lunedì 31 agosto 2015

LA MUSICA PROVATA

Quando non si ascolta soltanto con l'udito

 





Durante questo recentissimo periodo di ferie, mi sono dedicata, come mio solito, a qualche nuova lettura. Uno dei libri più leggeri per numero di pagine ma non certo per contenuto è uno degli ultimi lavori di Erri De Luca, La musica provata. Si tratta di una sorta di piccola autobiografia in chiave musicale. Pagina dopo pagina, infatti, lo scrittore richiama alla mente pensieri e ricordi, guidato dal suono delle sue musiche preferite. 
 

Mentre leggevo mi sono chiesta più volte: quali potrebbero essere, per ognuno di noi, le musiche provate? Quali sono i brani, di qualunque genere, che non abbiamo soltanto ascoltato più volte, ma che abbiamo pienamente vissuto, per i più svariati motivi?

Essendo un'appassionata di musica, se dovessi rispondere per intero, probabilmente avrei bisogno di un mese di tempo e scriverei un post lungo cento volte questo. Quello che segue è semplicemente un campionario delle mie scelte, in ordine assolutamente casuale.





La musica del déja-vu.


Nel 2006, dopo quasi quattro anni di danza moderno-jazz, la mia insegnante ha deciso che era giunto per me il momento di cimentarmi non soltanto nei balletti di gruppo, bensì in una mia prima variazione, non da sola, ovviamente, ma a tre. Sempre su consiglio della mia insegnante, mi sono ritrovata ad eseguire un brano tratto dal musical Cats. Il costume da gatto fatto con l'aiuto della zia era molto carino, la musica era splendida e la variazione era riuscita bene; io però ero pur sempre un'adolescente che aveva finito il terzo anno di superiori ed una parte di me avrebbe tanto voluto esibirmi in shorts e top su una canzone dance tanto di moda quell'estate. 
Ho rifatto Cats due anni fa come finale del primo tempo, quando le uniche cose rimaste invariate erano l'insegnante ed il costume: nel frattempo, il gruppo era del tutto cambiato ed io ero alle prese con gli ultimi esami della Laurea Specialistica. Forse è stato l'insieme di questi elementi, ma ho visto Cats sotto una luce del tutto nuova: mi sono divertita dall'inizio alla fine, dal progetto all'esecuzione del balletto. A Cats ricollegherò sempre il rumore delle nostre risate. È stato uno di quei casi che mi ha insegnato che, in definitiva, repetita iuvant.





La musica suonata.


Per diversi anni ho preso lezioni di chitarra classica. Ho sperimentato diversi generi: la musica classica, i pezzi scritti appositamente per la chitarra, gli accordi e le melodie della musica leggera. Durante gli anni della mia adolescenza, però, uno spartito mi è rimasto particolarmente impresso: Se io non avessi te di Nek. Filippo Neviani è sempre stato il mio cantante preferito, fin da quando ero una bambina di sette/otto anni. Potete quindi immaginare la mia emozione quando il mio insegnante mi ha portato una musica che avevo aspettato con ansia (anche se, ripensandoci, forse io gliel'avevo chiesta così tante volte che si è dovuto rassegnare). 
Se mi concentro, riesco ancora a rievocare l'impegno che avevo messo nell'imparare quella melodia, tanto che, senza nemmeno chiudere gli occhi, rivedo persino lo spartito. Dal mio punto di vista, Se io non avessi te è “La canzone di Nek con tante note di un quarto allungate da un punto”. Ho ricordi simili anche di altri brani di musica leggera, ma, per ovvi motivi, questo è quello che ricordo con maggiore affetto.





La musica sempre sfiorata.


Nel 2003, nel corso del mio primo saggio di danza, ho assistito con stupore all'esecuzione, da parte delle allieve grandi di danza classica, della Danza dei cigni, brano tratto dal celeberrimo balletto Il lago dei cigni. Si tratta di una danza particolarissima: la durata è quella di una canzone di musica leggera, le ballerine danzano tenendosi abbracciate dietro la schiena e compiono una serie di piccoli ma complessi movimenti coordinati con i piedi e con le caviglie. Io ero soltanto una principiante, ma probabilmente avrei dato un braccio pur di essere così brava.

Nel 2009, abbiamo allestito un medley tratto da Il lago dei cigni, e, ancora una volta, è stata riproposta questa danza. Questa volta io facevo parte della coreografia, ma non ho fatto né il cigno né la dama, bensì il giullare di corte, e mi sono stati assegnati altri pezzi.

