lunedì 11 maggio 2020

IO E LA MIA GIGIA

Storytelling chronicles: maggio 2020




Cari lettori,
appuntamento di maggio con la rubrica di scrittura creativa “Storytelling chronicles” creata da Lara del blog "La nicchia letteraria"!

Per questo mese, dopo aver considerato l’idea di scrivere tutte un racconto in prima persona, abbiamo deciso di lasciare tema libero. Io, tuttavia, mi sono fatta ispirare dall’idea di scrivere qualcosa da un determinato punto di vista ed ho provato ad immedesimarmi in una bambina. 
Il mio racconto si intitola “Io e la mia Gigia” e spero che vi piacerà!



Io e la mia Gigia


La mia compagna fedele, l’amica che non mi tradirà mai, la mia gatta.

Ha una brutta ferita, davvero spaventosa! La sua pancia è squarciata. Mi guarda con i suoi occhietti, che di solito sono tanto furbi e vispi: oggi sono offuscati da un tremendo dolore che, secondo me, si sforza di sopportare.

Io continuo ad osservarla, ad accarezzarle le zampine che tremano in modo incontrollato, a dirle di rimanere con me. Lei è l’unica confidente che ho e non potrei sopportare di perderla.

Gigia mi capisce, ne sono sicura: è forte, tenace e ne ha passate tante. A dire la verità, è sempre stata un po’ birichina: spesso la trovo sotto la voliera degli uccellini mentre cerca di “attentare” alle loro vite, più di una volta ho dovuto tirarla fuori da sotto il furgoncino di papà (si nasconde lì perché è attratta dal motore caldo) prima che qualcuno la mettesse in moto e qualche volta è sparita per tutta la notte, lasciandomi nella mia cameretta a rigirarmi nel letto per la preoccupazione.

Cerco di farmi forza e di ripetermi che Gigia è una vera guerriera e che questo terribile incidente non sarà l’ultimo della sua lunga ed onorata carriera di gattina, ma il mio occhio continua a cadere sul terribile squarcio e non so proprio come abbia fatto a ridursi così.

In cascina abbiamo solo mucche, maiali, conigli, pochissimi cavalli che vengono tenuti in scuderia e trattati come un tesoro prezioso: quale di questi animali potrebbe mai procurarle una simile ferita? Sembra quasi l’impronta di un artiglio. Qui sull’aia davanti a casa c’è qualche gallina, che non potrebbe far male a Gigia neanche volendo: per di più sono grassi esemplari che appena la vedono fanno quasi l’uovo per la paura che hanno di qualunque micio e delle sue zampe unghiate.

L’unico “sospettato” potrebbe essere Ricky, il nostro cagnolone, ma sento che non è stato lui. Ricky, un meticcio di taglia medio-grande che abbiamo portato a casa qualche anno fa, è già un po’ vecchiotto. Per anni ha fatto “la guardia” (si fa per dire) alla villetta di una nostra conoscente, un’anziana vedova, anche se si limitava a pascolare per il giardino ed a scodinzolare a tutti gli umani che passavano, illudendosi di risultare minaccioso. Quando purtroppo la signora è andata in Cielo, abbiamo tenuto noi Ricky. Lui si è adattato senza problemi al passaggio dai quartieri residenziali alla campagna, è rimasto un cane buono come il pane, ma ha conservato la sua predilezione per le signore di una certa età e questa mattina, come suo solito in estate, è stato tutto il tempo sotto il portico accanto a mia nonna, che cerca di non soffrire troppo il caldo stando all’ombra e sferruzzando maglioncini di cotone “per le fresche serate di agosto” (convinta lei…).

È ormai un’ora che guardo la pancia di Gigia, sentendomi sempre più impotente. Ho una gran paura che la mia gattina questa volta abbia esagerato e sia incappata in qualche attrezzo agricolo in funzione. Si tratta di uno squarcio troppo grosso per essere causato da un cane arrabbiato o da un cavallo spazientito.

Ho provato a convincere mia mamma a chiamare il veterinario, ma lei mi ha risposto che papà ed i miei zii e cugini lo fanno venire qui soltanto se la mucca non riesce ad avere il vitellino, se il cavallo è stato male, se qualche malattia infettiva ha fatto morire rapidamente le galline… Purtroppo i cani ed i gatti non sono altrettanto importanti, per loro. Ce ne sono così tanti in campagna! Uno in più, uno in meno…

Io però non voglio arrendermi. Lei è Gigia, la mia gattina, la mia compagna di giochi e la mia confidente. Sono l’unica bambina qui: i miei fratelli Giuseppe e Gianni sono grandicelli ed aiutano mio padre a lavorare nei campi, così come i miei cugini Andrea ed Ernesto. 




Fino a due anni fa, mi divertivo con Lucilla, la sorella maggiore di Andrea. Lei era maestra in una delle classi della mia scuola e sia all’andata che al ritorno facevamo insieme la strada in bicicletta. Lei mi ha insegnato a togliere le due piccole ruote di sostegno e non mi ha mai sgridata. Eravamo sempre tanto allegre, insieme! Lei mi raccontava favole durante il viaggio; teneva da parte un pacchettino con due panini alla marmellata e me ne porgeva uno prima di entrare a scuola; mi teneva sulle ginocchia durante le lunghe domeniche di pioggia, insieme bevevamo il latte caldo. 

