avarastro preferito ed ai suoi amici spiriti, e, pagina dopo pagina, ci ricorda tutti i motivi per cui vale ancora la pena di festeggiare il Natale, e di essere felici che esso sia arrivato per l'ennesima volta. Niente male per un romanzo che ha due secoli di vita, no?!?






Ringrazio di cuore chiunque abbia letto questa mia “recensione personalizzata”.

Le visualizzazioni crescono sempre di più ed io ne sono felicissima!

Sentitevi liberi di lasciare un commento, se vi va.

Nel caso siate in cerca di libri da leggere durante le vacanze (oltre a Dickens, ovviamente) e di mostre da visitare/luoghi da vedere a Milano, vi consiglio di dare un occhio ai miei post precedenti.



Vi auguro di trascorrere un lieto Natale e delle splendide feste.

A presto :-)

lunedì 30 novembre 2015

RISATE AMARE E LACRIME DI GIOIA

"Il grande dittatore" va in scena al Teatro Carcano

 

Molti di voi hanno probabilmente già letto la mia recensione relativa allo spettacolo “L'Ulisse”, in scena al Teatro Carcano di Milano tra ottobre e l'inizio di novembre. 
 

La stagione 2015 – 2016 del sopracitato teatro non potrebbe essere più varia: ad una rappresentazione completamente dedicata ai classici ed al mondo forse perduto dei poemi omerici ha fatto seguito, infatti, una messa in scena ambientata in pieno XX secolo ed ispirata ad uno dei capisaldi della cinematografia di quegli anni: “Il grande dittatore”, di e con Charlie Chaplin.


L'adattamento e l'interpretazione di Massimo Venturiello, unito all'energia appassionata di Tosca, danno nuovamente vita ad un capolavoro mai dimenticato.

Ecco perché, secondo me, è un'ottima idea sfruttare una delle prossime serate per andare al Teatro Carcano.





Il grande dittatore” è… musicale! 

A dispetto delle tematiche trattate, di una serietà estrema, la leggerezza di fondo di quest'opera si esprime in modi inaspettati e creativi.
 

La musica è, infatti, un elemento principe della rappresentazione, e lo spettatore se ne accorge subito. Fin dall'inizio vi è una forte contrapposizione tra gli ebrei e le guardie armate del dittatore, ed entrambi i gruppi hanno musica, canzoni, perfino mosse di ballo proprie. 
 

Impeccabili le voci dal vivo (in modo particolare quella di Tosca).





Il grande dittatore” è… scenografico nella sua semplicità!  

Sul palcoscenico troneggiano dei cubi e dei parallelepipedi di colore grigio, intervallati da scale al centro. Nel primo tempo della rappresentazione, basta l'aggiunta di alcune vetrate per richiamare il ghetto ebreo, nella sua povertà ed essenzialità.


Tra il primo ed il secondo tempo, però, alcune parti della scenografia (e dunque del ghetto) vengono bruciate dall'esercito del dittatore, e non in modo casuale.


È allora, infatti, che lo sfondo del secondo tempo assume i contorni inquietanti di una svastica nazista.

Essa non sarà più visibile solo e soltanto quando il barbiere ebraico protagonista farà il suo discorso finale.





Il grande dittatore” è… comico! 

Moltissimi sono i momenti divertenti, a partire dalla rissa tra il barbiere, l'amica Anna e le guardie (un omaggio alla commedia slapstick), passando per i siparietti tra i due ebrei nel ghetto (classico confronto tra ottimista e pessimista) fino ad arrivare alla caricatura delle “camicie grigie” (semplici burattini nelle mani del dittatore).


Notevoli sono le caratterizzazioni dei personaggi dei due dittatori, i quali incarnano, rispettivamente, due tipologie (il folle megalomane ed il maleducato ignorante) che nessuno spettatore faticherà ad associare ai più famosi dittatori del XX secolo.


Durante lo spettacolo, dunque, si ride, anche se è facile immaginare quanto amare possano essere queste risate.





