lunedì 18 maggio 2026

GIALLI MILANESI

 Due romanzi di Paolo Roversi




Cari lettori,

oggi, per le nostre “Letture...per autori”, ci occupiamo di uno scrittore di cui vi ho già parlato qualche volta, un autore di thriller e noir rigorosamente milanesi: Paolo Roversi.


Milano è la “mia città”: anche se abito in provincia, mi piace visitarla per vari motivi culturali e di svago, e poi lì ci sono tutti i miei ricordi della me studentessa universitaria e anche dei miei primi impieghi. Maggio è l’ultimo mese in cui mi capita di fare qualche visita alla città, prima dell’estate e della fuga verso altri lidi: ho pensato così di raccontarvi questi due romanzi, mie letture di quando le temperature erano un po’ più basse, prima del cambio di mood.


Sono entrambi due update piuttosto recenti di due serie differenti dell’autore: il decimo (e per ora penultimo) episodio delle avventure dell’hacker Enrico Radeschi, e il terzo (e al momento ultimo, esclusa una novella) romanzo che ha per protagonista Luca Botero, il commissario “alla vecchia maniera”. Vediamoli meglio insieme!



L’ombra della solitudine


L’hacker Enrico Radeschi sta affrontando un momento delicato della sua vita personale. Da qualche tempo egli vive in “comodato gratuito” nella casa di Fuster, il direttore di Milano Nera, la testata online per la quale scrive (uno dei suoi lavori ufficiali, anche se quelli ufficiosi lo appassionano di più).


Da settimane ospita il Danese, un suo amico tanto misterioso quanto caro: è vero che non racconta mai molto di se stesso e che non tutti i traffici in cui è coinvolto sono propriamente puliti, però è anche vero che gli è sempre stato leale e senza di lui non ci sarebbe stata la risoluzione di qualche caso, anzi, probabilmente il nostro Radeschi avrebbe finito per vedersela brutta. Così da giorni è iniziata una strana convivenza: lui, il Danese, l’inseparabile iguana dell’amico, l’anziano labrador Buk che ha sempre accompagnato il nostro protagonista e, new entry, Rimbaud, il cagnolino di Marika, la cugina di Radeschi, che, dopo essersi goduta un po’ troppo la bella vita milanese, ha deciso una buona volta di dedicarsi allo studio, e dunque ha bisogno di concentrazione.


L’atmosfera, però, non è allegra. Alla conclusione dell’indagine precedente, uno dei malviventi con cui Radeschi ha avuto a che fare ha fatto al Danese una confessione shock: sua figlia, che l’uomo credeva morta, è ancora viva. Ma non vive più a Milano, non si sa dov’è, né che vita faccia. Per il Danese, la speranza di ritrovare viva la ragazza si è mescolata all’ansia di non sapere dove sia ed alla rabbia per averla creduta morta per anni.


Purtroppo l’unica pista che il Danese ha in mano porta ad avere dei contatti con personaggi molto poco raccomandabili, appartenenti alla malavita russa. Enrico non vorrebbe avere niente a che fare con queste persone, ma non può negare un aiuto ad un amico così caro su una cosa tanto importante.


E per il nostro protagonista le preoccupazioni non finiscono qui: dopo qualche mese di promettente relazione con Amanda Benedetti, una quarantenne che sembrava avere intenzioni serie con lui, la donna è scomparsa. Da giorni non si fa viva, il telefono è spento, e il Danese già è pronto a prenderlo in giro, dicendogli che non sa far durare una relazione “più di cinque minuti” e che quindi tanto vale che egli lo aiuti con i russi.


All’improvviso, però, il telefono squilla: è Loris Sebastiani, il vecchio amico commissario di Radeschi. E quando risponde, l’uomo non può credere a quello che sente.


Amanda Benedetti è stata trovata morta. Nel suo posto di lavoro. Che non era il tranquillo e noioso ufficio a cui aveva accennato nei suoi discorsi con Enrico.


Amanda si faceva chiamare “Virginia Love” ed era una escort per clientela di lusso. Esercitava in un appartamento, ed è stata la sua coinquilina a trovarla: una ragazza che svolgeva la sua stessa professione e che divideva con lei affitto e spese.


Una volta tanto, Loris Sebastiani, non proprio il commissario più simpatico del giallo italiano, è dispiaciuto per Radeschi, che ha avuto il doppio shock di ritrovarsi la fidanzata morta e di scoprire che ella aveva una vita segreta.


