lunedì 14 settembre 2026

PIATTI UNICI DI FINE ESTATE

 3 ricette comode per gli ultimi caldi




Cari lettori,

oggi ricominciamo con i "Menù e ricette" dopo la pausa estiva! 

Sono stata un po' indecisa se fare questo post oppure no, perché credo che la maggior parte di noi ne abbia fin sopra i capelli di insalate di pasta o di riso, considerata l'estate caldissima. 

Però ho pensato che si tratta comunque di soluzioni comode e veloci anche per settembre: nonostante la prima arietta fresca degli scorsi giorni, siamo pur sempre a fine estate. E poi potete sempre salvare questo post e conservarlo per la prossima stagione arroventata. 

Queste tre ricette mi sono state utilissime: la prima è stato il piatto principale del nostro pranzo di Ferragosto (in mezzo tra focacce, antipasti della rosticceria e gelato artigianale, qualcosa ci voleva... ), la terza è stato un "tormentone" che ho rifatto più volte, la seconda un'alternativa per non consumare solo formaggio e verdure ma anche pesce. 

Spero che vi possano essere utili! 



Insalata di penne integrali con tonno, olive e carote


Ingredienti:


- Una confezione da 500 gr di mezze penne integrali (che potete sostituire con il vostro formato preferito)

- Sale grosso

- Olio d’oliva

- Due scatolette di tonno all’olio d’oliva

- Una confezione da circa 250 gr olive in salamoia (io ho usato quelle della Valle d’Itri di Sapori e Dintorni Conad, ma vanno benissimo le vostre preferite

- Tre carote

- Pomodorini a piacere


Preparazione:


- Far bollire abbondante acqua salata e cuocere la pasta secondo le indicazioni sulla confezione. Quando è pronta, scolare, far passare sopra un filo d’acqua fredda corrente e lasciar raffreddare.

- Nel frattempo, mettere in una ciotola capiente il tonno (con il suo olio che fa da condimento) e le olive ben sciacquate.

- Lavare le carote e pelarle. Dopodiché tagliare secondo le proprie preferenze: o tritando alla julienne, o facendo dei piccoli tocchetti.

- Aggiungere le carote al tonno ed alle olive.

- Versare la pasta raffreddata sopra a tutti gli ingredienti e mescolare bene. Aggiungere due giri d’olio e mescolare di nuovo.

- Io ho lasciato a parte i pomodorini, in modo che non facessero acqua dentro la pasta. Ho messo un piattino con i pomodorini tagliati in tavola ed ognuno ha aggiunto quelli che voleva a piacere. Se però preferite unirli al resto della pasta e servirla subito, va bene lo stesso.

- La pasta fredda si conserva in frigo, coperta da pellicola/carta d’alluminio, per 2/3 giorni.



Insalata di riso con pesce e verdure


Ingredienti:


- Circa 300 gr di riso Arborio

- Sale grosso

- Olio d’oliva

- Una confezione da circa 250 gr di olive nere denocciolate a piacere

- Una confezione da circa 200 gr di ceci precotti (io ho usato i “Cotti al vapore” Conad)

- Una confezione di sgombri grigliati da circa 120 gr

- Una scatoletta piccola (o un vasetto) di alici sott’olio


Preparazione:


- Far bollire abbondante acqua salata e cuocere il riso secondo le indicazioni sulla confezione. Quando è pronto, scolare, far passare sopra un filo d’acqua fredda corrente e lasciar raffreddare.

- Nel frattempo, mettere in una ciotola capiente ceci e olive, entrambi ben lavati.

- Aprire la confezione di sgombri, spezzettare il pesce a tocchetti, aggiungerlo con il suo olio alla ciotola con ceci e olive.

- Spezzettare le acciughe aiutandosi con un coltello da cucina e tenerle da parte.

- Versare il riso raffreddato sopra alla ciotola con ceci, olive e sgombro e mescolare bene. Aggiungere le alici, due giri d’olio e mescolare di nuovo.

