martedì 15 marzo 2016

TIPI DI PERSONE A TEATRO

Quando il vero spettacolo è osservare il pubblico

 

 
Un po' di tempo fa mi è capitato di pubblicare un post relativo alle biblioteche ed alle persone che solitamente le frequentano, suddividendole per tipologie. 
 

Ne è venuto fuori il ritratto di un luogo nel quale la varietà degli usi e dei costumi delle persone che lo frequentano è davvero affascinante e quasi surreale. 
 

Rileggendo il mio vecchio post, mi sono resa conto che si potrebbe fare il medesimo discorso poco prima di uno spettacolo teatrale. Non è necessario interagire con i frequentatori abituali della sala d'attesa di fronte all'ingresso: spesso basta un po' di spirito di osservazione.


Quali sono, dunque, le tipologie di persone più diffuse tra gli appassionati di drammaturgia?






Gli studenti (liceali).


Esemplare difficilissimo da trovare in solitudine. In tal caso, si tratterebbe di un ragazzo/a straordinariamente diligente.


Nel 99% dei casi, gli studenti liceali si muovono (a fatica) come una cosa sola. Il più delle volte trascinano i piedi e si guardano in giro con un misto di noia e curiosità.

Alcuni di loro si sono impegnati per presentarsi al meglio e quindi sfoggiano giacca e cravatta (per i ragazzi) o un bel vestito (per le ragazze). La maggioranza, però, rimane fedele ai soliti jeans stracciati.

Si lasciano cadere sulle poltroncine quasi in contemporanea, e non di rado il pavimento trema. 
 

Se si tratta di una buona classe, molti di loro seguono lo spettacolo ed alcuni arrivano persino a concludere che “non è così male”. 
 

Tuttavia, ci sarà sempre qualcuno che chiacchiera, o, peggio, che estrae il cellulare, illuminando di azzurrino una parte della sala e suscitando le proteste degli altri spettatori, specie di colui-che-non-vuole-essere-disturbato (vedi sezione dedicata). 
 

Le persone che non sono sedute vicino a loro tirano spesso un sospiro di sollievo.






Lo studente (universitario).  


A differenza degli studenti liceali, quest'ultimo è abbastanza facile da reperire da solo. In altri casi può essere accompagnato, spesso da una persona appassionata di teatro quanto lui. 
 

Lo studente universitario di cui parlo difficilmente proviene da Economia o da Ingegneria: spesso appartiene a qualcuno dei moltissimi corsi di Laurea della Facoltà di Lettere e Filosofia, ed ha la necessità di vedere questo spettacolo per scrivere una relazione che completi un laboratorio o un esame di Storia del Teatro o affini.


Sulle prime, il nostro studente non è così entusiasta di venire a vedere lo spettacolo, e, pensando alla bevuta con i compagni di corso che ha dovuto disertare, potrebbe esibirsi in una vaga imitazione dello studente liceale.


Tuttavia, man mano che lo spettacolo va avanti egli si incuriosisce, si interessa, si appassiona. Ricorda, minuto dopo minuto, perché ha scelto l'esame di Storia del Teatro, perché ha voluto fare un determinato corso di laurea e non altri, e perché, in definitiva, andare a teatro gli piacerà sempre.


Per questo motivo egli esce dalla sala sollevato e vagamente soddisfatto, con la relazione già per metà in testa.


Ultimo indizio: ero io fino a due anni fa.






La signora elegante. 


In nove casi su dieci è accompagnata dal consorte, sul cui volto, in otto casi su dieci, è scritto il seguente pensiero: “Ho dovuto mettermi pure un abito da matrimonio, un po' di pietà, di mercoledì c'è la Champions!”


Non si siede sulle poltroncine della sala d'attesa perché sull'abito si creerebbero delle antiestetiche piegoline. I tre must della signora elegante sono il tubino (alternato ad un tailleur per non essere troppo monotona), la pelliccia (vera, altrimenti che gusto c'è) ed i tacchi (ovviamente decolleté accompagnate da calze sottili, anche in gennaio).


Non appena entra nella sala, chiede subito a qualche maschera di lasciare al guardaroba il secondo dei suoi tre must (di certo non si può tenere sulle ginocchia o dietro la schiena come un cappotto, si rovina!).