Purtroppo, però, tutto questo è durato soltanto per i primi due anni delle elementari. L’estate in cui ho fatto gli esami di seconda Lucilla si è sposata con un professore ed è andata a vivere in città, a mezz’ora di macchina. Ha cambiato anche posto di lavoro e noi la vediamo solo qualche domenica ogni tanto.

Forse, proprio per questo motivo, il Natale subito dopo il suo matrimonio, i miei genitori, vedendomi un po’ triste, hanno pensato di farmi una sorpresa. Io mi aspettavo il solito dono: una minuscola bambola di pezza in aggiunta a quelle degli anni precedenti (che io cerco di conservare gelosamente) e qualche piccolo dolciume.
È stato davvero grande il mio stupore nel vedere una scatola di cartone con dei piccoli buchi che...miagolava! Appena tolto il coperchio, ho trovato lei, un batuffolo grigio e peloso. Sul suo bellissimo musino, incorniciato da tante striature dal grigio chiaro al nero, spiccavano due grandi occhi verdi dalle pagliuzze dorate. Era davvero il più bel regalo che Babbo Natale mi avesse mai fatto nei miei otto anni!

Fino ad allora, non avevo mai avuto una particolare preferenza per i gatti. Tra i tanti che spesso passavano per la nostra cascina in cerca di qualche avanzo di cibo, l’unico micio che era sempre in casa nostra era Romeo, un esemplare dal bellissimo pelo marrone e dal carattere pessimo, almeno con me. Da piccolina provavo ad avvicinarlo, ad accarezzarlo, ma quello mi guardava con aria di sufficienza e si allontanava facendo ondeggiare la coda. Quando era in vena di coccole, andava da mio fratello Giuseppe, con il quale aveva una speciale intesa. Con me, invece, era proprio malmostoso, antipatico ed orgoglioso.

In quel giorno di Natale ormai lontano, Gigia mi aveva dimostrato di essere di tutt’altra pasta. Non appena uscita dalla sua scatola, avendo ritenuto di esserci stata per troppo tempo, aveva fatto un balzo e, con una certa tenacia, aveva raggiunto il presepe che era stato allestito su un mobile della sala e, dopo essersi divertita a tirare giù tutti gli alberelli con la sua zampetta, aveva preso tra i denti una povera pecorella e l’aveva lasciata di fronte a me, pronta a ricevere moltissime coccole per essere stata una brava cacciatrice.

Non più tardi di una settimana dopo, quando tutti festeggiavamo l’ultima notte dell’anno, avevo dovuto portarla via dal vassoio di affettati che mia mamma aveva preparato e che lei osservava con uno sguardo molto goloso, anche se era ancora cucciola e spesso mangiava solo latte. Quella sera, mentre gli adulti stappavano una bottiglia di spumante e brindavano ripetendo “Buon 1966!”, Gigia ed io ci eravamo strette nel lettino, perché avevamo entrambe un po’ di paura dei rumori e dei festeggiamenti che provenivano dalla strada (lei più di me, perché era piccola).

È stato solo l’inizio di due anni e mezzo di felicità insieme a lei, ed ora che è di nuovo estate, tra un mese compirò dieci anni e tutti iniziano a dirmi che sono una “bambina grande”, mi sento responsabile per lei. Se la mia famiglia non ritiene necessario far venire il veterinario per un gattino, vorrà dire che la porterò io.

È vero che abito in campagna, però conosco un po’ il paese. Vado a scuola tutti i giorni e qualche volta mi è capitato di tornare in centro al pomeriggio, insieme alla mamma, per comprare l’occorrente per la scuola. Qualche domenica, quando i miei fratelli avevano qualche anno in meno, abbiamo fatto una passeggiata in centro, guardando le vetrine dei negozi. Una volta, a cena, ho sentito mio padre dire che il veterinario era diventato ricco: i miei fratelli hanno detto che si è sistemato in paese, in un negozio proprio come quelli con la vetrina che abbiamo visto noi.

È ancora primo pomeriggio, tutti gli uomini sono nei campi, mia nonna è già uscita e si è messa sotto il portico con il fedelissimo Ricky. Solo mia mamma si è trattenuta in casa per sistemare un po’ la casa dopo pranzo, ma credo (e oggi spero davvero) che andrà a sistemare il nostro magazzino per far spazio al grano da macinare. È un caldissimo luglio e tra poco ci sarà la mietitura.

Come previsto, mia mamma entra in camera e, dopo aver dato una carezza a Gigia (anche lei le vuole bene!), mi dice che oggi posso stare qui con la mia gatta invece che aiutarla a riordinare, e poi richiude la porta. Aspetto di sentirla scendere le scale e chiudere la porta per non far entrare troppo caldo. È il momento di iniziare con il mio piano!

