lunedì 18 maggio 2026

GIALLI MILANESI

 Due romanzi di Paolo Roversi




Cari lettori,

oggi, per le nostre “Letture...per autori”, ci occupiamo di uno scrittore di cui vi ho già parlato qualche volta, un autore di thriller e noir rigorosamente milanesi: Paolo Roversi.


Milano è la “mia città”: anche se abito in provincia, mi piace visitarla per vari motivi culturali e di svago, e poi lì ci sono tutti i miei ricordi della me studentessa universitaria e anche dei miei primi impieghi. Maggio è l’ultimo mese in cui mi capita di fare qualche visita alla città, prima dell’estate e della fuga verso altri lidi: ho pensato così di raccontarvi questi due romanzi, mie letture di quando le temperature erano un po’ più basse, prima del cambio di mood.


Sono entrambi due update piuttosto recenti di due serie differenti dell’autore: il decimo (e per ora penultimo) episodio delle avventure dell’hacker Enrico Radeschi, e il terzo (e al momento ultimo, esclusa una novella) romanzo che ha per protagonista Luca Botero, il commissario “alla vecchia maniera”. Vediamoli meglio insieme!



L’ombra della solitudine


L’hacker Enrico Radeschi sta affrontando un momento delicato della sua vita personale. Da qualche tempo egli vive in “comodato gratuito” nella casa di Fuster, il direttore di Milano Nera, la testata online per la quale scrive (uno dei suoi lavori ufficiali, anche se quelli ufficiosi lo appassionano di più).


Da settimane ospita il Danese, un suo amico tanto misterioso quanto caro: è vero che non racconta mai molto di se stesso e che non tutti i traffici in cui è coinvolto sono propriamente puliti, però è anche vero che gli è sempre stato leale e senza di lui non ci sarebbe stata la risoluzione di qualche caso, anzi, probabilmente il nostro Radeschi avrebbe finito per vedersela brutta. Così da giorni è iniziata una strana convivenza: lui, il Danese, l’inseparabile iguana dell’amico, l’anziano labrador Buk che ha sempre accompagnato il nostro protagonista e, new entry, Rimbaud, il cagnolino di Marika, la cugina di Radeschi, che, dopo essersi goduta un po’ troppo la bella vita milanese, ha deciso una buona volta di dedicarsi allo studio, e dunque ha bisogno di concentrazione.


L’atmosfera, però, non è allegra. Alla conclusione dell’indagine precedente, uno dei malviventi con cui Radeschi ha avuto a che fare ha fatto al Danese una confessione shock: sua figlia, che l’uomo credeva morta, è ancora viva. Ma non vive più a Milano, non si sa dov’è, né che vita faccia. Per il Danese, la speranza di ritrovare viva la ragazza si è mescolata all’ansia di non sapere dove sia ed alla rabbia per averla creduta morta per anni.


Purtroppo l’unica pista che il Danese ha in mano porta ad avere dei contatti con personaggi molto poco raccomandabili, appartenenti alla malavita russa. Enrico non vorrebbe avere niente a che fare con queste persone, ma non può negare un aiuto ad un amico così caro su una cosa tanto importante.


E per il nostro protagonista le preoccupazioni non finiscono qui: dopo qualche mese di promettente relazione con Amanda Benedetti, una quarantenne che sembrava avere intenzioni serie con lui, la donna è scomparsa. Da giorni non si fa viva, il telefono è spento, e il Danese già è pronto a prenderlo in giro, dicendogli che non sa far durare una relazione “più di cinque minuti” e che quindi tanto vale che egli lo aiuti con i russi.


All’improvviso, però, il telefono squilla: è Loris Sebastiani, il vecchio amico commissario di Radeschi. E quando risponde, l’uomo non può credere a quello che sente.


Amanda Benedetti è stata trovata morta. Nel suo posto di lavoro. Che non era il tranquillo e noioso ufficio a cui aveva accennato nei suoi discorsi con Enrico.


