mercoledì 1 luglio 2015

CHI SONO DAVVERO "GLI SDRAIATI"?

Un parere sul libro di Michele Serra





Qualche giorno fa ho letto l'ultimo romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati. Non è una nuovissima uscita, e magari molti di voi l'avranno già letto e riletto, ma ho sentito la necessità di condividere con voi alcuni pensieri che mi sono venuti, una pagina dopo l'altra.

Per chi non lo conoscesse, il libro racconta, in chiave un po' ironica (come ci si potrebbe aspettare dall'autore), ma anche malinconica, l'eterno confronto tra vecchi e giovani, tra la generazione dei “padri” e quella dei “figli”.

Secondo l'autore, infatti, il nostro tempo presenta uno sconcertante paradosso: i vecchi lavorano ed i giovani dormono.


Al di fuori della narrazione, è evidente che Michele Serra stia facendo riferimento all'attuale situazione lavorativa, ed al fatto che chi dovrebbe andare in pensione continua ad essere costretto dalle circostanze ad andare al lavoro, mentre i giovani, che non hanno trovato nemmeno un misero posto quasi gratuito, salutano i genitori dalla porta di casa.


Personalmente, tuttavia, ritengo che il motivo per cui l'autore definisce la nuova generazione “gli sdraiati” sia di stampo diverso, più psicologico.

Il padre protagonista del romanzo, infatti, riscontra nel figlio una perdita di interesse nei confronti della quasi totalità di quello che gli è intorno. Al ragazzo in questione non importa nulla non solo della scuola, dei doveri e delle persone che frequenta, ma neanche delle ore del giorno o delle stagioni. È indifferente a tutti ed a se stesso, ed è questo modo di fare che esaspera il narratore della storia.





Gli sdraiati” è un libro che mi ha fatto sentire come se fossi divisa io stessa in due opposte fazioni.


Da un lato, infatti, come prevedibile, mi sento di difendere la generazione dei “giovani”. È vero, spesso lavoriamo infinitamente meno dei nostri genitori. Ci dividiamo tra fortunati che hanno un impiego quasi fisso (ma raramente coincidente con quello che hanno studiato), super precari che lavorano molto di più in alcuni periodi e molto di meno in altri (e non solo supplenti come la sottoscritta) e molti sfortunati perennemente alla ricerca di un lavoro.


Non lo neghiamo, a volte siamo intolleranti alle critiche della generazione prima di noi, principalmente perché, riguardo alla presente situazione, non ci sentiamo di avere colpe.

Purtroppo la nostra condizione di “sdraiati” spesso è dovuta a cause indipendenti dalla nostra volontà. Noi vorremmo alzarci, essere molto più attivi, lasciare una nostra impronta più incisiva nel mondo. È per questo motivo, infatti, che ho riscontrato tra i miei coetanei una crescita impressionante di lavoretti per arrotondare, hobbies che diventano lavori e spazi personali come questo mio blog. In mancanza di un sostegno adeguato da parte di chi dovrebbe aiutarci, cerchiamo soltanto di esprimere la nostra individualità in altri modi.





Quello su cui mi interessa soffermarmi è però l'altra mia “fazione”. Alcune volte, infatti, persino io mi sono sentita tra le file dei “vecchi”. Prima che qualcuno di voi obietti giustamente che la mia prossima torta di compleanno avrà solo 26 candeline e che è un po' presto per lamentarmi dei reumatismi, lasciate che vi spieghi.

Quest'anno ho svolto un mestiere che mi ha consentito di stare a più stretto contatto con molte persone nate dopo di me. Alcune volte la differenza d'età è stata più sottile, altre più marcata, ma, in ogni caso, mi ha permesso di fare caso ad alcune situazioni che non mi sarei mai aspettata.


Per esempio, durante una lezione di storia a dei ragazzi di prima media, ho pensato che, per facilitare loro lo studio sul libro, sarebbe stato più utile fare uno schema alla lavagna. La tecnica aveva già funzionato bene con altri ragazzi, anche se un po' più grandi. Questa la risposta: “Prof, ma dobbiamo scrivere? Siamo stanchi! Non si potrebbe almeno usare l'Ipad?”

Oppure, insegnando geografia, ho fatto un pensiero sulle care, vecchie ricerche sulle Regioni d'Italia, ma sono stati i colleghi a dissuadermi, dicendo: “Guarda, ci abbiamo provato anche noi più di una volta, ma è inutile. Ormai tutti scaricano in tre secondi qualcosa di già pronto da Internet e non lo rileggono neanche.”

Un'altra volta ancora, di fronte alla scelta di moltissime tracce per il tema, più di un ragazzo ha dichiarato di “non riuscire a pensare”. Su mio gentile consiglio, poi, hanno svolto il tema. Tuttavia, nel momento in cui ho corretto i lavori, mi sono resa conto che no, non avevano mentito affatto: leggendo, si faceva fatica a capire anche solo quale fosse il loro parere personale sull'argomento.



Leggendo il romanzo di Michele Serra, mi sono tornati in mente tutti loro. L'atteggiamento del tipo “tanto non cambia niente”, la tendenza a quello che a me spesso è sembrato analfabetismo di ritorno, lo sdraiamento (perdonate il neologismo) che sembra peggiorare man mano che l'anno di nascita è più recente, la sensazione di non dover esplorare nulla del mondo che ci circonda perché qualche “mamma elettronica” l'ha già fatto per noi e ci ha già preparato una pappina riassuntiva.





Cari genitori, non allarmatevi: quello che ho raccontato non è stata né una regola né una costante. Ho trovato anche tanti ragazzi svegli, allegri, con voglia di mettersi in gioco. Di parecchie giornate di lavoro ho un bellissimo ricordo. Ricordo con molto affetto tutte le scuole che ho “visitato” quest'anno.

La mia forse è solo la confessione di una ragazza un po' spiazzata che, facendosi forte dei suoi 25 anni, sperava di poter comprendere meglio la posizione dei ragazzi rispetto a persone dell'età dei suoi genitori, ed invece, suo malgrado, ha scoperto che attualmente, anche “tra giovani”, un decennio è una montagna ed un quindicennio un abisso.

Nel corso del romanzo, il padre riesce a trovare qualcosa a cui far appassionare il figlio, ed il messaggio che Michele Serra trasmette è quello di una speranza che conforta tutti noi. Anche se le circostanze sono spesso difficili, credo che tutti noi dobbiamo sforzarci di essere ottimisti. Arrendersi al pessimismo ritenendo che l'umanità non abbia più nulla da trasmettere sarebbe la peggior forma di “sdraiamento” possibile.





Come sempre grazie per le visualizzazioni dei miei post: i numeri aumentano sempre più ed io ne sono così contenta che quasi non ci posso credere! Vi ricordo che lo spazio commenti è a vostra disposizione. Al prossimo post :-)

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