Durante l'intervallo, chiacchiera solo con signore eleganti quanto lei, e con i relativi consorti (che fingono di ascoltarle ed accendono lo smartphone in un tentativo di aggiornarsi sul risultato del primo tempo della partita).


Inutile dire che gli spettacoli che gradisce di più sono quelli nei quali i costumi sono curati in modo impeccabile.

Se c'è qualche attore vestito con abiti H&M, prende in considerazione l'idea di cambiare teatro.






Il gruppo di pensionati. 


Innanzitutto un consiglio: FUGGITE!


Questi pittoreschi personaggi, il più delle volte, sono in possesso di un abbonamento annuale, comprato in gruppo di comune accordo.

Raggiungono il teatro insieme. Allo stesso modo aspettano che si possa entrare nella sala d'ingresso ed escono commentando lo spettacolo.


La caratteristica principale di questa tipologia di spettatori è il loro irrefrenabile desiderio di condividere quest'esperienza con il primo malcapitato che si pari loro davanti, perché, ehi, non è fantastico conoscere gente nuova?


In tal senso, vi racconto la mia esperienza.

L'anno scorso stavo incautamente mangiando un trancio di pizza su una panchina di fronte ad un noto teatro di Milano. Avevo lavorato tutto il giorno, non tornavo a casa dal mattino ed aspettavo altre persone con i miei biglietti.

A breve distanza da me c'era un gruppo degli esemplari sopra descritti.

Uno di loro mi si è avvicinato ed ha detto “Buon appetito!” ed io ho ingenuamente ringraziato. Risultato: avendo appurato che avrei morso solo la pizza e nient'altro, mi si sono fatti tutti vicini, chiedendomi in coro se aspettassi qualcuno, da che parte di Milano venissi, che lavoro facessi e molto altro che al momento non ricordo.


È vero che un po' di calore umano non fa mai male, e, presi in piccole dosi, possono risultare pure simpatici. 
Tuttavia, meglio non esagerare.




Colui-che-non-deve-essere-disturbato. 


Questo esemplare è vagamente imparentato con Voldemort, l'antagonista di Harry Potter, noto anche come Colui-che-non-deve-essere-nominato. Nel momento in cui ci si trova ad avere a che fare con questa persona, infatti, si ha come l'impressione di avere una Maledizione senza Perdono che pende sulla nostra testa. 
 

Colui-che-non-deve-essere-disturbato incenerirebbe tutti: gli studenti liceali, che per lui sono più o meno delle zecche fastidiose; gli studenti universitari, perché hanno l'ingresso ridotto, e non è giusto, ed io che vengo sempre qui chi sono?; le signore eleganti, perché la pelliccia ostacola la visuale, e poi come si sono pettinate?; i pensionati, perché chiacchierano all'ingresso come se si trattasse di un bar, e questo è un posto serio!; non ultimi, i mariti delle signore eleganti, perché questi smartphone dovrebbero essere confiscati all'ingresso, e poi, nel 2016, ancora questa fissa del mercoledì di coppa?


È difficile che Colui-che-non-deve-essere-disturbato resti per tutto lo spettacolo. Il più delle volte, se ne va durante l'intervallo. Persino la rappresentazione riesce ad offenderlo. 

  



L'appassionato. 

 

Quest'ultima tipologia di persone non appartiene a nessuna categoria di quelle sopracitate, o, a volte, ha fatto parte (o fa parte sporadicamente) di una di esse.


L'appassionato è la persona alla quale piace moltissimo venire a teatro… e basta.

Non importa se all'ingresso dovrà attendere seduto di fianco a qualche curiosa signora che le chiede dove ha comprato quella borsa tanto carina. Se durante lo spettacolo verrà accecata da qualcuno che proprio non riesce a mettere via il telefono. Se all'uscita dovrà sentire i commenti sgarbati del solito criticone.


Per lui, o per lei, è semplicemente bellissimo rilassarsi sulla poltroncina e godersi, di volta in volta, una storia diversa.


L'appassionato sono io, la maggior parte delle volte, e tantissime altre persone che non vedo l'ora di conoscere (sì, anche quelle appartenenti ai gruppi di pensionati).






Che ne dite di questo breve ritratto del mondo teatrale e dei suoi fan? Vi riconoscete in qualche categoria? Vi viene in mente qualche altro interessante personaggio? Attendo vostre opinioni!




