martedì 20 settembre 2022

AIACE

 Gli eroi di Sofocle #1




Cari lettori,

con il post di oggi inauguro un nuovo progetto letterario per la nostra rubrica “L’angolo della poesia”!


Se ben ricordate, all’inizio del 2022, in un post dedicato ai miei buoni propositi a tema lettura/scrittura (che trovate a questo link), avevo espresso il desiderio di tornare ad occuparmi di teatro delle origini, greco o latino, una delle mie più grandi passioni. Le mie due tesi di laurea hanno affrontato importanti momenti di contatto tra letteratura greca e teatro contemporaneo: Elettra di Sofocle portata in scena da Strehler nel ‘51 (ne parlo meglio qui) e Odyssey di Bob Wilson (di cui vi ho raccontato qualcosa in questo post).


Sul blog ho scritto parecchio di teatro greco tra il 2017 e il 2018, con una serie di post intitolata Le donne di Euripide: a questo link trovate il post che riepiloga tutte le tappe.


È passato un po’ di tempo da quando ho concluso questo percorso che per me è stato così interessante e stimolante, e, dopo varie altre incursioni nella letteratura e nella poesia, ho sentito di nuovo il desiderio di leggere quelle opere teatrali che non ho ancora particolarmente approfondito.



Così oggi partiamo insieme per il progetto “Gli eroi di Sofocle”!


Prima di entrare nel vivo, qualche premessa. I tre tragediografi greci più famosi sono Eschilo, Sofocle ed Euripide. L’ultimo è quello di cui è stato trasmesso più materiale, anche perché, alla sua morte, la tragedia greca aveva iniziato a fare scuola.


Eschilo è il più antico dei tre ed è considerato il più tradizionalista: i suoi protagonisti sono condotti – e spesso schiacciati – dal Fato, che quasi sempre coincide con un volere divino freddo ed imperscrutabile. Esempi di questo sono la regina madre nei Persiani, che ha un presagio di sventura ma nulla può fare per il destino di suo figlio, ed infatti poco dopo un araldo terrorizzato giunge per riportare la terribile notizia della sconfitta di Salamina; oppure Cassandra nell’Orestea, che vede la morte sua e di Agamennone per mano della vendicativa Clitennestra, ma come sempre è destinata a non essere creduta.


Euripide, figlio di una generazione successiva, è molto differente sia per personaggi che per tematiche. Se in Eschilo le figure femminili erano le più schiacciate dalla Tùche (Destino) avversa, nelle sue tragedie esse sono spesso protagoniste, talvolta come vittime (Ifigenia o Ecuba), qualche volta come motori dell’azione (Elena) o addirittura come antieroine (Medea). Nelle sue tragedie la divinità, quando è presente – in alcune opere gli dei sembrano essere nominati più per tradizione che per vera fede – sembra scacciata dal suo trono: emblematico è Reso, opera in cui la dea Atena letteralmente si “sporca le mani” per aiutare Odisseo e Diomede, che, per quanto eroici, sono pur sempre uomini.

Ultima particolarità di Euripide è quella di aver scritto delle tragedie a lieto fine, il che sembrerebbe un controsenso, ma non lo è: si tratta di drammi sfiorati che fortunatamente hanno una risoluzione positiva.



In mezzo a questi due estremi c’è proprio Sofocle, che crea delle storie in cui i protagonisti sono degli eroi solitari che in qualche modo contravvengono ad una legge, o degli uomini o degli dei. Sono persone che, per svariati motivi, si sentono outsider rispetto alla società del tempo, oppure lo diventano per un terribile, fatale errore. Sofocle racconta le loro lotte, ed il loro triste destino.


Ci sono arrivate solo sette tragedie intere di questo autore. Di Elettra non vorrei parlarvi nuovamente, perché ne ho già scritto e riscritto, anche su questi schermi: se ve lo siete perso, andate a questo link.

Le altre sei, invece, saranno protagoniste di questo progetto!


Piccola nota: ho scelto di mettere l’etichetta “L’angolo della poesia” perché, anche se noi leggiamo queste tragedie in prosa in italiano, esse sono originariamente scritte in poesia, più in particolare in trimetri giambici.


Oggi iniziamo con Aiace, una delle opere più antiche di Sofocle. Essa racconta un episodio dell’epica omerica che sicuramente qualcuno di voi ricorderà. Vediamolo meglio insieme!



La storia di Aiace


La guerra di Troia sta per arrivare alla sua conclusione: di lì a poco ad Odisseo verrà l’idea, geniale e crudele insieme, del cavallo di legno.


Tanti eroi di primissimo piano sono morti, compresi Ettore e, poco dopo, lo stesso Achille. Proprio per le armi del Pelide scoppia un terribile litigio: esse sono contese da Odisseo e da Aiace Telamonio, re di Salamina.


Agamennone, re dei re e capo della spedizione, decide di affidare le armi ad Odisseo, sia perché è importantissimo per lui non perdere l’amicizia di un uomo così scaltro, sia perché l’indipendenza di Aiace non ha mai fatto nascere una grande stima tra di loro. Aiace, furibondo per l’offesa subita, alza la spada sui presenti, ma la Dea Atena, da sempre amica e protettrice di Odisseo, offusca la sua mente. Così il povero Aiace, in preda ad una crisi di follia, si dirige verso gli allevamenti e fa una strage di mucche e capre, pensando che si tratti dei suoi nemici.


