Due romanzi di Lorenza Gentile
Cari lettori,
nuovo appuntamento con le nostre “Letture...per autori”!
Oggi vi porto con me nella lettura di due romanzi di un’autrice che avevo in TBR da praticamente un anno: Lorenza Gentile. Non la conoscevo, di fatto, fino all’estate scorsa, quando anche lei ha partecipato a “Parole al femminile”, una rassegna di presentazioni nel cortile della biblioteca di Varazze.
Non so se ricordate, ma l’anno scorso vi avevo parlato di tre dei sei romanzi di questa rassegna: quello di Francesca Pongiluppi a questo link, e la doppietta composta dai racconti di Susy Zappa e dal giallo di Cristina Rava in questo post.
Ecco, tra gli altri tre romanzi c’era proprio Tutto il bello che ci aspetta di Lorenza Gentile, che ho trovato in biblioteca e letto proprio il mese scorso, insieme a un altro suo libro, La felicità è una storia semplice.
E sebbene io, tanto per cambiare, abbia ancora un po’ di recensioni arretrate da smaltire, ho pensato di raccontarvi subito queste due storie, sia per l’ambientazione stagionale – proprio luglio in un caso, tarda primavera nell’altro – che mal si sarebbero adattate al post-feste, sia perché le ferie estive sono un momento di reset, e chissà che queste storie non tocchino qualcuno di voi.
Vi lascio alle recensioni!
Tutto il bello che ci aspetta
Il romanzo ha inizio a Milano, gli ultimi giorni di un giugno afoso, al ristorante “Nuvola”, specializzato in cucina al vapore asiatica. L’ambientazione dai colori pastello è accogliente, eppure gli avventori sono ben pochi.
È il ristorante di Selene, una giovane donna di 34 anni da tempo in crisi con la vita, soprattutto quella lavorativa. Dopo una laurea in Design che è riuscita a portare a termine con fatica – ella pensava di occuparsi di arte, ma si è ritrovata soprattutto a fare calcoli – e dei lavori da dipendente che l’hanno lasciata insoddisfatta e con una sensazione di sfruttamento, Selene ha investito tutto quello che aveva nel ristorante.
Il suo progetto iniziale era quello di creare una trattoria ispirata alla Puglia, regione dove ha passato le estati della sua adolescenza, con un unico grande tavolo a quadretti, pietanze rustiche e un omaggio alla sua tata, bravissima a cucinare. Ma un consulente che le è costato carissimo l’ha convinta che un simile progetto non sarebbe mai stato di successo nella Milano che pensa solo a lavoro, viaggi esotici ed efficienza. Così ora Selene si trova con un locale che non va, due dipendenti molto bravi e gentili che però dipendono da lei e meriterebbero un’occasione migliore, tanti debiti, un quasi scoperto in banca.
Anche una volta tornata a casa la situazione personale non va meglio: il suo piccolo appartamento non le appartiene davvero, i vicini sono sconosciuti, la famiglia (composta dai suoi genitori divorziati e sua sorella) è sparsa per il mondo e non sa niente dei suoi guai finanziari, non ci sono veri amici con cui ella possa essere se stessa.
Una sera, di fronte all’ennesima pizza surgelata, Selene, ascoltando il solito programma notturno alla radio, decide che l’ultimo momento in cui è stata felice è stato durante le sue estati pugliesi, nell’ashram induista dove il papà ex avvocato, cambiata completamente vita, si era rifugiato, portando con sé la moglie e le figlie. Erano state estati felici, in compagnia della tata Flora (che si occupava bambina a Milano e che aveva ritrovato lì) e degli amici dell’ashram. Almeno finché sua madre non si era stancata, sia di quella vita che del suo matrimonio, e Selene si era lentamente riabituata alla vita milanese, iniziando un nuovo capitolo della sua vita.
Selene, presa dal terribile dubbio di aver sbagliato tutto quindici anni prima, prende l’automobile e si mette a guidare verso la Puglia. Dopo un viaggio piuttosto disperato durato tutta la notte, arriva in vista del suo paese al mattino, ma proprio lì, la macchina decide di cedere. Ella viene soccorsa da un tuttofare di paese che le chiama un meccanico. In attesa che la macchina venga riparata, Selene reincontra la tata Flora e, dopo qualche giorno da lei, trova una stanza in affitto da un eccentrico signore di nome Antonio.
A Milano tutti le telefonano, dal suo chef al nuovo consulente che aveva ingaggiato prima di scappare via; ma Selene vuole tornare all’Ashram, ritrovare i suoi amici, capire se la felicità è ancora lì ad aspettarla…
Tutto il bello che ci aspetta è la storia di un indimenticabile luglio nel Salento. Selene, la protagonista, è una ragazza che si sente persa per un semplice motivo: per rincorrere il successo ha seguito tutti i pareri altrui, dimenticando però cosa piace a lei.
Confesso che ho aspettato un po’ prima di leggere questo libro perché l’anno scorso, ascoltando la presentazione, avevo qualche riserva.
