lunedì 27 luglio 2026

RISATE... TRA PINETA E LAGO

 Due romanzi divertenti dall'ambientazione estiva




Cari lettori,

anche oggi vi propongo le nostre “Letture...a tema” e concludiamo la serie di consigli per le vacanze estive!


Prima di procedere con il post odierno, un piccolo recap dei consigli per ombrellone/montagna/viaggio di giugno e luglio:


1) Per gli amanti del romance: Elsie Silver e le sue popolarissime serie, a questo link e a questo.


2) Per chi preferisce storie di rinascita e introspezione: due romanzi di Lorenza Gentile a questo link.


3) Per gli appassionati di giallo: due raccolte di racconti con delitto qui.


4) Due TAG ricchi di consigli estivi, uno ispirato alla musica e l’altro alla frutta estiva.


Oggi concludiamo questo percorso con… un po’ di risate! Ho scelto i romanzi di due autori, Marco Malvaldi e Andrea Vitali, che, se mi leggete, conoscete sicuramente. 

Ci dividiamo un po’ tra Pineta, sulla costa tirrenica, e Bellano, sul Lago di Como!



Piomba libera tutti, di Marco Malvaldi


Questo romanzo inizia con una nota di malinconia. I quattro vecchietti del BarLume, infatti, sono rimasti tre. Aldo Griffa, il più tranquillo e saggio, quello che calmava gli animi quando Ampelio difendeva i suoi ideali, quando il Rimediotti replicava perché punto sul vivo, quando Pilade riportava i vari gossip di paese.


A novant’anni, l’investimento di una bicicletta gli è stato fatale: è bastato picchiare la testa. Il paese non ci può credere; al BarLume tutti gli equilibri sono sconvolti. A Massimo è rimasto in eredità il ristorante che divideva con Aldo, che, nonostante l’età, non ha mai smesso di lavorare. I tre vecchietti rimasti, poi, sono mogi, anche se di questioni da discutere ce ne sarebbero: dopo anni di un’amministrazione di sinistra che tutto sommato piaceva ad Ampelio (per i suoi standard di incontentabile, ovviamente), è salita una giunta di destra, i cui valori sono del tutto incompatibili con quelli del ferroviere che ha fatto la Resistenza.


Eppure nemmeno questo cambiamento, lamentele occasionali a parte, sembra vivacizzare la chiacchiera al bar.


Quel che ci vuole davvero, inutile dirlo, è un caso di cronaca nera come si deve. E così il vicequestore Alice Martelli, compagna di Massimo e mamma della piccola Matilde, un giorno si trova di fronte ad un caso singolare.


Già, perché solitamente dovrebbe essere difficile trovare un possibile colpevole. Di solito, se la vittima è una persona comune, è sempre una “brava persona” e “nessuno ce l’aveva con lei”. Ecco, stavolta è capitato il contrario.


Tutti ce l’avevano con Giada Meini, la donna trovata uccisa nel garage del suo condominio. Sia a casa che sul lavoro, le persone animate da odio feroce nei suoi confronti sono davvero troppe. La vittima, infatti, era una persona davvero impossibile: voleva che tutto venisse fatto come diceva lei, si divertiva a mettere le altre persone in posizioni difficili, e una sola parola fuori posto era sufficiente per scatenare un esercito di avvocati. Quindi, chi non avrebbe voluto uccidere Giada Meini? Forse, per risolvere questo caso, bisogna fare tutto al contrario…



Lo so, lo so. Questo post sarebbe incentrato sulle risate e invece io finora vi ho parlato di un vecchietto del BarLume che ci ha salutato per sempre e di una persona che tutti non vedevano l’ora di accoppare. E invece Piomba libera tutti è un capitolo dei delitti del BarLume che ci fa una grande lezione di ironia.


Innanzitutto i protagonisti, pagina dopo pagina, trovano il coraggio di ridere di nuovo, anche se qualcuno li ha lasciati: qualcuno che sicuramente non avrebbe voluto che le cose cambiassero a causa sua. E le risate, in questo romanzo, sono particolarmente satiriche. Ci sono pagine in cui Ampelio parla senza mezzi termini della deriva politica degli ultimi tempi, tra slogan ignoranti e una prepotenza che ricorda in modo spiacevole momenti bui della nostra storia.


E poi questo giallo “al contrario” è farsesco, e tragicamente attuale: alcune persone, come Giada Meini, evidentemente non reggono questi tempi troppo veloci e crudeli e finiscono per prendersela con chiunque altro si trovino di fronte. Il che, ovviamente, rende le convivenze condominiali e lavorative sempre più difficili. Purtroppo temo che ognuno di noi abbia incontrato (almeno) una “Giada”.