Dopo essersi ritrovato a indagare più volte per fare luce sui misteri degli altri, l’uomo non riesce a stare fuori da una vicenda che lo tocca così tanto da vicino. Ma scoprire la verità sulla vita nascosta di Amanda (e sulla sua infelice fine) significa andare a disturbare i suoi clienti, persone potenti che non amano essere scomodate. E il guaio in cui si sta cacciando il Danese per ritrovare la figlia è più grande di quel che egli stesso prevedeva.



I gialli di Enrico Radeschi mi accompagnano ormai da qualche anno. Sono letture che scorrono abbastanza in fretta, complice uno stile accattivante, ma che restano impresse, sia per l’abilità dell’autore di aprire nuovi scorci nel mondo giallo e noir (più volte ho scoperto, in materia di criminologia, dinamiche e settori dei quali ero del tutto all’oscuro), sia per la sua capacità di portarci nel cuore di Milano, da quei luoghi che tutti noi locali conosciamo e amiamo agli angoli periferici e dimenticati.


Devo dire che questo capitolo è più maturo di altri, perché, se ricordate, in passato avevo lamentato un’unica pecca di questa serie: la caratterizzazione dei personaggi femminili, che sembravano delle macchiette senza troppa sostanza in confronto agli “altissimi e levissimi” protagonisti maschili, e a volte venivano pure giudicati con un po’ troppa severità morale (specie in confronto agli uomini).


Con mia sorpresa qui ho trovato una figura femminile che, certo, fa la parte della vittima, ma ha un suo spessore, ed anche la sua professione viene trattata con rispetto. 

Anche Loris Sebastiani forse – e dico forse, eh – si è deciso a smetterla di fare il cupido fuori tempo e fuori luogo e si è reso conto, incredibile ma vero, che esiste la possibilità di trovare una nuova compagna fissa dopo il divorzio, e che non è che una donna è stupida solo perché è giovane e alla moda. Scoperte rivoluzionarie, eh? Io comunque continuo a pensare che la canzone ideale per lui sia Dimmi cosa pensi di me (potete ascoltarla a questo link, ma se siete anche voi millennials ve la ricorderete).


Il Danese fornisce la quota drammatica a questa storia… e la sua sottotrama, secondo me, ha ancora qualche colpo di scena in serbo per noi!



L’enigma Kaminski


Torniamo nella Milano del commissario Luca Botero, una città che sta per concludere il 2015, anno di gloria dell’Expo. Anche se i due romanzi precedenti della serie hanno scoperchiato una serie di affari sporchi (con relativa scia di sangue) proprio legati a questa manifestazione, i milanesi sembrano disinteressarsene.


L’importante, ora che si avvicina la stagione prenatalizia, è celebrare gli incassi che l’Esposizione Universale ha portato alla città, e fregiarsi del lustro che essa ha dato a Milano.


Peccato che i festeggiamenti del bel mondo milanese vengano interrotti da un brutto episodio che si verifica proprio l’8 Dicembre, il giorno dell’Immacolata: al termine della Messa, i partecipanti si accorgono che tra di loro c’è un uomo morto. Si tratta di Giovanni Ferri, uno stimato antiquario che possiede un conosciuto negozio in Brera.


L’uomo si era seduto tranquillamente, come tutti gli altri, per assistere alla funzione religiosa, ma qualcosa sembra averlo stroncato: forse un infarto o un ictus.


Per sicurezza, oltre all’ambulanza vengono convocate anche le forze dell’ordine, ed è così che il commissario Luca Botero si ritrova sulla scena di quello che a lui sembra un delitto. Ci sono particolari che gli sembrano troppo insoliti, e che solo lui, insofferente alla tecnologia ed alle ricerche informatiche, riesce ad individuare, con il suo spirito investigativo in stile “Sherlock Holmes”.


L’autopsia sul corpo di Giovanni Ferri conferma i sospetti di Botero, che si ritrova tra le mani un caso spinoso proprio sotto le feste. La prima fase delle indagini rivela subito che l’uomo, come tanti altri del suo settore, si pregiava di avere una clientela di lusso e grandi introiti, ma non riceveva più gli incarichi di una volta: la crisi, almeno in parte, aveva colpito anche lui. Inoltre, negli ultimi tempi egli aveva accettato la rimessa a nuovo di un oggetto pregiato che era però legato ad una questione ereditaria molto delicata, e c’era stata anche una discussione con la cliente che glielo aveva commissionato.


