giovedì 20 ottobre 2022

LE TRACHINIE

 Gli eroi di Sofocle #2




Cari lettori,

bentornati all’appuntamento con “L’angolo della poesia” e con i protagonisti delle tragedie del drammaturgo Sofocle.


Abbiamo iniziato insieme questo percorso lo scorso mese ed abbiamo letto insieme Aiace, la storia del re di Salamina che decide di voler morire dopo che gli dei l’hanno fatto impazzire in seguito ad un litigio con Odisseo per le armi di Achille. Trovate il post a questo link.



Oggi, con le Trachinie, conosciamo meglio un personaggio che nella tradizione greca merita per antonomasia l’appellativo di “eroe”: Eracle, o Ercole nella versione latina. Qui non è lui il protagonista – come vedremo, la storia è raccontata dal punto di vista della moglie, Deianira – ma senz’altro le sue azioni si rivelano il motore della tragedia.


Se Aiace era stato parte integrante dei miei studi di letteratura greca al liceo, le Trachinie sono state una lettura del tutto nuova per me. Ho iniziato questo progetto anche per avere la possibilità di recuperare alcune opere di teatro greco che non avevo ancora letto, quindi sono contenta di potervi parlare oggi di questa storia!



La tragedia di Trachis


La vicenda si svolge a Trachis, in Tessaglia. Da qui prende il nome la tragedia: il coro è costituito da donne della città, per l’appunto, Trachinie.


Protagonista della storia è Deianira, la seconda moglie di Eracle, che è rimasta nella loro casa, ma soffre molto la lontananza del marito: il figlio maggiore Illo, erede dell’eroe, ormai è un uomo fatto, anche gli altri figli sono cresciuti, ed ella teme che la lontananza fisica ed il fatto che essi siano sposati da tanto tempo possano spegnere la fiamma dell’amore tra di loro. Mentre piange il suo dolore insieme alla fidata nutrice, arriva Lica, il portavoce di Eracle, con una fila di donne prigioniere che lo segue.


Le notizie sembrerebbero buone: Eracle, impegnato a combattere in Eubea, ha riportato una grande vittoria, radendo al suolo la città di Ecalia e facendo prigioniere molte donne. Deianira, però, gioisce solo brevemente per l’ennesima impresa vittoriosa del marito: tra le fanciulle in catene ce n’è una dal portamento nobile, che tutti sembrano trattare con deferenza. Non avendo avuto informazioni in proposito da Lica, che probabilmente protegge il suo signore, Deianira cerca di scoprire la verità da un messaggero di Trachis, verità che la lascia sconvolta: la donna misteriosa è Iole, la figlia del re di Ecalia, ed Eracle ha distrutto la città per poter avere lei.


Folle di gelosia, Deianira pensa di ricorrere alla magia per far sì che Eracle si innamori nuovamente di lei. Da tempo custodisce la pelle del centauro Nesso, una creatura che aveva tentato di rapirla e che il marito aveva ucciso. Il centauro, morendo, le aveva fatto dono della sua pelle, che, impregnata del suo sangue, si sarebbe rivelato, a suo dire, un potente talismano d’amore.


Deianira invia Lica ed il figlio Illo in Eubea con la pelle del centauro, sagomata a mo’ di mantello, dicendo a tutti che si tratta di un dono per il marito, per celebrare le sue vittorie. Purtroppo ella non sa di aver appena decretato la fine terrena di Eracle.



Deianira: la tragedia di una moglie


Già analizzando Aiace vi avevo detto che nelle tragedie di Sofocle ci sono degli importanti elementi di critica sociale. In particolare, nel caso dell’eroe di Salamina, la questione indagata era: che cosa rischiava di succedere, all’interno di un regno di epoca micenea, alla morte del suo capo?


Qui invece Sofocle entra un po’ più nella sfera della vita privata e si chiede: che cosa può provare realmente una donna nelle condizioni di Deianira, e quali sciocchezze potrebbe compiere se la sua posizione diventasse fragile?


Considerate le convenzioni sociali dell’epoca, Deianira è una donna più che rispettabile, in un’ottima posizione: è la moglie di un acclamato eroe, un uomo molto importante, ed ha dei figli che, per quanto cresciuti, comunque sono testimonianza del legame legittimo ed indissolubile che ha con il marito. È nella miglior condizione possibile per una donna di quel tempo… eppure il dolore la consuma ogni giorno.


Ella si domanda se i sentimenti che un tempo Eracle provava nei suoi confronti siano ancora gli stessi, e se il fatto che essi abbiano dei figli sia un motivo sufficiente per non essere buttata fuori da casa sua da un giorno all’altro. La donna, al tempo, era completamente sottomessa all’autorità maschile, e bastava una condotta poco gradita al marito perché anche una moglie legittima rischiasse di trovarsi in guai seri. Inoltre, altri due fattori aumentano la sua insicurezza. Il primo è che ella, fin da ragazza, è stata abituata ad essere vista da ogni uomo della sua vita come un trofeo da conquistare, più che una persona: Eracle l’ha letteralmente vinta in un duello con la personificazione del fiume Acheloo, il suo primo pretendente (che lei detestava con tutta se stessa). Il secondo è che Eracle ha già avuto una moglie, la sfortunata Megara, e, come ogni eroe, è molto apprezzato dalle donne.


Con premesse simili, non c’è da stupirsi se l’arrivo sulla scena di Iole, una principessa giovane e bella, che ha spinto il marito addirittura ad una guerra, spinga Deianira sull’orlo della follia.


L’espediente della pelle di centauro fa sorridere noi contemporanei, ma, a mio parere, è abbastanza insolita anche per i tempi. La magia veniva considerata un’arte maligna, indegna degli uomini razionali e delle donne rispettabili, ed estranea alla società greca in generale (non a caso, non molti anni dopo, Euripide ci racconterà l’ostracismo subito da Medea, una donna orientale considerata diversa e “strega”). E la comune prudenza, di cui – come al solito nelle tragedie – il coro si fa portatore, suggerirebbe di non fidarsi del dono di un nemico ucciso per mano del marito. Timeo Danaos et dona ferentes, avrebbe detto secoli dopo Virgilio. Eppure Deianira fa questa scelta disperata… perché questa è la tragedia di una donna terrorizzata all’idea di perdere il marito. Perché a quel tempo, per una donna, perdere il marito significava perdere tutto.