Tolgo il vestitino che sto indossando e metto quello buono, insieme alle scarpette di vernice, sperando che non si rovini niente. In una delle taschine laterali infilo il borsellino con tutto quello che mi è rimasto delle piccole mance che ricevo dalla nonna ogni domenica e dagli altri parenti quando capita. Non so se e quanto il veterinario vorrà essere pagato, ma forse si accontenterà dei miei spiccioli… in fondo, come diceva mamma, un gatto non ha un gran valore.
Con grande cautela, avvolgo Gigia in alcuni stracci, anche se quello che appoggio sotto la pancia si sporca subito di sangue, e la copro con uno scampolo di lana, perché, nonostante la temperatura, continua a tremare.

Scendo le scale con attenzione con in braccio la mia gattina e, uscendo, percorro un pezzetto del portico che circonda casa nostra. Mia nonna è tutta china sul lavoro a maglia e cerco di passare davanti a lei silenziosamente, anche se so che è mezza sorda. Per fortuna, lei non si accorge di nulla e neanche Ricky si mette ad abbaiare. Passo dopo passo, mi avvicino ad una piccola rimessa dove lasciamo qualche attrezzo agricolo e le biciclette, adagio Gigia nel cestino dove di solito metto i libri per la scuola e… partenza! 



È la prima volta che faccio il tragitto casa-scuola in piena estate. Durante l’inverno, Gianni mi accompagna con il furgoncino di famiglia e, se la strada è davvero ghiacciata, io e mia mamma ci svegliamo prestissimo e camminiamo fino al paese tenendoci per mano, in modo che io non scivoli. Quando è ancora autunno, o è ormai primavera, è piacevole sentire l’aria frizzante della mattina e coprire rapidamente il tratto di strada in bicicletta. Nel momento in cui torno a casa, poi, sono così felice ed affamata che non mi importa se le temperature hanno iniziato a salire rispetto a qualche ora prima.
Ora, però, il sole brucia, sembra che ti voglia divorare. Gigia miagola piano, segno che anche a lei probabilmente dà fastidio il sole sulla testa. Sto sudando nel mio abitino buono, non si sente nulla a parte il frinire delle cicale ed il paese sembra non arrivare più.

Dopo una pedalata che mi pare lunghissima, inizio a vedere la chiesa, la mia scuola, la piazza principale. Una volta arrivata al centro storico inizio a guardarmi intorno, e scorgo subito il bar ed il ristorante. Decido di percorrere la via che faccio di solito con mia mamma e, come ricordavo, la cartoleria è il primo negozio sulla sinistra. Il calzolaio, la bottega della sarta, una piccola libreria, il panificio, la drogheria… non mi sembra di scorgere da nessuna parte il negozio dal veterinario e sto per tornare indietro e tentare un’altra via, quando, all’improvviso...eccolo lì!

Lascio la mia bicicletta vicino al negozio, prendo in braccio Gigia che protesta debolmente ed apro la porta. Mi ritrovo subito in mezzo ad una sala d’attesa fin troppo vivace. Una signora con un tailleur grigio perla ed una veletta nera che copre in parte i capelli sale e pepe tiene tra le braccia un piccolo cane che ansima e fa saettare in giro i suoi occhietti. Un ragazzo alto, magro, vestito di nero, con due spessi occhiali, guarda con apprensione un gatto tigrato steso sul pavimento accanto a lui, che miagola con una certa disperazione. Una signora elegante, con i capelli rossi a caschetto e un abito blu che mia mamma adorerebbe, cerca di trattenere un cane da caccia, che abbaia furibondo, evidentemente infastidito dall’esistenza degli altri due pazienti.

Sono appena riuscita a trovare un angolo tranquillo per me e Gigia quando la pesante porta di legno in fondo allo studio si spalanca. Riconosco subito il veterinario, che spesso è venuto da noi, ed anche lui incrocia subito il mio sguardo.

Giulietta! Ma che fai qui,tutta sola? Che cosa mi hai portato?” mi chiede stupito, indicando l’involto in cui ho fasciato Gigia.
Guardare il sorriso bonario di quest’uomo, rendermi conto che potrebbe essere l’unica speranza per la mia amica e che, anche se sono così piccola, sono riuscita a portarlo da lui, non so perché, ma mi fa scoppiare, all’improvviso, in un pianto disperato.
Dottore” mormoro tra una lacrima e l’altra “questa è la mia micia, ha uno squarcio nella pancia, per favore, per favore, mi aiuti, forse si può fare qualcosa!”
Uno squarcio? Fammi vedere” mi risponde senza scomporsi e con sorriso incoraggiante.

Seguo il dottore nello studio ed insieme posiamo Gigia sul tavolo di metallo. Lei è spaesata, mi guarda confusa, forse vorrebbe solo riposare. Io le prendo la zampina e la guardo negli occhietti cercando di comunicarle quella calma e quella tranquillità che non ho nemmeno io.

Il dottore inforca gli occhiali ed osserva silenziosamente la pancia di Gigia, poi solleva con lentezza lo sguardo e mi dice: “Hai fatto bene a portarla qui. A volte capita che i gatti, se passano la notte, guariscano da soli, ma non sempre succede. Adesso ricucirò la pancia della tua micina. E starà bene presto, vedrai. Intanto prendi questa” aggiunge tirando fuori una moneta dalla tasca del camice “vai a prendere qualcosa al bar in piazzetta, ci metterò un po’ e non è un bello spettacolo”.