Il grande dittatore” è… pieno di speranza!  

Il discorso finale del barbiere ebraico protagonista, erroneamente scambiato per il dittatore, è di un'attualità quasi sconcertante.


Il messaggio che egli vuole trasmettere mira soprattutto all'unità, non solo di una nazione, quanto di tutto il genere umano.


È così che, in seguito ad una serie di amare risate, nascono spontanee delle lacrime, questa volta di gioia, perché questo spettacolo insegna che nessun impulso coercitivo e distruttivo può soffocare il desiderio umano di libertà e di pace.






Lo spettacolo resterà al Teatro Carcano fino a 6 dicembre!

Spero di avervi interessato ed incuriosito.

Grazie per la lettura e per l'attenzione!


Come sempre, se vi va, sentitevi liberi di lasciare un commento nello spazio sottostante.

A presto!

sabato 21 novembre 2015

TRA GIARDINI PERDUTI E BANCHETTI TERMINATI

Un giro alla mostra "Mito e natura"

 

 

Come avrete capito dal titolo, il post di oggi riguarda, ancora una volta, una mostra a Palazzo Reale. 
 

Sarà che spesso di giovedì ho una lunga pausa prima di consigli di classe/riunioni/colloqui, sarà che le sale ampie e silenziose del Palazzo mi conquistano ogni volta, sarà che, in definitiva, le proposte di questi mesi sono davvero eccezionali… fatto sta che mi sono ritrovata a vedere “Mito e natura”. Si tratta di una mostra piuttosto agevole da girare, e non particolarmente lunga, ma ricca di particolari e di spunti interessanti.


In particolare, mentre mi aggiravo da una stanza all'altra, ho pensato che…





...dovremmo proprio imparare dagli antichi come si organizzano le occasioni mondane!  
Piatti da pesce, anfore per l'acqua, crateri per il vino, coppe (sempre per il vino) quando gli ospiti sono un po' meno, posate, piatti da portata e tutto quello che ci può suggerire la fantasia: già nel IV- III secolo a.C. i nostri predecessori non si facevano mancare nulla. 
 

Si parla spesso di come e quanto gli antichi ci abbiano insegnato ad apprezzare il valore della parola e della scrittura, l'importanza di studiare quel che ci circonda ed alcuni valori di base della civiltà. 
Tutto verissimo e indiscutibile; perché, però, non spendere due parole in più sulla loro straordinaria ospitalità e sulla loro capacità di allestire banchetti?!?





gli antichi Greci e Romani erano così geniali da poter dare a se stessi ed agli altri l'illusione di un giardino fiorito anche in pieno Dicembre.  
Sono rimasta davvero colpita nel trovarmi di fronte, in una delle sale della mostra, alcuni resti di muri provenienti sicuramente da ricche ville. Su di essi era dipinto, con una fantasia ed un realismo impressionanti, un giardino, completo di foglie, felci, piccoli uccelli e perfino fili d'erba. 
 

È incredibile che qualcosa che è stato riprodotto più di due millenni fa possa scaldare il cuore e far immaginare la primavera anche in pieno Novembre, no?





una delle più importanti (e trascurate) lezioni che ci hanno dato gli antichi è quella di praticare un coraggio quotidiano. 
Nell'ormai lontano mondo dei Greci e dei Romani, moltissimi erano i momenti in cui si rischiava la vita.

La si poteva perdere commerciando, per terra e per mare; oppure ammalandosi mentre si stava tutto il giorno nei campi, con qualsiasi clima; o, ancora, in guerra, perché i conflitti erano continui. 
 

La mostra mette in evidenza in modo impietoso quanto il confronto tra uomo e natura, al tempo, fosse impari.

Gli antichi, come dei Giacomo Leopardi ante litteram, hanno dovuto davvero dimostrare tutto il loro eroismo per tenere testa ad una natura crudelmente matrigna.





tuttavia, non c'è da preoccuparsi, perché passare dalla vita alla morte è semplice ed indolore come un tuffo!  
Su un sarcofago di pietra è dipinta l'immagine di un uomo (probabilmente il defunto) che, staccando i piedi da una costruzione (forse la porta dell'aldilà) si tuffa con grazia in una piscina. 
 

