lunedì 22 giugno 2026

ALLA SCOPERTA DI "OSSI DI SEPPIA" #6

 Resistere nonostante il dolore




Cari lettori,

benvenuti all’appuntamento di giugno con “L’angolo della poesia” e la rilettura di Ossi di seppia di Eugenio Montale!


L’estate è ufficialmente iniziata, ma per leggere poesie che rimandino a paesaggi estivi vi consiglio di andare al post del mese scorso, a questo link.


Oggi invece ci occupiamo di dolori pubblici e privati, dalla guerra ai ricordi, dal senso di vuoto al sostegno agli amici in difficoltà. Nonostante tutto, la vita rinasce, e una piccola speranza non muore mai.


Tra i componimenti che leggiamo oggi ce ne sono due (il primo e l’ultimo) che mi piacciono particolarmente!



Sezione “Ossi di seppia”


Forse un mattino andando in un’aria di vetro


Questa nota poesia fa parte di quelle che avevo studiato ai tempi della scuola: ricordo che la mia insegnante l’aveva definita una “epifania triste”.

Il protagonista e voce narrante cammina in una mattina d’estate,

quando l’aria è così limpida e densa allo stesso tempo da sembrare fatta di vetro.

Egli ha una lunga lista di cose da fare per la giornata, una vita piena da vivere: eppure, voltandosi, vede il nulla. E per un attimo tutto gli sembra inutile.

È solo un momento: la realtà ritorna subito quella di prima. Ma egli ormai non riesce più a dimenticare quello che ha compreso, e se ne va via, “come chi deve”, sapendo però che il senso di inutilità che a volte lo accompagna

poggia su solide basi…


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.


Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.



Valmorbia, discorrevano il tuo fondo


Una poesia composta nel 1924, un canto di montagna e di guerra.

Eugenio Montale si era arruolato volontario, per poi assistere, come il suo collega Ungaretti, agli orrori della Prima Guerra Mondiale, definiti “oblio del mondo”. Nei pressi del Leno gli Italiani e gli Austriaci si erano affrontati. Montale affermerà di avere ricordi confusi di quel terribile periodo, forse per il trauma, forse perché non desiderava raccontare quel che aveva visto. Nei suoi pensieri, Valmorbia resterà sempre il luogo di un incubo ad occhi aperti, una terra dove “non annotta” perché non c’è pace, e dunque nemmeno riposo.


Valmorbia, discorrevano il tuo fondo

fioriti nuvoli di piante agli àsoli.

Nasceva in noi, volti dal cieco caso,

oblio del mondo.


Tacevano gli spari, nel grembo solitario

non dava suono che il Leno roco.

Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco

lacrimava nell’aria.


Le notti chiare erano tutte un’alba

e portavano volpi alla mia grotta.

Valmorbia, un nome – e ora nella scialba

memoria, terra dove non annotta.



Tentava la vostra mano la tastiera


Questa poesia è dedicata ad una donna di nome Paola Nicoli. 

Ella viene descritta nell’atto di imparare a suonare il pianoforte, con modesti risultati.

La natura sembra intenerirsi di fronte alla tenacia e all’impegno della donna:

il mare si fa sentire, le farfalle danzano, i rami si scrollano al sole.

È così che la difficoltà al pianoforte della donna diventa una sorta di segreto intimo che ella condivide con il poeta.


Tentava la vostra mano la tastiera,

i vostri occhi leggevano sul foglio

gl’impossibili segni; e franto era

ogni accordo come una voce di cordoglio.


Compresi che tutto, intorno, s’inteneriva

in vedervi inceppata inerme ignara

del linguaggio più vostro: ne bruiva

oltre i vetri socchiusi la marina chiara.


Passò nel riquadro azzurro una fugace danza

di farfalle; una fronda si scrollò nel sole.

Nessuna cosa prossima trovava le sue parole,

ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza.



La farandola dei fanciulli sul greto


Torniamo ad immergerci nei paesaggi estivi aridi e brulli

che tanto sono cari al poeta. Per un qualunque passante in età adulta un simile caldo e una tale desolazione sono un supplizio che fa dimenticare pure come ci si chiama.

Ma per i fanciulli sul greto del fiume è solo estate, allegria, libertà.

La giovane vita rinasce nonostante tutto.


La farandola dei fanciulli sul greto

era la vita che scoppia dall’arsura.

Cresceva tra rare canne e uno sterpeto

il cespo umano nell’aria pura.


Il passante sentiva come un supplizio

il suo distacco dalle antiche radici.

Nell’età d’oro florida sulle sponde felici

anche un nome, una veste, erano un vizio.



Debole sistro al vento


Questa breve poesia è incentrata sul medesimo tema di “Forse un mattino...”:

il senso di vuoto che spesso accompagna l’esistenza.

Persino qualcosa di bello e prezioso come la musica,

un’arte che esiste solo nel momento in cui la si esegue,

si riduce ad un antico strumento che oscilla nel vento, senza che nessuno lo ascolti o lo consideri più di un rumore di sottofondo.

È anche un simbolo di fragilità: il mondo in cui viviamo “si regge appena”.


Debole sistro al vento

d’una persa cicala,

toccato appena e spento

nel torpore ch’esala.


Dirama dal profondo

in noi la vena

segreta: il nostro mondo

si regge appena.


Se tu l’accenni, all’aria

bigia treman corrotte

le vestigia

che il vuoto non ringhiotte.


Il gesto indi s’annulla,

tace ogni voce,

discende alla sua foce

la vita brulla.



Cigola la carrucola del pozzo


Uno dei miei componimenti preferiti di Montale: si parla di memoria, e del fatto che un ricordo non resti sempre uguale a se stesso. La memoria cambia nel tempo, si modifica a seconda di quello che abbiamo vissuto nel frattempo, e spesso si insinua la sensazione che quel ricordo ormai appartenga “ad un altro”, una versione più giovane di noi stessi che non ritroveremo più, perché è rimasta nel passato insieme alle sue memorie.

E poi, così com’è arrivato, il ricordo svanisce, inghiottito dai mille pensieri e dalle migliaia di incombenze della quotidianità.

Il simbolo del “pozzo della memoria” è stato utilizzato anche nella tetralogia de L’amica geniale.


Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.




Per stavolta ci fermiamo qui!

Già giovedì (per motivi logistici e di lunghezza dei post) e poi in luglio leggeremo ancora qualche poesia, poi riprenderemo in settembre, dopo la pausa estiva del blog. 

Fatemi sapere se conoscevate già questi componimenti, se ne avete studiato qualcuno a scuola, quale vi ha colpito di più.

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


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