Appena uscita dallo studio, mi scuso con gli altri tre proprietari per essere passata loro davanti, ma loro hanno visto le condizioni di Gigia e si rivelano molto comprensivi.
Quando mi chiudo dietro la porta del negozio e mi ritrovo di nuovo ad osservare la strada di prima, però, tutto il sollievo mi si dipinge sul viso: Gigia guarirà! Devo festeggiare!



La vetrina del bar della piazza mi sembra l’ingresso del Paese dei Balocchi. Potrei prendere una cioccolata, un caffelatte con i biscotti come quello che bevevo con Lucilla… il carretto dei gelati! Io li adoro… ed è davvero troppo tempo che non ne mangio uno. Ho in tasca proprio cento lire, la somma giusta per una coppa a due gusti. Tra la stracciatella che piace tanto a Gianni, il caffè che prende sempre mia madre ma per me è troppo amaro ed il limone che talvolta si concede la nonna… alla fine scelgo il cioccolato, il mio preferito, e la crema con le amarene.

Mentre sono seduta al bar, osservo le signore di città a passeggio con i loro bambini. Ormai è metà pomeriggio e molti, come me, si fermano per un gelato. Alcuni, addirittura, attraversano il centro storico con la macchina. Macchine vere!, penso stupita guardando una Fiat 600 bianca, il sogno di Giuseppe.

Noi abbiamo soltanto un vecchio furgoncino con due posti ed un rimorchio all’aperto per mettere la farina, le uova, le verdure che vendiamo in paese, o per portare a casa la legna per l’inverno.

Continuo a guardare meravigliata le persone che fanno le loro commissioni e mi rendo conto che, anche se sono una bambina grande, sono stata un po’ egoista. Non è corretto premiare solo me stessa...anche Gigia ha sopportato tanto!

Non so bene che cosa potrebbe piacere ad una gatta, a parte il cibo ogni giorno ed un tetto sulla testa, e poi devo ancora pagare il dottore, ma alla fine mi viene un’idea da poche lire. Dalla sarta trovo un pezzetto di nastro rosso ed un simpatico campanellino. Così Gigia non sembrerà più randagia, ma avrà un collare tutto suo e sarà ancora più bella!

Terminato il mio giro, rientro nel negozio del veterinario e mi rendo conto che ci sono altri pazienti e che non c’è più il ragazzo con il gatto tigrato. Che sia entrato nello studio del dottore? Allora, forse...l’operazione è finita!

Pochi minuti dopo ho la risposta alla mia domanda. La porta dello studio si apre nuovamente ed escono il ragazzo ed il suo micio, il primo con un’aria molto più serena e sollevata, il secondo finalmente silenzioso.

Dietro di loro c’è il dottore, che mi fa segno di entrare. Ora che sono di nuovo qui, mi sento un po’ in apprensione: sarà andato davvero tutto bene?

...ed ecco lì la mia Gigia, addormentata su una vecchia poltrona dello studio! Avvicinandosi a lei, si nota la fila di piccoli punti sulla pancia. La ferita è stata ricucita, e di sicuro deve averle fatto male, eppure sembra serena.

...è sotto anestesia”, mi dice il dottore. Gli chiedo che cosa significhi quella parola misteriosa e scopro che Gigia è stata addormentata per non sentire il dolore e che tra poco si sveglierà.

Vedrai, domani sarà come nuova. Ora, quando si sveglia, avvolgila bene come prima, perché potrebbe sentire ancora un po’ di freddo, anche se fuori fa caldissimo, e portala a casa.”

Rimango ancora un po’ nello studio accanto a Gigia, mentre il dottore fa entrare gli altri padroni con i loro animali. Un volpino particolarmente vivace nota la gatta addormentata ed inizia ad abbaiare, ma per fortuna smette subito.

Mentre il dottore sta mettendo a tacere il vispo volpino aprendogli la bocca e controllando la dentatura, sento un inconfondibile miagolio.

...la mia Gigia è sveglia! È proprio lei, con i suoi occhi ora un po’ appannati, il suo sorriso dolce ma spaventato, un po’ di spaesamento perché si trova in un luogo sconosciuto. Sono così felice che la stringo al petto, la coccolo e per poco non piango di nuovo.

Più tardi, quando il veterinario ha finito di esaminare il cagnolino, apro timidamente il mio borsellino e chiedo al dottore se gli possono bastare trecento lire, ma lui sorride nuovamente e mi risponde che ha operato Gigia volentieri e non vuole nulla.
Dovresti proprio tornare a casa, ora, Giulietta” mi ammonisce, invece “tua mamma non ti avrebbe mandato da sola fin qui, quindi sei uscita senza permesso, vero?”
Annuisco guardando il pavimento, in preda all’imbarazzo. Il veterinario sembra capire. “So che in campagna i cani ed i gatti sono considerati un po’ poco, perché non sono utili ad un contadino quanto una mucca, un maiale o un cavallo. Sai che ti dico? Dovresti portare qui tua mamma, o uno dei tuoi fratelli. Ormai nei paesi e nelle grandi città ci sono sempre più persone che tengono in casa uno di questi animali...e dovresti vedere come li accudiscono! Alcuni sono trattati meglio dei bambini! … Ma forse oggi te ne sei accorta guardando i pazienti del mio studio, vero?”