Quando ho visto di recente il film Scoop, ho capito subito che per me esso non sarebbe mai stato “Il film di Woody Allen”, o “Il film con Scarlett Johansson”, e nemmeno “Il film con Hugh Jackman” (anche se è stato difficile mettere lui in secondo piano, lo ammetto). Per me Scoop sarebbe stato sempre e solo “Il film con la Danza dei cigni come colonna sonora”. Ascoltando questa musica a me arcinota, mi è sembrato strano non assistere ad un balletto, ed è curioso, dal momento che questo è uno dei brani che in effetti io non ho mai eseguito. Si tratta di una musica che ho sempre rincorso, sempre sfiorato, ma mai, in un certo senso, afferrato.





La musica di un film e di un'epoca.


Leggendo l'introduzione di un romanzo rosa ancora sulla mia wishlist, “Innamorarsi a Notting Hill” di Ali McNamara, mi ha immediatamente colpito una considerazione dell'autrice, la quale afferma di aver sempre adorato il film Notting Hill e di ritenere gli anni delle commedie di Hugh Grant e Julia Roberts “i migliori della sua vita”. 
Anche se nella seconda metà degli anni '90 io ero decisamente troppo piccola per apprezzare le commedie romantiche, film come Notting Hill sono i primi che ho visto crescendo e, con il passare del tempo, mi sono resa conto che hanno contribuito non poco a far nascere la mia passione per i romanzi rosa. La mia canzone preferita è da sempre When you say nothing at all, colonna sonora portante del film e, a mio parere, simbolo di quella fortunata serie di commedie.

Mi è capitato, dando ripetizioni a ragazze delle superiori, di sentirmi chiedere quale fosse la mia canzone preferita. Più di una volta, la reazione alla mia risposta è stata: “Ma dai, una canzone del '99? è il mio anno di nascita!” A volte basta poco per capire che certe epoche sono irrimediabilmente concluse.





La musica che si traveste da silenzio.


Uno dei balletti che ricordo con particolare piacere è il Coro a bocca chiusa, appartenente all'opera Madama Butterfly. È un brano straordinario, unico nel suo genere: la melodia è lenta, quasi ipnotica, e non è presente il testo, ma soltanto un accompagnamento vocale, eseguito, appunto, a bocca chiusa.

Una simile musica richiede un ascolto attento e, se danzata, movimenti precisi e trattenuti; ciò nonostante, è sorprendente il senso di tranquillità e quasi di libertà che essa riesce a trasmettere.

Il Coro a bocca chiusa è la musica più vicina al silenzio che noi possiamo immaginare, eppure risulta molto più emozionante di tanti brani “urlati”.





La musica che ispira un nuovo stile di vita.


Nel corso della vita, specie se si è piuttosto giovani, può accadere di ritrovarsi al termine di un'esperienza che è stata a lungo il centro della propria esistenza. Che cosa si prova quando le circostanze ci spingono a cambiare?

Anche quando una determinata fase della propria vita si avvia verso il naturale termine, spesso la nostalgia è fortissima e, in molti casi, non è mai del tutto sopita.


Personalmente, mi è venuto in aiuto lo splendido testo della canzone dei Negramaro e di Jovanotti Cade la pioggia, e, in modo particolare, i seguenti versi:



Dimmi che serve restare lontano in silenzio a guardare

la nostra passione non muore ma cambia colore

tu fammi sperare

ché piove e senti pure l'odore

di questa mia pelle che è bianca e non vuole il colore



Queste parole mi hanno insegnato che, come saggiamente dice la scienza, nulla si crea e nulla si distrugge, ma qualsiasi cosa cambia semplicemente aspetto.

Se davvero amiamo qualcosa (nel mio caso, le Lettere) il nostro stesso modo di essere ci porterà a non abbandonarla mai; la vita ci può costringere a toglierle un determinato colore, ma noi, ben presto, gliene daremo un altro. Inoltre, qualunque cosa ci succeda, abbiamo sempre la possibilità di diventare una pagina bianca e ricominciare.


Quest'idea mi è piaciuta così tanto che ho intitolato il blog come uno di questi versi.




Grazie di cuore per tutte le letture ed i commenti sui social! Aspetto i vostri commenti su quali siano le vostre musiche provate. A presto!

martedì 25 agosto 2015

CONSIGLI IN ROSA

I romanzi al femminile davvero da non perdere


I mesi estivi e le immancabili rubriche di “consigli per letture sotto l'ombrellone” riportano alle luci della ribalta il romanzo rosa. Si tratta di un genere molto amato, e per svariati motivi.


Innanzitutto, il romanzo rosa permette di trattare in maniera leggera e spesso ironica tanti problemi personali e relazionali che smettono di essere qualcosa che affligge soltanto noi per diventare invece oggetto di discussione o addirittura fonte di una risata liberatoria.


Inoltre, molti di questi romanzi presentano situazioni come feste, vacanze ed appuntamenti che nella vita di tutti i giorni capita di vivere di rado ed in forma molto più ridotta. Proprio per questo motivo, che c'è di male nel sognare un po'?