Amanda si faceva chiamare “Virginia Love” ed era una escort per clientela di lusso. Esercitava in un appartamento, ed è stata la sua coinquilina a trovarla: una ragazza che svolgeva la sua stessa professione e che divideva con lei affitto e spese.


Una volta tanto, Loris Sebastiani, non proprio il commissario più simpatico del giallo italiano, è dispiaciuto per Radeschi, che ha avuto il doppio shock di ritrovarsi la fidanzata morta e di scoprire che ella aveva una vita segreta.


Dopo essersi ritrovato a indagare più volte per fare luce sui misteri degli altri, l’uomo non riesce a stare fuori da una vicenda che lo tocca così tanto da vicino. Ma scoprire la verità sulla vita nascosta di Amanda (e sulla sua infelice fine) significa andare a disturbare i suoi clienti, persone potenti che non amano essere scomodate. E il guaio in cui si sta cacciando il Danese per ritrovare la figlia è più grande di quel che egli stesso prevedeva.



I gialli di Enrico Radeschi mi accompagnano ormai da qualche anno. Sono letture che scorrono abbastanza in fretta, complice uno stile accattivante, ma che restano impresse, sia per l’abilità dell’autore di aprire nuovi scorci nel mondo giallo e noir (più volte ho scoperto, in materia di criminologia, dinamiche e settori dei quali ero del tutto all’oscuro), sia per la sua capacità di portarci nel cuore di Milano, da quei luoghi che tutti noi locali conosciamo e amiamo agli angoli periferici e dimenticati.


Devo dire che questo capitolo è più maturo di altri, perché, se ricordate, in passato avevo lamentato un’unica pecca di questa serie: la caratterizzazione dei personaggi femminili, che sembravano delle macchiette senza troppa sostanza in confronto agli “altissimi e levissimi” protagonisti maschili, e a volte venivano pure giudicati con un po’ troppa severità morale (specie in confronto agli uomini).


Con mia sorpresa qui ho trovato una figura femminile che, certo, fa la parte della vittima, ma ha un suo spessore, ed anche la sua professione viene trattata con rispetto. 

Anche Loris Sebastiani forse – e dico forse, eh – si è deciso a smetterla di fare il cupido fuori tempo e fuori luogo e si è reso conto, incredibile ma vero, che esiste la possibilità di trovare una nuova compagna fissa dopo il divorzio, e che non è che una donna è stupida solo perché è giovane e alla moda. Scoperte rivoluzionarie, eh? Io comunque continuo a pensare che la canzone ideale per lui sia Dimmi cosa pensi di me (potete ascoltarla a questo link, ma se siete anche voi millennials ve la ricorderete).


Il Danese fornisce la quota drammatica a questa storia… e la sua sottotrama, secondo me, ha ancora qualche colpo di scena in serbo per noi!



L’enigma Kaminski


Torniamo nella Milano del commissario Luca Botero, una città che sta per concludere il 2015, anno di gloria dell’Expo. Anche se i due romanzi precedenti della serie hanno scoperchiato una serie di affari sporchi (con relativa scia di sangue) proprio legati a questa manifestazione, i milanesi sembrano disinteressarsene.


L’importante, ora che si avvicina la stagione prenatalizia, è celebrare gli incassi che l’Esposizione Universale ha portato alla città, e fregiarsi del lustro che essa ha dato a Milano.


Peccato che i festeggiamenti del bel mondo milanese vengano interrotti da un brutto episodio che si verifica proprio l’8 Dicembre, il giorno dell’Immacolata: al termine della Messa, i partecipanti si accorgono che tra di loro c’è un uomo morto. Si tratta di Giovanni Ferri, uno stimato antiquario che possiede un conosciuto negozio in Brera.


L’uomo si era seduto tranquillamente, come tutti gli altri, per assistere alla funzione religiosa, ma qualcosa sembra averlo stroncato: forse un infarto o un ictus.


Per sicurezza, oltre all’ambulanza vengono convocate anche le forze dell’ordine, ed è così che il commissario Luca Botero si ritrova sulla scena di quello che a lui sembra un delitto. Ci sono particolari che gli sembrano troppo insoliti, e che solo lui, insofferente alla tecnologia ed alle ricerche informatiche, riesce ad individuare, con il suo spirito investigativo in stile “Sherlock Holmes”.