Le ultime gesta di Eracle


Come già detto, Eracle è l’eroe per definizione, uno dei semidei più celebri della mitologia greca: eppure, rispetto ad altre figure del tutto umane che Sofocle riesce a rendere eroiche soltanto con le sue parole, egli in questa tragedia non risulta un personaggio così degno di lode.


Le Trachinie, così come le altre tragedie di Sofocle, seguono le regole che poi verranno codificate da Aristotele, tra le quali l’unità di luogo e di tempo. In altre parole, l’azione si svolge solo al palazzo di Trachis, e le mirabolanti gesta di Eracle ad Eubea vengono raccontate, restano al di fuori della scena.


Questo, di per sé, è tipico della tragedia e non toglierebbe alcun pathos, ma, a differenza di altre opere (come, per l’appunto, Aiace) che ci consentono di immergerci completamente nella narrazione, qui il lettore – o lo spettatore – avverte subito una forzatura, una menzogna. Lica magnifica l’impresa di Eracle, dipingendolo come un grande guerriero, ed ha gioco facile, perché tutti hanno sempre visto l’eroe in questo modo. È il messaggero di Trachis a completare la narrazione, fornendo a Deianira un quadro veritiero: sì, Eracle è ancora imbattibile in battaglia e temuto da tutti, come al tempo delle Dodici Fatiche (che vengono rievocate più volte), ma stavolta ha agito unicamente a causa di Afrodite, senza alcuna razionalità sia dal punto di vista militare (a che pro farsi nemici in Eubea?) che da quello personale (come potrà Iole amare l’uomo che ha distrutto la sua città?).


In questo senso, come giustamente sottolinea il Coro, Eracle non ha agito da condottiero assennato, e non è stata dunque la sua parte umana a prevalere, bensì quella divina: egli si è comportato come gli instabili e capricciosi dei, ed in particolare come il padre Zeus, che ha notoriamente combinato qualsiasi cosa pur di stare con le sue amanti.


Con un inganno è iniziata la sua vita (Zeus si è sostituito all’umano Anfitrione, prendendo le sue sembianze, pur di poter stare insieme alla moglie di lui, Alcmena) e con un inganno sembra essere destinata a concludersi.



Morti reali ed apparenti


Il sangue del centauro Nesso, come molti di voi avranno già intuito, non si rivela certo un potente filtro d’amore! Al contrario, esso è un potentissimo veleno, che brucia le carni di Eracle e lo precipita in uno stato d’incoscienza.


L’eroe ritorna a Trachis morente insieme ad Illo, che non ci pensa due volte prima di accusare crudelmente la madre di essere un’assassina e di aver voluto uccidere il padre. Deianira, persa e disperata, si toglie la vita.


Eracle, nel suo delirio, si risveglia e chiede della moglie. Nel frattempo, Illo ha scoperto lo sciagurato piano della madre e si è pentito amaramente di averla accusata, così racconta tutto al padre. Eracle sente di non essere in grado di riprendersi e chiede al figlio di portarlo su uno dei monti della Tessaglia e di bruciarlo, anche se è ancora agonizzante.


La tragedia si conclude con Illo che, mestamente, acconsente al volere del padre, accettando anche di sposare Iole. La storia di Eracle, però, non finirà qua: i miti narrano che il falò, alla fine, viene acceso da un pastore di nome Filottete, perché ad Illo manca il coraggio. In quel momento, però, Zeus si ricorda del suo figlio mortale prediletto (ed anche questo avvenimento viene predetto dal Coro, che ricorda a Deianira all’inizio della tragedia che gli dei non dimenticano i loro figli) e lo porta via con sé, ponendo fine alla sua esistenza terrena e consentendogli di iniziarne un’altra divina. Eracle sposerà infatti Ebe, la coppiera degli dei.



Certo si potrebbe parlare ancora molto di questa tragedia, ma credo che il fatto che Sofocle abbia scelto di parlare di Eracle alla fine della sua storia dica molto su cosa egli pensi degli eroi. Chi è acclamato come tale spesso appartiene ad un altro mondo, metaforicamente o letteralmente, e non si cura di chi calpesta o di chi lascia indietro. Sono gli umani spinti da una motivazione profonda che finiscono per diventare veri eroi.




...per oggi ho scritto abbastanza, direi :-)

Qualcuno di voi ha studiato a scuola questa tragedia? L’ha analizzata da qualche altro punto di vista? Sono curiosa di conoscerli!

Altrimenti fatemi sapere che cosa ne pensate di questa storia, o se l’avete mai vista rappresentata.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 17 ottobre 2022

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - OTTOBRE 2022

 


Cari lettori,

bentornati all’appuntamento con la nostra rubrica “L’angolo vintage” del 17 del mese! Questo mese cade proprio di lunedì, uno dei soliti due giorni di pubblicazione del blog :-)


Stavolta ho pensato di parlarvi di due gialli di autori che avete visto già qualche volta su questi schermi: Ilaria Tuti e Antonio Manzini. Passeremo il post di oggi in compagnia del commissario Teresa Battaglia e del vicequestore Rocco Schiavone, leggendo due delle loro ultime disavventure.


Ho letto questi due romanzi un po’ di tempo fa e purtroppo non sono riuscita a parlarvene fino ad ora! Devo ammettere che questa rubrica è davvero utilissima per le recensioni arretrate.


Senza ulteriori chiacchiere, vi lascio ai miei pareri sui libri!



Figlia della cenere, di Ilaria Tuti


Avevamo lasciato Teresa Battaglia qui, ancora emozionata e scossa per le terribili scoperte fatte in Val di Resia, nel cuore di una società matriarcale attaccatissima alle sue tradizioni.


Teresa non si è ancora ripresa dalla sua ultima indagine: il suo Alzheimer precoce, diagnosticatole mesi prima, sta progredendo sempre più rapidamente ed ha già rischiato di provocare un incidente stradale. Il suo unico conforto è il suo diario, in cui annota tutto quello che vorrebbe ricordare e qualunque dettaglio le sia utile per il lavoro.


In questo clima non proprio sereno, una notizia arriva del tutto inaspettata: lei e l’ispettore Marini, suo fedele braccio destro, si ritrovano a dover affrontare un colloquio con un serial killer, Giacomo Mainardi, che ha richiesto urgentemente un incontro.