Il risveglio da quelle ore di follia è spaventoso. Aiace sente di aver perso ogni dignità, di non valere più nulla, di non potere tornare a Salamina dagli anziani genitori dopo aver perso l’onore, e di dover morire pur di riparare a questo gesto.


In tanti provano a convincerlo a desistere da questo insano proposito: prima la moglie Tecmessa, che gli ricorda il suo passato di schiava e la sua sorte incerta e gli mostra il figlioletto Eurisace, e poi il coro, composto da marinai di Salamina, che gli ricorda l’importanza di un rapporto equilibrato con gli dei e gli propone dei sacrifici riparatori.


Aiace fa credere ai suoi marinai di aver accolto questa proposta ragionevole e si dirige su una spiaggia isolata. A sorpresa di tutti, però, proprio lì egli si lascia cadere sulla spada che gli aveva donato Ettore al termine di un leggendario duello.


Così non solo Aiace va incontro ad una tragica sorte, ma anche il fratellastro Teucro, di origine soltanto per metà greca, dovrà faticare non poco perché egli riceva una sepoltura degna di lui.



Il rapporto dell’eroe con uomini e dei


Anche nell’Iliade, che pure è un poema epico, quindi più d’azione che di riflessione, Aiace è descritto come un individualista: un uomo solitario ed abbastanza cupo, che crede molto nei suoi valori e solo quelli segue.


Il suo eterno rivale al campo è Odisseo, ma i due uomini sono meno diversi da quel che potrebbe sembrare: entrambi considerano fondamentale ragionare con la loro testa, ma il re di Itaca è abbastanza furbo da comprendere quando è il momento di fare un passo indietro e di fingere di adeguarsi agli ordini di chi è più forte. Aiace, invece, è fiero ed orgoglioso, e non nasconde la sua avversione nei confronti di chi, secondo lui, non è degno di condurre l’esercito.


All’inizio della tragedia, il coro parla molto di come Aiace sia visto con invidia, talvolta con rabbia. Appena egli se ne torna nella sua tenda dopo aver compiuto qualche impresa, infatti, gli Atridi sparlano della sua tendenza ad agire da solo, e tutti i soldati di grado inferiore, pur di farsi considerare dai capi, si uniscono al chiacchiericcio invidioso.


Tali voci di disistima si sono rafforzate dopo il duello con Ettore, conclusosi in un pareggio con tanto di scambio di doni: qualcun altro, al posto suo, probabilmente non avrebbe esitato nel colpire l’eroe troiano con l’inganno.


Come se questo non lo rendesse già abbastanza isolato dal gruppo, l’indovino Calcante gli rimprovera la sua tracotanza: Aiace, infatti, ritiene che il merito delle sue imprese di guerra sia soltanto suo e dei suoi uomini, e che la protezione delle divinità non abbia alcuna importanza. Egli, addirittura, una volta ha offeso la Dea Atena, che da allora l’ha preso in antipatia ed in questo momento può prendersi la sua vendetta.



Inviso ai condottieri più potenti ed agli dei, Aiace resta solo e con la vergogna di aver compiuto un gesto degno di un folle.


Sofocle non è più come Eschilo, che descrive i suoi eroi come impotenti di fronte al destino, ma non è nemmeno Euripide con la sua “umanizzazione” degli dei. Per la morale dei tempi, la scelta per restituire a se stesso un po’ di dignità era purtroppo inevitabile.



La scomparsa di un eroe… e di tutto il suo mondo


In questa tragedia, a mio parere, Sofocle compie anche una sorta di critica sociale.


La morte di Aiace non è un affare privato come ai giorni nostri: non è soltanto – e già così noi lo viviamo come qualcosa di molto doloroso – la perdita di un caro all’interno di un nucleo familiare, che però a poco a poco si imparerà a superare grazie all’affetto di chi è rimasto, al tempo che passa ed all’eredità che comunque resta in famiglia.


La scomparsa di un re, per quanto di un regno piccolo come Salamina, è una tragedia che si abbatte su tutta la comunità, che, senza un capo, rischia di vedere compromesso anche il suo destino. Come in un tragico effetto domino, la morte di Aiace rischia di portare con sé anche tutti gli altri.


Innanzitutto Tecmessa, che da schiava è diventata moglie legittima per volere di Aiace, senza di lui potrebbe diventare di nuovo serva di un altro potente, e per di più con un figlioletto a carico da proteggere dalla violenza e dai complotti.


Poi gli anziani genitori, che non sopporterebbero di veder tornare a Salamina la salma del figlio adorato, e forse si sentirebbero così male da seguirlo nell’Ade a loro volta.


Infine, come il coro stesso ricorda – solitamente esso, specie nelle tragedie di Eschilo e Sofocle, è la voce della tradizione e della società – tutto il regno di Salamina è in pericolo, senza un re. Il fratellastro Teucro è per metà troiano, non ha alcun diritto. Qualunque altro capo potrebbe mettere le mani su quella terra di nessuno.


