giovedì 23 luglio 2026

RACCONTI... TASCABILI

 Due raccolte da portare con sé in estate




Cari lettori,

oggi, per le nostre “Letture… a tema”, parliamo di… racconti!


Già, tra le varie letture arretrate che ho ancora da recensirvi mi sono accorta che ci sono due raccolte di racconti della Sellerio che potrebbero essere una buona scelta per i vostri viaggi o le vostre vacanze. Si possono leggere un po’ alla volta, nell’ordine che preferite, e sono sicura che alcuni di voi conoscono già i protagonisti di queste storie!


Una delle due raccolte è di autori vari editi da Sellerio; l’altra è invece dedicata ai racconti di un solo scrittore, purtroppo recentemente scomparso.


Spero che possano essere delle buone scelte per la vostra estate!



Animali in giallo, Autori vari


La corrida è una pratica (giustamente) disprezzata un po’ ovunque ormai, ma in Spagna è una tradizione dura a morire. Quando però ben sette tori vengono uccisi con un fucile di precisione, è difficile determinare chi possa essere stato: di sicuro non un animalista. Le sorelle poliziotte Berta e Marta Mirailles sono perplesse, ma cercano comunque di comprendere chi abbia commesso un simile delitto.


A Màkari, Saverio Lamanna e l’insostituibile Peppe Piccionello si trovano di fronte ad uno spettacolo purtroppo comune in Sicilia: un cane randagio che è stato investito. Di fronte alla casa di una signora misteriosamente scomparsa…


Domenico Cigno, giornalista appassionato di gastronomia, ha una nuova inchiesta da seguire: un bracciante di origini africane è stato ucciso nella periferia di Caserta. La sua morte sembra un’orribile fatalità: l’attacco di un branco di cani randagi. Ma l’uomo era vittima di caporalato e forse la sua morte non è stata casuale…


In zona Napoli, l’agente Acanfora, tanto giovane quanto buono di spirito, si trova ad indagare su una serie di morti sbranati da un misterioso animale. Un serial killer dalle sembianze mostruose?


Una collega di Domenico Cigno, Viola Tanzini, affetta da uno strano disturbo di sinestesia (ella vede i colori delle persone), si avvale dell’insolito aiuto di una capra e di un asino.


La biologa e mamma Serena Martini è in vacanza con la sua famiglia: la sua amica poliziotta Corinna la coinvolge, da remoto, in un caso la cui chiave risiede nello studio del veleno di alcune rane.


Nella Casa di Ringhiera milanese dove risiedono il tappezziere Amedeo Consonni ed i suoi sodali si è verificato un terribile incidente: qualcosa, forse un enorme animale, ha aggredito una delle impiegate del centro massaggi asiatico a piano terra.



Tante sono le raccolte della Sellerio “in giallo”: da quelle dedicate alle festività (Natale, Pasqua, Carnevale…) a quelle che trattano argomenti più leggeri (come viaggi e vacanze) fino ad arrivare a quelle che pongono al centro dell’attenzione tematiche più impegnative (come la crisi).


Questa volta si parla del rapporto tra uomo e animale, e non sempre i toni sono leggeri. Mi sembra doveroso fare un “trigger warning” di violenza sugli animali, anche se, leggendo la trama, credo che lo abbiate già capito.


Comunque, se ve la sentite, io credo che, a maggior ragione se siete amanti degli animali, questa raccolta sia interessante da leggere. E poi alcuni personaggi, come la coppia Lamanna-Piccionello e gli inquilini della Casa di Ringhiera, sono divertenti di natura, e sicuramente vi strapperanno una risata anche nei momenti più drammatici.



Sei storie della Casa di Ringhiera, di Francesco Recami


Amedeo Consonni è un tappezziere in pensione, vedovo da tempo ma felicemente “ri-fidanzato” con Angela, una professoressa di Lettere che, come lui, abita in una Casa di Ringhiera milanese. E poi ci sono la figlia Caterina e l’amatissimo nipotino Enrico.