Pineta è uno di quei luoghi del cuore libreschi dai quali mi sento sempre accolta, specie durante la stagione estiva. Ma guai a chiedere un cappuccino dopo mezzogiorno a Massimo Viviani…



I rimedi del dottor Aiace Deboché, di Andrea Vitali


Bellano, 1920. In una giornata qualunque, in un momento di fiacca per la stazione, scende dal convoglio il nuovo famacista: Aiace Debouché.


Lo storico farmacista del paese si è trasferito in gran segreto sulla Riviera, contrario agli addii e soprattutto alle grandi feste di pensionamento. E così il dottor Deboché ha lasciato l’insegnamento, che non era proprio l’ideale per il suo carattere schivo, e ha fatto un investimento.


La sua farmacia, infatti, è solo la parte ufficiale del suo lavoro, quella che gli dà di che vivere: quel che davvero interessa all’uomo è avere tempo, la sera, tra casa e negozio, per le sue ricerche. Da tempo sogna di creare un rimedio che sia tutto suo, un farmaco sul quale mettere il brevetto. E, dopo qualche settimana trascorsa a Bellano, egli si rende conto di quale potrebbe essere il settore più redditizio: gli abitanti del paese passano in bagno un po’ più tempo del necessario, cercando inutilmente di fare ciò che dovrebbe venire naturale.


Convinto di aver avuto l’illuminazione, il dottore si butta anima e corpo nelle ricerche, e, se non ci fosse la donna delle pulizie ad assisterlo, non mangerebbe neppure. Il suo unico vizio è la mostarda del droghiere Vespro Bordonera, che egli compra personalmente il venerdì. È lì che egli conosce Virginia, la figlia del negoziante, durante un periodo di vacanza scolastica.


Bordonera, vedovo, ha cresciuto la figlia come un gioiello: ha risparmiato per darle la migliore educazione, l’ha spedita in un collegio in Svizzera dalle suore, ha insistito perché oltre alla didattica standard ella studiasse attività extra come il pianoforte (per cui la ragazza è molto portata). Ed ora non vorrebbe certo che Virginia facesse la fine delle figlie dei colleghi, sposate a uomini che fanno lavori di fatica e le trattano come donne delle pulizie. Un matrimonio con il farmacista, una delle poche autorità del paese, consentirebbe a Virginia una sistemazione in una bella casa con tanto di governante, e donerebbe ulteriore prestigio alla famiglia.


Il fidanzamento tra il dottor Debouché e Virginia va a buon fine. Il nostro farmacista, però, convinto che l’amore per la ragazza avrebbe fatto il miracolo, ha taciuto alla mogliettina un “piccolo problema intimo” che si porta dietro fin dall’adolescenza. E, notando che il miracolo tarda ad arrivare, non trova soluzione migliore che buttarsi di nuovo nei suoi amati studi. Solo che un neo-marito che si disinteressa del letto e pensa soltanto al WC non è proprio l’ideale. La povera Virginia dovrà agire di conseguenza…



Negli ultimi anni Andrea Vitali sta alternando la serie di “misteri gialli” che ha per protagonista il maresciallo Maccadò a spassose commedie degli equivoci e/o storie di critica sociale più malinconiche, ambientate sempre a Bellano, ma in altri periodi storici (il maresciallo opera negli anni ‘30).


I rimedi del dottor Aiace Deboché appartiene decisamente alla prima categoria. Credetemi, c’è da spanciarsi dal ridere.


So che la fiction sul maresciallo Maccadò che sarebbe dovuta uscire in maggio è stata rimandata all’autunno, e vi farò sapere se mi piacerà. Però non mi dispiacerebbe che qualcuna di queste storie “stand alone” diventasse uno spettacolo teatrale: questo romanzo, per esempio, darebbe lo spunto per un’ottima commedia.


L’ambientazione lacustre non è sempre estiva, perché le vicende si snodano mese dopo mese, ma è sempre bello dare un’occhiata al Lago di Como in questa stagione così calda!





Con questa coppia finale di consigli ci siamo avvicinati alla pausa d’agosto! Ci mancano solo i preferiti di luglio e il recap/saluto prima delle vacanze.

Fatemi sapere se conoscete questi romanzi e se vi ho incuriosito!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 23 luglio 2026

RACCONTI... TASCABILI

 Due raccolte da portare con sé in estate




Cari lettori,

oggi, per le nostre “Letture… a tema”, parliamo di… racconti!