Questa tragedia ci insegna che, per quanto una società possa definirsi avanzata, e la civiltà micenea per quei tempi lontani sicuramente lo era, purtroppo basta un’occasione favorevole, spesso la sfortunata morte di qualcuno, perché di nuovo accada che homo homini lupus. Visti i tempi che corrono, purtroppo, trovo questo insegnamento tragicamente attuale.



Personaggi dell’Iliade, tra pietas ed empietà


L’ultima parte della tragedia ha come protagonista Teucro, il fratellastro di Aiace. Egli, dopo aver composto il corpo del fratello, inizia a fornire delle indicazioni per la sua sepoltura, ma ben presto irrompono sulla scena prima Menelao e poi Agamennone, che con parole turpi si rifiutano di concedere i giusti onori al defunto.

Inaspettato alleato di Teucro sarà invece proprio l’odiato Odisseo, del quale tutti i personaggi hanno parlato piuttosto male nel corso della tragedia.


Menelao ed Agamennone sicuramente non sono tra i personaggi più positivi del mondo greco. Se Menelao in parte si riabilita nell’Odissea, fornendo informazioni a Telemaco per il ritrovamento del padre, e nella tragedia euripidea Elena, che ha una sorta di lieto fine, Agamennone fa una pessima figura fin dall’inizio dell’Iliade, litigando con Achille e non rispettando le regole della divisione del bottino di guerra, e nell’Orestea di Eschilo resta arrogante ed ignaro dell’odio che sua moglie cova per lui fino alla fine.


Sofocle non fa eccezione nel dipingere gli Atridi come dei condottieri ai quali il potere ha dato alla testa (come probabilmente erano tanti generali dei suoi tempi, o tutti coloro che dalla spada erano passati alla politica). Menelao sfrutta la sua posizione di fratello dei “re dei re”, mentre Agamennone non manca di ricordare a Teucro che egli è per metà troiano, e quindi nemico. Il fratellastro di Aiace si rivela degno di lui: risponde punto per punto ad ogni offesa, mettendo i due capi di fronte alla loro prepotenza.


Odisseo, invece, contrasta l’empietà degli Atridi e, pur essendo stato per tutta la vita rivale di Aiace, ha sempre nutrito rispetto per lui. Facendo uso della sua leggendaria abilità con le parole, egli ricorda a tutti l’importanza di una delle più sacre regole della società, i degni onori funebri.


Lo stesso Teucro è fortemente colpito dal fatto che proprio l’uomo con cui il fratello defunto ha avuto l’ultimo litigio si comporti in modo così virtuoso. La tragedia si conclude con le disposizioni per gli onori funebri.




Ecco la mia analisi della storia di Aiace!

Fatemi sapere se con questo post vi ho fatto ricordare qualcosa dei vostri studi o se invece conoscete meglio altre opere dell’epoca classica.

La trovate un’opera attuale? Io per certi versi sì, molto.

Ditemi un po’ che ne pensate di questo nuovo percorso letterario!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


sabato 17 settembre 2022

L'ANGOLO VINTAGE 2.0 - SETTEMBRE 2022

 



Cari lettori,

oggi riapro con voi la rubrica “L’angolo vintage” dopo due mesi di pausa estiva!

È ormai qualche annetto che questa utilissima rubrica ci accompagna e personalmente l’ho trovata una soluzione perfetta per recensirvi romanzi che ho acquistato tempo fa e poi lasciato da parte, oppure libri appartenenti ad autori e serie ai quali avevo già dedicato tanti post.


Visto che abbiamo iniziato la settimana occupandoci di giallo, oggi vi parlo di romance! Ho scelto per voi due storie che in realtà sono soltanto uscite dell’anno scorso, quindi di certo non “vintage”, ma nate dalla penna di autrici di cui vi ho già parlato un po’ di volte, e che, sono sicura, piacciono anche a molti di voi.


Vediamoli meglio insieme!



Attenti all’intrusa!, di Sophie Kinsella


Protagonista di questa storia è Effie, una ragazza di ventisei anni molto legata alla famiglia, anche se la vita l’ha messa alla prova molto presto e nel modo più duro: la madre è morta quando lei era piccolissima. Fortunatamente lei, il padre, la sorella Beatrice ed il fratello Augustus/Gus hanno trovato Mimi, che da “matrigna” è diventata la madre di tutti.


Anche se Effie ormai vive da sola, è legatissima a GreenOaks, la loro casa di famiglia, una villetta storta e cadente, bruttina agli occhi di tutti tranne che ai suoi ed a quelli dei suoi familiari. Proprio lì, però, in occasione del Natale, ella riceve un bruttissimo colpo: suo padre e Mimi hanno deciso di divorziare.


La notizia la fa sprofondare in uno stato di shock, e, come spesso accade in questi casi, ad un brutto avvenimento ne seguono altri: ella perde il suo lavoro in ufficio e, non trovando niente di meglio, si mette a fare la cameriera interinale; il padre si fidanza con una quarantenne, Krista, e si mette a fare il “finto giovane”; i suoi rapporti con il resto della famiglia si freddano molto nel corso dei sei mesi successivi.


