Cari
lettori,
il
post di oggi è tra quelli a cui tengo particolarmente.
Se
mi seguite da un po’, sapete che oltre al blogging di libri e
cultura mi piace anche la scrittura creativa, e immagino che molti di
voi abbiano letto i miei racconti che ho scritto in collaborazione
con la rubrica a più mani “Storytelling Chronicles”. Li trovate
tutti a questo link.
Dopo
due anni e mezzo di collaborazione, l’autunno è una buona stagione
per ricominciare! Scrivere con un tema prestabilito e seguendo le
regole del gruppo è stata una buona palestra e, mese dopo mese, mi
sono sentita sempre più soddisfatta di quello che scrivevo, così ho
pensato di “mettermi in proprio”.
Da
oggi nasce la rubrica “Spazio Scrittura Creativa”, dedicata a
tutto ciò che mi piace scrivere quando seguo la mia fantasia:
racconti, fanfiction ed omaggi, composizioni poetiche (una volta ne
scrivevo tante, chissà che non riesca a ritornarci su). Mi
piacerebbe mantenere la cadenza mensile come ormai voi lettori siete
abituati: ovviamente può dipendere dagli impegni, ma cercherò di
essere il più possibile costante. Quanto al tema, visto che sono
indipendente, non ce ne sarà uno prestabilito ogni mese, ma il mio
intento è quello di variare il più possibile tra generi e tipologie
di storie raccontate. Vi ringrazio fin da subito se deciderete di
assecondare questo mio piccolo “salto nel buio” e di leggere il
primo racconto di questa nuova rubrica!
Iniziamo
con un sottogenere che avete già visto qualche volta su questi
schermi: la song-fic, ovvero il racconto ispirato ad una
canzone come traccia. L’idea di questo racconto mi è venuta mentre
ascoltavo When we were young di Adele. Ho visto il dipinto di
settembre del mio calendario (quello fotografato qui sopra) e non ho più avuto dubbi. Buon viaggio
nell’autunno con “Quando eravamo giovani”!
QUANDO
ERAVAMO GIOVANI
Tutti
amano le cose che fai
dal
modo in cui parli
dal
modo in cui ti muovi
tutti
qui ti guardano
perché
tu dai una sensazione di “casa”
sei
come un sogno diventato realtà
Vignoble
della famiglia Bertrand, 1 ottobre 2022
La
giornata prometteva bene.
Anche
se ormai il sole di inizio autunno sorgeva tardi, fin da prima delle
7 una lama di luce più chiara aveva rischiarato il blu profondo
sopra le Alpilles. A poco a poco si era trasformata in una striscia
sempre più ampia, in un trionfo di rosa e giallo pallido, ed infine
la splendida mattinata si era mostrata in tutta la sua chiarezza.
Lisette
ed i suoi collaboratori erano già al lavoro da un’ora nella vigna.
Insieme a lei c’erano Auguste, il suo fido braccio destro, ed una
coppia di giovani lavoratori stagionali, arrivati lì per conoscere
fino in fondo il mestiere prima di entrare come soci in un’azienda
vinicola in Borgogna. Quattro persone non erano molte, ma erano
sufficienti per il compito da svolgere, che richiedeva affidabilità
e delicatezza.
Era
uno dei momenti dell’anno preferiti di Lisette: la vendemmia
tardiva per la creazione de La Jeunesse, uno dei suoi due
prodotti. Da anni ella si era specializzata sulla produzione di vini
bianchi, nonostante la Provenza restasse soprattutto terra di rosati.
In agosto lei ed Auguste avevano raccolto le uve di tre quarti dei
suoi filari, dando il via alla produzione di Chardonnay. La vendemmia
quell’anno era stata ancora più precoce del solito, per via delle
altissime temperature e della rischiosa siccità, ma fortunatamente i
danni erano stati contenuti ed il processo per la produzione del vino
si era avviato come al solito. Il suo Chardonnay era un prodotto
molto gradito da diversi abitanti della regione delle Alpilles e non
solo: aveva un prezzo contenuto, era molto versatile sulla tavola,
apparteneva alla tradizione provenzale e rappresentava gran parte dei
suoi guadagni.