Già, tra le varie letture arretrate che ho ancora da recensirvi mi sono accorta che ci sono due raccolte di racconti della Sellerio che potrebbero essere una buona scelta per i vostri viaggi o le vostre vacanze. Si possono leggere un po’ alla volta, nell’ordine che preferite, e sono sicura che alcuni di voi conoscono già i protagonisti di queste storie!


Una delle due raccolte è di autori vari editi da Sellerio; l’altra è invece dedicata ai racconti di un solo scrittore, purtroppo recentemente scomparso.


Spero che possano essere delle buone scelte per la vostra estate!



Animali in giallo, Autori vari


La corrida è una pratica (giustamente) disprezzata un po’ ovunque ormai, ma in Spagna è una tradizione dura a morire. Quando però ben sette tori vengono uccisi con un fucile di precisione, è difficile determinare chi possa essere stato: di sicuro non un animalista. Le sorelle poliziotte Berta e Marta Mirailles sono perplesse, ma cercano comunque di comprendere chi abbia commesso un simile delitto.


A Màkari, Saverio Lamanna e l’insostituibile Peppe Piccionello si trovano di fronte ad uno spettacolo purtroppo comune in Sicilia: un cane randagio che è stato investito. Di fronte alla casa di una signora misteriosamente scomparsa…


Domenico Cigno, giornalista appassionato di gastronomia, ha una nuova inchiesta da seguire: un bracciante di origini africane è stato ucciso nella periferia di Caserta. La sua morte sembra un’orribile fatalità: l’attacco di un branco di cani randagi. Ma l’uomo era vittima di caporalato e forse la sua morte non è stata casuale…


In zona Napoli, l’agente Acanfora, tanto giovane quanto buono di spirito, si trova ad indagare su una serie di morti sbranati da un misterioso animale. Un serial killer dalle sembianze mostruose?


Una collega di Domenico Cigno, Viola Tanzini, affetta da uno strano disturbo di sinestesia (ella vede i colori delle persone), si avvale dell’insolito aiuto di una capra e di un asino.


La biologa e mamma Serena Martini è in vacanza con la sua famiglia: la sua amica poliziotta Corinna la coinvolge, da remoto, in un caso la cui chiave risiede nello studio del veleno di alcune rane.


Nella Casa di Ringhiera milanese dove risiedono il tappezziere Amedeo Consonni ed i suoi sodali si è verificato un terribile incidente: qualcosa, forse un enorme animale, ha aggredito una delle impiegate del centro massaggi asiatico a piano terra.



Tante sono le raccolte della Sellerio “in giallo”: da quelle dedicate alle festività (Natale, Pasqua, Carnevale…) a quelle che trattano argomenti più leggeri (come viaggi e vacanze) fino ad arrivare a quelle che pongono al centro dell’attenzione tematiche più impegnative (come la crisi).


Questa volta si parla del rapporto tra uomo e animale, e non sempre i toni sono leggeri. Mi sembra doveroso fare un “trigger warning” di violenza sugli animali, anche se, leggendo la trama, credo che lo abbiate già capito.


Comunque, se ve la sentite, io credo che, a maggior ragione se siete amanti degli animali, questa raccolta sia interessante da leggere. E poi alcuni personaggi, come la coppia Lamanna-Piccionello e gli inquilini della Casa di Ringhiera, sono divertenti di natura, e sicuramente vi strapperanno una risata anche nei momenti più drammatici.



Sei storie della Casa di Ringhiera, di Francesco Recami


Amedeo Consonni è un tappezziere in pensione, vedovo da tempo ma felicemente “ri-fidanzato” con Angela, una professoressa di Lettere che, come lui, abita in una Casa di Ringhiera milanese. E poi ci sono la figlia Caterina e l’amatissimo nipotino Enrico.


Tutti i cari di Amedeo Consonni non comprendono la sua ossessione: quella per il delitto. Egli colleziona ritagli di giornale di casi celebri e ne ha creato un archivio, proprio come faceva una volta con il campionario delle stoffe.


È il suo stesso palazzo, inoltre, ad offrirgli occasioni imperdibili per indagare. Il suo amico, l’ottantenne Luis, innamorato della sua auto e sempre pronto a cacciarsi nei pasticci; la signorina Mattei-Ferri, che sa tutto di tutti, ma sicuramente nasconde qualcosa a sua volta; alcune famiglie in difficoltà, che hanno più di uno scheletro nell’armadio; il centro massaggi orientale al piano terra, dove lavorano solo persone che si fanno fin troppo gli affari propri; il clan familiare proveniente dal Perù, comprensivo di bambini che cercano perennemente di portare il suo Enrico sulla cattiva strada.