Quando arriva l’estate, Effie ha l’ennesima brutta sorpresa: scopre che suo padre e Krista stanno per vendere GreenOaks, ed il sabato successivo organizzeranno una mega festa di commiato. Dopo aver sentito Beatrice e Gus ed aver avuto un piccato scambio di messaggi con Krista, Effie comprende di non essere stata invitata.


Sul momento pensa di mandare al diavolo tutto e tutti, ma poi… si ricorda di non aver preso qualcosa di importantissimo: le sue bambole russe, delle matrioske dipinte che per lei sono il simbolo di bellissimi ricordi legati alla famiglia.


Così le viene un’idea folle: infiltrarsi all’affollatissimo party con un look super coprente, sgusciare in calzamaglia tra i mille passaggi segreti di GreenOaks che conosce come le sue tasche, recuperare le bambole che ricorda essere in soffitta e fuggire via.


Il piano sembra ben congegnato, ma non tutto andrà come previsto. Primo imprevisto: suo inaspettato alleato sarà Joe, il suo ragazzo dei tempi dell’Università del quale ella è ancora innamorata. Secondo: le bambole non sono affatto in soffitta, il che scatenerà una sorta di caccia al tesoro per tutta la casa. Terzo e più importante: mentre, sotto il tavolo o dentro un armadio, Effie ascolta i discorsi dei suoi familiari, si rende conto che le sono sfuggite molte cose importanti. E che non tutto è come lo aveva immaginato lei.



Attenti all’intrusa! è un romanzo preso con l’intento di fare una lettura leggera, eppure si è rivelato tutt’altro. È una storia che ho divorato, ed alla fine mi sono commossa, e neanche poco.


Si tratta di una delle ultime uscite di Sophie Kinsella, un romanzo uscito l’anno scorso, eppure mi ha fatto venire in mente, qualche modo, alcuni dei suoi lavori precedenti. Da un punto di vista oggettivo, credo che quello che mi è piaciuto di più sia il fatto che in quest’opera abbia unito il meglio delle storie alla Sophie Kinsella (i personaggi divertenti, gli equivoci, le idee folli, qualche comica, lo stile brillante) al meglio delle storie alla Madeleine Wickham, i romanzi che aveva scritto prima di I love shopping e che poi sono stati ripubblicati (storie familiari e critica sociale della borghesia inglese). Man mano che Effie visita GreenOaks per un’ultima volta, diventando tutt’uno con le mura, le stanze strette, il mobilio, ella riscopre anche le persone a cui vuole bene: il ragazzo da cui è stata abbandonata anni prima senza aver ancora capito il perché, il padre che sembra aver subito una trasformazione inspiegabile, la sorella buona e gentile che vuol fare sempre da paciere ma poi piange di nascosto, il fratello con una vita in apparenza perfetta ma schiacciato da una scelta di coppia sbagliata.



Da un punto di vista più soggettivo, invece, questo libro ha toccato alcune mie corde davvero intime, dal legame con la famiglia al dolore nel lasciare una casa in cui si è cresciuti, e con essa l’infanzia ed un pezzo di vita. Se non avessi già inserito Amo la mia vita nei miei preferiti di aprile di quest’anno, probabilmente avrei messo questo romanzo nei preferiti del mese, ma mi piace ogni anno variare e proporvi dodici autori diversi, per non ripetermi troppo. In ogni caso, sappiate che il mio voto è dieci e lode.



Non sono una signora, di Anna Premoli


Sorvoliamo insieme l’oceano e dalla campagna inglese ci spostiamo a New York, dove vivono quattro amiche scrittrici: Laurel, autrice di best seller contemporary romance; Julie, specializzata in historical e regency; Cindy, amante delle storie d’avventura; Audrey, scrittrice di romanzi erotici.


Cindy è sposata già da un po’; Laurel e Julie, invece, sono andate incontro al loro lieto fine nei romanzi È solo una storia d’amore e Non ho tempo per amarti, che non ho letto ma non mi dispiacerebbe recuperare.


Audrey è l’unica single del gruppo, ma questo non le è mai pesato più di tanto. È cresciuta con un’educazione molto free: i suoi genitori sono figli dei fiori, si sono separati molto presto senza alcun dramma e, mentre il padre ha deciso di andare a vivere sul lago con la nuova compagna, la madre è rimasta con lei in città, continuando a militare tra i gruppi femministi.


Dopo un’estate di appuntamenti fallimentari con uomini da dimenticare, però, Audrey si sente un po’ giù. Per puro caso, agli inizi di settembre, ella incontra Matt, un uomo che finalmente le interessa: egli, però, dopo una chiacchierata piacevole come non le capitava da tempo, la respinge con cortesia, dichiarandosi non interessato alle storie occasionali.


Poche settimane dopo, la sfortunata Audrey riceve quella che ai suoi occhi è una gran brutta notizia: la madre ha incontrato un uomo piuttosto tradizionalista, Edward, si è trasformata da hippie a signora borghese e vuole sposarsi per Natale… in Chiesa! Con sua somma sorpresa, Audrey scopre pure che il pastore protestante che celebrerà il matrimonio della madre è proprio Matt, che aveva omesso di dirle della sua professione.