- Il riso freddo si conserva in frigo, coperta da pellicola/carta d’alluminio, per 2/3 giorni. Qualora ne avanzasse una quantità scarsa, si può “arricchire” con altre verdure di stagione, come zucchine o pomodori.



Riso basmati integrale “alla greca”


Ingredienti:


- Circa 300 gr di riso basmati integrale

- Sale grosso

- Olio d’oliva

- Una confezione da circa 250 gr di olive Kalamata greche

- Una confezione da circa 200 gr di feta

- 15/20 pomodorini

- A PIACERE: una scatoletta piccola di acciughe sott’olio


Preparazione:


- Far bollire abbondante acqua salata e cuocere il riso basmati secondo le indicazioni sulla confezione. Quando è pronto, scolare, far passare sopra un filo d’acqua fredda corrente e lasciar raffreddare.

- Nel frattempo, mettere in una ciotola capiente la feta a cubetti e le olive Kalamata (meglio se denocciolate, così si possono anche dividere a metà e amalgamare meglio).

- Tagliare in quattro i pomodorini e aggiungerli alla feta e alle olive.

- FACOLTATIVO: spezzettare le acciughe aiutandosi con un coltello da cucina e tenerle da parte.

- Versare il riso raffreddato sopra alla ciotola con feta, pomodori e olive. Aggiungere le alici (se si vuole), due giri d’olio e mescolare di nuovo.

- Il riso freddo si conserva in frigo, coperta da pellicola/carta d’alluminio, per 2/3 giorni. I pomodorini si possono anche aggiungere all’ultimo minuto per una maggiore freschezza, oppure si possono sostituire con dei datterini gialli.




Che ne dite? Rifarete qualcuna di queste ricette? 

Se vi va, fatemi sapere quali sono stati i vostri preferiti dell'estate! 

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 10 settembre 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #9

 Ultime corse estive sulla spiaggia, mare e Scirocco




Cari lettori,

primo appuntamento con “L’angolo della poesia” dopo la pausa estiva!


Ci eravamo lasciati a luglio in riva al mare (a questo link) e qui ci ritroviamo. Tra l’ultimo post alla scoperta di Ossi di seppia e quello odierno ho passato molto tempo (anche più di quel che speravo) in riva al Mar Ligure e mi è capitato di ripensare alle parole di Eugenio Montale ed alle sensazioni che egli prova fissando le onde. Oggi concludiamo la sezione Mediterraneo e iniziamo Meriggi ed ombre e la sua sotto-sezione L’agave e lo scoglio. Vi propongo quattro componimenti, invece che 5/6 come al solito, perché, come vedrete, il terzo è davvero lungo!


Spero che li apprezzerete…



Sezione “Mediterraneo”


Potessi almeno costringere


Tante poesie della sezione “Mediterraneo” raccontano la meraviglia che suscita il mare, sia in Montale (che lo vede come una sorta di figura paterna), sia per tanti di noi. 

Questo componimento, invece, cerca di esprimere una frustrazione: l’autore ha trovato delle parole che ritiene buone per scrivere le poesie di questa sezione, ma lo considera comunque appena sufficiente: ci vorrebbero frasi che si “accordassero” al movimento delle onde, e che dessero il giusto valore sia alla natura che all’arte.

E invece il suo “ritmo stento” verrà utilizzato dalle case editrici per guadagnare con il suo nome, e ripetuto con qualche errore dagli studenti, magari anche svogliati.

Qualcuno potrebbe dire che beh, non è comunque un brutto risultato...


Potessi almeno costringere

in questo mio ritmo stento

qualche poco del tuo vaneggiamento;

dato che mi fosse accordare

alle tue voci il mio balbo parlare: -

io che sognava rapirti

le salmastre parole

in cui natura ed arte si confondono,

per gridar meglio la mia malinconia

di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.