Grazie come sempre, ed al prossimo post :-)



martedì 1 marzo 2016

EROINE DI TUTTI I GIORNI

Le più simpatiche ed autentiche protagoniste dei romanzi rosa

Cari lettori,

oggi vorrei condividere con voi una riflessione che mi è capitato di fare leggendo alcuni dei miei amati romanzi rosa.



Sono rimasta un po' perplessa di fronte a «New York sexy», di Candace Bushnell, autrice del leggendario «Sex and the city»
Non fraintendetemi: adoro la scrittrice e credo che nessuno sappia descrivere come lei la giungla di Manhattan – forse solo la Weisberger può farle concorrenza – ma la protagonista di questa storia mi ha lasciato molto dubbiosa.


Janey è una ragazza che ha solo qualche anno in più di me, modella di Victoria's Secret per professione e scalatrice sociale per passione. Nel corso delle oltre trecento pagine di romanzo, la nostra eroina si divide tra pranzi – a cui partecipa in sandali e pelliccia – e cene – durante le quali si accontenta di miseri orecchini di brillanti -, fa il possibile per trovare un buon partito e l'impossibile per sposarlo ed affronta strazianti tragedie, tipo una terrificante vacanza ai Caraibi o un inevitabile scandalo da copertina.




perché questa è la vita vera, eh? Sì, come no!



Certo la lettura è scorrevole, anzi, piacevole, ma alla fine del romanzo mi è sorta spontanea una riflessione.


Il problema è che, per una Janey, ci sono mille Silvie, o Elise, o Marte, o… scegliete voi un nome. Queste ultime lavorano in modo più o meno precario per poter avere uno stipendio dignitoso; durante le sere feriali vanno in palestra/piscina se sono fortunate, ed in alternativa sbadigliano di fronte a qualche serie tv; hanno amici più incasinati di loro che non riescono mai a vedere quanto vorrebbero; infine, il complimento più recente che hanno ricevuto era contenuto in una lettera da parte di un'azienda del gas, perché hanno pagato tutte le bollette.

Come possono queste ragazze (ed io per prima) rivedersi in Janey e fare il tifo per lei?




Ecco perché ho pensato di scrivere, in questo post, a proposito di alcune protagoniste davvero indimenticabili. Ragazze e donne un po' meno modaiole ed un po' più creative, meno calcolatrici e più spontanee. Personaggi femminili che non hanno paura di farsi prendere a sberle dalla vita e, ciò nonostante, non la affrontano in modo superficiale, nemmeno nell'ambito di un romanzo rosa.


Non me ne vogliano i ragazzi/uomini che stanno leggendo per la natura “al femminile” di questo post: vi garantisco che anche voi troverete queste protagoniste molto simpatiche!






Tutto cominciò con Tiffany, di Christopher Marzi. 



 



Questo è il romanzo che ha ispirato la scrittura di questo post e che mi ha colpito fin da subito per l'originalità della figura femminile. 

Nel corso di questa delicata e surreale storia d'amore, infatti, il lettore fa la conoscenza di Faye Archer, quasi trentenne in grado di ribaltare tutti gli stereotipi sul vivere in una grande città. 

Come molte altre, ella ha lasciato il troppo provinciale Minnesota, ma, invece che infilarsi ai party più esclusivi dell'Upper East Side, ha preferito comprare un appartamento a Brooklyn, e le piace immaginare, in un certo senso, di essere ancora in campagna. 
Faye lavora in una libreria, gira in bicicletta, non ama né gli aerei né la calca della metropolitana, ha un unico telefono fisso vagamente vintage, vivrebbe di té e torta ad ogni ora del giorno e si veste sempre con vestiti a poco prezzo ed All Star, sempre multicolor e mai abbinati. 
 

L'unica Manhattan che Faye ama davvero è quella del passato: ogni tanto, infatti, le piace salire sul palcoscenico vestita come Holly Golightly – la protagonista di Colazione da Tiffany – e suonare e cantare canzoni composte da lei stessa, che richiamano ad un'altra epoca. Non è commerciale e, di conseguenza, non ha successo, ma ciò non la dissuade dal continuare a dedicarsi alla musica, che, per lei, è più di un semplice sogno di gloria.


Personalmente sono rimasta conquistata da questa protagonista… spero piacerà anche a voi!






Aspirapolvere di stelle, di Stefania Bertola. 