Tuttavia, il motivo di successo principale di questa tipologia di romanzi risiede nel fatto che, come anche molte autrici hanno sottolineato, il numero delle lettrici supera di molto quello dei lettori. Non solo, infatti, gli uomini che leggono sono in minoranza, ma molti di loro prediligono letture non-fiction, come raccolte di articoli di giornale, saggi o biografie di personaggi famosi.

Può darsi che sia questa componente ad avere spesso e volentieri relegato in un angolo i romanzi rosa, accusati di essere un genere minore e poco impegnativo.


Dal momento che questo cosiddetto “genere minore” sta però vivendo un momento d'oro, anche grazie alle numerose fanfiction sdoganate di recente dalle piattaforme on-line per diventare libri a tutti gli effetti, mi sembra giusto dedicargli un piccolo spazio. 
 

Chi mi conosce sa che ho sempre divorato moltissimi romanzi rosa, e che li ho (quasi) tutti apprezzati.

In questo post, però, mi piacerebbe indicare quelli che, a buon diritto, posso ritenere i miei preferiti. Consiglio i libri di cui a breve parlerò non soltanto agli amanti del genere, ma anche (e soprattutto) agli scettici.





- Innamorarsi a New York, di Melissa Hill.  


 
La prima osservazione da fare a proposito di questo romanzo è questa: il titolo non mi convince affatto. Come ho detto più di una volta ai miei (spero non troppo annoiati) amici, il vero titolo di questo romanzo dovrebbe essere Innamorarsi nuovamente della vita. Forse, però, andrebbe bene anche il titolo originale, che è Before I forget, ovvero Prima che io dimentichi. Memoria e voglia di vivere sono, infatti, il cuore del romanzo.


Abby, ragazza irlandese, a quasi trent'anni non si è resa conto di aver dedicato troppo tempo a due cose che la rendono infelice: un lavoro che è più un'abitudine ossessiva che un reale interesse ed un ragazzo metodico, pedante e paternalista che le ha condizionato la vita e poi l'ha abbandonata. Abby non fa che restare chiusa tra casa ed ufficio, concede poco tempo alla famiglia ed agli amici ed ha paura di qualsiasi nuova esperienza, compreso assaggiare qualche nuovo tipo di cibo.

Un importante incidente, però, causa in lei un trauma cranico, con un conseguente danneggiamento della sua memoria a lungo termine. Costretta dalle circostanze a non lavorare ed a stare vicino ai suoi cari, Abby si lascia convincere a costruirsi una nuova vita, fatta di ricordi così belli da restare impressi per sempre nella sua memoria. In questo modo la ragazza riscopre tutti i piaceri dell'esistenza che, troppo presa dai suoi doveri, aveva dimenticato: le amicizie, le nuove esperienze, una ritrovata leggerezza… e forse la capacità di svoltare in amore.


Non so ancora se si tratti del mio romanzo rosa preferito in assoluto, anche se è un ottimo candidato. Ciò che è certo è che è la storia in cui mi sono rivista di più.





- La compagna di scuola, di Madeleine Wickham (meglio nota come Sophie Kinsella). 



L'autrice è nota a tutti, così come i romanzi della serie I love shopping. Meno conosciuti sono forse i romanzi che riportano sulla copertina il suo vero nome, appartenenti ad un periodo anteriore al suo successo. 

La compagna di scuola narra la vita di tre grandi amiche che lavorano allo stesso giornale e sono solite confidarsi davanti ad un cocktail nel loro bar preferito, ostentando una sicurezza ed una serenità che non possiedono affatto. Maggie, la direttrice, sta per avere un figlio, ma è terrorizzata dall'idea di abbandonare il lavoro per dei mesi per restare da sola con il bambino in un'enorme casa di campagna. Suzanne, giornalista freelance, apparentemente libera sotto ogni punto di vista, ha un unico grande amore: il suo redattore… ahimé sposato.

Candice, infine, la vera protagonista del romanzo, conduce un'esistenza apparentemente tranquilla, ma tutto quello che fa è dettato dal suo profondo senso di colpa e di inferiorità, sia sul lavoro che nella vita privata.

La comparsa di Heather, una ex compagna di scuola di Candice, ribalterà tutti gli equilibri costruiti e costringerà le tre donne a buttare le loro maschere. 
 

Una storia che fa riflettere molto sul senso della famiglia, dell'amicizia, dell'amore. Questo romanzo ci insegna che esistono più sfumature di un unico sentimento, e che non ci si deve mai vergognare nel cercare la felicità.




- La trilogia di Monica (Mi piaci da morire; L'amore non fa per me; L'amore mi perseguita) di Federica Bosco.





