giovedì 18 luglio 2024

LETTURE... SUL LAGO

 Due romanzi di Andrea Vitali e Rosa Teruzzi



Cari lettori,

per la nostra rubrica “Letture… a tema”, oggi, nel pieno mood vacanziero di luglio, facciamo un giretto sul lago!


Si tratta di una meta prediletta dei milanesi e dintorni come me per weekend, gite fuori porta e ponti. Come sapete, io frequento molto di più la rotta marittima e non sempre mi capita di andare, ma l’anno scorso ho fatto un giretto a Bellano, paese natio di uno dei due autori protagonisti di oggi, e la ricordo proprio come una bella giornata :-)


Oggi vi presento, per l’appunto, uno degli ultimi romanzi di Andrea Vitali, che come sempre racconta la sua Bellano di ieri e di oggi, e l’ultimissima disavventura della fiorista-detective Libera, nata dalla penna di Rosa Teruzzi, una protagonista che si divide tra l’amatissima Milano e Colico, il paese d’infanzia situato proprio sul lago.


Sono due romanzi che permettono un po’ di evasione ai lombardi – ma non solo – che sono ancora in città, e sono in formato abbastanza tascabile, quindi portabili per i vostri prossimi viaggi di luglio ed agosto!



Sua Eccellenza perde un pezzo, di Andrea Vitali


Bellano, anni ‘30. La città è, come tutta Italia, alle dipendenze del partito fascista, ma gli echi di guerra sono ben lontani. 

C’è, in particolare, un angolo bellanese dove si lavora in silenzio e nient’altro. Si tratta della panetteria gestita dai fratelli Venerando e Gualtiero Scaccola, tirati su con estrema severità dal padre ormai defunto, che portano avanti ogni giorno il loro lavoro con un’etica invidiabile. Se Venerando, però, sembra non avere problemi con questo stile di vita, Gualtiero inizia a porsi delle domande. Così, quando arriva una strana lettera da parte del sindacato dei panettieri a proposito di una gita da organizzare, egli si propone di fare una passeggiata fino in Comune per chiarire che sì, lui ed il fratello sono iscritti al partito, ma solo perché, per poter continuare a lavorare, non c’è altra scelta.


La passeggiata di Gualtiero ha due conseguenze. La prima è che l’uomo, che da anni non faceva che suddividersi tra casa al piano di sopra e bottega a quello di sotto, si ricorda che esiste un mondo fuori e finisce per fare la conoscenza di una simpatica cameriera, ragazza madre in difficoltà. La seconda è una sorta di effetto domino in Comune.


L’idea del sindacato dei panettieri di fare una gita a Bellano – gita che avrebbe dovuto venire organizzata dai fratelli Scaccola – diventa ben presto un affare municipale. Sindaco, giunta, messo comunale, in sinergia con i segretari di sezione del partito, vedono in questa giornata la possibilità concreta di riparare agli errori del passato. Già, perché ultimamente Bellano, tra tori senza corna di nome Benito che suscitano il terrore scappando dal recinto, equivoci generati da un imbranato portalettere, cerimonie per l’Epifania trasformatesi in momenti da cabaret e segretari di sezione mandati via a calci, non ha proprio dato lustro al partito.


Così i potenti del paese mobilitano tutti, dai negozianti agli insegnanti, per far sì che la gita dei panettieri con le loro signore sia indimenticabile. Addirittura si pensa di coinvolgere il Federale di Como, in modo da riabilitare definitivamente la fama di Bellano.


Per organizzare al meglio la sicurezza di un simile evento, viene coinvolta la locale caserma. Il maresciallo Maccadò e i suoi uomini, che tante – e stravaganti – ne hanno viste in questi ultimi anni bellanesi, sono così costretti a farsi carico anche di questa incombenza. Tra l’altro, ultimamente il maresciallo è preoccupato per il comportamento del carabiniere Beola, il più giovane ed inesperto di loro, che sembra avere una condotta poco conveniente con una signorina. Come già successo altre volte, al nostro protagonista toccherà risolvere sia l’inghippo pubblico che quello privato.



So di averlo già detto più di una volta, ma con Andrea Vitali è proprio il caso di dimenticare l’idea di romanzo storico come manierato, fatto di grandi gesti ed emozioni, un po’ polveroso. 


I personaggi della Bellano di cent’anni fa sono più che mai vivi e ci somigliano moltissimo: i commercianti che pensano al loro tran tran e non vogliono essere coinvolti in iniziative che non competono loro, le lungaggini burocratiche della pubblica amministrazione, i pettegolezzi che come in un telefono senza fili si amplificano e si distorcono, i personaggi che combinano un guaio dietro l’altro e poi vanno a riderne al bar, gli esponenti delle forze dell’ordine che la sera vorrebbero proprio stare a casa con le famiglie e vengono costretti ad uscire per la rogna – magari un po’ insignificante – di turno…


La sua commedia corale degli equivoci con qualche sfumatura di giallo è un genere ormai per lui consolidato e molto amato dai suoi lettori, ma in qualche modo egli riesce sempre a trovare un nuovo stratagemma, un nuovo assurdo sotterfugio che causa, come in un inevitabile effetto domino, tanti guai ai personaggi dei suoi romanzi.


