lunedì 18 giugno 2018

QUANDO MI RICONOSCERAI

Tutto quello che ho apprezzato del romanzo di Marco Erba




Cari lettori,
per la nostra rubrica “Letture...Consigli in primo piano”, oggi vi vorrei presentare il nuovo romanzo di Marco Erba, un mio concittadino, da anni appassionato professore e da qualche tempo anche scrittore.


Ho già parlato del suo primo romanzo, Fra me e te, in questo booktag , segnalandolo tra gli autori emergenti.


Oggi mi concentro invece sulla sua seconda opera, dal titolo Quando mi riconoscerai.

Sono rimasta molto colpita da questo romanzo, che secondo me è un’ottima lettura , sia per gli studenti nel corso di questi mesi di vacanza, sia per noi adulti. 
Vediamo insieme più nel dettaglio trama, personaggi e tematiche!




La storia di Italo, Viola e Rodolfo



La prima delle due storie raccontate è ambientata a Castenate, nel Nord Italia, all’inizio degli anni ‘40. 

La Seconda Guerra Mondiale è in pieno svolgimento, anche se tutti sembrano credere che finirà presto, ed ogni paese italiano è controllato da squadre fasciste. 

I due protagonisti della storia, Italo e Rodolfo, chiamati da tutti “I gemelli”, non sopportano più il regime e la continua propaganda a favore della guerra. 
I due ragazzi sono tanto simili fisicamente (anzi, praticamente indistinguibili) quanto diversi caratterialmente.

Italo non esita ad intervenire se i suoi amici o familiari sono in difficoltà, ma ha un carattere più quieto e preferisce essere prudente. Rodolfo ha invece un temperamento impulsivo e rischia più volte di mettersi nei guai.

Il suo atteggiamento, tuttavia, ha motivazioni molto più intime di quello che si potrebbe immaginare: egli prova da sempre un forte sentimento nei confronti di Viola, la figlia di Giorgio Fontana, il rappresentante del Partito più in vista del paese. 
Egli fatica ad ammettere persino a se stesso quello che prova, ma non può fare a meno di soffrire vedendo che spesso la ragazza si accompagna ad Aristide Broglia, uno squadrista locale. 

Non sa che Viola frequenta il ragazzo solo perché egli ha un buon rapporto con il padre, ma da tempo ormai si fa delle domande a proposito della guerra e del fascismo…



Enea e Camilla



Oltre quarant’anni dopo, a Castenate, Enea e Camilla stanno per iniziare la prima elementare.

Il primo è tranquillo, intelligente, studioso, sostenuto dall’affetto dei suoi genitori e della sua dolce nonna Rita. La seconda è fin troppo vivace ed irrequieta, e combina disastri solo per nascondere a se stessa ed agli altri la sua difficile situazione familiare.

Enea e Camilla crescono insieme, tra scuole elementari e medie, fino agli anni turbolenti del liceo e dell’adolescenza. 
Il loro rapporto è spesso difficile, ma i due non si scordano mai l’uno dell’altra.

Testimone silenzioso delle loro vite è Italo, l’autista dello scuolabus, un uomo ormai piuttosto anziano dal sorriso gentile e con una vena poetica. 
Viene chiamato da tutti “Il gemello”, anche se il motivo sembra essere ignoto a chiunque…



La poesia del racconto



L’autista Italo ha una vena poetica molto spiccata: è lui a regalare una filastrocca alla piccola Camilla un giorno in cui la vede particolarmente triste.

Personalmente, ho trovato tutt’altro che casuale questa scelta. 
Trovo che la tematica della poesia sia inserita in modo sottile ma costante nel corso di tutto il romanzo.


C’è la poesia dell’amore, che traspare dai primi ricordi che Rodolfo ha di Viola, di rara delicatezza.

C’è quella semplice ma dolce e d’effetto di Italo, l’autista-poeta che ricorda Gianni Rodari.

C’è infine quella dei ricordi di nonna Rita, una componente sicuramente autobiografica per l’autore.



Lo sfondo storico e la contemporaneità



Il romanzo, come già detto, presenta due contesti temporali differenti: da una parte la Seconda Guerra Mondiale, dall’altra gli anni ‘80 e ‘90.