Questa immagine mi ha colpito perché, nel momento in cui l'ho vista, non ho pensato alla simbologia che ho appena descritto, bensì a tutt'altro. Mi è venuta in mente la posizione sociale altolocata del protagonista della scena, il mite clima mediterraneo, l'estate ormai lontana… è stata la didascalia a ricordarmi che, in effetti, la scena rappresentata è l'omaggio a qualcuno che non c'è più.

Sfido chiunque a rappresentare un tema simile con tanta leggerezza…!





tra tutte le straordinarie donne del mito classico, il vero esempio da seguire è Arianna! 
Chi mi conosce bene sa che ho dedicato una grossa parte dei miei studi alle donne dell'antichità greca, a partire dal mito, passando per il poema epico, fino ad arrivare al teatro. Ho scritto un po' su Medea, un po' su Ifigenia, molto su Elettra, moltissimo sulla triade Penelope-Circe-Calipso.

Tuttavia, mentre osservavo alcune coppe dipinte, mi sono resa conto che potrei aver sbagliato tutto.

In questi anni, infatti, ho trascurato una figura di tutto rispetto: Arianna.


Questa ragazza, dopo aver aiutato Teseo, l'uomo di cui è innamorata, a sconfiggere il Minotauro ed a fuggire, si ritrova abbandonata in mezzo al nulla proprio dal suo (non così) grande amore. Che fa, allora? Piange tutte le sue lacrime attendendo il suo ritorno? Medita di incendiare il velo dell'amante del suo ex uomo? Si butta giù da una torre o sceglie qualunque altro “onorevole” suicidio? Ma quando mai!


Se la cava da sola, ecco tutto. Finché un giorno non passa di lì l'ultima persona che si sarebbe aspettata: il dio Dioniso. Completamente diverso dal suo “solito genere” di uomo (Teseo, in quanto eroe, era sicuramente un po' più composto e determinato), ma divertente e sempre pronto a fare festini a base di cibo e vino con lei dalla mattina alla sera. Ed allora, perché non ricominciare?


Ecco, io potrei sbagliarmi, ma credo che noi donne, all'occorrenza, dovremmo essere tutte un po' come Arianna.





l'epoca classica fa sempre venire nostalgia. Anche se non la si è vissuta. Conclusione forse un po' scontata, ma inevitabile. Per fortuna ci sono mostre come questa a tenere sempre aperte le porte dei sogni.




La mostra è a Milano fino al 10 gennaio. Spero che le mie riflessioni vi abbiano incuriosito ed interessato.

Altrimenti, spero che la visita della mostra susciterà in voi altre idee. 
 

Grazie, come sempre, a chi ha letto fin qui!

domenica 8 novembre 2015

CASA DI BAMBOLA

Un po' di chiarezza sul femminismo e sulla condizione della donna

Le donne della letteratura e la figura paterna #1


Cari lettori,

molti di voi sanno che, in questo blog, cerco di mantenere quasi sempre un tono pacato ed obiettivo. Alcune volte, tuttavia, mi è davvero difficile non arrabbiarmi.



In questi giorni ho scoperto – con mio grande orrore – una piccola collezione di pagine Internet, purtroppo gestite da donne (o almeno, così sembrerebbe), le quali si dichiarano portatrici di “idee controcorrente”. In queste pagine ho trovato un'esaltazione assurda della società patriarcale e del maschilismo, una serie di accuse infondate rivolte al femminismo, una visione distorta della condizione della donna nella storia ed anche parecchia omofobia.



 

Agghiacciante, vero?

Non so voi, ma io mi sono spaventata di più leggendo questa roba che vedendo il mostro che salta fuori dal cassonetto nel film Mulholland Drive.



Mi ha confortato vedere che queste pagine sono frequentate anche da tante persone di buonsenso che intervengono cercando di far ragionare queste… come chiamarle? Signore convinte di vivere ancora nel Medioevo?