Ed invece non ho che le lettere fruste

dei dizionari, e l’oscura

voce che amore detta s’affioca,

si fa lamentosa letteratura.

Non ho che queste parole

che come donne pubblicate

s’offrono a chi le richiede;

non ho che queste frasi stancate

che potranno rubarmi anche domani

gli studenti canaglie in versi veri.

Ed il tuo rombo cresce, e si dilata

azzurra l’ombra nuova.

M’abbandonano a prova i miei pensieri.

Sensi non ho; né senso. Non ho limite.



Dissipa tu se lo vuoi


Alla fine della sezione “Mediterraneo”, l’autore affida al mare non solo tutti i suoi turbamenti, ma anche la sua vita. L’ha osservato a lungo, ha ammirato la sua vastità, ha scritto le sensazioni stupende e spaventose che suscita in lui… ed ora si rende conto di quanto la sua piccola vita sia limitata, in confronto a quella eterna della sua “figura paterna”. 

Più che una morte, qui mi sembra che venga invocata una nuova vita. 

Alla speranza, come già successo in “Casa sul mare”, Eugenio Montale difficilmente rinuncia (per quanto, alcune volte, dichiari il contrario).


Dissipa tu se lo vuoi

questa debole vita che si lagna,

come la spugna il frego

effimero di una lavagna.

M’attendo di ritornare nel tuo circolo,

s’adempia lo sbandato mio passare.

La mia venuta era testimonianza

di un ordine che in viaggio mi scordai,

giurano fede queste mie parole

a un evento impossibile, e lo ignorano.

Ma sempre che traudii

la tua dolce risacca su le prode

sbigottimento mi prese

quale d’uno scemato di memoria

quando si risovviene del suo paese.

Presa la mia lezione

più che dalla tua gloria

aperta, dall’ansare

che quasi non dà suono

di qualche tuo meriggio desolato,

a te mi rendo in umiltà. Non sono

che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,

questo, non altro, è il mio significato.



Sezione “Meriggi e ombre”- I


Fine dell’infanzia


Questa lirica è una delle più lunghe e rappresentative della raccolta.

Otto strofe, delle quali le prime sei rievocano un’infanzia mitica, immersi in uno dei brulli paesaggi liguri tanto cari all’autore (si ipotizza Monterosso), e le altre due raccontano l’inevitabile fine di questa prima, gioiosa fase della vita.

Il mare agitato non è più un’occasione di gioco, bensì l’espressione di una natura arrabbiata (matrigna, direi; le connessioni con Leopardi in questa raccolta sono davvero moltissime) che potrebbe diventare anche un pericolo.

Le capacità di sognare e immaginare vengono fortemente ridimensionate dopo la fine dell’infanzia: la realtà, a volte crudele, si manifesta agli occhi ormai adulti.


Rombando s’ingolfava

dentro l’arcuata ripa

un mare pulsante, sbarrato da solchi,

cresputo e fioccoso di spume.

Di contro alla foce

d’un torrente che straboccava

il flutto ingialliva.

Giravano al largo i grovigli dell’alighe

e tronchi d’alberi alla deriva.


Nella conca ospitale

della spiaggia

non erano che poche case

di annosi mattoni, scarlatte,

e scarse capellature

di tamerici pallide

più d’ora in ora; stente creature

perdute in un orrore di visioni.

Non era lieve guardarle

per chi leggeva in quelle

apparenze malfide

la musica dell’anima inquieta

che non si decide.


Pure colline chiudevano d’intorno

marina e case; ulivi le vestivano

qua e là disseminati come greggi,

o tenui come il fumo di un casale

che veleggi

la faccia cadente del cielo.

Tra macchie di vigneti e di pinete,

petraie si scorgevano

calve e gibbosi dorsi

di collinette: un uomo

che là passasse ritto s’un muletto

nell’azzurro lavato era stampato

per sempre – e nel ricordo.