L’uomo rivela al commissario Battaglia di essere complice, anche dentro le mura del carcere, di un uomo pericoloso, e che ora quest’ultimo vuole ucciderlo. Teresa all’inizio tentenna, ma qualcosa – incomprensibile agli occhi di Marini – la porta in un secondo momento a promettere a Mainardi che indagherà.


A pochi giorni di distanza, in una chiesa di epoca paleocristiana, sotto il livello del suolo, viene fatta una scoperta agghiacciante. In mezzo ad una serie di magnifici mosaici vengono ritrovate delle tessere candide, fatte… di ossa umane. Recentissime, ed estratte dal costato, proprio sopra al cuore. È evidente che si tratti di un omicidio recente, così come è chiaro il coinvolgimento di Giacomo Mainardi, espertissimo creatore di mosaici. Ma com’è possibile che l’uomo abbia agito dal carcere?


Per risolvere questo mistero, il commissario Battaglia deve aprire il cuore a Marini ed agli altri elementi della squadra, per lei importanti tanto quanto una famiglia, e ripercorrere il comune passato che la lega a Giacomo Mainardi. Al tempo, Teresa era una giovane poliziotta dalla vita molto difficile: il lavoro in mezzo a uomini troppo sicuri di sé che la consideravano poco era tutt’altro che facile ed il suo responsabile Albert le faceva del mobbing perché lei si ostinava a rifiutarlo. Il suo problema principale, però, era la sua vita privata, trasformatasi in un vero inferno per via di Sebastiano, il marito che agli occhi di tutti era un irreprensibile professore universitario ed invece davanti a lei si trasformava in un violento aguzzino.


Questo caso, però, sembra andare oltre la follia omicida di Giacomo Mainardi, e si spinge nel passato molto più profondamente di quanto Teresa stessa possa ricordare. Grazie ad Elena, la compagna di Marini, esperta di storia dell’arte e di restauro, gli inquirenti scoprono una pagina inquietante del passato paleocristiano: quella in cui il nascente culto monoteista si stava mescolando con alcuni elementi appartenenti alla religione egiziana, o, più in generale, alle tradizioni orientali. Alcuni storici, a questo proposito, sostengono che al tempo si sia creata una vera e propria setta, una corrente interna al Cristianesimo, che poi è stata repressa nel sangue. Ed il fatto che i frammenti di ossa siano stati inseriti all’interno di mosaici che rappresentavano simboli di questa setta fa temere di avere a che fare con un folle.



Figlia della cenere viene presentato in quarta di copertina come “l’ultima prova” del commissario Teresa Battaglia, ma posso affermare con una certa sicurezza che , per quanto la nostra protagonista risulti provata nel corpo e nello spirito, non la possiamo certo salutare qui. Questo romanzo, infatti, mi sembra solo la prima parte di una lunga indagine, di una storia che evidentemente la Tuti considerava troppo complessa ed articolata per racchiuderla in un libro solo. Non tutti i misteri, infatti, si risolvono tra queste pagine, anzi, un pazzesco colpo di scena verso la fine rivela con grande chiarezza che un quinto libro di Teresa Battaglia ci sarà, e si occuperà proprio di quello che il romanzo ha lasciato in sospeso. Non so ancora quando potremo leggerlo – da quello che ho visto, quest’anno Ilaria Tuti si è dedicata al suo secondo filone, quello storico – ma sono sicura che correrò a leggerlo, perché questa storia è la più profonda e personale tra tutte quelle che hanno visto protagonista Teresa Battaglia, e credo che la risoluzione sarà fondamentale per comprendere a fondo la nostra protagonista.


Il romanzo si svolge su tre piani temporali: il primo è il presente, con il commissario un po’ in difficoltà ma attorniato dalla sua affettuosa squadra; il secondo è il passato di Teresa, la sua gioventù difficile; il terzo sono i primi secoli dopo Cristo, nel periodo in cui i cristiani non erano più perseguitati dai pagani, ma avevano finito per farsi una sorta di guerra tra di loro. L’alternanza di queste tre realtà rende questo romanzo – come gli altri della Tuti, ma in questo caso ancora di più – super scorrevole, una di quelle storie che una volta iniziata non si riesce proprio a mettere giù.


Fa male vedere Teresa Battaglia così fragile ed impaurita, e fa rabbia ripensare al fatto che i problemi di fiducia di questo personaggio siano del tutto giustificati dal suo terribile passato. Ilaria Tuti non scrive storie d’intrattenimento e questa non è una novità, ma in questo romanzo più degli altri descrive brutalmente la quotidianità delle donne vittime di violenza, il loro vivere nella paura e soprattutto il rischio di appoggiarsi per disperazione a qualcun altro che non è proprio così immacolato come credono.


Figlia della cenere è anche un romanzo coltissimo: già in Ninfa dormiente e in Fiori sopra l’Inferno c’erano soprattutto approfondimenti di tipo storico e geografico legati alla terra d’origine dell’autrice, ma qui si torna molto più indietro, ad epoche antiche ed a studi approfonditi di storia delle religioni e di arte paleocristiana. Leggendo questo romanzo ho conosciuto un lato di quell’epoca che a me era del tutto ignoto!


Personalmente mi riconfermo fan delle storie del commissario Battaglia e non vedo l’ora che Ilaria Tuti ci riveli come va a finire questa indagine… speriamo nel 2023!



Le ossa parlano, di Antonio Manzini


Il vicequestore Rocco Schiavone è ormai, molto suo malgrado, di casa ad Aosta. A Roma non gli è rimasto più quasi nulla: la sua vecchia casa è in vendita; dei suoi tre amici fraterni, uno si è rivelato un traditore e gli altri due sono troppo sconvolti per farsi sentire; il ricordo della moglie Marina lo accompagna ovunque egli vada.


Ad Aosta, in compenso, egli è stato tirato dentro un po’ a forza nelle vicende personali di chi lavora al commissariato: i guai sentimentali di Scipioni, la nuova famiglia di Ugo Casella, il coming out di Deruta, la ricaduta nel gioco di Italo, l’insolita coppia formata da Fumagalli e dalla Gambino. E dalla sua parte ci sono sempre la cagnolina Lupa, in procinto di fare i cuccioli, e Gabriele, il suo ex vicino adolescente che sembra felice a Milano, anche se nelle sue telefonate si sente una nota stonata.