Si parla dunque di fascismo, di guerra, della spedizione italiana in Russia e di altri argomenti di carattere storico. La narrazione, tuttavia, è lineare e consente la comprensione anche a chi possiede le nozioni fondamentali. Per questo motivo mi sento di consigliare il romanzo anche ai ragazzi in età scolare.


Per quanto riguarda, invece, l’epoca in cui vivono Enea e Camilla, sono sicura che tanti miei coetanei (o, meglio ancora, i nati all’inizio degli anni ‘80 come l’autore) sorrideranno nel riconoscere i riferimenti alla musica ed alle mode di quel periodo.



I tanti tipi d’amore del romanzo




Un altro dettaglio è, a mio parere, davvero importante. 

Sia Italo che Rodolfo, che, come già detto, sono gemelli omozigoti, hanno sul dito indice la medesima voglia a forma di cuore. Questo particolare ha una valenza simbolica.

Personalmente, infatti, credo che questo romanzo presenti al lettore con molta immediatezza tutte le forme d’amore che esistono al mondo, da quello passionale e proibito, passando per quello quotidiano e familiare, fino ad arrivare a quei sentimenti dei quali nemmeno i protagonisti si rendono conto.


Da questa riflessione, con ogni probabilità, deriva il titolo del romanzo: chi porta su di sé i segni di un amore sincero, qualunque esso sia, si riconosce. 
Per sapere in che modo, non vi resta che leggere!




Spero che questa recensione vi sia stata utile e vi abbia incuriosito.
Ora tocca a voi! Conoscete l’autore?
Avete letto questo romanzo? Che cosa vi ha colpito maggiormente?
Fatemi sapere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

giovedì 14 giugno 2018

IMPRESSIONISMO E AVANGUARDIE

Un viaggio tra '800 e '900 a Palazzo Reale




Cari lettori,
oggi, per la nostra rubrica “Consigli artistici”, vi parlo di una mostra molto particolare che ho visitato qualche settimana fa.

Si tratta di un insieme di raccolte private che sono state fuse tra di loro fino a creare un’unica collezione, che risiede stabilmente in un museo di Philadelphia e che per pochi mesi viene ospitata qui a Milano, a Palazzo Reale.

L’esposizione ospita opere più o meno conosciute di grandissimi artisti del XIX e XX secolo. Per sapere quali, non resta che leggere!



I fondatori



Siamo in pieno ‘800 e Mary Cassatt è una pittrice impressionista che cerca di farsi conoscere nell’ambiente parigino. Dopo qualche anno di gavetta, riesce ad attirare l’attenzione di Degas ed inizia ad esporre insieme ad altri pittori celebri.

A Mary, però, non basta l’attività artistica: ella vorrebbe investire sugli impressionisti, creare una piccola collezione che contenga le sue stesse opere e quelle di chi stima di più. 

Proprio per questo motivo ella coinvolge il fratello Alexander, ingegnere ferroviario che dispone di grande ricchezza. Egli, essendo anche un uomo con una grande cultura, accetta subito la proposta della sorella e crea un primo nucleo della collezione, dedicato, com’è facile immaginare, all’impressionismo francese.


Dopo la morte dei due fratelli, la responsabilità di questa raccolta di opere passa di mano in mano, tra famiglie ricche e molto colte. Essa si evolve insieme ai suoi proprietari: il XIX secolo cede il passo al XX, molte altre correnti artistiche diventano protagoniste della collezione.



L’impressionismo



La prima sezione della mostra è dedicata a tutti coloro che sono stati amici e colleghi di Mary Cassatt, la fondatrice. Possiamo ammirare un solo quadro della donna, che, come già detto, è stata anche pittrice. nell’unica sua tela esposta, una figura femminile indossa un abito di una bellissima tonalità rosata sullo sfondo di un teatro.

Due sono i temi dominanti: il paesaggio en pleir air ed il ritratto.

Per quanto riguarda il primo, c’è una grande varietà di soggetti: il giardino con il ponte giapponese per Monet, la piazza del mercato per un ormai anziano Pissarro, barche sul mare per Manet, la Parigi di Haussmann per Renoir.