E questa non è la sua maggiore preoccupazione al momento: la battaglia contro il suo avversario di sempre, il criminale venuto dal passato Jacek Kaminski, si è appena riaccesa. È stato quell’uomo, anni prima, ad imprigionarlo in una stanza con l’inganno ed a sottoporlo ad una tempesta elettromagnetica, che per un pelo non lo ha ucciso. Luca Botero si è svegliato per miracolo ma da allora non sopporta la vicinanza di nessuna apparecchiatura elettromagnetica, ha riorganizzato il suo appartamento in stile anni ‘60 e ha chiesto ed ottenuto ai suoi superiori di avere un ufficio distaccato dalla sede, dove lui e la sua squadra lavorano ancora con fax e telefoni “con la ruota”.


Il commissario pensava che l’uomo si fosse dileguato dall’altra parte del mondo per non finire in carcere, ma, con suo grande sconcerto e orrore, negli ultimi mesi egli è tornato a colpire, prendendosela non solo con lui, ma anche con i suoi cari, come, per esempio, un suo amico tramviere.


La sua non è più una minaccia nell’ombra, ma una vera e propria sfida a viso aperto. E al commissario non resta che accettarla, sperando di chiudere una volta per tutte il capitolo che gli ha rovinato la vita.



Vi avevo già raccontato i primi due romanzi del commissario Botero a questo link. Dopo un po’ di tempo, sono riuscita a leggere anche il terzo, L’enigma Kaminski, che vede il commissario alla resa dei conti con il suo nemico di sempre.


Non mancano mai, però, le indagini nella Milano bene, quella che sembra pensare solo all’Expo, agli affari ed ai conseguenti festeggiamenti. Un mondo fatto di veri e propri serpenti a sonagli, che si pugnalano alle spalle tra amici e persino tra congiunti.


Tra queste rovinose cadute di maschere, l’unico imperturbabile, con la sua eleganza vecchio stile, sembra essere proprio il commissario. E davvero c’è da stupirsi che quest’uomo sembri sempre fresco come una rosa, dal momento che qualunque cellulare acceso e puntato su di lui mentre passeggia potrebbe provocargli una crisi epilettica, e poi mangia solo una volta al giorno (Dio sa perché), non dorme – tranne che sul tram dell’amico – finché un caso non è risolto, e passa la maggior parte delle ore del giorno in un casermone giustamente chiamato “La cortina di ferro”. Un vero e proprio locus amoenus dal quale però, altrettanto inspiegabilmente, nessuno se ne vuole andare, tantomeno le colleghe donne, tutte ovviamente un po’ cotte dell’uomo di altri tempi.

Insomma, l’idea è originale, la ricostruzione è interessante, ma non tutti i particolari sono così credibili.

Ma l’autore ci chiede un po’ di sospensione dell’incredulità, e noi gliela concediamo.


Comunque, se conoscete già la serie, sono sicura che non resterete delusi da questo capitolo così decisivo… le ultime pagine vi regaleranno più di un brivido!




Che ne pensate? Avete letto qualcosa dell’autore?

Vi è piaciuto? Avete in programma di leggere qualche giallo quest’estate?

Attendo i vostri pareri!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 14 maggio 2026

SPUNTI PRIMAVERILI

 Una torta salata & spaghetti in due versioni




Cari lettori,

dopo un po’ di tempo, rieccoci con i nostri “Menù e ricette”!


Quello appena trascorso è un inverno in cui, per vari motivi, ho cucinato meno del mio solito. Tra lavoro, weekend in famiglia e qualche invito in più, spesso sono stata fuori casa e quando tornavo optavo per cene molto semplici (penso che riso bollito e verdure abbiano vinto il più delle volte).


La primavera, però, mi ha portato a cucinare qualche piatto in più, forse perché comunque le giornate sono piene e l’appetito non manca.


Gli spaghetti sono spesso una comoda – e soddisfacente – soluzione, quindi oggi ve li propongo in due versioni. Inserisco anche la ricetta di una torta salata che ero convinta di avervi pubblicato l’anno scorso in primavera, e invece… rimediamo alla dimenticanza!



Torta salata con asparagi e guanciale



Ingredienti


- 1 rotolo di pasta sfoglia rotonda (a me piace integrale, ma è a vostra discrezione)

- 500 gr di asparagi

- 1 uovo

- 100 gr di ricotta (es. Vallelata)

- 60 gr di guanciale (es. Beretta)


Preparazione


- Preriscaldare il forno a 180°.

- Srotolare la pasta sfoglia, disporla in una tortiera rotonda e bucherellarla.

- Lavare bene gli asparagi, scartare la parte più dura in fondo e tagliarli a tocchetti.

- Versare i pezzetti di asparagi in un una ciotola.