Dimenticate le grandi città degli Stati Uniti e le favolose carriere: questo romanzo è ambientato in Italia e le tre protagoniste, Ginevra, Arianna e Penelope, si guadagnano da vivere con il ricavato della loro originalissima agenzia di aiuto casalingo.



Ginevra, che si occupa di piante e fiori, preferisce di gran lunga piantare dei bulbi sul balcone piuttosto che ricevere rose rosse da un ammiratore.

È bella, bionda ed affascinante, ma ciò non le impedisce di sbattere la porta in faccia (e non metaforicamente) ad un violinista dalla fama di playboy che ha un debole per lei. 

 

Arianna, cuoca provetta, dovrebbe incarnare il ruolo della moglie e madre impeccabile, ma non si sente a suo agio in questo ruolo e non fa nulla per nasconderlo. Il suo desiderio – non troppo celato – di tradire il marito si fa più insistente nel momento in cui lei e le sue amiche vengono ingaggiate da uno scrittore per prendersi cura della sua enorme villa. Si sa, non c'è niente che affascini di più di un uomo sfuggente ed inafferrabile…



Penelope, infine, maestra delle pulizie, è simpaticamente ignorante, pasticciona e sulle nuvole, e si piace molto così com'è. Le prime volte che si ritrova a pulire la casa del famosissimo scrittore che l'ha assunta non sono facili per lei, dal momento che la villa ospita oggetti fragili, cimeli stravaganti ed animali esotici. Fortunatamente le verrà in aiuto un assistente, tanto razionale e silenzioso da completare perfettamente il suo carattere.



Stefania Bertola, in definitiva, delinea tre ritratti di donna molto convincenti, proprio per il loro essere “nella media” e, allo stesso tempo, per niente scontati.






La ragazza fantasma, di Sophie Kinsella.





L'autrice, famosissima, è nota soprattutto per aver creato il personaggio di Becky Bloomwood (I love shopping), giornalista finanziaria che odia la finanza, sempre in cerca di abiti griffati ed in lotta con la sua stessa banca. 

Senza nulla togliere a questo esilarante personaggio, io credo che una delle sue figure femminili più riuscite sia Lara, la protagonista de La ragazza fantasma


All'inizio del romanzo, ella redige un elenco di piccole “bugie a fin di bene” che deve ripetere ai suoi genitori, che stanno per venirla a trovare. È così che anche il lettore viene a sapere che Lara non è solo in crisi con il lavoro e con la vita sentimentale, ma è anche imbranata, del tutto disorganizzata (“No, non vivo di pizza, vodka e yogurt all'amarena!” recita una delle bugie bianche) e incredibilmente autoironica.


La storia è incentrata sul magico e struggente incontro tra la protagonista ed il fantasma di una sua prozia mai conosciuta, Sadie. Ciò che resta più impresso al lettore, però, è il contrasto tra le due donne. 
 

Sadie è una donna degli anni '20, che ha fatto una vita mondana e raffinata, e tenta – invano – di insegnar questo stile di vita a Lara. 
Quest'ultima prova a mangiare delle ostriche ma le detesta, balla in modo imbarazzante, va ad una funzione e sbaglia funerale, si fa consigliare dalla prozia il look per un appuntamento e finisce per uscire vestita come una ballerina di charleston e, quando incontra il ragazzo di cui poi s'innamorerà, colleziona una serie di figuracce.

Nonostante tutto questo – o forse proprio per questo – Lara è una delle protagoniste che mi sono rimaste più impresse.





L'altra storia di noi, di Jennifer Weiner.







Jennifer Weiner è un'autrice famosa per le sue storie romantiche, ma lontane dai cliché, e, anche questa volta, non delude i lettori.


Addie, la protagonista, non ha avuto affatto una vita da favola. Ha trascorso moltissimi anni “nei dintorni dei cento chili” e, vergognandosi di se stessa, ha deciso di nascondersi dal mondo.


Per convincersi, si è ripetuta che “in casa stava bene”, ed ha proseguito il suo lavoro di illustratrice inviando i lavori alle aziende via posta e ricevendo la spesa a casa.


Quando ha deciso di averne abbastanza, ha iniziato a praticare nuoto, a fare una dieta e ad uscire di casa. La conseguenza di questa decisione, però, è stata l'unica storia della sua vita: un incontro senza futuro con un uomo sposato e molto più vecchio di lei. 
 