Tuttavia la felicità, per Rocco, è fatta di momenti fuggevoli in mezzo ad un mare di incertezze, e il costante irrompere nella sua vita di “rotture di coglioni di decimo grado” (omicidi, come li chiama lui) lo dimostra. Questa volta, però, egli non se la sente nemmeno di lamentarsi come suo solito.


Tra i boschi, un medico in pensione ha trovato le ossa di un bambino, ricoperte da vestiti di foggia maschile, con un piccolo gioco di Capitan America nel taschino. Ad un primo esame, il corpo racconta una storia terribile: il piccolo ha quasi sicuramente subito abusi, poi è stato ucciso ed abbandonato per anni.


A Rocco ed ai suoi, già intristiti dal terribile caso, non resta che cercare tra tutti i casi di bambini scomparsi e vedere se il Dna coincide. Alla fine il corpo viene identificato come quello di Mirko, un bambino sparito da sei anni, quando ne aveva solo dieci, visto per l’ultima volta di fronte alle gradinate della sua scuola.


Il bambino ha una storia familiare non proprio facile: la madre è sempre stata una donna sola, il padre non l’ha riconosciuto ed ha famiglia altrove, lo zio materno è stata per lui l’unica figura paterna.


Ancora una volta Rocco deve addentrarsi in quella che per lui è una mefitica palude, la mente dei criminali e degli assassini, ed indagare il recesso più oscuro di tutti: quello che appartiene a chi fa male ad un bambino innocente.



Le ossa parlano è un romanzo che conferma le impressioni che avevo avuto leggendo Vecchie conoscenze, il capitolo precedente (di cui trovate la recensione qui). Tante serie gialle più recenti ci hanno abituato a leggere non solo i singoli casi di ogni romanzo, ma anche – e talvolta soprattutto – l’evoluzione “in orizzontale” dei protagonisti, che vanno incontro a grandi cambiamenti nel corso delle loro vite. Esempio emblematico è il commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni (in questo post alcune recensioni), un uomo solo e malinconico, maledetto dalla sorte, che trova il coraggio di vivere amicizie e relazioni d’amore grazie all’affetto degli altri personaggi (infatti, ad un certo punto, l’autore ha deciso di chiudere la serie, e credo che abbia fatto bene, altrimenti avrebbe rischiato di cadere in una sorta di “effetto telenovela”). Mi viene in mente anche la ghostwriter Vani Sarca, protagonista delle storie un po’ rosa ed un po’ gialle nate dalla penna di Alice Basso: di certo la Vani del quinto ed ultimo volume non è la stessa Vani del primo, quella a cui sembrava non importare niente di nessuno (ne parlo meglio qui).


Ecco, ammetto di aver sperato più volte in un cambiamento di questo tipo anche per il perennemente infelice vicequestore Rocco Schiavone, anche perché, qualche volta, in un’intervista, l’autore ha accennato ad una sorta di “progetto di ricostruzione” del personaggio, avvenuto per esempio tramite Gabriele, un personaggio che obbliga Rocco a ricominciare ad occuparsi degli altri.


Leggendo questo romanzo, però, mi viene da pensare che Manzini voglia essere almeno in parte fedele alla vecchia scuola, quella di Camilleri, che ci ha sempre presentato un Montalbano sempre amante della sua libertà, un vicecommissario Augello sempre esemplare sul lavoro ma meno affidabile nel privato, un ispettore Fazio sempre impeccabile e così via. Certo, nei suoi romanzi non c’è proprio la staticità dei personaggi dell’universo di Montalbano, ma non ci sono neanche i netti cambiamenti che caratterizzano altre serie.


L’impressione che si ha da lettori è che, per quanto il mondo vada avanti, per quanto gli altri personaggi trovino il coraggio di rivoluzionare le loro vite, per Rocco Schiavone ben poco cambi, perché ogni volta che la vita gli dà un piccolo appiglio per uscire dalla sua cronica infelicità, un’altra brutta notizia o un allontanamento lo ricacciano nel suo buio. In campo sentimentale, poi, è evidente il disimpegno, il non crederci più, il fatto che dopo la morte di Marina per lui sia tutto finito.


Non vi nascondo che, anche se continuo a leggere volentieri i suoi libri per le validissime indagini, per l’universo aostano al quale oramai sono affezionata anche io e per la complessità del personaggio in sé, il fatto che ogni volta Rocco sia destinato ad essere infelice mi lascia una punta di tristezza. Qualche volta mi piacerebbe un guizzo di positività verso la fine; riconosco che se è questo che cerco in un romanzo con Rocco Schiavone protagonista probabilmente chiedo troppo, però, insomma, la butto lì.





Ecco la mia scelta per l’appuntamento con la rubrica di questo mese!

Che ne dite? Avete letto i romanzi? Conoscete gli autori? Che ne pensate?

Vi ricordo, come al solito, di leggere anche i post degli altri partecipanti alla rubrica!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 13 ottobre 2022

QUANDO ERAVAMO GIOVANI

 Spazio scrittura creativa: ottobre 2022




Cari lettori,

il post di oggi è tra quelli a cui tengo particolarmente.

Se mi seguite da un po’, sapete che oltre al blogging di libri e cultura mi piace anche la scrittura creativa, e immagino che molti di voi abbiano letto i miei racconti che ho scritto in collaborazione con la rubrica a più mani “Storytelling Chronicles”. Li trovate tutti a questo link.


Dopo due anni e mezzo di collaborazione, l’autunno è una buona stagione per ricominciare! Scrivere con un tema prestabilito e seguendo le regole del gruppo è stata una buona palestra e, mese dopo mese, mi sono sentita sempre più soddisfatta di quello che scrivevo, così ho pensato di “mettermi in proprio”.


Da oggi nasce la rubrica “Spazio Scrittura Creativa”, dedicata a tutto ciò che mi piace scrivere quando seguo la mia fantasia: racconti, fanfiction ed omaggi, composizioni poetiche (una volta ne scrivevo tante, chissà che non riesca a ritornarci su). Mi piacerebbe mantenere la cadenza mensile come ormai voi lettori siete abituati: ovviamente può dipendere dagli impegni, ma cercherò di essere il più possibile costante. Quanto al tema, visto che sono indipendente, non ce ne sarà uno prestabilito ogni mese, ma il mio intento è quello di variare il più possibile tra generi e tipologie di storie raccontate. Vi ringrazio fin da subito se deciderete di assecondare questo mio piccolo “salto nel buio” e di leggere il primo racconto di questa nuova rubrica!