Tra l’altro, egli non si è mai dichiarato politicamente impegnato – e io ho assistito a più di una presentazione, è difficile che si vada a parlare di temi caldi d’attualità o affini – ma devo dire che pochi autori riescono a mettere alla berlina il periodo del ventennio fascista come fa lui. Nei suoi romanzi i segretari di sezione fanno sempre delle fini imbarazzanti: niente di violento, solo dimissioni forzate dopo essersi messi in ridicolo davanti alla loro stessa comunità. L’impressione è che l’autore sia intimamente convinto che Bellano sia sempre stata antifascista, anche se con modalità inconsuete ed a volte del tutto involontarie.


Stavolta, per esempio, una massima autorità fascista, una personalità che chiunque conti a Bellano attende con impazienza, è in realtà più preoccupato dei capricci della moglie, della sua paura nel viaggiare e di far sistemare la sua dentiera vecchio stampo.


I “giallognoli” del commissario Maccadò e della sua squadra – come li definisce l’autore stesso – sono una garanzia per passare qualche ora di divertimento, leggero ma non superficiale. È un appuntamento a cui periodicamente torno volentieri!



La ballata dei padri infedeli, di Rosa Teruzzi


La fredda e piovosa estate del 2014 ha lasciato il posto ad un autunno certamente non caldo. Per Libera, però, c’è stato comunque il tempo per una vacanza.


È appena tornata dal suo soggiorno all’Isola d’Elba con Gabriele, il suo amore di sempre. La nascita della loro storia è stata osteggiata dal fatto che egli è stato il migliore amico del marito di Libera, ormai defunto da tempo, e che è tuttora il capo della figlia, Vittoria. Nonostante tanti impedimenti passati e presenti – Gabriele aspetta un figlio da una giovane collega con cui ha avuto una relazione – i due hanno deciso comunque di vivere il loro amore alla luce del sole e Libera si sente finalmente felice.


Ci sono, però, dei dubbi che la logorano. Innanzitutto, la corte del suo amico chef Furio non ha smesso di essere serrata: poco prima della partenza, ella si è vista recapitare un mazzo di rose rosse con la scritta Proviamoci!. Più diretto di così non avrebbe potuto essere…


Poi, Gabriele, commissario di polizia, è d’accordo con Vittoria nel pensare che Libera e la madre Iole non dovrebbero ficcare il naso in faccende investigative che non sono di loro competenza. La protagonista, però, ha visto la sua vita cambiare in pochi mesi: ha scoperto la verità sulla morte misteriosa della nonna Ribella, ha finalmente trovato gli assassini del marito, ha scoperto l’amicizia della giornalista Irene e del suo burbero capo, detto “Cagnaccio”… e fatica a rinunciare a tutto questo.


Iole, dal canto suo, è stranamente meno svagata del solito ed ultimamente sta indagando per delle motivazioni personali. È tornato in città da tempo Diego Capistrano, un suo vecchio amore, che potrebbe essere il padre di Libera. Il problema è che l’uomo si è reso protagonista di alcune rapine “alla Robin Hood” nei confronti di alcuni usurai, e trovarlo è come cercare di afferrare la nebbia.


A sorpresa, però, è proprio Capistrano a richiedere l’aiuto delle due “Miss Marple del Giambellino”, come vengono ormai soprannominate Libera e Iole. 


Nel palazzo di Milano dov’è nato e cresciuto c’è un suo “protetto”, un ragazzo adolescente molto sveglio ed in gamba, ma con una difficile situazione familiare. Il padre di origini nordafricane, Hamma, è scomparso nel nulla dopo essere entrato in un brutto giro di spaccio, ed alcuni indizi – comprese delle strisce di sangue nel luogo dov’è scomparso – farebbero pensare ad un omicidio. Non tutto, però, è come sembra.


Questa volta Libera e Iole devono agire con i piedi di piombo: non sono più di fronte a spose scappate dal marito, segreti di famiglia, poveracci che rubano per vendicarsi degli strozzini. Tutte cose con un’indubbia percentuale di rischio, ma meno difficili da gestire. In questo caso il pericolo è quello di pestare i piedi alla malavita vera e propria, ed il tutto per aiutare una persona che ha già precedenti penali e che potrebbe essere un loro stretto parente… oppure no. Insomma, è qualcosa che Gabriele vedrebbe come il fumo negli occhi, e forse per questo Libera è doppiamente prudente.


Come sempre, la casa sul lago a Colico, le passeggiate con la cagnolona Idra, le corse all’alba sul Naviglio si rivelano la chiave per schiarirsi le idee… ed avere illuminazioni impreviste e risolutive.



Esattamente come la serie di Vitali, anche quella di Rosa Teruzzi è per me un appuntamento fisso… e poi mi diverto a commentarla con la mia amica Francy, l’autrice del blog L’angolo di Ariel (se andate sul suo blog troverete di sicuro le sue recensioni a tutti i romanzi della serie, compreso questo).


Il mix di giallo e di romance, di amore per Milano ed evasione in mezzo alla natura, di risate e momenti più intensi è quello che ci ha conquistate di questa serie.


Sicuramente entrambe facciamo il tifo per lo chef Furio ed abbiamo la sgradevole sensazione che Gabriele nasconda qualcosa, ma a giudicare da questo romanzo, secondo me, le cose andranno ancora per le lunghe… Libera è stata innamorata del commissario troppo a lungo perché si dimentichi così in fretta di lui per un altro, anche se è un “altro” molto innamorato, simpatico, estroverso, che cucina per lei, la porta a ballare, manda rose rosse ed ha un fantastico cagnolone (no, non sono assolutamente di parte, come potete anche solo pensarlo?).