Tuttavia, per quanto gli adepti (e, ahimé, le adepte) di queste discutibili teorie non siano tantissimi, per essere l'inizio del XXI secolo non mi sono parsi nemmeno pochi. 

 

Quindi ho deciso di scrivere semplicemente la mia opinione, e di farlo un po' come faccio sempre su questo blog: chiamando in causa i grandi della letteratura e della cultura. Questa volta la mia scelta è ricaduta sul drammaturgo norvegese Henrik Ibsen.






Quando, a 17 anni, ho letto “Casa di bambola” per la scuola, non mi rendevo conto della portata di quest'opera. Ricordo di aver aperto il libro durante un'ora buca, per portarmi avanti con i compiti.
Il supplente che avevamo per quell'ora ha visto il volumetto ed ha detto “Ah! Casa di bambola! Una lettura importantissima! Assolutamente formativa per le ragazze della tua età!”

Continuando a far scorrere le pagine, mi sono resa conto che il professore aveva ragione. 


 

È ancora adesso uno dei miei testi preferiti. Credo di averlo letto sei, forse sette volte. Ed adesso vi spiego perché non mi stanca mai.





Nora è una giovane donna, moglie e madre di tre figli. Le sue giornate scorrono tranquille, tra un ricamo ed un gioco con i bambini, tra un giro per negozi ed i dolcetti che ama tanto. Questa, per lei, è la miglior vita possibile.

Non si accorge del fatto che il marito non la ami davvero, anzi, la tratti in modo paternalistico, come una sorta di grazioso soprammobile.

Non si rende nemmeno conto del fatto che le sue amiche non la stimino, perché la ritengono poco più che una bambina. L'unico che si preoccupa veramente per lei è un medico, amico di famiglia, ovviamente innamorato di lei, fatto al quale lei non pensa nemmeno fino alla confessione di lui.




Quella di Nora, tuttavia, è una maschera. 
Ella, infatti, ha realmente compiuto, almeno una volta, un gesto coraggioso ed altruista: alla morte del padre, ha falsificato la firma del marito su una cambiale, in modo da poter avere più denaro proprio per la salute di quest'ultimo.

Il suo segreto, però, rischia di essere rivelato da Krogstad, un funzionario della banca, che minaccia di denunciarla. Nora cerca il più possibile di farlo tacere, ma, quando suo marito viene a conoscenza della situazione, invece di ringraziarla per aver pensato alla sua salute la ricopre di insulti, preoccupato che la reputazione della famiglia venga infangata.



Una notizia, infine, giunge inaspettata: Krogstad non sporgerà denuncia, perché persuaso da Linda, un'amica di Nora con cui ha riallacciato una vecchia relazione.

Il marito di Nora sembra disposto a “perdonare” la donna: in fondo, dal suo punto di vista, tutto è risolto.




Purtroppo (o per fortuna) per Nora le cose non stanno più così. Questa vicenda, infatti, le ha fatto aprire gli occhi sulla sua condizione di servile “bambolina” del marito e sulla sua posizione ingiustamente subalterna rispetto a tutti gli uomini della sua vita, dal padre allo sposo.

Senza alcun rimpianto, Nora esce sola dalla porta di casa, sbattendosela dietro, decisa a non rivedere mai più chi le ha fatto del male ed a costruirsi una nuova vita.






Sicuramente non basta il mio breve riassunto per rendere pienamente la complessità di questo capolavoro.

Tuttavia, penso che sia evidente come quest'opera ci mostri alcune importanti verità.


Innanzitutto, non c'è amore all'interno di una coppia nella quale non ci sia parità e stima reciproca. Se l'uomo desidera la donna “sottomessa” a lui, il suo non è amore, bensì egocentrismo (unito ad una buona dose di insicurezza patologica).