Tutti i cari di Amedeo Consonni non comprendono la sua ossessione: quella per il delitto. Egli colleziona ritagli di giornale di casi celebri e ne ha creato un archivio, proprio come faceva una volta con il campionario delle stoffe.


È il suo stesso palazzo, inoltre, ad offrirgli occasioni imperdibili per indagare. Il suo amico, l’ottantenne Luis, innamorato della sua auto e sempre pronto a cacciarsi nei pasticci; la signorina Mattei-Ferri, che sa tutto di tutti, ma sicuramente nasconde qualcosa a sua volta; alcune famiglie in difficoltà, che hanno più di uno scheletro nell’armadio; il centro massaggi orientale al piano terra, dove lavorano solo persone che si fanno fin troppo gli affari propri; il clan familiare proveniente dal Perù, comprensivo di bambini che cercano perennemente di portare il suo Enrico sulla cattiva strada.


Ed è così che il buon Amedeo, convinto di fare del bene, alcune volte si imbatte in situazioni molto più grandi di lui. Oppure viene scambiato per un criminale invece che per quello che è, ovvero un detective improvvisato. E finisce in guai davvero grossi…



Le Sei storie della Casa di Ringhiera, tratte da altrettante raccolte della Sellerio, raccontano le tragicomiche avventure del Consonni e degli altri abitanti del palazzo più stravagante di Milano. Non sono gialli tradizionali: sono più che altro delle commedie nere, tragiche e farsesche insieme, come talvolta è la vita.



Consigliandovi questa raccolta vorrei anche fare un omaggio a Francesco Recami, recentemente scomparso in seguito ad una brutta malattia. L’ho incontrato solo una volta, anni fa, durante una serie di presentazioni alla biblioteca di Carugate (un paese della mia zona) che si intitolava “Quattro aperitivi”: ricordo che era stato molto simpatico con me e mi aveva firmato Il segreto di Angela, aggiungendo un saluto a mio padre, che mi aveva incaricato di lasciargli un messaggio perché non era proprio riuscito a venire.


Ci mancheranno il Consonni e tutti gli altri!




Che ne dite? Potrebbero essere dei racconti interessanti per la vostra estate?

Fatemi sapere che ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 20 luglio 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #8

 In riva al mare




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di luglio con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


Il post di oggi è proprio ideale per questo mese estivo: continuiamo ad esplorare la sezione “Mediterraneo” e parliamo di mare… in tutte le sue sfumature!



Sezione “Mediterraneo”


Scendendo qualche volta


Questo componimento racconta un momento che anche per me è emozionante.

Chi non vive al mare, spesso associa ad esso l’estate. Se però si ha l’opportunità di viverlo anche in altri momenti dell’anno, si vive quell’istante bellissimo in cui non si pensa più alla stagione non proprio clemente ed al paesaggio che ci lasciamo alle spalle: si pensa solo al momento in cui si rivede il mare. E anche solo l’anticipazione è una festa.


Scendendo qualche volta

gli aridi greppi ormai

divisi dall’umoroso

Autunno che li gonfiava,

non m’era più in cuore la ruota

delle stagioni e il gocciare

del tempo inesorabile;

ma bene il presentimento

di te m’empiva l’anima,

sorpreso nell’ansimare

dell’aria, prima immota,

sulle rocce che orlavano il cammino.

Or, m’avvisavo, la pietra

voleva strapparsi, protesa

a un invisibile abbraccio;

la dura materia sentiva

il prossimo gorgo, e pulsava;

e i ciuffi delle avide canne

dicevano all’acque nascoste,

scrollando, un assentimento.

Tu vastità riscattavi

anche il patire dei sassi:

pel tuo tripudio era giusta

l’immobilità dei finiti.

Chinavo tra le petraie,

giungevano buffi salmastri

al cuore; era la tesa

del mare un giuoco di anella.

Con questa gioia precipita

dal chiuso vallotto alla spiaggia

la spersa pavoncella.