Iniziamo con un sottogenere che avete già visto qualche volta su questi schermi: la song-fic, ovvero il racconto ispirato ad una canzone come traccia. L’idea di questo racconto mi è venuta mentre ascoltavo When we were young di Adele. Ho visto il dipinto di settembre del mio calendario (quello fotografato qui sopra) e non ho più avuto dubbi. Buon viaggio nell’autunno con “Quando eravamo giovani”!



QUANDO ERAVAMO GIOVANI


Tutti amano le cose che fai

dal modo in cui parli

dal modo in cui ti muovi

tutti qui ti guardano

perché tu dai una sensazione di “casa”

sei come un sogno diventato realtà


Vignoble della famiglia Bertrand, 1 ottobre 2022


La giornata prometteva bene.

Anche se ormai il sole di inizio autunno sorgeva tardi, fin da prima delle 7 una lama di luce più chiara aveva rischiarato il blu profondo sopra le Alpilles. A poco a poco si era trasformata in una striscia sempre più ampia, in un trionfo di rosa e giallo pallido, ed infine la splendida mattinata si era mostrata in tutta la sua chiarezza.

Lisette ed i suoi collaboratori erano già al lavoro da un’ora nella vigna. Insieme a lei c’erano Auguste, il suo fido braccio destro, ed una coppia di giovani lavoratori stagionali, arrivati lì per conoscere fino in fondo il mestiere prima di entrare come soci in un’azienda vinicola in Borgogna. Quattro persone non erano molte, ma erano sufficienti per il compito da svolgere, che richiedeva affidabilità e delicatezza.


Era uno dei momenti dell’anno preferiti di Lisette: la vendemmia tardiva per la creazione de La Jeunesse, uno dei suoi due prodotti. Da anni ella si era specializzata sulla produzione di vini bianchi, nonostante la Provenza restasse soprattutto terra di rosati. In agosto lei ed Auguste avevano raccolto le uve di tre quarti dei suoi filari, dando il via alla produzione di Chardonnay. La vendemmia quell’anno era stata ancora più precoce del solito, per via delle altissime temperature e della rischiosa siccità, ma fortunatamente i danni erano stati contenuti ed il processo per la produzione del vino si era avviato come al solito. Il suo Chardonnay era un prodotto molto gradito da diversi abitanti della regione delle Alpilles e non solo: aveva un prezzo contenuto, era molto versatile sulla tavola, apparteneva alla tradizione provenzale e rappresentava gran parte dei suoi guadagni.


Ma era per La Jeunesse che Lisette lasciava ogni anno un pezzo di cuore. Quel quarto dei suoi filari, dalle piante così esili e dai chicchi d’uva così delicati, produceva un vino bianco imparentato con lo Chardonnay, ma dal colore più intenso e dal sentore più deciso. Nonostante il nome suggerisse giovinezza ed impazienza, La Jeunesse era un prodotto dell’attesa e della vendemmia tardiva. Non più un prodotto del cuore dell’estate, ma un bianco robusto che già presentava note di bosco e di autunno. Qualcosa di cui ogni anno si sentiva più orgogliosa e che stava iniziando a farsi conoscere tra gli enologi.


Lisette? Mi hai sentito?”

La voce di Auguste sembrò arrivarle da molto lontano. Ogni volta che ella lavorava nella sua vigna, perdeva la cognizione del tempo e dello spazio. Era facile credere che la civiltà e le città con tutto il loro caos fossero lontane, quando ci si concentrava sul tagliare in modo preciso un rametto e sul depositare delicatamente un grappolo sopra ad un altro.

No, Auguste, non ti ho proprio sentito!”

Lo immaginavo, altrimenti non avresti questa faccia così beata ed ignara!”

Cosa intendi?”

Da quand’è che non vai su a Les Baux?”

Les Baux de Provence era il centro abitato più vicino alla sua azienda vinicola. Uno spettacolare sito turistico provenzale con negozi e ristoranti incastonati tra pareti di roccia, spazi verdi ed antiche abitazioni. Lisette era da sempre innamorata di quel luogo, ma la stagione turistica ed il caos, uniti al super lavoro d’agosto, la portavano a rinchiudersi in azienda nel corso dei mesi estivi.

Da tutta la settimana, perché?”

Perché allora non hai sentito quello di cui tutti parlano.”

Uff, capirai! E la siccità, e gli aumenti dei costi, e ‘speriamo che questo autunno sia migliore degli altri due’, e ‘se non fanno ripartire i tour delle cantine protesteremo con il Comune’, e ‘noi viviamo di turismo, possibile che questo non si capisca’? È questo che mi sono persa?”

No. Cioè, anche” fu la risposta di Auguste alla vista dell’espressione scettica di Lisette. “Ma non è quello il punto. Io non volevo crederci, all’inizio. È tornato Pierre.”

Il figliol prodigo? Dopo trent’anni in California? Non ci credo nemmeno io.”

Eppure, guarda là in fondo. Le imposte dell’azienda dei Morel sono di nuovo aperte.”

Lisette si incamminò verso la fine dei filari e si alzò sulle punte, cercando di scorgere qualcosa oltre il muretto di pietra. Era così: al di là della sua proprietà, nel cuore di quella che una volta erano le vigne dei Morel, il casotto un tempo adibito ad alloggio familiare sembrava di nuovo abitato. Le imposte azzurre erano spalancate e c’era la tradizionale lavanda di fronte alle finestre. Il camioncino di una ditta di traslochi sostava sul vialetto che collegava il casotto all’ingresso della proprietà, in attesa.

Non credo che Pierre sia qui, dicono che la mattina si fa vedere in paese”.

Auguste l’aveva raggiunta.

Che c’è, ero un po’ pietrificata qui?”

Eh, un po’”.


Il silenzio che era seguito diceva fin troppo.

Senti, Lisette...”

No, per favore. Lascia perdere.”

Volevo solo dirti che ti capirei se avessi voglia di rivederlo. O anche se non volessi rivederlo affatto.”

Lisette si strinse nelle spalle.

Ma che altro sai? Lui come sta?”