Ma
era per La Jeunesse che Lisette lasciava ogni anno un pezzo di
cuore. Quel quarto dei suoi filari, dalle piante così esili e dai
chicchi d’uva così delicati, produceva un vino bianco imparentato
con lo Chardonnay, ma dal colore più intenso e dal sentore più
deciso. Nonostante il nome suggerisse giovinezza ed impazienza, La
Jeunesse era un prodotto dell’attesa e della vendemmia tardiva.
Non più un prodotto del cuore dell’estate, ma un bianco robusto
che già presentava note di bosco e di autunno. Qualcosa di cui ogni
anno si sentiva più orgogliosa e che stava iniziando a farsi
conoscere tra gli enologi.
“Lisette?
Mi hai sentito?”
La
voce di Auguste sembrò arrivarle da molto lontano. Ogni volta che
ella lavorava nella sua vigna, perdeva la cognizione del tempo e
dello spazio. Era facile credere che la civiltà e le città con
tutto il loro caos fossero lontane, quando ci si concentrava sul
tagliare in modo preciso un rametto e sul depositare delicatamente un
grappolo sopra ad un altro.
“No,
Auguste, non ti ho proprio sentito!”
“Lo
immaginavo, altrimenti non avresti questa faccia così beata ed
ignara!”
“Cosa
intendi?”
“Da
quand’è che non vai su a Les Baux?”
Les
Baux de Provence era il centro abitato più vicino alla sua azienda
vinicola. Uno spettacolare sito turistico provenzale con negozi e
ristoranti incastonati tra pareti di roccia, spazi verdi ed antiche
abitazioni. Lisette era da sempre innamorata di quel luogo, ma la
stagione turistica ed il caos, uniti al super lavoro d’agosto, la
portavano a rinchiudersi in azienda nel corso dei mesi estivi.
“Da
tutta la settimana, perché?”
“Perché
allora non hai sentito quello di cui tutti parlano.”
“Uff,
capirai! E la siccità, e gli aumenti dei costi, e ‘speriamo che
questo autunno sia migliore degli altri due’, e ‘se non fanno
ripartire i tour delle cantine protesteremo con il Comune’, e ‘noi
viviamo di turismo, possibile che questo non si capisca’? È questo
che mi sono persa?”
“No.
Cioè, anche” fu la risposta di Auguste alla vista dell’espressione
scettica di Lisette. “Ma non è quello il punto. Io non volevo
crederci, all’inizio. È tornato Pierre.”
“Il
figliol prodigo? Dopo trent’anni in California? Non ci credo
nemmeno io.”
“Eppure,
guarda là in fondo. Le imposte dell’azienda dei Morel sono di
nuovo aperte.”
Lisette
si incamminò verso la fine dei filari e si alzò sulle punte,
cercando di scorgere qualcosa oltre il muretto di pietra. Era così:
al di là della sua proprietà, nel cuore di quella che una volta
erano le vigne dei Morel, il casotto un tempo adibito ad alloggio
familiare sembrava di nuovo abitato. Le imposte azzurre erano
spalancate e c’era la tradizionale lavanda di fronte alle finestre.
Il camioncino di una ditta di traslochi sostava sul vialetto che
collegava il casotto all’ingresso della proprietà, in attesa.
“Non
credo che Pierre sia qui, dicono che la mattina si fa vedere in
paese”.
Auguste
l’aveva raggiunta.
“Che
c’è, ero un po’ pietrificata qui?”
“Eh,
un po’”.
Il
silenzio che era seguito diceva fin troppo.
“Senti,
Lisette...”
“No,
per favore. Lascia perdere.”
“Volevo
solo dirti che ti capirei se avessi voglia di rivederlo. O anche se
non volessi rivederlo affatto.”
Lisette
si strinse nelle spalle.
“Ma
che altro sai? Lui come sta?”
