lunedì 8 aprile 2024

L'AMORE

 Novecento in poesia #8




Cari lettori, benvenuti all'appuntamento di aprile con "L'angolo della poesia" ed il nostro percorso alla scoperta del Novecento! 

Questo è un mese romantico: parliamo d'amore, nelle sue mille sfumature!  

I componimenti dei poeti novecenteschi esplorano nel profondo questo sentimento, e spero che emozioneranno anche voi... 



Le scarpette di chevreau, di Attilio Bertolucci


Esentato dal servizio militare perché

assegnato ai servizi sedentari

per la nevrosi cardiaca che l’accompagna

da quando ebbe uno sfregamento pleurico

A. s’è costruito una cella

per sé per lei

che li protegga dai tempi che corrono.

È come se stessero in una capanna

di pali e rami,

allacciate le mani ai ginocchi,

un po’ nascosti un po’ visibili:

lui più attento ai rumori, alle voci

che s’avvicinano e s’allontanano

da loro due immobili fuggiaschi.

Il cielo si va oscurando, si prepara

una burrasca che potrebbe

sconvolgere, distruggere i ripari. Ma

passa, e si sfoga distante,

non tanto da non toccare N.

(che ha un fratello partito per l’Africa).

A. se la tiene più vicina, il succo

dei baci è, deve essere, l’antidoto

che li salva, l’egoismo l’arma

per combattere subdolamente chi

non è possibile altrimenti affrontare.

L’avventura finisce in un tempo

breve, è stato un bagno

più che di sangue, di parole… Ma

la bella Europa di Bella e Eglantine

è minacciata, non si vive più

in un dopoguerra inebriato

né in un entre deux guerres ansioso

e felice, già questo è un anteguerra

lento, torpido, senza scampo.

Non basterà cacciarsi al sicuro

nelle catacombe dell’Orfeo, del Centrale, del Lux,

maschere di celluloide delirando nel buio…



Res amissa, di Giorgio Caproni


Non ne trovo traccia.

Venne da me apposta

(di questo sono certo)

per farmene dono.

Non ne trovo più traccia.

Rivedo nell’abbandono

del giorno l’esile faccia

biancoflautata…

La manica

in trina…


La grazia,

così dolce e allemanica

nel porgere…


Un vento

d’urto – un’aria

quasi silicea agghiaccia

ora la stanza…


(È lama

di coltello?

Tormento

oltre il vetro ed il legno

- serrato – dell’imposta?)


Non ne scorgo più il segno.

Più traccia.


Chiedo

alla morgana…


Rivedo

esile l’esile faccia

flautoscomparsa…


Schiude

- remota – l’albeggiante bocca,

ma non parla.


(Non può

- niente può – dar risposta.)


Non spero più di trovarla.


L’ho troppo gelosamente

(irrecuperabilmente) riposta.



Adolescente, di Vincenzo Cardarelli


Su te, vergine adolescente,

sta come un’ombra sacra.

Nulla è più misterioso

e adorabile e proprio

della tua carne spogliata.

Ma ti recludi nell’attenta veste

e abiti lontano

con la tua grazia

dove non sai chi ti raggiungerà.

Certo non io. Se ti veggo passare

a tanta regale distanza,

con la chioma sciolta

e tutta la persona astata,

la vertigine mi si porta via.

Sei l’imporosa e liscia creatura

cui preme nel suo respiro

l’oscuro gaudio della carne che appena

sopporta la sua pienezza.

Nel sangue, che ha diffusioni

di fiamma sulla tua faccia,

il cosmo fa le sue risa

come nell’occhio nero della rondine.


La tua pupilla è bruciata

del sole che dentro vi sta.

La tua bocca è serrata.

Non sanno le mani tue bianche

il sudore umiliante dei contatti.

E penso come il tuo corpo

difficoltoso e vago

fa disperare l’amore

nel cuor dell’uomo!


Pure qualcuno ti disfiorerà,

bocca di sorgiva.

Qualcuno che non lo saprà,

un pescatore di spugne,

avrà questa perla rara.

Gli sarà grazia e fortuna

il non averti cercata

e non sapere chi sei

e non poterti godere

con la sottile coscienza

che offende il geloso Iddio.

Oh sì, l’animale sarà

abbastanza ignaro

per non morire prima di toccarti.


E tutto è così.

Tu anche non sai chi sei.

E prendere ti lascerai,

ma per vedere come il gioco è fatto,

per ridere un poco insieme.

Come fiamma si perde nella luce,

al tocco della realtà

i misteri che tu prometti

si disciolgono in nulla.

Inconsumata passerà

tanta gioia!

Tu ti darai, tu ti perderai,

per il capriccio che non indovina

mai, col primo che ti piacerà.

Ama il tempo lo scherzo

che lo seconda,

non il cauto volere che indugia.

Così la fanciullezza

fa ruzzolare il mondo

e il saggio non è che un fanciullo

che si duole di essere cresciuto.



Cartina muta, di Milo De Angelis



Ora lo sai anche tu

lo sappiamo

mentre stiamo per rinascere.”