Con l’indagine questa volta si alza un po’ il tiro: come vedrete, Libera e le altre due donne della sua famiglia tireranno la corda fin troppo!


Un paio di colpi di scena alla fine del romanzo fanno intuire che la storia delle donne del Giambellino non si conclude certo qui! Che dire, questa è una nuova uscita di fine aprile… aspetteremo l’anno prossimo per sapere in quale altra avventura si cimenteranno!




Questo è il nostro “giro sul lago” di oggi… spero proprio che vi sia piaciuto!

Conoscete queste serie? Le avete lette? Che cosa ne pensate?

Fatemi un po’ sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 15 luglio 2024

IL SERVITORE DI DUE PADRONI

 Recensioni classiche 2024




Cari lettori,

riprendiamo il nostro filone di “recensioni classiche” ogni bimestre!

Facendo un breve riepilogo, per gennaio/febbraio e per maggio/giugno vi ho presentato più di un’opera di Federigo Tozzi, autore che ho scoperto con un certo ritardo rispetto ai miei studi umanistici, e per il bimestre marzo/aprile vi ho proposto i racconti di Matilde Serao, altra autrice che vorrei approfondire.


Per il bimestre luglio/agosto non vi nego che sono stata un po’ indecisa. La programmazione estiva del blog e la necessità di fare tutto entro la solita pausa di agosto mi hanno tolto un po’ di tempo, e la stanchezza che porta con sé il periodo maggio/giugno – per me sempre super intenso – mi ha portato a privilegiare, nelle ultime settimane, delle letture leggere.


Mi dispiaceva però saltare il nostro appuntamento classico, anche perché è un buon proposito che mi sono proposta io stessa in primis, e così ho pensato di raccontarvi un’opera breve e godibile, facilmente leggibile in ebook o in tascabile durante questo bimestre di viaggi e di cambio routine.


Ho pensato di parlarvi de Il servitore dei due padroni di Carlo Goldoni. Voi sapete che amo molto la letteratura teatrale, che è stata anche “protagonista” delle mie due tesi di laurea… però mi rendo conto di avervi spesso parlato del teatro classico, e di poco altro. Magari questa rubrica può essermi utile per presentarvi opere teatrali di altro tipo!



Una storia piena di equivoci


Siamo a Venezia, in piena epoca dei lumi, ed a casa di Pantalone, noto ed anziano avaraccio, è un insolito giorno di festa: sta per essere celebrato il matrimonio tra sua figlia Clarice ed il giovane Silvio, figlio del dottor Lombardi, da sempre innamorato della ragazza. L’unione è voluta anche dai due ragazzi, ma è frutto di un ripiego: Clarice avrebbe dovuto sposare Federigo, un “amico di penna e di affari” di Pantalone che viveva a Torino. L’uomo, però, è venuto a mancare in un duello fatale.


Sembra che niente possa turbare la romantica armonia dei due giovani – a parte le battute scherzose della serva di Clarice, Smeraldina – ma all’improvviso un personaggio si annuncia alla porta di Pantalone, turbando la quiete di tutti. Si tratta di messer Federigo in persona, seguito da un servo dall’aria simpatica, Truffaldino.


Il nuovo arrivato reclama quello che è suo, sposa e dote. Quello che nessuno sa, però, è che il vero Federigo è ormai sepolto da tempo, e che Pantalone ed i suoi cari non si trovano di fronte ad un impostore qualsiasi, bensì a Beatrice, la sorella del defunto. Ella ha un doppio obiettivo: recuperare dei crediti che Pantalone aveva promesso al fratello – e non sarebbe saggio farlo da donna senza più famiglia, considerando che l’uomo potrebbe approfittare del suo stato di debolezza per proporsi come suo tutore – e cercare il suo amato Florindo, che è fuggito da Torino perché è anche l’assassino di Federigo.


Mentre Truffaldino e Beatrice vagano per la città cercando una locanda, quest’ultimo decide che il nuovo padrone è un po’ troppo incostante e tirato con i quattrini per la sua pancia sempre vuota. Così, per caso, trova nel centro di Venezia un forestiero e, fingendosi libero, accetta di servirlo. Il forestiero non è altri che Florindo, il fuggitivo.


Così, all’oscuro di tutti e con la complicità solo parziale della simpatica Smeraldina, il buon Truffaldino diventa servitore di due padroni, ignorando la vera identità di entrambi, l’inganno di uno dei due ed il pesante passato che li lega. Nel frattempo, l’incidente diplomatico avvenuto tra la famiglia di Pantalone e quella del dottor Lombardi rischia di dividere per sempre i due giovani innamorati, Silvio e Clarice…



Una serie di protagonisti… del Carnevale



Penso sia abbastanza noto il fatto che questa commedia sia più nota nella versione che ha per protagonista il celeberrimo Arlecchino. Il personaggio di Truffaldino è, di fatto, molto simile alla maschera più conosciuta del Carnevale: un servo letteralmente vestito di stracci, sempre affamato, buffo nelle gesta di ogni giorno, ma dotato di un’astuzia che matura soltanto chi è costretto a inventarsi qualcosa di nuovo ogni giorno per sopravvivere.