Ovviamente anche Audrey omette di raccontare all’uomo il suo lavoro come autrice di romance erotici, ma, grazie alle cosiddette “trasgressioni” dei suoi parrocchiani, Matt lo scopre comunque. La sua reazione, però, è l’esatto contrario di quello che la nostra protagonista si aspetterebbe: egli, infatti, le propone di tenere in parrocchia gli incontri di una sorta di club del libro.


Audrey all’inizio è titubante, perché non pensa che il genere di cui si occupa potrebbe andare bene per degli incontri serali accanto alla chiesa, ma alla fine trova un’idea di compromesso: occuparsi dei classici che un tempo avevano fatto scandalo – per motivi che oggi magari sono dimenticati – ed avvalersi della preziosa collaborazione delle sue amiche, che la aiuteranno a tenere gli incontri.


Serata dopo serata, però, il pastore Matt le piace sempre più, e, con sua grande sorpresa, egli sembra ricambiare, senza nutrire nei suoi confronti tutti i pregiudizi che ella si sarebbe aspettata.


Le stimolanti chiacchierate con lui, inoltre, la portano a ripensare ad alcuni punti fermi della sua vita, soprattutto al concetto di “trasgressione”.



Ho pensato un po’ a che cosa raccontarvi, in tutta onestà, di Non sono una signora. Proprio come nel caso della Kinsella, ero intenzionata a farmi una bella lettura leggera sotto l’ombrellone ed invece ho avuto modo di riflettere un bel po’, soprattutto perché questa storia per me è stato un mix di luci ed ombre.


Spezzando una lancia a suo favore, la lettura è super scorrevole, Audrey e le sue amiche sono personaggi molto divertenti (infatti prima o poi leggerò anche le storie di Laurel e di Julie), i battibecchi tra la nostra protagonista e Matt sono in perfetto stile enemies to lovers (che è uno dei miei sottogeneri preferiti del romance), alcune scene fanno proprio ridere, ci sono delle idee – quella del bookclub su tutte – che sono davvero interessanti ed originali.


Però… eh, c’è un però. Esattamente come Attenti all’intrusa!, questo romanzo ha toccato corde intime e ricordi, che però, in questo caso, avrei voluto lasciare dov’erano. Temevo questo risvolto quando ho iniziato questo romanzo – poi ho deciso lo stesso di fare un tentativo perché si tratta di una commedia e non di un mattone esistenzialista – ma devo dirvi che questo non è esattamente il libro più indicato per una persona che ha frequentato per un lungo periodo ambienti di Chiesa/parrocchia e se n’è allontanata da pochi anni con la sensazione che troppe, troppe cose non andassero.


Sono consapevole che questa è la prima volta che accenno a questo mio percorso su queste pagine, ma è il mio blog personale e voi che avete la pazienza di leggermi meritate che io sia chiara con voi. L’impressione che ho avuto io è che il rapporto tra Audrey e Matt, a differenza di come l’autrice lo presenta, sia sbilanciato. Nonostante le tante belle parole, alla fine della fiera Audrey viene assorbita dall’ambiente di Matt e, lasciatemelo dire… gliele dà vinte tutte, cambiando per lui molto di più di quanto lui cambi per lei. Notare questo mi ha riportato alla mente flashback piuttosto amari che vi risparmio, ma che risalgono ad un’età ancora piuttosto “della stupidera”: leggere di una donna di trentacinque anni che di fatto – per quante parole possa dire – getta alle ortiche delle parti di sé così importanti dopo pochi appuntamenti (per quanto speciali possano essere) mi ha lasciato un po’ delusa. Anche il concetto cardine che “in tempi così liberi e sessualizzati, la vera trasgressione è tornare alla tradizione”… credetemi, l’ho sentito in troppi contesti manipolatori per trovarlo interessante in un romance.


Ovviamente non so come ognuno di voi la pensi su queste tematiche, ma, nel caso tra voi ci sia qualche ateo/agnostico o qualcuno con trascorsi non sempre sereni in questo ambito come la sottoscritta, mi sembra giusto mettervi in guardia.


Tutto questo non toglie nulla alla bravura dell’autrice con il genere rosa, anzi, sicuramente leggerò altre sue storie!





Insomma, volevo presentarvi due romantiche letture che per me sono state “da ombrellone” e per voi potrebbero essere benissimo “da ultimo sole autunnale”, ma ho finito per farmi una specie di autoanalisi psicologica. Penso che comunque questo giochi a favore dei due romanzi in questione: se una storia ti tocca così tanto nel profondo, nel bene o nel male che sia, l’autore ha svolto il suo compito in maniera eccellente.

Fatemi sapere che cosa ne pensate!

Conoscete questi romanzi? Li avete letti?

Che ne pensate? Siete fan delle autrici?

Come al solito, vi invito a leggere anche gli altri post delle partecipanti alla rubrica di questo mese. Trovate i nomi dei blog nel banner in alto!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


lunedì 12 settembre 2022

A VENEZIA... IN GIALLO

 Due romanzi di Paolo Forcellini e Anna Vera Sullam




Cari lettori,

oggi, per la nostra rubrica “Letture...a tema”, visitiamo la meravigliosa città di Venezia! Sono stata lì solo una volta nel 2007, ma tornerei volentieri a perdermi tra le calli, nel mezzo di un’architettura davvero unica al mondo. C’è chi la trova una città triste, ma io, forse perché l’ho visitata durante tre giorni di luglio particolarmente caldi, ne ho un ricordo molto felice.