Il secondo tema, invece, è declinato soprattutto al femminile, dalle classiche ballerine di Degas, passando per le modelle predilette, fino ad arrivare alle mogli e compagne di vita.



Van Gogh e Gauguin agli esordi



Una piccola stanza dell’esposizione è dedicata a due grandi nomi appartenenti alla seconda metà del 1800: Van Gogh e Gauguin. 

Le tele esposte colpiscono il visitatore perché sembrano non appartenere ai due celebri pittori, tanto lo stile è diverso da quello universalmente noto.

Di Gauguin colpisce una natura morta con un vaso di roselline che, ad una prima occhiata, si potrebbe attribuire a qualsiasi pittore impressionista, ma non certo a lui. Quest’opera ovviamente è stata dipinta prima del viaggio a Tahiti che gli cambierà vita e stile pittorico.

Van Gogh, invece, ha lasciato alla collezione alcuni ritratti di una famiglia contadina che presentano qualche tratto di quello che sarà il suo stile, ma appartengono ancora ad una fase di osservazione e di ricerca. 

Di sicuro questa piccola sezione è una delle più originali della mostra.



L’inizio del XX secolo e le avanguardie



La seconda parte della mostra è dedicata ad alcuni grandi nomi del ‘900, e comprende opere che sono state acquistate dai proprietari successivi ai fratelli Cassat.

Per quanto riguarda l’inizio del XX secolo, è la pittura a fare la parte del leone: ci sono tele di Braque, coloratissimi quadri di Matisse, un bellissimo dipinto di Chagall raffigurante lui e la moglie poco dopo il matrimonio.

Anche la scultura ha però un suo spazio, tra il busto di un giullare di Picasso ed una figura intera maschile di Rodin, che pare essersi ispirato proprio al suo finanziatore ed alla sua notevole muscolatura.



Cubismo, astrattismo, surrealismo




Le ultime due stanze dell’esposizione consentono al visitatore di terminare il suo viaggio artistico con delle opere che rappresentano in pieno le correnti artistiche più importanti del pieno ‘900. 

L’opera più simpatica ed originale è la scultura di un artista dell’Europa dell’Est, intitolata “Il bacio”, composta da due cubi vagamente antropomorfi ed in atteggiamento affettuoso.




Non manca Picasso, con alcune tele del suo periodo cubista, affiancate ad opere di Klee e di Kandinskij. La mostra dà spazio anche al surrealismo, con due stravaganti tele di Mirò e di Dalì.




Non vi nascondo che questa “esplorazione artistica” con tanti grandi nomi del XIX e XX secolo mi è molto piaciuta!
Avete tempo fino al 2 settembre per visitarla :-)

Spero tanto di avervi interessato!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

lunedì 11 giugno 2018

ALCESTI: UN'EROINA CHE NON SA DI ESSERLO

Le donne di Euripide #4




Cari lettori, 
come state? Io bene! Lo spettacolo di cui vi parlavo nello scorso post è andato davvero alla grande, ed io ne sono stata veramente felice. 
Ve ne riparlerò meglio nel post dedicato ai preferiti del mese


Per la nostra rubrica “Donne straordinarie”, oggi conosciamo un’altra figura femminile raccontata dal drammaturgo Euripide.

Il nostro percorso è stato, finora, decisamente vario e (spero) interessante.

La storia di Andromaca è sospesa tra pubblico e privato, tra problematiche sociali e dolori personali, e mette in luce l’importanza di voltare pagina, di perdonare e di non lasciarsi trasportare dal rancore.

Ecuba e le donne troiane ci hanno invece guidato in una singolare “tragedia dopo la tragedia”: in quest’opera corale tutta al femminile si mescolano l’angoscia per il recente passato e l’inevitabile paura del futuro.

Elena, infine, è stata il singolare ed affascinante mezzo con cui l’autore ha condannato qualsiasi genere di guerra.


Oggi invece vi vorrei presentare una delle prime tragedie del drammaturgo: un’opera che pone al centro della scena un grande dolore personale, un destino ingiusto e tante difficoltà familiari.



Una terribile proposta



Il protagonista maschile è il re Admeto, che, come tanti personaggi delle tragedie greche, sembra godere di una sorte benigna: è amato dal popolo, i suoi genitori sono ancora in salute, ha una bella famiglia.