Monica, trentenne italiana, vive e lavora a New York. È fuggita da Roma e dalla sua giovinezza tutt'altro che esemplare e divide un appartamento con due amici. È stanca della sua vita: il suo sogno di diventare scrittrice sembra irrealizzabile, e le sue vicende sentimentali sono una collezione di disastri. Un giorno, nel negozio in cui lavora entra una persona speciale... E questo è solo l'inizio delle sue avventure! 

In tre libri, Monica trova e perde lavori, si sente tra le stelle e poi nel baratro della disperazione, viene delusa da persone in cui crede ed accolta da altre che non si sarebbe aspettata, si fa carico del dolore altrui per poi imparare a mettersi al primo posto, rischia di vedere distrutto il suo mondo e poi ricomincia in modo del tutto sorprendente. La sua ironia e la sua capacità di non arrendersi fanno sì che lei riesca ad imparare ad amare, ad abbandonare le sue insicurezze, a trasformarsi in una persona matura e consapevole. 
 

Questa trilogia di romanzi è terapeutica. Non c'è davvero un'altra parola che possa descriverla con altrettanta efficacia.





- Al diavolo piace dolce, di Lauren Weisberger.




L'autrice è conosciutissima per via del libro Il diavolo veste Prada, diventato poi un film. Il titolo italiano di questo romanzo potrebbe far pensare alla continuazione della medesima storia, ma quello originale (Everyone worth knowing, cioè “Vale la pena che ognuno sappia”) rivela un contenuto differente. 

La domanda che potrebbe porsi il lettore è: che cosa vale la pena che ognuno sappia? La risposta è: quello che Bette, la protagonista, giovane ragazza residente a New York, ignora all'inizio del romanzo. Quest'ultima, infatti, si è appena licenziata dall'ufficio nel quale lavora come impiegata, perché si ritiene logorata dalla vita monotona che conduce. Tramite un ricco e mondano zio conosce poi un'organizzatrice di eventi, una donna carismatica e piena d'energia che le offre subito un posto all'interno della sua azienda. Bette viene catapultata in un vortice di feste, capi firmati, viaggi e vita notturna, ma ben presto si accorgerà di essere stata troppo ottimista e di aver iniziato a perdere di vista quello a cui tiene davvero.


Questo romanzo è, a mio parere, una lettura molto più interessante di Il diavolo veste Prada. Quest'ultimo, infatti, presenta un “cattivo” assolutamente individuabile: la temutissima Miranda, capo della protagonista. Di conseguenza, è molto semplice, per il lettore, associare ogni sentimento negativo a quel personaggio e quindi intuire qual è la scelta che l'eroina del romanzo dovrebbe compiere. In Al diavolo piace dolce, invece, non c'è nulla di tutto questo, perché la nuova vita di Bette è in apparenza straordinaria, quasi la realizzazione di un sogno. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto persone che compiono delle scelte e, di conseguenza, ne gioiscono o ne soffrono. Per questo motivo è compito della protagonista scegliere la sua personalissima strada. 
 

Ultimo ma non meno importante: la lettura è agevolata dallo stile di scrittura della Weisberger, graffiante, scorrevole ed in assoluto tra i miei preferiti.





- AAA Cercasi disperatamente un lieto fine, di Ariel. 



Per gli amanti del romanzo rosa meno conosciuto e degli e-book online, mi sento di consigliare questa piacevolissima lettura. Il romanzo non è particolarmente voluminoso, quindi bastano un paio di serate di relax per poterselo gustare appieno. 

Al centro della storia c'è Jennifer, ragazza povera, abbandonata da famiglia ed amici, costretta dalle circostanze alle convivenza con una coinquilina antipatica ed a un poco simpatico impiego alle pompe funebri. Erroneamente convinta di aver vinto la lotteria, si accorge troppo tardi del suo sbaglio: si ritrova senza lavoro, in un immenso attico che non è in grado di pagare ed ancora più piena di guai. È solo l'inizio di una serie di godibilissimi colpi di scena, alcuni dei quali davvero inaspettati.


Lo stile è fresco e leggero, e l'ambientazione milanese – lo ammetto – non poteva non sedurmi.






Con l'augurio che questa piccola top five vi sia interessata e, perché no, vi sia stata di aiuto, resto in attesa di un vostro parere.

Avete letto uno dei libri che ho citato? Che cosa ne pensate?

Avete altri romanzi da consigliare (se la risposta è sì, fatelo senza indugi!)?

Grazie mille, come sempre, a tutti coloro che leggono questo blog o che lo stanno visitando in questo momento.

Auguro un buon rientro dalle vacanze a chi, come me, è appena tornato, ed una buona continuazione ai fortunati che si stanno ancora godendo le ferie!

giovedì 9 luglio 2015

STORIA D'AMORE E DI TRADIZIONE

Un incontro con Sveva Casati Modignani

Scrittrici nel cuore #3






Cari lettori, oggi vi racconto una storia.