Quando sono entrata lì ero troppo preoccupata per pensarci, ma ora che lui me lo fa notare mi rendo conto che non sono poi così strana… non sono l’unica a considerare la mia gatta come una confidente. Tutte le persone che c’erano con me nello studio erano preoccupate per i loro amici del cuore.
Gigia è la mia amica” gli rispondo infatti con semplicità.
Lo so bene. Ora però vai!”



Il ritorno a casa mi sembra così diverso dall’andata! Il mio cuore è leggero e mi vien quasi voglia di cantare. Tutto, dalla piccola capanna in mezzo al prato alla mia destra ai campi di granturco alla mia sinistra, passando per il ponticello sopra un torrente le cui rive sono punteggiate da papaveri, mi sembra un bellissimo angolo di mondo da esplorare con la mia Gigia. Lei non è felice quanto me: forse la ferita le fa male. Il dottore mi ha spiegato che per un po’ si sentirà come se qualcuno le stesse tirando la pancia, che le verrà la tentazione di grattarsi con la zampetta e che io dovrò impedirglielo. Fatto sta che è un po’ agitata, mal sopporta gli scossoni che sta subendo stando nel cestino della bicicletta, si rigira nell’involto di stracci e coperte come se all’improvviso le desse fastidio e miagola con insistenza, come ogni volta che ha fame ed io cerco di finire i compiti prima di darle da mangiare.

Non appena arrivo a casa, però, la musica nella mia testa si spegne. Mia mamma è in piedi davanti all’ingresso, con una mano sulla bocca e la faccia di chi si è preoccupato a morte per ore. Accanto a lei, sotto il patio, ci sono la nonna e Ricky, che sembrano impietriti.


...purtroppo non ho potuto evitare una bella sgridata, anche se l’avevo messa in conto. Prima mia madre mi ha detto che sono una bambina troppo discola, che anche se sono cresciuta non devo fare queste pazzie, che alla nonna stava per venire un infarto ed anche a lei. Poi è andata ad avvisare mio padre del ritorno e lui ha aggiunto che non sta per niente bene che una bambina vada in città da sola, che ho disturbato inutilmente il dottore per “un gatto qualunque” e che la prossima volta che si incontrano lo pagherà per il disturbo.
Risultato: niente bicicletta per due settimane, né da sola né in compagnia, e niente dolciumi per ben due domeniche!

Anche se rimango sempre male se mamma e papà mi sgridano, questa volta me lo aspettavo. Sapevo che avrei infranto le regole, ma l’ho fatto per un motivo che per me è tra i più importanti al mondo.

Ora non mi resta che mettere un po’ di cuscini sullo scampolo vicino al mio letto dove Gigia dorme di solito, adagiarla, convincerla a mangiare (non sarà difficile, visto che in cucina ha già tentato di afferrare una fettina di salame) e sperare che guarisca del tutto.


Il dottore ha mantenuto la sua promessa: è di nuovo mattina e Gigia è come nuova! Certo, la ferita ricucita si vedrà ancora per un bel po’, ma già prima che io scenda a fare colazione lei salta, miagola, si rotola… sembra tornata a vivere!
In cucina prendo la mia solita tazza di latte con qualche pezzetto del pane di ieri. Intingo qualche bocconcino e lo do alla mia amica, che, come sempre, apprezza.
Dieci minuti dopo siamo già in uno dei nostri posti preferiti: il pezzettino di orto che c’è subito di fronte alla porta sul retro. Si tratta di un fazzoletto di terra di cui si occupa solo mia mamma. Ci sono erbe aromatiche di ogni tipo, dal rosmarino alla salvia, dalla menta al timo. Lei le coltiva con tanta cura e le usa per la sua cucina. È un piccolo spazio, delimitato da qualche tralcio di vite e da un muretto basso che io definisco “il Paradiso della lucertola”, perché in questa stagione è popolato da fin troppi di questi animaletti, con i quali io non vado troppo d’accordo.

Mentre osservo la mia bellissima Gigia, con il suo nuovo collare rosso, che salta dal muretto alle piante aromatiche inseguendo una lucertola dietro l’altra, non posso fare a meno di pensare che anche mamma e papà mi sembravano più sollevati dopo lo spavento che arrabbiati. Se fossi andata in paese solo per divertirmi e spendere senza avvertirli, di sicuro la punizione sarebbe stata più severa, e forse nessuno mi avrebbe salvato da un paio di sberle. Sotto sotto, anche loro vogliono bene alla mia micia e sanno che, se per una volta ho fatto una piccola pazzia, è stato solo per salvarla.
E tu, Gigia, sei felice di stare in questa famiglia dove tutti ti vogliono bene?”
Miao!”