“Oh,
sai com’è. Tutti stanno subendo il fascino dello zio d’America.
C’era anche chi aveva previsto un suo ritorno dopo la fuga di
gioventù. Ma sono tutte chiacchiere. Tu lo conoscevi veramente.”
*
* *
Ma
se per caso tu fossi qui da solo
posso
avere un momento, prima di andarmene?
Perché
me ne sono stata sola con me stessa tutta la sera
sperando
che tu fossi qualcuno che un tempo conoscevo
Pierre
era stato il grande “E se?” della sua vita.
Lisette
se lo era ripetuta tutto il giorno, mentre procedeva con la sua
vendemmia tardiva, quando supervisionava la produzione dello
Chardonnay, facendo il suo solito giro di controllo tra le cantine.
Lei
e Pierre erano cresciuti quasi gomito a gomito. I loro genitori erano
amici e colleghi ed avevano deciso di non farsi la guerra, anzi, di
collaborare venendo incontro alle esigenze di turisti ed intenditori:
uve bianche per la famiglia Bertrand, nere per la famiglia Morel, che
produceva una varietà simile al Syrah, tipico della Provenza ma
anche del Sud Italia. Amici e compagni di scuola fino alla Maturità,
Lisette e Pierre si erano iscritti insieme all’Università di
Lione, specializzandosi in scienze agrarie, studio del territorio ed
enologia. Entrambi erano figli unici e avevano intenzione di portare
avanti l’attività dei loro genitori. Finché un giorno il destino
non aveva mescolato le carte.
Vignoble
della famiglia Morel, luglio 1992
“I
grappoli sono così verdi” constatò Lisette da sotto in su,
appoggiandosi ai gomiti per guardare meglio la notte stellata.
“Che
cosa ti aspetti a luglio?” fece di rimando Pierre, il cappello
ancora appoggiato sugli occhi, le braccia dietro la testa, rilassato.
“Niente
di diverso. Però è incredibile pensare che da qui a poche settimane
diventeranno viola, quasi neri.”
“Sempre
se i batteri non mangiano i chicchi più succosi. O se un temporale
non fulmina qualche tralcio.”
“Sempre
ottimista, eh?”
Pierre
non rispose. C’era qualcosa che non andava, Lisette ne era
convinta. Il ragazzo era stato strano fin dall’inizio di quella
serata: di solito non c’era niente che gli piacesse di più che
osservare una stellata d’estate in mezzo ai campi, ed invece quella
sera si era dichiarato stanco e si era subito nascosto sotto un
cappellaccio di paglia che qualcuno dei contadini aveva dimenticato
lì. Come se non volesse farsi guardare negli occhi.
“Che
cosa c’è, Pierre? Sei preoccupato per la cerimonia di laurea? O
forse perché manca solo una settimana e non hai ancora trovato un
vestito che ti faccia diventare elegante per una volta?” provò
delicatamente a scherzare Lisette nel tentativo di scuoterlo.
In
risposta ebbe solo un sospiro desolato, come se Pierre si stesse
apprestando a sollevare la volta celeste a mani nude. Poi, con calma
eccessiva, il ragazzo si tolse il cappello dagli occhi e si alzò a
sedere, fissando le stelle ed evitando ancora una volta il suo
sguardo.
“Sono
preoccupato, Lisette. Perché non penso che vedrò questa vendemmia.
O forse riuscirò a vederne l’inizio, ma di certo il Syrah Morel
quest’anno non verrà prodotto da me.”
“Di
che cosa parli, Pierre? Non ti capisco. Vuoi aiutare noi con lo
Chardonnay? È vero che Maxime è andato in pensione, ma Auguste
anche se è giovane sa il fatto suo e...”
“No,
Lisette” la interruppe dolcemente Pierre. “Non so come dirtelo.
Sei la mia più cara amica, devi essere la prima a saperlo.”
Ahia.
Lisette aveva visto abbastanza amiche con il cuore infranto per
sapere che, quando il ragazzo di cui sei segretamente innamorata ti
dice sei la mia più cara amica, sta per succedere qualcosa di
poco gradevole.