L’improvviso rovesciamento della fortuna, però, è alle porte: gli dei gli fanno sapere che ha ben poco da vivere. Egli può salvarsi solo ad una condizione: una persona deve sacrificarsi per lui.

Admeto, per quanto sia un re saggio ed equilibrato, non può fare a meno di farsi prendere dalla paura per il destino che gli è stato assegnato, e finisce per chiedere agli anziani genitori questo immenso sacrificio, ottenendo però risposta negativa.


L’unica persona decisa a compiere questo incredibile atto d’amore è la moglie di Admeto, Alcesti.
Com’è facile immaginare, nell’animo del re ha inizio una lotta tra la paura della morte e l’amore nei confronti della donna, ma, alla fine, la prima ha il sopravvento sul secondo, ed alla donna non resta che aspettare la sua fine.



Una famiglia in crisi



La tragedia ha inizio proprio nel momento in cui Alcesti sente avvicinarsi il malore che avrebbe dovuto colpire Admeto e cerca di esprimere le sue ultime volontà. 

Innanzitutto, ciò che Euripide vuole mettere in luce è la condotta davvero irreprensibile della donna, che diventa l’esempio della perfetta madre di famiglia greca. Ella, infatti, è preoccupata per quello che accadrà dopo la sua morte, specie ai figli. 
Ha paura che Admeto decida di risposarsi e che la sua seconda moglie non sia una buona matrigna, specie con la figlia femmina, che potrebbe essere costretta a contrarre un cattivo matrimonio.


Il suo ammirevole attaccamento alla famiglia contrasta in modo stridente con l’atteggiamento di tutti gli altri personaggi. Alcesti non è una tragedia nella quale spicca una particolare figura negativa: non ci sono né un tiranno che tiene prigioniera la protagonista né uno spietato comandante di un esercito nemico.

Il messaggio di Euripide, stavolta, è di tutt’altro genere: di fronte ad una circostanza drammatica, c’è chi agisce eroicamente – come Alcesti – e chi, pur desiderandolo, non ce la fa, come Admeto ed i suoi genitori, che non fanno altro che litigare tra di loro, rinfacciarsi le rispettive mancanze ed assistere impotenti alla morte della donna.



Un eroe imbranato



Non appena Alcesti è morta, arriva l’annuncio di un nuovo ospite alle porte del palazzo. Si tratta di Eracle (o Ercole, secondo la tradizione latina), il più famoso eroe di tutta la Grecia.

I servi di Admeto lo esortano a mandare via l’ospite, dal momento che c’è un grave lutto in corso, ma quest’ultimo, rispettoso delle tradizioni, lo fa entrare ed accomodare nel salone, invitandolo a mangiare e bere.


Eracle non si fa certo pregare, e si diverte liberamente per qualche ora, finché non si rende conto che tutti gli abitanti della casa sono incredibilmente tristi. 
I servi gli spiegano che è morta una donna che aiutava in casa, alla quale il padrone era affezionato.

L’eroe, all’inizio, crede a questa “bugia diplomatica”, ma non può fare a meno di notare l’immenso dolore negli occhi di Admeto. È così che apprende che la donna per la quale si sta organizzando il funerale è proprio la padrona di casa.


In definitiva, Eracle, sulle prime, non fa proprio un’ottima figura: beve troppo, crea confusione con una certa noncuranza e non comprende subito il problema. 
Questa presentazione dell’eroe fa parte di uno dei tanti risvolti “umoristici” di Euripide, che, come abbiamo già visto in altre tragedie, ama ribaltare tanti cliché.



Una donna che riesce a tornare alla vita



Eracle si offre di riportare in vita Alcesti, consapevole di essere l’unico a poterlo fare, in quanto eroe, e come tale a metà strada tra gli dei e gli uomini. 

I dettagli dell’impresa non sono svelati nella tragedia greca, che rispetta le regole del suo genere e mantiene l’unità di luogo (ovvero il palazzo).
Alcesti viene reintrodotta a casa sua coperta da un velo, che deve proteggerla per alcune ore, al fine di completare il passaggio dal mondo dei morti a quello dei vivi.