FINE



Come sempre, aspetto i vostri commenti! Fatemi sapere se questo omaggio agli anni ‘60 ed ai nostri amici animali vi è piaciuto…!
Ne approfitto per ringraziarvi di cuore per le bellissime parole che avete dedicato ai racconti di marzo ed aprile. Sono rimasta stupita dal riscontro così positivo, grazie ancora!
Vi invito a leggere anche i racconti delle altre blogger che hanno partecipato alla rubrica questo mese. Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 7 maggio 2020

AL DI LÀ DELLA NEBBIA

Recensione del romanzo di Francesco Cheynet e Lucio Schina





Cari lettori,
è il momento di una nuova recensione per la nostra rubrica “Letture… consigli in primo piano”! 

Oggi vi parlo di Al di là della nebbia, un romanzo che mescola fantasy, noir e thriller, scritto a quattro mani dagli autori Francesco Cheynet e Lucio Schina. È stato finalista ai concorsi nazionali “IoScrittore” e “1 giallo x 1000” nelle edizioni del 2019 e fa parte della Collana Segreti in giallo.

Sono rimasta molto colpita da questa storia, che ho trovato ben scritta, trascinante e decisamente originale. Vediamola meglio insieme!


Grazie agli autori per la copia omaggio.



Scheda del romanzo



Titolo: Al di là della nebbia

Autori: Francesco Cheynet e Lucio Schina

Data di pubblicazione: 26 marzo 2020

Casa editrice: Segreti in giallo Edizioni

Pagine: 212


Sinossi (da Amazon): 

La terrificante esperienza dell’avvocato Edward Jenkins inizia in una fredda e nebbiosa sera di novembre, sulla banchina della stazione ferroviaria di Skegness. Nella tasca interna del cappotto conserva una misteriosa lettera ricevuta qualche giorno prima, in cui gli viene prospettata la possibilità di chiudere il più importante affare della sua vita. Sono troppi però gli interrogativi ai quali l’avvocato deve dare una risposta: perché l’autore non ha firmato la lettera? Dove si trova Fault City, la sconosciuta cittadina nella quale viene invitato a trascorrere il fine settimana? E chi sono gli unici altri due passeggeri che incontrerà sul treno?
Nella cupa atmosfera autunnale dell’Inghilterra Vittoriana, un treno notturno sarà teatro di una serie di eventi apparentemente inspiegabili, dove lo stesso filo sottile che divide il razionale dal fantastico unirà il destino di tre individui, accomunati dal desiderio di ricchezza e da un terribile segreto nascosto nei meandri delle loro coscienze.
Un romanzo fantasy noir che esplora i lati più oscuri dell’animo umano, in cui ognuno sarà vittima delle proprie debolezze, in un crescendo di situazioni che costringeranno i protagonisti a prendere consapevolezza della propria natura ambigua.



Tre personaggi misteriosi


I tre protagonisti di questo originale romanzo, ambientato nell’Inghilterra vittoriana, sono Angus Cullen, Victor Cooper ed Edward Jenkins. Nessuno dei tre è considerabile un esempio di virtù: il primo è un consulente finanziario che si ritiene esperto di delicate operazioni ma ha già rovinato più volte famiglie rispettabili con i suoi azzardi; il secondo è erede di un imprenditore nel campo minerario che ha sperperato tutte le ricchezze paterne in droghe ed alcool e frequenta regolarmente ambienti dissoluti; il terzo, infine, è un avvocato che, dopo un primo periodo di successo, si è ritrovato in un momento di difficoltà lavorativa ed ha cercato di uscirne tramite operazioni poco pulite.

Tutti e tre hanno in comune un unico grande amore: il denaro. Così, quando ognuno di loro riceve una lettera anonima e misteriosa, che però promette un incarico lavorativo di pregio ed un lauto guadagno, nonostante qualche tentennamento, nessuno di loro dice di no.


Per il lettore è abbastanza complesso entrare nella mentalità di questi tre personaggi, che appaiono subito circondati da un alone di mistero: in apparenza sembrano tre distinti gentiluomini, interessati ad una vita di comfort, brillanti nella conversazione, decisi e sicuri di sé nelle loro azioni.

Man mano che il romanzo procede, tuttavia, essi iniziano a rivelare le loro insicurezze e fragilità: per Angus, l’irrazionale appiglio alla sua religione calvinista, che egli usa come giustificazione per il suo “eccessivo zelo” nel lavoro; per Victor, la dipendenza dal laudano, senza il quale è soggetto a crisi d’astinenza; per Edward, il suo ambiguo modo di interpretare la legge e la professione, per mezzo del quale si è concesso troppe libertà.

Sarà l’esito imprevisto della loro disavventura a rivelare la reale natura dei tre protagonisti.



Un viaggio notturno per Fault City


Le lettere anonime recapitate ad Angus, Victor ed Edward, anche se richiedono competenze diverse e promettono guadagni differenti, hanno alcuni elementi in comune. Tutte invitano uno dei protagonisti per un weekend a Fault City, un luogo che nessuno dei tre ha mai sentito nominare, e richiedono la presenza del destinatario sul treno notturno che parte poco dopo le nove di sera dalla stazione provinciale di Skegness e che, senza fare fermate intermedie, arriva a poca distanza dalla destinazione, che verrà raggiunta in carrozza.