- Aggiungere la ricotta, il guanciale e l’uovo. Mescolare bene.

- Versare il ripieno sopra la sfoglia, richiudere i bordi e bucherellarli.

- Cuocere la torta salata per circa 35 minuti.

- Servire ben calda o tiepida a seconda dei vostri gusti.



Spaghetti con sugo di finocchi e olive



Ingredienti per due persone


(N.B. Essendo sola ho preparato il sugo in queste quantità e ne ho messa via la metà per un altro giorno. Ovviamente ho fatto bollire solo 100 gr di spaghetti per me.)


- 200 gr di spaghetti

- Sale a piacere

- Olio

- Misto soffritto surgelato (es. Conad)

- 200 gr di passata di pomodoro

- Origano e altri aromi a piacere

- 1 finocchio

- 50 gr di olive a rondelle verdi e nere (es. Conad)


Preparazione


- Lavare bene il finocchio e tagliarlo a tocchetti.

- Versare un filo d’olio in una padella antiaderente. Aggiungere il finocchio, un pugno di misto soffritto surgelato e la passata di pomodoro. Far cuocere il sugo a fuoco basso.

- Intanto che la cottura si completa, aggiungere anche le olive, l’origano e altri aromi a piacere.

- Versare gli spaghetti in abbondante acqua salata e cuocere secondo le istruzioni sulla confezione.

- Scolare gli spaghetti al dente e farli saltare nel sugo.

- Servire ben caldi.



Spaghetti integrali ai pomodorini e agretti


Ingredienti a persona


- 100 gr di spaghetti integrali

- Sale a piacere

- Olio

- Cubetti di cipolla surgelata (es. Conad)

- Una decina di pomodorini

(attenzione a scegliere una qualità che non faccia molta acqua

- Origano e altri aromi a piacere

- 100 gr di circa di agretti


Preparazione


- Pulire benissimo gli agretti. Farli bollire 5 minuti in un pentolino d’acqua salata. Scolarli e metterli da parte.

- Versare un filo d’olio in una padella antiaderente. Aggiungere la cipolla, i pomodorini tagliati in quattro, l’origano e gli aromi. Far cuocere a fuoco basso.

- Versare gli spaghetti in abbondante acqua salata e cuocere secondo le istruzioni sulla confezione.

- Scolare gli spaghetti al dente e farli saltare nel sugo. Aggiungere gli agretti e mescolare bene.

- Servire ben caldi.




Vi confesso che, scrivendo questo post, mi è venuta fame di nuovo!

Fatemi sapere se replicate le mie ricette, ne sarei molto contenta. Se vi va, ditemi anche quali sono i vostri piatti preferiti per il periodo primaverile (o in alternativa un metodo infallibile per pulire i carciofi, per me è ancora un mistero).

Buon appetito a tutti!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 11 maggio 2026

GIALLI O COMMEDIE?

 Due romanzi di Rosa Teruzzi e di Alice Guerra




Cari lettori,

lo scorso lunedì ci siamo dedicati alle nostre “Letture...per autori”! Oggi, invece, torniamo alle “Letture… a tema” e lo facciamo con due storie a metà strada tra il giallo e la commedia.


Una delle due credo sia già ben nota a chi legge abitualmente questo blog: Rosa Teruzzi ci riporta nella Milano dei Navigli, quella meno festaiola e più intima, per una nuova indagine delle “Miss Marple del Giambellino”.


La seconda, invece, è una lettura che ho scoperto quasi per caso, grazie ad un prestito, ed è il primo romanzo “giallo ironico” dell’influencer veneta Alice Guerra, che penso alcuni di voi già conoscano.


Oggi ve le racconto meglio!



La giostra delle spie, di Rosa Teruzzi


Ci eravamo lasciati con Libera Cairati, la protagonista della serie, in guai seri. L’ex libraia, diventata fiorista esperta di bouquet per spose, non ha mai abbandonato la sua passione per i gialli, al punto da condurre indagini non autorizzate insieme all’eccentrica madre Iole, insegnante di yoga per professione e hippie per passione, e con grande sconcerto della figlia Vittoria, l’unica della famiglia a fare per davvero la poliziotta.


Negli ultimi romanzi la vita privata di Libera ha subito dei grossi scossoni.


Innanzitutto, dopo una lunga vedovanza – il marito, poliziotto come Vittoria, è morto in servizio giovanissimo -, ella si è decisa ad iniziare una storia d’amore con il commissario Gabriele Ricci, migliore amico di suo marito, un uomo che amava segretamente da anni. Di conseguenza ella si è vista costretta a rifiutare il corteggiamento di Furio, un cuoco che ha sempre considerato un amico e che con lei non si è mai arreso.