C'era una volta una ragazzina che, pur essendo poco più di una poppante, si sentiva già molto adulta. Il suo più grande sogno era occuparsi di narrativa, di classici, di letteratura. Era alle prese con gli esami di terza media, ma, come suo solito, a pochi giorni dalle prove scritte aveva già studiato tutto il necessario.

Sapeva che avrebbe passato i pomeriggi dopo gli esami a casa dei suoi nonni, così, per far passare il tempo durante l'afosissimo giugno del 2003 (che sarebbe stato solo l'inizio dell'estate più torrida di sempre), un bel giorno decise di arrampicarsi lungo gli scaffali della parecchio fornita libreria di sua madre. Ne estrasse un romanzo, Disperatamente Giulia, e decise di portarselo dietro. Le sembrava un volume piuttosto consistente, ed era sicura che l'avrebbe tenuta occupata.

Acquattata nello studio di suo nonno, o, quando il caldo era troppo opprimente, asserragliata in tavernetta, la ragazzina passò alcuni dei suoi pomeriggi più belli di sempre. Quando gli esami di terza media finirono, e lei andò in piscina con gli amici a festeggiare, aveva già deciso che Disperatamente Giulia sarebbe sempre stato uno dei suoi romanzi preferiti. 

 



Se avete letto con attenzione questa premessa, potete benissimo immaginarvi quanto io sia stata felice di scoprire, qualche settimana fa, che domenica 5 luglio Sveva Casati Modignani sarebbe venuta nel mio paese in provincia di Milano a presentare il suo nuovo romanzo, La vigna di Angelica. 
 

Si è trattato di un incontro intensissimo, che resterà sempre nei miei ricordi, e che mi ha confermato che Sveva è un'autrice di primissimo piano per l'Italia. So che non tutti la conoscono, specie, forse, i miei coetanei (il suo pubblico è prevalentemente composto da donne, di solito con qualche anno in più di me), ed è proprio per questo motivo che ho pensato di riportare qua sotto le riflessioni fatte durante la serata che più mi hanno colpito.






1) Innanzitutto, le storie di Sveva Casati Modignani sono parte della nostra vita molto più di quello che potremmo inizialmente pensare. L'autrice si documenta con molta accuratezza prima di iniziare un nuovo romanzo, e, leggendo ogni sua storia, il lettore si sente spesso catapultato in diversi momenti della storia italiana del '900. Da un momento all'altro veniamo portati sulle montagne tra i Partigiani, negli anni '20 con i primi aviatori, nel bel mezzo degli anni '70 e del terrorismo politico, o ancora prima del '900, nel cuore della Belle époque. Se qualcuno di voi è in cerca di una storia appassionante che insegni anche qualcosa sul recente passato, non si pentirà di aver scelto un suo romanzo.







2) Ogni sua narrazione è un piccolo “mondo” a parte, che ruota intorno ad un tema ben preciso. Se Come stelle cadenti fa rivivere le avventure di chi ha costruito i primi aerei militari e biposto, Palazzo Sogliano apre le porte al mondo del corallo, della sua vendita e della creazione di straordinari gioielli. Se Il cigno nero si addentra nell'universo, a me già più noto, dell'editoria, Il vicolo della Duchesca dedica parecchi capitoli alla filatura della seta, attività importantissima per le mie zone natali, ma della quale io sapevo poco e niente. Spesso l'autrice sceglie attività di nicchia, oppure appartenenti ad un'epoca ormai dimenticata. Tutto questo si rivela essere profondamente istruttivo.

La vigna di Angelica, tuttavia, tratta temi molto in voga al momento: il vino e la gastronomia. Inutile dire che sono curiosa di leggerlo!







3) Personalmente sono rimasta molto colpita dal fatto che l'autrice in persona abbia ribadito più volte, durante la serata, che scrivere dev'essere soprattutto un piacere. Non ha alcun senso raccontare delle storie se non si amano tutti i personaggi, se non si ha la pazienza di immaginare un piccolo racconto per ognuno di loro, se non si vuole svelare, a poco a poco, un mondo che finora è rimasto soltanto nella nostra testa. È bello sapere che tanti anni di vita e di lavoro non hanno cambiato i sentimenti della scrittrice in proposito.







4) Un altro aspetto che Sveva Casati Modignani ha sottolineato è l'importanza della passione per la lettura. Io penso che questo dia una certo conforto a molti di noi. Il mercato dell'editoria è in ribasso e l'hobby della lettura non è forse più praticato come un tempo, ma io credo che ci siano moltissime persone come me che si dedicano sistematicamente al saccheggio della biblioteca. Continuo a pensare che leggere le storie che qualcun altro ha deciso di raccontarci sia uno dei modi più immediati e, nonostante tutto, più semplici di aprire la nostra mente.