Stanca e delusa da quest'ulteriore ferita, Addie ha ricominciato a condurre vita ritirata e non è per niente soddisfatta di se stessa. 

Per questo motivo si rifiuta di partecipare ad una classica rimpatriata tra compagni di liceo, soprattutto per non incontrare la sua ex-amica Val, compagna di giochi dell'adolescenza ed ora donna di successo in ogni campo, che l'ha da tempo dimenticata.


La notte successiva alla cena, però, è proprio Val a presentarsi a casa di Addie, chiedendole disperatamente aiuto in nome del loro vecchio legame.


Il romanzo esplora molti temi importanti, ma il messaggio principale, a mio avviso, è il fatto che non occorra essere belle, magre, in carriera, amate in società per essere protagoniste di una storia, così come delle proprie vite.






Mi auguro che questi “consigli per gli acquisti” vi possano essere utili!

Nel caso anche voi, nel corso di qualche lettura, vi foste imbattuti in qualche altra protagonista di questo tipo, sentitevi liberi di commentare.



Grazie mille per le visualizzazioni, i vari like sui social e le vostre opinioni, sempre preziose.

A presto ed al prossimo post :-)

sabato 13 febbraio 2016

SETTE MERAVIGLIE DA ESPLORARE CON ALFONS MUCHA



Dopo il grande Leonardo, le vestigia di Pompei ed i tesori dell'arte di Budapest, continua il mio immaginario viaggio nella storia dell'arte, sempre grazie ad una mostra in esposizione a Palazzo Reale, a Milano.



Questa volta il protagonista è molto più vicino alla contemporaneità ed è uno dei protagonisti più noti dell'Art Nouveau.


Sto parlando di Alfons Mucha, artista conosciuto nel mondo per il suo amore per i ritratti femminili, spesso relegati a protagonisti di cartoline e segnalibri.


Proprio per questo motivo è facile cadere nell'errore di pensare che Alfons Mucha sia un artista “di settore”, specializzato in un'unica tipologia di composizione artistica.


Lo scopo della mia recensione è invece quello di dimostrare che, al contrario, tali litografie, se osservate e studiate con attenzione, possono condurre, di volta in volta, alla scoperta di un nuovo mondo, che l'autore ritrae con precisione e meraviglia.

Ecco a voi, dunque, i sette preziosi tesori che vale assolutamente la pena di scoprire.






La pubblicità. 
 


Alfons Mucha ha collaborato, nel corso dei primi anni del '900, con diverse aziende nascenti, alcune delle quali tuttora in vita.


Impossibile non restare colpiti di fronte alla grandissima litografia della prima sala della mostra, dedicata alla Nestlé e decorata con i simboli più importanti della storia della Gran Bretagna (i monumenti, le navi e le industrie).


Mucha ha creato manifesti per biscotti, liquori, birre e molti altri generi di prodotti. Osservarli, per il visitatore, significa rendersi conto che, nei primi decenni del XX secolo, quello che oggi è spesso solo marketing era invece una vera e propria forma d'arte, composta con un'attenzione per i colori e per le forme che rendeva unica ogni singola réclame.


Le opere più notevoli, a mio parere, sono le due appartenenti ad una pubblicità di sigarette. In esse, infatti, una donna seminuda si ritrova avvolta sia dalle spirali del fumo che dalle onde dei suoi capelli, in modo tale che i due elementi quasi si confondano, creando un effetto ipnotico.






La letteratura.  


Avendo seguito tempo fa un paio di corsi sulla letteratura francese, non ho potuto fare a meno di essere molto contenta nel ritrovare, in ben due versioni differenti, una litografia che ritrae la famosissima protagonista del romanzo (poi dramma) “La signora delle camelie”, antenato francese della Traviata di Verdi.


Le due versioni hanno molto in comune, a partire dai capelli raccolti e scuri della donna, passando per il lungo abito, fino ad arrivare allo sguardo sfuggente e rivolto ad est.


Il particolare che più mi ha colpito, però, sono proprio le camelie ritratte in fondo ad entrambi i dipinti. Innanzitutto, esse sono rigorosamente bianche, e si sa bene che, nel libro, esse possono essere anche rosse, in alcune occasioni. Non è necessario ribadire che il bianco è il colore dell'innocenza e che, dunque, si comprende bene quale potesse essere il giudizio di Mucha sulla protagonista.