Anche Smeraldina non è altri che la serva Colombina, da sempre innamorata di Arlecchino, e da lui ricambiata: qui è raccontato il loro primo incontro. La ragazza, che non ha più famiglia, è di umili origini e vive del lavoro che le danno Pantalone e la figlia, riconosce subito in Truffaldino delle somiglianze con lei: due personaggi così svegli ed attenti alla giungla in cui sono costretti a vivere ogni giorno non possono fare altro che trovarsi.


Pantalone, invece, è presentato già nella versione nota alla commedia dell’arte: un anziano attaccato al portafoglio, che ordina piatti poveri alla locanda anche quando è ospite di altre persone – forse per il timore che ci sia un cambio d’idea all’ultimo momento – e che non ci pensa due volte a mandare all’aria la felicità dell’unica figlia per un motivo di denaro. Nessuna sorpresa che Beatrice non voglia rivelarsi subito a lui ed abbia paura che un simile personaggio metta le mani sui soldi del fratello.



Un servitore “invisibile” nella società goldoniana


Leggendo quest’opera, che avevo visto in teatro tempo fa ma non ricordavo nei dettagli, mi è venuto spontaneo fare un paragone con un altro capolavoro della letteratura teatrale, il Tartufo di Molière, che avevo studiato per un corso di letteratura e teatro francese all’Università. Molière è un autore che non si può non citare quando si parla di Goldoni: i punti di contatto sono tanti, ed anche qui, secondo me, non si fa eccezione. In entrambi i casi, tanti personaggi ricchi e potenti si ritrovano ad essere poco più che burattini nelle mani di qualcuno che vorrebbe disperatamente essere come loro e che per tanti motivi non lo è ed ha dovuto imparare la furbizia per campare. Sono i molteplici intrighi messi in atto da questo personaggio ambiguo a far procedere la narrazione in entrambe le opere.


C’è però una sostanziale differenza. Nel caso di Molière, è vero che qualche personaggio non è stato propriamente una volpe ed è caduto nei tranelli, ma il protagonista è pur sempre un “Tartufo”, un ipocrita che quando viene tirato fuori dalla terra rivela il suo odore forte e sgradevole. La manipolazione è del tutto consapevole, molto perfida, ed egli stesso è parte della critica che l’autore compie.


Secondo me, invece, non è possibile leggere Il servitore di due padroni senza avere la netta sensazione che, tutto sommato, Goldoni stia dalla parte di Truffaldino. 


Il nostro servitore di due padroni, a stragrande differenza del protagonista dell’opera che vi ho citato prima, non ha intenti malevoli nei confronti di nessuno: non vuole danneggiare i ricchi, anche perché pensa che le persone in quella posizione cadano sempre in piedi (e vogliamo dargli torto?), ma vuole semplicemente trovare un mezzo per vivere meglio. In un solo giorno il povero Truffaldino viene doppiamente bastonato, fatica a pranzare, deve servire due padroni per un misero assaggino, consuma chilometri in giro per la città vestito di stracci, eppure non perde mai il sorriso e la voglia di ricominciare. L’unica che lo capisce è proprio Smeraldina, e infatti alla fine Truffaldino dirà che la sua furbizia si arresta solo dinnanzi a Cupido.


Ben diverso è il comportamento di tutti gli altri personaggi. Diciamocelo pure: se la società di cui scrive Goldoni avesse tenuto un po’ più in considerazione la servitù, se dei servi fosse stato detto anche solo il nome qualche volta, se le persone come Truffaldino non fossero state parte degli “invisibili”… forse quest’opera non avrebbe mai visto la luce. Ma non è stato così: dal più conservatore ed antipatico Pantalone alla più saggia e moderna Beatrice, nessuno si è preoccupato molto del “mio servitore”, e proprio in queste zone grigie di dimenticanza e trascuratezza si è infilato Truffaldino.


In quest’opera, Goldoni mette in allerta la società del suo tempo, li avvisa di che cosa potrebbe succedere alle classi più elevate, a furia di ignorare “gli invisibili”: oggi un raggiro di Truffaldino, domani una ribellione?


Un messaggio, secondo me, davvero molto attuale…



Un femminista “ante litteram”?



Finora vi ho scritto tutto quello che, mettendo insieme i miei studi ed altre opere di Goldoni, mi aspettavo di trovare in quest’opera. Ma concludo il post con qualcosa che davvero non mi aspettavo e che mi ha stupito.


Quando, alla fine, Pantalone ed il dottor Lombardi si riappacificano, “Federigo” rivela di essere Beatrice e Silvio implora Clarice di dimenticare l’equivoco e di sposarlo, la ragazza tentenna. Interviene allora Smeraldina, più da amica che da serva, con un commento piuttosto spiazzante.


Via, signora padrona, che cosa volete fare? Gli uomini, poco più, poco meno, con noi sono tutti crudeli. Pretendono un’esattissima fedeltà, e per ogni leggiero sospetto ci strapazzano, ci maltrattano, ci vorrebbero veder morire. Già con uno, o con l’altro avete da maritarvi; dirò, come si dice agli ammalati, giacché avete da prender la medicina, prendetela.”