5) Ultimo ma non meno importante: io ho avuto la netta impressione che La vigna di Angelica non sarà l'ultimo romanzo. Ho colto ancora parecchia energia e combattività. In definitiva, io e tutti gli altri fan di Sveva Casati Modignani possiamo già iniziare a chiederci su quale altro piccolo universo lei si stia informando per noi.






Nel caso vi fosse rimasta una piccola curiosità… C'è stato un veloce firmacopie. Sono riuscita a parlare con l'autrice ed a tornare con Disperatamente Giulia autografato. Sapete com'è, non avrei mai potuto deludere la ragazzina.

Grazie per la lettura. Al prossimo post :-)

mercoledì 1 luglio 2015

CHI SONO DAVVERO "GLI SDRAIATI"?

Un parere sul libro di Michele Serra






Qualche giorno fa ho letto l'ultimo romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati. Non è una nuovissima uscita, e magari molti di voi l'avranno già letto e riletto, ma ho sentito la necessità di condividere con voi alcuni pensieri che mi sono venuti, una pagina dopo l'altra.

Per chi non lo conoscesse, il libro racconta, in chiave un po' ironica (come ci si potrebbe aspettare dall'autore), ma anche malinconica, l'eterno confronto tra vecchi e giovani, tra la generazione dei “padri” e quella dei “figli”.

Secondo l'autore, infatti, il nostro tempo presenta uno sconcertante paradosso: i vecchi lavorano ed i giovani dormono.


Al di fuori della narrazione, è evidente che Michele Serra stia facendo riferimento all'attuale situazione lavorativa, ed al fatto che chi dovrebbe andare in pensione continua ad essere costretto dalle circostanze ad andare al lavoro, mentre i giovani, che non hanno trovato nemmeno un misero posto quasi gratuito, salutano i genitori dalla porta di casa.


Personalmente, tuttavia, ritengo che il motivo per cui l'autore definisce la nuova generazione “gli sdraiati” sia di stampo diverso, più psicologico.

Il padre protagonista del romanzo, infatti, riscontra nel figlio una perdita di interesse nei confronti della quasi totalità di quello che gli è intorno. Al ragazzo in questione non importa nulla non solo della scuola, dei doveri e delle persone che frequenta, ma neanche delle ore del giorno o delle stagioni. È indifferente a tutti ed a se stesso, ed è questo modo di fare che esaspera il narratore della storia.





Gli sdraiati” è un libro che mi ha fatto sentire come se fossi divisa io stessa in due opposte fazioni.


Da un lato, infatti, come prevedibile, mi sento di difendere la generazione dei “giovani”. È vero, spesso lavoriamo infinitamente meno dei nostri genitori. Ci dividiamo tra fortunati che hanno un impiego quasi fisso (ma raramente coincidente con quello che hanno studiato), super precari che lavorano molto di più in alcuni periodi e molto di meno in altri (e non solo supplenti come la sottoscritta) e molti sfortunati perennemente alla ricerca di un lavoro.


Non lo neghiamo, a volte siamo intolleranti alle critiche della generazione prima di noi, principalmente perché, riguardo alla presente situazione, non ci sentiamo di avere colpe.

Purtroppo la nostra condizione di “sdraiati” spesso è dovuta a cause indipendenti dalla nostra volontà. Noi vorremmo alzarci, essere molto più attivi, lasciare una nostra impronta più incisiva nel mondo. È per questo motivo, infatti, che ho riscontrato tra i miei coetanei una crescita impressionante di lavoretti per arrotondare, hobbies che diventano lavori e spazi personali come questo mio blog. In mancanza di un sostegno adeguato da parte di chi dovrebbe aiutarci, cerchiamo soltanto di esprimere la nostra individualità in altri modi.





Quello su cui mi interessa soffermarmi è però l'altra mia “fazione”. Alcune volte, infatti, persino io mi sono sentita tra le file dei “vecchi”. Prima che qualcuno di voi obietti giustamente che la mia prossima torta di compleanno avrà solo 26 candeline e che è un po' presto per lamentarmi dei reumatismi, lasciate che vi spieghi.

Quest'anno ho svolto un mestiere che mi ha consentito di stare a più stretto contatto con molte persone nate dopo di me. Alcune volte la differenza d'età è stata più sottile, altre più marcata, ma, in ogni caso, mi ha permesso di fare caso ad alcune situazioni che non mi sarei mai aspettata.


Per esempio, durante una lezione di storia a dei ragazzi di prima media, ho pensato che, per facilitare loro lo studio sul libro, sarebbe stato più utile fare uno schema alla lavagna. La tecnica aveva già funzionato bene con altri ragazzi, anche se un po' più grandi. Questa la risposta: “Prof, ma dobbiamo scrivere? Siamo stanchi! Non si potrebbe almeno usare l'Ipad?”