Inoltre, esse emergono quasi con prepotenza dallo sfondo dei dipinti, ma restano comunque nella parte più bassa della composizione: allo stesso modo, l'attività di cortigiana della protagonista (simboleggiata dai fiori) consuma tutta la sua vita, ma non definisce in alcun modo la complessità della sua persona.






Il teatro. 


Non si può parlare di manifesti letterari senza riferirsi ad un altro grande amore di Alfons Mucha: la drammaturgia.
 

Come nel caso de “La signora delle camelie”, anche qui c'è una grande protagonista: la celeberrima attrice francese Sarah Bernahrdt. Ella viene ritratta, infatti, per intero ed a mezzo busto, in abiti comici e drammatici.

In contrasto con il variegato panorama delle donne ritratte dall'artista, ci si ritrova davanti, nel caso del filone “teatro”, ad una vera e propria musa. 
 

Difficile scegliere, questa volta, un'opera oggettivamente emblematica tra quelle della serie. Molto più semplice, invece, restare colpiti in modo soggettivo da una di queste litografie, che, pur avendo la medesima protagonista, sono estremamente varie.


Personalmente, ricordo con piacere la versione di Medea, un ritratto crudo, fatto con colori intensi e luci forti. Il tramonto che è al di là delle spalle di Sarah richiama il rosso del sangue sul pugnale della donna, ed i figli uccisi che giacciono ai suoi piedi sembrano quasi fuoriuscire dalla composizione, costringendo l'osservatore a pensare alla tragicità del momento.






Le pietre preziose.  




Una serie di quattro donne, l'una affiancata all'altra, presenta un tema solo in apparenza semplice: il legame tra la figura femminile ed il minerale che si è scelto di indossare come gioiello.

Se l'intento appare essere quello di abbinare ogni pietra ad una scelta artistica e cromatica differente, quello che Mucha presenta è molto di più: si tratta, infatti, di un quadruplo ritratto sociale.


La pietra più modesta delle quattro rappresentate, infatti, è il topazio, e l'artista ritrae, in questo quadro, una donna che mostra in tutto e per tutto le sue umili origini: gli occhi grandi ed incuriositi, l'abito semplice, la posizione che suggerisce quasi un allontanamento lo dimostrano.


La seconda pietra è l'ametista, simbolo delle donne della classe media: la ragazza che la simboleggia si sistema da sola i capelli e guarda l'osservatore con schiettezza ma senza malizia.


Completamente diverso è lo smeraldo, pietra di una pericolosa femme fatale che, pur essendo già benestante, ambisce alla classe sociale più alta, e non esita a ricorrere a trabocchetti (ai quali si allude con la vipera sulla testa).


Il rubino, infine, è il protagonista di un vero ritratto di nobiltà: sicurezza, sfarzo ed eleganza sono le caratteristiche principali della quarta ed ultima donna.





I fiori.  


Un grande amore di Mucha sono le composizioni floreali, anche e soprattutto sul corpo delle donne. 
 

Impossibile non fare caso alla quantità di fiori che decorano ogni rappresentazione che l'artista ha fatto alla Primavera personificata, ogni volta tentando di raggiungere il maestro Botticelli e finendo per interpretarlo in modo del tutto nuovo.


Il legame tra fiori e figura femminile non è influenzato soltanto dalla storia dell'arte, ma anche dalla letteratura.

Il giglio, per esempio, noto simbolo di purezza, circonda una giovane ragazza dall'aspetto innocente.

Al contrario, la rosa rossa, sulla falsariga di una poesia di William Blake, è la cornice perfetta per un'altra femme fatale, che sembra quasi affrontare l'osservatore con il suo sguardo deciso.





Il tempo.  




Si potrebbe dire moltissimo sulla passione di Mucha per la rappresentazione sullo scorrere del tempo. Egli ha rappresentato i mesi dell'anno, i giorni della settimana, le stagioni personificate ed un intero calendario.


L'opera che però mi ha più colpito si intitola “Le stagioni della vita”, ed è divisa in quattro parti, ognuna delle quali rappresenta una figura umana ed una stagione personificata.


Nel primo quadro, al mattino, la Primavera conduce un bimbo verso i primi passi.


Nel secondo, a mezzogiorno, l'Estate ascolta le pene d'amore di un giovane.

Nel terzo, nel pomeriggio, l'Autunno pone una corona, simbolo di saggezza, sul capo di un uomo.