Passiamo insieme da Venezia per leggere e recensire due gialli, uno contemporaneo e l’altro storico. Sono state due mie letture di inizio estate, poi, tra una rubrica e la pausa estiva, non c’è stata più occasione di parlarvene. Oggi ve li racconto per bene!



Vipere a San Marco, di Paolo Forcellini


A Venezia sta arrivando l’estate e la redazione di un quotidiano locale, L’Istrice, è in fermento per l’abituale “messa cantata”, che è il soprannome scherzoso che in tanti attribuiscono alla riunione settimanale nel corso della quale il direttore assegna vari incarichi.


In un angolo, un po’ lontano, c’è il maturo cronista Alvise Salvadego, da tempo nome di punta della sezione di cronaca nera. Egli è riuscito a conservare il suo posto perché ama il suo lavoro ed è molto capace, ma non è molto gradito ai piani alti, principalmente per la sua tendenza ad agire in autonomia.


La “messa cantata” promette di essere la solita noia mortale, ma un imprevisto mette in secondo piano l’ordinario andamento del giornale: il patriarca di Venezia, una figura tradizionale ancora considerata importantissima in città, è sparito nel nulla e sembra essere stato rapito.


Pur essendo, come buona parte degli abitanti della sua regione, un ateo non troppo in armonia con il clero, Alvise va abbastanza d’accordo con un alto prelato veneto, un uomo che come lui ama i piaceri della buona tavola e che ogni tanto lo invita a cena. È proprio durante uno di questi ritrovi che egli cerca di ottenere qualche informazione in più sul patriarca scomparso, ma le informazioni ottenute sono scarse e poco soddisfacenti: l’uomo, nonostante l’importanza della sua posizione, conduceva una vita morigerata, non aveva grandi amicizie ed ultimamente aveva sofferto molto per la morte del fratello. Per questo motivo, qualcuno inizia a parlare più di suicidio che di rapimento, ma Alvise non è per nulla convinto.


I suoi sospetti si intensificano quando, in laguna, viene trovato il cadavere di un uomo dal passato poco limpido, proprietario di una barca che veniva utilizzata per traffici non ben identificati. La sensazione di Alvise è che l’uomo sia stato usato dai rapitori del patriarca come trasportatore, e che poi sia stato ucciso perché scomodo o perché aveva preteso dei soldi.


I capi di Salvadego, come al solito, non sono favorevoli alle sue personali iniziative, e gli ordinano di limitarsi a fare il suo lavoro evitando di curiosare in giro. Alvise, però, si disinteressa delle istruzioni ricevute dall’alto e continua a seguire il suo fiuto, tanto più che non è solo, bensì affiancato da alcuni amici e/o colleghi che credono in lui.


Uno è un giovanissimo cronista dell’Istrice, desideroso di mettersi alla prova e di fare il suo primo vero scoop. Un altro è un commissario di polizia con il quale c’è una vecchia e solida amicizia, e che si rivela una fondamentale spalla nel corso delle sue “indagini non autorizzate”. Ultima ma non meno importante è Gaspara Maravegia, una ragazza di trentacinque anni che lavora con Alvise al giornale e da tempo ormai si occupa della pagina culturale: la sua conoscenza della storia dell’arte e dei simboli religiosi sarà utilissima per comprendere che cosa si nasconde dietro alla scomparsa del patriarca.



Vipere a San Marco è il primo romanzo che leggo di Paolo Forcellini, un autore che sicuramente potremmo definire… patriottico. Pagina dopo pagina, infatti, il lettore si fa una vera e propria cultura di dialetto veneziano: Alvise ed i suoi lo alternano all’italiano con grande naturalezza, ma personalmente non ho trovato la lettura difficoltosa per questo, anzi, è piacevole, quasi musicale.


L’intreccio giallo è il motore della storia, ma due tematiche importanti accompagnano il lettore quasi in ogni pagina: l’arte veneziana, spiegata spesso nel dettaglio e talvolta con approfondimenti difficili da trovare sui classici manuali, e la gastronomia, perché, diciamocelo… il buon Alvise pensa sempre a mangiare!


Da solo, perché no; ma anche in compagnia del suo amico poliziotto, di altre importanti personalità veneziane, e soprattutto di Gaspara, per il quale egli prova da tempo un sentimento che fatica a dichiarare. Di certo questo libro non sconfina nel rosa, però contiene delle sfumature romance tra il buffo ed il tenero che mi sono molto piaciute: Alvise si fa moltissimi problemi sia per gli oltre vent’anni di differenza che per il suo passato burrascoso da divorziato, ma a Gaspara, tutto sommato, l’idea di conoscere meglio il collega non sembra dispiacere…


L’autore, tuttavia, perde la sua tenerezza sia quando parla del mondo del giornalismo, i cui limiti sono aspramente criticati dal sarcastico protagonista, sia quando disvela gli intrighi del clero veneziano, che di certo non è immune dai peccati, specie quelli legati all’ingordigia di ogni genere.