Oppure, insegnando geografia, ho fatto un pensiero sulle care, vecchie ricerche sulle Regioni d'Italia, ma sono stati i colleghi a dissuadermi, dicendo: “Guarda, ci abbiamo provato anche noi più di una volta, ma è inutile. Ormai tutti scaricano in tre secondi qualcosa di già pronto da Internet e non lo rileggono neanche.”

Un'altra volta ancora, di fronte alla scelta di moltissime tracce per il tema, più di un ragazzo ha dichiarato di “non riuscire a pensare”. Su mio gentile consiglio, poi, hanno svolto il tema. Tuttavia, nel momento in cui ho corretto i lavori, mi sono resa conto che no, non avevano mentito affatto: leggendo, si faceva fatica a capire anche solo quale fosse il loro parere personale sull'argomento.



Leggendo il romanzo di Michele Serra, mi sono tornati in mente tutti loro. L'atteggiamento del tipo “tanto non cambia niente”, la tendenza a quello che a me spesso è sembrato analfabetismo di ritorno, lo sdraiamento (perdonate il neologismo) che sembra peggiorare man mano che l'anno di nascita è più recente, la sensazione di non dover esplorare nulla del mondo che ci circonda perché qualche “mamma elettronica” l'ha già fatto per noi e ci ha già preparato una pappina riassuntiva.





Cari genitori, non allarmatevi: quello che ho raccontato non è stata né una regola né una costante. Ho trovato anche tanti ragazzi svegli, allegri, con voglia di mettersi in gioco. Di parecchie giornate di lavoro ho un bellissimo ricordo. Ricordo con molto affetto tutte le scuole che ho “visitato” quest'anno.

La mia forse è solo la confessione di una ragazza un po' spiazzata che, facendosi forte dei suoi 25 anni, sperava di poter comprendere meglio la posizione dei ragazzi rispetto a persone dell'età dei suoi genitori, ed invece, suo malgrado, ha scoperto che attualmente, anche “tra giovani”, un decennio è una montagna ed un quindicennio un abisso.

Nel corso del romanzo, il padre riesce a trovare qualcosa a cui far appassionare il figlio, ed il messaggio che Michele Serra trasmette è quello di una speranza che conforta tutti noi. Anche se le circostanze sono spesso difficili, credo che tutti noi dobbiamo sforzarci di essere ottimisti. Arrendersi al pessimismo ritenendo che l'umanità non abbia più nulla da trasmettere sarebbe la peggior forma di “sdraiamento” possibile.





Come sempre grazie per le visualizzazioni dei miei post: i numeri aumentano sempre più ed io ne sono così contenta che quasi non ci posso credere! Vi ricordo che lo spazio commenti è a vostra disposizione. Al prossimo post :-)

martedì 16 giugno 2015

MOSTRA DI LEONARDO DA VINCI

Perché andarla a visitare?

 

Cari lettori,
qualche giorno fa sono dovuta andare, esattamente a metà giornata, dall'altra parte di Milano, per firmare contratti ed altre carte nell'ultima scuola dove ho lavorato quest'anno.

Per chi se lo stesse chiedendo:

No, non mi hanno voluto mandare i documenti via mail.

No, non ho potuto fare questa traversata dell'hinterland quando potevo e volevo.

Sì, ho dovuto aspettare gli orari di ricevimento come una poveretta qualunque, anche se ho lavorato lì.

Sì, l'orario di ricevimento era proprio all'ora di pranzo.

Sì, mi hanno fatto comunque ed ulteriormente aspettare.

Sì, ho firmato tanta tanta carta inutile di cui a nessuno fregherà mai nulla. (Poveri alberi!)

Visto che però nessuno se lo sta chiedendo, e, inoltre, moltissimi di voi conosceranno già bene i problemi della burocrazia, passiamo oltre.

Andando verso il centro, spinta dalla necessità di mangiare qualcosa, mi è venuta un'altra idea. “Perché non controllo quali mostre ci sono a Palazzo Reale e non ci faccio un salto?”

Così, da brava non-più-studentessa, ho festeggiato il mio metaforico “ultimo giorno di scuola” con una bella mostra di Leonardo da Vinci. Tutto quello che vi posso dire è che ne sono uscita strabiliata e che vale assolutamente la pena di andare. Perché?








- Innanzitutto, perché purtroppo il tempo a vostra disposizione è tutt'altro che infinito. La mostra, che ha aperto i suoi battenti ad aprile, chiuderà il 19 luglio. Siamo già a metà giugno. È proprio il caso di trovarsi una mezza giornata libera, non vi pare?