Infine – e questa è stata la disavventura più grande – c’è stato un periodo in cui Libera si è convinta di essere la figlia di Diego Capistrano, un ladro gentiluomo incontrato nel corso di una delle tante “indagini non autorizzate” che hanno compiuto lei e Iole. Sua madre, infatti, non ha mai davvero saputo l’identità del padre di sua figlia: Libera è nata in un contesto hippie.


La brutta notizia è che il test del DNA ha smentito la paternità. La buona è che Iole ha ritrovato un vecchio amico, Libera una sorta di zio ed entrambe un aiutante per le loro indagini.


L’ultima inchiesta in cui si sono buttate, però, non era una vicenda privata o uno dei loro soliti “cold case”. Coadiuvate da Cagnaccio, il direttore di un quotidiano di nera locale, e da Irene “la Smilza”, una giornalista alle dipendenze della medesima testata, esse hanno cercato di scoperchiare un brutto affare di criminalità. Nonostante Gabriele l’avesse più volte dissuasa dall’avere a che fare con questioni simili, Libera non si è fermata finché non è uscita ferita dallo scontro finale con i criminali.


E questo è il problema: proprio in ospedale, qualcuno ha fatto recapitare alla nostra protagonista dei fiori avvelenati con la scritta “Crepa!”, che stavano per essere la causa di un nuovo malessere per lei.


Una volta tanto, invece di indagare, Libera è la vittima: qualcuno ce l’ha con lei al punto da volere la sua morte. La fioraia non può fare a meno di pensare che la mittente dei fiori avvelenati sia Nadia, una giovane poliziotta che Gabriele ha lasciato per lei e che è incinta di suo figlio. La sfiora persino il pensiero che possa essere Furio, deluso per essere stato respinto. Ma nessuna delle due ipotesi sembra stare in piedi: Gabriele ha lasciato Nadia da onesto galantuomo e le ha promesso che si farà carico del figlio; quanto a Furio, è una persona troppo buona e innamorata della vita per serbare tanto rancore.


Quel che è certo è che tutti gli equilibri della sua vita all’improvviso traballano. Innanzitutto ella è costretta a mettere da parte la propria proverbiale indipendenza ed a rassegnarsi a non essere mai sola. 

L’irrequieta madre Iole per la prima volta dopo tanto tempo mostra autentica preoccupazione, la scontrosa e schiva figlia Vittoria trova qualsiasi scusa per passare più tempo all’ex casello ferroviario di via Pesto che le tre donne hanno da tempo trasformato nella loro casa. 

Con la “scusa” dell’attentato alla vita di Libera, Gabriele e Furio si affrontano da veri rivali. 

E non c’è modo di curiosare in giro o di godersi l’amata Milano come Libera è abituata a fare: il pericolo è serio. Inoltre Mimma Arrigoni, una PM tutta d’un pezzo, fatica a credere che la nostra protagonista corra un grande rischio, e sta un po’ troppo vicina a Gabriele…



La serie delle tre donne del casello di Via Pesto mi fa compagnia da ormai qualche anno, e ogni nuovo libro è come una coccola. Sono storie comfort, in cui l’intreccio giallo si mescola ad elementi romance, a una vita quieta al femminile (che oggi potremmo definire “cottagecore”) e ad una Milano insolita, lontana sia dal mondo degli affari che da quello della movida e molto vicina alla vita che si faceva decenni fa alla periferia della città.


Ne La giostra delle spie la piovosa estate del 2014, che ha fatto da sfondo alle prime avventure delle nostre Miss Marple milanesi, ha ceduto il passo ad un pieno autunno, anzi, siamo nel ponte di Ognissanti, e forse per questo non ci stupisce che la persona che agisce contro Libera si chiami l’Ombra.


Gli spettri tormentano la nostra protagonista: sia quelli reali di chi la minaccia, sia quelli che agitano la sua mente, tra il desiderio di ritrovare un padre mai conosciuto, una storia d’amore iniziata in mezzo agli ostacoli, la paura sempre presente che la figlia faccia la stessa fine del marito e la sensazione di non potersi fidare nemmeno degli amici.


Come avrete intuito, questo è un capitolo più serio di altri della storia di Libera. Per fortuna che ci sono personaggi, come la mitica Iole e l’irriverente Cagnaccio, che tengono sempre le redini della “quota comedy”.