Oh, sai com’è. Tutti stanno subendo il fascino dello zio d’America. C’era anche chi aveva previsto un suo ritorno dopo la fuga di gioventù. Ma sono tutte chiacchiere. Tu lo conoscevi veramente.”


* * *


Ma se per caso tu fossi qui da solo

posso avere un momento, prima di andarmene?

Perché me ne sono stata sola con me stessa tutta la sera

sperando che tu fossi qualcuno che un tempo conoscevo


Pierre era stato il grande “E se?” della sua vita.

Lisette se lo era ripetuta tutto il giorno, mentre procedeva con la sua vendemmia tardiva, quando supervisionava la produzione dello Chardonnay, facendo il suo solito giro di controllo tra le cantine.


Lei e Pierre erano cresciuti quasi gomito a gomito. I loro genitori erano amici e colleghi ed avevano deciso di non farsi la guerra, anzi, di collaborare venendo incontro alle esigenze di turisti ed intenditori: uve bianche per la famiglia Bertrand, nere per la famiglia Morel, che produceva una varietà simile al Syrah, tipico della Provenza ma anche del Sud Italia. Amici e compagni di scuola fino alla Maturità, Lisette e Pierre si erano iscritti insieme all’Università di Lione, specializzandosi in scienze agrarie, studio del territorio ed enologia. Entrambi erano figli unici e avevano intenzione di portare avanti l’attività dei loro genitori. Finché un giorno il destino non aveva mescolato le carte.



Vignoble della famiglia Morel, luglio 1992


I grappoli sono così verdi” constatò Lisette da sotto in su, appoggiandosi ai gomiti per guardare meglio la notte stellata.

Che cosa ti aspetti a luglio?” fece di rimando Pierre, il cappello ancora appoggiato sugli occhi, le braccia dietro la testa, rilassato.

Niente di diverso. Però è incredibile pensare che da qui a poche settimane diventeranno viola, quasi neri.”

Sempre se i batteri non mangiano i chicchi più succosi. O se un temporale non fulmina qualche tralcio.”

Sempre ottimista, eh?”

Pierre non rispose. C’era qualcosa che non andava, Lisette ne era convinta. Il ragazzo era stato strano fin dall’inizio di quella serata: di solito non c’era niente che gli piacesse di più che osservare una stellata d’estate in mezzo ai campi, ed invece quella sera si era dichiarato stanco e si era subito nascosto sotto un cappellaccio di paglia che qualcuno dei contadini aveva dimenticato lì. Come se non volesse farsi guardare negli occhi.

Che cosa c’è, Pierre? Sei preoccupato per la cerimonia di laurea? O forse perché manca solo una settimana e non hai ancora trovato un vestito che ti faccia diventare elegante per una volta?” provò delicatamente a scherzare Lisette nel tentativo di scuoterlo.

In risposta ebbe solo un sospiro desolato, come se Pierre si stesse apprestando a sollevare la volta celeste a mani nude. Poi, con calma eccessiva, il ragazzo si tolse il cappello dagli occhi e si alzò a sedere, fissando le stelle ed evitando ancora una volta il suo sguardo.


Sono preoccupato, Lisette. Perché non penso che vedrò questa vendemmia. O forse riuscirò a vederne l’inizio, ma di certo il Syrah Morel quest’anno non verrà prodotto da me.”

Di che cosa parli, Pierre? Non ti capisco. Vuoi aiutare noi con lo Chardonnay? È vero che Maxime è andato in pensione, ma Auguste anche se è giovane sa il fatto suo e...”

No, Lisette” la interruppe dolcemente Pierre. “Non so come dirtelo. Sei la mia più cara amica, devi essere la prima a saperlo.”

Ahia. Lisette aveva visto abbastanza amiche con il cuore infranto per sapere che, quando il ragazzo di cui sei segretamente innamorata ti dice sei la mia più cara amica, sta per succedere qualcosa di poco gradevole.

Sapere cosa?” non le restò che chiedere con un filo di voce.

Sono stato preso per un progetto di lavoro. Un anno in California, come apprendista. Lo so, Lisette, avrei dovuto dirtelo! Ho fatto domanda a gennaio tramite l’Università, ed il professor Laurent mi ha detto che non c’erano molti posti per i neolaureati europei, anche per quelli con i buoni voti. Pensavo che fosse un tentativo così, giusto per dire a me stesso ho considerato anche l’opzione estero. Ed ora… ho avuto questa notizia. E non so davvero se sto facendo la scelta giusta.” Pierre la guardava negli occhi, ora. Mentre le dava una delle più brutte notizie che Lisette avrebbe mai potuto ricevere.


Ma è solo per un anno, no?” domandò cauta Lisette. “Studi un po’, impari il mestiere lì e poi torni qui, giusto?”

Ancora una volta, Pierre scosse la testa e sospirò, un’ombra nera negli occhi chiari e tristi.

Il progetto sarebbe questo, certo. Mio padre già mi dice che tornerò qui con moltissime conoscenze in più e che lui mi lascerà subito il comando dell’azienda. È molto fiero di me. Io però so che lì c’è moltissimo lavoro. Ci sono aziende grandi il triplo di questa, territori sconfinati, un business nascente. Se poi dopo un anno di rodaggio si aprissero per me nuove possibilità? Che farò? È questo che mi dà il tormento, Lisette. Ci ho pensato tanto, in questi mesi, mentre ti vedevo china sulle botti insieme a tuo padre o passeggiare tra le vigne con Auguste. Tu appartieni a questo posto, l’hai già scelto come tuo Universo. Sarai un’ottima amministratrice di quest’azienda. Io invece ho sempre avuto il desiderio di vedere anche altri mondi, altri modi di produrre il vino. Sono impaziente di partire per questa avventura, ma mi mancherà tanto tutto questo. In sere come questa ancora di più.”


Quindi era questo il grande segreto di Pierre. Mentre Lisette già sognava, progettando una grande azienda vinicola (a gestione familiare…) che producesse sia bianchi che rossi, lui sognava il nuovo Eldorado del vino. Mentre lei gli parlava di dedicarsi alle vigne a tempo pieno dopo la laurea, di creare qualche varietà più raffinata con le uve che già avevano, di subentrare ai loro genitori al momento del pensionamento, lui pensava a come allontanarsi da lei senza darle una grande delusione. Delusione da dare ad un’amica, perché se l’avesse amata sarebbe rimasto.