Dei toni piuttosto forti, ma la verità fa male, no? Smeraldina e Truffaldino sono in mezzo a due deliri amorosi: quello di Clarice e di Silvio, che al primo equivoco si fanno trascinare, minacciano duelli e intravedono già una morte per crepacuore; e quello di Florindo e Beatrice, che passano sopra alla morte di un fratello e ad un equivoco che li ha quasi portati a duellare tra loro. Smeraldina accetta di buon grado l’unione con un servo furbo che potrebbe aiutarla a vivere meglio, ma non nasconde la triste realtà ai lettori/spettatori dell’opera: solo qualche ragazza ricca può permettersi di essere romantica fino all’esasperazione; a lei ed a tante donne del suo tempo non è permesso altro che sposare il meno peggio, perché non c’è altra scelta.


Forse quest’opera andrebbe fatta leggere ai troppi “Catone il censore” dei nostri tempi – per usare un eufemismo gentile – che lamentano l’assenza di “donne di una volta” solo perché la società è cambiata e la vita matrimoniale è diventata una delle tante scelte. Di sicuro Goldoni era molto più femminista di tanti chiacchieroni da talk show dei nostri giorni…





E questo è quanto per l’angolo classico di questa estate del 2024!

Non ho ancora deciso i prossimi, anche se, come vi dicevo, un ulteriore approfondimento su Matilde Serao mi piacerebbe. Comunque ho il Kindle molto ricco di proposte e ci penserò su!

Non mi dispiacerebbe neanche leggere qualche altra commedia di Goldoni, a dir la verità… non so, voi cosa ne dite, che cosa mi consigliate? Fatemi sapere! 

Nel frattempo, se vi piace il mondo di Goldoni, vi lascio il link anche ad un mio racconto, "Il ventaglio di Carnovale".

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 11 luglio 2024

THE TORTURED POETS DEPARTMENT

 Viaggio alla scoperta della prima parte del nuovo album di Taylor Swift




Cari lettori,

tornano sul blog i nostri “Consigli musicali”, e questo è un mese molto atteso da tanti fan di Taylor Swift, perché questo weekend sarà in Italia, a San Siro, dopo ben 13 anni! 

Non sarò della partita principalmente per una scelta economica – non mi manca niente, però è una cifra davvero eccessiva a prescindere – e di vacanze – ho aspettato tutto l’anno l’estate e preferisco godermi il mio mare…per tacere delle condizioni della mia pressione se mi ritrovassi sull'asfalto bollente di uno stadio un pomeriggio di luglio. 

Tuttavia ho pensato che questo mese un po’ vacanziero, meno ricco di altri di eventi culturali, potesse essere un buon momento per due post a tema dedicati al suo ultimo album, The tortured poets deparment, uscito il 19 aprile. 

Ho scelto di fare due post perché è un album doppio: Ttpd vero e proprio, che è caratterizzato dal colore bianco, e The Anthology, caratterizzato dal colore nero. Ho scelto dieci brani su 15/16 di ogni parte, ma sarebbe venuto comunque un unico post troppo lungo… anche perché di materiale da digerire ce n’è.


Ammetto infatti di aver aspettato quasi tre mesi dalla pubblicazione per parlarvene non solo perché la primavera è stata ricca di cultura e letture, ma anche perché i testi sono scritti in un inglese davvero complesso, ricco di figure retoriche, parole poco usate e canzoni della sua discografia precedente. 31 brani tutti insieme così non sono stati esattamente facili da elaborare, ma, credetemi, ne vale davvero la pena.


Considerato il livello già alto della sua musica e soprattutto dei suoi testi, questo è un ulteriore salto in avanti in cui non osavo sperare, e lo vedremo traccia per traccia.


Per ora, come indicazione generale, direi che se ci fosse un’emozione al controllo della “parte bianca” di questo disco, come in Inside Out, sarebbe Rabbia. I temi trattati sono tanti e profondi, ma il filo conduttore secondo me è quello di una donna di indole buona e romantica che è stata messa alla prova dalla vita ed è costretta ad evolvere, scoprendo altri lati di sé che non sempre si sarebbe aspettata.



Fortnight


Fortnight è il singolo di lancio, in collaborazione con Post Malone, e secondo me è la traccia meno “personale” del disco, ma è come un manifesto programmatico di quello che sarà l’album, o almeno dei più importanti tra i tanti temi trattati. Un sentimento che sembra amore e si rivela un istinto (auto)distruttivo; il malessere interiore che non sempre viene visto dagli altri, nemmeno dai cari; quei “poteva essere e non è” che a volte ti lasciano più distrutta di una relazione vera; il fatto che cambiare cielo non sempre basti a cambiare animo.


Avrei dovuto essere spedita via

ma si sono dimenticati di venirmi a prendere

ero un’alcoolizzata ad alto funzionamento

finché nessuno notava la mia nuova estetica

tutto questo per dirti che spero tu sia bene,

ma tu sei il motivo, e non c’è nessuno da incolpare,

ma che dire del tuo quieto tradimento?