È un romanzo di svolta, che fa comprendere alla protagonista che occuparsi degli altri (ed aiutarli a far luce sulla verità) è bello e importante, ma prima di tutto è fondamentale la nostra sicurezza.


Mentre vi scrivo, è già fuori il nuovo romanzo della serie, Trappola nella nebbia: io provo a ordinarlo tra le novità in biblioteca… vi farò sapere quando arriverà nelle mie mani!



Dieci cose che ho imparato da Jessica Fletcher, di Alice Guerra


Alice è una trentenne che vive a Mestre e, dopo una laurea e tanti lavori precari, ha trovato la sua strada nel settore della comunicazione diventando una content creator, e, con video ironici, sponsorizzazioni e lavori per le aziende, il lavoro non manca.


Anche la vita privata ha subito un percorso accidentato: dopo qualche relazione un po’ troppo disfunzionale per i suoi gusti, Alice ha scelto di rimanere sola, e, tra gli amici, l’affetto di sua madre e di sua zia Rosanna, la routine che si è creata a casa sua (che è anche il suo ufficio), ella ha trovato un suo equilibrio.


Ci sono solo due problemi. Il primo è che Alice mal sopporta l’estate, le ferie sono troppo lontane ed il caldo è opprimente. Il secondo è che, di tanto in tanto, qualcuno turba la sua quiete.


In questo caso è la cara zia Rosanna a confidare ad Alice una preoccupazione sua e delle altre anziane signore di Mestre: Luigino, un novantenne molto conosciuto in zona, che vive da solo in una casa-cascina isolata con tanto di galline, è scomparso senza dare notizie di sé.


Manco a dirlo, le signore del paese sospettano che Luigino sia stato ucciso. La sua bicicletta è stata trovata in un campo, abbandonata, sotto il solleone, con uno strano pacchetto nel cestino (anche se Alice, affrontando il caldo insopportabile, lo recupera e comprende che si tratta di mangime).


Nel giro di pochi giorni, moltissime voci iniziano ad animare l’altrimenti sonnolenta estate veneta. 

La più fantasiosa è che Luigino, lungi dall’essere il vecchietto placido che sembra, fosse in qualche modo un corriere della droga (come Clint Eastwood in un film di qualche anno fa, per intenderci, ma con la bicicletta al posto del camioncino). 

La più maliziosa sostiene invece che Luigino negli ultimi tempi fosse diventato un fanatico di diete, vita sana e spiritualità per piacere a qualche donna più giovane, e che abbia lasciato il paese in dolce compagnia.


Alice comprende che la situazione sta sfuggendo di mano a zia Rosanna ed alle sue amiche, che di giorno in giorno si fanno sempre più creative, e decide di chiedere un aiuto alle autorità.


Il commissario di Mestre, però, è arrivato da non molto dalla Sicilia ed ha altre due preoccupazioni al momento. 

La prima è un grosso traffico di droga (accertato, non sospetto) che sta togliendo il sonno a lui ed ai suoi collaboratori. 

La seconda è fare pace con la madre: la donna, rimasta in Sicilia, in un primo momento ha accettato il trasferimento del figlio per fare carriera; in un secondo momento, però, vedendo che il tanto sospirato ritorno al Sud non era immediato come sperava, si è stufata persino di mandargli i famosissimi “pacchi da giù”.


L’uomo, che ha l’occhio sinistro sui rapporti del traffico di droga e l’occhio destro sul sito del corriere per scoprire se sua madre ha cambiato idea, liquida in fretta Alice, aggiungendo ai luoghi comuni sulla gente di paese “sfaccendata” quelli sulle influencer “inaffidabili”. Per fortuna della ragazza, però, il vice del commissario è un suo follower… e forse c’è una strada per scoprire la verità da sola.



Dieci cose che ho imparato da Jessica Fletcher è, come recita il sottotitolo, un giallo “più o meno”.


L’autrice, che è davvero influencer e penso sia nota a molti di voi per i GRWM in dialetto veneto e per i suoi video ironici, immagina se stessa (insieme alla madre e a zia Rosanna, due sue familiari anche nella vita privata) protagonista di un intreccio giallo, in cui il vero colpevole sembra essere la tendenza alla chiacchiera della gente, che, sulla vita reale come su internet, prende un piccolo fatto che sembra non avere spiegazione e lo trasforma in un mistero di proporzioni gigantesche.


Siamo quasi a metà maggio e secondo me questa è una perfetta storia “da ombrellone” (anche se mi sembra di aver capito che Alice vi consiglierebbe il fresco della montagna): una lettura leggera e molto divertente, ricca di pagine che vi faranno ridere di cuore.