Personalmente l’ho trovato un romanzo super piacevole, in apparenza giallo “da ombrellone”, ma ricchissimo di curiosità artistiche e storiche su Venezia, e di riflessioni spesso tutt’altro che leggere.



Il sesto comandamento, di Anna Vera Sullam


Venezia, 1940. La Seconda Guerra Mondiale è scoppiata da circa un anno e l’Italia è ancora ignara di dover affrontare il peggio di lì a poco. Se la maggior parte dei cittadini italiani cerca di vivere con un briciolo di serenità, sperando nella fine del conflitto, per la popolazione ebraica è quasi impossibile sforzarsi di essere ottimisti.


Privati di moltissimi diritti dopo le leggi razziali del ‘38, isolati e mal voluti da tantissime persone, molti ebrei si sono chiusi in un ghetto e alcuni di essi, avendo perso i loro mestieri precedenti, hanno messo su delle scuole per poter garantire il diritto allo studio ai loro bambini e ragazzi.


Rodolfo, il segretario della scuola media e superiore ebraica, è uno di essi. Egli proviene da una famiglia che è ebrea per nascita ma non di fatto, non è mai stato praticante, e ha sofferto molto la sua estromissione dal suo precedente posto di lavoro. Alla scuola, però, è molto affezionato, al punto che, in un nebbioso giorno autunnale, invece di andarsi a riposare dopo essere stato operato da uno dei pochi dentisti ancora disponibili ad avere pazienti ebrei, decide di tornarvi per verificare se è tutto ok e se qualcuno ha ancora bisogno di lui.


Trovando la scuola abbastanza silenziosa, Rodolfo decide di dare un’occhiata all’ex biblioteca, convertita in sala professori, ma lo attende un’amarissima sorpresa: tra tavoli e mensole c’è il cadavere di Ida Forti, la professoressa di latino e greco.


L’indagine viene subito affidata a Italo Gigli, un vicequestore che ha in antipatia gli ebrei e vuole risolvere il caso in più in fretta possibile, in modo da accelerare la sua procedura di trasferimento e tornare a Roma, dove vorrebbe fare base. Purtroppo, la condotta vergognosa di Gigli miete la sua prima vittima: viene accusato in fretta e furia un pover’uomo che bazzicava tra la scuola e gli altri edifici del quartiere ebraico per chiedere l’elemosina. L’uomo, un pittore spiantato al quale nessuno voleva male, viene incriminato per tentato furto del portafoglio della professoressa e conseguente assassinio, dopo essere stato colto sul fatto dalla derubata; dopo pochi giorni, egli non regge la dura vita del carcere e si toglie la vita.


Restano in due a non essere convinti davanti al tragico epilogo: Rodolfo, che conosceva sia vittima che imputato e non ci vuole credere, ed il maresciallo Russo, un giovane sottoposto di Gigli arrivato dal Sud da non tanto, solo ed un po’ malinconico ma anche molto determinato. I due all’inizio si scontrano, poi comprendono che potrebbero essere amici ed aiutarsi a vederci più chiaro.


Le indagini, nella scuola ebraica, si rivelano subito piuttosto difficoltose, perché a quell’ora l’istituto era un vero porto di mare, e, tra insegnanti e studenti, più di una persona nasconde un segreto che il più delle volte non ha proprio niente a che fare con la professoressa Forti, ma è comunque troppo scabroso da rivelare, almeno nella mente di chi lo conserva.


Inoltre, sul luogo del delitto è stato visto un uomo distinto ed importante che sembrerebbe non avere nulla a che fare con il quartiere ebraico: un direttore di banca, che però è anche il padre di Elena, l’ex fidanzata di Rodolfo, una ragazza di religione cristiana. Il suo ex suocero è chiaramente un “intoccabile” e il vicequestore Gigli sta facendo l’impossibile per tenerlo fuori, ma Rodolfo e l’ispettore Russo non possono fare a meno di notare che la sua presenza è sospetta.


Un’altra pista interessante potrebbe essere fornita dagli album di fotografie che Ida Forti portava sempre con sé: scatti che, forse, celano un mistero.



Il sesto comandamento racconta una pagina davvero vergognosa della storia italiana: anni in cui le persone di religione ebraica venivano trattate come se fossero una razza a parte e defraudate di ogni bene e diritto ed in cui persino a bambini e ragazzi era vietato studiare insieme ai loro coetanei di religione cristiana. Rodolfo ed il maresciallo Russo mal si adattano a questo tempo storico, anche se per due motivi differenti: il primo è una delle tante vittime, ed oltre al danno deve subire la beffa, perché non è mai stato osservante; il secondo non ha pregiudizi di sorta, ma deve subire quelli del superiore.


Forse proprio per sottolineare il tempo difficile che viene raccontato tra le pagine, l’autrice non ci porta in una Venezia solare e quasi vacanziera come quella del collega Forcellini, bensì ci presenta una città buia e umida, avvolta dalla nebbia e dal sospetto.