Eracle, per evitare ad Admeto uno shock, la presenta come una donna che vive nei dintorni, e lascia che sia l’uomo ad intuire le sembianze della moglie sotto il velo.


Per una volta, il lieto fine è garantito, grazie all’intervento di Eracle che ha riportato Alcesti alla sua famiglia. Il lettore (così come lo spettatore del tempo) non può però fare a meno di pensare che le gesta della donna siano state decisamente più coraggiose di quelle dell’eroe. 

Il fatto che una figura femminile sia considerata un’eroina è, a mio parere, una delle dimostrazioni più evidenti della modernità di Euripide rispetto ai suoi predecessori ed anche in confronto ad alcuni autori successivi.




Che ne pensate di Alcesti? Conoscevate già la sua storia?
Quale “donna di Euripide” avete preferito finora?
Fatemi sapere!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)

giovedì 7 giugno 2018

IL BALLO...IN POESIA




Cari lettori,
per la nostra rubrica “L’angolo della poesia”, oggi vi vorrei proporre una serie di componimenti dedicati ad una delle mie più grandi passioni: la danza. 

Come ho già raccontato in questo tag, pratico danza moderna da quando andavo alle scuole medie. Per me si tratta di una passione irrinunciabile, e di recente ho anche deciso di ampliare i miei orizzonti con un corso di latino americano-aerobica che frequento al lunedì e che mi sta piacendo molto.

Queste poesie mi hanno molto colpito e spero che piacciano anche a voi!



Piccolo valzer viennese, di Federico Garcìa Lorca


(La scuola di danza, di Edgar Degas)


A Vienna ci sono dieci ragazze,
una spalla dove singhiozza la morte
e un bosco di colombi disseccati.
C’è un frammento del mattino
nel museo della brina.
C’è un salone con mille finestre.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer con la bocca chiusa.
Questo valzer, questo valzer, questo valzer,
di sì, di morte e di cognac
che bagna la coda in mare.

T’amo, t’amo, t’amo
con la poltrona e col libro morto,
nel malinconico corridoio,
nell’oscura soffitta del giglio,
nel nostro letto della luna
e nella danza che sogna la tartaruga.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer con la cintura spezzata.

A Vienna ci sono quattro specchi
dove giuocano la tua bocca e gli echi.
C’è una morte per piano
che tinge d’azzurro i ragazzi.
Ci sono mendicanti sui tetti.
Ci sono fresche ghirlande di pianto.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer che muore nelle mie braccia.

Perché t’amo, t’amo, amor mio,
nella soffitta dove giuocano i bambini,
sognando vecchie luci d’Ungheria
nei rumori della tiepida sera,
vedendo pecore e gigli di neve
nel silenzio oscuro della tua fronte.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendo questo valzer del “t’amo sempre”.

A Vienna ballerò con te
con una maschera
di testa di fiume.
Guarda che rive di giacinti!
Lascerò la mia bocca tra le tue gambe,
l’anima in fotografie e gigli
e nelle onde oscure del tuo passo
voglio, amor mio, amor mio, lasciare
violino e sepolcro, i nastri del valzer.



Da Monologhetto, di Giuseppe Ungaretti


(Danza a Bougival, di Auguste Renoir)


Ovunque, per la scala della nave,
per le strade gremite,
sui predellini del tramvai,
non c’è nulla che non balli,
sia cosa, sia bestia, sia gente,
giorno e notte, e notte
e giorno, essendo Carnevale.
Ma meglio di notte si balla,
quando, uggiosi alle tenebre,
dalla girandola dei fuochi, fiori,
complici della notte,
moltiplicandone gli equivoci,
tra cielo e terra grandinano,
screziando la marina livida.
Si soffoca dal caldo:
l’equatore è a due passi.
Non penò poco l’Europeo a assuefarsi
alle stagioni alla rovescia,
e, più che mai, facendosi
il suo sangue meticcio:
non è Febbraio il mese degli innesti?
E ancora più penò,
il suo sangue, facendosi mulatto
nel maledetto aggiogamento
d’anime umane a lavoro di schiavi;
ma, nella terra australe,
giunse alla fine a mettere un solleone,
la propria più inattesa maschera.
Non smetterà più di sedurre
questo Febbraio falso,
e,
fradici di sudore e lezzo,
stralunati si balli senza posa
cantando di continuo, raucamente,
con l’ossessiva ingenuità qui d’uso…



Gran valzer, di Herman Hesse


(Festa della corte viennese, Wilhelm Gause)


Una sala chiara di candele
e suono di speroni e oro d’alamari.
Nelle mie vene pulsa il sangue.
Fanciulla mia, dammi il boccale!
E adesso al ballo! Infuria il valzer;
infiammato dal vino arde il mio petto
avido di ogni piacere non goduto.
Alle finestre nitrisce il mio cavallo.