Alice, proprio come sul suo profilo, si racconta con sincerità e molta autoironia, parlando anche delle batoste che ha subito in passato, delle delusioni d’amore e del suo problema con l’ansia.


È una storia, poi, che può piacere anche a chi non è propriamente appassionato di gialli o di romance, proprio perché c’è un po’ di tutto. Una piacevole commedia sulla vita di provincia, la cui parte finale sicuramente vi stupirà.


So che è uscito anche un seguito, ma non l’ho ancora letto. In caso vi farò sapere!




Ci stiamo avvicinando al nostro “Summer countdown” e credo che queste due storie vi potranno fare buona compagnia in estate, la prima per il formato tascabile e le atmosfere comfort, la seconda per le tante pagine divertenti.

Conoscete le autrici? Avete letto qualcosa? Che ne pensate?

Fatemi sapere le vostre opinioni!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 7 maggio 2026

METAFISICA E METAFISICHE

 Un tour ufficiale della mostra a Palazzo Reale




Cari lettori,

come promesso, per i nostri “Consigli artistici”, dopo avervi parlato della mostra a Palazzo Reale dedicata ai Macchiaioli (che trovate a questo link), vi parlo di un’altra grande esposizione che è proprio accanto: Metafisica e metafisiche.


Per motivi logistici, anche se come al solito i post del blog sono un po’ distanziati, ho assistito a entrambe le mostre nella stessa giornata, e devo confessarvi che… mi sono piaciute entrambe, però hanno suscitato emozioni diverse tra di loro.


I Macchiaioli sono una mostra classica, che suscita emozioni più immediate. Il mare ispira libertà, la campagna fa pensare ad una dimensione di “vita lenta” ormai perduta, gli ideali del Risorgimento nascono e muoiono davanti ai nostri occhi, i ritratti hanno grande espressività.


Questa mostra invece tocca corde più intime dentro ciascuno di noi, lascia la sensazione di un’umanità in qualche modo connessa dall’amore per l’arte.


Non c’è un vero e proprio gruppo che ha creato un movimento di persone che lavoravano fianco a fianco, bensì qualche padre fondatore che però ha ispirato tanti artisti di differenti provenienze e generazioni.


Forse, per farvi capire meglio che cosa intendo, è meglio che vi racconti direttamente la mostra!



I capolavori di Giorgio De Chirico


L’ispiratore di questa mostra è Giorgio De Chirico, già protagonista anni fa di una mostra monografica a Palazzo Reale (che vi ho raccontato a questo link).

La prima grande sala dell’esposizione è dedicata interamente a lui, e ad alcune sue opere davvero rivoluzionarie, come quella che ha per protagonisti dei biscotti da colazione.



Mi hanno colpito molto anche queste “figure umane/manichini” molto classiche nella produzione dell’artista, rivestite interamente di templi, colonne ed altre strutture architettoniche dell’antichità. Non a caso stiamo parlando de I due archeologi.



Le muse inquietanti riprendono il concetto della figura umana/manichino, che si ritrova al centro di uno di quei paesaggi urbani desolati per i quali Giorgio De Chirico è diventato celebre. A proposito di quello che vi accennavo prima, dell’ispirazione artistica che si tramanda tra generazioni e addirittura attraversa i secoli, in quest’opera e in quella precedente c’è un perfetto connubio di classico e contemporaneo.



Anche la serie dei Bagni misteriosi, che ci porta in un paesaggio onirico a metà strada tra la città e il mare, sarà, come vedremo, d’ispirazione per molti artisti.



I grandi nomi del Novecento


Le sale immediatamente successive a quella introduttiva presentano le opere di altri maestri della Metafisica. Ci sono, per esempio, le Nature morte con mare di Filippo De Pisis, che rimandano alla dimensione marittima tramite alcuni oggetti essenziali: la finestra aperta su una spiaggia bigia, alcune conchiglie e una cartolina che fa pensare a giornate migliori, forse perdute.



Non potevano mancare i vasi e le bottiglie di Giorgio Morandi, anche lui già protagonista di una mostra monografica a Palazzo Reale circa due anni e mezzo fa (trovate la mia recensione a questo link).



Omaggi ai Bagni misteriosi e ai paesaggi di De Chirico, dicevamo. Ma anche a Botticelli, con questa Nascita di Venere davvero fuori dall’ordinario. Una figura mostruosa che emerge dall’acqua, senza che nessun vento benevolo soffi per lei e nessuna conchiglia la porti in riva al sicuro. Ad attendere le divinità, nel XX secolo, sembra esserci solo l’indifferenza.