“Sapere
cosa?” non le restò che chiedere con un filo di voce.
“Sono
stato preso per un progetto di lavoro. Un anno in California, come
apprendista. Lo so, Lisette, avrei dovuto dirtelo! Ho fatto domanda a
gennaio tramite l’Università, ed il professor Laurent mi ha detto
che non c’erano molti posti per i neolaureati europei, anche per
quelli con i buoni voti. Pensavo che fosse un tentativo così, giusto
per dire a me stesso ho considerato anche l’opzione estero. Ed
ora… ho avuto questa notizia. E non so davvero se sto facendo la
scelta giusta.” Pierre la guardava negli occhi, ora. Mentre le dava
una delle più brutte notizie che Lisette avrebbe mai potuto
ricevere.
“Ma
è solo per un anno, no?” domandò cauta Lisette. “Studi un po’,
impari il mestiere lì e poi torni qui, giusto?”
Ancora
una volta, Pierre scosse la testa e sospirò, un’ombra nera negli
occhi chiari e tristi.
“Il
progetto sarebbe questo, certo. Mio padre già mi dice che tornerò
qui con moltissime conoscenze in più e che lui mi lascerà subito il
comando dell’azienda. È molto fiero di me. Io però so che lì c’è
moltissimo lavoro. Ci sono aziende grandi il triplo di questa,
territori sconfinati, un business nascente. Se poi dopo un anno di
rodaggio si aprissero per me nuove possibilità? Che farò? È questo
che mi dà il tormento, Lisette. Ci ho pensato tanto, in questi mesi,
mentre ti vedevo china sulle botti insieme a tuo padre o passeggiare
tra le vigne con Auguste. Tu appartieni a questo posto, l’hai già
scelto come tuo Universo. Sarai un’ottima amministratrice di
quest’azienda. Io invece ho sempre avuto il desiderio di vedere
anche altri mondi, altri modi di produrre il vino. Sono impaziente di
partire per questa avventura, ma mi mancherà tanto tutto questo. In
sere come questa ancora di più.”
Quindi
era questo il grande segreto di Pierre. Mentre Lisette già sognava,
progettando una grande azienda vinicola (a gestione familiare…) che
producesse sia bianchi che rossi, lui sognava il nuovo Eldorado del
vino. Mentre lei gli parlava di dedicarsi alle vigne a tempo pieno
dopo la laurea, di creare qualche varietà più raffinata con le uve
che già avevano, di subentrare ai loro genitori al momento del
pensionamento, lui pensava a come allontanarsi da lei senza darle una
grande delusione. Delusione da dare ad un’amica, perché se
l’avesse amata sarebbe rimasto.
Non
sapeva come avrebbe fatto senza Pierre. Purtroppo, però, sapeva qual
era la risposta giusta da dargli.
“Devi
provare ad andare, Pierre. Inizia a pensare a quest’anno, a questo
soltanto. Poi vedrai.”
Pierre
sollevò nuovamente gli occhi. Sembrava sul punto di piangere, e
anche Lisette sentiva le lacrime che pizzicavano.
“Lisette,
io lo sapevo che avresti compreso. Mi hai sempre capito più di
tutti.”
Sì,
certo, come un’amica. Pierre era felice perché ora, con la sua
benedizione, poteva partire. Ora sì che avrebbe fatto fatica a non
piangere.
Non
le restò che aggiungere: “Promettimi solo che mi scriverai.”
“Sì,
certo, Lisette. Te lo prometto.”
*
* *
Avevo
così paura di affrontare le mie paure...
Nessuno
mi ha detto
che
tu saresti stato qui
e avrei giurato che tu avresti attraversato l’oceano,
è quello che mi hai detto, quando mi hai lasciato
Vignoble
della famiglia Bertrand, 2 ottobre 2022
Incurante
della domenica, del giorno di riposo di Auguste e degli altri
dipendenti e del cielo piuttosto coperto, Lisette era uscita
all’alba, dopo una notte di pensieri, ed aveva completato da sola
la vendemmia delle uve destinate a La Jeunesse.