E per due settimane è stato come per sempre

a volte mi imbatto in te e parlo del tempo

ora sei dietro il mio cortile, siamo diventati vicini,

tua moglie innaffia i fiori ed io voglio ucciderla


Tutte le mie mattine sono dei lunedì bloccati in un febbraio senza fine

ho preso la droga miracolosa per andare avanti

ma gli effetti sono stati temporanei

e ti amo, e sta rovinando la mia vita,

ti ho toccato solo per quattordici giorni…


Link per l'ascolto



The tortured poets department


La traccia che dà il titolo all’album è il racconto in retrospettiva di una relazione che è diventata più importante di quello che è sulla base di interessi culturali e lavorativi comuni. La protagonista è una donna intelligente che cerca una connessione a livello di affinità mentale, ma con suo grande dispiacere deve ammettere di aver incontrato un manipolatore che si credeva un “artista maledetto” e forse avrebbe anche approfittato del suo talento o del suo istinto da crocerossina.


Hai lasciato la tua macchina da scrivere nel mio appartamento

direttamente dal dipartimento dei poeti torturati

ed io penso cose che non dico mai

tipo “Ma chi usa ancora macchine da scrivere, comunque?”

Ma tu sei in modalità auto-sabotaggio

lanci chiodi lungo la strada

ma ho già visto questo episodio e comunque la serie mi è piaciuta

chi altri ti decifrerà?


E chi ti terrà stretto come me?

Chi ti conoscerà, se non me?

Ti ho riso in faccia e ti ho detto:

Tu non sei Dylan Thomas, io non sono Patti Smith,

e questo non è il Chelsea Hotel, siamo idioti di questo tempo”

e chi ti terrà stretto come me?


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So long, London


La fine di una lunga relazione con colui che la protagonista aveva creduto l’amore della sua vita (“Londra” è la metafora di una persona, più che una città) è al centro di questo brano. Personalmente sono rimasta colpitissima dal modo di raccontare com’è davvero stare vicino ad una persona affetta da depressione. Non avevo ancora trovato, in una canzone, una fotografia così efficace di com’è forzare la gioia quando in fondo sei umana anche tu, caricarsi sulle spalle il benessere altrui, camminare sulle uova perché c’è sempre il “quieto risentimento” della persona cara, doversi prendere delle pause da qualcuno a cui si vuole un bene dell’anima perché la tua vita da persona non malata si rivela un motivo di rancore.


E tu mi hai detto che ho abbandonato la nave

ma stavo affondando con lei

con le nocche delle mani bianche e la presa morente

mi tenevo stretta al tuo quieto risentimento

ed i miei amici dicono che non è giusto essere spaventati

ogni giorno in una relazione

ogni respiro sembra l’aria più preziosa

quando non sei sicura che lui voglia stare qui


Quindi quanta tristezza pensavi che io avessi in me?

Quanta tragedia?

Quanto in basso pensavi che sarei scesa?

Quanto a lungo pensavi che sarei andata avanti?

Prima di implodere

Prima di dovermene andare, libera


Hai giurato che mi amavi, ma dov’erano gli indizi?

Sono morta sull’altare aspettando la prova

ci hai sacrificato agli dèi dei tuoi giorni più cupi

e mi sta tornando proprio ora il colore sulla faccia

e sono arrabbiatissima perché amavo questo posto


Addio, Londra

abbiamo fatto una bella corsa

un momento di sole caldo

ma non sono quella giusta…


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But Daddy I love him


Questa è la mia canzone preferita della “parte bianca”, anche per la melodia un po’ vecchio stampo, che strizza l’occhio a quando Taylor faceva ancora country.

Come il suo grande classico “Love story”, anche qui c’è un amore osteggiato, anche se in versione adulta. La protagonista ha semplicemente trovato una brava persona che però non fa parte dei giri ristretti della sua città, composta invece da personalità non proprio limpide… ma finalmente ha imparato a ragionare con la sua testa. Ci ho messo un po’ ad ascoltare questa canzone senza diventare emotiva. Chi ha avuto l’impressione di essere in una cittadina a volte soffocante, chi si è sentito sotto la lente del giudizio altrui con tanto di domande invadenti da parte di mezzi sconosciuti in luoghi pubblici, chi è fuggito dalle ipocrisie e dai bigottismi degli ambienti religiosi… sono sicura che mi capirà.


Ed ora vi dirò qualcosa

preferirei distruggere tutta la mia vita

che ascoltare un secondo in più

di tutti questi pettegolezzi e lamenti

vi dirò qualcosa sul mio buon nome

è un mio diritto farlo cadere in disgrazia

non devo provvedere io a tutte queste vipere

che indossano vesti da empatici


Che Dio protegga i più giudicanti impiccioni

che dicono che vogliono il meglio per me

che come in un sacramento si lanciano in monologhi che non sentirò mai

pensando che tutto ciò possa cambiare

il battito del mio cuore quando lui mi sfiora

e contrastare la chimica, e annullare il destino

non dovete pregare per me, io e il mio ragazzo

e la sua gioia selvaggia

se tutto quello che volete per me è il grigio

allora è solo rumore bianco, ed è solo una mia scelta […]


Ora danzo con il mio vestito al sole

ed anche a mio papà lui piace

sono la sua signora, e dovreste vedere le vostre facce

il tempo non mi ha dato “prospettive”

no, non potete venire al matrimonio

so che lui è folle, ma è quello che voglio


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Florida!!


Questo brano con Florence Welch mi piace forse un po’ meno dal punto di vista del testo e di più da quello della musica: queste note rock, effettivamente, mancavano.


Dal punto di vista testuale mi sembra la continuazione del racconto giallo “No body, no crime” (Link per l'ascolto) tratto dall’album “Evermore”: la donna che ha commesso un crimine per vendicare la sua amica ha trovato un rifugio in Florida, Stato in cui nessuno la cercherà e potrà finalmente affrontare i suoi fantasmi.