All’inizio, per i tre, che si rendono conto di essere gli unici passeggeri e che iniziano a chiacchierare per trascorrere più piacevolmente in viaggio, sembra di rivivere le atmosfere dell’Orient Express: un vagone ristoro pieno di liquori costosi, confortevoli cabine, compagni di viaggio della medesima classe sociale con cui intrattenersi. 
Ma, proprio come nel giallo di Agatha Christie ambientato sul lussuoso treno, ben presto i tre si rendono conto che qualcosa non va.

Innanzitutto, essi scoprono l’esistenza di un quarto passeggero, che nessuno di loro ha visto in stazione a Skegness e che non si sa come sia salito a bordo, dal momento che il treno non fa alcuna fermata. Si tratta di Mr Ferry, un gentiluomo dagli abiti eleganti e dal sorriso enigmatico, che si presenta come portavoce dell’anonimo committente che ha convocato i tre e che afferma di avere l’unico compito di scortarli a destinazione. Angus, Victor ed Edward, che iniziano ad avvertire la stranezza della situazione, cercano di strappare qualche informazione in più a Mr Ferry, ma egli, inflessibile, fornisce solo risposte ambigue.

Inoltre, i tre protagonisti iniziano a non poter fare più a meno della reciproca compagnia, perché, non appena restano soli nelle cabine e tentano inutilmente di prendere sonno, sono vittime di terribili allucinazioni che fanno credere loro di non essere più su un confortevole treno, bensì sulle sponde del Tamigi, in un parco di notte, in una casa abbandonata, in altri luoghi dalle terribili fattezze. Ognuno dei protagonisti, una volta tornato in sé e resosi conto di aver avuto una dissociazione mentale, tenta di ricordare dove abbia già visto quei luoghi, ma si rende conto che la sua memoria relativa ai giorni che precedono il viaggio è stranamente lacunosa.


In un crescendo di imprevisti, insoliti avvenimenti, rumori spaventosi e scene drammatiche, i tre protagonisti si rendono conto che la promessa del weekend d’affari potrebbe essere una trappola. E che forse è troppo tardi.



Tra fantasy e thriller



La Collana Editoriale Segreti in giallo, di cui questo romanzo fa parte, si presenta come una Casa Editrice che ricerca a presenta manoscritti gialli, paranormal, thriller, noir o horror di tipo psicologico e non splatter.

Al termine di questa lettura posso affermare che sicuramente Al di là della nebbia rientra, almeno in parte, in tutti questi generi.


La scrittura scorrevole, elegante e ricca di dettagli trasporta il lettore in una storia che si fa di pagina in pagina più complessa e misteriosa. Gli elementi di fantasia risultano ben inseriti in un contesto d’epoca vittoriana e sono tutti legati da un filo rosso che sarà sempre più chiaro man mano che la narrazione procede. Infine, pur non trattandosi di un vero e proprio giallo con delitto ed inchiesta, i tre protagonisti si trovano coinvolti in un mistero che sembra farsi sempre più fitto, ed il lettore è ben presto avvinto e non di rado spaventato dai tanti imprevisti che si verificano.

È proprio questo mix di generi a rendere questa lettura non solo interessante, ma anche una tra le più originali che ho letto nell’ultimo periodo.


Valutazione: quattro stelle




...come sempre, tocca a voi! Conoscete questo romanzo o gli autori?
Che cosa ne pensate? Avete letto qualche altra opera della Collana Segreti in giallo?
Fatemi sapere il vostro parere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

lunedì 4 maggio 2020

EROI DELLA STORIA E DELLO SPORT

Lirici greci  #6




Cari lettori,
oggi, per il nostro “Angolo della poesia”, concludiamo il nostro viaggio immaginario alla scoperta dei lirici greci.

Gli ultimi tre autori che vi propongo affrontano un tema simile a quello dei primissimi frammenti che abbiamo letto insieme: l’eroismo, sia storico che sportivo. 
Vediamo questi brani più nel dettaglio!



SIMONIDE


Dei tre frammenti che vi propongo di Simonide, due sono di carattere morale e pongono al centro dell’attenzione alcuni precetti già ampiamente trattati da altri poeti lirici (ed anche dai tragici), come la brevità della vita, la sorte che non perdona né buoni né cattivi, il Fato che rovescia ogni destino. Il terzo, invece, è probabilmente la parte di un poemetto di carattere storico, che racconta la guerra tra Greci e Persiani ed in particolare la strage delle Termopili ed il sacrificio dei 300 spartani e del loro generale, Leonida.


1.

Degli uomini poca
è la forza, e vane sono le pene:
nella vita breve, fatica s’aggiunge a fatica;
e sovrasta la morte, che non può fuggire.
Parte uguale ne ebbero in sorte
i buoni e tutti i cattivi.


2.

Poiché sei uomo, non dire mai quel che accadrà
domani; e se vedi uno felice,
per quanto tempo lo sarà:
veloce è il mutamento, come neppure lo scarto
della mosca dalle ali distese.