E alle finestre la notte ammanta
l’oscuro campo. Ci porta di lontano
il vento un echeggiare di cannoni.
Ancora un’ora prima della battaglia!
«Danza più svelto, tesoro, il tempo
dilegua e la tempesta piega i giunchi
che saranno il mio letto questa notte.»

Forse letto di morte. «Evviva musica!»
Con sorsi ardenti beve il mio sguardo
la bella giovane e rossa vita,
beve senza saziarsi alla sua luce.
Ancora un ballo! Come si estingue con lo splendore
delle candele suono e passione, intreccia mesto
il raggio lunare la sua corona di morti amare.
«Evviva musica! Alla danza vacilla la casa,
strepita concitata la spada alla colonna».
Alle finestre nitrisce il mio cavallo.



Danza nell’orto della Petenera, di Federico Garcìa Lorca


(Scuola di danza-2, Edgar Degas)


Nella notte dell’orto
sei gitane
vestite di bianco
danzano.

Nella notte dell’orto
incoronate
di rose di carta
e di busnaghe.

Nella notte dell’orto,
i loro denti di madreperla
incidono l’ombra
bruciata.

Nella notte dell’orto,
le loro ombre si allungano,
e toccano il cielo
viola.



Canto alternato per la danza, di Johannes W.Goethe


(Ballo in città, Auguste Renoir)


GLI INDIFFERENTI

Vientene, o bella, vien meco alla danza,
la danza il giorno della festa abbella;
se il mio tesor non sei, puoi diventarlo,
se nol diventerai, balliamo o bella.
Vientene, o bella, vien meco alla danza,
la danza il giorno della festa abbella.

GLI AMANTI

Senza te, caro, che sarian le feste?
Senza te, dolce, che sarian le danze?
Non ballerei se ‘l mio tesor non fossi,
se ‘l fossi sempre, io vivrei sempre in festa.
Senza te, caro, che sarian le feste?
Senza te, dolce, che sarian le danze?

GLI INDIFFERENTI

Essi faccian l’amore e noi danziamo:
languido amore delle danze è schivo.
Noi giocondi intrecciamo giri e carole
e sfuggan gli altri nell’oscuro bosco.
Essi faccian l’amore e noi danziamo,
languido amore delle danze è schivo.

GLI AMANTI

Danzino pur: noi passeggiam frattanto,
ch’è la celeste danza dell’amore,
amor ch’è presso i loro scherni intende
e presto ne farà le sue vendette.
Danzino pur: noi passeggiam frattanto,
ch’è la celeste danza dell’amore.



Balliamo ormai tutt’e tre, amiche di Airas Nunez


(Ballo in maschera all’Opéra, Edouard Manet )


Balliamo ormai tutt’e tre, amiche,
all’ombra dei noccioli fioriti,
e chi grazia avesse come noi graziose,
amando amico,
all’ombra dei noccioli fioriti
verrà a ballare.

Balliamo ormai tutt’e tre, sorelle,
qui sotto il ramo di questi noccioli,
e chi fosse leggiadra come noi leggiadre,
amando amico,
qui sotto il ramo di questi noccioli
verrà a ballare.

Mio Dio, amiche, sotto il ramo in fiore
balliamo finché dell’altro si faccia,
e chi fosse bella come noi lo siamo,
amando amico,
qui sotto il ramo, sol che noi balliamo,
verrà a ballare.




Spero che questa carrellata di poesie vi sia piaciuta. 
Per me questa settimana è dedicata alla danza… domani sera ho lo spettacolo! 
Quale componimento vi ha colpito di più? Fatemi sapere! 
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)