Ho sostato talvolta nelle grotte


Questa poesia è, in un certo senso, vicina a “Forse un giorno, andando per un’aria di vetro”. Il poeta e voce narrante si ferma in una delle grotte marittime tipiche del paesaggio ligure (nei percorsi di trekking tra un paese ed un altro si possono ancora ammirare). Lì egli ha come una visione, quella di una “città di vetro”, forse fatta d’aria. Purtroppo, però, il luogo ideale del poeta svanisce presto: i sassi, i rottami, le pietre, i rami divelti… tutto lo riporta ad una realtà tutt’altro che perfetta.


Ho sostato talvolta nelle grotte

che t’assecondano, vaste

o anguste, ombrose e amare.

Guardati dal fondo gli sbocchi

segnavano architetture

possenti campite di cielo.

Sorgevano dal tuo petto

rombante aerei templi,

guglie scoccanti luci:

una città di vetro dentro l’azzurro netto

via via si discopriva da ogni caduco velo

e il suo rombo non era che un susurro.

Nasceva dal fiotto la patria sognata.

Dal subbuglio emergeva l’evidenza.

L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.

Così, padre, dal tuo disfrenamento

si afferma, chi ti guardi, una legge severa.

Ed è vano sfuggirla: mi condanna

s’io lo tento anche un ciottolo

róso sul mio cammino,

impietrato soffrire senza nome,

o l’informe rottame

che gittò fuor del corso la fiumara

del vivere in un fitto di ramure e di strame.

Nel destino che si prepara

c’è forse per me sosta,

niun’altra mai minaccia.

Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,

e questo ridice il filo della bonaccia.



Giunge a volte, repente


Nelle liriche di questa sezione, il mare è visto da Montale come un padre.

E così, alcune volte, egli si sente come un figlio ribelle, in disaccordo con il genitore.

Un figlio finito, imperfetto, legato ad una vita terrena che spesso gli sta stretta, mentre il mare è immutabile, affascinante, perfetto.

Anche in questo caso non si può non notare un riferimento alla “natura matrigna” leopardiana: persino l’accogliente mare descritto da Montale, qualche volta, è indifferente alle pene dell’uomo.


Giunge a volte, repente,

un’ora che il tuo cuore disumano

ci spaura e dal nostro si divide.

Dalla mia la tua musica sconcorda,

allora, ed è nemico ogni tuo moto.

In me ripiego, vuoto

di forze, la tua voce pare sorda.

M’affisso nel pietrisco

che verso te digrada

fino alla ripa acclive che ti sovrasta,

franosa, gialla, solcata

da strosce d’acqua piovana.

Mia vita è questo secco pendio,

mezzo non fine, strada aperta a sbocchi

di rigagnoli, lento franamento.

È dessa, ancora, questa pianta

che nasce dalla devastazione

e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa

fra erratiche forze di venti.

Questo pezzo di suolo non erbato

s’è spaccato perché nascesse una margherita.

In lei tìtubo al mare che mi offende,

manca ancora il silenzio nella mia vita.

Guardo la terra che scintilla,

l’aria è tanto serena che s’oscura.

E questa che in me cresce

è forse la rancura

che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.



Noi non sappiamo quale sortiremo


Osservando l’infinita distesa marittima, capita anche di chiedersi quale sarà il nostro futuro: da quello più prossimo a quello che speriamo sia molto, molto lontano.

Il poeta ipotizza un bivio tra radure idilliche e una caduta nel buio.

Andando avanti nella lettura del componimento, la sensazione che Montale si sia ispirato a Odisseo ed al suo amore disperato per il mare si fa tangibile.

Egli parla di terre straniere, di aver perso i ricordi, la memoria del sole (forse perché rinchiuso in una grotta?), della poesia (almeno finché qualcuno non canterà ed essa tornerà alla mente commossa). Anche il riferimento finale al “sale greco” lo fa pensare…


Noi non sappiamo quale sortiremo

domani, oscuro o lieto;

forse il nostro cammino

a non tócche radure ci addurrà

dove mormori l’eterna acqua di giovinezza;

o sarà forse un discendere

fino al vallo estremo,

nel buio, perso il ricordo del mattino.

Ancora terre straniere

forse ci accoglieranno: smarriremo

la memoria del sole, dalla mente

ci cadrà il tintinnare delle rime.