Interessanti i due protagonisti, e simpatica anche la dattilografa della scuola, Stella, che vorrebbe tanto che Rodolfo voltasse pagina con lei dopo la difficile conclusione della sua storia con Elena.


Come ormai credo saprete, i romanzi storici mi piacciono molto, e la componente historical, secondo me, dà sempre un tocco affascinante sia ai romance che ai gialli. Questa volta, invece di un’epoca ideale e vagheggiata (come possono essere quella classica o quella rinascimentale) si affronta una pagina molto buia della storia del nostro paese, una pagina che nessuno dovrebbe mai scordare.


Ho letto il romanzo abbastanza lentamente, perché era un periodo (giugno) in cui mi sentivo davvero stanca sotto vari punti di vista; nonostante questo, però, la scrittura mi è parsa piuttosto scorrevole e molto dettagliata.


È un buon romanzo, a metà strada tra il giallo e lo storico: l’ho trovato quasi per caso, nella collana “Brividi d’estate” che regalavano alla Conad insieme alla spesa, ma devo dire che è stata proprio una bella scoperta!





Viaggio a Venezia terminato!

Fatemi sapere che ne pensate: conoscete questi autori?

Avete letto questi romanzi? Che ne pensate?

Quale vi ispira di più?

Aspetto i vostri pareri!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


giovedì 8 settembre 2022

RICETTE PER AMANTI DEI MUFFIN

 ...in tre diverse versioni!





Cari lettori,

come promesso, anche dopo l’estate, prosegue la rubrica “Menu e ricette”!


È arrivato settembre, le mattine qui da noi iniziano ad essere piacevolmente fresche (anche se si continua ad uscire in maglietta) ed i pomeriggi, pur se caldi, non sono più roventi come prima. Io sono già riuscita ad accendere il forno un paio di volte e, anche se poi devo arieggiare o condizionare, non l’ho trovato impossibile.


Per questo oggi ho pensato di proporvi tre varianti di un dolcetto da forno che mi piace molto: i muffin!


Qualche anno fa ricordo che andavano molto più di moda, e ne ho sperimentate tante versioni. Anche adesso mi piace prepararli ogni tanto, alternandoli alle classiche torte. Per oggi ho pensato a tre ricette che mi piacciono particolarmente!



PER CHI ASPETTA L’AUTUNNO

Muffin alle mele



Ingredienti


240-250 gr di farina

1 bicchiere scarso di latte

100 gr di zucchero bianco

2 uova

100 gr di burro

3 mele grandi oppure 4 piccole

1 bustina di lievito

zucchero di canna a piacere

2 cucchiai di marmellata (o 1 marmellatina in scatola) di pesche o albicocche



Preparazione


  • Ciotola n°1: mele tagliate a pezzetti piccoli, marmellata e zucchero di canna a piacere.

  • Ciotola n°2: burro fatto fondere, uova intere e latte.

  • Ciotola n°3: farina, zucchero bianco, lievito.

  • Unire le ciotole 2 e 3.

  • Unire al composto ottenuto circa 2/3 della ciotola 1.

  • Versare il composto negli stampi da muffin fino a metà circa.

  • Usare i restanti pezzetti di mela come decorazione in cima ai muffin. Disporre i pezzetti in cima all'impasto ancora crudo e aggiungere altro zucchero di canna per caramellare.

  • Infornare a 180° per mezz'ora circa.

  • È possibile che si debba fare più di un'infornata... valutare!



PER CHI HA ANCORA VOGLIA D’ESTATE

Muffin alle pesche sciroppate



Ingredienti


5/6 metà di pesche sciroppate (= 1 barattolo)

230 gr di farina

200 gr di burro

100 gr di zucchero

140 ml di sciroppo delle pesche

1 bustina di lievito

2 uova

zucchero di canna a piacere



Preparazione


  • Tagliare le pesche a pezzettini e metterle da parte.

  • Ciotola n°1: burro fuso e zucchero. Aggiungere le due uova intere, mescolare. Aggiungere anche lo sciroppo.

  • Ciotola n°2: farina e lievito.

  • Unire le due ciotole e mescolare.

  • Versare il composto fino a metà degli stampi.

  • Mettere sopra i pezzetti di pesca e lo zucchero di canna per caramellare.

  • Infornare a 180° per mezz'ora abbondante.



PER UN BUONGIORNO PIENO DI ENERGIA

Muffin allo yogurt e caffè



Ingredienti


250 gr di farina

1 bustina di lievito

2 o 3 tazzine di caffè poco zuccherato (a piacere)

1 vasetto di yogurt (bianco o al caffè, a scelta)

100 gr di burro

100 gr di zucchero

2 uova



Preparazione


  • Ciotola n°1: burro fuso e zucchero. Aggiungere le due uova intere e mescolare. Aggiungere yogurt e caffè.

  • Ciotola n°2: farina e lievito.

  • Unire le due ciotole e mescolare.

  • Versare il composto fino a metà degli stampi.

  • Infornare a 180° per quasi 30 minuti.




Ecco i miei muffin in tre varianti!

Che ne pensate? Vi piacciono i muffin?

Di solito come li preparate? C’è qualche ricetta che vi ispira?

Fatemi sapere!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)