Ed è così che il buon Amedeo, convinto di fare del bene, alcune volte si imbatte in situazioni molto più grandi di lui. Oppure viene scambiato per un criminale invece che per quello che è, ovvero un detective improvvisato. E finisce in guai davvero grossi…



Le Sei storie della Casa di Ringhiera, tratte da altrettante raccolte della Sellerio, raccontano le tragicomiche avventure del Consonni e degli altri abitanti del palazzo più stravagante di Milano. Non sono gialli tradizionali: sono più che altro delle commedie nere, tragiche e farsesche insieme, come talvolta è la vita.



Consigliandovi questa raccolta vorrei anche fare un omaggio a Francesco Recami, recentemente scomparso in seguito ad una brutta malattia. L’ho incontrato solo una volta, anni fa, durante una serie di presentazioni alla biblioteca di Carugate (un paese della mia zona) che si intitolava “Quattro aperitivi”: ricordo che era stato molto simpatico con me e mi aveva firmato Il segreto di Angela, aggiungendo un saluto a mio padre, che mi aveva incaricato di lasciargli un messaggio perché non era proprio riuscito a venire.


Ci mancheranno il Consonni e tutti gli altri!




Che ne dite? Potrebbero essere dei racconti interessanti per la vostra estate?

Fatemi sapere che ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 20 luglio 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #8

 In riva al mare




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di luglio con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Il post di oggi è proprio ideale per questo mese estivo: continuiamo ad esplorare la sezione “Mediterraneo” e parliamo di mare… in tutte le sue sfumature!



Sezione “Mediterraneo”


Scendendo qualche volta


Questo componimento racconta un momento che anche per me è emozionante.

Chi non vive al mare, spesso associa ad esso l’estate. Se però si ha l’opportunità di viverlo anche in altri momenti dell’anno, si vive quell’istante bellissimo in cui non si pensa più alla stagione non proprio clemente ed al paesaggio che ci lasciamo alle spalle: si pensa solo al momento in cui si rivede il mare. E anche solo l’anticipazione è una festa.


Scendendo qualche volta

gli aridi greppi ormai

divisi dall’umoroso

Autunno che li gonfiava,

non m’era più in cuore la ruota

delle stagioni e il gocciare

del tempo inesorabile;

ma bene il presentimento

di te m’empiva l’anima,

sorpreso nell’ansimare

dell’aria, prima immota,

sulle rocce che orlavano il cammino.

Or, m’avvisavo, la pietra

voleva strapparsi, protesa

a un invisibile abbraccio;

la dura materia sentiva

il prossimo gorgo, e pulsava;

e i ciuffi delle avide canne

dicevano all’acque nascoste,

scrollando, un assentimento.

Tu vastità riscattavi

anche il patire dei sassi:

pel tuo tripudio era giusta

l’immobilità dei finiti.

Chinavo tra le petraie,

giungevano buffi salmastri

al cuore; era la tesa

del mare un giuoco di anella.

Con questa gioia precipita

dal chiuso vallotto alla spiaggia

la spersa pavoncella.



Ho sostato talvolta nelle grotte


Questa poesia è, in un certo senso, vicina a “Forse un giorno, andando per un’aria di vetro”. Il poeta e voce narrante si ferma in una delle grotte marittime tipiche del paesaggio ligure (nei percorsi di trekking tra un paese ed un altro si possono ancora ammirare). Lì egli ha come una visione, quella di una “città di vetro”, forse fatta d’aria. Purtroppo, però, il luogo ideale del poeta svanisce presto: i sassi, i rottami, le pietre, i rami divelti… tutto lo riporta ad una realtà tutt’altro che perfetta.


Ho sostato talvolta nelle grotte

che t’assecondano, vaste

o anguste, ombrose e amare.

Guardati dal fondo gli sbocchi

segnavano architetture

possenti campite di cielo.

Sorgevano dal tuo petto

rombante aerei templi,

guglie scoccanti luci:

una città di vetro dentro l’azzurro netto

via via si discopriva da ogni caduco velo

e il suo rombo non era che un susurro.

Nasceva dal fiotto la patria sognata.

Dal subbuglio emergeva l’evidenza.

L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.

Così, padre, dal tuo disfrenamento

si afferma, chi ti guardi, una legge severa.

Ed è vano sfuggirla: mi condanna

s’io lo tento anche un ciottolo

róso sul mio cammino,

impietrato soffrire senza nome,

o l’informe rottame

che gittò fuor del corso la fiumara

del vivere in un fitto di ramure e di strame.

Nel destino che si prepara

c’è forse per me sosta,

niun’altra mai minaccia.

Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,

e questo ridice il filo della bonaccia.