Poco s’andava oltre i crinali prossimi

di quei monti; varcarli pur non osa

la memoria stancata.

So che strade correvano su fossi

incassati, tra garbugli di spini;

mettevano a radure, poi tra botri,

e ancora dilungavano

verso recessi madidi di muffe,

d’ombre coperti e di silenzi.

Uno ne penso ancora con meraviglia

dove ogni umano impulso

appare seppellito

in aura millenaria.

Rara diroccia qualche bava d’aria

sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia.


Ma dalle vie del monte si tornava.

Riuscivano queste a un’instabile

vicenda d’ignoti aspetti

ma il ritmo che li governa ci sfuggiva.

Ogni attimo bruciava

negl’istanti futuri senza tracce.

Vivere era ventura troppo nuova

ora per ora, e ne batteva il cuore.

Norma non v’era,

solco fisso, confronto,

a sceverare gioia da tristezza.

Ma riaddotti dai viottoli

alla casa sul mare, al chiuso asilo

della nostra stupita fanciullezza,

rapido rispondeva

a ogni moto dell’anima un consenso

esterno, si vestivano di nomi

le cose, il nostro mondo aveva un centro.


Eravamo nell’età verginale

in cui le nubi non sono cifre o sigle

ma le belle sorelle che si guardano viaggiare.

D’altra semenza uscita

d’altra linfa nutrita

che non la nostra, debole, pareva la natura.

In lei l’asilo, in lei

l’estatico affisare; ella il portento

cui non sognava, o a pena, di raggiungere

l’anima nostra confusa.

Eravamo nell’età illusa.


Volarono anni corti come giorni,

sommerse ogni certezza un mare florido

e vorace che dava ormai l’aspetto

dubbioso dei tremanti tamarischi.

Un’alba dové sorgere che un rigo

di luce su la soglia

forbita ci annunziava come un’acqua;

e noi certo corremmo

ad aprire la porta

stridula sulla ghiaia del giardino.

L’inganno ci fu palese.

Pesanti nubi sul torbato mare

che ci bolliva in faccia, tosto apparvero.

Era in aria l’attesa

di un procelloso evento.

Strania anch’essa la plaga

dell’infanzia che esplora

un segnato cortile come un mondo!

Giungeva anche per noi l’ora che indaga.

La fanciullezza era morta in un giro a tondo.


Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,

i mustacchi di palma, la raccolta

deliziosa dei bossoli sparati!

Volava la bella età come i barchetti sul filo

del mare a vele colme.


Certo guardammo muti nell’attesa

del minuto violento;

poi nella finta calma

sopra l’acque scavate

dové mettersi un vento.



Sezione “L’agave su lo scoglio”


Scirocco


Non potevamo che concludere i post estivi di questo progetto con una poesia dedicata allo Scirocco, il vento caldo che rende l’aria infuocata e non dà tregua né a piante ed animali, né tantomeno agli umani. 

In questo paesaggio arroventato, così simile a tanti che hanno caratterizzato questa nostra calda estate, sopravvivono solo le piante grasse, come un’agave su uno scoglio. 

È così che si sente il poeta: a un passo dal mare, dall’infinito, senza le capacità per entrarci, condannato ad un’immobilità che gli salva la vita e gli consente di resistere ai periodi difficili, ma non gli permette nemmeno di fare quel “di più” che disperatamente vorrebbe.


O rabido ventare di scirocco

che l’arsiccio terreno gialloverde

bruci;

e su nel cielo pieno

di smorte luci

trapassa qualche biocco

di nuvola, e si perde.

Ore perplesse, brividi

d’una vita che fugge

come acqua tra le dita;

inafferrati eventi,

luci – ombre, commovimenti

delle cose malferme della terra;

oh alide ali dell’aria

ora son io

l’agave che s’abbarbica al crepaccio

dello scoglio

e sfugge al mare da le braccia d’alghe

che spalanca ampie gole e abbranca rocce;

e nel fermento

d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci

che non sanno più esplodere oggi sento

la mia immobilità come tormento.