Poi, la violenza domestica esiste, eccome, e le statistiche non sono affatto falsate, perché l'esistenza di tante famiglie felici non fa scomparire dalla faccia della Terra quelle all'interno delle quali si compiono abusi. Forse, poi, il tipo di violenza più diffuso non è tanto quello fisico, bensì quello psicologico (il “lavaggio del cervello”, in parole povere), del quale, spesso, le vittime non si rendono conto per molto, molto tempo.



Inoltre, essere femministe (e femministi, perché esistono anche tanti uomini che lo sono!) significa semplicemente desiderare pari diritti per l'uomo e per la donna, e lottare ogni giorno perché non esistano più donne come Nora, terrorizzate all'idea di fare una semplice firma in banca, né uomini come suo marito, a loro volta spaventati a morte dall'idea di avere una cattiva reputazione e di non essere considerati “abbastanza maschi”.



E sì, se noi donne possiamo studiare, lavorare, scrivere blog e aprire pagine su Internet è grazie a tante “Nora” che hanno rischiato tutto in nome dei sacrosanti diritti della donna. Se fosse stato solo per l'andare della storia e della cultura saremmo ancora tutte analfabete e chiuse in casa a fare la calza con la convinzione che non ci sia alternativa.



Infine, qualsiasi tipo di relazione renda felici le persone in essa coinvolte va capita ed accettata. In fondo, Linda e Krogstad non sono due personaggi molto apprezzati, ma è proprio il loro amore apparentemente sconclusionato a liberare Nora, no?!?






Ecco quello che ha cercato di insegnarci Henrik Ibsen.


Correva l'anno 1879, e gli spettatori abbandonavano il teatro, sconvolti dalla modernità di questa rappresentazione.


Siamo quasi in fondo al 2015. 
 

Forse è il caso di restare in quel teatro e di ascoltare.

martedì 27 ottobre 2015

DA RAFFAELLO A SCHIELE

I capolavori del Museo di Belle Arti di Budapest arrivano a Milano

 

La mostra “Da Raffaello a Schiele” , che ho visto un po' per curiosità ed un po' per caso la scorsa settimana, è il classico esempio di come ad un'esposizione non serva un grande battage pubblicitario per essere pregevole e di gran valore.


Questa mostra, che si trova a Palazzo Reale, si presenta come la prima di una serie di esposizioni che avranno per oggetto “i tesori”, ovvero le opere artistiche più preziose (molte delle quali italiane) provenienti dai musei d'Europa e del mondo.


Questa volta la scelta è ricaduta su Budapest. Non vi sono mai stata ed i miei amici mi hanno dato opinioni molto discordanti in merito, ma, se dovessi giudicare Budapest dalla raccolta di opere che ho appena visto, potrei tranquillamente affermare che ora sono curiosissima di scoprirla.


Ecco a voi tutti i motivi per cui vi consiglio di visitare la mostra:





1) L'esposizione soddisfa i gusti di tutti. Non importa che siate amanti del Rinascimento, appassionati del Barocco, cultori del Romanticismo: qualunque sia la vostra passione, lì sarete felici di ritrovarla.

Il percorso della mostra, infatti, parte dal 1500, fino ad arrivare agli inizi del XX secolo. Una simile varietà è rara da trovare, soprattutto se considerate che, di solito, la maggior parte delle esposizioni si concentra su un artista o su un movimento.

Se avete una particolare predilezione, sono certa che alla fine della mostra avrete trovato la vostra sala preferita.





2) La mostra, proprio per questa sua caratteristica, costituisce un preziosissimo ripasso della storia dell'arte attraverso i secoli.

Da Raffaello a Leonardo, da Tiepolo ad Artemisia Gentileschi, da Monet a Cézanne: ogni opera di questa mostra appartiene a qualche artista conosciuto ed amato dal grande pubblico.

Un grande regalo per chi, come me, non ha occasione di studiare arte da qualche tempo. Una buona mostra ci istruisce, ma un'ottima mostra è in grado di farci riscoprire, con la bellezza e l'intensità delle sue opere, delle conoscenze già acquisite che avevamo dimenticato.