Nell'ultimo, infine, al crepuscolo, l'Inverno scalda le mani di un vecchio.


Che cosa rende, a mio parere, quest'opera così unica e particolare? Il fatto che, incredibilmente, una volta tanto, non c'è la paura del tempo che fugge.

Al contrario, per Mucha, le stagioni della vita non ci inseguono inesorabili, ma ci accolgono, ci aiutano e ci portano conforto.





L'arredamento.  


Nel corso della mostra, le opere di Mucha sono accompagnate da mobilia d'epoca, piatti e vasi decorati da artisti di quel tempo e persino dalla ricostruzione di uno splendido salottino. 
 

L'allestimento della mostra dunque fa sì che il visitatore abbia davvero l'impressione di aver fatto un salto indietro nel tempo di un secolo, e che abbia sempre più voglia di perdersi nel mondo dell'Art Nouveau, il cui fascino è davvero indiscutibile.






La mostra rimarrà a Palazzo Reale fino al 20 marzo! 
 

Spero di essere riuscita a trasmettere l'entusiasmo che ho provato visitando questa esposizione, e mi auguro anche di essere riuscita a convincere qualcuno di voi.


Se siete già andati, quali sono state le vostre impressioni? Fatemi sapere!




Un grazie infinito, come sempre, a chi legge.


Al prossimo post! :-)

lunedì 1 febbraio 2016

UN TOUR PER LIBRERIE ED ENOTECHE

Quando il mondo dei libri incontra quello del vino



Durante le mie recenti incursioni in biblioteca, mi sono resa conto di essere attratta da una particolare tipologia di romanzo. 
 

Negli ultimi tempi, infatti, ho letto molte storie che trattavano il tema del vino, sempre così particolare ed affascinante, e non solo per noi italiani che abbiamo una fiorente tradizione.


Probabilmente questa serie di letture mi è stata ispirata dalla gita che ho fatto, in Ottobre, presso le cantine del Monferrato.

In quell'occasione ho avuto modo di scoprire un mondo a me quasi sconosciuto, caratterizzato da una grande precisione, dall'attenzione a molti aspetti scientifici ed anche, spesso, da un giro d'affari fenomenale.


Ecco quali sono, secondo me, i romanzi che ci possono introdurre a questo mondo!




- Quando scoprire il vino significa tornare alle origini.

A noi donne piace il rosso”, di Daniela Farnese.



Questo romanzo narra la storia di Ambra, una giovane italo-americana che vive a New York e lavora nel campo della pubblicità.

Ambra ha molte caratteristiche delle classiche “eroine metropolitane” dei romanzi rosa (la fretta, l'attaccamento al lavoro, le nevrosi per restare in linea, una relazione complicata), ma, grazie anche all'appoggio del padre, possiede anche una spiccata sensibilità.


Per questo motivo, avuta la notizia della morte di un nonno italiano, del quale non ricordava l'esistenza, decide di tornare in Italia, nella vecchia casa di famiglia in Veneto. 
Lì, con l'aiuto di Beatrice, una donna responsabile della tenuta, ella inizia ad imparare l'arte della vinificazione, scoprendo un mestiere sconosciuto e per il quale si sente immediatamente portata. 
 

Per ogni vendemmia alla quale prende parte, Ambra scopre qualcosa sulla sua famiglia, sui nonni che credeva perduti e sulle altre persone che si occupano della tenuta.



I messaggi più importanti che trasmette questo romanzo, secondo il mio parere, sono due.

Il primo riguarda l'importanza di riscoprire le proprie radici, specie nei momenti di difficoltà, perché potremmo renderci conto di essere diventate persone del tutto diverse da quelle che intendevamo essere e di aver perso di vista gli obiettivi più importanti.

Il secondo, invece, riguarda proprio il vino: il romanzo fa capire chiaramente che non basta essere rimasti conquistati da film come “Un'ottima annata” o “French Kiss” per mettersi a fare vendemmie, ma ci vogliono anni di studio, uniti a preparazione e prontezza. Chi vuole cimentarsi?




- Quando il vino può essere un ottimo anti-crisi.

Tutta colpa del tacco 12, di Amy Silver


Cassie Cavanagh vive vicino alla City londinese, ha un impiego qualunque come segretaria, scelto solo in base allo stipendio ed alle gratifiche, ed è fidanzata con un Dan, un ragazzo che, a parte la bellezza ed i soldi, non ha proprio nulla da offrire.