Oh la favola onde s’esprime

la nostra vita, repente

si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Pur di una cosa ci affidi,

padre, e questa è: che un poco del tuo dono

sia passato per sempre nelle sillabe

che rechiamo con noi, api ronzanti.

Lontani andremo e serberemo un’eco

della tua voce, come si ricorda

del sole l’erba grigia

nelle corti scurite, tra le case.

E un giorno queste parole senza rumore

che teco educammo nutrite

di stanchezze e di silenzi,

parranno a un fraterno cuore

sapide di sale greco.



Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale


Il poeta vorrebbe avere una vita semplice, essenziale, come quella dei ciottoli in riva al mare. Invece sente di condurre un’esistenza piena di tormenti, pensieri, quesiti, per risolvere i quali non è bastato nemmeno fare studi complessi.

Incredibilmente, è proprio la semplicità del mare che, se non risolve, almeno allontana alcune delle difficoltà.


Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale

siccome i ciottoli che tu volvi,

mangiati dalla salsedine;

scheggia fuori del tempo, testimone

di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda

in sé, in altrui, il bollore

della vita fugace – uomo che tarda

all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male

che tarla il mondo, la piccola stortura

d’una leva che arresta

l’ordegno univerale; e tutti vidi

gli eventi del minuto

come pronti a disgiungersi in un crollo.

Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi

l’opposto in cuore, col suo invito; e forse

m’occorreva il coltello che recide,

la mente che decide e si determina.

Altri libri occorrevano

a me, non la tua pagina rombante.

Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli

ancora i gruppi interni col tuo canto.

Il tuo delirio sale agli astri ormai.




Ammetto che la lettura di questa sezione, Mediterraneo, è nuova per me (per questo amo ancora i miei studi: non si finisce mai di imparare) e mi sta commuovendo…

Credo che gli amanti del mare capiranno. Ma non solo.

Ditemi la vostra, se vi va!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 16 luglio 2026

ESTATE E RINASCITA

 Due romanzi di Lorenza Gentile




Cari lettori,

nuovo appuntamento con le nostre “Letture...per autori”!


Oggi vi porto con me nella lettura di due romanzi di un’autrice che avevo in TBR da praticamente un anno: Lorenza Gentile. Non la conoscevo, di fatto, fino all’estate scorsa, quando anche lei ha partecipato a “Parole al femminile”, una rassegna di presentazioni nel cortile della biblioteca di Varazze.


Non so se ricordate, ma l’anno scorso vi avevo parlato di tre dei sei romanzi di questa rassegna: quello di Francesca Pongiluppi a questo link, e la doppietta composta dai racconti di Susy Zappa e dal giallo di Cristina Rava in questo post.


Ecco, tra gli altri tre romanzi c’era proprio Tutto il bello che ci aspetta di Lorenza Gentile, che ho trovato in biblioteca e letto proprio il mese scorso, insieme a un altro suo libro, La felicità è una storia semplice.


E sebbene io, tanto per cambiare, abbia ancora un po’ di recensioni arretrate da smaltire, ho pensato di raccontarvi subito queste due storie, sia per l’ambientazione stagionale – proprio luglio in un caso, tarda primavera nell’altro – che mal si sarebbero adattate al post-feste, sia perché le ferie estive sono un momento di reset, e chissà che queste storie non tocchino qualcuno di voi.


Vi lascio alle recensioni!



Tutto il bello che ci aspetta


Il romanzo ha inizio a Milano, gli ultimi giorni di un giugno afoso, al ristorante “Nuvola”, specializzato in cucina al vapore asiatica. L’ambientazione dai colori pastello è accogliente, eppure gli avventori sono ben pochi.


È il ristorante di Selene, una giovane donna di 34 anni da tempo in crisi con la vita, soprattutto quella lavorativa. Dopo una laurea in Design che è riuscita a portare a termine con fatica – ella pensava di occuparsi di arte, ma si è ritrovata soprattutto a fare calcoli – e dei lavori da dipendente che l’hanno lasciata insoddisfatta e con una sensazione di sfruttamento, Selene ha investito tutto quello che aveva nel ristorante.