L’epoca moderna viene omaggiata anche in quest’opera ispirata alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. La città, contesa tra ben tre religioni fin dalla notte dei tempi, si staglia bianca e azzurra in mezzo ad un inquietante turbine di neri e grigi. Un luogo bellissimo e pieno di storia rovinato dalle guerre e dalla sete di potere degli uomini. Un’opera che, è inutile dirlo, di questi tempi è attualissima.



Tutt’altro tono ha quest’opera di Léonor Fini, pittrice protagonista di un’esposizione dell’anno scorso che, ahimé, mi sono persa. Queste Decorazioni di Natale rimandano ad un momento di festa ed all’intimità della casa, eppure trasmettono anche un senso di abbandono, proprio come tante opere di De Chirico e Morandi.



Tra i tanti nomi illustri c’è anche Salvador Dalì, che pone un rudere al centro di una scena di solitudine, resa ancora più inquietante da una sorta di mezzo busto femminile e ingentilita soltanto da qualche fiore rosa e da una stella azzurra.



Metafisiche” all’interno di altri movimenti artistici


Una grande sala della mostra, divisa in quattro angoli, mostra l’influenza del concetto di Metafisica su altri movimenti artistici più contemporanei. Questo dipinto di Andy Warhol, protagonista indiscusso della Pop art, riprende una delle famose piazze dipinte da De Chirico.



Anche gli artisti postmoderni, concettuali e simbolisti hanno in qualche modo omaggiato i grandi nomi del periodo metafisico. Da classicista mi piace particolarmente quest’opera composta da tante targhette. Alcune di esse ritraggono le silhouette di vasi greci. Altre, invece, riportano delle iscrizioni in latino. Mi colpisce particolarmente quell’Aëre perennius? Con tanto di punto interrogativo. È una chiara citazione ad un’ode del poeta latino Orazio, il quale afferma, con la sua poesia, di aver creato un monumento “più longevo del bronzo”. L’arte può davvero travalicare i secoli e durare di più delle opere materiali? L’artista lascia un punto di domanda come provocazione…




Di chi è questo paesaggio solitario, dominato da un cane quasi più grande delle case? Sono rimasta molto stupita nello scoprire che è un’opera di Dino Buzzati, lo scrittore. Già, è stato anche un artista figurativo… davvero non si finisce mai di imparare.



In quest’opera, le scatole e le bottiglie di Morandi sono diventate una scultura tridimensionale.



E che dire di questo studio di prospettiva, dove fa la sua comparsa non solo un paesaggio dechirichiano, ma anche mezzo busto di Italo Calvino? Per una studentessa di Lettere e affini, alcune parti di questa mostra sono sinceramente commoventi.



Metafisiche” e arti


La seconda parte dell’esposizione illustra, per 5/6 sale, i contatti tra il concetto artistico di Metafisica e arti diverse da quelle finora esplorate (la pittura e la scultura). Anche per questo motivo vi ripeto che questa mostra non è solo emozionante, ma anche istruttiva, in tanti modi differenti. Io personalmente non sapevo che la “Metafisica” avesse riscosso, e riscuota ancora, così tanto successo in campi differenti. Queste fotografie, per esempio, testimoniano un contatto con l’architettura.



La fotografia stessa è un’altra arte che viene coinvolta. Questa foto artistica, per esempio, inserisce all’interno di una composizione contemporanea alcuni elementi chiaramente ispirati alle opere di Giorgio Morandi.



Anche le scenografie di alcune opere teatrali piuttosto recenti si sono chiaramente ispirate ai celebri paesaggi di De Chirico.



E che dire del design? Purtroppo devo ammettere di essere mediamente poco interessata a quest’arte. Penso che un po’ di voi sappiano che ho una cara amica architetto, ma da quando la sua vita è in Inghilterra, io da sola ho perso la buona abitudine di accompagnarla a Milano per la Design Week. Però questa cabina ispirata ai Bagni misteriosi mi piace moltissimo!



Poi la moda, con questi servizi che non hanno davvero bisogno di spiegazioni…



...e il fumetto: anche Dylan Dog si perde tra gli orologi surrealisti di Dalì e i portici metafisici di De Chirico!




Potete visitare la mostra fino al 14 giugno!

Per me, proprio come vi avevo detto a proposito dei Macchiaioli, ne vale davvero la pena. Avete visitato questa mostra, o altre di questi pittori novecenteschi?

Fatemi sapere se vi ho incuriosito!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)