L’autopsia sul corpo di Giovanni Ferri conferma i sospetti di Botero, che si ritrova tra le mani un caso spinoso proprio sotto le feste. La prima fase delle indagini rivela subito che l’uomo, come tanti altri del suo settore, si pregiava di avere una clientela di lusso e grandi introiti, ma non riceveva più gli incarichi di una volta: la crisi, almeno in parte, aveva colpito anche lui. Inoltre, negli ultimi tempi egli aveva accettato la rimessa a nuovo di un oggetto pregiato che era però legato ad una questione ereditaria molto delicata, e c’era stata anche una discussione con la cliente che glielo aveva commissionato.


E questa non è la sua maggiore preoccupazione al momento: la battaglia contro il suo avversario di sempre, il criminale venuto dal passato Jacek Kaminski, si è appena riaccesa. È stato quell’uomo, anni prima, ad imprigionarlo in una stanza con l’inganno ed a sottoporlo ad una tempesta elettromagnetica, che per un pelo non lo ha ucciso. Luca Botero si è svegliato per miracolo ma da allora non sopporta la vicinanza di nessuna apparecchiatura elettromagnetica, ha riorganizzato il suo appartamento in stile anni ‘60 e ha chiesto ed ottenuto ai suoi superiori di avere un ufficio distaccato dalla sede, dove lui e la sua squadra lavorano ancora con fax e telefoni “con la ruota”.


Il commissario pensava che l’uomo si fosse dileguato dall’altra parte del mondo per non finire in carcere, ma, con suo grande sconcerto e orrore, negli ultimi mesi egli è tornato a colpire, prendendosela non solo con lui, ma anche con i suoi cari, come, per esempio, un suo amico tramviere.


La sua non è più una minaccia nell’ombra, ma una vera e propria sfida a viso aperto. E al commissario non resta che accettarla, sperando di chiudere una volta per tutte il capitolo che gli ha rovinato la vita.



Vi avevo già raccontato i primi due romanzi del commissario Botero a questo link. Dopo un po’ di tempo, sono riuscita a leggere anche il terzo, L’enigma Kaminski, che vede il commissario alla resa dei conti con il suo nemico di sempre.


Non mancano mai, però, le indagini nella Milano bene, quella che sembra pensare solo all’Expo, agli affari ed ai conseguenti festeggiamenti. Un mondo fatto di veri e propri serpenti a sonagli, che si pugnalano alle spalle tra amici e persino tra congiunti.


Tra queste rovinose cadute di maschere, l’unico imperturbabile, con la sua eleganza vecchio stile, sembra essere proprio il commissario. E davvero c’è da stupirsi che quest’uomo sembri sempre fresco come una rosa, dal momento che qualunque cellulare acceso e puntato su di lui mentre passeggia potrebbe provocargli una crisi epilettica, e poi mangia solo una volta al giorno (Dio sa perché), non dorme – tranne che sul tram dell’amico – finché un caso non è risolto, e passa la maggior parte delle ore del giorno in un casermone giustamente chiamato “La cortina di ferro”. Un vero e proprio locus amoenus dal quale però, altrettanto inspiegabilmente, nessuno se ne vuole andare, tantomeno le colleghe donne, tutte ovviamente un po’ cotte dell’uomo di altri tempi.

Insomma, l’idea è originale, la ricostruzione è interessante, ma non tutti i particolari sono così credibili.

Ma l’autore ci chiede un po’ di sospensione dell’incredulità, e noi gliela concediamo.


Comunque, se conoscete già la serie, sono sicura che non resterete delusi da questo capitolo così decisivo… le ultime pagine vi regaleranno più di un brivido!




Che ne pensate? Avete letto qualcosa dell’autore?

Vi è piaciuto? Avete in programma di leggere qualche giallo quest’estate?

Attendo i vostri pareri!

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


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