3.

Di coloro che morirono alle Termopili
la sorte è gloriosa, bello il destino,
e un altare è la tomba; al posto dei gemiti è il ricordo,
e il compianto è lode.
Una tale veste funebre la ruggine
non oscurerà, o il tempo che tutto doma.
Questo sacro recinto d’eroi scelse ad abitare con sé
la gloria della Grecia. Testimone è Leonida,
il re di Sparta, che un grande ornamento di valore ha lasciato,
e una fama perenne.



BACCHILIDE


Il poemetto di Bacchilide è dedicato al vincitore di una gara di pugilato ed è uno dei primi esemplari di un nuovo filone lirico: i canti di vittoria per i risultati sportivi. 

Come forse noterete, molte tematiche e figure retoriche sono le medesime della fase più arcaica della lirica, quella dedicata ai canti di guerra. I concetti di onore, di gloria, di un’impresa che dona l’immortalità rimangono immutati, ma passano dal contesto bellico ad uno molto più civile.


1.

Per Argeo di Ceo pugile ragazzo,
vincitore nelle gare istmiche

Balza, o Fama che doni la gloria,
verso la sacra Ceo, recando
la notizia grata
che nella lotta delle mani audaci
Argeo riportò la vittoria.

Di imprese belle ha suscitato il ricordo,
quante nel glorioso collo dell’Istmo,
lasciata l’isola divina
Euxantide, noi mostrammo
con settanta corone.

La Musa indigena evoca
uno strepito dolce di flauti,
onorando con epinici
il caro figlio di Pantide.



PINDARO


Anche Pindaro compone questo ed altri poemetti per gli sportivi, ma il suo stile è molto più interessante e complesso. Egli, infatti, spesso compie i cosiddetti “voli pindarici”, ovvero delle digressioni, anche piuttosto lunghe, di carattere storico o mitologico. 

In questo caso, il lottatore Teeo di Argo viene paragonato a Castore e Polluce, due eroici gemelli considerati, secondo la mitologia, figli di Zeus, e destinati a condividere lo stesso destino di morte e gloria.


2.

Per Teeo di Argo lottatore

Mutando a vicenda la sorte,
essi un giorno dimorano presso Zeus,
il padre diletto; un altro, nelle cavità della terra,
nei recessi di Terapne,
compiendo un uguale destino. Questa vita
scelse Polluce, più che essere in tutto un dio
e abitare nel cielo, poi che era morto
Castore in guerra.
L’aveva trafitto Ida
irato per i buoi, con la punta della lancia di bronzo.

Dal Taigeto, spiando, Linceo
lo scorse acquattato nel cavo
di un tronco di quercia: ché di tutti i mortali
egli aveva più acuto
lo sguardo. Con corsa veloce subito
lo raggiunsero, e ordirono in breve il grande misfatto.
Ma dalle mani di Zeus una pena terribile patirono
gli Afaretidi. Inseguendo,
giunse presto il figlio di Leda; ed essi si opposero
a lui presso la tomba del padre.

Divelta di qui una pietra levigata, ornamento di Ade,
la scagliarono contro il petto a Polluce; ma non lo schiacciarono
né lo respinsero. Balzò egli con la lancia veloce,
e immerse il bronzo nel fianco a Linceo.
Contro Ida scagliò Zeus il suo fulmine, portatore di fuoco fumoso:
insieme essi arsero, in solitudine. Difficile è per i mortali
lottare con i più forti.

Subito il figlio di Tindaro
tornò indietro presso il forte fratello:
non morto ancora, ma per l’affanno
scosso da rantoli convulsi lo trovò.
Versando lacrime calde, tra i gemiti,
gridò: «Padre Cronide, quale rimedio sarà
ai miei dolori? Ordina anche a me,
insieme a lui, la morte, o Signore.
Per l’uomo privato dei suoi cari
perduta è la gloria: nell’affanno, sono pochi i mortali

che, fedeli, partecipano alle pene.» Così
disse. Zeus davanti gli venne
e pronunciò queste parole: «Tu sei mio figlio;
poi, congiuntosi alla madre tua,
l’eroe suo sposo stillò
il seme mortale. Ma orsù, questa scelta
io ti concedo: se evitata la morte
e la vecchiezza aborrita,
tu vuoi abitare con me nell’Olimpo,
con Atena e con Ares dalla lancia nera,
è possibile a te questa sorte. Ma se per il fratello combatti,
e ogni cosa pensi dividere con lui in parte uguale,
metà del tempo vivrai sotto la terra,
e metà nelle dimore d’oro del cielo.»
Così parlò. E Polluce non pose alla mente un duplice pensiero:
sciolse l’occhio e poi la voce
di Castore dalla cintura di bronzo.



Siamo arrivate all’ultimo appuntamento del nostro excursus nel mondo dei lirici greci. Vi lascio tutti i link dei post precedenti:




Alceo




Ringrazio moltissimo tutti coloro che hanno letto e commentato i vari post. 
Come sapete, tengo tanto a questi progetti letterari e mi fa piacere sia scriverli che parlarne con voi. Grazie ancora per la lettura e al prossimo post :-)