La
mattinata era scivolata via rapidamente, ma Lisette non se n’era
nemmeno accorta. Aveva la sensazione che la sua mente avesse corso
per ore, ripercorrendo tutta la storia di Pierre, e la sua.
Almeno
all’inizio, egli aveva mantenuto la sua promessa. I due si erano
scritti molto in quel primo anno da apprendista di Pierre, ma, più
lui magnificava l’inaspettata brezza delle vallate a pochi passi da
San Francisco, le nuove varietà di vino e il foliage spettacolare
delle vigne, più lei aveva la sensazione che la sua predizione si
sarebbe avverata.
Era
passato un anno, poi due, poi tre. Alla conclusione
dell’apprendistato, Pierre era stato assunto nell’azienda
vinicola californiana dove stava lavorando e non aveva più avuto
bisogno della borsa di studio universitaria. Le lettere si erano
fatte più rade, ogni volta un po’ più intrise di lavoro e povere
di tutte quelle confidenze che essi si erano sempre fatti. Erano
tempi analogici, non c’erano WhatsApp o Skype a rinverdire il
rapporto con una persona che si sente sempre più lontana. Più di
una volta Lisette aveva maturato il proposito di saltare su un aereo
e fare un’improvvisata, ma si trattava di un viaggio così lontano,
c’era così tanto da fare occupandosi dell’azienda a tempo pieno,
e soprattutto ella aveva la sensazione che in California Pierre
avesse trovato qualcos’altro oltre il lavoro, e non voleva saperlo.
Non
si era nemmeno resa conto di quando fosse successo, ma a poco a poco
non si erano sentiti più. I genitori di Pierre erano andati in
pensione e si erano trasferiti a Nizza,
per respirare un po’ di aria di mare dopo tanti anni di lavoro in
mezzo ai colli, alla terra ed al caldo. Il vignoble Morel era andato
in gestione a due famiglie, una dopo l’altra: la prima, anche se
non aveva il tocco magico del padre di Pierre, era riuscita a
produrre un Syrah più che discreto; la seconda aveva lasciato andare
la tenuta, che da un paio d’anni era nel più completo abbandono.
Lisette sapeva che Pierre era tornato più volte a Nizza per
Natale o per trovare i suoi, ma prima aveva sempre avuto la scusa
perfetta per non andare, poi non ci aveva pensato più.
A
differenza dei genitori di Pierre, i suoi erano rimasti alla tenuta
anche dopo il pensionamento, non mancando di darle un’occhiata
premurosa o di consultarsi con Auguste come facevano una volta. Erano
stati molto scettici sulla creazione di un prodotto di nicchia che
affiancasse il loro Chardonnay, ma alla fine La Jeunesse (unita
alla determinazione di Lisette) li aveva conquistati. Erano rimasti
molto amici dei genitori di Pierre, al punto che tutti gli anni
trascorrevano settembre ed ottobre in un albergo vicino a loro. “Non
farebbe male nemmeno a te prendere un po’ d’aria di mare”,
aveva provato a dirle ogni tanto la madre, ottenendo sempre un’unica
risposta: “Devo lavorare.”
Per
molti anni si era dimenticata di Pierre. L’aveva relegato in un
angolo dorato di ricordi della sua gioventù, insieme all’Università.
Quasi per caso aveva conosciuto Luis: era l’avvocato che seguiva
lei ed altri viticoltori per una questione che aveva richiesto una
tutela legale. In breve tempo si erano innamorati e sposati, ed il
loro matrimonio era stato felice, fino all’incidente di cinque anni
prima.
Come
ogni volta che le tornava in mente Luis, la sua timidezza, la sua
gentilezza, i suoi libri di diritto sparsi per il soggiorno, Lisette
sentì una fitta al cuore. Decise che per quella mattina aveva
lavorato abbastanza, e sollevò l’ultima cesta d’uva. E si rese
conto che qualcuno la stava osservando.