(Franco Fortini)


Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia

dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto

del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,

è lo stesso che una volta chiamai amore, qui

nella nebbia della Comasina.

Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei

getta in un cestino l’orario e gli occhiali,

si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.

«Perché fai questo?»

«Perché io sono così» risponde una forma dura della voce,

un dolore che assomiglia

solamente a se stesso. «Perché io…

né prendere né lasciare.» Avvengono parole

nel sangue, occhi che urtano contro il neon

gelati, intelligenti e inconsolabili,

mani che disegnano sul vetro l’angelo custode

e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,

l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.


«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli

a molti esseri prima di diventare nostra…

vita, proprio tu vuoi darle

un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni

si cercano un metro d’asfalto...»

Interrompiamo l’antologia

e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente

i fatti e le parole. Questo,

questo mi è possibile. Alle tre del mattino

ci fermammo davanti ad un chiosco, chiedemmo

due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi

mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.

Le parole si capivano e la bocca

non era più impastata. «Dove sei stata

per tutta la mia vita.» Milano torna muta

e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio

e umido che le scioglie anche il nome,

ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,

insieme diverremo quel pianto

che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi

e lo vedrò anch’io.. lo vedremo,

ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…

ora che stiamo per rinascere.



Nascite, di Luigi Fallacara


Lungo un ramo si genera

la vicinanza della primavera;

allo struggimento conosco

la presenza dell’anima.


Fiori e lacrime, e il gemito

delle cose che cominciano,

delle cose che finiscono,

dentro il cuore si mescola: ne nasce

pallore, odore, il punto di godere

la sofferenza.


O pura donna, con febbrile

meta, si sciolgono le pupille

nello sguardo dove arde

imposseduto pianto.


Ombra nuova sul volto

del bel ramo fiorito,

come il tempo battuto dal mio sangue

precisa appari, appari incanto, e perdita.


Sugli orizzonti decisi d’aria,

ti muovi andando verso

la tua gioia, creatura;

docile, in fondo all’anima dolente,

un’ombra resta in me della tua vita.



Da Le occasioni, di Eugenio Montale


Ti libero la fronte dai ghiaccioli

che raccogliesti traversando l’alte

nebulose; hai le penne lacerate

dai cicloni, ti desti a soprassalti.


Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo

l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole

freddoloso; e l’altre ombre che scantonano

nel vicolo non sanno che sei qui.



Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, di Cesare Pavese


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.


Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.



Del miele sulla soglia, di Silvio Ramat


Dev’esserci del miele sulla soglia

di certe case.

Giunti alla chiarezza

del congedo, mi ripetono (in due)

che non sono un soggetto da poco:

anzi

darei di me feconda spremitura:

se appena, per una volta, accettassi

i riti di quel loro lettino… -

io stesso

nell’amaro l’ho pensato di qualche

notte delle ultime, felicitandomi

di non avere alla pendola avita

restituito né lingua né chiave

del suono, il chi sa dove del suo grembo.

In quel nontempo sapevo remare

dalla parte del cuore e riassopirmi.



Da Vidi le Muse, di Leonardo Sinisgalli


Da quanti anni, da sempre

Sul finire del giorno

Lungo il muro il tuo passo ritorna

La tua mano mi tocca

Delusa: Leonardo, mi dici a bocca

Chiusa. Il vento leggera ti scioglie.

Io ti sento partire dal mio fianco

Nella brezza delle foglie.

La tua voce è una carezza

Che brucia più l’ora si attarda:

Io non so dove mi conduce.



Canto di donna, di Sergio Solmi


Canto di donna che si sa non vista

dietro le chiuse imposte, voce roca,

di languenti abbandoni e d’improvvisi

brividi scorsa, di vuote parole

fatta, ch’io non discerno.

O voce assorta, procellosa e dolce,

folta di sogni,

quale rapiva i marinai in mezzo

al mare, un tempo, canto di sirena.

Voce del desiderio, che non sa

se vuole o teme, ed altra non ridice

cosa che sé, che il suo buio, tremante

amore. Come te l’accesa carne

parla talora, e ascolta

sé stupefatta esistere.



Da L’amore delle parti, di Cesare Viviani


anche qui c’è una selva e ci si perde

la vista; abbiamo fatto

come se tu ci fossi un’escursione

e appena tra gli arbusti il silenzio calava

parlavamo di te ridendo; avere

notizia che non ti alzavi più dalla debolezza

e poi col tempo i muscoli si sono fermati alla fine

il cuore quando arrivava un giorno di marzo,

pensando a questo nel bosco si ride ci si diverte

ci si piega in due dalle risa sulla tua morte, amore




A me questa volta sono piaciute particolarmente le poesie di Fallacara e di Solmi, però ci sono dei veri e propri classici che vengono studiati anche a scuola, come il componimento di Pavese o quello di Montale. 

E voi invece, da cosa vi siete lasciati emozionare? Fatemi sapere! 

Grazie per la lettura, al prossimo post :-)


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