3) Un'osservazione collegata alla precedente: gli autori sono noti, le opere in sé molto meno. Che cosa c'è di più emozionante dello scoprire qualcosa che non si conosceva di un grandissimo artista? Personalmente, quando mi succede, mi sento un po' come un archeologo o un restauratore davanti ad un nuovo tesoro appena portato alla luce. La statuetta di epoca tardiva di Leonardo o la curiosa opera Maiali neri di Gauguin sono due ottimi esempi, anche se non ne mancano altri.





4) Quanti di voi, durante una visita ad una mostra, si sono meravigliati, formulando pensieri come: “La prospettiva era così perfetta nel Rinascimento! È incredibile come poi il concetto di spazio sia cambiato...”?

Con questa esposizione è possibile scoprire fin da subito, semplicemente tramite il passaggio da una sala all'altra, come si sia evoluto il modo di pensare, di immaginare e di raffigurare nell'arte.

Si tratta di una sorta di straordinario viaggio nel tempo, che ci consente di attraversare correnti culturali, rivoluzioni storiche e notevoli cambiamenti artistici.





5) Ultimo ma non meno importante: la parola “Budapest” può sviare il visitatore, perché la mostra è, di fatto, fornitissima di capolavori italiani. Come spesso accade, anche in questo caso l'Italia ha lasciato la sua impronta nel mondo, anche se a volte noi italiani non ne siamo del tutto consapevoli. Questa mostra costituisce un passo in più per quello che riguarda la conoscenza delle tracce che l'arte italiana ha sparso al di fuori dei nostri confini.





La mostra resterà a Palazzo Reale fino al 7 febbraio.

Se questa recensione vi ha incuriosito, fate un salto!

Personalmente, vi consiglio di passare anche se i miei commenti vi hanno annoiato, perché ne vale davvero la pena. :-)

Qualcuno di voi è già stato? Che cosa ne pensate?

Sentitevi liberi di lasciare un commento nello spazio sottostante.

Grazie per la lettura e l'attenzione, alla prossima!

venerdì 16 ottobre 2015

IL MIO NOME è NESSUNO

L'Ulisse di Valerio Massimo Manfredi in scena al Teatro Carcano

 

Uno dei personaggi chiave della stagione teatrale di Milano di quest'autunno è senza dubbio Ulisse. 
 

Se nello scorso post vi avevo consigliato di andare a vedere Odyssey di Bob Wilson, che è un'interpretazione del tutto contemporanea ed innovativa dell'Odissea omerica, questa volta vi segnalo uno spettacolo molto più vicino alla tradizione del personaggio così come lo conosciamo, ma ugualmente affascinante.


La storia di Il mio nome è Nessuno è tratta dall'omonima trilogia di libri dello scrittore Valerio Massimo Manfredi, ma la messa in scena del Teatro Carcano ha aggiunto alcuni elementi assolutamente originali all'intreccio del romanzo.




Non nascondo che, così come con Odyssey, anche questa volta sono completamente di parte: amo il modo di scrivere di Manfredi, il suo modo di riportare in vita letteratura e storia antica, i suoi libri che spesso mi lasciano con il fiato in sospeso.

Credo però di non fare un errore consigliandovi di cuore questa rappresentazione.

Il mio nome è Nessuno è imperdibile perché…





...perché è un ottimo ripasso dell'epica antica. Come già immaginavo, non appena sono entrata a teatro ho avuto la sensazione di non essere ancora uscita dal lavoro. 
Ho trovato infatti altri studenti, altri prof e persino vecchi compagni di scuola diventati a loro volta insegnanti. Lo spettacolo ripropone, in un modo tutto suo, i due poemi omerici, l'Iliade e l'Odissea, ed è per questo che molti miei colleghi hanno pensato di organizzare un'uscita con i ragazzi. 
 