Oggi ci fermiamo qui, tra maree, Scirocco e giochi sulla spiaggia!

Mancano solo tre post a questo piccolo progetto e concluderemo. Questa rilettura si sta rivelando un importante viaggio per me, e spero lo sia anche per voi.

Fatemi sapere che ne pensate e se qualcosa vi ha colpito in particolare!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 7 settembre 2026

UN VIAGGIO IN LIGURIA... CON UN GIALLO!

 Due romanzi di Cristina Rava




Cari lettori,

inauguriamo la settimana con le prime recensioni dopo la pausa estiva!


Oggi, per le nostre “Letture… per autori”, non potevo che partire da due romanzi gialli di Cristina Rava. 

Credo che sappiate che mi piace restare in mood estivo fino all’Equinozio d’autunno (che ormai è tra un paio di settimane) e quale scelta migliore di questa? Sono due libri ambientati in estate in Liguria; ho letto uno dei due in luglio e l’altro in agosto, direttamente sulla spiaggia; l’autrice è venuta a Varazze l’anno scorso a raccontarci le sue ultime uscite.


Penso che sappiate che sono una lettrice di Cristina Rava già da qualche anno, ma ultimamente trovo non solo che le trame gialle siano avvincenti, ma anche che lo stile sia ancora meglio: quasi poetico.


Quest’estate ho anche scoperto gli audiolibri e il primo di questi due romanzi è stato per me un ascolto invece che una lettura. Sentire certe scene descrittive di fronte al mare è stato veramente impagabile.


Vi lascio alle recensioni!



Dalla parte del ragno


È agosto inoltrato e Albenga è divisa in due: da una parte i turisti che si godono le ultime ferie, dall’altra i locali che continuano a lavorare aspettando una stagione più tranquilla per godersi la città.


In effetti questa storia ha inizio proprio nello studio di uno stimato avvocato, che riceve una mail che non avrebbe mai voluto leggere. L’uomo perde la testa: inizia a spogliarsi per strada ed a correre urlando. Il ricovero è immediato, così come il TSO. Amici e conoscenti sono sconvolti e provano ad attribuire questa crisi allo stress, oppure al trauma di un brutto incidente d’auto avvenuto anni prima, forse mai superato. Solo la moglie sa la verità: c’entrano una giovane sconosciuta ed un ricatto.


Poco tempo dopo, la dottoressa Ardelia Spinola, medico legale, viene convocata sul luogo che un medico affermato, direttore di una clinica privata, ha scelto per il suo suicidio: una zona boschiva isolata appena fuori Albenga. E pochi giorni dopo ancora, la città vive la sua terza stranezza: il gestore di una rinomata gelateria sparisce nel nulla.


I ricchi di questa città sono impazziti, sembrano pensare tutti. Anche Ardelia non si raccapezza, e fa lunghe telefonate al suo fidanzato (ritrovato) Bartolomeo Rebaudengo, commissario in pensione che vive nelle campagne piemontesi.


Ma solo uno dei tre casi le interessa veramente per lavoro, e poi, in quel periodo, la sua preoccupazione è un’altra.


La sua migliore amica, il Maestro di pianoforte Norma Picolit, proprio alla vigilia di un importante traguardo di lavoro ha subito una batosta. Ella aveva iniziato una relazione con Serafina, una ragazza molto più giovane di lei e non vedente. Per mesi le due erano state molto innamorate, poi un rientro dal lavoro prima del previsto ed una strana telefonata avevano messo Norma in allarme. 

Così, un giorno, la donna ha seguito Serafina fino a Finale Ligure, dove vive, e ha scoperto che… la ragazza non è affatto cieca. Così Norma, sconvolta, ha deciso di interrompere la relazione, e rifiuta tutti i tentativi di Serafina di contattarla.


