Ambientazioni mediterranee
Cari lettori,
a sorpresa, oggi ci occupiamo nuovamente del nostro “Angolo della poesia” e di Ossi di seppia!
So che anche lunedì abbiamo letto alcune di queste poesie, quindi di certo non vi aspettavate una piccola replica. In realtà si tratta di motivi logistici.
In questi giorni di giugno ho iniziato a preparare la bozza dei post che concluderanno il progetto, in estate e poi negli ultimi mesi dell’anno. Mi sono ricordata però che l’ultima sezione della raccolta contiene alcuni poemetti piuttosto lunghi, quindi non mi è possibile dividere in undici post il progetto (uno per ogni mese dell’anno tranne agosto, quando il blog farà pausa). Ho pensato a una divisione in dodici post… raddoppiando nel corso di questa settimana!
Le poesie che leggiamo oggi rimandano all’ambientazione mediterranea. Le ultime due appartengono proprio ad una sezione dell’opera che si intitola Mediterraneo; gli altri tre, in qualche modo, parlano di barche, di fauna locale, di muretti essiccati al sole.
Vediamole meglio insieme!
Sezione “Ossi di seppia”
Arremba su la strinata proda
Questo breve componimento si concentra sulla differenza tra il mondo reale, degli adulti, e quello magico e sospeso dell’infanzia.
Persino nel momento in cui arriva una tempesta – forse più metaforica che reale – la barca di cartone o addirittura di panna del “fanciullo padrone” è l’unica che resiste. Il lavoro di tanti uomini può sparire in un soffio, per un capriccio del fato.
Ma la fantasia dei bambini è in grado di “restituire”, anche se in un modo tutto suo, ciò che è andato perduto, o addirittura non esiste.
Arremba su la strinata proda
le navi di cartone, e dormi,
fanciulletto padrone: che non oda
tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.
Nel chiuso dell’ortino svolacchia il gufo
e i fumacchi dei tetti sono pesi.
L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi
giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.
Viene lo spacco; forse senza strepito.
Chi ha edificato sente la sua condanna.
È l’ora che si salva solo la barca in panna.
Amarra la tua flotta tra le siepi.
Upupa
Il poeta, con tono ironico e affettuoso, difende l’upupa, uccello considerato del malaugurio. Si tratta di una critica alla superstizione, forma di ignoranza tra le più diffuse. Per il poeta si tratta di un uccello persino di bell’aspetto, e non posso che concordare!
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.
Sul muro grafito
Come diceva un altro poeta, “Di giorno, che lampi! Che scoppi!”
Ma non c’è pace la sera. Solo un senso di desolazione, l’impressione che il meglio sia ormai alle spalle. Nel futuro che il poeta si immagina,
ci sono soltanto barche ferme.
Sul muro grafito
che adombra i sedili rari
l’arco del cielo appare
finito.
Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo; - in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.
Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e l’usata strada.
Nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.
Sezione “Mediterraneo”
A vortice s’abbatte
In questa sezione Montale rende omaggio al mare. In questo primo “movimento” egli ascolta i rumori delle onde e del paesaggio circostante.
Ci troviamo in una delle zone brulle tipicamente liguri tanto care al poeta, attraversate soltanto da lui e da due uccelli (due ghiandaie) che sembrano essere la sua unica compagnia.
A vortice s’abbatte
sul mio capo reclinato
un suono d’agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque
che s’ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
Antico, sono ubriacato dalla voce
In questa poesia l’autore si rivolge direttamente al mare, dicendo di essere affascinato dalla sua voce al punto da sentirsi quasi ubriacato.
Oggi come allora, il mare è stato un compagno fedele nella vita di Montale, un’entità enorme che lo fa sentire piccolo, ma che lo purifica come in una catarsi e lo spinge ad essere migliore.
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
Per questo mese abbiamo finito davvero!
Fatemi sapere che cosa ne pensate di queste poesie, quale preferite e perché.
Grazie per la lettura, al prossimo post :-)
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