Innanzitutto avevo paura di trovare i classici stereotipi sul Sud, soprattutto in estate: la “vita lenta” tanto esaltata sui social. Invece i personaggi che Selene trova in Puglia hanno una vita tutt’altro che idilliaca, e va bene così: non sentendosi più sola, ella comprende che ognuno, nella vita, si porta dietro piccoli e grandi fallimenti, proprio perché non siamo progetti mal riusciti, ma persone.
A sorpresa, invece, ho trovato una certa quantità di nostalgia per le estati millennial: l’autrice ha solo un anno in più di me e nei ricordi di Selene ho ritrovato quelle abitudini lì, quelle musiche là, quei vestiti che… Insomma, le calde stagioni dei primi anni 2000.
Altra mia riserva era il tema dell’ashram e della religione induista: già di mio non sono proprio praticante della religione con cui sono nata, non credo che avrei molto apprezzato un romanzo molto religioso e/o sulla conversione.
Ebbene, mi sono ricreduta anche su questo: gli occupanti dell’ashram considerano l’induismo semplicemente come una filosofia di vita alternativa. Tutti loro, come il padre di Selene, si sono sentiti esasperati dai loro lavori super performanti, dalla solitudine delle metropoli, dall’assenza di contatto con la natura. Una comunità nel cuore della Puglia è stata la soluzione ai loro problemi. Per scoprire se questa è ancora la scelta giusta per Selene, non resta che leggere…
Personalmente consiglio di leggere questa storia… proprio a luglio (o agosto, se preferite) vicino al mare, e vedrete che non vi deluderà!
La felicità è una storia semplice
In un freddo giorno di aprile a Londra, Vito Baiocchi, quarantasei anni, ha deciso di morire. Niente, nella sua vita, è andato come doveva. I genitori e il nonno sono morti sotto le macerie del terremoto di Gibellina, ed egli è cresciuto con una nonna che ha pensato fosse meglio portarlo a Milano per avere opportunità migliori, così le sue origini si sono perse.
Il suo grande amore, Patrizia, la sua fidanzata del liceo, lo ha lasciato senza motivo apparente, e, andando poi a studiare e a lavorare all’estero, egli ha perso i contatti anche con i suoi amici di gioventù.
Egli è estremamente solo, fatta eccezione per l’iguana Calipso, che divide con lui l’appartamento e soffre pure di insufficienza respiratoria. E da qualche tempo ha perso il suo negozio dove lavorava come tecnico del computer e non riesce a trovare nient’altro.
Vito si è sistemato, vestito, sbarbato. Gli manca solo da fare quel passo nel vuoto. Ma in quel momento il telefono inizia a squillare in modo imperioso ed insistente, ed egli sa che una sola persona può essere così insistente anche al telefono: la nonna Elvira.
La donna ha deciso di tornare nella suo vecchio paese, a Gibellina, per trascorrere lì gli anni che le restano. A quanto pare, però, l’aereo è sconsigliato per motivi di salute. Così ha assoluto bisogno di qualcuno che, tra treni, traghetti e macchine a noleggio, parta con lei da Milano e attraversi l’Italia visitando Firenze, Roma, Assisi, Napoli… un vero e proprio viaggio on the road.
Ovviamente nonna Elvira ha pensato a Vito. Egli non sa che fare: con la testa è ancora al suo triste proposito. Ma, in fondo, affidando l’iguana alla donna delle pulizie, che c’è da perdere ormai?
È così che inizia lo stravagante viaggio di nonna e nipote. A Vito, tra il lavoro che bussa alla sua porta proprio quando si è deciso a partire per un po’ (un classico del precariato), l’incontro con discutibili personaggi, la nonna che lo tiene a stecchetto mentre lui vorrebbe almeno consolarsi con il cibo, qualche imprevista rimpatriata, ne capitano di tutti i colori. Però, pian piano, il dolore se ne va…
La felicità è una storia semplice è un libro precedente all’altro romanzo di cui vi ho parlato oggi, e forse per questo è un pochino più acerbo.
L’ho trovato un po’ più veloce, anche proprio a livello di lunghezza della storia, e in tutta onestà avrei tolto qualche scena in cui qualche animale fa una brutta fine (vi avviso, in caso siate sensibili a queste cose).
Però ho apprezzato il fatto che ci sia una forte ironia di fondo. Sarebbe stato troppo scontato far trascorrere al nostro Vito un viaggio meraviglioso che gli fa riscoprire la bellezza della vita. Invece no, in poco più di duecento pagine il nostro protagonista lotta con piccoli e grandi rovesci dell’esistenza, dalla burocrazia all’amore perduto, dalla dieta ai veri rimpianti. Però non è più fermo, e fa tutta la differenza del mondo.
Anche il personaggio di Elvira, secondo me, vi stupirà: anche lei si porta dietro un “pacchetto” difficile, ma lo svelerà con il tempo.
Forse, se non conoscete l’autrice, è meglio partire da Selene e dalla sua storia pugliese.
Se però la apprezzate e volete conoscere una sua storia dal taglio più pungente, La felicità è una storia semplice è una buona scelta.
Che ne dite? Avete letto l’autrice?
Conoscete questi due romanzi?
Fatemi sapere che ne pensate!
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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