Il suo progetto iniziale era quello di creare una trattoria ispirata alla Puglia, regione dove ha passato le estati della sua adolescenza, con un unico grande tavolo a quadretti, pietanze rustiche e un omaggio alla sua tata, bravissima a cucinare. Ma un consulente che le è costato carissimo l’ha convinta che un simile progetto non sarebbe mai stato di successo nella Milano che pensa solo a lavoro, viaggi esotici ed efficienza. Così ora Selene si trova con un locale che non va, due dipendenti molto bravi e gentili che però dipendono da lei e meriterebbero un’occasione migliore, tanti debiti, un quasi scoperto in banca.


Anche una volta tornata a casa la situazione personale non va meglio: il suo piccolo appartamento non le appartiene davvero, i vicini sono sconosciuti, la famiglia (composta dai suoi genitori divorziati e sua sorella) è sparsa per il mondo e non sa niente dei suoi guai finanziari, non ci sono veri amici con cui ella possa essere se stessa.


Una sera, di fronte all’ennesima pizza surgelata, Selene, ascoltando il solito programma notturno alla radio, decide che l’ultimo momento in cui è stata felice è stato durante le sue estati pugliesi, nell’ashram induista dove il papà ex avvocato, cambiata completamente vita, si era rifugiato, portando con sé la moglie e le figlie. Erano state estati felici, in compagnia della tata Flora (che si occupava bambina a Milano e che aveva ritrovato lì) e degli amici dell’ashram. Almeno finché sua madre non si era stancata, sia di quella vita che del suo matrimonio, e Selene si era lentamente riabituata alla vita milanese, iniziando un nuovo capitolo della sua vita.


Selene, presa dal terribile dubbio di aver sbagliato tutto quindici anni prima, prende l’automobile e si mette a guidare verso la Puglia. Dopo un viaggio piuttosto disperato durato tutta la notte, arriva in vista del suo paese al mattino, ma proprio lì, la macchina decide di cedere. Ella viene soccorsa da un tuttofare di paese che le chiama un meccanico. In attesa che la macchina venga riparata, Selene reincontra la tata Flora e, dopo qualche giorno da lei, trova una stanza in affitto da un eccentrico signore di nome Antonio.


A Milano tutti le telefonano, dal suo chef al nuovo consulente che aveva ingaggiato prima di scappare via; ma Selene vuole tornare all’Ashram, ritrovare i suoi amici, capire se la felicità è ancora lì ad aspettarla…



Tutto il bello che ci aspetta è la storia di un indimenticabile luglio nel Salento. Selene, la protagonista, è una ragazza che si sente persa per un semplice motivo: per rincorrere il successo ha seguito tutti i pareri altrui, dimenticando però cosa piace a lei.


Confesso che ho aspettato un po’ prima di leggere questo libro perché l’anno scorso, ascoltando la presentazione, avevo qualche riserva.


Innanzitutto avevo paura di trovare i classici stereotipi sul Sud, soprattutto in estate: la “vita lenta” tanto esaltata sui social. Invece i personaggi che Selene trova in Puglia hanno una vita tutt’altro che idilliaca, e va bene così: non sentendosi più sola, ella comprende che ognuno, nella vita, si porta dietro piccoli e grandi fallimenti, proprio perché non siamo progetti mal riusciti, ma persone. 

A sorpresa, invece, ho trovato una certa quantità di nostalgia per le estati millennial: l’autrice ha solo un anno in più di me e nei ricordi di Selene ho ritrovato quelle abitudini lì, quelle musiche là, quei vestiti che… Insomma, le calde stagioni dei primi anni 2000.


Altra mia riserva era il tema dell’ashram e della religione induista: già di mio non sono proprio praticante della religione con cui sono nata, non credo che avrei molto apprezzato un romanzo molto religioso e/o sulla conversione. 