Nel giro di una settimana, però, la crisi economica le porta via il lavoro ed il “fidanzato perfetto” sparisce prevedibilmente nel nulla.


La prima reazione di Cassie è quella di buttarsi nello shopping sfrenato (Becky Bloomwood docet), ma, dopo qualche settimana di borse Chanel, guanti a 500 euro e costosi prodotti di bellezza, si rende conto di essere circondata solo da inutili beni materiali.

Ci vorranno la pazienza della sua coinquilina buona ed idealista, la spinta della sua famiglia vecchio stile e le disgrazie capitate alla sua cinica migliore amica perché Cassie inizi lentamente ad imparare una nuova filosofia di vita.



La nostra protagonista, dunque, si mette alla ricerca di un lavoro che possa davvero interessarla, e si ritrova in un'azienda che produce vini. 
Lì ella prende coscienza delle proprie potenzialità: rimoderna l'ufficio, diventa una preziosa consulente per i suoi capi (che si rivelano essere più agli inizi di lei) e comincia a conoscere persone che hanno interessi diversi dal semplice ed unico accumulo di denaro.


Tutta colpa del tacco 12 è un romanzo solo apparentemente leggero. Esso indaga un tema sempre più attuale: il rischio di vivere per shopping, begli oggetti, estetica, feste ed eventi e di confondere quello che sono -cioè dei passatempi, anche se piacevoli – per l'essenza della vita.


Inoltre, esso suggerisce che ciò per cui siamo veramente portati può celarsi in qualunque dettaglio. In fondo, all'inizio del romanzo, Cassie non avrebbe mai sospettato che i bicchieri di vino che degustava davanti alla tv o al computer fossero tanto importanti.





- Quando il vino è il simbolo di un sogno da inseguire.

La vigna di Angelica”, di Sveva Casati Modignani



Angelica è l'ultima figlia di un produttore di vini e l'erede di un impero. 
Rispetto ai fratelli, che, crescendo, scelgono altre strade, lei è l'unica che prova un sincero interesse per l'azienda e che, una volta diventata adulta, se ne occupa concretamente.

È una donna forte e ribelle, con un'adolescenza difficile alle spalle, ed il suo coraggio e la sua passione sono i suoi punti di forza anche nel lavoro.


Queste sue caratteristiche, però, non rendono sempre facile la sua vita privata: con il marito Raffaello ci sono numerose difficoltà e la figlia Elisabetta è ancora adolescente e desidererebbe più comprensione da parte sua.


È per caso – anzi, è a causa di una tragedia sfiorata – che conosce Tancredi, chef stellato di origini siciliane, uomo misterioso ed introverso. Il suo carattere ombroso si trova subito in armonia con la solare energia di Angelica e tra i due nasce quella che potrebbe essere una nuova relazione.


Oltre a loro due, il lettore conosce Raffaello, giornalista insicuro ed in cerca di una ripartenza nel lavoro e nella vita, Elisabetta, quattordicenne entusiasta come la madre ed a tratti timorosa come il padre, Andrea, lo sfortunato primo amore di Angelica, William, uno smaliziato produttore di vini americano, e molti altri personaggi.



Il protagonista silenzioso di tutte queste vicende è il vino, simbolo di una storia familiare, quella dei Brugliani, che assume quasi le dimensioni di una saga.

Lo stesso sentimento che prova Angelica per Tancredi è unito all'intenzione, non del tutto espressa, di coniugare le arti di entrambi (il cibo ed il vino).

La produzione di un nuovo vino, in questo contesto, è molto più di un obiettivo realizzato, ma assume i contorni di un sogno diventato realtà.
Il lettore stesso avverte il desiderio di sedersi insieme ad Angelica in cima alla collina della Vigna dell'Angelo, luogo di nascita di uno dei bianchi frizzanti prediletti della protagonista, e di progettare insieme a lei la prossima avventura.







Spero che questa piccola “top 3” vi abbia interessato, o, almeno, incuriosito. 
 

Fatemi sapere, se vi va, quali altri libri conoscete a tema “vino” e se vi sono piaciuti.
 Grazie a chi ha letto la mia recensione fin qua (ed anche a chi ne ha letto solo un pezzetto).


A presto! :-)