L’uragano arriva con il mio nome

mi sono ubriacata ed ho tentato di cancellarmi

barricata nel bagno con una bottiglia di vino

io ed i miei fantasmi abbiamo avuto un momento d’inferno

sì, sono tormentata ma sto bene

tutte le mie amiche hanno il loro pizzi ed i loro crimini

ed il tuo marito traditore è scomparso?

Bene, nessuno fa domande qui [...]


Ho bisogno di dimenticare, quindi portami in Florida

Ho alcuni rimpianti, li seppellirò in Florida

dimmi che sono disprezzabile, di’ che è imperdonabile

almeno le bambole sono belle, distruggimi, Florida

Ho bisogno di dimenticare, quindi portami in Florida

ho alcuni rimpianti, li seppellirò in Florida

Dimmi che è disprezzabile, di’ che è imperdonabile

che schianto, che corsa, distruggimi, Florida


Link per l'ascolto



Who’s afraid of little old me?


La versione più consapevole di Vigilante Shit (Link per l'ascolto), brano rabbioso di Midnights che mi è sempre piaciuto. Questa per me è proprio la canzone delle persone buone e pazienti – donne giovani in particolare – che finalmente smascherano la manipolazione e ne hanno abbastanza. È ovvio che non appena le persone così si ribellano la prima reazione dei loro oppressori è quella di dare loro le colpe e trattarle come streghe impazzite, ma la protagonista è finalmente consapevole che non è lei ad aver perso le staffe come la Regina di Cuori di Alice, ma sono gli altri ad averle fatto qualcosa di sbagliato ed aver scatenato la sua rabbia.


Quindi mi dite che non tutto riguarda me

ma se invece lo riguardasse?

Dicono che non lo hanno fatto per ferirmi

ma se invece lo avessero fatto?

Voglio ringhiare e farvi vedere quanto questo mi abbia disturbato

non durereste un’ora nel manicomio che mi ha cresciuto

quindi voi ragazzini potete pure entrare a casa mia con tutte le ragnateli

sono sempre ubriaca delle mie lacrime, non è quello che dicono tutti?

Che ti farò causa se cammini sul mio prato

che sono temibile, miserabile, e che sbaglio

metto i narcotici in tutte le mie canzoni

ed è per questo che continuate a cantarle…


Quindi salto dalla forca e lievito giù nella vostra strada

e rovino le vostre feste come un disco incrinato mentre urlo

Chi ha paura della piccola vecchia me?”

Ero addomesticata, ero gentile

finché la vita del circo mi ha reso meschina,

Non preoccupatevi, amici, le abbiamo cavato tutti i denti”

Chi ha paura della vecchia piccola me?

Bene, dovreste averne


Perché mi avete attirata, e mi avete ferita, e mi avete insegnato

mi avete intrappolato e chiamato pazza

io sono quel che sono perché voi mi avete addestrato

quindi chi ha paura di me?


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Loml


Se dovessi scegliere un’altra “preferita” della prima parte oltre a But Daddy I love him, penso che sceglierei questa. Loml (“amore della mia vita” che poi si rivela essere “perdita della mia vita”) è una ballata che si potrebbe definire romantica, ma forse non basterebbe. Il destinatario di questa canzone è una persona che continua a tornare nella vita della protagonista, che allude ma non mette in pratica, la chiama “amore” senza una relazione, promette ma non mantiene. Gli elementi che caratterizzano una relazione duratura si mescolano così a quelli di una situationship di scarso valore, creando grande confusione nella mente della protagonista. È difficile lasciare andare quello che per una vita, a più riprese e forse proprio nei momenti di difficoltà, è sembrato un bel sogno, ma si è rivelata solo un’illusione… ma è necessario.

Credo che come forma qui Taylor si sia superata, le figure retoriche sono incredibili.


Se lo sai in un’occhiata, è leggendario

io e te passiamo da un solo bacio al matrimonio

ancora vivi, ammazzando tempo al cimitero

mai davvero sepolti

nel tuo completo giacca e cravatta, in pochissimo tempo

tu ragazzo disonesto, protagonista di una farsa,

Spirito santo, mi hai detto che ero l’amore della tua vita

almeno un milione di volte […]


Mi hai parlato di stupidaggini fino all’esasperazione,

parlando di anelli e di culle,

vorrei poter non continuare a rievocare

come stavamo per avere tutto,

fantasmi danzanti sul terrazzo,

sono forse in imbarazzo a causa nostra

perché non riesco ad uscire dal letto

dopo che qualcosa di contraffatto è morto?


Era leggendario, era momentaneo

non era necessario, avrebbe dovuto restare sepolto


Oh, che ruggito da eroe, e che blando addio

il codardo ha fatto finta di essere un leone

sto pettinando le trecce di bugie,

non me ne andrò mai”, “non importa”,

Il nostro campo di sogni inghiottito dalle fiamme,

il tuo accendino doloso, i tuoi occhi cupi,

e lo vedrò sempre, finché non morirò,

tu sei la perdita della mia vita.