Giunge a volte, repente


Nelle liriche di questa sezione, il mare è visto da Montale come un padre.

E così, alcune volte, egli si sente come un figlio ribelle, in disaccordo con il genitore.

Un figlio finito, imperfetto, legato ad una vita terrena che spesso gli sta stretta, mentre il mare è immutabile, affascinante, perfetto.

Anche in questo caso non si può non notare un riferimento alla “natura matrigna” leopardiana: persino l’accogliente mare descritto da Montale, qualche volta, è indifferente alle pene dell’uomo.


Giunge a volte, repente,

un’ora che il tuo cuore disumano

ci spaura e dal nostro si divide.

Dalla mia la tua musica sconcorda,

allora, ed è nemico ogni tuo moto.

In me ripiego, vuoto

di forze, la tua voce pare sorda.

M’affisso nel pietrisco

che verso te digrada

fino alla ripa acclive che ti sovrasta,

franosa, gialla, solcata

da strosce d’acqua piovana.

Mia vita è questo secco pendio,

mezzo non fine, strada aperta a sbocchi

di rigagnoli, lento franamento.

È dessa, ancora, questa pianta

che nasce dalla devastazione

e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa

fra erratiche forze di venti.

Questo pezzo di suolo non erbato

s’è spaccato perché nascesse una margherita.

In lei tìtubo al mare che mi offende,

manca ancora il silenzio nella mia vita.

Guardo la terra che scintilla,

l’aria è tanto serena che s’oscura.

E questa che in me cresce

è forse la rancura

che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.



Noi non sappiamo quale sortiremo


Osservando l’infinita distesa marittima, capita anche di chiedersi quale sarà il nostro futuro: da quello più prossimo a quello che speriamo sia molto, molto lontano.

Il poeta ipotizza un bivio tra radure idilliche e una caduta nel buio.

Andando avanti nella lettura del componimento, la sensazione che Montale si sia ispirato a Odisseo ed al suo amore disperato per il mare si fa tangibile.

Egli parla di terre straniere, di aver perso i ricordi, la memoria del sole (forse perché rinchiuso in una grotta?), della poesia (almeno finché qualcuno non canterà ed essa tornerà alla mente commossa). Anche il riferimento finale al “sale greco” lo fa pensare…


Noi non sappiamo quale sortiremo

domani, oscuro o lieto;

forse il nostro cammino

a non tócche radure ci addurrà

dove mormori l’eterna acqua di giovinezza;

o sarà forse un discendere

fino al vallo estremo,

nel buio, perso il ricordo del mattino.

Ancora terre straniere

forse ci accoglieranno: smarriremo

la memoria del sole, dalla mente

ci cadrà il tintinnare delle rime.

Oh la favola onde s’esprime

la nostra vita, repente

si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Pur di una cosa ci affidi,

padre, e questa è: che un poco del tuo dono

sia passato per sempre nelle sillabe

che rechiamo con noi, api ronzanti.

Lontani andremo e serberemo un’eco

della tua voce, come si ricorda

del sole l’erba grigia

nelle corti scurite, tra le case.

E un giorno queste parole senza rumore

che teco educammo nutrite

di stanchezze e di silenzi,

parranno a un fraterno cuore

sapide di sale greco.



Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale


Il poeta vorrebbe avere una vita semplice, essenziale, come quella dei ciottoli in riva al mare. Invece sente di condurre un’esistenza piena di tormenti, pensieri, quesiti, per risolvere i quali non è bastato nemmeno fare studi complessi.

Incredibilmente, è proprio la semplicità del mare che, se non risolve, almeno allontana alcune delle difficoltà.


Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale

siccome i ciottoli che tu volvi,

mangiati dalla salsedine;

scheggia fuori del tempo, testimone

di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda

in sé, in altrui, il bollore

della vita fugace – uomo che tarda

all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male

che tarla il mondo, la piccola stortura

d’una leva che arresta

l’ordegno univerale; e tutti vidi

gli eventi del minuto

come pronti a disgiungersi in un crollo.

Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi

l’opposto in cuore, col suo invito; e forse

m’occorreva il coltello che recide,

la mente che decide e si determina.

Altri libri occorrevano

a me, non la tua pagina rombante.

Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli

ancora i gruppi interni col tuo canto.

Il tuo delirio sale agli astri ormai.




Ammetto che la lettura di questa sezione, Mediterraneo, è nuova per me (per questo amo ancora i miei studi: non si finisce mai di imparare) e mi sta commuovendo…

Credo che gli amanti del mare capiranno. Ma non solo.

Ditemi la vostra, se vi va!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)