Non sapeva come avrebbe fatto senza Pierre. Purtroppo, però, sapeva qual era la risposta giusta da dargli.

Devi provare ad andare, Pierre. Inizia a pensare a quest’anno, a questo soltanto. Poi vedrai.”

Pierre sollevò nuovamente gli occhi. Sembrava sul punto di piangere, e anche Lisette sentiva le lacrime che pizzicavano.

Lisette, io lo sapevo che avresti compreso. Mi hai sempre capito più di tutti.”

Sì, certo, come un’amica. Pierre era felice perché ora, con la sua benedizione, poteva partire. Ora sì che avrebbe fatto fatica a non piangere.

Non le restò che aggiungere: “Promettimi solo che mi scriverai.”

Sì, certo, Lisette. Te lo prometto.”



* * *


Avevo così paura di affrontare le mie paure...

Nessuno mi ha detto

che tu saresti stato qui

e avrei giurato che tu avresti attraversato l’oceano,

è quello che mi hai detto, quando mi hai lasciato



Vignoble della famiglia Bertrand, 2 ottobre 2022


Incurante della domenica, del giorno di riposo di Auguste e degli altri dipendenti e del cielo piuttosto coperto, Lisette era uscita all’alba, dopo una notte di pensieri, ed aveva completato da sola la vendemmia delle uve destinate a La Jeunesse.


La mattinata era scivolata via rapidamente, ma Lisette non se n’era nemmeno accorta. Aveva la sensazione che la sua mente avesse corso per ore, ripercorrendo tutta la storia di Pierre, e la sua.


Almeno all’inizio, egli aveva mantenuto la sua promessa. I due si erano scritti molto in quel primo anno da apprendista di Pierre, ma, più lui magnificava l’inaspettata brezza delle vallate a pochi passi da San Francisco, le nuove varietà di vino e il foliage spettacolare delle vigne, più lei aveva la sensazione che la sua predizione si sarebbe avverata.


Era passato un anno, poi due, poi tre. Alla conclusione dell’apprendistato, Pierre era stato assunto nell’azienda vinicola californiana dove stava lavorando e non aveva più avuto bisogno della borsa di studio universitaria. Le lettere si erano fatte più rade, ogni volta un po’ più intrise di lavoro e povere di tutte quelle confidenze che essi si erano sempre fatti. Erano tempi analogici, non c’erano WhatsApp o Skype a rinverdire il rapporto con una persona che si sente sempre più lontana. Più di una volta Lisette aveva maturato il proposito di saltare su un aereo e fare un’improvvisata, ma si trattava di un viaggio così lontano, c’era così tanto da fare occupandosi dell’azienda a tempo pieno, e soprattutto ella aveva la sensazione che in California Pierre avesse trovato qualcos’altro oltre il lavoro, e non voleva saperlo.


Non si era nemmeno resa conto di quando fosse successo, ma a poco a poco non si erano sentiti più. I genitori di Pierre erano andati in pensione e si erano trasferiti a Nizza, per respirare un po’ di aria di mare dopo tanti anni di lavoro in mezzo ai colli, alla terra ed al caldo. Il vignoble Morel era andato in gestione a due famiglie, una dopo l’altra: la prima, anche se non aveva il tocco magico del padre di Pierre, era riuscita a produrre un Syrah più che discreto; la seconda aveva lasciato andare la tenuta, che da un paio d’anni era nel più completo abbandono. Lisette sapeva che Pierre era tornato più volte a Nizza per Natale o per trovare i suoi, ma prima aveva sempre avuto la scusa perfetta per non andare, poi non ci aveva pensato più.



A differenza dei genitori di Pierre, i suoi erano rimasti alla tenuta anche dopo il pensionamento, non mancando di darle un’occhiata premurosa o di consultarsi con Auguste come facevano una volta. Erano stati molto scettici sulla creazione di un prodotto di nicchia che affiancasse il loro Chardonnay, ma alla fine La Jeunesse (unita alla determinazione di Lisette) li aveva conquistati. Erano rimasti molto amici dei genitori di Pierre, al punto che tutti gli anni trascorrevano settembre ed ottobre in un albergo vicino a loro. “Non farebbe male nemmeno a te prendere un po’ d’aria di mare”, aveva provato a dirle ogni tanto la madre, ottenendo sempre un’unica risposta: “Devo lavorare.”


Per molti anni si era dimenticata di Pierre. L’aveva relegato in un angolo dorato di ricordi della sua gioventù, insieme all’Università. Quasi per caso aveva conosciuto Luis: era l’avvocato che seguiva lei ed altri viticoltori per una questione che aveva richiesto una tutela legale. In breve tempo si erano innamorati e sposati, ed il loro matrimonio era stato felice, fino all’incidente di cinque anni prima.


Come ogni volta che le tornava in mente Luis, la sua timidezza, la sua gentilezza, i suoi libri di diritto sparsi per il soggiorno, Lisette sentì una fitta al cuore. Decise che per quella mattina aveva lavorato abbastanza, e sollevò l’ultima cesta d’uva. E si rese conto che qualcuno la stava osservando.



Al di là del muretto, in atteggiamento un po’ sfaccendato, c’era un bell’uomo magro e brizzolato che la guardava con un sorriso obliquo ed incredulo. Gli occhi chiari ed i lineamenti del viso non lasciavano alcun dubbio: era Pierre.


Sapevo che ti avrei trovata qui. Anche di domenica.”

Quel saluto casuale, come se non fossero stati dalle parti opposte del mondo per trent’anni, la lasciò perplessa.

Pierre? Sei proprio tu?” domandò, sentendosi un po’ sciocca.

Hai ragione, hai tutto il diritto di chiedermelo. Sono passati trent’anni. Ma sì, sono io. Tu invece non sei cambiata affatto.”

Beh… neanche tu...” cominciò Lisette, non sapendo come gestire quella situazione così insolita.

All’improvviso qualcosa la interruppe. Un forte brontolio allo stomaco, segno che il suo corpo di stava vendicando per la minima colazione all’alba. Lisette si guardò la pancia, poi guardò Pierre, ed entrambi scoppiarono a ridere, cancellando con un solo gesto il mare di imbarazzo che li stava sommergendo.