Da settimane Ardelia cerca di convincere Norma a fare una scelta definitiva: o affrontare Serafina e dirle che è un’imbrogliona, oppure chiudere senza spiegazioni, ma anche senza rimpianti. Invece Norma tergiversa… finché non accade la tragedia.


Settimane dopo, quando ormai le piogge hanno messo fine all’estate e sono suonate le prime campanelle scolastiche, Serafina viene trovata morta accanto al fiume Centa, in un’ansa che ha impedito al suo cadavere di essere portato via. È stata lanciata in acqua con i polsi legati, e, prima di essere uccisa, le sue palpebre sono state chiuse chimicamente con una sostanza che deve averle provocato un dolore immenso.

Il messaggio sembra fin troppo chiaro: “Prima ti acceco per davvero, poi ti uccido”.


Ardelia vuole un bene infinito a Norma, ma sa anche che nel passato della donna ci sono un disturbo psichiatrico grave e dei precedenti penali pesanti. La sua amica si è curata ed è un’altra, ma venire ingannata da Serafina è stato un dolore troppo grande.


L’alternativa potrebbe essere che la ragazza c’entri qualcosa con le stranezze avvenute ad Albenga di recente…



Ho letto ormai qualcuno dei romanzi che hanno per protagonisti la coppia composta dalla dottoressa ligure Ardelia Spinola e dal commissario in pensione (si fa per dire) Bartolomeo Rebaudengo. I due, nonostante la separazione per un periodo, non si sono mai lasciati davvero, e finalmente sembrano averlo capito. Dalla parte del ragno era un romanzo che “mi mancava”, nel senso che avevo letto sia la storia precedente che quella successiva, e, grazie alla piattaforma Mlol ed alla scoperta degli audiolibri, ho colmato questa lacuna.


Ero molto curiosa, perché alla fine del romanzo precedente Serafina fa proprio la figura della truffatrice crudele che non merita niente, e invece… la realtà è molto più complessa di quella che sembra. E devo dire che l’autrice mi ha orripilato e stupito. Questa è una storia dietro la quale si cela veramente un “ragno”, un’anima nera che ama tenere le persone avvinte nella sua tela.


È la prima volta che ascolto un giallo (ho ascoltato due audiolibri finora, ma l’altro è una storia humour di cui spero di parlarvi presto) e devo dirvi che i capitoli finali, tra confessioni e scene d’azione, sono stati agghiaccianti da sentire. Però ci sono anche l’amore, l’amicizia, i paesaggi liguri, qualche consiglio gastronomico che non manca mai e tanta ironia. Insomma, tutto quello che mi piace dei romanzi di questa autrice.


Il personaggio di Norma resta molto affascinante e sono contenta che l’autrice abbia deciso di continuare a dargli spazio all’interno della serie (durante l’incontro dell’anno scorso ci ha raccontato che qualcuno dei suoi collaboratori lo ha messo in discussione). Spero però che, come ci ha promesso, le darà un po’ di pace sentimentale, perché ha sofferto davvero troppo.


In questo capitolo, però, sono sorprendenti anche Ardelia e Bartolomeo: di solito lei è quella che fa gli azzardi ed a lui non resta che tentare di dissuaderla, e poi restare ad aspettare con il cuore in gola. Stavolta, invece… vedrete!


Mi piacerebbe leggere i libri più vecchi dell’autrice, quelli prima della “separazione” tra i due protagonisti. Vi farò sapere!



Strano, molto strano


Emma Belgrado è una poliziotta più che cinquantenne che vive a Trieste e fa parte di un reparto molto delicato. Nel corso della sua vita ha affrontato molti incarichi difficili, alcuni insieme al compagno, Lorenzo. Un giorno, però, nel corso di un’operazione complessa, l’uomo è scomparso nel nulla.