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I can do it with a broken heart


Ammetto che questa non è stata una delle canzoni che mi ha colpito di più al “primo giro”, ma l’ho rivalutata con il tempo. Taylor prende spunto dal fatto di aver affrontato un dolore personale proprio nel mezzo del suo tour più di successo, mentre ogni sera doveva far divertire tantissima gente. Ne nasce un brano solo in apparenza allegro, in realtà molto sarcastico, su come tutti si fermino solo alla superficie e non riescano a vedere che quella donna allegra, produttiva, inarrestabile sia in realtà a pezzi.


Posso leggervi la mente

Lei sta vivendo il momento migliore della sua vita”

là nel suo abito scintillante

le luci rifrangono stelle di seta sulla sua silhouette ogni notte

posso mostrarvi bugie


Perché sono una ragazza molto dura, posso gestire le mie cose

loro mi hanno detto “Fingi finché non sarà vero” e così ho fatto

Luci, foto, sorridi stronza, anche quando vuoi morire

lui mi ha detto che mi avrebbe amato tutta la vita

ma quella vita era troppo corta

crollando ho toccato il pavimento

tutti i pezzi di me si sono sparpagliati mentre la folla acclamava “Ancora!”

Stavo ghignando come se stessi vincendo, stavo riscuotendo successo

perché posso farlo anche con un cuore infranto


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The smallest man who ever lived


Questo è forse uno dei testi più “pesanti”, e sì che finora di leggerezza non ne abbiamo vista tanta. Io ci vedo proprio un grido rabbioso di tutte quelle donne che sono state trattate con cattiveria o persino con violenza da un uomo che in qualche modo riesce sempre a cavarsela, a fare la faccia pulita, mentre alla vittima spetta sempre il ruolo della “donna isterica pazza che lo esasperava”. Perché la società giustificherà sempre l’uomo, anche se è imbottito di droga, anche se ha preso a calci le luci del palcoscenico mentre si stava esibendo, anche se ha già precedenti penali. Non parliamo, quindi, di tutti quei casi di maltrattamento verso le donne che ci siamo tristemente abituate a considerare “ordinaria amministrazione”…

Questa canzone mi ha ricordato molto da vicino un’altra che amo, “Happier than ever” di Billie Eilish (Link per l'ascolto). In entrambi i casi l’iniziale, quieta, balbettante autodifesa della vittima diventa un incontrollabile grido di rabbia. Ecco, io penso che, se in entrambi i casi il risultato è stato uno stadio pieno di donne che urlano in coro che non ne possono più, nei migliori dei casi dei mascalzoni misogini e nei peggiori degli abuser, beh… è un call out non indifferente alla nostra società.


E non ti rivoglio nemmeno, voglio solo sapere

se far arrugginire la mia frizzante estate fosse l’obiettivo

e non mi manca quel che avevamo, ma qualcuno potrebbe far recapitare

un messaggio all’uomo più piccolo che abbia mai vissuto?


Sei stato inviato da qualcuno che mi voleva morta?

Dormivi con un fucile sotto il nostro letto?

Volevi scrivere un libro? Eri parte di un programma di spie?

Nel giro di cinquant’anni tutto questo verrà declassato?

E confesserai perché lo hai fatto?

Ed io dirò “Che liberazione!”

perché non è stato nemmeno sexy quando non è stato più proibito


Sarei morta per i tuoi peccati, invece sono soltanto morta dentro

e ti meriti la prigione, ma non arriverà il tuo momento

Tu scivolerai tra la posta elettronica e attraverserai i bar

hai distrutto la mia festa e la tua auto a noleggio

dicevi che le ragazze normali erano per te “noiose”

ma al mattino te n’eri andato

hai preso a calci le luci sul palco ma ti fanno ancora esibire


E ti nascondi in piena vista

ma sei quello che hai fatto

e ti dimenticherò, ma non perdonerò mai

l’uomo più piccolo che abbia mai vissuto


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Clara Bow


Il disco si chiude con una sorta versione internazionale de “Il gatto e la volpe” di Bennato, o almeno questa è l’associazione che mi è venuta in mente.

È un brano che mette in luce le falsità del mondo dello spettacolo, il fatto che gli squali delle case discografiche attirino i giovani ed ingenui talenti dicendo loro “sembri quel famoso artista, ma farai meglio” o “ricordi quella bellissima attrice, ma hai più grinta”. La comparazione solo uno dei tanti inganni messi in atto perché l’aspirante VIP di turno rinunci a tutto se stesso in nome della fama, del successo, del “farcela o morire”.


Sembri Clara Bow in questa luce

notevole

sapevi già, in tutta la tua vita,

che ti avremmo scelta come una rosa?”


Non sto provando ad esagerare

ma penso che morirei se succedesse a me

nessuno nella mia piccola città pensava

che avrei visto le luci di Manhattan”


Questa città è falsa, ma tu sei autentica

un respiro d’aria fresca attraverso anelli di fumo

prendi la gloria e dai tutto di te

ti prometto che sarà abbagliante”


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Tanto per cambiare, io ho parlato pure troppo, quindi lascio la parola a voi.

So di non avervi proposto esattamente dei tormentoni estivi da spiaggia, ma li sentiamo già tutti fin troppo, no? Mi sembrava il caso di proporvi qualcosa di un po’ diverso, che possa anche restare. Ci riaggiorniamo tra un paio di settimane per The Anthology… ma voi, se vi va, fatemi sapere che cosa avete preferito di The tortured poets department, nel frattempo!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)