Ebbene, mi sono ricreduta anche su questo: gli occupanti dell’ashram considerano l’induismo semplicemente come una filosofia di vita alternativa. Tutti loro, come il padre di Selene, si sono sentiti esasperati dai loro lavori super performanti, dalla solitudine delle metropoli, dall’assenza di contatto con la natura. Una comunità nel cuore della Puglia è stata la soluzione ai loro problemi. Per scoprire se questa è ancora la scelta giusta per Selene, non resta che leggere…


Personalmente consiglio di leggere questa storia… proprio a luglio (o agosto, se preferite) vicino al mare, e vedrete che non vi deluderà!



La felicità è una storia semplice


In un freddo giorno di aprile a Londra, Vito Baiocchi, quarantasei anni, ha deciso di morire. Niente, nella sua vita, è andato come doveva. I genitori e il nonno sono morti sotto le macerie del terremoto di Gibellina, ed egli è cresciuto con una nonna che ha pensato fosse meglio portarlo a Milano per avere opportunità migliori, così le sue origini si sono perse.


Il suo grande amore, Patrizia, la sua fidanzata del liceo, lo ha lasciato senza motivo apparente, e, andando poi a studiare e a lavorare all’estero, egli ha perso i contatti anche con i suoi amici di gioventù. 

Egli è estremamente solo, fatta eccezione per l’iguana Calipso, che divide con lui l’appartamento e soffre pure di insufficienza respiratoria. E da qualche tempo ha perso il suo negozio dove lavorava come tecnico del computer e non riesce a trovare nient’altro.


Vito si è sistemato, vestito, sbarbato. Gli manca solo da fare quel passo nel vuoto. Ma in quel momento il telefono inizia a squillare in modo imperioso ed insistente, ed egli sa che una sola persona può essere così insistente anche al telefono: la nonna Elvira.


La donna ha deciso di tornare nella suo vecchio paese, a Gibellina, per trascorrere lì gli anni che le restano. A quanto pare, però, l’aereo è sconsigliato per motivi di salute. Così ha assoluto bisogno di qualcuno che, tra treni, traghetti e macchine a noleggio, parta con lei da Milano e attraversi l’Italia visitando Firenze, Roma, Assisi, Napoli… un vero e proprio viaggio on the road.


Ovviamente nonna Elvira ha pensato a Vito. Egli non sa che fare: con la testa è ancora al suo triste proposito. Ma, in fondo, affidando l’iguana alla donna delle pulizie, che c’è da perdere ormai?


È così che inizia lo stravagante viaggio di nonna e nipote. A Vito, tra il lavoro che bussa alla sua porta proprio quando si è deciso a partire per un po’ (un classico del precariato), l’incontro con discutibili personaggi, la nonna che lo tiene a stecchetto mentre lui vorrebbe almeno consolarsi con il cibo, qualche imprevista rimpatriata, ne capitano di tutti i colori. Però, pian piano, il dolore se ne va…



La felicità è una storia semplice è un libro precedente all’altro romanzo di cui vi ho parlato oggi, e forse per questo è un pochino più acerbo.


L’ho trovato un po’ più veloce, anche proprio a livello di lunghezza della storia, e in tutta onestà avrei tolto qualche scena in cui qualche animale fa una brutta fine (vi avviso, in caso siate sensibili a queste cose).


Però ho apprezzato il fatto che ci sia una forte ironia di fondo. Sarebbe stato troppo scontato far trascorrere al nostro Vito un viaggio meraviglioso che gli fa riscoprire la bellezza della vita. Invece no, in poco più di duecento pagine il nostro protagonista lotta con piccoli e grandi rovesci dell’esistenza, dalla burocrazia all’amore perduto, dalla dieta ai veri rimpianti. Però non è più fermo, e fa tutta la differenza del mondo.


Anche il personaggio di Elvira, secondo me, vi stupirà: anche lei si porta dietro un “pacchetto” difficile, ma lo svelerà con il tempo.


Forse, se non conoscete l’autrice, è meglio partire da Selene e dalla sua storia pugliese. 

Se però la apprezzate e volete conoscere una sua storia dal taglio più pungente, La felicità è una storia semplice è una buona scelta.




Che ne dite? Avete letto l’autrice?

Conoscete questi due romanzi?

Fatemi sapere che ne pensate!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)