Al
di là del muretto, in atteggiamento un po’ sfaccendato, c’era un
bell’uomo magro e brizzolato che la guardava con un sorriso obliquo
ed incredulo. Gli occhi chiari ed i lineamenti del viso non
lasciavano alcun dubbio: era Pierre.
“Sapevo
che ti avrei trovata qui. Anche di domenica.”
Quel
saluto casuale, come se non fossero stati dalle parti opposte del
mondo per trent’anni, la lasciò perplessa.
“Pierre?
Sei proprio tu?” domandò, sentendosi un po’ sciocca.
“Hai
ragione, hai tutto il diritto di chiedermelo. Sono passati
trent’anni. Ma sì, sono io. Tu invece non sei cambiata affatto.”
“Beh…
neanche tu...” cominciò Lisette, non sapendo come gestire quella
situazione così insolita.
All’improvviso
qualcosa la interruppe. Un forte brontolio allo stomaco, segno che il
suo corpo di stava vendicando per la minima colazione all’alba.
Lisette si guardò la pancia, poi guardò Pierre, ed entrambi
scoppiarono a ridere, cancellando con un solo gesto il mare di
imbarazzo che li stava sommergendo.
“Senti,
Lisette, io sto andando a pranzo su a Les Baux. Ti va di
accompagnarmi? Non posso lasciarti così, a stomaco vuoto.”
*
* *
È
difficile riavermi indietro
Tutto
mi riporta a quando tu eri là
Ed
una parte di me continua a tenere duro
Nel
caso che tutto questo non fosse scomparso
Immagino
che mi importi ancora
A
te importa ancora?
Les
Baux de Provence, 2 ottobre 2022
Nemmeno
Pierre era poi così cambiato. Durante il pranzo Lisette aveva
riscoperto la sua ironia, la sua arguzia, la sua passione per il
lavoro. Avevano trovato posto sotto una graziosa veranda che
schermava la luce del tiepido sole autunnale che aveva fatto capolino
e Lisette non provava più la voglia di scappare per il senso di
disagio che aveva avvertito all’inizio.
“E
quindi hai lasciato San Francisco proprio ora, in autunno?”
“Scherzi?
La vendemmia è stata precoce anche da noi. L’inizio del lavoro di
produzione per una volta può restare in mano ai miei dipendenti, ho
un’ottima squadra. E poi è un buon banco di prova per mio figlio:
ne ho approfittato per lasciargli le redini per un paio di mesi. No
no, in questo periodo a noi amministratori non restano che le
terribili degustazioni di promozione nelle tenute degli altri
viticoltori. Dopo il divorzio riesco a scansarne qualcuna di più, ma
mica tutte.”
“Perché
terribili?” rispose Lisette stupita. “Hai sempre parlato
benissimo dei vini della zona.”
“Ah,
i vini sono eccellenti” replicò Pierre sul punto di scoppiare a
ridere. “Il problema è tutto il resto. In ottobre gli Stati Uniti
non hanno altro Dio oltre Halloween. Le mogli dei viticoltori mettono
su degli allestimenti ‘per tutta la famiglia’ che hanno animato i
miei incubi più volte. Prova a pensare di prendere il tuo tovagliolo
ed accorgerti che come porta tovagliolo c’è un osso in plastica.
Oppure di alzare gli occhi e vedere un corvo impagliato come
centrotavola. Credi di aver bevuto troppo, invece è tutto vero.”
“Oh,
Mon Dieu! Avevo sentito parlare di queste cose, ma pensavo che
la maggior parte delle famiglie si limitasse ai cheese platters un
po’ stravaganti.”
“Non
me li nominare, quelli! Forme di brie sagomate a forma di bara e
bocconcini di mozzarella con sopra il ketchup a mo’ di sangue!
Un’offesa a qualunque francese abbia buon gusto. Per fortuna quando
tornerò sarà nuovamente il momento del Ringraziamento e almeno
potrò degustare insieme ad un banalissimo tacchino arrosto.”