- L'opportunità di passare una classica sera estiva a contatto con Leonardo da Vinci è decisamente troppo allettante. Io ho colto un'opportunità e sono andata a visitare la mostra quando potevo, cioè alle tre del pomeriggio; tuttavia, se avete più tempo a disposizione e siete delle anime più romantiche, da giovedì a domenica la mostra rimane aperta addirittura fino a mezzanotte.


- Il prezzo è del tutto vantaggioso, considerato quello che vedrete. Ho sentito spesso persone lamentarsi dei biglietti delle Mostre a Palazzo Reale, dicendo che continuano ad aumentare. Purtroppo concordo che, di questi tempi, qualsiasi cosa sembra essersi inflazionata. È anche vero, però, che se spendiamo 15 euro o più per mangiare una pizza al ristorante, 10 euro al cinema solo perché è sabato sera e magari vogliamo anche i popcorn e 200 euro di meccanico quando foriamo una gomma e ce ne devono cambiare due (ahimé), 12 euro per stare a contatto due ore con le opere di Leonardo non ci sembrano più così assurdi, no?





- Collegato a questo, è necessario inoltre dire che è possibile avere un biglietto a 10 euro in più casi. Sono sicura che si possa avere la riduzione per gli under 26 (cosa della quale potrò approfittare ancora per poco più di tre mesi e poi basta, sigh.) Ricordo bene, però, di aver potuto avere un biglietto ridotto, in passato, tirando fuori il badge dell'Università. Studenti, fatevi avanti!


- La mostra è davvero grande. Non è un'esposizione da un'oretta, famosa più per il nome ed il prestigio dell'autore che per l'effettivo contenuto. Ci vogliono due ore buone per girarla con attenzione (tempo che aumenta se vi avvalete di una guida). Non è, dunque, una mostra “cattura-turisti”, ma è di grande valore.


- L'esposizione è suddivisa in dodici sezioni molto ben pensate. Le prime sei sono molto grandi e divise in sottosezioni, cosa che vi darà l'impressione di dover restare dentro la mostra tutto il giorno; tuttavia, le altre sei scorreranno molto più velocemente, facendovi tirare un sospiro di sollievo. Scherzi a parte, i temi di ogni sezione sono definiti in modo preciso, scelta che senz'altro vi aiuterà ad orientarvi.






- Ci sono ben 38 (non due, non cinque, neanche dieci, trentotto!) fogli del Codice Atlantico. Non so voi, ma per me è una grande emozione vedere quei fogli così enormi su cui Leonardo aveva disegnato con tanta precisione e scritto con quella sua scrittura al contrario. Sono una testimonianza del suo lavoro infaticabile e, senza dubbio, questo contribuisce a renderli più preziosi.


- Vi incuriosiscono le macchine futuristiche? Un paio di sezioni della mostra sono pieni di quelli che sono stati i sogni ed i progetti di Leonardo in tal senso. Troverete marchingegni volanti, strumenti per respirare sott'acqua, strani congegni agricoli. Impossibile reprimere una risata di fronte al disegno di un sommozzatore che tiene in bocca quella che sembra una pompa per gonfiare i materassini in spiaggia. Poi, però, ci si ricorda che si tratta di idee concepite tra il 1400 ed il 1500, e si smette di ridere.


- Siete dei classicisti impenitenti (come la sottoscritta)? Troverete pane per i vostri denti. Non saranno solo quadri e disegni dedicati ad Ercole ed a Leda ad entusiasmarvi. C'è anche una vera chicca: un codice di Tolomeo. Affrettatevi!






- Siete studenti di Medicina che devono preparare l'esame di Anatomia? I fogli con gli studi di Leonardo sul corpo umano sono il miglior ripasso possibile… e sono disegnati meglio di molti manuali odierni!


- Quanti di voi, nella loro vita, andranno a trovare la Regina Elisabetta a casa sua? Non so voi, ma io non ho in programma un té a Buckingham Palace, per il momento. Questa mostra ci dà un'opportunità irripetibile: espone, infatti, molti disegni che normalmente non sono al British Museum, ma sono “prestati da sua Maestà Elisabetta II” (testuali parole). Difficile che ci capiti di rivedere quelle opere, non vi pare?


- Last but not least: Leonardo è il più grande di tutti. Personalmente, il mio pittore preferito è Van Gogh, farei una fila infinita per Botticelli e mi appassionano le opere più curiose dell'arte contemporanea, ma perfino io, davanti ad una simile mostra, mi vedo costretta ad ammettere che si esce con la sensazione che Leonardo sia il miglior artista di sempre. Se non siete convinti, ripeto: ANDATE A VEDERE LA MOSTRA! (E portatevi un golfino per l'aria condizionata assassina.)





Sarei curiosissima di sentire il parere di altri visitatori della mostra ed appassionati di arte, quindi, come sempre, sentitevi liberi di lasciare un commento.

Grazie infinite a tutti coloro che hanno letto.
Al prossimo post :-)