Personalmente, tuttavia, credo che Il mio nome è nessuno possa essere altrettanto (forse più) utile agli adulti che non hanno per niente a che fare con il mondo della scuola. Penso soprattutto a chi svolge dei lavori in un ambito lontano da quello umanistico, a chi non ha fatto studi classici, a chi li ha fatti ma li considera un ricordo del liceo ormai chiuso in un cassetto insieme agli anni dell'adolescenza. Questo spettacolo costituisce un'ottima occasione per (ri)scoprire il mondo perduto degli dèi e degli eroi.





...perché è uno spettacolo che sorprende! La scenografia è essenziale ma curatissima e gli attori si muovono su un piano inclinato.


I costumi riprendono in modo evocativo l'epoca classica senza riprodurre ogni dettaglio in modo cinematografico. 
 

Il vero elemento originale di questa messa in scena, però, è l'orchestrina composta da 12 elementi (principalmente sassofonisti, insieme a qualche clarinettista e percussionista) che compongono la scena ed accompagnano gli attori. 
 

Ci si aspetterebbe che la tipologia di musica scelta crei un contrasto con i restanti elementi che compongono la scena; il risultato, invece, è armonioso in maniera sorprendente. Quanti di voi si sarebbero aspettati di sentirsi narrare le avventure della guerra di Troia ed ascoltare un motivetto jazz nello stesso momento?





...perché è una prova d'attore davvero straordinaria. Anche se accompagnato da altri due attori ed un'attrice che interagiscono con lui durante le parti dialogate, Sebastiano Lo Monaco, di fatto, regge lo spettacolo, e lo fa con un'energia davvero inesauribile. 
Il suo Ulisse, in un'ora e quarantacinque minuti di seguito, prova un'infinita gamma di sentimenti ed emozioni, dalla felicità più pura all'orrore più profondo, senza mai un momento di stasi.

Si tratta di un'interpretazione di grande intensità, e per lo spettatore è davvero difficile distogliere lo sguardo.





perché potreste avere la possibilità di incontrare Valerio Massimo Manfredi in persona! Ammetto che questo è un motivo molto poco culturale e molto più da “fan”. Tuttavia, sono rimasta davvero colpita, mercoledì sera, nel vedermi passare di fianco uno dei miei scrittori preferiti mentre chiacchierava con gli ospiti in sala! 
Molti lettori accaniti come me concorderanno nell'affermare che è sempre un'emozione ritrovarsi faccia a faccia con uno dei propri autori prediletti.





perché la storia di Ulisse viene raccontata da un punto di vista del tutto nuovo. È nota quasi a tutti l'origine della guerra di Troia: il rapimento di Elena, la donna più bella della Grecia, compiuto da Paride, principe troiano. 

Un po' meno noto è l'antefatto. Nel momento in cui Elena è in età da marito, infatti, tutti i principi greci vorrebbero sposarla, e rischiano di litigare tra loro. 

È proprio Ulisse a proporre un giuramento per evitare spargimenti di sangue: sarà Elena a scegliere suo marito, e tutti i principi rifiutati si impegneranno a difendere l'onore di questa unione.


Il romanzo di Manfredi e lo spettacolo presentano questa storia da un'altra prospettiva: si immagina, infatti, che Elena voglia come marito proprio Ulisse, ma che quest'ultimo, spaventato dal fascino della donna, che considera pericoloso, la rifiuti. In questo senso, la scelta di Menelao, marito di Elena, costituisce un ripiego e soprattutto la decisione di fuggire con Paride è una vendetta nei confronti di Ulisse e del giuramento che ha proposto.


Mi è molto piaciuta questa interpretazione, perché Ulisse, in questo modo, diventa il personaggio chiave di entrambi i poemi, e la sua storia personale finisce per guidarci, dall'inizio alla fine, attraverso il mondo dell'epica antica.


Ancora una volta, una storia vecchia di millenni ci offre ulteriori informazioni, dubbi, idee.





Lo spettacolo resterà al Teatro Carcano fino al 25 ottobre.

Spero di essere riuscita ad incuriosirvi almeno un po'!


Qualcuno di voi è già andato a vedere lo spettacolo? Che cosa ne pensate?

Fatemi sapere!


Grazie, come sempre, a chi mi legge.