Per
un attimo il silenzio calò tra loro. Lisette avrebbe voluto saperne
di più: Pierre era solo in vacanza? Ma se era così, perché non era
al mare dai suoi genitori?
“Tornerai
presto in America, dunque? Sei qui in vacanza?”
Pierre
sorrise a Lisette, e in quel sorriso c’era tutto l’incerto
entusiasmo di quel ragazzo steso tra i vigneti nel 1992.
“No,
non esattamente. Sono qui a studiare.”
“Studiare
cosa? Alla nostra età?”
“Certo,
proprio alla nostra età! Studiare la possibilità di far ritornare
il Syrah Morel agli antichi fasti. Qui.”
“Vuoi
trasferirti di nuovo qui? Pensavo che la tua vita fosse in
California.”
“Lo
è stata per molto tempo. In parte lo è ancora. Ma l’azienda è
avviata, mio figlio è grande ed ha voglia di mettersi alla prova, io
non devo più rendere conto a nessuno e mi spiace vedere così la
tenuta dei miei, senza contare che è un momento buono per investire
in Europa. E poi mi manca tutto questo. Come sapevo che mi sarebbe
mancato trent’anni fa. Ci ho messo un po’ di tempo a tornare
all’ovile, ma voglio provare a farlo. Per un po’ mi dividerò tra
Francia ed America, poi chissà.”
Lisette
era senza parole. Pierre era tornato per rimettere una piccola radice
sotto le loro aziende vinicole. Quella radice che aveva strappato
trent’anni fa.
“E
sei sicuro di imbarcarti in questa impresa?” finì per chiedergli.
“Sì,
lo sono. Anche perché avrò come vicina e punto di riferimento la
creatrice de La Jeunesse, uno dei bianchi provenzali più
raffinati che io abbia mai assaggiato. Un vino che, guarda un po’,
sono certo che adoreranno anche i californiani.”
“Cosa
vuoi fare? Creare anche tu un rosso di nicchia? Aiutarmi a promuovere
La Jeunesse all’estero?”
“E
perché no? All’inizio pensavo di...”
Non
si sarebbero più alzati da quei tavolini sotto la veranda. Era come
se il tempo si fosse congelato. Il sole disegnava sul volto di Pierre
lo stesso incosciente entusiasmo della loro gioventù. Presto
avrebbero dovuto confrontarsi con la realtà, pensò Lisette. Sarebbe
stato difficile ricostruire la loro amicizia. Mettere insieme le idee
di due cinquantenni che avevano già visto ed affrontato molto, e
provare di nuovo ad aiutarsi come facevano ai tempi dell’Università.
Ma Lisette aveva capito subito che Pierre, in fondo al cuore, era
rimasto sempre lo stesso. Si erano riconosciuti di nuovo, e questo le
bastava.
Lascia
che ti fotografi in questa luce
In
caso che fosse l’ultima volta
Che
noi siamo esattamente come eravamo
Prima
di capire che eravamo tristi nel diventare vecchi
E
che questo ci ha reso irrequieti
Oh,
sono così arrabbiata, sto invecchiando
E
questo mi rende irrequieta
Era
proprio come un film
Era
proprio come una canzone
...Quando
eravamo giovani
FINE
...eccoci
arrivati alla fine!
Mi
sono ispirata, oltre che alla canzone (che ha dato il via a tutta la
storia nella mia testa…), ad un viaggio in Provenza che ho fatto
nel 2009, ad un po’ di giretti tra le vigne che ho fatto insieme ai
miei amici piemontesi ed alle atmosfere del film Un’ottima
annata (trovate la recensione in questo post).
Le
foto sono tutte mie, qualcuna autunnale scattata qui di recente,
altre in Provenza anni fa!
Se
vi piacciono le atmosfere autunnali, vi lascio a questo link il mio
racconto di ottobre dell’anno scorso.
Nel
frattempo fatemi sapere che cosa ne pensate della storia di Pierre e
Lisette!
Grazie
per la lettura, al prossimo post :-)