All’inizio ci sono state molte ricerche: poi, però, persino i capi di entrambi lo hanno dato per morto e, pur senza arrendersi del tutto, hanno iniziato a dare la precedenza ad altre questioni. Emma è rimasta l’unica a crederlo ancora vivo, e non è riuscita (giustamente) a concentrarsi su altro: un esaurimento ed un congedo sono state le naturali conseguenze.


Così ella decide di andare a passare l’estate – e le ferie forzate – in Liguria, nell’entroterra dietro il bellissimo borgo di Cervo. Lì il giovane nipote Marco ha aperto un agriturismo. Il ragazzo è appena stato lasciato dalla fidanzata di lungo corso, si sta buttando anima e corpo nel lavoro ed è sorpreso all’idea di passare ben cinque mesi con questa zia che conosce poco, che insiste per pagare l’ospitalità come una qualunque cliente e che per lui fa “l’impiegata”: com’è possibile un periodo di ferie così lungo?


All’inizio, tra giornate in campagna e fughe al mare, sembra una vacanza rilassante. Marco ci mette poco a tirare fuori a sua zia la vera storia del suo lavoro e del suo periodo di riposo, ma comprende anche che è un momento delicato e non insiste.


Un giorno, però, un commercialista dal curioso nome di Michelangelo Merisi, che si era appena sposato lì in agriturismo con una donna di origini svizzere di nome Geneviève, viene trovato morto nella sua auto. Ed anche una delle sue due segretarie, una ragazza sulla quale non si è mai fatto nemmeno un pettegolezzo, viene ritrovata cadavere poco dopo.


Emma non vorrebbe “tornare in servizio”, ma è diventata piuttosto amica di Geneviève nel primo mese trascorso lì, e soprattutto non vuole che Marco ci rimetta, con un agriturismo appena avviato…



Strano, molto strano è il primo volume di quella che sarà una nuova serie di Cristina Rava. Sempre durante l’incontro dell’anno scorso, l’autrice ci aveva dato qualche anticipazione, quindi sono contenta di essere riuscita a leggerlo.


Il luogo scelto è bellissimo: ho cercato Cervo su internet e mi sono chiesta perché diavolo non sia ancora andata a fare una gitarella lì, dal momento che ho comunque un appoggio a Varazze. Per motivi di famiglia, questa non è stata l’estate giusta per spostarsi in giornata dal paese, senza contare che le ondate di caldo sono state davvero troppo opprimenti. Però lo tengo lì, per le “scappate” in Liguria quando la stagione sarà meno arroventata. È un borgo davvero incantevole, e le campagne circostanti non devono essere da meno.


Non stupisce che Emma Belgrado abbia trovato lì il suo “buen ritiro”, dopo tutto quello che le è capitato. Devo ammettere che per ora il suo personaggio non mi ha conquistato quanto Ardelia, forse perché la dottoressa ligure, nel bene e nel male, è tutta emozioni e passioni, mentre questa protagonista è piuttosto fredda. Ma è giusto che un’autrice, di volta in volta, dia un carattere diverso ad ognuna delle sue eroine, altrimenti dove sarebbe il bello?


L’intreccio giallo, invece, mi ha convinto di più, soprattutto perché al delitto iniziale ne seguono degli altri che spingono il lettore a chiedersi quale disegno possa esserci dietro.


Lo stile è quello che mi ha fatto apprezzare l’autrice, anche se sicuramente più asciutto rispetto al primo dei due romanzi che vi ho presentato oggi.


Come esordio per una nuova serie è molto buono: credo però che i successivi potrebbero essere anche meglio (il “pilot” solitamente è un po’ rallentato dalla giusta presentazione di un nuovo mondo e dei vari personaggi).




Abbiamo ricominciato con due belle letture estive… spero che sia di buon auspicio!

Fatemi sapere se conoscete l’autrice, se avete letto qualcuno di questi romanzi e che cosa ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)