Senti, Lisette, io sto andando a pranzo su a Les Baux. Ti va di accompagnarmi? Non posso lasciarti così, a stomaco vuoto.”



* * *



È difficile riavermi indietro

Tutto mi riporta a quando tu eri là

Ed una parte di me continua a tenere duro

Nel caso che tutto questo non fosse scomparso

Immagino che mi importi ancora

A te importa ancora?


Les Baux de Provence, 2 ottobre 2022


Nemmeno Pierre era poi così cambiato. Durante il pranzo Lisette aveva riscoperto la sua ironia, la sua arguzia, la sua passione per il lavoro. Avevano trovato posto sotto una graziosa veranda che schermava la luce del tiepido sole autunnale che aveva fatto capolino e Lisette non provava più la voglia di scappare per il senso di disagio che aveva avvertito all’inizio.


E quindi hai lasciato San Francisco proprio ora, in autunno?”

Scherzi? La vendemmia è stata precoce anche da noi. L’inizio del lavoro di produzione per una volta può restare in mano ai miei dipendenti, ho un’ottima squadra. E poi è un buon banco di prova per mio figlio: ne ho approfittato per lasciargli le redini per un paio di mesi. No no, in questo periodo a noi amministratori non restano che le terribili degustazioni di promozione nelle tenute degli altri viticoltori. Dopo il divorzio riesco a scansarne qualcuna di più, ma mica tutte.”

Perché terribili?” rispose Lisette stupita. “Hai sempre parlato benissimo dei vini della zona.”

Ah, i vini sono eccellenti” replicò Pierre sul punto di scoppiare a ridere. “Il problema è tutto il resto. In ottobre gli Stati Uniti non hanno altro Dio oltre Halloween. Le mogli dei viticoltori mettono su degli allestimenti ‘per tutta la famiglia’ che hanno animato i miei incubi più volte. Prova a pensare di prendere il tuo tovagliolo ed accorgerti che come porta tovagliolo c’è un osso in plastica. Oppure di alzare gli occhi e vedere un corvo impagliato come centrotavola. Credi di aver bevuto troppo, invece è tutto vero.”

Oh, Mon Dieu! Avevo sentito parlare di queste cose, ma pensavo che la maggior parte delle famiglie si limitasse ai cheese platters un po’ stravaganti.”

Non me li nominare, quelli! Forme di brie sagomate a forma di bara e bocconcini di mozzarella con sopra il ketchup a mo’ di sangue! Un’offesa a qualunque francese abbia buon gusto. Per fortuna quando tornerò sarà nuovamente il momento del Ringraziamento e almeno potrò degustare insieme ad un banalissimo tacchino arrosto.”


Per un attimo il silenzio calò tra loro. Lisette avrebbe voluto saperne di più: Pierre era solo in vacanza? Ma se era così, perché non era al mare dai suoi genitori?

Tornerai presto in America, dunque? Sei qui in vacanza?”

Pierre sorrise a Lisette, e in quel sorriso c’era tutto l’incerto entusiasmo di quel ragazzo steso tra i vigneti nel 1992.

No, non esattamente. Sono qui a studiare.

Studiare cosa? Alla nostra età?”

Certo, proprio alla nostra età! Studiare la possibilità di far ritornare il Syrah Morel agli antichi fasti. Qui.”

Vuoi trasferirti di nuovo qui? Pensavo che la tua vita fosse in California.”

Lo è stata per molto tempo. In parte lo è ancora. Ma l’azienda è avviata, mio figlio è grande ed ha voglia di mettersi alla prova, io non devo più rendere conto a nessuno e mi spiace vedere così la tenuta dei miei, senza contare che è un momento buono per investire in Europa. E poi mi manca tutto questo. Come sapevo che mi sarebbe mancato trent’anni fa. Ci ho messo un po’ di tempo a tornare all’ovile, ma voglio provare a farlo. Per un po’ mi dividerò tra Francia ed America, poi chissà.”

Lisette era senza parole. Pierre era tornato per rimettere una piccola radice sotto le loro aziende vinicole. Quella radice che aveva strappato trent’anni fa.

E sei sicuro di imbarcarti in questa impresa?” finì per chiedergli.

Sì, lo sono. Anche perché avrò come vicina e punto di riferimento la creatrice de La Jeunesse, uno dei bianchi provenzali più raffinati che io abbia mai assaggiato. Un vino che, guarda un po’, sono certo che adoreranno anche i californiani.”

Cosa vuoi fare? Creare anche tu un rosso di nicchia? Aiutarmi a promuovere La Jeunesse all’estero?”

E perché no? All’inizio pensavo di...”


Non si sarebbero più alzati da quei tavolini sotto la veranda. Era come se il tempo si fosse congelato. Il sole disegnava sul volto di Pierre lo stesso incosciente entusiasmo della loro gioventù. Presto avrebbero dovuto confrontarsi con la realtà, pensò Lisette. Sarebbe stato difficile ricostruire la loro amicizia. Mettere insieme le idee di due cinquantenni che avevano già visto ed affrontato molto, e provare di nuovo ad aiutarsi come facevano ai tempi dell’Università. Ma Lisette aveva capito subito che Pierre, in fondo al cuore, era rimasto sempre lo stesso. Si erano riconosciuti di nuovo, e questo le bastava.


Lascia che ti fotografi in questa luce

In caso che fosse l’ultima volta

Che noi siamo esattamente come eravamo

Prima di capire che eravamo tristi nel diventare vecchi

E che questo ci ha reso irrequieti

Oh, sono così arrabbiata, sto invecchiando

E questo mi rende irrequieta

Era proprio come un film

Era proprio come una canzone

...Quando eravamo giovani


FINE




...eccoci arrivati alla fine!

Mi sono ispirata, oltre che alla canzone (che ha dato il via a tutta la storia nella mia testa…), ad un viaggio in Provenza che ho fatto nel 2009, ad un po’ di giretti tra le vigne che ho fatto insieme ai miei amici piemontesi ed alle atmosfere del film Un’ottima annata (trovate la recensione in questo post).


Le foto sono tutte mie, qualcuna autunnale scattata qui di recente, altre in Provenza anni fa!


Se vi piacciono le atmosfere autunnali, vi lascio a questo link il mio racconto di ottobre dell’anno scorso.



Nel frattempo fatemi sapere che cosa ne pensate della storia di Pierre e Lisette!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)